21 Giugno 2024
Fantascienza

Conan e le altre. Le grandi figure femminili nella narrativa Sword & Sorcery di Robert E. Howard

di Niccolò E. Maddalon e Jari Padoan

 

In onore del nostro amico Giovanni “Joe” Busnello (1977-2018),

“brother of metal” e howardiano numero 1 …

 

Premesse

 

Come ideale prosecuzione dell’articolo Conan e gli altri, breve panoramica sulla vita e l’opera di Robert E. Howard (1906-1936) apparsa sulle colonne digitali di EreticaMente nel gennaio scorso, nel presente lavoro si esaminerà un aspetto specifico della narrativa fantastica prodotta dal “Bardo di Cross Plains”: l’importanza e le particolarità dei personaggi femminili nelle migliori storie dei suoi eroi “barbarici”.

Ci si concentrerà sulla produzione più rigorosamente fantasy dell’autore texano, ovvero i racconti del Ciclo di Conan e del cosiddetto Ciclo Celta che narra le avventure di guerrieri come Bran Mak Morn, Cormac Mac Art e Turlogh O’Brien, impegnati in sanguinose battaglie per liberare l’antica Britannia dagli invasori romani (il primo) e l’Irlanda dei primi secolo dopo Cristo, assediata dai conquistatori scandinavi (il secondo e il terzo).

Come si è ampiamente detto nel precedente articolo, e come è ben noto a cultori e studiosi di letteratura fantastica, quella di R.E. Howard (capofila indiscusso del sottogenere fantastico noto come sword & sorcery[I]), è una narrativa dalla quale emergono riferimenti agli archetipi mitologici e tradizionali più potenti di quanto si possa comunemente pensare. Ed è quindi evidente come, andando ad esaminare le numerosissime figure di donne combattenti, streghe o tiranniche reggenti di imperi in rovina che Howard ci presenta nelle sue pagine ancora oggi così evocative, ci si ritrovi in molti casi al cospetto di personaggi che non soltanto manifestano un notevole spessore narrativo e psicologico (per quanto nella particolare cornice della narrativa “d’evasione”, cosa ancora più notevole), ma che incarnano il concetto di una femminilità molto lontana da quella propugnata dalla narrativa fantasy di autori (e soprattutto autrici…) attualmente molto celebri in questo ambito.

Le donne “howardiane” sono spesso figure di primo piano e personaggi tout court, chiaramente ispirate dai vari archetipi femminili da sempre familiari alla mitologia, all’epica e in definitiva all’immaginario occidentale, riapparsi attraverso i secoli nella letteratura di tutti i tempi: da Circe a Morgana, da Elena di Troia alla Regina di Saba a Brunilde, fino a Lady Macbeth… Figure che Howard ha interiorizzato e reinterpretato nei suoi racconti fantasy (nei quali, non casualmente, l’autore battezza vari personaggi femminili con nomi mitologici o addirittura storici, come si vedrà nel caso di Nefertari o Salomé, che non hanno pressoché nulla a che fare con le rispettive, illustri omonime), mettendo in scena donne che dimostrano la stessa sanguigna intensità dei combattenti con cui entrano in contatto. Del resto, in un mondo immaginario dai toni cupissimi e spietati come quello ideato da Howard (definito da Lyon Sprague De Camp «un universo di distruzione totale»), molto spesso anche i personaggi secondari come gli antagonisti, gli antieroi o i comprimari si rivelano figure potenti (se non memorabili) quanto quelle dei protagonisti, proprio perché animati dalla stessa furia indomita e, spesso, da una medesima tragica sorte.

Senza nulla togliere alla grandezza narrativa e stilistica che li contraddistingue, non ci occuperemo dei racconti horror con protagonista Solomon Kane (definizione approssimativa, poiché ovviamente in tutta la narrativa fantastica scritta da Howard pulsano onnipresenti, e grandiose, vene orrorifiche), poiché sostanzialmente le donne che si incontrano nelle avventure dello spadaccino/paladino/indagatore dell’occulto sono divise, in modo quasi manicheo, in fanciulle indifese da salvare e streghe malefiche. Nonostante H.P. Lovecraft, lettore e ammiratore di Howard, considerasse il ciclo narrativo di Solomon Kane anche superiore a quello di Conan il Barbaro, racconti come La Luna dei Teschi o l’incompiuto Il Castello del Diavolo presentano appunto situazioni abbastanza canoniche del topos “salvataggio della damigella in pericolo” (per quanto calato in atmosfere tenebrose e sulfuree evidentemente influenzate dagli stilemi del vecchio romanzo gotico, ampiamente estremizzate da Howard). Un evidente e forse più riuscito esempio in questo senso è la fragile e indifesa Lady Marilyn Taferal de La Luna dei Teschi (The Moon of Skulls, 1931) che Kane, nelle sue peregrinazioni nel cuore di un’Africa selvaggia e stregonesca, deve sottrarre alle grinfie della sensuale e mefistofelica regina-strega Nakari.

