12 Febbraio 2026
Filosofia

Polemologia e tanatologia – Renato Padoan

Polemologia e tanatologia sono due parole derivate dal greco che significano rispettivamente il logos cioè lo studio della guerra e il logos cioè lo studio della morte. Si mantiene la parola logos che di seguito si traduce con studio. La parola logos tale e quale dal greco è ben più della parola studio ma in questo caso ci si accontenta!

La parola greca logos è una parola sublime che significa anche la parola di Dio cioè il Verbo che si è fatto carne come si dice nel prologo del vangelo di San Giovanni.

La radice di logos secondo il Meyer LAG è la stessa che si riscontra nel termine legame dacché il discorrere, l’intelligenza non è che lo stabilimento di un legame tra quel che appariva prima distante e slegato. Ciò comporta l’uso di una ragione che regge le cose regolandole.

Sia detto ciò abbastanza per illustrare il significato di logos.

Veniamo ora alla seconda parte della neo parola composta polemologia.

Polemos significa in greco guerra ed è quel che con un significato attenuato che si limita alle parole diciamo da noi polemica. Questo neologismo parola nuova fu coniata dalla studioso francese Gaston Bouthoul che studiò insieme il fenomeno della guerra con quello della popolazione legandoli insieme col definire la guerra. Ogni guerra finora combattuta sarebbe per Bouthoul un infanticidio differito nel tempo come dicessimo che quel surplus di popolazione giovane e inquieta invece di ammazzarla subito si preferisce condurla a maturità perché si selezioni. Questa tesi, la sua è una tesi estrema con la quale chi scrive però concorda nel senso che comunque le guerre le fanno i giovani. Nessun vecchio , né infante ha mai promosso o condotto una guerra. Noi ora vediamo i bambini di Gaza soffrire e morire ed essere mutilati e ciò ci commuove e c’indigna ma tutti costoro furono bambini quasi sempre amati ed attesi quegli stessi che sono ora combattenti nei cunicoli e fuori mascherati da una benda sacrale. E allora?

Thanatos significa in greco la guerra e pertanto tanatologia significa quella scienza etnologica, antropologica che s’intende studiare la morte più collettiva che individuale, la morte di gruppo perpetrata dal sociale piuttosto che dall’individuo.

La guerra diremo per sintesi si propone la morte non già dell’individuo ma dell’individuo coalizzato nel gruppo cioè dell’individuo socializzato, consociato, statalizzato infine. Non si tratta di far morire un individuo distinto e separato dal gruppo ma di risolvere la forza del gruppo mortificando il nemico e così celebrare e tutelare la nostra compagine col renderla sacra sacrificata.

Date queste premesse di metodo ho voluto per mio conto profittando di una copia del testo che mi è giunta nel formato adeguato selezionare quei passaggi dell’opera di Ehr Sheng in cui si menziona la morte. Credo non serva proprio una ulteriore delucidazione per significare quest’equazione per cui la polemologia è una branchia della tanatologia,

                      Prof. Renato Padoan

La “Morte” dall’Almanacco di Strategia Trascendentale di Ehr Sheng

… ben più forte legame dell’amore stesso tra i due portandoli al delirio di un legame che nella Pena e nella MORTE lega gli amanti per tutta una vita più di quanto non potrebbe fare l’amore stesso.

L’Odio è un coefficiente del contatto cui si oppone il distacco. Altra contraddizione fondamentale per le diverse strategie è quella di Pari e Dispari. È contraddizione perché non può essere il Soggetto strategico come il numero naturale sia pari che dispari. O si è pari o non lo si è, o si può fronteggiare un Nemico o non lo si può fronteggiare. Fronteggiare impotenti un Nemico è suicidario, suicida. “Come una macina da mulino contro delle uova” tale deve essere la proporzione per portare l’attacco secondo il dire di Sun Tzu. Questo è l’aspetto quantitativo della Parità//Disparità, ma vi è ancora un aspetto di qualità o struttura che contrappone la Parità alla Disparità. La Disparità ha la forma dell’acme, è piramidale e non paritaria. Dispari è la gerarchia. Non ci sono Parità nel Comando. La sola Disparità ammessa nei confronti della MORTE, della grande Livella che tutti rende eguali e parifica, potrà essere la gloria, il ricordo o il martirio e di contro il disonore, il disprezzo, la sconfitta in Fine! Altra contraddizione di forma quasi geometrica che definisce e commenta il principio di incompatibilità strategica e quella di chiuso vs. aperto. Non si può essere nel contempo, se non in quello però pervertito e premeditato del tradire, chiusi e aperti. Non si può esercitare confidenza e diffidenza insieme. O ci si apre veramente o ci si chiude. Si fingerà l’apertura che lascia filtrare solo quel che si vuole scoprire come “esca”, ma si starà bene attenti a non rilevare nulla di quel che sta chiuso dentro di noi. Non si può con tutta volgarità trattenere l’escreto e liberarsene, anche se il secreto è di fatto quell’increato di dentro di cui ci si libera quando più non serve e ingombra i visceri e si fa escremento. Dell’escreto ci si libera soltanto per venire alla luce come del meconio.

S1 comporta il Rischio. Il Rischio è insito in S1. S2 comporta l’estenuazione, la noia, l’usura, la stanchezza … ma non comporta in sé il Rischio. S2 non comporta il Rischio perché la sua struttura di linearità, continuità implica la gradualità. Lo sforzo in generale può graduarsi e così la Tensione investita. Di S1 si dirà che la Vittoria si consegue o non si consegue, si è primi o non si è primi. La funzione S2 del Secondo se si riduce al non essere primo può essere assunta anche dal terzo, dal quarto e così via. Per tutti gli altri vale la definizione di essere, venire dopo secondo, a seconda della graduatoria, del grado. Il venire dopo è la funzione S2. Il Rischio invece implica la discontinuità come si rileva nella radicalità del termine che è la separatezza spezzata della congiuntura. Il Primo è il frutto che si stacca dall’albero. Questa separazione è sempre Traumatica e implica il non ritorno. Lo spirito di decisione appartiene in toto a S1. S1 è la decisione stessa. Colui che decide tronca e si stacca. Troncamento, separazione e decisione implicano la criticità, la crisi dell’atto, la determinazione di Vittoria. Ciò è talmente implicito nell’esercizio S1 da invocare in un certo qual modo e provocare la MORTE. La MORTE di fatto non è che la terminalità, egualmente condivisa dagli estremi, la soluzione finale dell’aggravio di Tensione, la sua esplosione implosione conclusa. L’aspetto positivo della rischiosità si configura come accettazione del Sacrificio. Chi sceglie S1 deve accettare con il Rischio il Sacrificio di sé perché è l’investitura massimale. S1 non è fatta di mezze misure come si dice. O si è disposti a dare tutto sé stessi o si opta per la convenienza di S2 e ci si accoda umilmente. S1 è la Strategia dell’esagerazione e con l’esagerazione dell’accumulo, della separazione e del distacco. Ci si separa e distacca dal resto per essere fino in fondo il

Come può tenersi infatti insieme un Gruppo criminale di fronte a una legge che comminasse la pena di MORTE agli ultimi manutengoli e premiasse al contrario i capi?

