IX
Il mito dell’Altro
«I miti mettono a nudo le modalità più segrete dell’essere».
(Mircea Eliade)
Cos’è un mito? È il fondamento di una civiltà. Una verità che non si può dire in altro modo. Soprattutto, è una risposta al problema dell’Origine. Noi cerchiamo una spiegazione alla vita mediante una catena di cause. Ma tale procedura, nel suo andare a ritroso, cade in un regresso infinito. Dietro ogni cosa si adombra un’infinità di cause pregresse. Quindi, o ci fermiamo a una Causa Prima o ci rappresentiamo un mondo eterno, senza inizio.
In altre parole, dobbiamo credere in Dio o in un universo che esiste senza perché. Messo di fronte alla irrazionalità dell’Origine, l’uomo si rivolge al mito. Il fondamento, l’oscura scaturigine delle cose gli diventa così comprensibile. Ma per capirla deve collocare le radici del cosmo, dell’uomo, della coscienza, delle leggi morali, in una dimensione che trascenda ragioni empiriche.
In tal senso, la società contemporanea è forse la prima a non basare su presupposti metafisici la sua generale visione del mondo, della vita, delle regole e dei costumi sociali. La prima i cui miti, culti, riti, tabù, prescindono da una presenza del sacro, e nella quale sono le leggi naturali, la nostra stessa idea di Natura, a fornire un nuovo potente archetipo mitologico.
Invece di una cosmogonia divina abbiamo il Big Bang, invece della Genesi l’Evoluzione. Dov’era l’Eden c’è ora una caotica giungla, e al posto di Adamo ed Eva troviamo goffi e pelosi primati senza il ben dell’intelletto. E se nella Bibbia i serpenti parlavano, nel nostro mito sono muti ma, in compenso, possono metter le ali e trasformarsi magicamente in uccelli, forse cantare.
La scienza narra il mito di una realtà fisica, composta di atomi governati da leggi probabilistiche. La medicina tratta mitologici processi di malattia e guarigione. La storia, la politica, l’informazione, si muovono tra immaginose mitologie. Anche la nostra vita sentimentale si nutre di miti. E la psicoanalisi ha fissato nel senso comune gli archetipi del Narciso e dell’Edipo come metafora delle nostre nevrosi.
Così, la crisi spirituale della società moderna può forse rispecchiarsi nell’Androgino platonico. Essere duplice – dotato di quattro gambe e quattro braccia, di doppi attributi sessuali, e le cui due facce erano volte in direzioni opposte – che parve a Zeus troppo potente, sicché il Dio, per fiaccarlo, decise di dividere le due parti che lo componevano. Questo mito, a mio avviso, ha profonde affinità con la spaccatura interiore che affligge l’uomo contemporaneo.
Tuttavia non lo prenderei nel suo significato classico di spiegazione dell’Eros come forza che tende alla riunificazione. Nel mio Androgino non sono determinanti i doppi caratteri sessuali ma le due facce che guardano in opposte direzioni, le quali hanno quindi diverse visioni del mondo e che, una volta divise, non un impulso erotico ma il desiderio del Logos spinge a cercarsi e a ricongiungersi.
Vorrei esprimere così l’originaria coesistenza in noi di due Mondi: Questo e Quello, il mondo dell’Io e il mondo del Sé. Uno rappresenta la convessità esteriore del reale, l’altro la sua interiore concavità. Il primo è dimensione orizzontale della vita, il secondo la sua proiezione verticale. Insieme formano l’integralità dello psichismo umano.
Uomo compiuto è dunque chi reintegri in sé i due aspetti e li esprima in una ideale unità. La volontà riparatrice del Logos dovrebbe esprimersi perciò come integralismo dialettico, pulsione a ricomporre l’antica frattura e ripristinare la perduta totalità interiore. E di fatto la coscienza umana ha sempre cercato di fondere fede e ragione, mente e cuore, corpo e anima, terra e cielo, logica e poesia, come maschi e femmine hanno sempre cercato di fondersi in un atto sessuale.
