30 Ottobre 2026
Attualità Società

Disagio giovanile: vince il sistema – Roberto Pecchioli

Diceva Josè Ortega y Gasset: “essere di sinistra è, come essere di destra, una delle infinite maniere che l’uomo può scegliere per essere imbecille: ambedue sono forme di emiplegia morale”. E mentale. Emiplegia: paralisi di una parte del corpo. Chi sceglie di schierarsi ciecamente a destra o a sinistra rinuncia a guardare la realtà nella sua interezza, decidendo di restare prigioniero di un pensiero dimezzato. La conseguenza è la perdita di senso critico, la riduzione di tutto a un dualismo superato dai fatti, mantenendo se stessi in una sorta di tifo calcistico da curva ultrà che solleva dallo sforzo di pensare autonomamente, porta alla cecità intellettuale e spesso all’autoinganno.

La questione dei tumulti giovanili di queste settimane è un esempio lampante. A destra si invoca la mano dura, la repressione. Giusto: se la protesta è violenta non deve essere tollerata. Non si possono minimizzare saccheggi, assalti alla polizia, devastazioni. La sinistra invita a comprendere le ragioni delle proteste e del disagio giovanile. Altrettanto giusto. Entrambe le posizioni, tuttavia, sono parziali e inconcludenti. Reprimere ripristina l’ordine pubblico, restaura un’apparenza di pace sociale, ma il fuoco resta sotto la cenere, pronto per nuove fiammate. Lisciare il pelo ai rivoltosi, connazionali o stranieri, significa lenire temporaneamente alcuni effetti del malessere, giustificare per allontanare responsabilità.

Nessuna delle due posizioni, il Giano bifronte del sistema, è risolutiva, nessuna affronta le cause per trovare soluzioni. Per gli uni, i giovani manifestanti sono un fastidio che turba la tranquillità di un mondo il cui slogan è business as usual, fare affari come sempre. Senza gente in piazza, urla, turbamento del tran tran postborghese. I danni li paghino i genitori dei minorenni o i manifestanti, se di maggiore età. Giusto ancora una volta, ma gran parte dei negozi attaccati, delle vetrine infrante e degli scaffali svuotati appartengono ai giganti del settore, ampiamente assicurati. Saranno comunque rifusi. Molti immobili lordati nel centro delle città sono proprietà di fondi e multinazionali, padroni anche del sistema commerciale. Dall’altro lato, si dimentica che nessuno ha lottato per il pane, per reclamare lavoro o cambiare la società. I saccheggi hanno riguardato marchi, firme, i brand diventati identità surrettizie di generazioni vuote, nutrite di consumo , assordate da musica scadente che sbraita di denaro, successo, violenza, sesso. Se il Sessantotto fu il desiderio di rivoluzione, il tumulto presente è la rivoluzione del desiderio (frustrato).

Destra e sinistra raccolgono i frutti avvelenati di ciò che hanno seminato, il nulla in cui vivono (male) le generazioni. Citiamo ancora Ortega, la sua “circostanza”, le condizioni concrete della vita in cui ognuno si trova ad esistere. Comprende il luogo, il tempo storico, la famiglia, la società, le relazioni, le opportunità, i limiti, i costumi in cui siamo immersi. Nessuno può negare che la circostanza presente sia un pantano in cui sono saltati tutti i riferimenti, dalla famiglia alla religione sino a partiti, sindacati, comunità, scuola e cultura. L’individuo costretto all’isolamento soffre, soffocato da una cappa di disagio economico, esistenziale, valoriale. Se la scuola non insegna né educa non è colpa degli studenti; se gli insegnanti – o meglio le insegnanti – sono travet indifferenti di mediocre cultura e scarsa motivazione, raramente punti di riferimento per generazioni dalle famiglie spappolate, non è colpa di chi manifesta. Poiché per fortuna hanno la pancia piena, rubano i simboli del consumismo, unico modello ed obiettivo da raggiungere secondo l’unanime coro del sistema.

Dicono a sinistra, con il consueto piglio virtuoso, che occorre ascoltare i giovani, farsi carico del disagio, affrontarlo. Nulla di più ovvio, se non fosse che per ascoltare occorre che l’interlocutore abbia qualcosa da dire, un programma, un’idea forza. Non è così: slogan vuoti o minimalisti, nessuna vera critica della scuola strumentale che non forma e insegna (malamente) solo ciò che “serve”, non a loro, ma al Dio mercato. Dal lato destro non si propone un modello educativo ed etico forte, né si lavora per rovesciare i disvalori correnti (denaro, consumo, successo, libertà senza direzione, individualismo) in quanto pilastri della visione liberale dominante. Sul versante opposto la risposta è offrire dosi più massicce di ciò che ha condotto alla dissoluzione. Entrambi ignorano che la confusione della protesta, l’incapacità di formulare progetti o vere richieste è il triste segnale di una generazione – un’altra! – alla deriva, che sa confusamente di vivere in un mondo sbagliato ma non ha più strumenti per immaginare alternative.

