30 Gennaio 2026
Attualità

Amare l’Italia è inutile – Roberto Pecchioli

Ha destato interesse un intervento di Marcello Veneziani sull’amor patrio. L’intellettuale pugliese, coetaneo dell’autore di queste note, confessa la sua delusione, il disincanto verso l’oggetto dell’amore di tutta una vita, la patria italiana. Qualcosa dell’amarezza che traspare è legata all’età che avanza, alle illusioni perdute, alle incomprensioni vissute. Ingrata patria, ma non solo  questo.  L’Italia non ci ha tradito, ma deluso. Per il tradimento occorre che ci sia stato amore reciproco. Non è così. Noi abbiamo amato un’entità, un sentimento, un luogo, una storia della quale a moltissimi italiani, alle istituzioni ufficiali, alle culture dominanti non importa nulla. Un amore ingenuo a senso unico. Non vale la pena amare ancora  ciò che chiamiamo Italia. Peggio: è del tutto inutile.

Ci ha colpito, nella riflessione di Veneziani, una citazione di Sandor Màrai, grande scrittore ungherese del Novecento, tratta dal romanzo Le braci.  “La mia patria non esiste più. Il misterioso elemento che unificava ogni cosa ha esaurito il suo effetto. Tutto è caduto in pezzi, sono rimasti solo i frammenti. La patria per me era un sentimento. Questo sentimento è stato offeso. In casi come questi, uno se ne va. Ai Tropici o ancora più lontano. Più lontano dove? Nel tempo. “Màrai fu un ungherese della diaspora di un popolo diviso tra vari Stati alla fine dell’impero asburgico. Visse delusioni atroci: antifascista e anticomunista, fu perseguitato da entrambe le ideologie. Approdato negli Usa, visse come un tradimento la decisione del figlio di americanizzare il suo nome. Per questo si trasferì per anni in Italia, morendo suicida dopo il ritorno in America.

Anche a noi è sfuggita la patria, l’ Italia che troppi chiamano “questo paese”, al massimo “il nostro paese”. Sopravvive nell’animo di qualcuno, nella memoria, nell’immenso lascito che forse nessuno erediterà. Si disseccano le fonti della cultura comune, aggredita dal globish accolto con sciocco giubilo provinciale e più ancora dall’indifferenza dei connazionali. Sfuma lentamente la bellezza  abbagliante dell’arte, del paesaggio naturale e di quello costruito nel tempo da popoli che non sapevano di essere italiani ma lo erano. Proprio il contrario dell’Italietta di oggi, abitata non da connazionali, bensì da contemporanei casuali. Si ama una civiltà, un luogo, degli usi e dei costumi, una lingua, una cultura, un modo di essere. Terra dei padri e insieme madrepatria: la filiazione, l’eredità, le radici. Si ama soprattutto la gente che sentiamo “nostra” ma per strada non la vediamo o non la riconosciamo più.

Patria è mutuo riconoscimento, non folla senza tratti comuni. Radici spezzate, ripetiamo, dall’indifferenza. Chi scrive è italiano per nascita, idioma e cultura. Ma ha smesso di amare “questo paese”, rifugiandosi, come l’esule Màrai, nel territorio senza tempo della memoria. Indiretta, perché l’Italia amata intensamente di cui abbiamo nostalgia (“dolore del ritorno”) non l’abbiamo vista con i nostri occhi se non nei primi anni della vita. E’ come se qualcuno ci avesse silenziosamente cacciati di casa. Tutto è cambiato dinanzi a noi e ci siamo dovuti adattare per sopravvivenza, per non apparire pazzi. Abbiamo indossato una maschera interiore per nascondere un’irriducibile, dolorosa diversità. Si ama un popolo, il suo peculiare modo di vivere, la sua specifica visione dell’esistenza, di guardare il mondo. Tutto dissolto.

Amavamo i connazionali, non i concittadini. E non ci riferiamo solo alla rapida sostituzione etnica che modifica per sempre città e paesi, ma all’evidenza che una Patria – qui serve la maiuscola- non è uno Stato e le sue leggi, buone o cattive. A chi scrive non importa nulla della  repubblica. La patria è l’acqua in cui si nuota, il luogo in cui si sta come nel ventre della madre, in cui il volto dell’altro è simile al nostro, dove ci si intende senza parlare e quando si apre bocca sgorga una lingua di cui si condividono le sfumature e perfino il non detto.  Patria è la comunità che protegge se stessa e chi ne fa parte, l’eredità accettata che attraversa il tempo e si trasmette ai figli, possibilmente migliore, più ricca, più bella. Non c’è eredità senza eredi. L’Italia sta silenziosamente smantellando se stessa: non abbiamo figli, quindi nessun italiano riceverà quanto lasciano le generazioni presenti. Inevitabilmente ciò che non si ama non si custodisce, è trascurato, consumato, alienato.

