10 Maggio 2024
Breviario Ribelle Cultura

La bruttezza è politica – Roberto Pecchioli

Mi piace passeggiare per la vicina città di Savona. Non è bellissima, ma il suo centro storico a due facce, una medievale e l’altra ottocentesca, napoleonica e sabauda, è piacevole e pieno di vita. Lo sfondo è il mare, le grandi navi del porto, la Torretta simbolo cittadino e, in darsena, la piacevole modernità dei grattacieli azzurrini un po’ sghembi disegnati da Ricardo Bofill.

Purtroppo, due opposte bruttezze deturpano Savona, almeno ai miei occhi. A ponente, l’enorme mole di pietra scura della fortezza Priamar, incombente, inquietante, quasi senza finestre. Addossato al torrente Letimbro, il palazzo di giustizia in cemento a vista, brutalista, caratterizzato da grandi vetrate affumicate, uno strano triangolo scaleno a punta, sopraelevato rispetto al piano stradale. Potrebbe essere indifferentemente la sede di un’assicurazione o un edificio di abitazione postborghese. Nessun indizio che si tratta del tempio della giustizia umana, un pugno nello stomaco in un’area ottocentesca.

In entrambi i casi, la bruttezza è politica, ossia voluta, perseguita. La fortezza fu eretta a metà del secolo XVI dai genovesi per schiacciare la città rivale e riottosa. Il centro, compresa la cattedrale, venne raso al suolo, il porto interrato; la popolazione crollò, sorvegliata da un’imponente guarnigione della Repubblica di San Giorgio. I cannoni non erano puntati sul mare ma sulla città, affinché i savonesi ricordassero in ogni momento la loro condizione di sconfitti. La bruttezza del Priamar rappresentava la paura e la dominazione.

Nel caso del moderno palazzo di giustizia- accompagnato all’inaugurazione da fiere polemiche- la bruttezza è figlia della sciatteria contemporanea, dell’incapacità di esprimere un modello di società: un semplice contenitore, in questo caso di uffici giudiziari e aule di processi. Nessun cenno alla dignità della funzione. Del resto, ovunque le nuove chiese tutto sembrano fuorché la casa di Dio: nessuna pretesa artistica, poche o nulle le allusioni allo spirito, al cielo, una croce da qualche parte, più segnaletica che simbolica. Alcune somigliano a nonluoghi nel senso di Marc Augé, centri di transito provvisorio, snodi senz’anima di una civilizzazione ingrigita.

La bruttezza si è impadronita delle città e dei paesaggi. L’ esempio più triste sono i chilometri di edifici senza forma, capannoni industriali, spesso dismessi, esposizioni commerciali e centri di vendita che fiancheggiano le strade di accesso alle città, prolungamenti delle aree urbane, periferie informi di periferie a loro volta brutte, talvolta cresciute come rizomi, altre volte simili alle città morte dei film western.

Bruttezza come cifra sottoculturale del tempo, riflessa nella postura e nell’abbigliamento, pantaloni strappati, maglie e felpe con ghirigori o frasi in globish, cappucci. Tutto con il marchio, però, per conferire un’identità surrettizia a masse trasformate in greggi transumanti. Abiti indossati da un’umanità- quinto stato, assai lontana dal tramontato decoro borghese, dallo sfarzo aristocratico, dalla dignità popolare splendidamente rappresentata dal quadro Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Perfino i simboli pubblici sono brutti. Pensiamo all’emblema della Repubblica Italiana, un misero ingranaggio dentato con al centro una stella stilizzata e ai lati foglie d’ulivo e di quercia. Qualcuno può emozionarsi o immaginare un destino storico per ciò che rappresenta? Retorica dell’antiretorica, come il rinnovato emblema della Spagna, che sostituisce il precedente, ricco e splendido. Si tratta di un disegnino che sembra fatto a mano libera da qualcuno non troppo dotato nelle arti figurative. Chi lo ha ideato afferma che ha lo scopo di “ridurre lo stress visivo”. Ovvero, deve abituare alla sciatteria, al brutto e all’assenza di un progetto di futuro alto, condiviso. La post modernità è implacabile nella sua corsa al brutto, vincente in quanto sostenuta da un formidabile apparato di propaganda e assuefazione.

