9 Febbraio 2026
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centoottantacinquesima parte – Fabio Calabrese

Come avete visto, l’articolo precedente di questa serie, la centoottantaquattresima parte, è stato pubblicato sulle pagine di “Ereticamente” lunedì 11 gennaio, e considerando che si è trattato dell’articolo conclusivo del 2025, si può considerare una pubblicazione quasi in tempo reale. Non si può non confrontare ciò con la situazione di anni trascorsi nella quale a ogni nuovo anno mi sono portato dietro “code” dell’anno precedente di lunghezza di mesi man mano crescente. Questo significa che la decisione che ho preso a suo tempo, di restringere le fonti da prendere in considerazione a una sola, il gruppo FB “MANvantara”, ha funzionato, sia nel senso di permettermi di contenere questa serie di articoli entro una dimensione ragionevole, sia in quello di fornire sufficiente materiale da permettere, almeno finora, la continuazione della serie.

Tuttavia, non sarebbe giusto né possibile ignorare del tutto quanto avviene al di fuori di questo perimetro.

Una questione della quale vi ho parlato più volte, è la serie di ritrovamenti avvenuti nella vasca votiva di San Casciano di Bagni (Siena), dove il fango accumulatosi sul fondo della vasca ha celato una serie impressionante di bronzetti ex voto etruschi e romani, il cui ritorno alla luce costituisce oggi una delle più importanti scoperte archeologiche avvenute in Italia negli ultimi decenni.

Queste scoperte sono state presentate al pubblico in una mostra dal titolo suggestivo, “Gli dei ritornano”, tenutasi dapprima, a Roma al Quirinale fino al 22 dicembre 2023, poi dal 5 agosto 2024 al 12 gennaio 2025 al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, dal 16 febbraio al 30 giugno 2025 al Museo Archeologico Nazionale (MANN) di Napoli, poi, spostandosi con un balzo dall’altra parte della Penisola, dal 5 dicembre 2025 all’8 marzo 2026 al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia (Udine).

Tuttavia, non si tratta certo della sola scoperta archeologica avvenuta in Italia negli ultimi tempi, si possono ugualmente ricordare i nuovi ambienti affrescati venuti alla luce a Pompei, l’inizio delle decifrazione, grazie alla scansione laser e all’intelligenza artificiale, dei papiri della Villa dei Papiri di Ercolano e, tanto per non farci mancare nulla, il riconoscimento da parte dell’UNESCO della Via Appia Antica come Patrimonio dell’Umanità.

L’Italia possiede un immenso patrimonio archeologico, testimonianza della sua storia e delle sua civiltà millenaria, ed è triste constatare quanto poco i nostri connazionali ne siano perlopiù consapevoli.

In anni passati avevo l’uso di dedicare, fra un anno e l’altro, un articolo a riassumere le novità più importanti dell’anno passato riguardo alla nostra eredità ancestrale, usanza che ho poi dovuto abbandonare per non incrementare ulteriormente la lunghezza delle “code” che ogni anno mi portavo dietro dall’anno precedente, e che avevano finito per raggiungere una dimensione veramente impossibile, ma ora, in un contesto mutato, un breve accenno in proposito non sarà fuori luogo.

Tra le novità che il 2025 a questo riguardo ha fatto registrare, una spicca per importanza, la ricostruzione fatta dai ricercatori cinesi del teschio di Yunxian 2. Un Homo sapiens eurasiatico vecchio di un milione di anni significa la tomba definitiva della teoria (dell’ipotesi, della favola, della bufala, fate voi) dell’Out of Africa, o meglio lo sarebbe se si lasciassero semplicemente parlare i fatti, se le teorie si adeguassero ad essi invece di adeguare questi ultimi a teorie dettate da trasparenti motivi ideologici.

Scendendo a un livello più basso (o molti livelli più in basso), possiamo anche rammentare le novità emerse nell’anno trascorso, sempre riguardo all’eredità degli antenati, nel nostro piccolo – ma non privo d’importanza – ambiente umano.

Innanzi tutto, il nostro Michele Ruzzai che, con la comparsa ripetuta dei  suoi articoli sulla rivista spagnola di studi tradizionali “Mos Maiorum” ha ormai consolidato la sua statura internazionale come studioso e conoscitore della Tradizione.

Al riguardo, non posso non ricordare con un certo rimpianto che decenni fa, anche da noi in Italia esisteva una pubblicazione analoga, “Artos”, ma a ogni modo, la sua mancanza è un buco che, oltre a molte altre cose, “Ereticamente” sta riempiendo al meglio possibile.

Sempre a opera di Michele Ruzzai, possiamo poi ricordare la creazione di un nuovo gruppo Facebook parallelo o “gemello” di “MANvantara” più specificamente dedicato alla confutazione delle teorie africano-centriche, “No OOA, contro la teoria Out of Africa”.