Di svariate tipologie di donne e ragazze abbondano, ovviamente, anche i racconti di avventura o le storie western o pulp scritte da Howard nella sua sterminata produzione narrativa; ma ciò che ci proponiamo di approfondire in questa sede sono quindi le particolarità e lo spessore delle donne che incrociano la propria strada (e spesso, fisicamente e/o metaforicamente, la propria spada) con Bran Mak Morn,  Turlogh O’Brien e Conan il Cimmero (nella cui figura qualche critico ha erroneamente veduto una “nuova versione” di Kull di Valusia, personaggio ideato da REH qualche anno prima). Ovvero, i principali tra i personaggi scaturiti dalla penna di Howard che più si avvicinano, a modo loro, alla grandezza di figure autenticamente mitologiche. Proprio come le loro varie controparti femminili.

 

Tutte per uno, uno per tutte.

Le donne di Conan il Barbaro

 

Prendendo le mosse dal Ciclo di Conan, che Howard comincia a pubblicare dal 1932 con il racconto La Fenice sulla lama (The Phoenix on the Sword, uscito su Weird Tales), è importante ricordare la prima figura femminile naturalmente associata al famoso Cimmero, e che non si incontra in nessun racconto o romanzo della saga: sua madre. È lei la protagonista del famoso aneddoto sulla nascita del più feroce guerriero dell’Era Hyboriana, avvenuta ovviamente durante una sanguinosa battaglia (aneddoto spesso citato, ma mai narrato dettagliatamente da Howard; si veda la bellissima “ricostruzione” dell’evento, quasi un autentico racconto apocrifo a sé stante, scritta da Giuseppe Lippi[II]).

Durante un gelido inverno hyboriano tra le terre del Nord, si svolge un brutale scontro tra un esercito di Vanir (ovvero, sostanzialmente, gli antenati dei Vichinghi e dei Germani, ai quali Howard dà il nome della stirpe degli dèi della fertilità nella Tradizione Norrena) e un clan di Cimmeri. Appartata poco al di fuori dal campo di battaglia, una donna gravida appartenente a quest’ultimo schieramento dà alla luce un figlio, avendo voluto partecipare allo scontro nonostante il suo stato interessante. Una volta reciso il cordone ombelicale con un colpo di spada da parte del consorte, ed approntata una rudimentale culla formata da teste mozzate dei nemici, il destino del pargolo è segnato (racconterà orgoglioso il Cimmero: «“Sono nato nel mezzo di una battaglia” (…) “Il primo suono che udirono le mie orecchie furono il clangore delle spade e le urla del massacro”[III]».

Il rampollo della signora guerriera avrà il nome di Conan (la cui etimologia celtico-gaelica significa «Lupo»[IV], ma secondo altre fonti potrebbe indicare anche «Colui che guida la carica in battaglia») e sarà addestrato alla guerra e alla spada dal padre, fabbro e maestro d’arme, custode dei segreti dell’acciaio. E come è ben noto a tutti noi, oltre ad un fisico colossale il giovane Conan maturerà uno spirito belluino ed avventuroso ben oltre le iniziali aspettative di mamma e papà…

Le esperienze di Conan con l’altro sesso (che, nell’Era Hyboriana di REH, raramente è “gentile” e tutt’altro che “debole”) sono naturalmente rocambolesche e intense quanto una battaglia all’ultimo sangue. Il Cimmero, attraverso innumerevoli avventure, si inebrierà di ogni sorta di eccessi e piaceri: risse brutali, abbuffate luculliane e “epiche” bevute, rischiose puntate al gioco d’azzardo nonché innumerevoli avventure con occasionali avventrici di passaggio, cortigiane, schiave, guerriere la cui avvenenza fisica è proporzionale alla loro letalità in battaglia… ed effettivamente, sarà anche grazie a queste figure femminili, che il Nostro maturerà come combattente e soprattutto come uomo (in effetti, la saga del Cimmero assume decisamente i tratti di un lungo percorso di formazione), dalle celebri Valeria e Bêlit fino a Zenobia, che diverrà nientemeno che la moglie di Re Conan, signore di Aquilonia, nel magnifico romanzo conclusivo L’Ora del Dragone.