I giovani italiani sono pochi e smarriti. I più vitali lasciano il paese – o la patria – per assenza di prospettive e perché sanno che non c’è un progetto nella terra natia. Chi resta non si riproduce né biologicamente né culturalmente. L’Italia ha imboccato da mezzo secolo – da trent’anni con moto accelerato – un declino economico, etico, esistenziale, demografico, civile inarrestabile. Si può ormai amare  solo un ricordo, un legato che smentisce il suo nome, abbandonato com’è da chi lo ha rifiutato. Le poche voci che hanno lanciato l’allarme sulla fine dell’Italia per esaurimento demografico e indifferenza a se stessa sono state ridotte al silenzio, derise, accusate di anacronismo. Il risultato è il trionfo dell’ individualismo di massa (un ossimoro) che enfatizza una caratteristica della nostra gente: all’eccellenza individuale non corrisponde lo spirito comune, la volontà di intraprendere un percorso condiviso, di popolo.

La conseguenza è la sterilità per trascuratezza. Come una prateria fertilissima che nessuno coltiva più. Il contadino ama visceralmente e insieme concretamente il suo campo, è legato ad esso e vuole trasmetterlo ai figli. L’individuo solo casualmente italiano – cittadino di una patria formata da un’unica persona, Io – è indifferente. Domani – dieci, quindici anni al massimo- maledirà di non avere avuto figli: chi gli pagherà la pensione, la sanità, chi avrà cura della sua vecchiaia? Per egoismo e irresponsabilità non ci ha mai pensato, come la cicala della fiaba. Giocoforza, l’immigrazione massiccia riempirà i vuoti: è la legge della vita. Ma non saranno italiani, solo cittadini di uno Stato non più nazione.

Come si può amare ciò che non senti tuo? Dicono che l’unico patriottismo accettabile è quello “costituzionale”, fondato sullo Stato e sulle leggi che lo sostengono. Ridicolo: nessuno ama una legge più di una patria, nessuno si immola credendo davvero che la sovranità appartenga al popolo (quale?) “che la esercita nei limiti stabiliti dalla costituzione“. Ovvero, la norma scritta è superiore, addirittura anteriore al motivo per cui esiste uno Stato chiamato Italia, nato per riunire generazioni di compatrioti. E’ difficile appartenere a uno Stato che non è patria. Tutt’al più se ne fa parte, esibendo il  documento che attesta la cittadinanza. Concittadini, non compatrioti.

Passo alla prima persona singolare: non mi sento cittadino. Di un paese – non nazione, non popolo – che protegge i criminali e non le persone oneste, sino a condannare al carcere e alla rovina economica i suoi funzionari in divisa che si oppongono a ladri e rapinatori. Non sono cittadino se non posso difendere ciò che è mio e la mia famiglia senza essere trattato peggio dei delinquenti. Non sono cittadino se i miei diritti sono di fatto inferiori a quelli di chi è ospite nella mia casa. Non sono e non mi sento cittadino se per mantenere una gigantesca struttura burocratica che mi è ostile lavoro più tempo per lo Stato che per me stesso. Non sono cittadino se le leggi che sono costretto ad osservare provengono in gran parte da una struttura estranea- se non nemica – quale l’UE. Non lo sono se non ho il potere di scegliere amici e alleati e se in casa ospito – pagando- eserciti stranieri. Non sono cittadino se il denaro che spendo è emesso da banche private straniere.

Se questa è la patria, ne faccio a meno e divento apolide. Di nazionalità, lingua, cultura italiana, orgoglioso di aver fatto parte di una storia. Quel che resta della mia patria somiglia a un brano di Lucio Battisti:“ chiudere gli occhi per fermare qualcosa che è dentro me, ma nella mente tua non c’è. Tu chiamale se vuoi emozioni”. Di un esule dal tempo, abitatore un tempo innamorato di uno spazio tra alpi e mare, la mia patria adesso solamente repubblica italiana.

