7 Luglio 2026
Politica

Remigrazione? – Roberto Pecchioli

Papa Leone ha affermato che la remigrazione non è una risposta cristiana all’immigrazione. No, Santità, significa affrontare un dramma con realismo. Quanto al respingimento di chi arriva senza invito né permesso, i popoli cristiani hanno sempre difeso se stessi dagli stranieri, dagli estranei, dagli invasori. È un diritto naturale. Il presidente della repubblica, senza neppure essere interpellato, asserisce apoditticamente “siamo tutti migranti”. Chiesa, potere politico, forze economiche e finanziarie sono unanimemente schierate contro i popoli da cui provengono. Un parlamentare PD, tale Verducci, propone addirittura di vietare la parola remigrazione per motivi etici. La madre dei tirannelli è sempre incinta.

Non è questa la sede per analizzare le motivazioni di lungo periodo delle ondate migratorie o per contrastare l’argomento principe degli immigrazionisti, l’inevitabilità del fenomeno. Una menzogna, ma il tema – insieme con il crollo demografico che avvicina la fine delle genti europee e la sostituzione etnica – merita qualcosa di più di frasi ad effetto, da una parte e dall’altra. Il pontefice è reduce dalle Isole Canarie dove ha santificato la figura ormai mistica del “migrante”. Silenzio sul diritto a non essere invasi. Milioni di persone ne hanno abbastanza di un approccio fatto di ricatti morali. Le virgolette alla parola migrante riguardano un neologismo imposto per neutralizzare il significato cambiando il significante, un participio presente che evoca una condizione di transito, non di installazione come nel caso della parola immigrato.

Perché difendere il proprio territorio, la propria gente, cultura, origine, tradizione etica e spirituale dalla massiccia penetrazione di soggetti estranei non sarebbe cristiano? Fatta salva la dignità di ogni essere umano, le differenze tra gli uomini sono per il credente un elemento del piano del Creatore. Ferisce vedere la chiesa cattolica (e romana!) schierata, nel pezzo di mondo che ha improntato per due millenni, contro i suoi stessi fedeli in nome di un generico umanitarismo che non distingue tra vicini e lontani. Il tema migratorio, le domande e i problemi che pone non sono fastidiose lamentele di gente malvagia. Non si può sfigurare un mondo senza che qualcuno reagisca. Non parliamo solo dell’enorme problema di ordine pubblico costituito da una parte degli immigrati, né delle serie questioni economiche e sociali connesse all’ arrivo di masse umane profondamente diverse da noi a cui dobbiamo dare assistenza, cibo e diritti, sottraendo risorse alla popolazione originaria, alimentando una guerra sempre meno silenziosa tra ultimi e penultimi, funzionale al potere e alle sue ramificazioni, chiesa compresa.

Non intendiamo sollevare il tema della cittadinanza che si vuole regalare per nascita casuale sul nostro territorio o per residenza. La cittadinanza non è nazionalità, come sapevano i rivoluzionari francesi: cittadini sono i figli della Patria (enfants de la Patrie), la terra dei padri. Remigrazione è il cammino inverso del “migrante”, che, se è in transito come suggerisce la parola diventata obbligatoria, può anche tornare al luogo di origine. Il tema è stato posto dal libro Remigrazione, una proposta, dell’austriaco Martin Sellner. All’autore è costato il divieto di ingresso in Germania e Svizzera, Stati in cui dovrebbe essere garantita la libertà di parola. Ma il tabù migratorio è così grande che chi tocca certi fili muore. Civilmente, ma anche materialmente. Difendere chi non vuol essere difeso, amare una terra, una cultura, una civiltà che ha intrapreso la strada della dissoluzione è impresa vana, oltreché pericolosa. Tuttavia, la remigrazione, anche nei tempi lunghi e con le modalità ragionevoli di Sellner, è ormai impossibile. Troppo grande il numero di immigrati, troppa la confusione tra cittadinanza e nazionalità, troppe le difficoltà pratiche e giuridiche di un’utopia generosa ma tardiva. Avremmo dovuto pensarci vent’anni fa. È una bandiera che scalda il cuore e alimenta carriere politiche in giro per l’Europa, ma difficilmente diventerà realtà. Pure, occorre discuterne senza anatemi, con equilibrio e rispetto per ogni posizione seriamente argomentata.

