21 Ottobre 2026
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Giorgio Rustia: Atti, meriti e sacrifici dei reggimenti. Seconda parte: la mattanza – Recensione di Fabio Calabrese

I capitoli del libro di Giorgio Rustia relativi agli eventi che vanno dalla resa senza condizioni dell’Italia l’8 settembre 1943 al 30 aprile 1945, e poi alla MATTANZA dell’occupazione slovena della Venezia Giulia a partire dal 1 maggio 1945, sono quelli che si leggono con maggiore difficoltà, non perché siano scritti male, s’intende, ma perché è impossibile leggerli senza provare un sentimento di orrore e nello stesso tempo sentirsi schiumare dalla collera non solo verso gli assassini comunisti macellai della nostra gente, ma anche verso la repubblica antifascista, erede diretta del governicchio collaborazionista creato dai traditori a Brindisi dopo essersi buttati nelle braccia del nemico, che questi crimini commessi contro la nostra gente, ha coperto e continua da settant’anni a coprire con un silenzio omertoso e complice.

Io non tenterò nemmeno di riassumere la lunga lista di episodi citati da Rustia, tuttavia si può dire che, nonostante la difficoltà sopra accennata, la lettura di questi capitoli riesce molto istruttiva, perché permette di comprendere cosa è stata realmente la guerra partigiana: una forma di lotta oltre che brutale, estremamente vigliacca, fatta di sabotaggi, agguati, pistolettate alla schiena, attentati dinamitardi, assolutamente identica a quel che noi oggi chiamiamo terrorismo, c’è poi il capitolo particolarmente odioso dei “prelevamenti”, cioè dei militari e funzionari italiani che quando si trovavano lontani dai loro reparti, in licenza o in convalescenza, venivano rapiti e poi brutalmente assassinati. Si vede bene come il feroce odio etnico nei nostri confronti si abbinasse alla doppiezza e slealtà levantine.

Le vittime dei partigiani che trovavano una morte rapida, sono state le più fortunate: questi assassini godevano nell’infliggere alle loro vittime la maggior sofferenza possibile. Un caso fra tutti, quello del sergente Abelardo Ivancich, catturato dai partigiani in un’imboscata il 26 marzo 1944, fu legato a una catasta di legna e arrostito vivo a fuoco lento.

Là dove i partigiani iugoslavi avevano acquisito un sia pure temporaneo controllo del territorio, la musica cambiava. Già nel settembre 1943, immediatamente dopo la resa del governo di Badoglio, i partigiani iugoslavi cominciano in Istria l’atroce pratica degli infoibamenti. Le foibe sono inghiottitoi naturali spesso profondi centinaia di metri, formati dal dilavamento delle acque nel suolo carsico calcareo delle nostre zone. I partigiani iugoslavi portavano gli italiani da eliminare legati in fila indiana sull’orlo di questi precipizi, poi sparavano ai primi della fila che nella loro caduta trascinavano anche gli altri; un modo PRATICO che permetteva di compiere assassinii su larga scala risparmiando pallottole. Le vittime restavano sul fondo dell’abisso ad agonizzare spesso per giorni. Già nel settembre 1943 la prima foiba fu “inaugurata” in Istria, l’abisso di Comeno.

Il 2 febbraio 1944 una colonna di autocarri con 48 militari italiani cui si erano aggregati 34 militari germanici, fu bloccata dai partigiani nei pressi di Rifembergo. Dopo cinque ore di combattimenti, i militari furono costretti alla resa a causa dell’esaurimento delle munizioni. Dopo che si furono arresi, i partigiani iugoslavi li caricarono sui loro autocarri cui diedero fuoco bruciandoli vivi. Un tragico episodio che dimostra una volta di più come nei campioni dell’antifascismo la ferocia bestiale si abbinasse alla doppiezza levantina.

In questo quadro manca ancora un tassello importante, ma la sua assenza non è colpa di Giorgio Rustia il cui compito che si è prefisso e ha svolto egregiamente in questo libro, è illuminarci sulla sorte di coloro che difesero l’italianità nelle nostre terre. Nelle grandi tragedie, e quella degli italiani del confine orientale lo è stata fuori di dubbio, perlopiù non manca una nota grottesca. In questo caso, l’elemento grottesco è stato rappresentato da un documento presentato da una commissione mista di pennivendoli sedicenti storici prima italo-iugoslava, poi italo-slovena al termine di dieci anni di “lavori” e pubblicato sul quotidiano “Il Piccolo” di Trieste in data 4 aprile 2001, e riassume, sposandole pienamente, tutte le falsità e minimizzazioni del negazionismo-giustificazionismo slavo a proposito degli eccidi commessi ai danni della nostra gente e, per chi ha redatto questo documento e soprattutto per chi lo ha sponsorizzato, dovrebbe rappresentare – orwellianamente – la verità definitiva e non più suscettibile di essere rimessa in discussione, su questo agghiacciante capitolo della nostra storia.

Ad esso, rispose un documento dell’IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istriana-fiumana-dalmata) di ben altra serietà, smontandolo pezzo per pezzo. Ma non è tutto perché il documento dell’IRCI ci dice anche qualcosa di più su alcuni aspetti di questa vicenda storica sulla quale è stato fatto calare un colpevole oblio.

