7 Giugno 2026
Cultura Libreria

Gian Matteo Corrias: La barra dritta a cura di Riccardo Rosati

Uno sguardo chiaro sull’oscurità del presente

Oristano, Kαφεnìο Verlag, 2025

 

Viviamo una montante crisi sociale, uno scisma ontologico (definizione che va per la maggiore) nell’uomo, con il crollo delle più elementari certezze e dei punti di riferimento consolidati; financo alla crisi del principio di realtà. Tale penosa situazione genera oggi una diffusa sensazione di disorientamento e di disagio che rischia di rendere inerti di fronte a un contesto percepito come radicalmente inintelligibile. Con paziente e lucida acribia il saggio La barra dritta. Uno sguardo chiaro sull’oscurità del presente dello studioso sardo Gian Matteo Corrias indaga le pieghe di un’epoca, la nostra, in cui lo spazio culturale, etico, estetico e persino logico, che per secoli ha definito il perimetro della civiltà europea, appare completamente occupato dall’unica istanza postcapitalistica di una aberrante e compulsiva crescita economica che ha finito per contaminare e adulterare ogni dimensione dell’esistere, snaturando anime e pensieri. Svuotata così di un contenuto autonomo, quella che ingenuamente ci ostiniamo ancora a chiamare la cultura europea si trova di fatto rovesciata nella propria squallida parodia, configurandosi per la prima volta nella storia umana come una vera anti-civiltà.

Da tali premesse, si intuisce con facilità l’impeto dialogico del volume di Corrias. Nondimeno, va tosto chiarito che le sue sferzanti critiche al nostro attuale sistema di vita non lasciano spazio alla rassegnazione (chi scrive nutre tristemente meno fiducia in un futuro recupero di una decenza etica e culturale dell’Occidente e non solo: altre aree del pianeta, in primis l’Estremo Oriente, manifestano da tempo gran parte delle nostre stesse afflizioni sociali). Il filone  speculativo seguito dall’autore è riassumibile con questa citazione: “La ‘fine delle ideologie’ annunciata negli anni Settanta del Novecento inaugura in realtà l’affermarsi di una nuova, pervasiva e totalizzante ideologia unica, quella liberaldemocrazia che, assunta e proclamata come nuovo assioma di comprensione della realtà sociale e posta al centro di un vero e proprio culto collettivo dai caratteri marcatamente sacrali, di fatto non fa altro che ammantare di ‘dignità umana’ un sistema brutalmente oligarchico e plutocratico esteso sull’intero Occidente ‘sviluppato’ […]” (12). Il risultato è quella odiosa dittatura economica che ha parassitato il sistema assiale tradizionale. Il senso comune è divenuto un lusso, sino a portare a compimento la “profezia”  del grande autore cattolico inglese Gilbert Keith Chesterton (1874 – 1936): “Dovremo sguainare le spade per poter dire che l’erba è verde d’estate” (“Swords will be drawn to prove that leaves are green in summer”).

Una parte di mondo da non imitare

Esempio eclatante di tale degenerescenza arriva, chiaramente, dal mondo anglosassone. Mentre nel gennaio del 2025 si veniva finalmente a sapere degli stupri seriali negli ultimi anni nel Regno Unito delle cosiddette Grooming Gang, composte quasi interamente da cittadini di origine pakistana, verso giovani ragazze bianche, in quella stessa Albione – sempre più perfida e al totale sfacelo etnico e morale – si palesa la follia europea con la decisione del Science Museum di Londra di lanciare una campagna contro quei mattoncini LEGO, con cui sono cresciute in modo sano intere generazioni nel tempo, rei, avendo parti “maschili” e “femminili” che si incastrano, di rappresentare in maniera discriminatoria solo il mondo della sessualità binaria: definizione che porta con sé la stolidità della prospettiva Woke. Siamo ben coscienti che parrebbe una barzelletta, eppure è un fatto realmente accaduto. D’altronde, parliamo di una Nazione, l’Inghilterra, che è diventata una burla imbarazzante nei confronti di un passato sicuramente oscuro, ma pur sempre di un certo fasto. Un Popolo, quello britannico, che ha completamente smarrito il senso della sua identità: da qualche mese, tanto per dire, è stato eletto il primo Arcivescovo di Canterbury donna (Sarah Mullally), andando contro i precetti del Vangelo, ove non si fa menzione alcuna di apostoli femmine.

