Mentre l’anno 2025 si avvia alla conclusione, vediamo cosa ha in serbo, relativamente alla nostra eredità ancestrale, l’ultimo mese. Premetto che, per motivi abbastanza ovvi, questo articolo uscirà nell’anno nuovo, una lieve e inevitabile “forbice” di entità senz’altro minore rispetto a ciò che si verificava prima di prendere la decisione di restringere le fonti sull’argomento solo al gruppo di FB “MANvantara”, a cui però recentemente si è affiancato, e non potevo non tenerne conto, l’altro gruppo “gemello” creato del nostro Michele Ruzzai e dedicato specificamente alla confutazione dell’Out of Africa.
Detto questo, però, abbiamo già visto le volte scorse che negli ultimi tempi compaiono su “MANvantara” questioni che non hanno a che fare con quella che dovrebbe essere la sua tematica principale storico-archeologica. Tale tendenza è esplosa soprattutto a partire della crisi nella striscia di Gaza, con i massacri compiuti dagli Israeliani ai danni del popolo palestinese, cui già avevano rubato la terra e imposto una ripugnante dominazione. Sebbene questo ci allontani dalla nostra tematica, come si fa a non condividere la repulsione per tale politica disumana e, detto fuori dai denti, non rimarcare la distanza rispetto a una “destra” filosionista che dimostra ogni giorno di più di non avere nulla a che fare con noi e con la nostra visione del mondo.
Ultimamente, di questi argomenti “extra”, su “MANvantara” si è parlato soprattutto relativamente al caso della famiglia nel bosco. Anche in questo caso, non si può non rilevare che quello di strappare i figli alle famiglie per sottoporli a un’ “educazione” standardizzata è forse lo stigma più tipico dei regimi illiberali, come in effetti è questa democrazia fasulla che ci concede un ben ristretto margine di libertà, e dove la casta magistratura domina con poteri dittatoriali.
Detto tutto ciò, e ben condividendo al riguardo l’indignazione che si esprime nel gruppo, vediamo ora di concentrarci sulle scoperte che riguardano il nostro passato remoto, dove troviamo sempre che c’è qualcosa di nuovo da approfondire.
Partiamo da un po’ più indietro del mese di dicembre, da un post che mi era sfuggito la volta scorsa. Il 29 novembre, infatti, troviamo un link a un post di “12.794 anni fa” che riporta una notizia interessante. In Messico, nella grotta di Chiquihuite, gli archeologi hanno ritrovato resti umani risalenti a 26.500 anni fa.
Interessante ma non sorprendente. Che la datazione tradizionale che fa risalire la più antica colonizzazione delle Americhe a non più di 11-12.000 anni fa, sia del tutto insufficiente a spiegare sia la complessità antropologica (in riferimento, è ovvio, alle sole popolazioni amerindie), sia i dati archeologici, è una cosa che avevo già messo in evidenza nel mio libro Alla ricerca delle origini (Edizioni Ritter 2020).
Anche un post del 1 dicembre che è un link allo stesso sito, parla di una questione che abbiamo già affrontato, e se non erro, più volte, vale a dire il cratere Hiawatha sepolto sotto i ghiacci della Groenlandia, che sarebbe la conseguenza di un impatto meteorico, impatto che, provocando nell’atmosfera l’immissione di grandi quantità di polveri che avrebbero schermato la luce solare, sarebbe stato la causa della mini-età glaciale verificatasi 12.000 anni fa e nota come Dryas recente.
Il giorno 3 ci concediamo un po’ di musica con il link a una clip musicale a Husaria – Polska Jazda che rievoca (in lingua polacca) i leggendari cavalieri alati polacco-lituani che nel 1683 sotto la guida di Jan III Sobieski spezzarono l’assedio ottomano di Vienna, fermando fino ad ora l’avanzata islamica in Europa.
Il 4 troviamo una recensione al libro di Piero Favero (che alcuni di voi ricorderanno come autore di La dea veneta) L’India dei Veda e i miti greci, il comune linguaggio indoeuropeo, testo che evidenzia appunto il fatto che nelle corpose somiglianze fra la mitologia indiana e quella ellenica non vi è nulla di casuale, ma che entrambe originano dalla comune radice indoeuropea.
Sempre molto attivo il nostro Felice Vinci. Abbiamo il link a due filmati su You Tube, uno del 6 dicembre, l’altro del 16, si tratta di due interviste che Vinci ha concesso, la prima a Paolo Filonzi, la seconda a Eugenio Miccoli, che hanno per oggetto la stessa tematica, i contenuti del suo libro più recente, I misteri della civiltà megalitica.