In particolare, esso ci illumina sulla sorte toccata alle formazioni partigiane comuniste italiane che operavano nella Venezia Giulia. Quelle comandate da Ferdinando Marea e da Vincenzo Gigante furono letteralmente fatte cadere in bocca alle SS, mentre quelle agli ordini di Giovanni Zol e di Giovanni Pezza furono “liquidate” dagli stessi sloveni. Ora non è certamente il caso di impietosirsi per costoro che per ubbia ideologica operavano ai danni della propria gente ed erano obiettivamente dei traditori, tuttavia la loro vicenda ci fa comprendere un fatto fondamentale: a differenza degli “utili idioti” italiani, i comunisti iugoslavi non hanno mai perso di vista il fatto che la loro guerra era una guerra ETNICA, e nella Jugoslavia che andavano costruendo e intendevano estendere fino al Tagliamento, non ci doveva essere posto per gli italiani, comunisti o meno che fossero.

Di queste vicende che spiazzano e smentiscono tutte le menzogne della mitologia “resistenziale” ho parlato anch’io in un articolo pubblicato nel 2011 sul sito del Centro Studi La Runa, che s’intitola Squalo divora squalo. Squalo divora squalo, comunista sbrana comunista.

Riprendiamo però l’esposizione di Giorgio Rustia: la stessa doppiezza e crudeltà, lo stesso miscuglio di ferocia e vigliaccheria manifestato dalle bande slavo-comuniste durante tutta la guerra, non poteva non presentarsi uguale e ancora più subdolo all’atto della resa delle formazioni italiane.

Il 29 aprile 1945 tra Caporetto e Tolmino i partigiani slavo-comunisti ottennero la resa concordata dell’8° reggimento bersaglieri “Mussolini” in cui militavano molti triestini. Le condizioni di resa offerte erano molto favorevoli: onore delle armi, identificazione dei bersaglieri per l’arresto di eventuali criminali di guerra, rancio caldo già pronto a Caporetto, rimpatrio entro tre giorni di tutta la truppa, prigionia per accertamenti degli ufficiali e dei sottufficiali.

Non era che un miserabile inganno. Appena deposte le armi, 90 bersaglieri furono subito fucilati, una ventina furono uccisi durante il trasferimento. Il resto ebbe la sorte peggiore: fu internato nel lager di Borovnica presso Lubiana a morire di fame, di stenti di malattie, di circa 500 nostri combattenti, nessuno tornò vivo.

Il 1 maggio 1945 le truppe iugoslave calavano su Trieste e davano inizio alla mattanza, come stava avvenendo in tutta l’Istria e nelle terre italiane cadute sotto i loro artigli. Sulla città giuliana si scatenò il più atroce degli incubi: migliaia di nostri concittadini colpevoli di essere italiani, furono arrestati per essere spediti nelle foibe a subire un tremendo calvario.

La persecuzione degli italiani di Trieste seguì diverse ondate. In un primo tempo furono arrestati e inviati alle foibe tutti quanti portassero una divisa italiana: militari, poliziotti, carabinieri, e anche i partigiani non comunisti del Corpo Volontari della Libertà triestini che nell’imminenza del crollo delle forze dell’Asse erano insorti per indurre il presidio tedesco alla resa dopo un momento iniziale di apparente tolleranza. Fascisti o antifascisti non importava, era essere italiani che rappresentava una colpa imperdonabile.

Le ondate persecutorie successive furono condotte con l’inganno, con tipica doppiezza levantina: il 3 maggio fu emesso dalle autorità occupanti un bando che imponeva a chiunque detenesse armi, di consegnarle: chi si presentava ai comandi per ottemperare al bando, era subito arrestato per essere inviato alle foibe.

La terza fase scattò tra il 10 e il 15 maggio, e fu un altro inganno, un inganno verso le vittime e anche verso gli angloamericani che si erano pure loro portati nei pressi di Trieste per far credere loro che le persecuzioni fossero cessate. Gli occupanti iugoslavi fecero credere che avrebbero fornito un lasciapassare a chiunque per qualsiasi motivo volesse lasciare Trieste.

Tutti coloro che si presentarono ai valichi di Sistiana e Monfalcone con “il lasciapassare” fornito dagli iugoslavi, furono arrestati e spediti al lager di Borovnica.

La città giuliana fu ancora relativamente fortunata, perché dopo 42 giorni di occupazione iugoslava, le truppe neozelandesi entrarono a Trieste scacciandone gli assassini comunisti, mentre nel resto della Venezia Giulia, in Istria, in Dalmazia, le persecuzioni continuarono fino praticamente all’annientamento dell’etnia italiana, 350.000 persone furono costrette a fuggire abbandonando le loro case e i loro averi per non subire il martirio delle foibe, e l’Italia è da settant’anni amputata di gran parte del suo angolo di nord-est che fu redento con immensi sacrifici durante la Grande Guerra 1915-18.

DOPO IL DANNO, LA BEFFA. Gli assassini infoibatori iugoslavi agirono con la complicità di elementi locali, ed è interessante vedere come la “giustizia” “italiana”, cioè del regime collaborazionista insediato dai vincitori, trasformatosi a partire dal 2 giugno 1946 in “repubblica democratica e antifascista”, si sia comportata nei confronti di questi assassini. Negli anni ’60 fu stabilita una generale amnistia perché della tragedia della nostra gente non si dovesse più parlare, ma non è tutto, alcuni di essi come tale Gobbo Nerino fra gli infoibatori della foiba Plutone, dopo la grazia ebbero la pensione dallo stato sedicente italiano, e gli arretrati, nel caso di Gobbo la bellezza di 40 milioni di lire dell’epoca.

