Per la cura di Giuseppe Balducci, il quale da qualche anno collabora con l’Editore torinese Aragno alla riedizione di alcuni scritti brevi e decisamente poco noti del grandissimo erudito e letterato Mario Praz (1896 – 1982), ha visto la luce questo libretto che incarna abbastanza quella “Bellezza e bizzarria”, che dà anche il titolo al “Meridiano” Mondadori dedicato nel 2002 allo studioso, cifra del posizionamento critico praziano.
| Collezionare libri
Mario Praz Nino Aragno Editore 2023 pp. 43
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Testi abbastanza succinti quelli ivi raccolti, apparsi in riviste specializzate e che mantengono tutta la loro freschezza e spesso attualità, se intesa questa nel quadro di una prospettiva culturale elevata e di stampo conservatore, il quale era poi l’unico manifesto orientamento “politico” di Praz, che si mostrò sempre assai tiepido verso le questioni del mondo moderno che attraversarono la sua vita: l’ascesa e caduta del Fascismo prima, l’affermarsi di una egemonia culturale di sinistra dopo. Di importante per lui erano lo studio, i libri e quegli oggetti che – egli pensava – differentemente dalle persone, “non tradiscono mai”, raccolti in una vita di appassionato e colto collezionismo.
Già da tali premesse, si intuisce l’interesse insito in questa pubblicazione. In essa, l’autore svela la “malattia di collezionar libri”, in un testo originariamente uscito come: Collezionisti e cataloghi di libri (1965) nella Rivista di Cultura Classica e Medioevale, fondata a Roma nel 1959 da Ciro Giannelli, Ettore Paratore e Gustavo Vinay. In effetti, il volume qui in esame si compone di due saggi precedentemente editi, quello appena citato e un altro del 1931, in seguito “fusi” assieme e solo minimamente rielaborati da Praz.
Il libro affronta vari aspetti del collezionismo librario, come, e qui vi è la ennesima dimostrazione della genialità dell’autore, quando ci si sofferma sui cataloghi delle librerie antiquarie, strumenti di grande importanza per i connoisseur di volumi antichi; questi ultimi vengono presentati storicamente – addirittura con riferimenti ai vecchi negozi ove erano rintracciabili – e analizzati con acume e parecchio sarcasmo. Ad esempio, sui modi bislacchi con i quali gli antiquari scrivono le note; oppure la loro tendenza a gonfiare la importanza di un testo tutto sommato modesto, spacciandolo per una meravigliosa chicca di sommo valore.
Pagina dopo pagina, scopriamo la figura di Richard de Bury (1287 – 1345), vescovo di Durham: storica città nel nord-est dell’Inghilterra, che può vantare la terza università più antica della Nazione, dopo Oxford e Cambridge, e nella cui imponente cattedrale si conservano i resti del “Venerabile” Beda (672 – 673 ca. – 735), uno dei Padri del Cattolicesimo nelle Isole Britanniche.
Prima però di trattare il modo in cui viene descritto de Bury, è d’uopo evidenziare la peculiare posizione di Praz verso i bibliofili. “Sebbene io possegga una biblioteca assai vasta […] non posso chiamarmi un collezionista di libri nel senso vero della parola, cioè un bibliofilo. Le opere mi interessano pel loro contenuto assai più che per il loro aspetto tipografico […]” (1), negando la propria adesione a una categoria che mostra di non stimare affatto. Anzi, considera tali appassionati dei feticisti che non comprendono la necessità di comprare non edizioni moderne finemente rilegate, ma quelle “comuni” in brossura, arrivando a sostenere che l’aria “dimessa” conferisce a un volume un “fascino aggiuntivo”. Insomma, per il letterato italiano, i libri vanno letti, vissuti, però – siamo totalmente d’accordo in base al nostro personale modo di maneggiare tali oggetti – con rispetto.
Niente da opinare, sia chiaro, a meno che uno, come chi scrive, non abbia negli anni approfondito la produzione e il pensiero di questo eclettico e fertile studioso (Cfr. Riccardo Rosati, ‘La redenzione degli oggetti: Il Museo Mario Praz’, Nuova Museologia, 15, 2006, pp. 11-13). Non possiamo, quindi, esimerci da stigmatizzare la contraddittorietà delle obiezioni mosse da Praz a un mondo al quale apparteneva: non solo la squisita Casa-Museo a Roma che ci ha lasciato, ma a lui si deve pure lo sviluppo della Fondazione Primoli, ubicata nel Palazzo omonimo, grazie a una ingente donazione (20.000 volumi circa, con sezioni di antiquariato, di emblematica, di arte e di letteratura, in particolare francese, inglese e russa).
Pertanto, lo scagliarsi, benché in modo pacatamente canzonatorio, contro i bibliofili, si attesta come un paradosso in Praz. Nondimeno qui risiede la principale attrattiva di questa sintetica pubblicazione; ossia, nel mostrare la pungente penna del Nostro, che non manca di proporci alcune verità: i bibliofili in non pochi casi accumulano libri che poi non leggono, “[…] colui che lascia un libro intonso per non privarlo della sua verginità di zecca, e giunge così a un risultato perfettamente opposto a quello pel quale il libro fu creato, cioè d’esser letto” (2). Queste parole rivelano come nel volume prevalga l’Uomo di Lettere sul collezionista e amante d’arte.
