8 Aprile 2026
Tradizione celtica

I Celti e la transizione altomedioevale, seconda parte – Fabio Calabrese

Un regno pittico sopravvisse fino alla metà del IX secolo, quando fu definitivamente annesso al regno di Scozia e i Pitti si fusero con gli altri scozzesi. Va detto però che non svanirono senza lasciare traccia, ad esempio Alba, che è il nome con cui gli Scozzesi chiamano la Scozia  (conoscerete il famoso grido di battaglia “Alba Gu Brath”), era in origine il termine con cui i Pitti indicavano la loro patria.

E’ più o meno all’epoca di Drust I che avvenne la cristianizzazione della Scozia. Noi potremmo dire che per i Celti non sottomessi da Roma e, in genere per le popolazioni nord-europee che, si può dire come abbiamo visto, che non conobbero l’età antica, la cristianizzazione segna il trapasso al medioevo e il vero ingresso nella storia.

Tuttavia, occorre tenere presente che si trattò di un processo meno lineare e più complesso di quanto potremmo pensare, fatto di continui compromessi fra la nuova e le vecchie religioni.

E’ esemplare in questo senso il mito del Graal in cui si sono fuse una tradizione pagana e una cristiana e di cui, mi sembra che, sebbene esista una letteratura sterminata al riguardo, ben pochi abbiano saputo dare un’interpretazione corretta.

Ricordiamo che esso fa parte della leggenda arturiana. Artù ha perso il carisma regale in seguito all’incesto con la sorellastra Morgana e deve essere riconsacrato. La ricerca del Graal parte da qui. All’uopo occorreva ritrovare il calderone che era una parte fondamentale nella consacrazione dei re celtici (voi sapete che un calderone di questo genere che è giunto fino a noi, è il calderone di Gundestrup, ritrovato nello Jutland e oggi esposto a Copenhagen al Museo Nazionale Danese, sebbene ben pochi dubitino che si tratti di un oggetto di fattura celtica, probabilmente è giunto lontano dall’area celtica in seguito a una scorreria vichinga), d’altra parte la parola Graal viene dal latino gradalis che significa catino.

Che in un’epoca di incipiente cristianizzazione quest’oggetto sia stato confuso col calice dell’eucaristia, è proprio l’ultima cosa che possa stupire.

Ne avevo già parlato nelle conferenze degli anni scorsi, ma è un punto che è bene tornare a sottolineare. Come certamente sapete, non molto tempo addietro si è parlato molto del Graal in seguito alla pubblicazione del libro Il codice Da Vinci di Dan Brown (che tra l’altro col nostro genio rinascimentale non c’entra nulla), ebbene, non soltanto si tratta di un romanzo veramente brutto e scritto in evidente previsione della riduzione cinematografica, è più che altro una novelization, evidentemente sproporzionato al battage pubblicitario con cui è stato lanciato che ne ha fatto un fenomeno, o una speculazione planetaria, al punto che più brutta di così c’è stata solo la versione cinematografica in cui attori del calibro di Tom Hanks e Jean Reno sono riusciti a dare veramente il peggio di sé, ma da del mito del Graal una versione falsata e tendenziosa da cui si è voluto eliminare qualsiasi riferimento al mondo celtico.

Pare che la prima delle Isole britanniche a convertirsi al cristianesimo sia stata l’Irlanda, e ciò è tradizionalmente connesso alla figura, in realtà più mitica che storica, di san Patrizio. La pianta di trifoglio sarebbe diventata il simbolo dell’Isola di Smeraldo perché il santo si sarebbe servito di essa per spiegare a un re irlandese il concetto di trinità.

Ma anche qui le cose sono meno semplici e lineari di quel che potremmo pensare. Un articolo di April Holloway del febbraio 2014 su “Ancient Origins” ci attesta ad esempio, che le usanze funerarie furono per lungo tempo una mescolanza di elementi pagani e cristiani. L’articolo si riferisce in particolare a una ricerca condotta a Caherconnell, nella contea irlandese di Clare, da parte della Caherconnell Archaeology Field School. Gli scavi hanno evidenziato strutture a tumulo tipiche della tradizione pagana, dove però i defunti erano stati collocati senza corredo funebre e allineati in direzione est-ovest secondo l’usanza cristiana. La datazione al radiocarbonio ha permesso di collocare i resti tra la seconda metà del VI secolo e la prima metà del VII secolo, quindi in un’epoca in cui la cristianizzazione doveva essere almeno ufficialmente ben avanzata.

Sull’argomento della cristianizzazione dell’Irlanda, sempre su “Ancient Origins”, è tornato nell’ottobre 2023 un articolo di Robbie Mitchell, raccontandoci di un fenomeno cosmico che però potrebbe aver favorito il passaggio alla nuova religione anche in altre parti d’Europa. Carotaggi compiuti nella coltre glaciale della Groenlandia dal geofisico Dallas Abbot hanno rivelato che tra il 533 e il 540 dopo Cristo l’atmosfera del nostro pianeta è stata invasa da una grande quantità di polvere di origine extraterrestre. Il fenomeno è probabilmente da mettere in relazione con la cometa di Halley che nel 530 sarebbe comparsa nei nostri cieli facendo un passaggio molto ravvicinato al nostro pianeta. Le polveri immesse nell’atmosfera avrebbero schermato la luce solare, provocando abbassamenti delle temperature, riduzione della luce solare e perdita di raccolti. Tutto ciò avrebbe fatto sì che gli antichi Irlandesi, ma con ogni probabilità non solo loro, si sarebbero sentiti abbandonati dai loro antichi dei, e li avrebbe spinti ad abbracciare la nuova religione.