Serve un approccio equilibrato, anche per allontanare lo spettro della violenza e della guerra civile. Sussiste il diritto inalienabile dei popoli a vivere nelle loro terre storiche, cui si aggiunge il diritto alla sovranità nazionale – altrettanto inalienabile – da parte del paese ospitante, a partire dal controllo delle frontiere e dalla scelta di scegliere chi entra. Bisogna essere netti: non può essere la razza – parola riabilitata paradossalmente dalla sottocultura woke – il criterio fondamentale della remigrazione. Il problema è politico: riguarda i criteri dell’immigrazione, la nazionalità, la cittadinanza, i principi di una civiltà, le conseguenze del rifiuto della politica, della cultura e del potere di assimilare i nuovi venuti.

L’ assimilazione è un’esigenza legata alla storia; il suo opposto non è la gioiosa coesistenza di identità e comunità, ma la disintegrazione. È ciò che abbiamo sotto gli occhi anche in Italia: nessuna assimilazione, cioè inculturazione progressiva degli immigrati nella società di arrivo, che non sa più offrire un progetto comune avendo smarrito ogni identità. Una situazione aggravata dal folle immigrazionismo di gran parte della politica e della chiesa. Smania di nuovi clienti, volontà di disporre di un “esercito di riserva” a basso costo o sincera volontà, poco conta dinanzi al fallimento di un modello che va oltre l’integrazione e abborda una difficilissima inclusione. Includere culture, religioni, modi di vita, differenze che non possono essere minimizzate nel solo criterio del “colore della pelle” significa escludere, se non vietare, tratti importanti dei modi di essere, vivere, pensare, vedere il mondo delle comunità di (forzata e forzosa) accoglienza. Cancella l’identità delle popolazioni originarie per fare posto (questo significa includere) ai nuovi arrivati. È compito di chi entra in casa d’altri adattarsi. Sempreché valga ancora il nomos della terra di Carl Schmitt, il processo fondamentale della suddivisione dello spazio, essenziale a ogni epoca storica, la combinazione strutturante di ordinamento e localizzazione, nel quadro della convivenza tra i popoli sul pianeta “.

 Chi non vuole, non può o non sa assimilarsi non può essere accolto né tanto meno ricevere il regalo della cittadinanza. A questi soggetti è rivolta la remigrazione, senza abbandonare il progetto civile e politico dell’assimilazione. Chi davvero si sente italiano – criterio sempre più difficile da definire per la confusione tra Stato, nazione, identità, cultura – non può essere scacciato. Sarebbe ingiusto rimpatriare persone assimilate sullo stesso volo del criminale recidivo, del predicatore islamista, dell’attivista che lavora a dividere la società d’accoglienza per etnie, religioni, costumi, abbigliamento. La coesistenza tra diversi – prendendo innanzitutto atto che le differenze sussistono, sono molto serie e spesso non componibili- può faticosamente mantenersi solo alle condizioni di leggi severe, frutto della nostra volontà, sensibilità e storia. Il principio dovrebbe essere assimilazione finché è possibile, remigrazione quando è necessario. Scrisse il filosofo Jean-Louis Harouel che “mentre la mancata assimilazione di alcuni stranieri non rappresenta un problema per una nazione – può persino costituire un contributo esotico, originale e fecondo – la mancata assimilazione di grandi gruppi etnici porta alla formazione di un contro-popolo, di una contro-società dannosa per il paese ospitante”. La distinzione tra gruppo e individuo solleva la questione dei numeri. L’assimilazione è stata abbandonata per cieco egalitarismo, ma anche perché i flussi sono diventati troppo ampi, non governati, favoriti da poteri in grado di bloccare l’applicazione delle norme. Di qui l’entusiastico ripiegamento nell’ “integrazione”, una sorta di miracoloso compromesso in cui ognuno farebbe un passo verso l’altro mantenendo la propria identità. Favole, come dimostra l’esperienza quotidiana e l’inferno di quartieri ed enclaves sottratte alla legge.

