Pressappoco nell’ultimo decennio del XX secolo, la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica hanno determinato la scomparsa di due grandi attori della scena mondiale, due ideologie che hanno avuto presa sulla coscienza di milioni di persone, ovviamente il marxismo, sia nella variante comunista sia in quella socialista, e il liberalismo.
Il primo di questi due decessi è ovvio, diretta conseguenza del fallimento del sistema sovietico, il secondo lo è meno, eppure fateci caso, oggi nessuno si proclama liberale, al massimo liberal, cosa che ha tutto un altro significato, vuol dire “di sinistra”, si tratta cioè di un “falso amico” come la parola burro che in spagnolo non significa il prodotto caseario, bensì asino.
La ragione di ciò è relativamente semplice: in un’epoca di neocapitalismo rampante, di “pensiero unico”, dove la sinistra si è ridisegnata sul modello non marxista dei dem americani, per le classi socialmente dominanti, quelle “riforme” che significano sempre riduzione dello stato sociale, peggioramento delle condizioni economiche, limitazione dei diritti, è più conveniente farle fare ai movimenti di sinistra che le classi lavoratrice continuano falsamente a percepire come “dei loro”, piuttosto che a movimenti liberali percepiti come “di destra”, ammesso e non concesso che destra e sinistra conservino ancora un significato.
“Liberale” è oggi una parola usata dagli storici, ma espulsa dal linguaggio politico, un po’ come “giacobino” o “bonapartista”.
Tuttavia, vorrei ora esaminare il pensiero di un autore che, a mio parere rappresenta un po’ il canto del cigno del liberalismo, Jean-François Revel, da cui, pur non condividendo l’impostazione di fondo, possiamo ancora trarre utili insegnamenti, soprattutto per quanto riguarda la sua spietata analisi di ciò che realmente significa la sinistra.
J. F. Revel era in realtà lo pseudonimo di Jean-François Ricard, nato a Marsiglia nel 1924 e deceduto nel 2006.
Comincerei, tanto per inquadrare il personaggio, con un excursus di carattere filosofico. Revel, professionalmente docente di filosofia, si fece notare già nei primi anni ’60 dello scorso secolo come enfant terrible con un saggio dirompente: A che servono i filosofi. Questo testo senza peli sulla lingua che dice la verità sulla filosofia contemporanea, fu pubblicato in Italia nel 1958 da una piccola casa editrice, la Lerici, ed è oggi introvabile.
Io sono riuscito a leggerne una copia conservata alla Biblioteca Nazionale di Roma.
Revel spiega che fino a Kant i filosofi hanno lottato per la verità, da Hegel in poi hanno lottato contro di essa. La differenza fra un filosofo antico o medioevale e uno moderno è visibile. Se si prende in mano il Convito di Platone ci dirà qualcosa sull’amore, la Repubblica ci dirà qualcosa sulla politica, e più o meno la stessa cosa si può dire per tutti gli autori fino al tardo XVIII secolo. Da allora in poi, gli scritti dei filosofi diventano autoreferenziali, non servono più a esporre qualcosa di diverso al sistema di pensiero degli autori, ma solo a delucidare sé stessi. Di ciò, asserisce Revel, Hegel è un esempio geniale ed Heidegger un caso deteriore. (io personalmente, però non sarei così caustico verso il povero Martin Heidegger, che se non altro, a differenza di molti altri, ha avuto il coraggio di non rinnegare tutto quanto ha sostenuto tra il 1933 e il ’45).
La filosofia, in ogni caso, si è trasformata da amore e ricerca per la conoscenza, come l’aveva definita Platone, in sterile gioco dialettico fine a sé stesso. Si capisce bene perché questo testo troppo sincero sia stato di fatto messo al bando.
Vediamo dunque che il nostro autore è un tipo senza peli sulla lingua, che non ha paura di dire verità sgradevoli, qualità tanto più che apprezzeremo entrando nel discorso politico vero e proprio.
