17 Luglio 2024
Fantascienza

Narrativa fantastica, una rilettura politica, trentacinquesima parte – Fabio Calabrese

È purtroppo giocoforza che questa serie di articoli proceda in modo altalenante. Come avete visto, dopo un esame delle varie letterature fantastiche nazionali, italiana, tedesca, francofona, iberica e latinoamericana, slava e russa, nelle quali credo di aver dato ampia dimostrazione del fatto che l’attuale preminenza mondiale in questo campo degli autori di lingua inglese non è dovuta al fatto che costoro siano particolarmente inclinati per questo genere di narrativa, ma unicamente al predominio mondiale assunto da una potenza di lingua inglese, gli Stati Uniti d’America, e che altre letterature avrebbero avuto, in un altro contesto, altrettante possibilità, sono tornato a una analisi del fantastico per generi, rendendomi conto che il discorso al riguardo era ben lontano dall’essere esaurito.

A questo riguardo, resta senz’altro qualcosa da aggiungere.

Come credo di avervi fatto notare, il discorso non è prettamente letterario, ma ha una precisa valenza politica, come si può notare da due cose: primo, che ogni forma di fantastico diverso dalla fantascienza (e potremmo aggiungere, scrupolosamente a mitologia progressista) era bandito nei Paesi dell’ex impero sovietico, e secondo, dall’odio che i “compagni” non hanno mai smesso di dimostrare per alcuni dei più importanti autori del fantastico: George Orwell, Jorge Luis Borges, H. P. Lovecraft, Robert Howard, John R. R. Tolkien, nonché alcuni autori fantascientifici come Alfred E. Van Vogt e Robert Heinlein.

Tornando dunque all’analisi del fantastico per generi, non si può non notare come la convenzionale tripartizione in fantascienza, fantasia eroica, horror, sia del tutto insufficiente. Abbiamo già visto che occorre quanto meno aggiungere i generi dell’utopia (oggi presente soprattutto come distopia o utopia negativa, perché diciamocelo francamente, guardando al futuro l’umanità odierna ha più motivi per considerare le cose con angoscia che non con speranza) e dell’ucronia, ossia “la storia scritta con i se”.

Ma il discorso non finisce certo qui.

Caso vuole che veniamo a parlare di due autori, e dei generi fantastici a essi collegati, particolarmente invisi alla sinistra, il “gentiluomo di Providence” H. P. Lovecraft, verso cui recentemente si sono sprecate le accuse più assurde, a cominciare da quella di razzismo, e il suo amico e discepolo Robert E. Howard, creatore dell’eroe fantastico Conan.

Parliamo, è ovvio, di due autori statunitensi, ma bisogna notare che H. P. Lovecraft era lo statunitense meno yankee che possiamo immaginare, con uno sviscerato amore per la Nuova Inghilterra, le sue cittadine della cui architettura era un ammiratore entusiasta, del suo passato coloniale, che detestava l’America delle città tentacolari, di cui ha fatto un ritratto spietato nel racconto Orrore a Red Hook, e non dimentichiamo neppure il giudizio assolutamente tranchant che Lovecraft, scrittore dell’orrore, ma amante della bellezza e innamorato della classicità, ha pronunciato riguardo a quella che siamo soliti chiamare arte moderna e che qualcun altro, al di là dell’Atlantico rispetto all’America, e al di là del Reno, ha chiamato forse più appropriatamente, arte degenerata.

Sorprendentemente, anche Howard appare poco yankee. Robert Howard era, se non come sangue, letterariamente legato al mondo celtico, di cui il suo eroe Conan è in fondo una sintesi, The last Celt (L’ultimo celta) è il titolo della biografia che il critico Glenn Lord gli ha dedicato, e “Cromlech” è in nome della principale rivista di studi howardiani.

Di H. P. Lovecraft mi sono occupato spesso, posso dire di considerarlo uno dei numi tutelari della parte narrativa della mia attività come autore, di avere all’attivo ben cinque antologie di racconti che si inseriscono nel “canone” creato da Lovecraft: Nel tempio di Bokrug, Sulle orme di Alhazred, Progenie degli abissi, Il segno di Yog Shotot, Alla ricerca di Kadath, tutte edite dalla Dagon Press di Pineto (Teramo). Penso si tratti di un record difficilmente superabile, e a livello non solo italiano, ma non è detto che mi fermi qui.