“[…] un’epoca non solo innegabilmente confusa, ma dalla evidente fisionomia inversiva rispetto a ciò che fino a qualche tempo fa avremmo semplicemente dato per scontato”. Con una siffatta considerazione, si comprende abbastanza chiaramente che, malgrado l’incentrarsi quasi del tutto sulla attualità, la critica dell’autore si ricollega alla maniera del Pensiero Tradizionale: “[…] l’orrore di un presente pervicacemente e ostentatamente stupido, alla ricerca delle ragioni storiche e culturali della fisionomia di un’epoca, la nostra, ormai sempre più illeggibile” (11). Pertanto, egli indica, mutuando categorie speculative evoliane e, ancor di più, guénoniane, nella modernità il problema – non potremmo essere più concordi e spiritualmente uniti in ciò – dell’Occidente. Già, poiché la critica di Corrias è totalmente incentrata sulle magagne della nostra parte di mondo, le quali, tuttavia, non risparmiano, come accennato, anche quella che un tempo era la “saggia” Asia (Ex Oriente lux si soleva dire), segnatamente nei casi della Corea del Sud e del Giappone, ma questo qui è un altro discorso che esula dai contenuti del libro in oggetto.

Ritornare al confronto intellettuale

La “barra dritta” nel titolo sta nella riscoperta di una sobrietà in una società ostile al contraddittorio: “Si tratta di fatto della scomparsa del logos, di quell’unico terreno, cioè, sul quale il confronto dialettico può avvenire fuori dai vicoli ciechi delle impressioni soggettive e strutturarsi invece su una base di oggettività condivisa, condannando in questo modo i singoli all’incomunicabilità e all’afasia” (14-15). In tal guisa, spiega Corrias, nasce quel soggetto antropologico esiziale dell’Homo Consumens: essere egotico e belluino; insomma una novella ferina specie umana incline a quella autoesaltazione che spinge a uno stato delirante da noi definito, “Anche tu Dio”. Viene puntato il dito sulla causa principale di tale scadimento del soggetto occidentale, vittima inconsapevole, ma complice, di una “un’era strutturalmente post-cristiana” (16), in cui un laicismo dilagante perverte la coscienza e nella quale specialmente la donna è divenuta una immorale figura predatrice, passando dal suo storico ruolo di madre e moglie, a quello di cortigiana oscillante dal basso all’alto livello. Senza remore di essere bollati come reazionari, siamo convinti della giustezza del fatto che in tutte e tre le religioni monoteiste, malgrado le arcinote differenze, il femminile sia puntualmente stato sorvegliato e, in taluni casi, vincolato, giacché esso ha il potere di scatenare le pulsioni ctonie che albergano in ogni maschio.

In ciascun capitolo del volume, sia in quelli più o meno densi, ricorre il motivo conduttore di una sana e giustificata invettiva, viviamo in  una società quantitativa, per dirla col filosofo ed esoterista francese René Guénon (1886 – 1951); argomento sontuosamente esplicitato in quella che è forse una tra le sue opere migliori: Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi (“Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps”, 1945) Invero, l’analisi offerta nel libro oggetto di questa nostra riflessione riprende in varie occasioni lo stile dell’erudito transalpino, con frasi di questo tipo: “pura meccanica biologica” (25), le quali ben sintetizzano quella atomizzazione sociale, triste marchio sulfureo della odierna collettività pressoché posseduta in modalità demònica dalla smania di una apparenza ostentata sui famigerati social network di immancabile provenienza statunitense. Leggendo questo lavoro, verrebbe da chiedersi se sia possibile inserirlo in una corrente politica che esprime un “Anticapitalismo di Destra” (12-13). A nostro avviso no, benché pare assolutamente lapalissiana la inimicizia di Corrias verso tutti i dogmi culturali di quella che era la sinistra di un tempo, poi riciclatasi in uno spurio progressismo. L’Illuminismo e i suoi innumerevoli cascami sociali – la rivoluzione dei costumi degli anni ’60 tanto per menzionarne uno eclatante – oppure più di recente l’inquietante fenomeno degli YouTuber, improvvisati e arroganti “professionisti del disvelamento” (32), vengono coraggiosamente messi alla berlina, visto che meritano di essere derisi secondo Corrias.