Chiedersi se tale fusione metafisica sia mai avvenuta è come chiedersi se uomini e donne, attraverso l’amplesso fisico, abbiano mai riunificato le due metà dell’essere. Se l’hanno fatto è stato sempre in modo parziale, faticoso, difettoso, contraddittorio, doloroso. Ma se i corpi non si sono mai perfettamente integrati, si sono perlomeno riavvicinati. E questo vincendo gli ostacoli, i limiti e le difficoltà che la società ha sempre posto ai desideri di un Eros riunificante.
Comprendere l’origine della nostra crisi, significa vedere come oggi la società occidentale, mentre da un lato pare aver allentato le sue forme di repressione e condanna della sessualità, di cui incoraggia le forme più aberranti, dall’altro reprima le forme della spiritualità, e intenda in realtà soffocare ogni tentativo di ripristinare una reale integrità umana.
Gli strumenti della dissuasione e della rimozione non si applicano più al desiderio carnale ma alle intime aspirazioni dell’anima. Si cerca di sabotare l’Eros come reintegrazione dell’essere duale, e insieme si impedisce al Logos una visione unitaria della vita. Si nega all’Io di riconciliarsi col Sé, di ricreare un equilibrio, anche se precario e imperfetto, tra immanenza e trascendenza.
Il malessere esteriore della società è quindi sintomo di una fondamentale frattura interiore. Strappato al Sé, l’uomo è figura dimezzata, Io orrendamente mutilato, piatto, amputato delle feconde intuizioni, dei pensieri metafisici e poetici, della creatività artistica, della visione profonda, della fede in Quello che non sa spiegare e che pure lo rivela a sé stesso.
Il problema è che, ragionando su tale questione, alimentiamo Questo e i suoi meccanismi. Il nostro analizzare il profondo equivale a trarre i pesci dall’acqua, soffocandoli. L’alternativa è quindi tra lo starcene in silenzio, osservando il nostro mezzo essere vagare mezzo cieco nel suo mezzo mondo, nella sua mezza vita, o riaccostarci al Sé ritrovando il suo linguaggio, parola evocativa e non dimostrativa, semplice far cenni verso Quello che è propriamente indicibile.
È necessario affrancarsi dai discorsi esplicativi delle varie discipline scientifiche, perché, per quanto intellettualmente stimolanti e utili, creano in noi una falsità, un’incongruità rispetto alla indivisibile pienezza della vita. L’Io che vi si affida, orientato solo dalla bussola del suo sapere, naufraga tra immagini frammentarie dell’essere, senza più un centro stabile cui ancorarsi.
Come dice Paul Ricoeur, “quello che io sono è incommensurabile rispetto a quello che io so”. Questo abisso che divide l’essere dal sapere è ciò che la nostra immagine oggettiva e razionale del mondo vorrebbe nascondere. Il metodo scientifico – fisico, storico, psicologico – ci separa con taglio chirurgico dal nostro Altro metafisico, lasciando che la ferita, aperta, si infetti.
È in sostanza un atto di rimozione. Non il freudiano occultamento di desideri socialmente sconvenienti o di conflitti infantili, ma un pensiero esteriorizzante che nasconde il cuore delle cose. E questa somma di apparenze superficiali la chiamiamo consapevolezza. Diventare consapevoli è diventata la nostra catarsi borghese, purificazione dell’essere mediante la rimozione della realtà.
V’è qui un “io so” che cerca di eludere il mistero dell’“io sono”. «Dove era l’Inconscio, là deve subentrare l’io», preconizzava Freud. Sradicare il mistero del Sé portandolo al livello della coscienza diviene l’ideale della nostra società post-illuminista: assoggettare la natura al controllo della ragione, subordinarla a un Io dotato di razionale cognizione dei fatti. Vogliamo riempire questa vuota, misteriosa e incolmabile certezza d’esistere con contenuti “chiari e distinti”.