Le società aperte (K. Popper) e fluide (Z. Bauman) , passate allo stato gassoso, generano mostri nel senso letterale del termine: brutture. Il mondo è al contrario anche sotto il profilo estetico. Istituzioni secolari di enorme forza simbolica vengono svuotate di contenuto, mutate o mascherate, secondo i disegni di lobby, sette, circoli oligarchici, minoranze e “filantropi” dediti alla creazione della perfetta distopia. Il caso spagnolo è singolare poiché è al potere un grumo mortifero di estremisti del progressismo, vetero comunisti e femministe radicali. Le campagne pubbliche esprimono lo squallore delle case, dei paesaggi urbani, delle vite e dei corpi che mostrano, come la giovane donna strafatta con una bottiglia in mano testimonial della campagna contro la violenza che dice “ sola e ubriaca voglio tornare a casa”. Ben povero progetto di vita, tra soffocanti atmosfere rarefatte, la disperazione di muri scrostati e la celebrazione della solitudine, del ghetto e dell’isolamento. Il rifiuto del bello e dell’armonia traspare dal look , dalle opere e dagli stili di vita delle provvisorie stelle della musica giovanile. Una bruttezza ricercata e quindi politica. Non è innocua, né casuale. Agisce goccia a goccia penetrando l’anima, minando lo spirito. Abbrutisce progressivamente, allo stesso modo in cui muore una rana bollita: gradualmente, adattandosi alla temperatura senza rendersi conto del pericolo.

 L’usurpazione del bello altera il bisogno di forti aspirazioni e di elevazione a cui è chiamata la specie umana. Parlano di “rendere visibili le realtà”, porre fine a ciò che è “normativo” (???) , ma rubano la capacità di sforzo, di miglioramento, di reazione. Spingono in basso, rendono inoperanti, impotenti, privi di aspirazioni. La bruttezza diventata sfondo, panorama, disattiva la percezione della demolizione della società e il conseguente declino di civiltà. La bellezza costa fatica, però scuote, sorprende, travolge, costringe a levare in alto anima e sguardo. La bellezza predica. Ne La fine di una storia di Graham Greene il protagonista chiede “ La gente ama ancora Dio, vero? Tutta la vita, senza vederlo.” Non è così: ci ha donato la bellezza perché potessimo scorgerlo. La bruttezza spegne ogni scoppio di vitalità, è acqua gelata sul fuoco del sacro, lascia l’uomo solo, timoroso della grandezza, codardo della libertà. Uno svuotamento mascherato da molti “ismi”, buonismo ed egualitarismo su tutti. Perdute tradizioni e miti, esuberanza e liturgia, eroismo e sacralità della natura, santi e mistero, restiamo ricoperti di stracci, atomi presuntuosi imbottiti di oggetti, gadget e diversioni chiamate divertimenti. Incapaci di riconoscere un destino, una radice, un nemico o una patria. Emblematico è il declino dell’arte, derubricata a “installazione “ o “ creatività”. La sua capitale da Parigi si è trasferita a New York affinché l’arte diventasse pura merce, un prodotto di intrattenimento che nasce e muore come tale. Quando non è provocazione fine a se stessa o happening, diventa un prodotto in più per la speculazione, un investimento per pagare meno tasse. Cessa di essere il mezzo privilegiato per trasformare vite, rivelare verità, allargare orizzonti. Nel momento di lotta spirituale che viviamo, in tempi in cui il male è di casa e l’offensiva contro tutto ciò che è naturale grande e positivo nell’essere umano trova nuovi varchi verso il basso e il volgare, dobbiamo pensare alla bellezza come a un dovere. Non si tradisce il bello senza che il vero rimanga indenne. La controrivoluzione spirituale necessaria, se mai avverrà, sarà estetica oppure non sarà.