Io non vorrei mettere in bocca a Giorgio Rustia idee che sono mie, ma io direi che questo dimostra in maniera lampante il fatto che, nonostante il mutamento istituzionale del 2 giugno 1946, la repubblica democratica e antifascista che ci opprime da 70 anni non è altro che la prosecuzione del governicchio collaborazionista costituito dai traditori di Brindisi, ed è quindi un regime del tutto illegittimo, cosa che ancora oggi non cessa di dimostrare quotidianamente calpestando gli interessi e lo stesso futuro del popolo italiano.

In “appendice” (ma si tratta di una appendice ben corposa) al libro, si trova un elenco di quasi un centinaio di pagine fitte di nomi di caduti e dispersi della provincia di Trieste del periodo 1943-45; si tratta di un elenco che comprende soprattutto militari, e quindi ben lontano dall’essere esaustivo. Non è una lettura facile, tuttavia si tratta di una serie di storie individuali che ci danno un’idea ancor più precisa di cosa abbiano significato quegli anni terribili, una casistica che ovviamente è impossibile riassumere, tuttavia alcuni casi sono particolarmente illuminanti. Ad esempio Alberto Marega, capitano del 1° reggimento “Trieste” della Milizia Difesa Territoriale. “Prelevato” il 19 maggio 1945 dalla propria abitazione, fu sottoposto a un processo popolare da parte di un tribunale partigiano, fu ASSOLTO, quindi ucciso con un colpo di pistola alla testa e il suo corpo gettato in una foiba, il che ci fa capire quale strana idea di giustizia avessero questi partigiani comunisti.

I partigiani cercavano di colpire e di uccidere, possibilmente colpendo alla schiena da coraggiosi quali erano, chiunque portasse una divisa italiana, è quello che capitò anche a Giuseppe Galante rimasto vittima di un agguato il 20 settembre 1944, ma Giuseppe Galante non era un militare e neppure un poliziotto, ma un bigliettaio dell’azienda tranviaria.

Analoga la colpa di Romana Zampan assassinata dai partigiani comunisti il 5 gennaio 1945, rea di essere infermiera all’Ospedale Civile di Monfalcone. D’altronde, Rustia ci racconta che appena giunti a Duino i partigiani iugoslavi provvidero immediatamente a liquidare due pericolosissime agenti fasciste quali la postina e la fornaia del paese.

Fra tutti questi nomi, spicca quello di Mario Spacal, costui era un partigiano comunista sloveno appartenente alla brigata Kosovel del IX Corpus. Ferito e catturato in uno scontro a fuoco dai bersaglieri dell’8° Reggimento, fu trasportato all’Ospedale del Seminario Minore di Gorizia  (questi cattivi fascisti che curavano i prigionieri feriti invece di cospargerli di benzina e dar loro fuoco come facevano invece i partigiani slavi democratici e antifascisti). Il 18 maggio 1945 i partigiani prelevavano tutti i degenti dell’ospedale e li spedivano nelle foibe, così lo Spacal fu infoibato dai suoi stessi compagni. Al che potremmo dire che almeno uno di questi assassini ha avuto esattamente quello che meritava, ma d’altro canto questa vicenda ci dà la misura di quale oculatezza e quale discernimento fossero impiegati dai boia con la stella rossa nella scelta delle loro vittime.

Le ultime pagine del libro sono letteralmente le più difficili da guardare, ci sono le foto dei cadaveri recuperati dalla foiba di Comeno e dei militari italiani e tedeschi bruciati vivi a Rifembergo, sono immagini agghiaccianti, ma bisogna guardarle se vogliamo riconoscere il vero volto della cosiddetta resistenza.

Tutto questo NON E’ una pagina di storia lontana e ormai sbiadita. Come precisa Giorgio Rustia:

“In realtà siamo solo noi italiani che non ne parliamo più e non vogliamo ricordare più. Gli sloveni, invece, non solo ricordano ciò che fa loro comodo, ma continuano anche a rivendicare quella parte di Venezia Giulia che non sono ancora riusciti a strappare all’Italia. In questo momento essi portano avanti le loro rivendicazioni in modo subdolo, riproponendo il concetto di “territorio etnico sloveno” che comprende il cosiddetto (da loro) “litorale sloveno” e costituisce ancora oggi il loro sogno imperialistico mai riposto.

Infatti il 30 giugno 2008, al termine del semestre di presidenza slovena dell’Unione Europea, il governo sloveno pubblicò un documento di sintesi dell’attività svolta a Bruxelles. Nello stesso documento di sintesi del semestre europeo, comparve una paginetta di presentazione di cosa fosse la Slovenia e delle tappe fondamentali dalla sua storia nazionale.

In detta paginetta viene affermato che alla fine della Prima Guerra Mondiale “il territorio etnicamente sloveno” venne diviso tra Austria, Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, “la gran parte del Litorale sloveno non venne affatto riunificata alla Slovenia”.

In pratica, continua la rivendicazione slovena già avanzata dal 1843 di tutte le terre a oriente del Tagliamento e possibilmente anche oltre, e avanzata non da qualche esaltato, ma dal governo sloveno! Si tratta di un fatto gravissimo a cui il sistema mediatico italiano non ha dato nessuna rilevanza, continuando la “tradizione” ormai settantennale di servilismo e di sottomissione agli interessi stranieri.