La soluzione sta nella Fede?

Purtuttavia, è l’assunto di base del libro ciò che ci convince di più, che vede il Cristianesimo come una “costruzione culturale” che accompagna l’uomo nel suo sviluppo nel tempo. Sarebbe a dire, che la religione, che si basi o meno su fatti storici attendibili, è sempre e comunque un elemento identitario, “genetico”. Da qui, la critica mossa a quel fenomeno dilagante del Neopaganesimo, con sedicenti accoliti che amano “idealizzazioni archeologistiche”.

Si incita, pertanto, a salvare il Cristianesimo: “[…] la forma della nostra civiltà (non necessariamente – si badi bene – in una prospettiva fideistica) significa non salvare Dio, ma salvare la nostra casa, quella dimora che per secoli abbiamo costruito ed adornato perché dentro potessimo conviverci armoniosamente, all’insegna del giusto, del bello, del vero e dell’utile” (42-43). Le qualità appena elencate sono la epitome di quel sistema valoriale messo in discussione dal “genderismo”. È possibile discernere in tale volontà di difesa identitario-spirituale il principale campo di battaglia dell’autore, il quale vede una evidente continuità in Europa tra mondo pagano e cristiano; ad esempio nel capitolo Transizione di civiltà (44-53), si ricorda come il Cristianesimo sia stato capace di sussumere il modello greco-romano. Nuovamente, ci troviamo in piena sintonia con tali affermazioni e, per converso, proviamo una certa avversione per un rinnovato e montante Neospiritualismo in Italia, propagandato da alcuni discutibili personaggi attivi nell’area del “Dissenso”.

L’artifizio democratico

Il libro in questione non manca di fermezza nel ricordare delle oggettività storiche, come quella affannosamente dibattuta che la  “Natura non è democratica” (al riguardo, una utile lettura può essere, Renzo Giorgetti, Demofagia, Chieti, Solfanelli, 2017), come invece vuole farci credere una “fenomenologia della rivoluzione” (54) menzognera, atta esclusivamente a celare la inadeguatezza dei regimi democratici sin dall’inizio del XX secolo. A sostegno della tesi, viene chiamata in causa la prestigiosa figura di Ugo Spirito (1896 – 1979) – pensatore gentiliano e “totalitario” – con la sua importante opera, Critica della democrazia (1963): “Non esiste il regime democratico, ma esistono tanti tipi di regimi democratici quanti sono i tipi di minoranze capaci di guidare le maggioranze”. In proposito, è quanto mai calzante riproporre una acutissima osservazione fatta da Charles de Gaulle (1890 – 1970), in una intervista del 5 marzo 1959, su quella che è, se si utilizza un minimo di ragione, la sola modalità di gestione del cosiddetto Multiculturalismo e delle, per l’appunto, minoranze, le quali possono andare bene: “Ma a condizione che restino una piccola minoranza. Altrimenti la Francia non sarà più la Francia” (“France est ouverte à toutes les races et qu’elle a une vocation universelle. Mais à condition qu’ils restent une petite minorité. Sinon, la France ne sera plus la France”). Corrias, in luogo di una scontata difesa razziale declinata nella salvaguardia della Nazione, suggerisce la riscoperta del valore coesivo della religione (35), messa da decenni a rischio dalle false libertà liberali propalate sovente dai tecnocrati della politica.

È necessario – secondo lui – non farsi ammannire nello stile di vita, partecipando supinamente al palcoscenico democratico (58) imposto, sposando la terminologia propria della Geopolitica Tradizionale europea (Karl Ernst Haushofer [1869 – 1946] e Carl Schmitt [1888 – 1985]), dalla Anglosfera, e sapientemente denunciato da Flavio Cuniberto in Strategie imperiali. America, Germania, Europa (2019). Il convincimento di questo studioso italiano sta nella protezione della Kerneuropa: quella area centrale del Vecchio Continente, intimamente refrattaria ai “dogmi della ideologia atlantica”. Una “zona di resistenza” – direbbe Corrias – ove si rifiutano draconianamente quei beni inessenziali che hanno, in modo sistemico, eroso l’animo e l’intelletto delle persone. Nuovamente, ci pare di sentire la eco di un discernimento di tipo evoliano, come in questo passaggio: “[…] l’orizzonte valoriale al cui interno si definisce il campo delle possibilità di azione [sic!] coerenti con l’idea condivisa di uomo e di mondo” (19).