Sarebbe come se si comminasse la pena di MORTE al corriere della droga e si desse un premio al capo dell’organizzazione.

Non si può affrontare la MORTE, nella forma dell’omicidio o del suicidio se non si dispone l’evitazione di un Male Maggiore, un’assoluta perdizione, superiore alla MORTE stessa.

Perché tutelare il proprio orticello di serenità? Perché non lasciarsi attraversare da tunnel e autostrade? Perché non essere così veloci da spostarsi sempre, gioiosamente irrequieti in modo tale che la MORTE non ci trovi assopiti o stanchi, inerti ad attenderla? Quella che è stata chiamata in senso attivo la pedagogia del Nemico, cioè il Nemico che insegna, o l’insegnare che cos’è il Nemico sono una Scienza e un Esercizio indispensabili della Strategia Trascendentale. Anzi ne sono il presupposto imprescindibile. Lo Stratega deve incentrare ogni sua Cura Pedagogica nella costruzione dell’Avversario, del Nemico. Deve impegnarsi con ogni sforzo a non eludere la necessità di prefigurare e figurare e conoscere il proprio Nemico. Se non si fa questo non si può pretendere né il Comando, né l’Azione, né la Difesa ovverosia la tutela dei propri seguaci. Ogni Nemico in quanto tale, per il suo essere Funzione prima che Cosa, va definito, investigato, immaginato, combattuto e vinto o sottomesso. Ciò si riassume nell’Immagine Metafora dell’essere il Nemico una Tigre di Carta!

Pensare di condurre un’impresa che non sia contro qualcuno è di una banalità sconcertante. Se ciò è consentito a una qualsiasi teoria non può esserlo a una Strategia Trascendentale ST, cioè a priori, che sia necessaria e necessitante. Può ritenersi soltanto l’esenzione dalla figurazione, prefigurazione del Nemico se si riesce del tutto a esorcizzare ogni confine e limite come il limite e il confine per eccellenza come la MORTE.

del presente è la Negazione del Nemico. Per l’uomo il Nemico non può che essere l’Uomo! Nessun altro Soggetto è adeguato a interpretare questo ruolo. I virus, le malattie, i parassiti non sono che comparse, agenti secondari del conflitto esiziale. Ciò è inevitabile perché la sola MORTE che ci atterrisce è quella umana, donde il detto “Mors tua vita mea”! Se io vinco sei tu che perdi. Per mimesi innata, secondo Tarde, al meccanismo uomo non può esserci MORTE che atterrisce se non quella umana e pertanto quella MORTE che si vuole esorcizzare non potrà che essere quella umana, la sua eliminazione simbolica e concreta nell’altrui umano e cioè il Nemico. Il superamento del terrore e dell’orrore della MORTE non può che essere l’eliminazione del Nemico uomo, di colui che è l’estraneità a fronte della complessità pervenuta della struttura dentro—fuori. L’estraneità del Nemico è la controprova dell’attingimento della struttura planare come complessità. L’Esclusione del Nemico, la sua totale estraneità o la pretesa della sua integrazione sono una destrutturazione della complessità attinta con la struttura del dentro—fuori. L’eliminazione una volta per tutte del Nemico umano è mera pretesa utopistica e regressione strutturale.

La distruzione, l’eliminazione fino all’annichilazione è un trionfo solitario di MORTE la cui sola regola è l’incompatibilità col Nemico.

Si prefigurino i casi e si stabilisca la misura generazionale in 25 anni. Dopo 25 anni quel militante o milite che ne aveva 25 al principio dell’azione offensiva ne avrà 50 se non sarà deceduto nel frattempo per MORTE naturale o nel conflitto. Quel bambino venuto al mondo 25 anni prima né avrà adesso per l’appunto 25. Il Primo problema che si pone è la conservazione e l’educazione di quel bambino nel corso dei 25 anni. Si dovrà fare in modo che non muoia prima e che provveda con la giovinezza del suo entusiasmo alla delusione del combattente più anziano e fisicamente caduco cinquantenne. Lo stesso problema va rovesciato nel Nemico. Una delle prime conseguenze dalla Guerra di lunga durata è che non si possono propriamente distinguere i bambini dagli adulti e che vanno eliminati ambedue o conservati.

Ed ecco il senso e l’illustrazione del paradosso apparente. Se rimane ancora qualcuno dopo i primi 25 anni di Guerra che abbia l’età di 25 anni per proseguire la Guerra, allora potendosi proseguire l’impresa con forze nuove e rinnovate si potrà proseguire la Guerra e si potrà mirare allo stabilimento della Supremazia o della conservazione vittoriosa. Ma ciò accadrebbe comunque anche senza l’uso delle armi perché è inevitabile che i primi combattenti di GOLD debbano, trascorsi 25 anni e poi altri 25, estinguersi necessariamente anche se non sono stati abbattuti dalle armi. Si evince pertanto che solo che il Nemico sia privato di discendenza allo scadere prolungato di una GOLD avrà perduta la Guerra non potendo rigenerarsi. Non servirà pertanto combatterlo da vivo ma aspettare semplicemente che muoia per così dire di MORTE naturale privato che sia stato invece di ogni discendenza! Non vi sono armi più terribili della MORTE stessa. Non ha bisogno di armi la MORTE per far morire i mortali. L’arma più terribile che si conosca è la MORTE naturale. GOLD non dovrà pertanto occuparsi e preoccuparsi delle armi ma della mera sopravvivenza generativa e generazionale dei suoi eserciti. Però dovrà occuparsi in quanto GP o GI di tombe, monumenti e cenotafi! Quel cui ora noi stiamo assistendo nel lembo meridionale dell’Europa, la presente Guerra in atto è GOLD e in quanto GOLD è la prima vera inconsapevole e inconsaputa GOD cioè Guerra di Orde Disarmate, GOLD disarmata. L’esercito GOD è privo di armi perché non servono le armi per GOLD. Una Guerra di lunga, lunghissima durata non deve minimamente puntare sulle armi. Le armi sono la rapidità e la velocità secondo l’osservazione

della deflagrazione di una bomba. La MORTE stessa può essere veloce o consuntiva. Ma la MORTE consuntiva, quella vera e irrefutabile è generazionale e in GOLD una tale MORTE deve profilarsi per un periodo pari o superiore a quello generazionale, generativo. Ma è proprio per questo che non necessita delle velocità delle armi. Semmai le armi di GOLD sarebbero informate alla lentezza cioè all’incubazione della MORTE del Nemico. Queste armi della MORTE incubante non avrebbero l’aspetto delle armi veloci e potrebbero essere l’oggetto di studio di un nuovo e diverso armamento. Quali che fossero queste armi nuove, GOLD le esigerebbe come capaci di perpetrare la MORTE generativa del Nemico nel lungo periodo. Nel breve periodo il Nemico dovrebbe essere ancorché disarmato sterilizzato. Epperò non essendo armi al modo delle armi veloci, latrici di MORTE subitanea si potrà ben dire che simili armi sarebbero allo stato attuale delle non armi e perciò la Guerra GOLD può ritenersi allo stato presente presente ancora come una Guerra Disarmata.

Se a ogni forma di aggressione si contrapponesse una Pace assoluta che non distinguesse, pur riconoscendone i connotati, una GOLD da una non GOLD, si avrebbe l’assoluto di una Pace che sposa comunque e interamente l’assoluto della propria MORTE sia essa immediata o dilazionata.