Noi tuttavia dobbiamo essere consapevoli che quei brandelli di italianità che i nostri padri sono riusciti a salvare sul confine orientale a prezzo di enormi sacrifici, non sono al sicuro neppure oggi.

Giorgio Rustia:

Atti, meriti e sacrifici dei reggimenti Milizia Difesa Territoriale al confine orientale italiano

Aviani & Aviani editore, Udine 2011

€. 16,00

11 Comments

  • Giancarlo 3 Ottobre 2016

    Ho appena finito di leggere “Il campo dei santi” di Raspail, non me la sento di leggere, almeno per adesso, un altro libro che mi rinnoverebbe l’angoscia che mi ha provocato Raspail, dovrebbero leggerlo i progressisti nostrani, magari si svegliano, magari dico, anche se ho dei grossi dubbi al proposito, se fossero svegli non sarebbero progressiti. Complimenti comunque a Rustia e Calabrese per averci ricordato una pagina terribile della nostra storia recente, pagina offuscata per 70 non solo dai comunisti e sinistroidi vari, ma anche dai governi che si sono succeduti dal 1943 in questa miserabile itaglietta.

  • Giancarlo 3 Ottobre 2016

    Ho appena finito di leggere “Il campo dei santi” di Raspail, non me la sento di leggere, almeno per adesso, un altro libro che mi rinnoverebbe l’angoscia che mi ha provocato Raspail, dovrebbero leggerlo i progressisti nostrani, magari si svegliano, magari dico, anche se ho dei grossi dubbi al proposito, se fossero svegli non sarebbero progressiti. Complimenti comunque a Rustia e Calabrese per averci ricordato una pagina terribile della nostra storia recente, pagina offuscata per 70 non solo dai comunisti e sinistroidi vari, ma anche dai governi che si sono succeduti dal 1943 in questa miserabile itaglietta.

  • Daniele 6 Ottobre 2016

    Sono d’accordo con Giancarlo , leggere ancora queste storie mi angoscia talmente tanto che ho paura di prendere la beretta e…….
    Siamo in mano da 70 anni ad un branco di traditori della patria, che schifo.

  • Daniele 6 Ottobre 2016

    Sono d’accordo con Giancarlo , leggere ancora queste storie mi angoscia talmente tanto che ho paura di prendere la beretta e…….
    Siamo in mano da 70 anni ad un branco di traditori della patria, che schifo.

  • Luigi 7 Ottobre 2016

    Domanda al Professore:
    mi ricordo di aver letto da qualche parte che potrebbe esserci un buco di 150.000 persone di cui non si conosce il destino perchè nei territori dalmati ex italiani risultavano presenti 500.000 persone prima della guerra . Può essere vero e comunque quanti possono essere stati uccisi in quel periodo tra foibe ed altro?
    Trovo difficile anche conoscere l’effettiva causa di morte dei quasi 500.000 deceduti italiani (stime ufficili ); quanti per esempio i militari morti nei campi di prigionia alleati.
    Saluti e buon lavoro

  • Luigi 7 Ottobre 2016

    Domanda al Professore:
    mi ricordo di aver letto da qualche parte che potrebbe esserci un buco di 150.000 persone di cui non si conosce il destino perchè nei territori dalmati ex italiani risultavano presenti 500.000 persone prima della guerra . Può essere vero e comunque quanti possono essere stati uccisi in quel periodo tra foibe ed altro?
    Trovo difficile anche conoscere l’effettiva causa di morte dei quasi 500.000 deceduti italiani (stime ufficili ); quanti per esempio i militari morti nei campi di prigionia alleati.
    Saluti e buon lavoro

  • Fabio Calabrese 9 Ottobre 2016

    Caro Luigi: effettivamente, nei territori ex italiani del confine orientale vivevano prima della guerra mezzo milione di italiani, e dopo la guerra sono stati contati 350.000 profughi, e 150.000 persone non si sa che fine abbiano fatto. La stessa cosa è avvenuta in Germania, a est dell’Oder prima della guerra vivevano 15 milioni di tedeschi e a guerra finita sono stati contati 12 milioni di profughi. 3 milioni di persone sono scomparse nel nulla. Ci sono molte cose che non ci raccontano di quei terribili anni, ma solo la versione addomesticata che fa comodo ai vincitori. Peraltro, io sono persuaso che se la strage compiuta dai titini dei nostri connazionali è stata numericamente più contenuta (centocinquantamile contro tre milioni) dall’Armata Rossa a danno dei tedeschi, questo non è dovuto minimamnte al fatto che queste belve a due gambe fossero meno disumane di quelle che hanno straziato la Germania, ma solo al fatto che il “teatro di operazioni” era più ristretto.

  • Fabio Calabrese 9 Ottobre 2016

    Caro Luigi: effettivamente, nei territori ex italiani del confine orientale vivevano prima della guerra mezzo milione di italiani, e dopo la guerra sono stati contati 350.000 profughi, e 150.000 persone non si sa che fine abbiano fatto. La stessa cosa è avvenuta in Germania, a est dell’Oder prima della guerra vivevano 15 milioni di tedeschi e a guerra finita sono stati contati 12 milioni di profughi. 3 milioni di persone sono scomparse nel nulla. Ci sono molte cose che non ci raccontano di quei terribili anni, ma solo la versione addomesticata che fa comodo ai vincitori. Peraltro, io sono persuaso che se la strage compiuta dai titini dei nostri connazionali è stata numericamente più contenuta (centocinquantamile contro tre milioni) dall’Armata Rossa a danno dei tedeschi, questo non è dovuto minimamnte al fatto che queste belve a due gambe fossero meno disumane di quelle che hanno straziato la Germania, ma solo al fatto che il “teatro di operazioni” era più ristretto.