Perciò Freud si rammaricava di dover usare metafore letterarie: Io, Es, Super-io (il che, come s’è detto, era solo far della mitologia), e auspicava che un giorno le dinamiche psichiche sarebbero state chiarite in modo rigoroso dai linguaggi delle scienze positive: chimica, biologia, fisiologia, neurologia. Non condivideva certo l’idea di Laozi, secondo cui “non bisogna togliere i pesci dalle acque profonde”.
Il padre della psicoanalisi non vide che il suo sogno di spiegare la psiche con lessici scientifici avrebbe portato infine a una coscienza artificiale, pensiero prosciugato delle sue feconde profondità e ridotto a sterile superficie. Infatti, riducendo l’uomo a teorema possiamo tradurne gli atti mentali in modelli fisico-matematici e, grazie a una sofisticata tecnologia, farne una simulazione elettronica.
In futuro potremo dunque venir psicoanalizzati da un automa, o chiedergli il sacramento della confessione. L’intelligenza androide diventa perfetta rappresentazione di un Io liberato da oscure pulsioni, ridotto a pura informazione, la cui anima viene frantumata tra le ruote dentate di ingranaggi perfettamente raziocinanti.
Ma per farlo l’Io deve occupare i territori del Sé, bonificarne le paludi, disboscarne le incolte foreste, sopprimendo o colonizzando ogni forma di vita che vi abiti. Infine, novello Narciso, potrà rispecchiarsi nelle acque limpide della Ragione, innamorarsi di un Io autosufficiente, immagine riflessa di un’immagine e, novello Edipo, uccidere Dio Padre per abusare della materna Natura.
Son questi i miti del moderno gnosticismo. Una meccanica ritualizzazione di gesti precisi e coatti, successione di prevedibili automatismi, di asciutti algoritmi, libera l’uomo da quel torbido humus in cui fiorivano la fede, l’amore, l’arte, la devozione, l’umorismo e la nostalgia. Ne fa il docile schiavo di logiche scientifiche ed economiche. Una macchina, infatti, non può ribellarsi.
Staccati dal nostro Sé, dal puer aeternus, diventiamo rotelle di una società decrepita e laida. La nostra etica, i nostri lucidi progetti, il nostro utilitarismo, ci trasformano in insetti simili a termiti, api e formiche, particelle di un grande meccanismo di organizzazione collettiva, perennemente lacerati da conflitti che cerchiamo inutilmente di superare con la nostra oggettiva razionalità.
Per superarli dovremmo infatti guardare in noi stessi, ma la nostra Gnosi non prevede un’interiorità. Lo spirito, con i suoi slanci di infinito, sarà sigillato in una muta tomba e dimenticato. Se verrà riesumato sarà solo per farne accademiche autopsie. E forse qualche eccentrico lo evocherà, come spettro, per far ballare tavolini o ricevere messaggi da dimensioni immaginarie.
Nel mio mito, l’Io riconosce infine la sua dolorosa, carente solitudine. Si volge indietro con bruciante nostalgia, in cerca della sua faccia mancante, di quell’Altro che guardava verso l’eterno e l’infinito. Ammette la sua radicale manchevolezza, l’impotenza del suo linguaggio a significare l’essere e a comunicare la realtà, vede nella sua conoscenza l’ancella di un Senso superiore.
Perché Questo non può capire la vita. Per quanto la analizzi, non può darle alcun fondamento di senso e di valore. Il suo sapere ruota su sé stesso come la polvere smossa danza un poco nel vuoto, sospesa tra obliqui raggi di luce, e torna poi a depositarsi sull’opacità delle cose. Ma l’Altro può offrirgli la sua comprensione silenziosa. Citando Robert Frost: «Danziamo in cerchio e supponiamo, ma il Segreto siede in mezzo e sa».