Vinci sembra aver messo almeno per ora tra parentesi la questione omerica per dedicarsi a fondo a quest’altro tema. Secondo la sua interpretazione, i megaliti che costellano non solo l’Europa ma praticamente ogni parte del globo, sarebbero le tracce lasciate da un’antica civiltà globale che sarebbe esistita all’incirca fino a 12.000 anni fa.
L’11 dicembre troviamo il link a un altro filmato, questa volta da “Incredible History”, Spanish VS Inca, Uncensored. Quelle che vediamo sono ragazze peruviane, inca inaspettatamente “bianche”, dai lineamenti europidi, c’è anche una ragazza Chachapoya sorprendentemente bionda.
E’ un fatto che si ricollega al discorso di un antichissimo popolamento “bianco” delle Americhe ben prima di Colombo o anche di Leif Ericcson, di cui anch’io vi ho parlato nel mio libro Alla ricerca delle origini. I cronisti spagnoli dell’epoca della conquista riferiscono che le “Coyas”, le donne dell’harem e della corte dell’Inca erano più bianche e dai tratti più europidi degli stessi Spagnoli.
Il link a un altro filmato del 14 ci presenta un oggetto piuttosto sorprendente che, secondo gli autori del filmato stesso, dovrebbe essere nientemeno che il motore di un vimana, le leggendarie navi volanti della tradizione indiana. Permettetemi però di guardare la cosa con scetticismo.
Il 15 troviamo il link a un post di “12.794 anni fa” che ci parla dei Guanci, gli estinti abitanti delle Canarie, e ci pone un interrogativo intrigante. Erano forse gli ultimi discendenti di Atlantide?
Il 18 troviamo un link a un articolo di “B.B.C. News” davvero interessante. Dei resti di un britanno di età romana era stata fatta una ricostruzione molto tendenziosa cercando di attribuirgli caratteristiche subsahariane, in scia della falsificazione compiuta con la ricostruzione dell’uomo di Cheddar, sempre allo scopo di avvalorare la favola dell’origine africana e addirittura la presunzione che gli Europei sarebbero stati “neri” fino all’età storica, il tutto per creare un atteggiamento benevolo o almeno tollerante verso l’invasione di cui oggi siamo oggetto dall’altra parte del Mediterraneo e del Sahara.
Ebbene, cosa ha scoperto al riguardo l’analisi del DNA? Vi trascrivo esattamente le parole dell’articolo:
“Analisi del DNA: Scoperti nell’autosomico pelle chiara, occhi chiari e capelli biondi”.
Poiché siamo entrati in questo argomento, sarà bene dare anche un’occhiata a quello che ci dice “NO OOA. Contro la teoria Out of Africa”, il gruppo “gemello” cui recentemente ha dato vita il nostro Michele Ruzzai.
All’interno di questo gruppo, il nostro amico ha creato quasi un sottogruppo, “Pillole di no OOA”, che riporta affermazioni di autori che se le sono lasciate scappare nel contesto di testi o articoli che vorrebbero, ortodossamente, come prescrive l’ideologia dominante, sostenere la favola dell’Out of Africa. Non c’è che dire: la verità finisce sempre per venire a galla.
Ad esempio, nel libro Uomini per caso, Miti, fossili e molecole nella nostra storia evolutiva di Gianfranco Biondi e Olga Rickards (Editori Riuniti), Ruzzai mette in evidenza questa affermazione:
“Sono state individuate le due linee ritenute più antiche di un gene coinvolto nel metabolismo dello zucchero, riconducibili una ad un africano ma l’altra ad un asiatico: mettendo così in seria discussione il presupposto di una chiara ancestralità delle genti africane rispetto a tutte le altre del pianeta (pag. 213).”.
Allo stesso modo, riguardo al testo Il cammino dell’uomo, antropologia culturale e biologica di Richard G. Klein (Zanichelli), Ruzzai segnala la seguente ammissione:
“I più antichi europei ed australiani conosciuti tendono ad assomigliare di più ai loro discendenti di età storica piuttosto che ai presunti antenati africani (pag. 322)”.
Detto fuori dai denti, questo significa che, per quanto si risalga indietro nel tempo, i fossili umani europei e australiani mostrano sempre le stesse caratteristiche antropologiche e non rivelano nessun segno di un’ipotetica derivazione africana.
In tutta sincerità, mi viene un dubbio, Michele Ruzzai sta svolgendo un lavoro davvero prezioso con la consueta meticolosità, tuttavia rimane un mistero per quale motivo preferisca dedicare la sua attività principalmente ai gruppi Facebook e i suoi articoli non compaiano su “Ereticamente” se non con una tempistica che definire rarefatta è il minimo.
Altri post del gruppo seguono una falsariga molto simile, abbiamo ad esempio un link a “Quel che non sapevi” che riporta la notizia che nel sito di Alathar in Arabia Saudita sono state ritrovate impronte di Homo Sapiens fossilizzate, rimaste impresse nel fango di un lago, risalenti a 115.000 anni fa, laddove la teoria dell’Out of Africa fissa l’uscita della nostra specie dal Continente Nero a non prima di 60-50.000 anni fa.