È infatti evidente come, attraverso più o meno importanti relazioni non soltanto “fisiche” con le donne assieme alle quali condividerà avventure e scontri con temibili nemici, Conan giungerà a manifestare una certa empatia (!) e addirittura a instaurare dei legami sentimentali

Come accennato, una donna per la quale Conan significherà molto (e la cosa verrà ricambiata) è la Diavolessa del Mare e Regina della Costa Nera che risponde al nome di Bêlit, coprotagonista, appunto, del racconto La Regina della Costa Nera (Queen of the Black Coast, pubblicato nel maggio 1934 sulla storica rivista Weird Tales).

Bêlit è una piratessa bianca al comando di una ciurmaglia di tagliagole neri che agisce lungo il fiume Zarkheba e al largo delle coste di Punt (che, nella geografia dell’era hyboriana, pare corrisponda approssimativamente all’Africa nordorientale). Col prezioso aiuto di Bêlit (che nel frattempo ha concesso le sue grazie ed il proprio talamo al guerriero cimmero, ammaliata dal suo fascino ferino), Conan riuscirà a sconfiggere un temibile demone-scimmia alato e, a seguito della dipartita della propria amata, le renderà onore con un degno funerale marinaresco. È significativo, del resto, il fatto che Conan apra il suo cuore alla Regina della Costa Nera anche nell’esporre la sua filosofia di vita, quando la donna gli chiede in cosa crede, se teme la morte, cosa possono avere in serbo gli dèi…

È nell’intimità con Bêlit che il Cimmero si dilunga nel bellissimo monologo “spirituale” in cui afferma di «non cercare oltre la morte», perché «può esserci la tenebra, come affermano gli scettici nemediani, o il reame di Crom, fatto di ghiaccio e nubi, o le pianure innevate e le sale a cupola del Valhalla dei nordici. Non lo so, e non  me ne importa»[V].

Un’altra figura di “donna howardiana” di prima grandezza è naturalmente la celebre predona Valeria, che si incontra in Chiodi Rossi (Red Nails, pubblicato a luglio-settembre 1936, postumo, su Weird Tales), personaggio molto amato dai lettori di Howard, della quale una prima e più o meno fedele trasposizione cinematografica si trova nel celebre Conan the Barbarian di John Milius (1982), in cui Valeria è interpretata dall’attrice statunitense Sandahl Bergman. Anche in Chiodi Rossi, quindi, Conan troverà un’amichevole rivale e poi alleata il cui spirito combattente si rivela all’altezza di quello del Cimmero.

La storia si apre proprio sulla figura di Valeria, oriunda di Aquilonia, «alta, con il seno pieno, le gambe ben piantate e le spalle solide, tutto il suo corpo emanava una forza non comune, senza nulla togliere alla sua femminilità; era decisamente una donna, malgrado il contegno e gli abiti»[VI]: Howard, come sempre, ritrae in modo abbastanza conciso ma molto potente ed efficace un suo personaggio, dimostrando subito la statura narrativa (e, naturalmente, le procaci grazie) di Valeria.

Già adepta della Confraternita Rossa, una sorta di consorteria femminile dedita alla battaglia e alle scorrerie, Valeria è una guerriera di chiara fama perché ci viene raccontato in tono epico che «c’era il colore del mare in quegli occhi chiari, ed era così che doveva essere, perché quella era Valeria della Confraternita Rossa, le cui imprese venivano celebrate nelle canzoni e nelle ballate…»[VII].