Che il “canone” lovecraftiano, più che un canone costituisca un vero e proprio quarto genere di narrativa fantastica, distinto dall’horror tradizionale, oltre che dalla fantascienza e dalla fantasia eroica, è un concetto che ho ripetutamente sostenuto nelle introduzioni di queste antologie, ma anche e soprattutto nell’ampio saggio La narrativa del mistero cosmico, pubblicato nell’antologia Il segno di Cthulhu (Fanucci 1986) e poi ripubblicato nell’antologia Sulle orme di Alhazred (Dagon Press 2014).

Nella tradizione della narrativa dell’orrore classico l’elemento centrale è sempre un elemento umano, di un’umanità deformata e resa mostruosa: spettri, vampiri, streghe, lupi mannari. Lovecraft invece, avvicinando l’horror alla fantascienza, vede come fonte dell’orrore e della paura un elemento alieno che ci appare terrificante in ragione della sua estraneità all’uomo, delle dimensioni con le quali ci trascende, che è rispetto a noi come l’uomo si pone nei confronti delle formiche.

Le mostruose creature che compaiono nella sua mitologia immaginaria sono letali per l’uomo proprio in ragione della loro indifferenza, come un uomo che schiaccia inavvertitamente un insetto. La stessa magia, le formule, gli incantesimi che compaiono in queste storie e che sono spesso contenute in un libro proibitissimo, il Necronomicon messo al bando da tutte le religioni ufficiali, hanno ben poco a che fare con il soprannaturale classico, ma sono efficaci nel mettere in contatto gli incauti che li adoperano con queste terrificanti “divinità aliene”. Per questi motivi H. P. Lovecraft è considerato un “Copernico della letteratura”, secondo la definizione che ne ha dato il critico Dirk Mosig, padre di un horror non antropocentrico.

Sarà forse il caso di evidenziare però il fatto che Lovecraft, destinato a sua volta a diventare un maestro ed un punto di riferimento per tutta la tradizione dell’horror a lui successiva, recepì l’influenza di diversi altri autori, fra cui spiccano, oltre al grande, grandissimo maestro Edgar Allan Poe, Arthur Machen e lord Dunsany.

Arthur Machen divenne per lo scrittore di Providence un riferimento costante, gli fornì alcuni concetti fondamentali che Lovecraft sviluppò in quasi tutta la sua produzione narrativa, come quello di un orrore alieno che si infiltra inosservato fra le pieghe della realtà quotidiana, fino a rivelarsi all’improvviso con manifestazioni agghiaccianti.

L’influenza di lord Dunsany invece si riscontra in un gruppo limitato di racconti nei quali Lovecraft sembra quasi aver prestato la sua penna all’autore irlandese; storie che si staccano in maniera molto netta dal resto della produzione del maestro di Providence, nelle quali sull’orrore prevale il senso di meraviglia ed un estetismo delicato e calligrafico, tutte composte in un arco di tempo relativamente breve, il cosiddetto “periodo Dunsany” di Lovecraft.

Un altro autore che probabilmente ha avuto una grande influenza su Lovecraft, è stato William Hope Hodgson. Questo scrittore, caduto prematuramente sui campi di battaglia della prima guerra mondiale, è stato autore di un romanzo, La casa sull’abisso, dove quella che all’apparenza è una tranquilla casa di campagna nella brughiera è invece un luogo di frontiera con misteriose dimensioni “altre” da cui compaiono inquietanti presenze, ed è oggetto di bizzarre distorsioni temporali, ma sono soprattutto i romanzi e i racconti “di mare” che devono aver influito su Lovecraft, storie in cui l’oceano, sconosciuto per tutto ciò che si cela al disotto della superficie, diventa il luogo dell’ignoto e dell’orrore per eccellenza. Fra questi, il più noto, e forse il migliore, è The Boats of the Glen Carridge (edizione italiana: Naufragio nell’ignoto, edito da Fanucci).