Esiste pertanto del tutto a priori una Pace assoluta e disarmata che si pone di fronte a una Guerra breve o lunga nello stesso identico modo facendo trionfare con sé e in sé stessa la sua propria MORTE.

ma nasconde il proprio istinto di sopraffazione nel tempo, essere pacifisti al modo dei disarmati? Si trascura evidentemente il principio che le armi non vanno intese nella materialità del congegno e nemmeno nella sublimità tecnologia, ma semplicemente come dispositivi di MORTE!

Di fronte a una promessa di vita e trasmissione di vita da cui nemmeno GOLD può sottrarsi strategicamente, il pacifista assoluto contrappone una sublimazione di MORTE che non ha replica alcuna. Il disarmo assoluto sia ideologico che materiale non è che sublimazione di MORTE.

Se la Pace che si opta di fronte a GOLD è ancora una Pace disarmata è bene si comprenda che una simile Pace disarmata è l’assoluto della Pace che in tal senso è l’assoluto della Guerra stessa cioè la MORTE totale.

L’armamento di GOLD non è semplicemente lo stesso di GOBD. E pertanto nemmeno il disarmo pacifista di fronte a GOLD può essere quello di fronte a GOBD se non è il disarmo assoluto della MORTE Trionfante.

Ecco che allora i migranti sono luoghi occupati che soltanto la loro MORTE sarebbe capace di disoccupare.

Ora nessuno può farlo. Molti sono i problemi che una filosofia più recente ha creato e di cui stiamo però scontando le conseguenze. Ogni resistenza morale all’estinzione di un eccesso di popolazione adulta o in fase di gestazione come nell’aborto si fonda sul presupposto dell’internità inestesa della res cogitans di contro all’estensione esternità della materia. Se non si procede all’eliminazione fisica di un criminale e si resiste all’applicazione della pena di MORTE è perché si presume che siavi nell’internità del criminale una capacità redentiva o un pentimento possibile o comunque un’interiorità internità inaccessibile. Il presupposto che impedisce l’eliminazione del colpevole è che il colpevole tranne che per la sua intimità, che sembra essere l’in/estensione del suo pensare, sia una materia che non avrebbe né vita né senso distratta da quel segreto metafisico. Ciò è inoppugnabile se si tiene in vita quest’opposizione di spirito7 e corpo che altro non è se non quella d’internità esternità. Tutta l’urgenza della nostra presente tolleranza si fonda su questo presupposto che supera nell’esito l’idea stessa di un’anima immateriale presente nello spazio benché priva di spazio, inestesa perché internamente collocata in un’internità che si vuole in quanto tale inattingibile. In/ attingibilità e internità spirituale diventano tutt’uno come cogitazione e in/estensione.

Può essere però che una precipitazione universale restituisca unità e coerenza logica in forma di Apocalisse all’ipotesi di un’umanità incapace di crimini. Come si è detto altrove politica e guerra non possono non essere criminali e il crimine è inesorabilmente umano. Quel che è totalmente disumano o sovrumano è l’attendersi una pace che non sia né mortale né mortifera. La MORTE finirà per farci stare tutti insieme senz’alcun problema.

Sono gli umani ad essere in Guerra tra di loro in quanto mortali e gestori di MORTE.

La Guerra però seleziona i suoi morti nel senso che non solo accelera o anticipa la MORTE di coloro che s’impegnano nel conflitto o ne sono coinvolti, ma impedisce loro successivamente per certo di generare.

La Guerra si propone l’estinzione più completa dei viventi. La faccenda non sta però in questi termini così truci! Se il tema principale della Guerra fosse quello dell’estinzione dei viventi attuali non avrebbe alcun senso promuoverla perché tanto costoro morranno comunque sia per la Guerra che in assenza di Guerra. Quel che la Guerra si propone invece, e che dà un senso all’iniziativa e alla condotta di Guerra, è l’estinzione non solo dei viventi ora, ma soprattutto dei viventi futuri o virtuali. Nessuna Guerra si è mai posta semplicemente e ingenuamente lo scopo di uccidere dei viventi, ma di ucciderne la sopravvivenza. Ciò non è diverso dalla cura delle malattie. Le malattie si curano per debellarle del tutto ma non per convivervi. Ciò si evidenzia in quel luogo ancora comune che vede intento il medico alla cura del malato e non della malattia il che significa esattamente il contrario. È impensabile, infatti, che un medico guarito un malato rinunci alla guarigione di un altro malato afflitto da una simile malattia affermando che ciascun malato è diverso da un altro e che la sua competenza per quel nuovo malato si è esaurita con la guarigione del precedente! Il vero medico attende egualmente al particolare e all’universale. Se si conduce una Guerra non si è così idioti da pensare la propria MORTE soltanto. In tal caso non si promuoverebbe nessuna Guerra. In Guerra si promuove l’estinzione più completa del

La cessazione di ogni impulso e congettura di Guerra avrebbe fine a una condizione soltanto che si cominciasse a pensare alla propria MORTE e a quella altrui come cessazione di vita presente e futura nella propria discendenza.

Sono pertanto coerenti per rispetto all’assunto di impedire ogni guerra e perciò la Guerra e il suo principio, soltanto coloro che si oppongono al perpetuarsi del genere umano, dal momento che non vi è differenza alcuna, per rispetto all’inevitabilità della MORTE, tra coloro che combattono la Guerra e coloro che la perseguono. Ambedue sono destinati alla MORTE più certa!

La Guerra a differenza della Pace invece, quali che possano essere gli esiti e le condotte, non pensa la propria MORTE ma quella del Nemico e della sua discendenza. In tal senso la Guerra non è diversa dall’esercizio del Gioco d’azzardo ove nessuno gioca mai pensando di perdere.

Se si considera invece la Vittoria come vita e sopravvivenza rispetto alla MORTE come estinzione, si avrà comunque la Vittoria da parte dei sopravvissuti di contro alla MORTE dei vinti.

La Guerra invece propone l’esperienza di un Gioco in cui si possa evitare la MORTE.

Ma chi giocherebbe a una simile Guerra? La Guerra è l’incertezza del Gioco che prefigura la sopravvivenza di contro alla MORTE. Ne consegue che la Guerra non può

Per arma s’intende lo strumento di MORTE sia nella forma della Protesi che in quella del Bolide.

Per Bolide s’intende la lancia, il giavellotto, la zagaglia e più in generale quel che si distacca dalla volontà omicida per raggiungere l’obbiettivo di MORTE.

La Trappola si contrappone all’arma per non essere immediatamente letale, per cui non è la letalità che va marcata ma bensì la non immediatezza. La non immediatezza della Trappola non è nemmeno la sua letalità. La Trappola infatti progetta la cattura e non già la MORTE. Ora quel che non è immediatezza è semplicemente Tempo. Il Tempo si offre come durata e percorso. Se non vi è durata e non vi è percorso non può parlarsi di Tempo.