La donna, giunta in prossimità del regno marittimo sudoccidentale di Zingara, incontra sul suo cammino Conan (viene lasciato intendere che i due si sono già conosciuti in precedenza), e subito il barbaro non lesina espliciti apprezzamenti che denotano la sua evidente e selvaggia attrazione per Valeria. Dopo alcune salaci frecciate reciproche, si evince che i due si sono recati a Zingara per la stessa ragione, ovvero le leggende su un ricco tesoro di pietre preziose celato nella antichissima città di Xuchotl. Combinando la scaltrezza di Valeria e la forza bruta del Nostro, i due avventurieri riescono a neutralizzare l’ultimo esemplare locale di drago, un gigantesco e malefico rettile che tenta di assalirli dopo avere divorato i loro cavalli (e con il suo consueto realismo, Howard ci descrive una scena che pare quasi prefigurare i momenti più mozzafiato di Jurassic Park di Steven Spielberg, più che rievocare le archetipiche lotte tra draghi e paladini dell’epica cavalleresca). Una volta penetrati nella città in rovina, Conan e Valeria scoprono non solo che Xuchotl è ancora abitata, ma si ritrovano coinvolti in una faida fra i discendenti di due casate decadute dedite a riti sanguinari. Il barbaro e la guerriera favoriranno prima un clan e poi l’altro, portandoli a scornarsi ed eliminarsi sistematicamente a vicenda. Degna di nota è la scena in cui Valeria tortura a frustate una giovane donna xuchotliana per estorcerle informazioni; ciò è indicativo di come certe pratiche erotiche attirassero molto l’attenzione, almeno in teoria, da parte di Robert Howard, che pare vantasse vari studi sull’argomento presso la sua biblioteca privata.[VIII] Una visione “al naturale” di Valeria, immobilizzata su un altare sacrificale da altrettanto avvenenti signorine (che sfoggiano capigliature cotonate e occhioni bistrati, tratti tipici della moda femminile nell’America degli anni Trenta e quindi forse un po’ improbabile per delle appartenenti a una degenerata tribù antidiluviana…) è peraltro offerta dalla copertina del citato numero di Weird Tales, opera di Margaret Brundage. Inutile aggiungere che la ragazza verrà salvata in extremis da Conan e, una volta finiti a fil di spada i pochi superstiti, il Cimmero e Valeria decideranno di partire insieme alla volta di Aquilonia (la terra che diverrà, al termine della lunga saga, il regno di Conan).

Caratteristiche marziali paragonabili a quelle di Valeria si ritrovano nella devi Yasmina (da non confondere con la fragile ma coraggiosa principessa Yasmela, devota di Mitra e Ishtar e reggente del regno di Khoraja, e che Conan dovrà proteggere dagli assalti malefici dello stregone non-morto Nathok, nel racconto Black Colossus del giugno 1933). Yasmina è una sacerdotessa degli dèi Asura e sorella di Bhunda Chand, sovrano del regno di Vendhya (ovvero quella che parrebbe un’India antidiluviana, situata da Howard tra le montagne dell’Iranistan e di Zhaibar).

È tra queste terre che si avventura Conan in un altro epico romanzo della saga, I Veggenti Neri, edito in Italia anche come Gli accoliti del Cerchio Nero (People of the black circle, 1934). La storia si apre sull’agonia e la morte di Bhunda Chand, ucciso a distanza tramite le arti magiche dagli oscuri Veggenti Neri delle montagne, su ordine del malvagio governatore Chunder Shan, intenzionato a usurparne il regno. Yasmina e Conan, divenuto temporaneamente capo della tribù guerriera locale degli Afghuli, si alleano per fare fronte comune a interessi differenti; e, ritrovatosi per rocambolesche circostanze in fuga tra le montagne dell’Iranistan in compagnia della Devi, un legame si instaura gradualmente tra il Cimmero e la donna, sicuramente alimentato dalla forte attrazione fisica ma anche dallo sviluppo di un rispetto e una stima reciproci. Quando, per necessità pratiche (mimetizzarsi tra la popolazione locale per non attirare l’attenzione dei nemici sulle loro tracce), Yasmina si ritrova a vestire gli abiti grezzi e dimessi dei montanari iranistani, Conan rivela una sincera meraviglia, espressa ovviamente nel suo modo schietto e verace:«“Per Crom!” disse “Con quelle vesti mistiche e velate eri fredda e irraggiungibile come una stella… adesso sei una donna fatta di carne e sangue! Sei andata dietro quella roccia come la Devi di Vendhya, e ne sei uscita come una montanara… ma centinaia di volte più bella di qualunque ragazza dello Zhaibar! Prima eri una Dea… adesso sei vera!”[IX]».