In questo saggio piuttosto ampio (e permettetemi di usare il termine saggio piuttosto che articolo, nell’edizione Fanucci si sviluppava per 37 pagine, quasi un terzo del volume che era, a differenza di quello pubblicato dalla Dagon Press, un’antologia di più autori), ho delineato una vera e propria cronistoria del genere, analizzando precursori, contemporanei, epigoni e continuatori di H. P. Lovecraft.

In realtà, devo ammettere che stendere questo lavoro non è stato troppo difficile, perché ho potuto disporre di due guide importanti: il saggio dello stesso Lovecraft L’orrore soprannaturale nella letteratura, (di cui esistono svariate versioni, è stato pubblicato sia nelle Opere complete delle edizioni Sugar, sia come testo indipendente) e l’antologia I miti di Cthulhu a cura di August Derleth. Quest’ultima, pubblicata dopo la morte di Lovecraft, raccoglie l’opera di precursori, contemporanei e continuatori, i cui scritti sono inseribili nel “canone” lovecraftiano.

August Derleth è stato molto criticato in ragione del suo maldestro tentativo di raccordare l’universo non antropocentrico di Lovecraft alla mitologia cristiana, ma bisogna comunque riconoscere che senza la Arkham House, la casa editrice da lui fondata assieme a Donald Wandrey precisamente allo scopo di salvarla, l’opera letteraria di Lovecraft che per tutta la vita pubblicò sulle riviste pulp e non ebbe mai il piacere di vedere una parte dei suoi lavori raccolti in volume, essa sarebbe potuta sprofondare nell’oblio.

Nel dare un titolo al mio saggio, ho preferito usare il termine Mistero piuttosto che Orrore perché mi pare rendesse meglio il senso dell’universo lovecraftiano, la sua grandiosa estraneità all’uomo e agli interessi umani.

Forse ci sarebbe ancora un capitolo da aggiungere a La narrativa del mistero cosmico, quello degli outsider, ossia di coloro che, provenienti da tutt’altra area e forse senza averne l’intenzione, hanno dato un contributo alla narrativa del mistero cosmico.

Metterei prima di tutti il grande autore argentino Jorge Luis Borges. Il caso è interessante, Borges fece su Lovecraft un commento non proprio elogiativo su Lovecraft, definendolo “Un involontario parodista di Poe”, poi, forse pentitosi dell’asprezza di questo giudizio, scrisse anch’egli un racconto “lovecraftiano”: There are more Things.

Accostare John R. R. Tolkien a Lovecraft, a qualcuno potrà sembrare addirittura blasfemo, eppure c’è una poesia di Tolkien in cui si parla di mostruose e misteriose creature sotterranee, i Mewlips, che suona molto “lovecraftiano”, e con un ironico finale, “Tu li vai a trovare, e i Mewlips han da mangiare”. L’autore del Signore degli anelli aveva forse un lato “nero” che non ha sfruttato nella sua opera.

A questo riguardo, vorrei ricordare che io stesso, da buon emulo di entrambi, ho scritto un racconto di horror, I cinque anelli, ispirato come trama al mondo di Tolkien (ha avuto due edizioni, una Dagon Press del 2014 nell’antologia Sulle orme di Alhazred, e una Edizioni Scudo nell’antologia Primavera sacra e altri incantesimi), come sottotitolo mi sono permesso di mettere Se il Signore degli anelli invece di John R. R. Tolkien, l’avesse scritto H. P. Lovecraft.

Un outsider forse involontario ma certamente di pregio, è stato Fritz Leiber, in particolare nel racconto I sogni di Albert Moreland, dove uno scacchista è costretto a giocare in sogno, notte dopo notte, una partita con una mostruosa entità aliena. Egli sa che se sarà costretto a prendere un certo pezzo, perderà la partita (un esempio di quel che nel gergo degli scacchisti si chiama gambit). Alla fine scompare, e l’amico cui aveva raccontato i suoi sogni trova nel suo letto una statuetta identica al pezzo che aveva descritto. Il racconto non menziona la mitologia di Cthulhu, ma ha un sapore fortissimo di Cosmic horror.