  • Michele Simola 8 Dicembre 2020

    I crimini compiuti per realizzare la sua visione di nazione slava, furono possibili grazie alla collusione di criminali comunisti Italiani come Palmiro Togliatti e Longo, Togliatti nel suo carteggio con Bianco, aveva già avallato le stragi degli Italiani in Russia, quando gli rispose semplicemente: “essendo quella la via tracciata dal compagno Stalin”. Ciò ci permette di capire l’odiosa capacità criminale dei cosidetti partigiani Italiani, assassini comunisti spesso ladruncoli e predatori che durante la guerra si elevarono a combattenti per la libertà: a loro non interessava nulla della libertà, se avessero potuto avrebbero instaurato in Italia una dittatura comunista fedele a Mosca. E’ rivoltante pensare che gli osannati partigiani, ininfluenti sul risultato ottenuto dagli angloamericani nella guerra, siano stati così ferocemente avversi ai loro connazionali, tanto da venderli allo straniero, che non si fece alcuno scrupolo di portare a termine una pulizia etnica che gli permettesse di insediare nei territori Italiani le etnie slave su cui successivamente regnò con pugno di ferro fino alla morte.
    Già nel 1941 il PCI aveva fatto sì che le truppe partigiane comuniste che operarono nel teatro di guerra Giuliano, fossero poste sotto sotto il comando jugoslavo, l’acceso nazionalismo dei titini, riuscì indigesto anche ad alcune formazioni Italiane, peraltro schierate sotto la bandiera rossa. Sappiamo bene che Togliatti raccomandò ai suoi di adoperarsi per far sì che il Venezia-Giulia venisse occupato dalle truppe di Tito.
    Nella loro visione distorta della storia, ciò avrebbe dovuto essere una punizione per coloro i quali avevano avuto una visione imperialistica della guerra.
    Gli angloamericani che hanno sempre recitato il ruolo dei bravi ragazzi che si sacrificavano per la libertà dell’umanità, hanno permesso che le truppe titine entrate a Trieste perpetrassero assassinii e crimini contro gli Italiani. Tutto ciò durò fino al 1947 inoltrato.
    Mai i governi Italiani hanno protestato o mostrato i denti a Tito prima e agli sloveni poi, li hanno sempre lisciati facendo capire loro che non siamo capaci di una qualsiasi reazione.
    Come bene afferma Lei abbiamo solo avuto governicchi da quattro soldi che si sono affrettati sempre a genuflettersi con tutti e di questa pavidità oggi paghiamo le conseguenze.

  • Michele Simola 8 Dicembre 2020

    I crimini compiuti per realizzare la sua visione di nazione slava, furono possibili grazie alla collusione di criminali comunisti Italiani come Palmiro Togliatti e Longo, Togliatti nel suo carteggio con Bianco, aveva già avallato le stragi degli Italiani in Russia, quando gli rispose semplicemente: “essendo quella la via tracciata dal compagno Stalin”. Ciò ci permette di capire l’odiosa capacità criminale dei cosidetti partigiani Italiani, assassini comunisti spesso ladruncoli e predatori che durante la guerra si elevarono a combattenti per la libertà: a loro non interessava nulla della libertà, se avessero potuto avrebbero instaurato in Italia una dittatura comunista fedele a Mosca. E’ rivoltante pensare che gli osannati partigiani, ininfluenti sul risultato ottenuto dagli angloamericani nella guerra, siano stati così ferocemente avversi ai loro connazionali, tanto da venderli allo straniero, che non si fece alcuno scrupolo di portare a termine una pulizia etnica che gli permettesse di insediare nei territori Italiani le etnie slave su cui successivamente regnò con pugno di ferro fino alla morte.
    Già nel 1941 il PCI aveva fatto sì che le truppe partigiane comuniste che operarono nel teatro di guerra Giuliano, fossero poste sotto sotto il comando jugoslavo, l’acceso nazionalismo dei titini, riuscì indigesto anche ad alcune formazioni Italiane, peraltro schierate sotto la bandiera rossa. Sappiamo bene che Togliatti raccomandò ai suoi di adoperarsi per far sì che il Venezia-Giulia venisse occupato dalle truppe di Tito.
    Nella loro visione distorta della storia, ciò avrebbe dovuto essere una punizione per coloro i quali avevano avuto una visione imperialistica della guerra.
    Gli angloamericani che hanno sempre recitato il ruolo dei bravi ragazzi che si sacrificavano per la libertà dell’umanità, hanno permesso che le truppe titine entrate a Trieste perpetrassero assassinii e crimini contro gli Italiani. Tutto ciò durò fino al 1947 inoltrato.
    Mai i governi Italiani hanno protestato o mostrato i denti a Tito prima e agli sloveni poi, li hanno sempre lisciati facendo capire loro che non siamo capaci di una qualsiasi reazione.
    Come bene afferma Lei abbiamo solo avuto governicchi da quattro soldi che si sono affrettati sempre a genuflettersi con tutti e di questa pavidità oggi paghiamo le conseguenze.

