4 Settembre 2026
Cultura

Oggi i DIALETTI, domani l’ITALIANO – Gianluigi Ugo

Che l’uso sempre meno frequente delle parlate locali sia indice quanto conseguenza del progressivo acculturamento degli Italiani è una convinzione che viene a consolidarsi principalmente nella seconda metà del Novecento, soprattutto dopo che, ad una progressiva scolarizzazione s’era aggiunto l’ingresso nelle case di questi ultimi della televisione, che ne aveva via via condizionato gli stili di vita e tra questi il modo di esprimersi, con l’uso sempre più frequente dell’italiano accanto al dialetto, sinanche a trascurare l’uso di quest’ultimo soprattutto nelle aree più industrializzate del Nord. Tra le cause si voleva esservi per altro l’afflusso massiccio colà di lavoratori dalle regioni meridionali e la conseguente necessità di ricorrere all’uso della lingua nazionale per facilitarne l’integrazione nei nuovi contesti regionali. Vero in parte, se pensiamo a regioni quali Piemonte, Lombardia, Liguria o la stessa Emilia-Romagna, le cui parlate non sempre si prestano ad un’immediata comprensione da parte di chi provenga dalle regioni peninsulari; altro è invece il caso del Nord-Est, ove le parlate di ceppo veneto meglio si prestano ad essere comprese anche dai non parlanti. Tipico è il caso di Trieste, ove una nutrita e ben integrata comunità meridionale esiste sin dall’indomani della Grande Guerra.

Funzionarî, militari, ferrovieri, nonché artigiani (in gran parte barbieri e calzolai) v’erano approdati in gran parte dalla Puglia, ma anche dal resto del Sud-Italia, e si erano inseriti senza troppe difficoltà nel tessuto cittadino facendovi proprî, chi più e chi meno, i rudimenti stessi del dialetto triestino, tanto che i figli nati o per lo meno cresciuti nella città di San giusto, non esitavano ad impadronirsi del tutto di quella parlata foss’anche solamente in età adulta, dopo aver usato più o meno l’italiano durante l’infanzia e l’adolescenza.

Altro fattore importante per la sopravvivenza o meno dei dialetti è il loro ruolo nel quadro letterario nazionale. Basterà infatti dare una scorsa alla storia della letteratura italiana per renderci conto dell’esistenza, a partire dal Sei-Settecento, di una notevole mole di letteratura dialettale, a cominciare da Carlo Goldoni e la Commedia dell’Arte veneziana. Vi è poi Un interessante fiorire di letteratura locale siciliana, come pure napoletana, per giungere poi all’Ottocento, con Carlo Porta a Milano o Gioacchino Belli a Roma, tanto per fare due nomi. Il Novecento ci porta poi a Trieste con virgilio giotti o Ricciotti Stringher, ed ancora a Roma con trilussa. Per non parlare poi della canzone; quella napoletana la conosce tutto il mondo, ma c’è dell’ottimo repertorio in dialetto locale anche in altre regioni. E chi non conosce poi i canti degli Alpini? Spesso e volentieri in dialetto, le loro strofe sono entrate nonostante tutto nel cuore degli Italiani di ogni regione certamente più del politichese “pentapartito” o delle “convergenze parallele”.

Quanto poi la scuola italiana del Terzo Millennio abbia a cuore l’approccio degli alunni al patrimonio storico-culturale del territorio ci sono motivi serî per dubitarlo. Certo va da sé che pensare ad insegnare un dialetto con lo stesso metodo con cui si insegna una lingua straniera è quantomai fuori luogo, giacché si tratta di un qualche cosa che già ci appartiene e che ha bisogno di rientrare in nostro possesso attraverso una più approfondita conoscenza del panorama culturale locale. In questa direzione sembra volersi muovere in chiusura di secolo XX la Lega Nord di Umberto Bossi, nell’intento di fare con ciò leva in vista di una prospettiva secessionista delle regioni padane dal resto d’Italia sollevando la questione dei dialetti come un qualcosa da rinfacciare ai soliti romani o dintorni, come se non si sapesse che il grosso dei leghisti della prima ora viene da quella provincia submilanese agiata e rampante dove il povero dialetto lombardo i giovani nemmeno lo sanno e dove gli “ing” e gli “ation” non si lesinano nella speranza di apparire moderni imitando il potente del momento. E allora, per salvarsi la faccia, non v’è di meglio che un bel polverone ed incolpare Roma, o chi per essa, mentre appare sempre più evidente come il vero motivo che vede l’accantonamento delle parlate locali è più o meno lo stesso che rischia di vedere tra qualche tempo accantonata la stessa lingua di Dante, a cominciare proprio dalle aree sub metropolitane del Norrd industrializzato, borioso di emergere sul resto del Paese vestendo la casacca del padrone forte di turno, anziché profondere alla propria gente quel senso di appartenenza e di attaccamento alle tradizioni ed ai valori che hanno fatto grande e prospera quella parte d’Italia. Né Milano intende tradire la propria fama di suddita d’eccellenza, quando, imboccati da qualche decennio gli anni Duemila, il locale Politecnico rende noto di voler sostituire l’italiano con l’inglese in alcuni dei proprî corsi di laurea.