In questo riuscito tentativo di denuncia in forma letteraria, si mette in luce la nefanda attività della Associazione per la Libertà della Cultura, nota anche con la sigla CCF (Congress for Cultural Freedom), creata inizialmente come lega anticomunista nel 1950. Nel 1967, emerse che in realtà fu fondata dalla CIA (Central Intelligence Agency), con il precipuo intento di portare avanti in modo segreto gli interessi degli Stati Uniti. Per far ciò, le venne artatamente fornita una immagine di copertura, includendo un cambio di nome: non più CCF, ma International Association for Cultural Freedom (IACF), arrivando a infiltrare sino a trentacinque Paesi, ricevendo fondi da grandi enti statunitensi come la Ford Foundation.

L’idea che stava alla base di tale struttura spionistica, giacché di questo si trattava e si tratta tuttora, era di trovare la maniera per ribaltare la democrazia borghese europea, per favorirne una omologata e, di conseguenza, facilmente manipolabile, puntando su nuovi, sedicenti “valori culturali”. Una siffatta macchina propagandistica è stata raccontata dall’australiano Peter Coleman nel suo, The Liberal Conspiracy. The Congress for Cultural Freedom and the Struggle for the Mind of Postwar Europe (New York, Free Press, 1989). Incredibile a dirsi, ma sono sovente gli stessi anglosassoni a disvelare gli orditi malefici del loro mondo; l’Europa altra rimane silente, supina e inutile al cospetto dello scenario internazionale.

Va da sé, che l’arte venne usata quale uno dei principali Cavalli di Troia per penetrare e alterare le menti. Si orchestrò una metodica sovversione del canone classico, avvalorando tesi come quella che Joseph Kosuth diede dell’Arte Concettuale: “Un’arte fondata sul pensiero e non più su un ormai frainteso ed equivoco ‘piacere estetico’” (109). Fortuna vuole che esista una solida fronda che lotta per smascherare la frode della contemporaneità, divulgando opinioni alternative nell’universo caotico dei media sociali, come fa risolutamente da qualche anno Alberto Melari (https://www.youtube.com/@albertomelari). D’altronde, non si parla neanche più di gusto, bensì di puro arbitrio, il quale manifesta il degrado in cui viviamo. Una faziosità pericolosa pensava Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1832): “Tutte le epoche di regresso e di decadenza sono soggettive; ma le epoche di progresso hanno invece un’impronta oggettiva”. Ritorna, allora, la utilità della visione di John Ruskin (1819 – 1900) che l’arte si “mostra onestamente” (“honestly shown”) all’occhio, essendo latrice di verità e integrità; una folgorante e perennemente valida risposta, quella del saggista britannico, al concettualismo astratto che domina la intelligentsia dal ’45 in poi, con la instaurazione dell’imperialismo americano.

Antiche ricette sempre valide

Per concludere, l’opera di Gian Matteo Corrias rispolvera, sebbene indirettamente, specifiche posizioni radicali del filosofo tradizionalista Julius Evola (1898 – 1974), e lo si evince con nitore dalle seguenti parole: “È precisamente in questa élite morale ed intellettuale che noi individuiamo oggi l’unica forza in grado di opporsi alla dissoluzione: nella determinazione individuale a edificarsi come presidi di resistenza, come roccaforti dei valori della civiltà occidentale, oggi rovesciata nella propria volgare parodia, sussiste oramai l’estremo argine catecontico al trionfo della falsificazione e del disordine. Solo l’incrollabile fiducia in una sapienza che è ‘stoltezza agli occhi del mondo’ potrà impedire (o almeno rallentare) un esito che ancora non vogliamo rassegnarci a ritenere ineluttabile” (190-191).

Il libro che abbiamo qui analizzato è in sostanza una sorta di manuale spirituale per evitare la fine, avvertendoci del pericolo: “Il sistema capitalistico sta morendo, ma muore trascinando con sé tutto l’Occidente” (50). Del volume condividiamo in larga misura gli indirizzi indicati, per ricostruire un mondo che possa tornare a produrre: “bellezza, equilibrio, grandezza” (37); ossia, dei punti assiali buoni, anzi eccellenti, per il singolo come per la collettività.

Riccardo Rosati

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