Se la transizione alla nuova religione fu un processo più complesso e meno lineare di quanto avremmo pensato in Irlanda, a maggior ragione potremmo fare una considerazione analoga per l’Inghilterra, dove abbiamo già visto che il mito arturiano del Graal deriva da una (con)fusione fra tradizioni pagane celtiche e cristiane. Come se tanto non bastasse, possiamo ad esempio ricordare che il culto della dea celtica Brigid, simboleggiata dalla caratteristica croce, sopravvisse trasformando la dea in una santa cristiana, santa Brigida.

Ma le cose sono probabilmente andate in maniera ancor più complicata di così. Nel libro Alla scoperta del mistero di re Artù di cui vi ho parlato più sopra, Steve Blake e Scott Lloyd riferiscono due leggende che si rifanno al periodo di questa transizione, in una un santo monaco venuto ad evangelizzare i britanni cede alle lusinghe di una dea pagana e finisce per accoppiarsi con lei, con il che vediamo il concetto di sincretismo fra la vecchia e la nuova fede trasformarsi addirittura in un rapporto carnale. Nell’altra, che è praticamente speculare alla prima, vediamo invece una dea pagana che, minacciata dall’esorcismo di un monaco, chiede invano l’aiuto di re Artù, ed è forse la più notevole delle due, perché ci mostra che, nonostante la cristianizzazione, Artù era percepito come un leader anche spirituale dei Britanni, e quindi anche di quel che rimaneva del loro paganesimo.

D’altra parte, è un tratto non solo britannico, ma che si ritrova un po’ in tutta l’Europa medioevale, quello per il quale le antiche divinità pagane non erano considerate entità immaginarie, ma viste come demoni, o al contrario, assimilati ai santi cristiani.

Forse potremmo pensare che nel mondo celtico romanizzato, dove se la celticità si mantenne, lo fece in forme sommerse come un fiume sotterraneo, lasciando poche tracce del suo dissolversi nel mondo romano, le cose stessero in maniera del tutto diversa, ma le cose non andarono così, e ne abbiamo una riprova molto vicino a noi.

a Polazzo in provincia di Gorizia è il cosiddetto Sass de San Belin, un enorme monolito calcareo che domina la sottostante pianura isontina e osservato da lontano ricorda la testa di un uomo. Controversa nel senso che è dubbio che si sia trattato, come vuole la tradizione locale, di un gigantesco altare dedicato al dio celtico Belenus (l’equivalente cisalpino di Lug, la maggiore divinità del pantheon celtico) o di una formazione naturale adibita a esigenze di culto in ragione della sua forma inconsueta, eventualmente con qualche adattamento a opera di mani umane, un po’ come il circolo megalitico tedesco di Externsteine.

E’ interessante notare quel San Belin che rimanda a una commistione sincretistica tra paganesimo e cristianesimo, con l’identificazione di divinità celtiche coi santi cristiani. E’ avvenuta la stessa cosa che abbiamo visto per  Brigid-santa Brigida e la cosa non può essere motivo di stupore, ricordiamo che nel 380 l’imperatore Teodosio emise l’editto di Tessalonica che imponeva il cristianesimo come religione unica dell’impero e arrivava a comminare la pena di morte a chi osava continuare a onorare gli antichi dei. Continuare a farlo mascherandoli da santi  cristiani dovette sembrare a molti la soluzione più ragionevole.

Con un curioso parallelismo, potremmo dire che è un po’ la stessa cosa che fecero a partire dal XVI secolo gli schiavi africani rapiti dalle loro terre e portati nelle Americhe, cristianizzati a forza, che continuarono a venerare i loro dei ancestrali, gli Orisha, travestendoli da santi cristiani, e dando vita alla cripto-religione conosciuta come vudu nell’area caraibica, e candomblè in Brasile.

A ben guardare, però, queste commistioni che ci appaiono stravaganti si sono verificate un po’ dappertutto. Potremmo dire che il cristianesimo dei primi secoli è stato, piuttosto che un monoteismo in senso stretto, un enoteismo, cioè si adora un solo Dio, ma si ammette l’esistenza di altri, visti perlopiù come demoni.

Qui il discorso rischia di ampliarsi enormemente, perché, ad esempio, una tradizione simile si ritrova anche nella Divina Commedia di Dante Alighieri, e certamente ricorderete che nel 2021, in occasione dei settecento anni dalla morte del poeta, ho dedicato in questa sede una conferenza a mettere in luce le sorprendenti analogie fra la concezione di Dante e la tradizione celtica e druidica.