 La separazione per razze od origini– il ritorno alla legge del sangue – è l’esito avvelenato dell’azzardata scommessa dell’integrazione. L’assimilazione, a sua volta, fallisce per il mix del crollo dei principi comuni tra gli europei e il numero eccessivo di immigrati. Per assimilare – ma anche per integrare con speranza di successo – bisogna accogliere meno stranieri. E la volontà di preservare ciò che siamo a partire dalla nascita di nuovi membri della comunità. Ogni discorso legato al tema migratorio si infrange sul muro invalicabile del tracollo demografico. Un ulteriore elemento è il rispetto e l’applicazione delle leggi esistenti e il ripristino del diritto dovere di difendere le frontiere. Centinaia di migliaia di irregolari, in prevalenza giovani maschi, rimangono sul territorio in assenza di controlli, ingrossano le fila della delinquenza, dell’insicurezza e delle molestie alle donne, aspetto pervicacemente negato da buonisti, progressisti e incredibilmente da molte femministe. Da costoro dovrebbe partire la remigrazione, accompagnata da una politica che, anziché il riarmo, privilegi la difesa dei confini, con respingimenti, sistematico sequestro dei mezzi di trasporto e l’arresto di scafisti, favoreggiatori e utilizzatori finali degli immigrati. Le leggi sono inadatte a fronteggiare fenomeni epocali come le migrazioni organizzate, ma esistono.

 Finalmente si applichino, come gli italiani chiesero votando l’attuale governo. Basta con chi delinque e gira libero per le città: le espulsioni devono essere eseguite senza bisogno di invocare la remigrazione. Fuori fannulloni, approfittatori e relative famiglie, qui per sfruttare lo Stato sociale, pressoché irraggiungibile dalla nostra gente che paga il conto. Espulse queste categorie, i membri attivi delle comunità chiuse, i rivoltosi e i teppisti di ogni età, un pezzo del problema sarà ricondotto a termini accettabili e si potrà riprendere il progetto di assimilazione. Ricorda Alain De Benoist che l’assimilazione implica la volontà di assimilare da parte del potere e la disponibilità ad essere assimilati dei nuovi arrivati. Non sussiste nessuna di queste due condizioni. Eppure, sono la premessa indispensabile per bloccare l’avanzata di una Babele di incomunicabilità, degrado, sostituzione etnica, deserto valoriale.

FONTE COPERTINA

6 Comments

  • UnUomo.InCammino 29 Giugno 2026

    Il grande tabù sta nella negazione, con tutti i mezzi possibili, della guerra migratoria.
    La remigrazione non è possibile con gli strumenti del tempo di pace: non si può affrontare una guerra subita con strumenti civili. Nessun oncologo penserebbe di affrontare un tumore colla integrazione. A volte si salva la vita del malato con la chirurgia, non con le pomatine alla calendula o coi fiori di Bach.
    Poiché questo implicherebbe anche solo prendere atto di ciò che è stato da sempre inculcato come nuovo mondo paradiso multietnico è una menzogna, anche solo per non cambiare la parola da cioccolato a cacca, continuano a spacciarlo come squisita cioccolateria piemontese.
    Non è possibile pensare che coloro che hanno creato, imposto e apologizzato il problema lo risolvano. Non saranno le castalie che ne traggono vantaggi – economici, di potere, ideologici – coi loro giochini di sostituzione delle perle di vetro, a interrompere il loro passatempo, il loro sadismo da parassiti.
    Il Pontefice a capo della Chiesa “universale” che sparisce per secolarizzazione, tenta di salvare capra e cavoli, non può pensare alla cura, non può pensare come un medico savio che conosce che una malattia è tal per chi la propaga e per chi ne viene infettato. Chi è universale non può essere, logicamente, conscio di diversità, specificità, dei conflitti che ciò comporta. Una volta la Chiesa aveva a cuore il miglioramento del secondo e il terzo modo, le missioni erano il dispositivo. Una volta.
    E’ più facile essere pietosi, ora.