3 Comments

  • Greggan 16 Gennaio 2026

    A parte il fatto che è piuttosto difficile identificare la patria di ognuno da quando l’Europa e l’occidente, dopo aver annullato i popoli (la “Gemeinschaft” di Tonnies) trasformandoli in stati (la “Gesellschaft” di Tonnies) ha ridotto l’umanità, come diceva la Thatcher, in meri “individui” (“There’s No Such Thing as Society. There are individual men and women and there are families and no government can do anything except through people and people look to themselves first”), è proprio il concetto di “patria” che è stato distorto, a mio avviso, dai nazionalismi otto-novecenteschi, che hanno appunto trasformato quelli che un tempo erano “patrioti” (parola che ha connotazioni eminentemente qualitative) in meri “cittadini” (i quali sono invece caratterizzati da connotazioni quantitative), chiamandoli però con lo stesso nome. Di qui l’ovvia critica al “patriottismo costituzionale”, ridicola formalizzazione di un concetto organico che viene rinchiuso in una gabbia di regole dalle cui sbarre non si può sfuggire pena l’accusa di anti-patriottismo.
    La Patria, intesa come “terra dei Padri”, non è propriamente un luogo fisico (i popoli nomadi di un tempo avevano anch’essi una patria) ma è certamente un luogo. Una “terra”, uno spazio in cui si ritrovano le tradizioni, gli insegnamenti, i costumi, i riti, le narrazioni, i sentimenti morali che un popolo ha ricevuto dai propri antenati e che si ripromette di trasmettere ai propri discendenti, e in cui ogni appartenente ad una data comunità (un popolo) si riconosce e contestualmente riconosce i suoi simili. Dunque i “confini” di una patria sono puramente intellettuali, e non certo fisici.
    Nel Vangelo di Matteo Gesù dice: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”. Il “tesoro” di un patriota è nel suo cuore, e “là dov’è il suo tesoro” la sua “patria”, i suoi valori e i suoi principi, nessuno potrà distruggerlo o rubarlo, come invece sempre accade se si identifica la patria con un luogo fisico. Ma forse la parola definitiva sulla distorsione moderna del concetto di Patria la disse Nietzsche, che in un discorso di Zarathustra afferma:
    “Ahi, verso qual meta devo ancora ascendere col mio anelito!
    Dall’alto d’ogni montagna scruto, in cerca di terre dei padri e delle madri. Ma in nessun luogo ho mai trovato patria; errabondo in ogni città, ove fuggo sempre verso tutte le porte.
    Estranei mi sono, e oggetto di irrisione gli uomini del presente, verso i quali or non è molto il cuore mi spinse; e bandito io sono da tutte le terre dei padri e delle madri.
    Amo ancora solo la terra dei miei figli, la patria ignota, là nel mare remoto: verso di essa io volgo le mie vele, perché la cerchino instancabilmente.
    Nei miei figli voglio riparare la colpa di essere figlio dei miei padri: e nel futuro, questo presente!”
    La modernità ha eclissato ogni valore, ogni principio, sostituendoli con un nichilismo totale o tutt’al più declinandoli in senso materialistico e mercantilistico (quindi quantitativo). Per questo Nietzsche, l’ultimo cercatore di verità del mondo occidentale, si sentiva intellettualmente un apolide. Chi sente nel proprio cuore di avere come patria (come “tesoro”) la Verità, non potrà accontentarsi di surrogati formali (la bandiera, la lingua, la costituzione, le feste comandate) privi di alcun supporto trascendente. Ed in questo caso è più probabile che si trovi la propria “patria” in un luogo fisico distante migliaia di chilometri da quello in cui si è nati anziché nel proprio quartiere.