  • Claudio Antonelli (Montréal) 21 Ottobre 2026

    Cimiteri senza croci
    “Gorizia, ancora cimitero senza croci” (Trieste, 2015, 141 p.) di Adriana Defilippi e Giorgio Rustia.
    Le tragiche pagine di storia delle terre del nostro confine orientale non sono più tabù, come furono invece per mezzo secolo, fino al “rompete le righe!” che il crollo del Muro lanciò finalmente alle coorti degli asserviti al conformismo ideologico marxista. Eppure sembrerebbe che queste tristi pagine di storia stentino ancora a entrare negli ambienti accademici nazionali di studi. E ciò per tante ragioni, tra cui soprattutto la mancanza di sentimento nazionale e di senso di un destino comune, in un Paese in cui, in nome di un grottesco, esasperato e vile sentimento di partigianeria e di faziosità ideologica, si continua a voler rimuovere dalla memoria collettiva i segni di una sconfitta nazionale avvenuta nel sangue; con le foibe, l’esodo, e la perdita di un lembo d’Italia popolato, stando a quanto affermò Indro Montanelli, dei suoi migliori italiani (Forse… ma certamente non dei suoi peggiori). Segni di una tragica sconfitta che smentiscono la vulgata portata avanti in gran pompa dai vertici dello Stato, con i discorsi autocompiaciuti dei vari presidenti della Repubblica, i quali ogni anno, celebrando la Liberazione, immancabilmente sorvolano sulla perdita e sui massacri delle terre italiane del Nord-Est.
    “Gorizia, ancora cimitero senza croci” (Trieste, 2015, 141 p.) di Adriana Defilippi e Giorgio Rustia cerca di aprire uno squarcio su quei tremendi giorni, quando sul piccolo mondo goriziano si riversò con l’occupazione della città, a guerra quasi finita, la ferocia dei partigiani titini e dei loro sostenitori italiani. Il lungo sottotitolo: “Un secondo contributo alla ricerca dei goriziani scomparsi durante l’occupazione comunista titina italo slovena della città (dal 1 maggio al 12 giugno 1945)” circoscrive il periodo e la ristretta area geografica della ricerca storica.
    Gli autori raccontano, succintamente, attenendosi ai fatti, attraverso fonti di varia origine e proponendo anche articoli di giornale (vedi gli allegati del capitolo 4), le vicende di morte di quel breve, tragico periodo – dal 1 maggio al 12 giugno ’45 – in cui sparirono, finendo nei carnai comuni, le vittime della barbarie comunista.
    Dare loro una croce ossia identificarli e conoscere i loro ultimi giorni sarebbe un gesto minimo di umana pietà. Pietà contro la quale in Italia, patria degli odi civili, milita invece partigiano il veleno del condizionamento ideologico che interpreta il passato in funzione degli interessi di parte. Questo “odio antitaliano”, perché di questo si tratta, dal momento che i massacri nelle terre del Nord-Est presero di mira soprattutto l’italianità, è ancora oggi distillato con cura e direi con amore nella stessa Italia: che si pensi a chi è invitato a tenere conferenze per esporre la sua tesi che le foibe non sono altro che un mito.
    Un tema espresso dagli autori ripetutamente, con amarezza e con sdegno, è l’invito, fatto ai custodi dei registri ufficiali di storia ma rivolto soprattutto alla storiografia accademica di simpatie comuniste, di non continuare a tenere distolto lo sguardo da quel piccolo lembo martoriato di terra: Gorizia, dove i morti, sprofondati negli innumerevoli carnai di cui è disseminata l’ampia area italo-slovena, ancora oggi invocano una croce.
    La mancanza d’interesse per questi morti si spiega probabilmente anche con il fatto che, nonostante il fallimento storico del comunismo, una certa ideologia che si basa su migliaia di tonnellate di scritti, attraverso il mondo, pullulanti di espressioni e termini come “lotta di classe”, “nemici del popolo”, “spirito borghese”, “sfruttamento dei lavoratori”, “democrazie popolari”, etc., continua surrettiziamente a tenere cattedra con i suoi filtri ideologici e con i suoi crudeli preconcetti rivolti tanto ai vivi che ai morti. “Fascisti”, ossia subumani meritevoli di morte, di una morte inflitta dopo terrore e torture, è la classica etichetta giustificatrice della logica di questa “raccolta differenziata”, invalsa per tanti anni negli ambienti che contano in Italia nei confronti di cadaveri, liste, documenti, testimonianze; con i morti italiani delle terre del confine orientale automaticamente considerati appunto “fascisti”, e sversati nella discarica comune dell’oblio.
    Si capisce subito dal titolo, denunciante le croci mancanti al cimitero, che le vicende trattate fanno parte di una storia nazionale che noi, originari di quelle terre, porteremo dentro fino alla morte. La dedica è eloquente: “In memoria di Leo Marzini e del di lui padre Attilio, barbaramente assassinato il 19 settembre 1943 dai partigiani comunisti titini italo croati, assieme ad altri 43 italiani nelle cave di bauxite di Gallignana (Pisino)”. La coautrice Defilippi, che è vedova Marzini, parla di cose che la toccano molto da vicino. Il dott. Rustia si batte anch’egli da anni contro l’oblio e l’indifferenza verso i nostri morti.
    L’opera si articola in: “Sommario”, “Premessa”, “Allegati alla premessa”, “Capitoli (I-VI), “Conclusioni”.