Fino al 2016 i World Fantasy Award, gli oscar, potremmo dire, del fantastico, assegnati annualmente negli Stati Uniti, portavano l’effige di H. P. Lovecraft, che a partire da quell’anno è stata rimossa a seguito di una sinistra levata di scudi. Il motivo? L’accusa – ovviamente infondata – contro Lovecraft di razzismo? Razzista Lovecraft? Spulciando con pignoleria i suoi scritti, si trovano espressioni che possono suonare razziste, ma sono semplicemente tipiche della cultura della prima metà del XX secolo, e si possono trovare in tutti gli scrittori di quel periodo. Lovecraft ebbe diversi amici ebrei: Wilfred W. Talman che all’indomani della sua morte gli dedicò un commosso ricordo, e Robert Bloch, l’autore di Psycho, che fu un suo discepolo, e alla notizia della sua morte scrisse: “Se avessi saputo delle condizioni in cui si trovava, mi sarei trascinato sui gomiti pur di essere al suo capezzale”.

Ma quel che più conta, sono le testimonianze concordi di tutti coloro che l’hanno conosciuto: H. P. Lovecraft era un gentiluomo che non avrebbe mai trattato meno che con cortesia chiunque con fui fosse entrato in rapporti, a prescindere dalle sue origini.

No, semplicemente la levata di scudi contro Lovecraft è stata una delle prime avvisaglie di quel “Cancel Culture” che altro non significa se non – letteralmente – cancellare la cultura. La sinistra odia Lovecraft, un motivo in più per tenercelo caro.

Rivedete un po’ quello che vi ho spiegato nella trentaduesima parte. Vi ho spiegato, richiamando il contrasto fra i giudizi di Giuseppe Lippi e Alex Voglino, che la questione si può risolvere considerando l’heroic fantasy e la Sword and Sorcery due generi distinti, e a questo punto il quarto genere non ci basta più, dobbiamo quanto meno ipotizzarne un quinto, la Sword and Sorcery, appunto, che ha in Robert Howard e nel suo eroe Conan gli esempi più paradigmatici, e del pari abbiamo visto, ben dimostrata da Alpers e dalla Vonarburg, l’ostilità verso Howard non meno che verso Lovecraft, da parte della sinistra. Né avremmo potuto aspettarci che le cose stessero diversamente, essendo Conan praticamente il prototipo dell’eroe virile, intrepido e inconfondibilmente indoeuropeo e, come nel coso di Lovecraft, è un motivo in più per tenercelo caro.

Il discorso, se vogliamo, è un tantino più complesso, perché Howard, oltre che un maestro della Sword and Sorcery è stato anche un amico e discepolo di Lovecraft, e ha dato il suo contributo, con diversi racconti, che costituiscono il Ciclo di Cthulhu nell’ambito della sua opera, all’horror “lovecraftiano”. Tra questi, La pietra nera, incluso nell’antologia I miti di Cthulhu curata da August Derleth.

Finché esistette, la rivista “Weird Tales” (“Racconti arcani”) fu la palestra in cui maggiormente si cimentarono sia Lovecraft sia Howard, che sono ricordati come due dei “tre moschettieri di Weird Tales”, il terzo è stato Clark Ashton Smith, un abile narratore di storie “nere” e un raffinato stilista, ma forse meno innovativo dei suoi due colleghi. H. P. Lovecraft ne ha fatto comunque il personaggio di un suo racconto, L’immagine senza nome, trasformandolo nel “gran sacerdote” Klarkash-ton.

Quarto genere, quinto genere, ma sappiamo che c’è anche dell’altro: utopia (soprattutto distopia, utopia negativa), ucronia, ma anche quel fantastico razionale basato su paradossi e labirinti di cui Jorge Luis Borges ci ha dato un inimitabile esempio. Le sfaccettature sono tante, e il tesoro della libertà immaginativa resta attingibile a chi non si lascia omologare dal sistema.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra H. P. Lovecraft come compare sulla copertina della sua biografia Io sono Providence di S. T. Joshi, al centro una caricatura dei “tre moschettieri” di “Weird Tales”, H. P, Lovecraft, Robert Howard, Clarck Ashton Smith, a destra Robert Howard.

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