Resta imprescindibile la lezione di Roger Scruton, in particolare rispetto all’estetica dell’architettura, così importante in quanto l’uomo vive, si muove, agisce nel paesaggio urbano. La funzione eminentemente pratica degli edifici simbolici è di essere “ciò che ci ricorda che siamo insieme e insieme dobbiamo camminare sotto un’obbedienza condivisa”. Per Scruton l’architettura moderna esprime l’irreligiosità della città moderna. Se Dio è conoscibile, allora ha un volto. Lo stesso vale per gli esseri umani. Ma gli edifici più caratteristici dell’architettura moderna sono senza volto.

 Il culto dell’uniformità è generalizzato. I grattacieli hanno facciate le cui finestre si limitano a riflettere l’ambiente circostante. Invece di prestare il proprio volto distintivo alla sfera pubblica, offrono solo una sorta di servile anonimato. Sono il riflesso di una civiltà narcisistica che si specchia in se stessa. La mancanza di caratteristiche proprie negli edifici moderni è ciò che li fa percepire come brutti. Nella migliore delle ipotesi, esibiscono trucchi e forme sorprendenti dell’incongruo e dell’inaspettato, una delle varianti dell’irreligiosità uniforme, radice del tempo. Del tutto diversi sono i modelli architettonici classici. Roger Scruton scrive che gli elementi costruttivi romani – arco, edicola, colonna addossata, pilastro, volta e cupola – possono essere visti come tentativi di preservare la presenza sacra della colonna nel contesto di vita civica. La colonna classica è un eccellente esempio di elemento costruttivo che ricorda la forma umana. Analogo a un corpo umano eretto, non è il riflesso di un sé che osserva se stesso, ma incarna il senso di comunità. Lo fa esibendo una forma simile a quella umana, situata accanto agli umani nella città che sostiene.

La verticalità degli edifici più alti attua un altro tipo di imitazione, con effetto negativo contro la città umana. La verticalità del grattacielo può somigliare alla forma umana, ma l’altezza è imparagonabile. Si eleva così tanto al di sopra di noi che non funziona come riflesso di una comunità, bensì come monito della volontà di potenza dei dominanti. La colonna è un po’ più alta di noi per ispirare la comunità a diventare più nobile. L’altezza dei grattacieli è così smisurata ed eccessiva da farci sentire piccoli e insignificanti. Per contrasto, trascina in basso. L’ assenza di volto è la caratteristica più inquietante nei giganti di vetro e cemento. “La nuova città è una città in cui le facciate di vetro riflettono il loro reciproco vuoto nelle strade che muoiono nella loro ombra. L’assenza di un volto è anche assenza di Dio. Sul monte Sinai Dio diede a Mosè non solo i Dieci Comandamenti e la Legge, ma anche il disegno del Tempio” . Venezia è invece il luogo in cui si fondono in forma stupefacente bellezza e immaginazione religiosa. La città è un’opera prodigiosa dell’intelligenza umana, una visione dell’eternità che sorge come Venere dal mare. Ciò che dà un volto alla facciata di un edificio, secondo Sir Roger, sono “le linee, soprattutto quelle che sono bordi o confini”. Pertanto, caratteristica essenziale degli edifici ben fatti è che “devono avere modanature per raccogliere le ombre e dare la sensazione che questi siano i loro limiti”. Vivere senza quei limiti significa “ignoranza della natura umana”. L’inizio della saggezza è rendersi conto che gli uomini, per sentirsi felici, desiderano incontri faccia a faccia. Qualsiasi altra cosa è inquietante. Quando la città moderna consacra l’assenza di volto come stile di vita permanente, l’equilibrio si spezza. Finché non torneremo al tempio o alla chiesa che ci sorride, saremo perduti. Finché non avremo volti che ci salutino negli spazi pubblici in cui viviamo, non saremo mai veramente a casa, perché senza quei volti che ci sorridono, non saremo in grado di ricambiare il sorriso. Bruttezza è anche miseria morale: la nostra vita si svolge tra oggetti, edifici, musiche, luoghi brutti, spesso nel degrado, così esteso da non essere più percepito per assuefazione. Non possiamo che volgerci in basso, diventare disumani, nulla più che animali intelligenti e perciò infelici, senza bellezza e senza trascendenza. La nostra vita è sempre più diretta, sorvegliata, organizzata dall’alto. Così vuole il potere: la bruttezza è una forma della politica.

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