Ma quello del Politecnico di Milano non è che il caso più clamoroso, giacché è in questo stesso periodo che diversi istituti universitarî d’Italia decidono di avviare corsi tutti in inglese, e quand’è possibile optare tra italiano e inglese, chi sceglie il primo paga le tasse universitarie, mentre chi sceglie il secondo ne viene esonerato o fortemente agevolato, giustificando il tutto con propositi di maggiore competitività od altri soliti temi in ossequio alla globalizzazione od alla crescente presenza di studenti stranieri i quali vengono a frequentare i corsi in Italia, quasi che costoro abbiano a vivere in una sorta di “ghetto d’eccellenza” senza mai entrare in contatto con l’ambiente circostante, non certamente anglofono. Ma se ciò può risultare comprensibile nel caso di soggiorni brevi (un paio di mesi o giù di lì), altro è quando la permanenza si fa più lunga (un semestre o più). Come per gli immigrati alloglotti che giungono in Italia per lavorare, così pure sembra opportuno esigere una sana integrazione (anche in termini di lingua) con l’ambiente circostante da parte di chi vi giunge per motivi di studio. Del resto nei principali paesi meta di soggiorni-studio prolungati sono le stesse università ad instradare gli studenti stranieri verso un allineamento con il corso nella lingua nazionale, la cui conoscenza costituisce sicuramente parte del valore aggiunto per chi si reca a studiare in un altro paese. Non si capisce (o si capisce fin troppo bene) perché ci devono essere i soliti pessimi italiani pronti a svendersi illusi di apparire con ciò più credibili dinanzi alla potenza egemone di turno.

Intanto vero è che scelte come quella del Politecnico milanese rischiano di ridurre quella di Dante a lingua di secondo rango con conseguente misconoscimento dell’importanza di quanto ad essa legato in termini di patrimonio culturale, sociale ed economico, mandando al macero l’opera di generazioni di artisti, letterati, uomini di scienza e di pensiero. Verrebbero quasi certamente meno i tanti che nel mondo sono motivati a studiare l’italiano perdendo in tal modo l’opportunità di aproccio al suo grande patrimonio di cultura tanto umanistica quanto scientifica. Se si aggiunge poi la scarsa sensibilità culturale che serpeggia pericolosamente tra molti giovani, è facile concludere come vi sia il serio rischio per gli Italiani di vedersi tra breve da costoro travolti assieme alle proprie tradizioni per vivere come esuli in Patria, circondati da uno stuolo di asociali ed emarginati d’eccellenza capaci di stare in Italia senza imparare una parola di italiano che non siano le solite “sole, pizza, amore, tanto per cambiare (o, meglio, per “rimorchiare”), certi di fare in tal modo tendenza tra il bel popolo rampante di bocconiana fatta, sempre pronto ad incensare e scimmiottare chiunque parli il linguaggio del padrone forte del momento, il tutto nell’illusione di sentirsi “leader” nei confronti degli altri Italiani, ma così prossimi a quei bravi di manzoniana memoria, servitori arroganti del dominatore straniero. Così va il mondo…

1 Comment

  • Mauro Tosco 30 Agosto 2026

    Mi scusi l’autore, ma la sua analisi non ha senso ed è anche sbagliata: chi ha smesso (quasi tutti, ormai) du parlare le lingue di minoranza (per questo sono, non dialetti – i dialetti in linguistica sono tutt’altra cosa) lo ha fatto per passare all’ITALIANO, non all’inglese. Non conosco nessuno che abbia insegnato ai figli l’inglese (non ne sarebbe stato capace) e non sento parlare inglese tra i giovani, a nord coma al sud: sento parlare italiano. Solo italiano.
    Giustamente come dice l’autore: come ieri i “dialetti”, così domani l’italiano.
    E così noi all’università insegniamo che bisogna scrivere e pubblicare in inglese, e che un articolo scientifico in italiano ha un pubblico non molto diverso da un articolo in napoletano. Cioè poco più di ZERO. Ed è vero. Io nel campo non sarei capace di scrivere un articolo scientifico in italiano, credetemi.
    E allora… perché non essere bilingui, ad es., in piemontese e inglese?
    Mi scuserete la provocazione.

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