    Con questa loro ricerca gli autori intendono “sostenere l’appello lanciato dal Sindaco di Gorizia, dr. Romoli, affinché finalmente i responsabili di tale massacro ed i loro odierni eredi etnici e ideologici dicano dove hanno fatto concludere la giornata terrena di tanti poveri sventurati.”
    Apprendiamo, nel “Sommario”, che fu lo studioso sloveno Tone Ferenc, circa 25 anni fa, a fornire notizie di un gruppo di scomparsi, 112, di cui 22 erano goriziani. Seguì l’intervento di un giornalista in pensione del Piccolo, Marcello Lorenzini, che segnalò l’esistenza, a Roma, negli archivi del Ministero degli Affari Esteri, di documenti importanti, utili per conoscere la sorte dei nostri connazionali prelevati e fatti sparire dai titini sloveni e dai loro complici italiani: i comunisti della Venezia Giulia. Documenti su cui Lorenzini sollecitava le autorità a togliere la segretazione. Raoul Pupo, giovane storico, reagì con uno scritto sul Piccolo in cui derideva l’invito alla divulgazione fatto dal Lorenzini, parlando di “pseudo-misteri d’archivio, con relative pseudo-scoperte”, negando insomma che simili documenti esistessero.
    Gli autori di questa sofferta ricerca, misto di saggio e di bibliografia di nomi e di fonti documentali, dimostrano invece che esistono queste fonti d’archivio ed anche altre. Cui si aggiungono elenchi di vittime e studi di provenienza slovena: il che è stato reso possibile dal crollo della gigantesca menzogna comunista e dalla fine della dittatura “nazional-socialista” alla Tito, che condizionavano pesantemente studi e testimonianze. Un esempio di questo nuovo clima è il libro “Slovenia 1941*1948*1952 – Anche noi siamo morti per la patria” (anno di pubblicazione: 2000) che rivela e denuncia i numerosi massacri subiti dai Domobranci, e anche dagli Ustascia e dai Cetnici, entro i confini dell’attuale Slovenia.
    La ricerca condotta da Defilippi e Rustia è in reazione a questo voler “non andare oltre” italiano. Essa cerca di chiarire alcuni aspetti di questo tragico nostro passato, con un appello rivolto agli altri studiosi perché si interessino a queste vittime “senza croce”.
    Gli autori ci propongono le nuove informazioni rinvenute negli archivi elettronici e negli archivi del Ministero degli Affari Esteri italiano “nella speranza che pure esse contribuiscano a dare ad ogni scomparso l’indicazione del suo luogo di sepoltura.”
    Si tratta di uno studio sofferto, perché il tema trattato continua a far male a molti di noi, originari di quelle terre colpite da una tragedia che per anni l’Italia non ha voluto fare sua e che forse non farà mai interamente sua. Ciò a causa dell’odio ideologico imperante in un Paese dove un normale patriottismo è visto come un’aberrazione degna d’insulti e di discorsi d’odio, da parte soprattutto delle cerchie ex comuniste oggi entusiastiche sostenitrici di nuove utopie che si basano sul mondialismo e sull’immigrazionismo. Mondialismo e immigrazionismo senza limiti che loro vedono come agenti di “negazione della nostra identità nazionale”, in pratica agenti di “antitalianità”, e quindi glorioso vettore di “Antifascismo”.
    Per capire quest’odio è sufficiente vedere la tracotanza con cui certi individui salgono in cattedra reinventando, relativizzando, mistificando la storia: la storia che noi e i nostri padri abbiamo vissuto anche in prima persona e su cui quindi nessuno può venire a raccontarci fiabe. Ma tali individui sono applauditi dalla sempre attiva coorte di adepti degli odi civili, nonché cultori della perdita dei territori del confine orientale e celebratori della disfatta nazionale.
    I relativisti-negazionisti si nutrono di odio contro chi prova un normale sentimento di amor patrio, e possiede un sentimento di unità, dignità e solidarietà nazionali. Essi coltivano direi “professionalmente” il fantasma di un pericolo proveniente da nemici morti e sepolti per sempre, poiché si considerano i conquistatori fisici e morali dell’Italia. Basterà ricordare l’atteggiamento tenuto nei confronti del geniale, umanissimo artista Simone Cristicchi, fino a poco prima considerato un compagno di sinistra, ma subito etichettato come “fascista” per aver osato dar voce, in teatro, attraverso il suo ammirevole “Magazzino 18”, alle vittime innocenti del carnaio balcanico.
    Con il disfacimento nel fuoco e nel sangue dell’ex Jugoslavia, paese costruito anche sui nostri morti, la carneficina balcanica è stato “rieditata” dai nostri vicini dell’Est, venendo però proposta questa volta alle platee mondiali sotto i riflettori dei mass media, e non nel silenzio e nell’indifferenza come avvenne invece per noi. La drammatica, sanguinosa esplosione dell’odio tribale scatenatosi tra gli ex urlatori del “Morte al fascismo e libertà ai popoli!” non è riuscita purtroppo ad aprire gli occhi a chi, in Italia, ha guardato per anni ed anni alla Jugoslavia come a un faro di progresso sociale, politico e morale (ricordate, il presidente più amato, Pertini?).
    Non resisto alla tentazione di riportare questo giudizio di Claudia Cernigoi, la quale liquida così “Magazzino 18” di Simone Cristicchi:
