4 Marzo 2026
Società

Il congiuntivo perduto – Livio Cadè

“Siamo un segno che non indica nulla, siamo senza dolore, e abbiamo quasi perso il linguaggio in terra straniera.”

(Friedrich Hölderlin)

Un evidente segno della degenerazione dei tempi è l’attuale tendenza a limitare o ad abolire il congiuntivo. Così può toccarci di sentir dire: “credevo che mi amavi”, il che è errore grave, ma tenuto ormai in poco o nessun conto. Non vediamo che uomo e linguaggio sono speculari e che il difetto di uno si riflette nell’altro. L’interiorità dell’uomo si fa visibile nel linguaggio che ce la rivela. Il sanscrito man, pensare, è radice comune di mens, mente, e di man, uomo. L’Uomo è Parola, la realtà è Verbo, e il mondo è un discorso in attesa d’esser letto e compreso.

Leggere viene da un’antica radice leg, raccogliere, tener insieme, da cui legare e legge, adunanza di norme, ma anche logos e logica, il dare un ordine coerente alle nostre idee. Da qui anche religare, l’esser religiosi, il tendere all’unione con Dio. E unire significa congiungere. La perdita del congiuntivo spezza quindi una specifica relazione tra piani diversi della realtà, tra una dimensione indicativa e una ipotetica, tra un atto e la sua possibilità.

“Credevo” è un fatto, “che tu mi amassi” è una congettura. “Credevo che tu mi amavi” confonde due fatti che vanno invece distinti, li rende due segni di uguale natura, appiattendo quella strada fatta di aspri rilievi e di profonde buche, ossia di perplessità e supposizioni, sulla quale la mente cammina cercando la verità.

Il congiuntivo rivela dunque la natura dell’uomo, il legame tra i suoi dubbi e le sue certezze, l’ineludibile coincidentia oppositorum su cui si fonda il suo pensiero. E insieme gli indica la Via di una possibile sintesi. Giungere è infatti unire – giungere le mani – ma anche arrivare in un luogo. Congiungere è quindi il giungere insieme in un luogo e il ritrovarsi uniti. Per converso, partire è venir separati, come la madre e il bambino nel parto, diventando parti distinte di quel che prima era unito.

Congiungere è affine a coniugare, parola che si può riferire tanto ai verbi quanto alle persone. Due che si sposino, infatti, si coniugano. Una misteriosa affinità attrae tanto le parole che le persone, e le spinge ad amarsi. Coniugare significa portare uno stesso jugum, giogo, anche se qualcuno lo scambia per un gioco. Come si aggiogano buoi o cavalli per arare il terreno e ricavarne frutto, si aggiogano un uomo e una donna.

La stessa radice yug, unire, si trova in yoga, che è disciplina, sforzo teso a congiungere uomo e Dio, natura e spirito, coscienza e inconscio, caratteri solari e lunari. Il matrimonio è dunque una forma complessa di yoga, arte difficile e faticosa religatio di un e di un altro. Il Mito dell’Androgino suggerisce la ragione di questa temeraria impresa.

L’Uomo, immagine di Dio, si addormenta e nel sogno proietta fuori di sé l’immagine del femminile. L’essere si scinde così in due Principi opposti e complementari, convesso l’uno, destinato al penetrare e all’esser contenuto, concavo l’altro, atto a ricevere e a custodire. Il loro reciproco cercarsi ed eccitarsi produce un attrito da cui sprigiona la vita nel cosmo. Il Maschile trasmette al Femminile la propria immagine, e il Femminile nel riflettere tale immagine la contiene, ne limita l’energia espansiva affinché non divenga fallica e distruttiva.

Non bisogna però immaginare le due metà dell’Essere come essenze pure. Il simbolo del Tao ne mostra l’ambivalenza: Yang contiene in sé un elemento Yin e viceversa. Se così non fosse, le due qualità (tinture, direbbe Böhme) resterebbero estranee l’una all’altra e nulla di comune le potrebbe congiungere.

È proprio la latenza femminile dell’uomo che gli permette di reintegrarsi nell’unione con la donna, e viceversa, evitando che la loro riunificazione degeneri in un insolubile conflitto di puri opposti. L’uomo si arrende passivamente nella sensualità della donna, mentre questa attira attivamente a sé il maschile perduto e se ne riappropria. Per questo Shiva si pone sotto la sua Shakti, effigie di uno Spirito che ha immobilità cadaverica finché non lo rianima l’ebbrezza della Natura vivente.