Tra le cose che, a prescindere da “MANvantara” non potevo obiettivamente trascurare, vi sono le diverse conferenze tenute e interviste rilasciate da Felice Vinci. Vinci sembra ultimamente essersi concentrato sull’ipotesi dell’esistenza di un’antica civiltà globale esistita migliaia di anni fa, sulla falsariga di quanto esposto nel suo libro I misteri della civiltà megalitica. Vinci ha anche aderito a “MANvantara”, cosa che, trattandosi di un ricercatore del suo spessore, francamente ci onora (dico “ci” perché Ruzzai mi ha chiamato a co-amministrare il gruppo).

Infine, una nota per quanto riguarda me personalmente. A novembre Sabine Steinmayer vedova di Ernesto Roli, il ricercatore scomparso due anni fa che è stato amico e collaboratore di Adriano Romualdi, mi ha chiesto di partecipare alla presentazione avvenuta a Roma all’Archivio di Stato, dell’opera postuma del marito Omero nell’Egeo, la caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia, ma di questo vi ho ampiamente relazionato in un apposito articolo.

Vediamo ora cosa ci riserva “MANvantara” in questo scorcio di gennaio. In realtà si vede subito che quello che ci interessa dal nostro punto di vista è insolitamente poco. Negli ultimi tempi si è molto affermata la tendenza a mettere post politici di attualità o comunque estranei a quello che dovrebbe essere il campo di competenza del gruppo, di questi, quindi non parlerò.

Per la verità, tocca partire anche da un po’ più indietro, perché, come ricorderete, la volta scorsa un post mi ha costretto a una lunga digressione sulla presunta “Sicilia araba” e soprattutto sulle reali motivazioni che stanno dietro a tanta voglia di separatismo che si manifesta nelle sedi più svariate, ma dietro cui si può individuare una precisa regia.

Riparto quindi da un post di dicembre 2025 che avevo trascurato.

Il 23 dicembre troviamo un link a un reel di “Ancient History Explorers” che ci parla del segugio irlandese, il grande cane dalla lealtà ferrea e la ferocia in combattimento che spesso accompagnava gli eroi gaelici e vichinghi.

Intorno al 600 a. C., gli osservatori greci videro imponenti segugi che combattevano con fasce da guerra celtiche antenati del lupo irlandese”.

Qui c’è palesemente un errore di traduzione, dovuto probabilmente alla scarsa familiarità con la terminologia anglosassone per le razze canine. Si sta parlando dell’irish wolfhound, Il cane di più grande taglia al mondo, superiore a quella dell’alano, ma attenzione, il nome non significa cane lupo, bensì cane DA lupi, cioè selezionato per la caccia al lupo, così come il foxhound non è un cane volpe, ma un cane da muta impiegato per la caccia alla volpe, e il fox terrier una razza creata per braccare la volpe nella sua tana.

Proseguendo ed entrando finalmente nell’anno nuovo, troviamo una valanga di post su argomenti politici recenti e attuali, ma molto poco riguardo a quello che dovrebbe essere il focus centrale del gruppo, salvo un post del 1 gennaio.

Sapevate che gli antichi Romani usavano scambiarsi, come noi, auguri e presenti per l’anno nuovo? Ce lo testimoniano alcuni reperti conservati al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Si tratta di riproduzioni di foglie di alloro modellate nell’ambra che recano l’iscrizione ANNFFT che significa Annum Novum Faustum et Felicem Tibi, anno nuovo prospero e fortunato a te.

Passiamo ora a esaminare quel che troviamo nel gruppo “gemello” “No OOA”. Anche qui non c’è molto. Rispetto alla volta scorsa, vediamo che si è aggiunto un solo post. Quest’ultimo, del 30 dicembre, è un link a un articolo di Amedeo Vinciguerra su “Blitz quotidiano”, che peraltro ci parla di una recente scoperta non poco interessante.

Nella contea del Suffolk nel Regno Unito sono stati scoperti i resti di un antico focolare risalente a 400.000 anni fa, in un sito con ogni probabilità abitato da uomini di Neanderthal.

La prima, ovvia, constatazione è che, come abbiamo sempre sospettato, questi antichi uomini che maneggiavano il fuoco, a ogni nuova scoperta che li riguarda, li scopriamo sempre più pienamente umani e non troppo diversi da noi, ma il discorso non finisce qui.