Troviamo poi di nuovo un link all’articolo di “Wired” che ci parla del teschio Yunxian 2 rinvenuto in Cina, e a cui i ricercatori cinesi attribuiscono un’età di un milione di anni. Sebbene si tratti di un ritrovamento di importanza estrema che, se confermato, seppellirebbe definitivamente l’Out of Africa, ora al riguardo eviterò di ripetere quanto vi ho ampiamente detto le volte scorse.
Adesso vorrei fissare la mia e vostra attenzione su qualcosa che si trova qui, su “No OOA”, ma che a dire il vero, a mio parere sarebbe stato più opportuno collocare nel gruppo “maggiore”, “MANvantara”, perché è vero che si parla di una presunta migrazione dall’Africa, ma riferita a tempi molto più recenti, storici.
In questo caso, per la verità, non si tratta esattamente di un link, ma di un’ampia citazione di un articolo apparso sul sito di “Zhistorica”, che pone la questione perché, a differenza delle aspettative dei ricercatori, il DNA arabo-berbero-magrebino è scarso in Sicilia e nonostante il periodo della conquista araba dell’isola, non ha lasciato nei Siciliani una traccia superiore al 5% del loro patrimonio genetico?
I motivi sono vari, tanto per cominciare:
“La conquista [araba] fu soprattutto militare-amministrativa e non una colonizzazione di massa”.
Ma non basta.
“Poi c’è la contro-migrazione successiva: i Normanni (1061–1091) non solo rovesciano l’emirato, ma promuovono insediamenti di italici “lombardi”/gallo-italici, liguri, provenzali e iberici, cambiando ulteriormente il mix demografico dell’isola”.
Aggiungo un fatto molto importante di cui l’articolo non parla: la completa sottomissione della Sicilia ai conquistatori arabi richiese oltre un secolo, mentre ne furono scacciato dai Normanni nel giro di una trentina d’anni, perché i Siciliani si opposero tenacemente all’arabizzazione e islamizzazione della loro terra, e furono ben lieti di liberarsene con l’arrivo dei Normanni che godettero dell’appoggio della popolazione.
Che ne è allora del mito della Sicilia araba recentemente agitato da certi secessionisti? Non è altro che una favola da relegare nel regno delle fiabe. Questa favola si inserisce pienamente nella tendenza che hanno oggi molti nostri connazionali a inventarsi pseudo-nazionalità di fantasia, padani celti e longobardi, mitteleuropei, neoborbonici e via dicendo, ottant’anni di democrazia antifascista hanno prodotto la vergogna di essere italiani, a cui si risponde con assurde negazioni, ma non è di essere italiani che ci dobbiamo vergognare, è questa democrazia bugiarda che deve farci schifo.
La genetica, a ogni modo, è lì a smentirli, a dimostrare che un’etnia italiana sostanzialmente omogenea dalle Alpi alla Sicilia è sempre esistita nei secoli e nei millenni.
Il discorso è però un pochino più complesso, perché vediamo che il pullulare dei separatismi e dei localismi, particolarmente accentuato in Italia, è diffuso un po’ in tutta Europa.
Le marionette sono ben visibili, il puparo è nascosto, ma mica tanto bene, si lascia intravvedere con la sicurezza di chi è ormai certo della vittoria.
“Le strutture economiche seguiranno la stessa evoluzione delle strutture politiche. In questo, l’Europa occidentale, ossia i sei Paesi del Mercato Comune più Gran Bretagna, e forse Irlanda e Paesi scandinavi secondo modalità da definire costituiranno un’Europa politica federale. Ma poiché ogni individuo prova il bisogno di situarsi in un ambiente ristretto, si identificherà ad una provincia, sia il Wurtemberg o la Savoia, la Bretagna, l’Alsazia-Lorena o il Paese dei Valloni. In queste condizioni la struttura che scomparirà, il lucchetto da far saltare, è la nazione, perché inadatta al mondo moderno; a volte è troppo piccola, a volte troppo grande”.
Questo è un estratto di un’intervista rilasciata nel 1970 alla rivista francese “Enterprise” dal banchiere Edmond de Rotschild.
Occorre aggiungere altro?
NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra il libro di Piero Favero L’India dei Veda e i miti greci, il comune linguaggio indoeuropeo, al centro Il cammino dell’uomo, antropologia culturale e biologica di Richard G. Klein, uno dei testi commentati da Michele Ruzzai in “Pillole di no OOA”, a destra da “Quel che non sapevi” le impronte umane vecchie di 115.000 anni ritrovate nel sito saudita di Alathar.


4 Comments