Il Bolide o forse meglio, ma più genericamente, il proiettile è di una velocità somma che configura l’immediatezza della MORTE col gesto che la provoca. Caratteristica del proiettile è una sorta di velocità indivisibile e pertanto somma e così nient’altro che spazio. Lo spazio che distacca l’Offesa-Difesa e la Minaccia è indivisibile per l’Efficacia dell’Esito. Eppure sussiste. Questo spazio deve azzerarsi per la velocità del Bolide che lo percorre, ma è pur sempre spazio!

La MORTE del Nemico da eliminarsi viene posposta e immaginata nel progettare la Trappola.

La Cattura è la precipitazione nello Spazio del Tempo. Tendere trappole in cui incorra il Nemico è un affare complesso più che non sbaragliarlo o farlo fuori con l’immediatezza del Bolide. La Strategia ST che tende trappole è complicata e complessa, il che la rende infinitamente umana! Il Nemico per la Trappola strategica è l’Oggetto di uno studio meticoloso. Deve esserlo! Non si tratta infatti di eliminarlo ma di saggiarne la resistenza alla MORTE per poi eventualmente infliggergliela. Conclusione della Trappola è il congegno di cattura o di MORTE. Quest’aspetto rende la Trappola non dissimile dall’Arma.

Èsoltanto con la MORTE definitiva e non anticipata dei vincitori che si può affermare che in una Guerra sono tutti perdenti!

I figli dei padri occupano quel Territorio che fu già dei loro padri e questa occupazione può ben intendersi nel tempo della successione come una vera e propria occupazione. Se non fossero nati infatti quei figli non avrebbero occupato quel Territorio che sarebbe rimasto deserto di figli, una volta che fosse stato abbandonato e lasciato libero per la MORTE dei loro padri.

Se la proposizione non si è convertita è soltanto per la maggiore impressione che la Guerra provoca per rispetto alla Politica e per la definitività implicita della MORTE che nella Guerra non può non essere che messa nel conto a differenza della Politica anche se la Politica non è mai tale da renderci immuni dalla MORTE.

Se la Politica prevedesse nei suoi calcoli la MORTE dell’opponente oppositore politico o una sua qualche forma di eliminazione si avrebbe la Guerra come sua prosecuzione oltre la definizione. La differenza si ridurrebbe a questa soltanto che la Guerra a differenza della Politica non mette nel conto la MORTE dell’opponente, oppositore. Si dovrebbe allora sostituire all’eliminazione fisica dell’oppositore una soluzione diversa come la sua temporanea esclusione dal gioco della Politica come una MORTE civile.

È soltanto il tema sotteso della MORTE che ha fatto credere finora che siavi una contraddizione e pertanto diasi soluzione di Continuità tra la Politica e la Guerra. Se si ammette invece la continuità nella nozione di prosecuzione dell’una nell’altra, le due proposizioni convertite avranno lo stesso valore e pertanto sarà egualmente legittimo dire che la Guerra è la prosecuzione della Politica e che la Politica è la prosecuzione della Guerra.

Ordine ed Eguaglianza si contrappongono. Una relazione di eguaglianza non può a priori essere una relazione d’ordine a meno che non s’intenda l’eguaglianza come la possibilità di un ordine qualsivoglia. Le carte di un mazzo per il verso si possono ordinare in qualsivoglia modo che tanto appaiono tutte eguali. La Pace in quanto Eguaglianza somiglia se non alla MORTE alla mortificazione e comunque alla Contenzione.

La Pace implica la dedizione assoluta agli altri. Nessun altro può farsi diverso da noi. La condivisione della malattia e della salute deve farsi totale. La Pace deve somigliare in vita a quella cimiteriale. L’Eguaglianza che la fonda deve portare ciascuno all’accettazione e alla sostituzione con altri. Se si è eguali nessuno sopravanza l’altro e così tutti diventano utili ma nessuno necessario. Non può esserci primato nell’Eguaglianza. Primus inter Pares è un palese non senso. Non è possibile in un regime di Pace che siavi altro scambio se non quello dell’equità. Se può sembrare tutto ciò insostenibile e disumano la Pace per mantenersi non potrà che mirare allora alla sovrabbondanza, alla Pletora Produttiva PP, al Paese di Bengodi PB in cui ci sia per chiunque da godere fino alla sazietà o al vomito. La Temperanza non è una forma dell’eguaglianza ma del Ritegno che implica il sacrificio dell’Eccellenza. A un regime di Pace non si offrono altre soluzioni se non quella dell’Iperbole, la Pletora o la piattezza dell’Equità, la mortale LM “Livella della MORTE”. Si è visto altrove e dimostrato come la Guerra per essere una prosecuzione della Politica con altri mezzi renda la Politica una prosecuzione della Guerra con altri mezzi. Ciò fa sì che la Politica e la Guerra altro non siano che Mezzi e che in quanto tali non possano configurarsi come Fini. Quel che è Mezzo non può essere Fine, siccome quel che sta in Mezzo non può essere Termine nel senso per l’appunto di terminale. Il Mezzo è Punctum Continuans secondo la trascorsa secentesca terminologia cartesiano scolastica dello Chauvin per la quale quei punti che non sono continui, patente contraddizione. sono terminali cioè iniziale e finale. La natura del Punto è piuttosto terminale che non mediale. La Medietà si configura come Continuità e Tensione Verso in forma cioè di Vettore.

La Pace Perpetua PP come meta dell’Imposizione della Simmetria si configura come MORTE Entropica ME.

La Pace non è che la MORTE in quel labirinto, mentre il Primato cioè l’Ordine è il riuscire alla luce dell’Intenzione, la Tensione verso cui ci si muove e che muove.

Non esiste una coscienza di Gruppo né potrà mai esistere siccome non può darsi la MORTE di un altro al mio posto, né un Posto, un Loculo mini-luogo che sia lo stesso ma che si trovi in un posto diverso!

La Guerra celebra sia prima che dopo il Ricordo e la Memoria. La monumentalità dei caduti fino ai campi elisi ecco che all’Individuo si promette quell’Immortalità che non gli è connaturata. Vi è più memoria dei caduti che non di quei figli ch’essi non hanno potuto e di cui non può esistere a priori nemmeno il ricordo e così si conferma l’incommensurabilità dei viventi coi morti, dell’Individuo col Gruppo. Coloro che scendono in Guerra consentono, si rendono consentanei alla propria MORTE perché il Gruppo sussista e se sopravvivono integreranno nuovamente le proprie individualità sopravvissute nel pentimento e nella resurrezione siano essi vincenti o perdenti. Lo stratega trascendentale ST semmai volesse applicare alla

Si evince che la Guerra induce più che non la Politica stessa a meditare sullo scambio della MORTE con la Vita che santifica il patto sociale dell’Individuo con il Gruppo fino alla copula primordiale che rende il ventre incinto della Madre la tomba del Padre dacché come nel ragno accade che più non serva l’eccesso vitale del maschio una volta che i suoi spermi abbiano fecondato l’uovo della tessitrice sociale.

Quale dei terroristi ora sarebbe capace di tanta rivolta e spirito di sacrificio se il Gruppo, gli altri che stanno con lui pensassero di essere destinati oltre che alla MORTE all’Eternità dell’Oblio? L’esito paradisiaco del martirio islamico ne è l’evidenza.