Uno degli scritti politici più noti di Revel è Né Cristo né Marx, la nuova rivoluzione americana. Sul contenuto positivo di questo libro che dipinge una nuova rivoluzione americana frutto di capitalismo, scienza, tecnologia e finanza, si possono avanzare seri dubbi, anche perché il neocapitalismo americano ha dimostrato fin troppo bene di saldarsi senza discontinuità su quello vecchio e di essere non meno rapace verso chi ha la ventura di non essere nato all’ombra delle stelle e delle strisce, ma non si può negare che “né Cristo né Marx” sia una parola d’ordine dal fascino potente, ci ricorda troppe cose, da Nietzsche a Spengler, da Evola a Reghini.
Soprattutto oggi, vedendo le cose a posteriori, il rifiuto del marxismo è fuori discussione, non è soltanto il clamoroso fallimento dell’Unione Sovietica e del regimi comunisti a essa collegati consumatosi tra il 1989 e il 1991, ma basta pensare che la stessa sinistra internazionale ha di fatto archiviato la lotta di classe per scegliere come agone delle sue nuove battaglie il matrimonio fra persone dello stesso sesso e l’accoglienza indiscriminata dei cosiddetti migranti.
Il discorso sul cristianesimo e sulla religione è evidentemente più delicato e più complesso, e Revel stesso ne ha avuto un esempio nella sua stessa famiglia, infatti suo figlio Matthieu Ricard (ricordiamo che Ricard è appunto il vero cognome del nostro autore) non si è solo convertito al buddismo tibetano, ma è pure diventato monaco di quella religione. Onestamente, non c’è da stupirsi se il povero Matthieu, stretto fra un padre ateo e una madre rigorosamente cattolica, abbia scelto una terza via.
E’ interessante che padre e figlio abbiano scritto assieme un libro sulla conversione al buddismo di quest’ultimo, Il monaco e il filosofo, anche se può spiacere che in seguito alla conversione, Matthieu abbia abbandonato una promettente carriera scientifica, è infatti laureato in genetica delle cellule all’Institut Pasteur di Parigi.
Io rimarcherei anche il fatto che questa terza via non è l’unica percorribile, esiste anche quel filone di pensiero che va appunto da Nietzsche a Spengler (e vi includerei pure Wagner prima della conversione cui fu costretto dalla sua terribile moglie), da Reghini a Evola, magari condendolo con un interesse per le battaglie di questa vita in primo piano rispetto alle prospettive trascendenti, e con la consapevolezza che in ogni caso Gesù e Marx non erano così distanti come si potrebbe pensare, che il cristianesimo è stato il bolscevismo dell’antichità e ha avuto un ruolo determinante nel distruggere l’impero romano e la maggiore delle civiltà antiche.
Con tutto ciò, le vicende culturali, umane e religiose di Revel e della famiglia Ricard avrebbero per noi un interesse relativo se non fosse per un fatto: Revel, militante socialista fino alla fine degli anni ’60 dello scorso secolo, se ne è da allora distaccato approdando nel campo liberale, non solo, ma producendo con il libro La conoscenza inutile un’analisi spietata della sua precedente esperienza e di cosa significhi realmente essere di sinistra, delle mille ipocrisie e falsità dei cosiddetti intellettuali “rossi”, della vera e propria presa in giro nei confronti della gente, con cui costoro e i partiti che li sostengono, fingono di essere anti-sistema mentre si servono di inconfessati agganci con ben occultati centri di potere nell’economia e nell’informazione per tappare la bocca a ogni voce di dissenso.
Un libro, io penso, che ogni anticomunista dovrebbe leggere.
Si può notare, non senza una certa dose di ironia, che proprio l’autore di A che servono i filosofi ha dimostrato a propria volta di essere un filosofo utile.