La costante derisione dei “bibliomani” è espressa in modo esplicito in passaggi come questo: “Una forma larvata, notissima, di furto di libri da parte di maniaci collezionisti, è il prestito col fine di non restituire” (4). Già, poiché una delle sezioni più sfiziose del libro Praz la rivolge a quel fenomeno “ancestrale” rappresentato dal furto di libri a opera di “appassionati”: “Penso che il costume di rubare i libri sia altrettanto antico di quello di raccoglierli, e Richard de Bury, come ora vedremo, ce ne dà testimonianza” (6).
Arriviamo finalmente a Richard Aungervyle, noto altresì come Richard de Bury, monaco benedettino attivo nella Contea di Durham. Praz parla in modo esteso della sua opera nota come Philobiblon (1345, pubblicata postuma a Colonia nel 1473), in cui il religioso esprime il suo amore per i libri quali veicolo di sapienza e saggezza, esortando il clero dell’epoca alla ricerca della conoscenza per mezzo della continua lettura. Per de Bury, il libro era una sorta di estensione della mente e dell’animo razionale umano, un incredibile strumento di libertà che permetteva di travalicare i limiti fisici di spazio e tempo; un oggetto dal valore inestimabile, come egli stesso dichiara, parlando del “valore dei libri”: “‘[…] se il prezzo dei libri è stabilito solo dalla sapienza, che è infinito tesoro agli uomini, e se il valore dei libri è ineffabile, in che modo si proverà esser essi troppo cari ad acquistare quando si compera un bene infinito?’” (10). Non è un caso, difatti, che il presule intendesse tali oggetti come “armi della milizia della Chiesa” (13). Praz solidarizza con pressoché tutte le esternazioni dell’inglese, a partire dalla “incuria dei possessori” di volumi, giacché loro sovente li “maltrattano”, invitando, allora, al buon costume del lettore/possessore. È il caso dell’annoso, e costantemente permanente, problema delle “mani pulite”: “Solo chi è senza macchia è degno ministro dei codici preziosi. Molto gioverebbe e ai libri e agli scolari una lodevole nettezza delle mani […]” (17).
Purtuttavia, il lato che possiamo ardire definire sorprendente del ragionamento presente nel volume sta nel circoscrivere con precisione la “identità” dei cataloghi librari e di come questi si siano evoluti nella storia: “Nessun documento val tanto a persuaderci dell’instabilità della gloria, dei capricci della fortuna, della vanità delle cose umane, e della relatività di tutto” (20). Praz denuncia la mutevolezza dei gusti letterari, la inaffidabilità dei giudizi dei librai e la poca avvedutezza degli editori. In poche pagine, vengono messe a nudo le ataviche magagne della Letteratura, sia narrativa sia saggistica, la quale più e più volte ha visto esaltare lavori che sono spariti nel tempo, e i cataloghi – spiega l’autore – sono la traccia tangibile di queste falsificazioni estetiche o intellettuali, a seconda del caso.
Ciononostante, dalla consultazione di tali “elenchi”, con le loro date, edizioni, collocazioni, si provano, per le anime fini come era quella di Praz, delle emozioni uniche: “Se è vero che d’ogni libro s’assimila solo ciò che è già nel nostro spirito, questo è verissimo dei cataloghi, che ciascuno legge secondo i propri gusti, magari con l’occhio in agguato per quelle sole parolette magiche che riveleranno la presenza di un libro a lungo e invano cercato. Che cos’è l’emozione, il thrill dei libri a copertina gialla accanto all’emozione del bibliofilo che scopre un «desideratum»? State sicuri che nessuna lettura ha mai generato azione così rapida e commossa, come la lettura d’un catalogo interessante” (19-20).
Questo volume ha il merito di aver acclarato determinati rapporti “affettivi” che pochissimi prima hanno saputo ricomporre con tanta maestria: “Alcuni amano i libri perché libri, cioè testimonianze del pensiero umano, ma molti li amano solo perché carta stampata, carta di lusso stampata con lusso, o perché sono cose rare, o perché la loro legatura è come una preziosa stoffa o uno squisito merletto. È l’eterna storia dei frequentatori delle feste dionisiache: ‘Molti sono i portatori di tirso, ma pochi i veri Baccanti’” (43). Onestamente è difficile negare come in quest’ultimo estratto qui citato non emerga con nitore la impressionante qualità stilistica di Praz, la quale è sovente in bilico tra saggistica e racconto; tra uno stile ottocentesco e la tendenza analitica della scrittura del XX secolo.
Una risorsa, questo testo, che aiuta a ripercorrere quell’anima praziana, il cui oblio è uno dei numerosi segnali del declino estetico-morale dell’Italia. Invero, riteniamo importante non soltanto riscoprire gli inestimabili contributi alla cultura di questo studioso, ma, nel contempo, capirne la particolare sensibilità, che in Praz è puntualmente sinonimo di “gusto”. Egli è stato sicuramente anticomunista e con scarsa simpatia per il concetto di progresso; indifferente al Fascismo e non classificabile come un intellettuale di Destra. Mario Praz fu un conservatore nel senso più vicino a quello della miglior Inghilterra d’antan, con un afflato per un passato aristocratico saldo in convinzioni immutabili, espresse con motti di spirito e opinioni taglienti. Una Tradizione – della quale si sentiva discepolo devoto – che poteva permettersi tutto; persino di ridicolizzare se stessa, come fa Praz nel ridurre a delle macchiette i collezionisti di quei libri che lui per primo ha così tanto adorato.
Riccardo Rosati