Occorre al massimo della coesione interna che si richiede in una Guerra con l’affrontamento della propria MORTE certa, lo spiraglio intravisto dell’Eternità cioè dell’essenza propria del Gruppo a differenza della mortalità certa dell’Individuo.

Si può ritenere per intendere una simile dimostrazione che la Guerra non sia altro che l’iperbole della stessa Politica. Ambedue divergono soltanto per l’intensità della promessa, ma nessuna delle due può mantenerla fino in fondo. La MORTE del sociale non può che essere certa come lo è quella individuale. Non si può riconoscere all’intensione dell’insieme quel che a ciascun suo elemento esteso non viene riconosciuto. Se nessun individuo è immortale di fatto perché mai dovrebbe esserlo l’umanità! La loro fine avrà cadenze diverse ma sarà egualmente ineluttabile. Per chi è italiano non vi è un italiano che lo sia di più o di meno. Il sofisma del mucchio o della foglia il cosiddetto sofisma sorite non rende sonoro un granello che cade o la singola foglia di un albero spogliato seppure lo siano il sacco che cade o la chioma di un albero investita dal vento.

L’Individuo era e rimarrà per sempre isolato fintantoché non potrà scambiare la sua propria MORTE con quella di un altro. Come in quel film, che si deriva da una parabola ancestrale, nessuno sembra congenitamente disposto a scambiare la sua propria vita con la MORTE di un altro semplicemente perché non può farlo. Nemmeno il mito più favorevole è in grado di mostrare

lo scambio di una propria vita con la MORTE altrui o con la vita altrui. Ciascun Individuo continua e continuerà ad essere incluso nella sua propria vita e nella sua propria MORTE con l’Esclusione della MORTE e della vita altrui.

Il solo atto di trascendenza che può compiersi al riguardo per fuoriuscire dal dilemma congenito dell’Individuo col Gruppo, della Vita con la MORTE, della Politica con la Guerra… tutte facce opposte di una moneta prillata che di volta in volta affronta il caso e scommette per l’esito che gli conviene come la Vittoria per noi e la sconfitta dell’Avversario potrebbe essere quello di una moneta che dopo aver roteato si fissasse sul bordo. Né testa, né croce dunque! Né Individuo, né Gruppo … e allora? Come interpretare il verdetto. Nessuno che vinca e nessuno che perda. Parità dell’esito!

Oltre la Politica che si alterna con la Guerra non può che trovarsi il riconoscimento ineluttabile della mortalità individuale o la disillusione una volta per sempre della vitalità del Gruppo, della sua Superiorità Vitale SV. Riconoscere il destino di MORTE dell’umanità raggruppata e prolifica, insieme a quella individuale, in povere parole accettare la fine del mondo, intesa come l’intesero i Padri della Chiesa cioè come il compimento dell’umanità, della sua corsa accelerata verso il compimento potrebbe se non altro temperare gli eccessi della Politica e della Guerra, della Politica come soluzione e stemperamento della Paura e della Guerra come eccitazione vitale ultraterrena.

I perdenti, gli sconfitti non possono che essere taluni morti ma non tutti i morti dacché i morti dei vincitori, sono morti vincenti dal momento ch’ essi hanno accettato la Guerra con la speranza della Vittoria. Si può pensare veramente a un Gruppo che scenda in Guerra con l’assoluta certezza della sconfitta prima che della MORTE? Se non vi è alcuna speranza di poter vincere chi parteciperebbe a un tale Gioco?

Gli italiani sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale sono i soli sconfitti e perdenti. Gli italiani che sono morti prima della sconfitta finale sono ancora vincenti perché chi affronta la MORTE e la consegue prima del risultato di Vittoria mantiene integra la tensione del patto sacrificale. È questa l’impostazione strategica del Metodo Gesuitico non dissimile da quella guerriera del Bushido.

L’unicità del Fine concerne la Rettificazione del Percorso RP. Per non smarrirsi nella molteplicità dei mezzi che si offrono allo Stratega e non dover circuitare di continuo nell’anello della Politica e della Guerra, occorre non perdere di vista il Fine, il Nord dell’Impresa che è e rimane la testa bifida della Pace e del Primato, dell’Eguaglianza Assoluta EA di contro alla Differenza Assoluta DA, della Supremazia del Gruppo SG o della Supremazia dell’Individuo SI. Se come si constata più spesso, o almeno finora, non può esservi un vero interesse nel pervenire agli estremi si cercheranno di conciliare gli interessi del Singolo con quelli del Gruppo, della Comunità, attenuando lo spirito di trascendenza oltre la MORTE, che è il logoro principale del fascino della Guerra e del Gioco stesso, con i godimenti di una vita personale inesorabilmente limitata nel tempo senza il conforto di un oltre di dannazione o infinita gratificazione divina cui la MORTE del Singolo è l’evidenza incontrastata.

L’assoluto della Strategia Vittoriosa non può che essere la MORTE, non già dell’Individuo ma del Gruppo stesso di cui fa parte. Se si può attendere a una meta come l’Annichilazione dell’Avventura Umana AAV, una simile strategia configurerebbe l’Assoluto della Vittoria.

A nessun vecchio verrebbe mai in mente di condurre e promuovere una Guerra o quanto meno di esercitarla. Per quando concerne i bambini, gl’infanti quand’anche la volessero o potessero concepirla non ne avrebbero le capacità fisiche. Per quanto concerne invece il genere o sesso va detto che la donna si è dimostrata nell’età adulta di poter benissimo esercitare quella crudeltà e vocazione di MORTE indotta che costituisce l’essenza della Guerra.

confronti dell’Individuo e come s’impedisce con la proibizione della pena di MORTE di ergersi a giudice supremo dell’Individuo è colto da un’invidia irresistibile per l’individualità al punto di ritenersi tale e cioè di condividere con le risorse del Gruppo la specificità indivisibile, atomica dell’Individuo. L’ossimoro di un Gruppo che è come l’Individuo, che si crede tale è quel cieco che guida gli altri ciechi che lo seguono verso il precipizio.

La Guerra come Mezzo è intrisa di Politica e così la Politica è intrisa di Guerra e di determinazione di fronte alla MORTE. Come non si ha il cuore tenero nel combattere microbi e batteri e ora virus così deve salvaguardarsi il Gruppo contro ogni Minaccia dacché quel che cura il malato oggi è il prodotto di un Gruppo altamente tecnologizzato e perciò altamente vulnerabile da parte di un aggressore forte soltanto della sua primitiva urgenza vitale cioè a dire soltanto genetica.

La detenzione del Soma è la concretezza della forma, il suo limite e pertanto la MORTE. mentre la detenzione del Germen è il superamento del limite per Mezzo della Generazione e della novità dell’evolversi verso l’Ignoto.

Ai morti individui si concede invece la sola immortalità che si trae dalla necessità della stessa MORTE individuale per cui non potendo l’Individuo nuovamente morire potrà ben riconoscersi immortale senza lo sforzo di doversi continuamente riprodurre!