La padronanza del fuoco è un indizio molto importante per stabilire ciò che è umano e ciò che non lo è. Ora, si può osservare che in questo articolo ci viene detto che questa scoperta retrodata la scoperta e l’uso del fuoco a 400.000 anni fa, ma se la mia memoria non è tanto cattiva, ricordo che un tempo si attribuiva la scoperta del fuoco a un gruppo di australopitechi vissuti intorno ai 2 milioni di anni fa, che era stato battezzato per questo motivo Australopithecus prometeus in riferimento alla leggenda greca di Prometeo. Evidentemente, è un’idea che si è dovuta lasciar cadere.

In realtà, le savane africane sono regolarmente percorse da violenti incendi di origine del tutto naturale, che hanno persino un ruolo importante nel rinnovamento della vegetazione e l’associazione tra resti di australopitechi e tracce di fuoco, è con ogni probabilità del tutto casuale.

Ora si osservi bene, i paleoantropologi mainstream ma verrebbe da dire di regime – hanno fatto di tutto per espellere gli uomini di Neanderthal dalla nostra specie per venderci una presunta uscita dall’Africa di Homo sapiens attorno ai 50-100.000 anni fa, e nello stesso tempo hanno fatto di tutto per umanizzare gli australopitechi africani per venderceli come credibili nostri antenati, ma in entrambi i casi, gli indizi portati a supporto di ciò, a un esame appena più approfondito, si rivelano inconsistenti e fallaci.

A questo punto, sarà bene precisare una cosa: quella di seguire, fra le molte tracce che si intersecano sulla pista dell’eredità dei nostri antenati, solo quella di “MANvantara”, è una scelta che mi sono auto-imposto allo scopo di evitare che gli articoli di questa serie si dilatassero sempre più fino a occupare tutto lo spazio per me disponibile su “Ereticamente”, come stava avvenendo. Non è un obbligo di legge. Nel momento in cui questa traccia comincia a svanire, mi vedo nella necessità di rivedere questa decisione, almeno parzialmente.

Un altro gruppo Facebook di cui sono stato letteralmente pregato di assumere la gestione per non chiuderlo, dato che chi l’amministrava in precedenza non poteva più occuparsene, è “Tradizione Primordiale e forme tradizionali”. Qui ho linkato tutti i miei articoli della serie L’eredità degli antenati, almeno da quando ho cominciato a gestirlo, ma naturalmente non ha alcun senso che adesso mi metta a ripetere cose che avete già letto su “Ereticamente”.

Per quanto riguarda i pezzi, gli articoli, i post messi da altri contributori, almeno in tempi recenti, si tratta perlopiù di pezzi di argomento esoterico che io trovo abbiano poco a che fare con la tematica delle origini.

Sempre rifacendomi alle cose più recenti apparse nel gruppo che abbiano un’affinità con i nostri temi ancestrali, forse l’unica eccezione è rappresentata da un post di Adolfo Morganti che ci parla del suo libro Il mistero del mago Merlino di cui è stata pubblicata un’edizione spagnola.

Sfortunatamente però il pezzo non ci dice praticamente niente sul contenuto del libro, ma si concentra in un elogio sulla qualità della traduzione e dell’attività della casa editrice Hiperbola Janus che ha pubblicato il testo in Spagna.

Tuttavia, questo importa relativamente. Conosciamo bene l’importanza della figura di Merlo all’interno del Ciclo Bretone, e a sua volta del Ciclo Bretone all’interno del folclore e quindi di quella che è la cultura profonda dell’Europa.

Proseguiamo poi con il segnalarvi un filmato su You Tube del sito “Echi della preistoria” dal titolo molto promettente, Gli esseri umani non sono migrati dall’Africa 60.000 anni fa.

Scopriamo che esso si basa sulle ricerche condotte da tre diversi team di genetisti, uno guidato da David Reich – un nome che abbiamo incontrato spesso – un altro da Eske Willerlev, un terzo dall’italiano Luca Pagni, che hanno studiato il genoma di varie popolazioni in tutto il mondo, e i risultati a cui sono giunti, sono sorprendenti. In particolare nell’area del Pacifico, aborigeni australiani, Papuasia, isole Andamane, sono state individuate le tracce di un genoma sapiens risalente a 120.000 anni fa.

Ve l’ho già spiegato, dietro “le teorie” africano-centriche ci sono trasparenti motivazioni ideologiche intese a farci accettare o perlomeno a rassegnarci all’immigrazione-invasione che oggi subiamo dall’altra parte del Mediterraneo, instillandoci la convinzione che “siamo tutti africani”.

La questione delle origini è diventata un campo di battaglia.

Bene, possiamo dire che grazie alle più recenti scoperte, l’armamento presente nel nostro arsenale ha ricevuto un incremento notevole.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra il catalogo della mostra Gli dei ritornano  che espone i bronzetti di San Casciano dei Bagni, al centro, amuleti augurali in ambra a forma di foglie d’alloro esposti al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, a destra il libro di Adolfo Morganti Il mistero del mago Merlino.

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