In un contesto simile, può forse sembrare strano che una delle più potenti forze spirituali dell’Europa altomedioevale dovesse rivelarsi il monachesimo irlandese, ma a mio parere la spiegazione di questo apparente paradosso si spiega per il fatto che sia il testardo paganesimo sopravvissuto più a lungo di quanto penseremmo sotto spoglie cristianizzate, sia l’adesione convinta alla nova fede che si è espressa nella cultura monastica, sono entrambe manifestazioni dello stesso spirito celtico, profondamente inclinato verso la mistica e la ricerca dei destini ultraterreni.

La storia del monachesimo irlandese inizia ufficialmente con la cristianizzazione dell’Irlanda verso la fine del V secolo, attribuita a san Patrizio, sebbene esisterebbero prove che il culto cristiano sia stato introdotto nell’Isola Verde in epoche precedenti, in particolare da san Palladio primo vescovo d’Irlanda che lo avrebbe preceduto, ma qui è indispensabile capire una distinzione di competenze che ha accompagnato il cristianesimo fin dai primi secoli. I vescovi e il clero secolare si sono occupati dell’evangelizzazione delle città, mentre il clero regolare, i monaci, si occupavano delle campagne. In un ambiente prettamente rurale dove l’urbanesimo era pochissimo sviluppato, come era l’Irlanda all’epoca, erano questi ultimi ad avere un’importanza preminente.

La data ufficiale d’inizio del monachesimo irlandese è il 444, quando san Patrizio avrebbe fondato il primo monastero dell’Isola ad Armagh nell’Ulster.

Al santo destinato a diventare patrono dell’isola, è attribuita anche la creazione di due importanti simboli dell’Irlanda, la croce celtica e l’uso del trifoglio come simbolo dell’Isola di smeraldo. La prima nacque dalla fusione del simbolo cristiano della croce con un motivo circolare che da sempre caratterizzava la simbologia celtica. Il trifoglio fu invece elevato a simbolo dell’Isola perché tradizionalmente si narra che Patrizio si servì di questa piantina per spiegare a un re irlandese il concetto di trinità.

La figura più importante del monachesimo irlandese, però, fu probabilmente san Colombano, è infatti a opera di questi che, dopo aver convertito l’Isola, il monachesimo irlandese cominciò a espandersi prima nelle Isole Britanniche, poi nell’Europa continentale, fenomeno a cui egli diede l’avvio con la fondazione di un monastero in Scozia. Dopo di ciò, egli passò alla creazione di monasteri nel regno franco. Per primo fondò nella Franca Contea  nel 591-592 il monastero di San Martino ad Annegray, sul sito di un’antica fortezza romana, poi quello di San Pietro a Luxeuil a circa 8 miglia a sud-est, nell’odierna Luxeil-les-Bains nel 593 e infine quello di San Pancrazio a Fontaines, vicino ai primi due.

In seguito passò nell’attuale area elvetica, dove fondò nel 611 il monastero di sant’Aurelia a Bregenz sul lago di Costanza, e nel 613 l’abbazia di San Gallo, e quindi in Italia dove fondò l’abbazia di Bobbio, e morì nel 615.

Dal momento che Roma, come centro dell’impero era stato l’epicentro della diffusione del cristianesimo almeno riguardo alle province occidentali, può sembrare strano che monaci irlandesi venissero da noi a evangelizzare gli Italiani, eppure Colombano non fu il solo, si ricorda ad esempio san Donaugh, il cui nome è oggi tramandato dalla località di San Donà di Piave.

In Germania, l’attività dei monaci irlandesi, che col tempo mostrarono la tendenza a fondersi con i Benedettini, fu particolarmente intensa. L’ultimo monastero irlandese in Germania fu chiuso nel 1862.

Tuttavia, quello che è rimasto il personaggio più popolare di questo florilegio di attività religiosa fu probabilmente san Brandano, protagonista di un leggendario viaggio verso occidente nel corso del quale avrebbe raggiunto le Americhe ben prima di Colombo. Il manoscritto della Navigatio Sancti Brendani che racconta questo viaggio infarcendolo di incontri con creature mitiche era destinato a diventare un elemento importante dell’immaginario medioevale, e ha probabilmente influenzato la Divina Commedia di Dante. Ne ho parlato nel 2021 in una conferenza tenuta in questa sede in cui in occasione dei settecento anni dalla morte del Poeta, ho ricordato i legami fra Dante e il mondo celtico. In quell’occasione, gli amici del Triskell crearono la crasi Bran-Dante.

Noi tendiamo talvolta a pensare che, tranne che per quanto riguarda la Scozia e l’Irlanda, il celtismo sia una fase storica conclusasi nell’antichità con la conquista romana, fino alla sua riscoperta da parte del neo-celtismo moderno. Questa panoramica storica dimostra che in realtà le cose non sono proprio così, e che quella celtica è una delle più robuste radici del nostro essere europei.

NOTA: Nell’illustrazione, san Patrizio che sarebbe stato il principale artefice della cristianizzazione dell’Irlanda.

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