E tuttavia questa reintegrazione non tende semplicemente all’estasi, al puro piacere, e neppure all’emergere di una verità perduta e ritrovata infine come dato oggettivo, scientifico. Ogni riunificazione degli opposti è infatti manifestazione di una vita che trascina con sé la contraddizione. Perciò v’è sempre nella sua voluttà un dolore, nella sua armonia una dissonanza, nella sua certezza un sospetto, e viceversa.

Uomo e donna non sono semplici mammiferi che si riproducono, spinti da meccanismi ormonali, ma espressioni di una tensione dialettica che dà fondamento alla vita e al pensiero. L’intero universo geme per la ferita della separazione e tende all’Uno. La ricerca di un Sé originario e indiviso, radice tanto dell’amore sessuale che di quello mistico – tra l’anima e Dio – rappresenta il desiderio di fuggire all’angoscia originaria prodotta dalla scissione dell’essere.

L’Androgino, separandosi, ha infatti perduto la sua immortalità, è divenuto preda dell’effimero e il tempo lo consuma. Tuttavia, congiungendosi, maschile e femminile possono divorare la temporalità ed eternare sé stessi. Dalla loro unione nascono gli infiniti mondi, il loro amplesso ripristina l’immagine adamitica di Dio e la sua eterna fecondità. Solo così, nella mistura alchemica che dissolve la dualità, l’Uomo ritrova l’integrità, la quiete, il riposo sabbatico.

Se tutto questo nasce da un sogno, si potrebbe dire, è solo un miraggio, onnipervadente e stregante Maya che nasconde agli uomini la verità ultima. Ma anche realtà e illusione sono solo i due capi di un unico filo, i membri di una relazione in cui ognuno dei due aspetti ha bisogno del suo contrario per esistere. Ed è tanto necessario che i due opposti si dividano quanto che si riuniscano.

Perciò il Mito ci mostra due segni che si indicano reciprocamente, protesi uno verso l’altro. Perché un segno non può indicare sé stesso. E per questo tra persone dello stesso sesso può esservi affetto fraterno, amicizia, sublimazione di un Eros ambiguo, ma non amore coniugale. Ogni pseudo-sessualità che contraddica quest’ordine comporta la violazione di una sintassi divina, la rottura di un nesso originario.

Vediamo allora uomo e donna che si sfuggono, isolandosi in un velleitario narcisismo. La relazione si riduce a contatto, a segno indicativo di sé medesimo, senza alcuna reale congiunzione con l’altro. Relazione dia-bolica, perché radicalizza la divisione e la cristallizza, escludendone a priori la soluzione. Capita allora che l’uomo si offra come specchio a un altro uomo, cercando di carpirne l’immagine, parodia di un miroir femminile. E non potendo per sua natura trattenerne il riflesso rimane preso in un desiderio paradossale e inestinguibile.

Così la donna che vuol essere riempita da una donna, cioè da un’altra sé stessa, resta vuota, per quanto ci si sforzi di colmare questa vacuità affettando gesti e attributi maschili. E nel comune delirio, si dice gaio ciò che è triste e si chiama famiglia ciò che non crea vincoli di sangue ma li rifiuta. Si chiama libertà o emancipazione il tentativo di liberarsi da un giogo naturale accettando una schiavitù innaturale, di sfuggire a una contraddizione feconda opponendole una contraddizione sterile.

Si recitano così posticce unioni nuziali, caricature di imenei e di virtù creative. Simulazioni cui nessun atto notarile può apportare la vita. Coniugazioni sgrammaticate, impotenti a generare, che pretendono di surrogare il linguaggio della natura creando per il proprio diletto piccoli golem, magicamente prodotti da uno stupro tecnico-scientifico. Innocenti bastardi, frutti e vittime di un adulterio metafisico, che cercheranno invano le proprie radici in una confusa Babele, dove il congiuntivo è modo obsoleto, inutile complicazione.

3 Comments

  • Rico 3 Marzo 2026

    Che robe!!!

  • UnUomo.InCammino 4 Marzo 2026

    A che meraviglia questa pagina!
    Grazie.

    • Livio Cadè 4 Marzo 2026

      Grazie a Lei. In realtà avevo già parlato di queste “robe” in articoli apparsi su Ereticamente in anni passati. Ma è bene ogni tanto riparlarne, anche se questo non cambia nulla.

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