  • Claudio Antonelli 28 Gennaio 2026

    L’amore per la patria

    Il patriottismo, tanto bistrattato in Italia, è amore. L’amore per la patria è simile all’amore che si ha per la propria madre. E noi siamo consapevoli del fatto che anche l’Altro onora sua madre, così come noi onoriamo la nostra.
    Una vita all’estero insegna che onore e dignità nazionale, senso della storia, continuità, appartenenza, identità non sono vuote parole, ma esigenze dello spirito.
    Noi viviamo in una patria “adottiva”, che ha un’altra cultura, un altro passato, ma che è anche la terra di nascita dei nostri figli. In Québec, terra francese in un Canada a maggioranza inglese, gli immigrati hanno trovato una situazione complessa, a causa di un conflitto culturale, linguistico, storico che vede opposta la bandiera gigliata del Québec, a quella della foglia d’acero del Canada. E quest’ultima – ricordiamolo – apparve solo nel 1964, in sostituzione dell'”Union Jack”.
    Cosa si può dire del tricolore, oggi, in Italia, che non suoni retorico? Assai poco purtroppo, perché la retorica fa parte dei sentimenti non sentiti ossia non autentici, e duole dire che nella penisola il sentimento nazionale – l’amor patrio – è considerato da molti pura retorica.
    La mia divisa: onorare anche all’estero, sì, la bandiera dei nostri padri, ma mai esibendola troppo, per rispetto del sentimento nazionale della maggioranza dei cittadini del paese in cui viviamo.
    Lo scrittore Mario Soldati ha scritto cose profonde sul rapporto dell’emigrato, l’espatriato, l’esule con la patria:
    “Non capisce, forse non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre.”
    L’emigrare è “un avvertirsi comunque e sempre, lontani.”
    “Perciò, violento amore della patria e, spesso e dolorosamente congiunto a violento amore dell’Estero. In fondo è un solo amore: una nostalgica sintesi di opposti.”
    L’espatriato teme il cambiamento totale del paese lasciato. Egli vive l’ansia di chi non vuol perdere il mondo originario, insostituibile approdo dell'”eterno ritorno”.
    Ma i mutamenti, già da tempo, incalzavano: “In Italia non è più come prima…”, “Oramai anche in Italia…”
    E infine il cambiamento totale è arrivato. In Italia e in Europa. I massacri compiuti dai terroristi islamici suggellano nel sangue la nuova realtà del Vecchio Continente, in cui le identità nazionali originarie sono state intaccate, e rischiano di essere stravolte dalla continua immigrazione dall’Africa e da altri continenti.
    In questi ultimi anni, chi di noi, rientrando in Italia, non ha provato un senso di estraneità? La nostra Patria ci è apparsa con un volto nuovo, per la presenza diffusa di gente giunta da altrove che parla altre lingue… Gente dai comportamenti e stili di vita estranei al modello italiano.
    Noi che viviamo in Canada in una società multiculturale, che è però sottoposta a rigorose regole comuni, stentiamo ad accettare la logica del caos italiano e dell’abusivismo sfrenato. Si pensi ai venditori ambulanti che vendono cianfrusaglie e prodotti contraffatti, ovunque nella penisola, e ai mendicanti spesso aggressivi. L’illegalità è sempre più diffusa. Venire in Italia clandestinamente non è un reato. E così le strade formicolano sempre più di nuovi volti. Gente giovane giunta da altrove, sicura di sé e spesso arrogante ed aggressiva attornia i nostri italiani sempre più vecchi e più fragili.
    Dietro il nuovo volto dell’Italia emerge una nuova anima che mira a espropriare l’antica. E in parte vi è già riuscita…

  • Claudio Antonelli 28 Gennaio 2026

    Patria, foibe e “sono fiero di essere italiano”.