La conoscenza inutile è precisamente quella di intellettuali, politici, giornalisti, insegnanti, che la adoperano, assieme a doti intellettuali talvolta notevoli, per non capire e non vedere, per negare, ingannando sé stessi e gli altri, quello che invece è ovvio per ogni persona di buon senso con un minimo di informazione, nello specifico il fatto che l’ideologia “rossa” quando si è tradotta in applicazioni concrete, è diventata “socialismo reale”, ben lungi dal produrre la promessa liberazione dell’uomo, si è dimostrata il più atroce sistema di tirannidi che la storia abbia mai conosciuto.
Come sintetizza sarcasticamente l’autore, “La prima di tutte le forze che governano il mondo è la menzogna”, e di essa “i compagni” hanno dimostrato di saper fare un uso molto efficace, se la gente conoscesse e capisse la verità, la sinistra si scioglierebbe come neve al sole.
“La disinformazione influenza in larga misura i governi attraverso l’opinione pubblica dei loro Paesi, che costituisce perciò il primo bersaglio. Essa agisce sui giornali, sui media, sugli esperti, sugli istituti di ricerca, sulle Chiese, che condizionano l’opinione assillando i governanti con i loro moniti e i loro consigli”.
A livello soggettivo dei singoli, tuttavia è difficile capire in che misura si tratti di un cinico machiavellismo o quanto l’inganno sia preceduto da un autoinganno in modo tale da poter presentare una buona fede paradossale e spudorata.
In ogni caso, vediamo politici, intellettuali, professionisti dell’informazione stampata o mediatica, prodursi in un vero e proprio corto circuito mentale, utilizzando le proprie risorse intellettuali, in qualche caso anche notevoli, nello sforzo di NON capire in modo da poter presentare in paradossale buona coscienza, un’immagine distorta della realtà.
Revel ne fa un esempio addirittura palmare con il Libretto rosso di Mao, che è a tutti gli effetti una raccolta di trite banalità, a cui tuttavia per oltre un decennio i più raffinati intellettuali occidentali, nouveaux philosophes, gente laureata alla Sorbona o in università ancora più prestigiose, si sono prosternati adoranti.
Qui c’è di mezzo un lato profondamente schizoide della mentalità “rossa”. A fronte del riconoscimento semiconscio che però non esclude che agli avversari vada negato il diritto di riconoscere e affermare l’ovvio, che l’esperimento sovietico, ben lungi dal realizzare la liberazione profetizzata da Marx, si è risolto in un sistema di odiose tirannidi, ecco emergere la beata illusione che “da qualche parte” debba esistere un comunismo “buono” contrapposto a quello “cattivo” sovietico (del quale, per inciso, ci si guarda bene dal permettere un’analisi seria, riducendolo al solo stalinismo, come se tutti gli altri che si sono succeduti alla testa della mostruosità sovietica, da Lenin a Breznev, fossero stati dei santi).
Complice la distanza geografica e culturale e soprattutto la mancanza di informazioni provenienti dalla chiusa realtà cinese, il maoismo SEMBRAVA un buon candidato, e dopo di esso, in base a quella che Revel chiama l’immunità rivoluzionaria, la stessa cosa è stata estesa ai vari comunismi del Terzo Mondo, Cuba, Angola, Mozambico, Etiopia, e via dicendo.
Ogni volta queste pie illusioni si sono scontrate con la dura realtà dei fatti. DOVUNQUE i comunisti hanno preso il potere, il risultato è stato sempre lo stesso: oppressione, terrore, miseria e morte, privazione dei diritti umani più fondamentali. Esso sarebbe dunque una musica stupenda suonata ogni volta da esecutori stonati, o non si deve ammettere piuttosto che si tratta di un’orrida cacofonia?
Assolutamente tranchant nei confronti del comunismo, Revel non è molto tenero neanche nei confronti dei suoi ex compagni socialisti, prigionieri di una forma attenuata della stessa illusione.