L’umanità dei congregati è sofferente ed è bestiale. Le stesse bestie si riproducono e si aggregano. La solitudine è solo del Dio e dello Stilita, o del Singolo Pastore che guida il gregge verso la trascendenza decidendo della sua propria MORTE. La sommità della piramide è unica al vertice delle pietre ammassate gerarchicamente una sopra l’altra e su tutte sovrasta la cuspide con il tetto del cielo soltanto ad opprimerla ed esaltarla. Guerra è l’Ascesa mentre è Politica e consenso la stabilità della Massa degli umani. Non può essere per gli umani che l’In-

Pensare per ora di potersi districare dalla crasi della Politica con la Guerra e con ciò della MORTE con la vita è improvvido.

Neikos e Philia percorrono e sostengono la vicenda, la rappresentazione di quelle marionette agite che siamo, cui prestiamo la voce soltanto del Logos. Siamo necessariamente omicidi di noi stessi nell’ineluttabilità della MORTE.

La prosecuzione della vita è il dono con essa della MORTE individuale nel Gruppo in cui si tramanda la vita.

Il tema del sacrificio è altresì importante per l’aspetto militare e di fatto inevitabile proprio perché non distingue il Nemico dall’Amico. Ne consegue da ciò la sua inevitabilità. La Guerra non può proprio fare a meno del Sacrificio in modo patente e per conseguenza nemmeno la Politica. Sia la Politica che la Guerra esigono il confronto con la MORTE individuale e sociale.

Il Sacrificio accettato, indotto o imposto realizza nella definitività della MORTE del sacrificato una perfezione morale che trascende la stessa opposizione di Nemico ed Alleato, di Aggressione e Difesa. È cosa nota infatti e di comune constatazione che il cancro colpisce egualmente gli onesti come i farabutti.

Come potrebbe allora una strategia di Guerra non mettere nel conto il Sacrificio delle vite umane dal momento che nella MORTE si sublima il conflitto stesso nella Pace sempiterna della MORTE?

La MORTE più che l’oblio declina l’irreversibilità che è la forma temporale della dissimmetria e con essa dell’ordine.

Il Sacrificio postula addirittura l’imposizione dell’ordine tramite l’irreversibilità della MORTE.

La MORTE che lugubremente si presenta come cessazione definisce invece l’ordine come irreversibilità e dissimmetria. La Fine come tramite, passaggio nell’aldilà non può che essere consolatoria.

La Guerra predica la MORTE come dissimmetria e nello scambio del sociale con l’individuale che si sacrifica per il sociale, ristabilisce la memoria come conservazione e ritorno, come si evidenzia persino nella celebrazione dell’Ignoto che militò nel Gruppo, che è il paradosso più cospicuo, irriverente e trascendente di un viaggio senza ritorno.

Il sacrificio non è altro che il viaggio senza ritorno e dacché la singola MORTE è senza ritorno, è cessazione di vita senza ristabilimento di vita, dappoiché il Transito dall’Individuo al Gruppo sembra essere anch’esso un viaggio senza ritorno, per cui quel che resta e perdura è la trasmissione dei geni nella copula genitale e il Linguaggio, la cui essenza memorativa e celebrante è quel che c’insegna.

Come nelle declinazioni a priori dello spettacolo la commedia è mezzana16 e non può concludersi con la MORTE di chicchessia dappoiché la MORTE ha in sé il requisito dell’irrimediabilità ed è pertanto inesorabilmente seria checché se ne dica.

Non si può ridere della MORTE di qualcuno e nemmeno della propria a meno che non si muoia ridendo. La commedia peraltro è ancora mezzana perché non si conclude nemmeno in gloria con la santificazione del sacrificio. Quel che si conclude in gloria è l’iniquità consumata del sacrificio, del donarsi cioè agli altri senza contraccambio alcuno per mera esuberanza di bene. C’è ben poco da ridere in questo caso! Ma nemmeno il riso conviene a chi si appropria dell’altrui o a chi vi assiste e non interviene ad arginare il male.

A prima vista sembra porsi il problema negli stessi termini in cui ci si chiede se sia possibile concepire e produrre un moto perpetuo. Sarebbe come se si potesse pensare a una bilancia altalena, ad un pendolo, che raggiungesse oscillando ogni volta la stessa altezza dapprima assunta, che ritornasse poi esattamente allo stesso punto in cui si trovava prima della caduta nell’ascesi. I tempi sono gli stessi del pendolo che per l’appunto si dice isocrono ma non gli spazi percorsi che a mano a mano si restringono contraendosi fino all’arresto. E in tal senso non è nemmeno un gioco di parole che i trasgressori, gli iniqui dello scambio possano essere alla fine arrestati! Venuto meno l’impulso dell’omicida o del truffatore la bilancia si riassesta con la pena o con l’amnistia, con il perdono e la vendetta, atti che però appartengono come è persino troppo facile indurre all’iniquità dello scambio. Chi mai potrà restituire la vita al condannato a MORTE o all’assassinato e ancora quanto potrebbe valere un ergastolo comminato a un magnate ricchissimo disposto a risarcire il sociale?

L’economia dell’equità non può che presupporre una metamorfosi continua degli spiriti, un dare e un togliere, un possedere e un perdere di continuo, un processo di restituzione incessante di quel che si possiede e che non si può che possedere nella limitatezza del tempo a disposizione di ciascheduno, con insieme una propensione alla restituzione di quel che si ha, simile alla MORTE in cui ogni avere deve restituirsi e stavolta per sempre.19

Perché l’iniquità dello scambio assurga a valore devono scambiarsi gli estremi cioè la vita con la MORTE o la ricchezza con la povertà, il peccato con la redenzione, il danaro dello Stato con l’individuo e così via.

Presupposto e ragione di questa speculazione è l’incommensurabilità dell’Individuo, del Singolo con il Gruppo. Quest’incommensurabilità è insuperabile! Chiunque possa credere altrimenti non avrà che da chiedere al Gruppo nel suo complesso o a chicchessia del Gruppo se siavi qualcuno disposto a morire al suo posto. Non è tanto un atto di generosità o d’ altruismo che si chiede al Gruppo o al Singolo quanto una sostituzione effettiva che lui, loro possano diventare me, la mia MORTE e io lui o loro la sua, la loro vita!

Diverso è il caso però se l’Individuo si confronta con il Gruppo e non con un altro Individuo per via dell’aspetto che il Gruppo sopravvive alla MORTE dell’Individuo ma nessun Individuo sopravvivrebbe al Gruppo se il Gruppo si estinguesse!

Quest’eterogeneità è quel che s’intende per incommensurabilità. L’Individuo sta al sociale esteso come la radice di 2 alla comunità dei cateti. Non è possibile dividere il Gruppo in individui e sostenere che il Gruppo non è che un ripetersi degli individui che lo compongono. Se così fosse gli individui sarebbero tutti eguali e pertanto perfettamente ripetibili. Il Gruppo non può essere una replica degli individui in quanto tali ma una riduzione degli individui al replicarsi di una stessa unità di misura, per cui si possa ridurre a una mera quantità la differenza tra l’uno e l’altro. In effetti mentre il Gruppo si divide in individui non è possibile ulteriormente dividere l’Individuo assimilandolo al Gruppo. Si può sopprimere un Individuo senza che il Gruppo deceda ma non si può fare altrettanto smembrando il corpo di un Singolo. La MORTE dell’Individuo può creare nel trapianto dei suoi organi l’illusione di un corpo sociale coeso nella sopravvivenza di un altro Individuo, ma ciò è come confondere un albero genealogico con un vero albero. Quest’illusione è ora come per il passato la prevaricazione di una tecnologia che si sostituisce proditoriamente ai limiti ineluttabile della MORTE del Singolo. Nessun trapianto insomma di organi da un morto lo ha mai sottratto alla MORTE! L’incommensurabilità dell’Individuo col Gruppo può altresì definirsi come la loro reciproca irriducibilità. Quest’irriducibilità non ha Mediazione. Mediazione inevitabile e inesorabile è la tensione Individuo Gruppo quale si esprime e si gestisce nell’opposizione di Politica e Guerra con un ridotto e consensuale o scopertamente sacrificale e violento spargimento di sangue.