    Quando ero ancora un bambino, mio padre mi parlò più di una volta di quel lontano giorno in cui egli capì una certa mentalità italiana. Fu tra le due guerre, quindi dopo che l’Istria fu “redenta”, come ancora oggi pateticamente si esprime qualcuno fra la nostra gente, cioè divenne parte integrante del territorio italiano.
    Mio padre si recava a Roma, in treno. Nel vagone si chiacchierava del più e del meno. I viaggiatori dello scompartimento seppero che mio padre veniva dall’Istria, da Pisino. Allora qualcuno disse: “Lei è slavo…” E mio padre: “No, sono italiano.” La sua risposta, però, non sembrò convincerli. La domanda venne ripetuta. Mio padre, sorpreso, ribadì di essere italiano. Un viaggiatore commentò con ironia: “Eh, adesso che siete sotto l’Italia dite tutti di essere italiani…” Gli altri risero. Mio padre capì che per quei compagni di viaggio era possibile dichiararsi quello che non si era. Per convenienza ed opportunismo. Allora ribatté, seccato: “Io sono italiano e mi sento italiano, però se fossi slavo sarei altrettanto contento di esserlo. E nessuno potrebbe farmi dire il contrario anche se mi puntasse una pistola alla testa.”
    Ebbene, oggi grazie alla luce di un certo interesse mediatico la Storia delle nostre terre del confine Nord Orientale è uscita dall’ombra. E cosi’ la nostra italianità.
    Io non avevo mai osato nel passato diffondermi sulla storia particolare della mia famiglia e degli altri esuli giuliani. Quelle poche volte che avevo osato farlo, sollecitato da una domanda precisa rivoltami, mi ero sentito replicare (con rare eccezioni) con un commento incredulo e direi quasi sospettoso, e comunque sprovvisto di un sia pur minimo sentimento d’identificazione, di solidarietà che il senso del comune destino nazionale avrebbe dovuto invece suscitare in una persona normale. Il commento quasi sempre era, parola più parola meno: “Claudio, non capisco bene questa tua storia…” Ecco, grazie a Roberto Menia (“Istituzione del giorno del ricordo”, Simone Cristicchi (“Magazzino 18”), Alberto Negrin (“Il cuore nel pozzo”) e a tanti altri la “mia storia” ha cominciato ad essere capita come la storia di tutto un popolo di frontiera, ammalato da secoli di amor patrio italiano. È la storia in definitiva dell’Italia. L’Italia tutta. Nel bene e nel male. Ma a quest’ultima fase, che per me conta tanto, occorrerà tantissimo prima che venga sdoganata. Anzi penso che non vi si arriverà mai. Gli italiani attraverso la loro faziosità antitaliana, nel loro spasmodico ideologismo, nelle loro grottesche passioni esterofile, nel loro scimmiottamento anche linguistico del più forte, nel loro atteggiamento “super partes” nei confronti delle foibe e del nostro esodo possono forse vantare titoli di merito nei confronti del globalismo trionfante con il superamento della nazione con una cultura finale unica. Paradossale ma vero: malgrado la loro faziosità, malgrado il campanilismo, il familismo, il settarismo, l’esasperato ideologismo, gli italiani, progressisti e amanti del Diverso, ritengono di essere “internazionali”.
    I miei genitori, tanti miei conoscenti, amici, parenti – esuli – sono morti, lontani dall’Italia, molto prima che il francobollo commemorante l’esodo pervenisse loro e prima che il generoso e geniale Cristicchi portasse su palcoscenici d’Italia e persino all’estero il loro dramma sconosciuto.
    Oggi, la gente parla delle foibe perché la nostra storia è entrata in TV, grazie al giorno del ricordo. Ma rimarrà sull’impiantito dei talk show, e mai entrerà nella coscienza collettiva per la mancanza negli italiani di un autentico spirito nazionale. Il giorno del ricordo non riuscirà a creare negli altri la sensibilità che noi delle terre “irredente” possediamo per nascita, e di cui non ci vantiamo, e che in tempi come i nostri, diviene un fardello.
    Io, come adepto, fin dalla più giovane età, di un culto non retorico ma istintivo d’amor patrio (con il rispetto altrettanto istintivo dell’amor patrio altrui) trattengo a stento un leggero moto di disagio, quando odo la frase “Sono orgoglioso di essere italiano”, molto diffusa tra gli italiani espatriati.
    L’amore e la fedeltà non hanno bisogno di esibizionismi o di frasi fatte. Come italiano dell’est, trapiantato in Canada, sono molto restio a dire “sono orgoglioso di essere italiano” come gli italiani all’estero, pateticamente, spesso dicono. Io sono invece italiano tranquillamente, pacificamente, senza soprassalti di orgoglio, anche perché non ho scelta: sono stato scelto dalla mia patria; non sono stato io a sceglierla. Proprio come non ho scelto i miei genitori. E sono stati i miei genitori e i miei antenati a scegliere la patria per me. E io mai li rinnegherò.