  • Andrea 2 Luglio 2026

    Quali sarebbero gli strumenti non civili da utilizzare ?

    Abbiate la decenza e la spina dorsale di parlare con chiarezza.

    Se ne siete capaci, naturalmente.

  • UnUomo.InCammino 3 Luglio 2026

    Andrea, visto che militate a sinistra e quindi siete moralmente corresponsabile dell’infinito disastro di guerra civile (se uno esce di casa e torna a casa colle gambe amputate per un invasore che si è dato da fare a “segnare il campo” a ribadire gli intenti egemonici, moltiplicare per centinaia di casi e vittime) dovreste avere la dignità almeno di un mea-culpa evitando accuratamente lo spregio all’intelligenza di tentare di invertire causa ed effetto, azione e reazione.

  • Claudio Antonelli (Montréal) 5 Luglio 2026

    “Siamo tutti migranti…” e altre balordaggini
    Gli allargatori del discorso, che sono schiere in Italia, si ammantano di grande saggezza e pongono, sullo sfondo del problema su cui si sta discutendo, l’infinito, l’eternità, l’umanità intera, il destino dell’uomo, il fatto che “tutto il mondo è paese”, “siamo tutti migranti”, “siamo tutti figli di Dio”, e che “anche noi nel passato…” Quest’ultima frase è riformulazione alla Gian Antonio Stella del “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Ma di pietre il giornalista Stella ne scaglia parecchie, anche se solo contro gli italiani. Con queste analisi “universalistiche” del problema, che viene proiettato negli spazi siderali, e tende quindi, allontanandosi dalla terra, a sparire, ogni proposta di soluzione pratica diviene inutile. Ma occorre che il problema riguardi l’Italia nel suo insieme. Perché se il problema riguarda direttamente uno di questi “filosofi a tempo perso”, allora questi diventano pragmatici e tutto cose, e ricercano subito una soluzione pratica, anche a costo di sacrificare gli interessi altrui; anzi, sacrificandoli con gusto.
    Questi ragionamenti finali sono molto temibili sul piano dialettico, proprio perché teorici, astratti, avulsi da ogni realtà. Contro di essi non è ammesso controbattere con un volgare “E perché non lo fai tu…” o “È facile per te parlare…” o ancora “Ma tu metti poi in pratica questi tuoi principi di solidarietà universale?”, “Sei pronto ad amare il prossimo tuo vicino di casa, e non solo il prossimo lontano, visto da te in televisione?”
    Tra questi argomenti finali ve n’è uno esprimibile con una temibile parola: paura.
    Non so se avete notato ma il detto “la paura è cattiva consigliera” ha detronizzato il “fidarsi è bene non fidarsi è meglio” e anche “Chi va sano va piano e va lontano”. Occorre ad ogni costo combattere la paura, è il refrain che risuona in Occidente. Una paura pero’ a senso unico, ossia la paura del Diverso, dell’Altro, il mitico personaggio che dovremmo abbracciare e a cui dovremmo offrire le chiavi di casa. Ma continuando pero’ ad odiare l’automobilista che ha appena commesso un semplice errore di guida, o il vicino di casa il cui cane viene troppo di frequente sul nostro terreno. E continuando in interminabili discussioni da cui sprizza intolleranza e astio per chi ci sta di fronte e alza la voce e ci accusa, volendo a tutti i costi aver ragione lui.