La pura politica esclude da sé la MORTE e l’eliminazione del nemico che in questo caso assume il volto, la maschera dell’oppositore, del malato, del delinquente, del deviante e così via ma non certo del nemico.

Le prigioni, il carcere da cui non si può evadere che per mezzo del suicidio sono atti che appartengono alla politica, cioè alla politica allo stato puro, alla politica trionfante che non scorge il nemico ma soltanto il trasgressore e che mira alla sua conservazione in vita ad ogni costo, cioè al mantenimento in vita di ogni membro del gruppo fino al punto di negargli la MORTE con l’abolizione della pena capitale.

Chi non accetta l’idea di una MORTE imminente s’illude falsificando il pronostico.

Il piede sbagliato è la mancanza di un protocollo corretto. L’istanza, l’esigenza che la scienza non possa che partire da una descrizione corretta del fenomeno e continuare ad attenervisi senza ricercarne le cause prematuramente ma limitandosi a descriverlo soltanto, per poi eventualmente interferire e correggerlo a nostro favore, costituisce una tentazione irresistibile. Chi non vorrebbe impedire la MORTE dei contagiati fin da subito, da quel subito che andrebbe prima semplicemente descritto per quel che è? Intervenire ancor prima di descrivere e comprendere sarebbe il motto invincibile! Realizzare invece un protocollo corretto del fenomeno è primario ma assai difficile e se ne darà prova con l’esempio. L’esempio che si propone è quello della testimonianza oculare. Comprendere quel che effettivamente ha visto un testimone oculare dalle sue parole è un compito ingrato, non facile, un affare complicato che richiede da parte dell’inquisitore una somma cautela e perizia. Il linguaggio è insidioso e non si può certo scoperchiare il cranio del testimone per leggere direttamente i suoi memo cerebrali, il ricordo residuo per ricostruire il fatto così come gli si presentò agli occhi. La narrazione, descrizione protocollare dev’essere assolutamente neutrale e non prefigurare spiegazione alcuna. Vi è però un altro attentato alla purezza del protocollo che è di difficile evitazione. Il protocollo del fenomeno può inevitabilmente rendersi ridicolo per essere tautologico. Sembra affatto ridicolo e superfluo il dire che non tutti muoiono di Covid … per lo meno finora! Eppure la faccenda sta proprio in questi termini! Non tutti muoiono di Covid come non tutti morirono allora di Spagnola. Se d’altronde fossero tutti morti di spagnola allora non staremmo noi qui a parlarne! Ci occupiamo oggi dei malati di Covid e tacciamo di tutti quegli altri che muoiono, verrebbe fatto di dire – ed è ancora un protocollo corretto – in modo diverso.

Perché non tutti muoiono di Covid? Vi sono altri protocolli che andrebbero formulati. Tutti gli ammalati di Covid muoiono alla fine per asfissia o decedono per arresto cardiaco. Una tale affermazione è semplicemente incontrovertibile, eppure non è ritenuta degna di alcuna risposta e sembra essere, come si diceva, nient’altro che ridicola. Eppure il protocollo è perfetto. Tutti i malati che decedono di Covid muoiono di una qualche forma di polmonite. Un’ espressione come “La causa della MORTE di molte persone è dovuta all’ingresso devastatore di un virus inspirato da una persona contagiata” sembra essere soddisfacente e scientifica anche se dal punto di vista del protocollo è opera di pura fantasia se detta da un testimone come uno scienziato fuori del suo laboratorio. A quale esperienza corrisponde un tale relatum. Con quali occhi è stato visto quest’agente patogeno transitare da un corpo all’altro? Ovviamente non con gli occhi di un microscopio elettronico perché nessun microscopio elettronico possiede occhi suoi propri e semmai ne avesse non è finora in grado di parlare per comunicare quel che vede allo scienziato munito del proprio naturale apparato uditivo. Il microscopio elettronico non ha né occhi né favella. L’allerta e la cura competono ancora e soltanto agli umani come la loro MORTE o sopravvivenza. Sicuramente sarà deceduta tutta l’umanità prima che muoiano le apparecchiature della scienza! Il fenomeno protocollarmente descritto della pandemia non può che dirci questo: “Molti uomini di età diversa, a quanto parte, ma prevalentemente o tendenzialmente vecchi, muoiono nello stesso tempo con una progressione sintomatica simile e non distribuiti nel tempo secondo una precedente cadenza.” Più semplicemente potrà dirsi non tutti muoiono degli stessi sintomi di una polmonite. A un tale protocollo se ne dovrebbe aggiungere un altro di provocante come l’epitaffio di Lapalisse che però andrà meditato

Può essere la risposta che ogni MORTE prematura va impedita tranne quelle inevitabili?

Espressione questa ancor più ridicola e lapalissiana. Non sono poi passati molti anni da quando si rendeva inevitabile la MORTE di tanti giapponesi nello stesso tempo e nello stesso modo per lo scoppio e le radiazioni dei primi e finora ultimi bombardamenti atomici? Del fenomeno pandemico non si offre veramente spiegazione scientifica in termini di causalità alcuna così come Newton si limitò a tradurre in termini matematici il fenomeno della gravitazione senza dare risposta al perché dell’attrazione dei corpi piuttosto che al loro distrarsi repulsivo. I cosiddetti modelli matematici ambiscono alla coerenza interna di quel che dicono ma non ci rassicurano minimamente sul perché le cose vadano così piuttosto che altrimenti o addirittura perché ci siano e che cosa ci stiano a fare le cose piuttosto che eclissarsi del tutto. L’attenersi al protocollo ha però ancora a che fare con la verità purché non la si esiga come comoda piuttosto che scomoda. Sicuramente, comunque, la si descriva in modo protocollare perfetto, ovvio persino, o in modo fantasioso, solerte, premuroso e benefico la pandemia è un fenomeno per ora insopprimibile del quale tener conto ma di cui sono tenuti in ombra gli agenti. Si è persino conferito ai virus una personalità discutibile come è discutibile ogni modello che sia inesorabilmente antropomorfo. I virus oltre che cattivi e micidiali potrebbero essere addirittura stupidi, ma se lo sono in quanto prodotti dell’evoluzione non si riesce a capire perché non possano esserlo anche gli umani. Il corona virus sarebbe stupido al dire di taluni perché porterebbe a MORTE certa il suo ospite a differenza di altri virus che si sono perfettamente integrati nell’ospite portatore nel corso dell’evoluzione consentendogli d’inventare la plastica e d’inondare gli oceani di paperelle sotto lo sguardo della spazzatura astrale. Ma non è tutto ciò naturale? Se non si crede a un’artefice soprannaturale che insufflò l’uomo a suo tempo e prima del tempo stesso del suo spirito, il progenitore degli umani nella forma dell’“homo faber” e sapiens

il Cristianesimo o l’Islam tramite di Corano o la salvaguardia garantita alla stirpe per gli Ebrei. Tutti costoro se veramente possono credere in questa fede monoteista per giunta rivelata non dovrebbero aver bisogno di alcun palliativo difronte a una MORTE che non è altro che l’ingresso nell’imperituro oltre la fatica inesausta dell’esistere sopravvivendo.