I più coerenti sono gli assaltatori delle vetrine e i saccheggiatori delle griffes: gli uni rispondono a un nichilismo di cui i capi occulti intendono servirsi per tornaconti politici, gli altri decretano la vittoria schiacciante del modello dominante. Vogliono – possibilmente gratis – il loro posto alla tavola del consumo e del successo misurato in denaro, capi di abbigliamento, apparati elettronici, il “sistema degli oggetti” denunciato da Serge Latouche. Le risposte politiche sono disarmanti: legge e ordine, non esistono pasti gratis, tuona la destra sulle orme del liberista Milton Friedman; avrete nuovi diritti, ossia più droghe sociali e materiali, dosi maggiori di panem et circenses, risponde l’altra faccia della moneta contraffatta. Il pensiero debole preferisce la seconda opzione. Nessuno mette in discussione il sistema sociale, valoriale, economico, antropologico dominante, il dirittismo orgiastico mercantile.

L’ intero arco politico e culturale ha fatto dell’avere il metro di giudizio dell’esistenza. I modelli si basano sul lusso, il consumo e un’idea malata di desiderio. L’ istruzione è ridotta a fabbrica inesausta di diplomi, lauree, master; la precarietà esistenziale è elevata a progetto positivo, il cui esito è il nomadismo di vite a nolo. Niente stabilità, famiglia, radici, futuro; avanzano polverizzazione sociale, deserto comunitario, indifferentismo morale, edonismo pratico. Spalle curve sullo smartphone, la comunicazione lasciata alle reti sociali, l’esistenza ridotta a consumo, sequenza ininterrotta di esperienze superficiali. In più, siamo bombardati da paure, vere o costruite: pandemia, guerre, apocalisse climatica, crisi energetica. Non resta che inseguire piaceri effimeri, cogliere l’attimo. Consumare e consumarsi nell’assoluta assenza di prospettive spirituali o morali. Abbiamo svuotato di ideali, di speranza, di futuro le generazioni, ora ci stupisce il risultato.

Infine, perché riflettere sul disagio giovanile in una società sterile? Non vogliamo eredi. I ragazzi sono i nostri posteri, la generazione destinata a sostituisci. Ma per l’homunculus occidentale che sguazza nel presente, vale il sarcasmo dissolvente di Groucho Marx: che cosa hanno fatto per noi i posteri? La domanda retorica denuncia l’esaurimento morale e civile, l’indifferenza per il futuro e l’approccio strumentale. Non ci chiediamo che cosa fare per i nostri figli; tutto è subordiniamo allo scambio, alla fredda reciprocità contrattuale. Generazioni disseccate, senza amore, abbiamo reso vuote, perfino afasiche le masse giovanili, incapaci di dire che cosa vogliono perché non lo sanno.

E’ proprio la mancanza di un progetto o di obiettivi a rendere più sinistro il messaggio delle piazze. Chi va per le spicce saccheggia non forni o mercati, ma i laccati franchising dei grandi marchi che hanno occupato i centri urbani e i centri commerciali, le chiese senza croce dove si adorano il vitello d’oro del consumo e il dio dell’Avere. I più semplicemente urlano, se la prendono con la polizia, ossia con la persistenza di uno straccio di legge. La rivoluzione vincente è stata l’ uomo-massa anarcoide, senza classe, appartenenza, identità. Un tipo umano che quando esprime dissenso, lo fa con le parole e i valori del potere. Non cambierà nulla se non salterà il canone occidentale fatto di edonismo, individualismo, finti diritti, consumo, libertà priva di direzione. E’ il paradigma avvelenato del sistema materialista, liberista libertario libertino, che unisce destra, centro e sinistra. Non si sconfiggono gli effetti perversi se non si attaccano le cause. Le vetrine infrante e i capi firmati rapinati sono danni collaterali che il potere riparerà in fretta a spese nostre. Ma i giovani in piazza lo ignorano: nessuno li ha formati e informati. I dominanti hanno già vinto se chi manifesta chiede un posto alla loro mensa.

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