    Perché gli italiani della penisola possano capire questi miei strani ragionamenti occorrerebbe forse parlare di “mamma”. Il grande amore che gli italiani hanno per la mamma non li spinge a vantare in pubblico i meriti straordinari della loro genitrice. Lo stesso vale per la patria. È la nostra patria, ed è speciale per noi proprio perché è nostra. E noi dobbiamo esserne degni.
    Il fatto di essere italiani non dovrebbe dare un malinteso sentimento di superiorità, ma neppure – beninteso – di inferiorità.
    Gli italiani invece ricorrono a frasi da cui traspare la loro incapacità di capire i veri sentimenti d’amor patrio, fatti di moti altruistici e di senso del dovere e anche dell’onore. Sentimenti diffusi invece tra altri popoli. Ed è forse anche per questo che nella penisola sono stati dominati, dalla caduta dell’impero romano in poi, da un’ininterrotta sequela di occupanti stranieri.
    “Cosa mi ha dato l’Italia?” è una di queste frasi, critiche e astiose, degne di un contabile esperto di partita doppia ossia del “dare-avere”, e quindi degne degli abitanti della penisola, tra cui purtroppo abbondano gli opportunisti e i voltagabbana. E oggi il “Cosa mi puo’ dare l’Italia?” spiega in gran parte il successo della legge che permette agli italiani, spesso non piu’ italiani, mi riferisco ad esempio al Canada, d’inviare contemporaneamente un senatore ad Ottawa e un altro a Roma.
    Nel Belpaese, la patria, da molti, è ravvisata nel governo dell’ora, o in questo o quel personaggio politico di turno. Ma la Patria non è il governo. Non è la burocrazia col suo “nato in Jugoslavia” sul nostro passaporto, come abbiamo dovuto sopportare per tanti anni, fino al crollo finale della Federazione jugoslava. E la Patria per noi, italiani dell’Est, non è neppure la “Repubblica nata dalla Resistenza” e dalla guerra civile.
    Eravamo in fondo mezzi slavi anche per certi nostri amici. Ma nelle intenzioni forse quel chiamarci “slavi” era un complimento. Gli italiani, si sa, sono dei grandi esterofili. Lo spirito antitaliano, in nome degli odi politici, è il solo atteggiamento razzistico oggi ammesso e pienamente praticato in Italia.
    Che lo spirito non cambi lo si vede anche nell’ostilità con cui ancora oggi una certa sinistra ci associa al campo dei nemici ideologici. E valgano le prese di posizione improntate ad autentico odio di tanti ex comunisti, “revisionisti” nei nostri confronti, con la negazione delle foibe. E valgano purtroppo anche i ragionamenti, l’imparzialità, il sentirsi al di sopra della mischia di studiosi come Sergio Romano, per il quale continuare a chiamare “Fiume” la nostra Fiume città oggi croata, invece che Rijeka, è manifestazione di revanscismo. O di un Claudio Magris che tra le righe di certi suoi interventi ha attribuito tutto al famigerato fascismo.
    È impossibile dimenticare che per anni la Jugoslavia, con la sua equidistanza, autogestione e presunto superamento degli egoismi etnici, è stata oggetto di ammirata invidia da parte dei nostri socialcomunisti. Poi questa costruzione artificiale, edificata anche sul nostro sangue, si è sanguinosamente disfatta lungo le sue cuciture etno-territoriali. E vi è stata la riedizione delle foibe, ma sotto la luce questa volta dei riflettori. Luci che invece mancarono al nostro esodo, che ci disperse ai quattro venti e che per sempre vanificò il nostro storico impegno di fedeltà di popolo di frontiera per il quale l’identità nazionale è una scelta fatta dai padri, per sempre. Con l’atavico impegno a trasmetter ai nostri figli la fiamma che brucia e che fa male. Impegno vanificato nell’Italia di oggi, e reso ancor più vano per chi finì lontano in paesi con un’altra lingua, un altro destino, un altro passato, un’altra storia.
    Gli Italiani non possiedono il senso profondo del destino comune e della solidarietà nazionale intesa come istinto e non come applicazione del Vangelo. Il “Franza o Spagna purché se magna” è una triste realtà. Ma stando a Papa Francesco, esaltatore dei migranti, quei migranti spesso dotati di telefonino e atletici e ben nutriti che sbarcano quotidianamente da noi avendo prima pagato il dovuto alle mafie africane e agli scafisti, il “Franza o Spagna” è da considerarsi ormai come un detto evangelico.
    Le conseguenze di beghe, odi civili, polemiche, protagonismi, esibizionismi, familismi, mafie, sono oggi sotto gli occhi di tutti. Come allora sperare che cambi la versione del “lieto fine” della seconda guerra mondiale, che in realtà si risolse con la morte della patria (vedi Galli della Loggia).
    E questa patria non nascerà a causa delle nuove cose dette su di noi. Il popolo che non era mai esistito durante il silenzio durato mezzo secolo è tornato sì ad esistere ma in TV, e non nelle coscienze di un’Italia unita che non esiste, e che solo potrebbe essere unificata dal senso di un destino nazionale comune, che noi invece, originari delle tormentate terre di frontiera del nord-est, possediamo fin dalla nascita.
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