    “Come opera di propaganda Magazzino 18 è indiscutibilmente riuscito molto bene: ma per chi come noi ha studiato e conosce la storia di queste terre, vederla stravolta in questo modo allo scopo di denigrare il movimento internazionalista ed antifascista jugoslavo, è francamente intollerabile; ed inoltre, considerando il modo in cui è stato sponsorizzato, a livello mediatico, questo spettacolo, fa sorgere il dubbio che si tratti di un’operazione studiata a tavolino che può rivelarsi molto pericolosa per gli equilibri delicati del confine orientale.”
    Questo ignobile commento, esaltante “il movimento internazionalista ed antifascista jugoslavo” (inclusi, immagino, Goli Otok e le esecuzioni di massa consumate dagli jugoslavi sugli altri jugoslavi) ci ripropone fine gli eterni sacrosanti rapporti di “buon vicinato”.
    Chi non ricorda i continui inviti agli italiani perché assumessero la posizione supina per facilitare i “rapporti di buon vicinato” con i nostri gagliardi vicini dell’Est? Al carattere guerriero e predatorio di questi vicini dell’Est, si contrappone la mitezza dei nostri esuli che non hanno generato forse un solo atto di violenza in questo Belpaese dall’esodo ad oggi; quindi né la Kersevan né la Cernogoi hanno alcunché da temere dai figli e dai nipoti degli infoibati. Lo Stivalone, terra di mafie e di camorre, ha espresso invece la violenza delle Brigate Rosse, compagine sorella dei nostri infoibatori.
    Ed è un Belpaese che oggi esprime l’insulto ai morti e ai sopravvissuti delle foibe e ai loro discendenti attraverso l’attivismo di questi conferenzieri che difendono Ivan Motika, denigrano Cristicchi, ci accusano di “riscrittura della storia a scopo politico” e ci considerano “canea che da decenni contamina la storia politica delle nostre terre”.
    Ma come reagiamo noi, esuli e figli di esuli, quindi per acclamazione “fascisti”, a queste offese fatte alla verità storica e a questi insulti? Con parole, con messe a punto, con chiarimenti, con testimonianze, e anche con rabbia, con disgusto, con dolore e con scritti amari come questo mio. Il che ci rende meritevoli, “ipso facto”, della qualifica di “estremisti”. Posso solo dire che per intransigenza etnica e spirito guerriero i cosiddetti “estremisti italiani”, ossia i “nazionalisti” italiani, non arrivano neppure alla spalla di sloveni, croati o serbi anche “non estremisti”.
    Nidia Cernecca, nel suo libro autobiografico ricorda: “Gli slavi torturarono a morte mio padre. Non contenti, lo decapitarono per estrargli due denti d’oro. E poi, per sfregio, con la sua testa ci giocarono a palla, sui binari del treno. La sua ‘colpa’? Era italiano”.
    Tutto inventato probabilmente o allora tutto meritato. Così come i nostri infoibatori hanno meritato le pensioni dell’Inps, anche con gli arretrati e le tredicesime, spedite in Jugoslavia… Cito: “L’ Inps erogava al 30 giugno 1997 (…) ben 29.149 pensioni nell’ ex Jugoslavia , spendendo circa 200 miliardi l’anno.” Cosa volete, questi pensionati avevano pur effettuato una doverosa attività militare…
    Immaginate cosa si racconterebbe di noi in Italia se non ci fossero le testimonianze di personaggi anche celebri come Benvenuti, Endrigo, Andretti, Luxardo, Pamich, Missoni… E un gran numero di scritti di testimoni diretti di quei giorni infami, tra cui “Bora”, e tantissime altre testimonianze.
    I nostri “estremisti” sono quelli che osano invocare una croce per gli scomparsi mai più ritrovati. E difatti Giorgio Rustia è considerato un estremista dai tanti italiani che vivono di odio antitaliano.
    Cosa volete… nel Belpaese gli sputi sui nostri morti, perché di sputi si tratta, sono considerati accettabili. In Slovenia e in Croazia ai crociati contro la nazione spetterebbe una sorte molto ma molto dura, e non le semplici polemiche e ricostruzioni storiche: le nostre patetiche armi.
    Mi rendo conto a questo punto che avrei dovuto enumerare le fosse comuni, i “sepolcri tenuti nascosti”, le foibe, i carnai, di cui si cita il nome nel testo “Gorizia, ancora cimitero senza croci”, e soprattutto fornire maggiori dettagli sugli scomparsi che attendono una croce. Ma il pathos autentico che investe un lettore come me, nativo di Pisino, emigrato in Canada, figlio di esuli, ha preso il sopravvento in questo mio scritto. Anche perché contemporaneamente alla lettura dello studio di Rustia e Defilippi mi sono addentrato nella lettura di “Preti perseguitati in Istria, 1945-1956”, di ben 331 pagine, di cui è autore Pietro Zovatto, e che denuncia la dura persecuzione subita dalla Chiesa in Jugoslavia.
    Ben vengano dopo mezzo secolo di silenzio questi scritti che vogliono semplicemente ricordare. Ricordare, in buona fede, senza avanzare crediti all’incasso, senza considerarsi le uniche vittime di una disastrosa guerra che ha inghiottito popolazioni intere e che ha causato lutti anche più gravi. E che ha finito col porre metà Europa sotto il tallone del comunismo per più di mezzo secolo. Ricordare, semplicemente: senza disprezzo e neppure odio per chi sul fronte opposto è in altrettanta buona fede.
    Ma trovo legittimo provare un sentimento di disprezzo per chi, in Italia, invece di un normale amor patrio con un altruistico desiderio di pacificazione, di solidarietà, di fratellanza e di unità, nutre nell’animo ed esala all’intorno partigianeria, faziosità e odio civile.

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