Perché tanta paura dunque? Non se ne dovrebbe avere nessuna. Ha più senso che abbiano paura di meno o di più, coloro che credono nei più dei della medicina e della scienza che non quegli altri che ansiosi di attingere l’al di là non dovrebbero averne affatto. L’occidente sta facendo una gran brutta figura e così la sua stessa scienza. Ciò accade perché si è perduto il senso profondo della guerra che non è altro che una meditazione collettiva sulla MORTE da parte del gruppo. Se muoiono i vecchi ciò significa che nemmeno i giovani giungeranno alla vecchiaia e che la MORTE pertanto fiata sul loro collo. In un testo chiave e diverso della strategia cinese del passato, che potrebbe tradursi con “Il sigillo di Tigre” tutti sono chiamati alle armi con la loro diversa specificità per la salvaguardia dello stato persino quei criminali che ne trasgredirono le leggi perché la MORTE incombe sempre e stabilmente su chiunque. Il pensiero pagano è vitale e non può che pensare con la vita la MORTE perché questa è la vicenda di quel mondo di cui siamo parte. L’uomo non vive nell’ambiente, ma vive dell’ambiente, lo respira e se ne nutre. Per significare l’universo, il Tutto dell’universo i cinesi si servono tutt’oggi di una coppia di ideogrammi che mostra scorpioni e bovini sacrificali sgozzati: Wan Wu.

votato alla MORTE. In guerra non si va certo per vivere o sopravvivere soltanto,

potrebbero veramente intendersi di guerra condizionati come sono dal pensiero occidentale che continua ad essere quel pensiero che oppone la guerra alla pace per cui o si sta bene e non si muore e si è in pace, o se non si è in pace si è in guerra, senonché si muore sia in pace che in guerra e nessuno finora si è mai eternato per mezzo della guerra più di quanto non si sia eternato per mezzo della pace. La faccenda non sta proprio in questi termini. La guerra è una condizione permanente perché non è altro che la MORTE in una scala che non è già più quella individuale. La guerra come la politica, del resto, concerne il gruppo dalla coppia fino allo stato, non il singolo.

I gruppi nascono e muoiono come gli individui e la MORTE assume i connotati della guerra se è MORTE del gruppo e non più del singolo individuo.

Fintantoché gli individui muoiono distribuiti nel tempo si potrebbe dire che governa la pace ma se muoiono accumulandosi l’uno sull’altro, allora è il gruppo che è in crisi e che sollecita il sacrificio dei suoi membri per sopravvivere in quanto gruppo. Ma allora potrebbe darsi un’interpretazione diversa di quella favola in cui un asino che non fuggiva l’invasione nemica rispose che tanto per lui nulla sarebbe cambiato, che asino era ed asino rimaneva, suddito era e suddito rimaneva di un padrone emergente. L’errore sta tutto nelle premesse. Non è la pace che si oppone alla guerra bensì la politica. Laddove la politica viene meno al suo compito subentra la guerra. Ma qui siamo ancora a metà strada perché nell’opporsi della guerra alla politica non si tiene nel debito conto la MORTE cioè a dire la pace, la sua ultima e definitiva espressione che è la livella di Totò, perché i morti non combattono più tra loro o con altri ma riposano in una pace che per loro è eterna e per i sopravvissuti ancora conflitto vitale.

Questa fu la sua espressione che mi fece vibrare. Telefonai alla sede RAI di Venezia chiedendo loro, visto che stava per uscire il mio Sun Tzu, di partecipare come competente alla trasmissione. La mia proposta fu subito accolta ed ebbi la vera gioia di conoscere un mio nobilissimo conterraneo degno di quella che fu una delle più nobili e grandiose compagini statuali d’Europa: La Repubblica di Venezia. In pace la bandiera della Serenissima mostrava il leone con aperto il libro sul comandamento dell’evangelista “Pax tibi evangelista meus”, mentre in guerra il libro stava chiuso e serrato. Quel che proprio la nostra cultura stenta a capire sta nel fatto che sempre e comunque la MORTE va messa nel conto e non già la MORTE apocalittica, cioè quella definitiva dell’umanità, ma prima ancora quella individuale e di gruppo. L’incapacità di stare in un mondo in divenire che si metamorfizza è il proprio di chi non sa stare in un mondo in cui non si può proprio fare a meno della MORTE, della nascita e della resurrezione di chissà quanti altri dei e spiriti ancora. Avrei voluto continuare allora, che nessuno proprio ne

29     Questa la mia traduzione allora: L’impugnare le armi, la guerra cioè, diviene per uno stato il maggiore dei compiti ch’esso possa assumersi. È un affare di Stato, il Grande Compito per eccellenza. Su questo terreno si generano egualmente la vita e la MORTE. Questa è la Via che conduce all’annientamento o alla sopravvivenza.

La MORTE non va temuta ma accolta se è il caso. Ogni meditazione seria che si compia sulla propria e l’altrui MORTE può ben dirsi guerra e così per sconfiggere ogni mafia il tema della MORTE va riflettuto, per cui ben può dirsi che non esiste la mafia ma esistono i mafiosi, i quali vanno sacrificati e giustiziati come stanno sacrificandosi cioè morendo medici ed infermieri. La retorica del perdono e della comprensione va lasciata a chi colloca il suo futuro nell’ al di là del mondano e gioca ad asso piglia tutto. Forse è proprio una certa idealità di bontà e giustizia che non medita a sufficienza la MORTE il peggior nemico piuttosto che la paura e la codardia.

Qualsiasi evenienza pandemica si configura come guerra, così come ogni guerra costituisce una minaccia di MORTE del gruppo.

Sia nello stato di guerra come in quello pandemico è l’intensione che conta cioè la coesione e l’eguaglianza degli elementi costituenti l’insieme. Infatti l’agente infettante è tale per chiunque e non distingue l’uno dall’altro, ma soltanto il sano dal malato, l’agente attivo patogeno dal contagiato minacciato di MORTE.

Nonostante possa sembrare il contrario la pandemia non costituisce veramente una minaccia per l’individuo che in quanto mortale tale rimane a prescindere dalla minaccia pandemica se non per la minaccia di una MORTE prematura.

L’infinito di una MORTE sempre procrastinata è la contraddizione implicita di quegli insiemi, di quelle strutture che si vogliono finite e infinite insieme. Finite per quanto concerne l’intensione, la definizione circoscritta della comprensione di contro all’infinità dell’estensione come si evince nell’insieme dei naturali.

L’aspetto ludico del rischio pandemico consiste nella contraddizione agita della MORTE certa, inevitabile e inesorabile del singolo con la sopravvivenza promessa del gruppo.

Per gentile concessione dell’autore

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