  • Claudio Antonelli (Montréal) 5 Luglio 2026

    Debitori e creditori
    L’ assioma di un certo multiculturalismo di Stato è che tutte le culture sono uguali e quindi meritevoli di pari tutela.
    L’ideologia mondialista oggi dilagante tiene in assai scarsa considerazione lo stato-nazione, che è visto da molti in Europa addirittura come il relitto di un passato oscurantista. Il pensiero dominante esige ormai da tutti noi l’adesione al discorso mondialista. Il che ha contribuito a dar vigore a un tabu’ assurto a verità rivelata: i popoli sono da considerarsi tutti uguali, insieme con le loro culture: le culture etniche e nazionali. Le identità dei popoli insomma si equivalgono. Eppure esse sono la continuazione e lo sviluppo di un passato che non è certo identico per tutti i popoli.
    Inutile dire che secondo la logica della parità delle culture tra loro le cause della ricchezza e della povertà dei singoli paesi non sono da attribuirsi ai valori della loro “cultura-civiltà”, ossia alle capacità di sviluppo socio-culturale dei suoi cittadini e alla creatività e alle altre caratteristiche dei singoli popoli, ma ad altri fattori che a dire il vero non si sa bene quali siano. A sostenere il contrario, che cioè le culture non sono sempre, in ciascuna delle loro faccette, prime della classe e meritevoli di uguale apprezzamento e tutela, s’incorre nell’accusa di xenofobia, e anche peggio. Difatti, l’illuminante saggio di Samuel P. Huntington: “The clash of Civilization and the remaking of the world order”, che parla di conflitti di civiltà ossia di “culture” – termine quest’ultimo da intendersi nel senso più ampio – ha suscitato la riprovazione morale dei padroni del discorso: un discorso buonista e mondialista, secondo il quale l’Islam, che è alla base di sistemi politico-religiosi a carattere spesso totalitario e guerriero, equivale al nostro cristianesimo che invece accetta la separazione tra Stato e Chiesa e invita i fedeli a porgere l’altra guancia.
    Secondo la logica della parità di culture, qualunque cultura etnica che il migrante porta con sé spesso insieme con la propria bandiera amorosamente avvoltolata nella valigia, deve essere accettata dalla società che lo accoglie anche quando i canoni di tale cultura entrano in conflitto con i valori base della società ospitante, tra i quali – noto per inciso – vi dovrebbe essere il pieno rispetto dovuto alla donna. Ma poiché tutte le culture sono uguali, il multiculturalismo di Stato mira a salvaguardare l’identità culturale di partenza di ogni gruppo d’immigrati anche quelli che praticano l’infibulazione e ricoprono il viso della donna con delle mutande nere.
    Il mondialismo con la confusione delle culture tanto celebrato dai benpensanti italiani non è però condiviso né dalla Cina, né dagli USA, né dalle masse d’immigranti del Terzo Mondo partite all’assalto dei pascoli occidentali.
    Il senso di colpa che attanaglia l’Occidente nei confronti del resto del mondo – P. Bruckner parla di “Singhiozzo dell’uomo bianco” – fa sì che da questa disparità economica i padroni del discorso facciano nascere una contrapposizione d’ordine morale: alla porta della sala dei banchetti bussano impazienti i popoli “debitori”, i quali si considerano in pieno diritto di esservi accolti.
    Debitori sarebbero i popoli che il destino ha fatto nascere nell’uno o l’altro dei paesi ricchi, mentre i popoli moralmente creditori sono quelli che l’ingrato destino ha fatto nascere in un paese povero; paese dal quasi immancabile governo corrotto e inefficiente, e in preda a divisioni e odi, molto più numerosi e abbondanti che nella stessa Italia.

  • Claudio Antonelli (Montréal) 5 Luglio 2026

    Una correzione al mio precedente post.
    la frase “alla porta della sala dei banchetti bussano impazienti i popoli “debitori”, i quali si considerano in pieno diritto di esservi accolti”
    va corretta come segue:
    “alla porta della sala dei banchetti bussano impazienti i popoli “creditori”, i quali si considerano in pieno diritto di esservi accolti..

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