Egli ci spiega che il partito socialista (francese) come il resto della sinistra “Non aveva tratto nessuna lezione dai fallimenti economici politici e umani delle nazioni “progressiste” di recente indipendenza, in Africa soprattutto. Tutte le conoscenze accumulate sulla disfatta dei sistemi comunisti classici come dei socialismi del terzo mondo rimanevano inutilizzate, esse non riuscivano a scalfire, malgrado tutte le dichiarazioni in senso contrario, i pregiudizi della sinistra…Un’ulteriore prova di ciò si ha leggendo una frase pronunciata con enfasi da François Mitterrand (presidente francese socialista all’epoca in cui il libro è stato scritto) a Montevideo il 10 ottobre 1987…“La democrazia non è nulla senza lo sviluppo”…Può essere solo per bontà, per intenzione e bisogno di riconfortare il gregge demoralizzato dei credenti, e non perché lo ritenga vero, che un uomo così intelligente ha potuto far suo un luogo comune così stupido”.
Tuttavia, potremmo dire che la menzogna e la sua diffusione sistematica e capillare sono ancora solo metà del lavoro, l’altra metà è impedire a chi la pensa diversamente, a chi non si è lasciato ingannare, di manifestare la propria opinione o semplicemente esporre i fatti che contraddicono le ubbie “rosse”. A questo secondo aspetto, Revel ha dedicato un altro libro, La nuova censura.
Per capire come ciò sia possibile, è importante comprendere una cosa: sebbene ami presentarsi come anti-sistema, in tutte le società occidentali, la sinistra è profondamente infiltrata nel sistema, ne fa intrinsecamente parte e dispone di centri di potere nell’economia, nell’informazione, nell’istruzione, nei media e li usa spregiudicatamente non solo per indottrinare, ma per tacitare le voci di dissenso.
C’è ad esempio un metodo preciso che viene insegnato nelle scuole di partito dei movimenti di sinistra, al quale chi è chiamato a rappresentarne pubblicamente la voce, è sistematicamente addestrato e che certamente anche Revel deve avere appreso durante la sua militanza socialista, e non è solo un patrimonio francese, ma largamente comune a tutta la sinistra europea e occidentale, ed è una cosa incredibilmente semplice: quando nel corso di un dibattito pubblico, ad esempio televisivo, una tribuna politica, la parola tocca alla controparte, a una voce di dissenso “sgradita”, interromperlo continuamente, in modo tale che non possa giungere al pubblico alcunché del pensiero “indesiderato” o informazioni su fatti che contraddicono la vulgata “rossa”.
La cosa riesce tanto meglio se c’è un moderatore che sta al gioco e si presta a sua volta, con finta imparzialità, a tacitare l’interlocutore dissidente, cosa tutt’altro che difficile da trovare, dato che gran parte degli operatori dei media sono sul libro paga della sinistra.
Onestamente, la prima volta che ho letto questo, ho provato un moto di scetticismo. Può essere che un mezzo così banale, dozzinale se vogliamo, abbia una tale efficacia e diffusione?
Mi sono messo a seguire con attenzione tutti i dibattiti politici televisivi (italiani, s’intende, ma non credo che altrove le cose vadano in modo diverso), ebbene si constata facilmente, lo potete fare anche voi, che le cose funzionano sempre nel modo che Revel ha descritto.
Se a questo aggiungiamo il potere della sinistra di impedire manifestazioni, commemorazioni, presentazioni librarie con la pressione della massa di militanti reclutati ad hoc o pretesti legali con la scusa del “fascismo” o entrambe le cose insieme, capiamo che la nuova, non dichiarata, censura riesce a essere tremendamente efficace, a impedire che idee “non conformi” possano diffondersi.
Falsità, ipocrisia, cancellazione delle conoscenze “indesiderate”, queste sono le armi della sinistra.
NOTA: Nell’illustrazione, libri di Jean François Revel, a sinistra Né Cristo né Marx, al centro La conoscenza inutile, a destra La nuova censura.