La natura dei sentimenti tra Conan e Yasmina si palesa in modo eloquente e definitivo nella scena clou del salvataggio della ragazza tenuta prigioniera nella roccaforte dei Veggenti Neri, dopo che il barbaro, armato soltanto di un pugnale e della sua forza bruta, ha neutralizzato un gigantesco serpente:

«La strinse a sé con una forza che in un altro momento l’avrebbe fatta svenire, e premette impetuosamente le labbra con le proprie. Lei non oppose resistenza: la Devi era vinta dalla donna. Chiusi gli occhi, bevve avidamente tutti i suoi baci appassionati, ardenti e sfrenati, come se bruciasse di sete. Ansimava con la medesima violenza di lui e, quando Conan s’interruppe un attimo per riprendere fiato, la vide abbandonata languidamente tra le sue possenti braccia.

“Lo sapevo che saresti venuto per me” sussurrò lei “che non mi avresti lasciata in questo covo di Demoni”[X]»

La descrizione della scena, intensa e accorata, è certamente una delle più belle pagine d’amore (in pieno stile heroic fantasy, s’intende) uscite dalla penna di REH.

È quindi evidente, come si è esposto fin qui, il potente tasso erotico che si avverte nelle storie di Conan (quantomeno potente per l’epoca, e che oggi, in tempi di becera pornografia a buon mercato, difficilmente otterrebbe lo stesso effetto su un pubblico giovanile…), e che Howard, non casualmente autore anche di una produzione minore di racconti erotici pubblicati su riviste specializzate come Spicy Mystery e Spicy Detective[XI], non perdeva occasione di enfatizzare approfittando dei parametri “popolari” di Weird Tales. Robert E. Howard, come si sa, assieme ai suoi illustri colleghi H.P. Lovecraft e Clark Ashton Smith fu uno dei «tre moschettieri di Weird Tales» (come vennero soprannominati i tre grandi autori fantastici, tutti attivi collaboratori della celebre rivista che iniziò le pubblicazioni esattamente cent’anni fa); ma è palese che, a differenza dell’opera di Lovecraft (nella quale qualsiasi scena a tema sessuale è praticamente assente e l’argomento viene soltanto accennato in ben pochi racconti, come Medusa’s coil o The loved dead), e così come almeno in buona parte accade nei racconti di Ashton Smith, la narrativa di Howard è percorsa da una immanente vena erotica, particolarmente esplicita ed elaborata proprio nel Ciclo di Conan e in generale nelle avventure dei suoi eroi “barbari”.

Molto probabilmente, l’apice di questa componente sensuale viene raggiunto da Howard nel Ciclo di Conan con il racconto La figlia del gigante dei ghiacci (The Frost Giant’s Daughter, 1934). Basata, come spesso accade nella narrativa breve howardiana (e nel racconto fantastico in generale), su ben pochi elementi sapientemente sviluppati, la storia presenta un’altra figura femminile (che, si tenga conto, non è una donna mortale) tanto efficace quanto malefica. Qui Conan, che ritroviamo nel pieno di una cruenta battaglia tra due eserciti di Vanir (presso uno dei quali, si scoprirà, il Cimmero si è unito come mercenario), ha la visione di una meravigliosa fanciulla bionda, (s)vestita in modo molto succinto nonostante le temperature quasi artiche, che lo chiama a sé con fare lascivo. Conan non si lascia certo pregare per partire all’inseguimento della ragazza:

«“Il mio villaggio è più lontano di quanto tu non possa camminare, Conan di Cimmeria”, rise lei. Spalancando le braccia, ondeggiò davanti a lui: la sua testa dorata si agitava sensualmente, e i suoi occhi scintillanti scomparivano a tratti dietro le lunghe seriche ciglia. “Non sono magnifica, uomo?”

“Come l’alba che corre nuda sulla neve”, borbottò Conan, e i suoi occhi si accesero come quelli di un lupo.

“Allora, perché non ti alzi e mi segui? Chi è questo forte guerriero che si ritira davanti a me?” cantò lei in tono di scherno.

(…)

Con un’imprecazione, il cimmero si sollevò in piedi a fatica »[XII]

Trascinandosi faticosamente attraverso le vette montane rischiarate da una inquietante aurora boreale, Conan comprende le vere intenzioni della donna quando appaiono i mostruosi giganti dei ghiacci di lei fratelli, che si precipitano verso il Nostro ruggendo armati di enormi asce. Sorprendentemente (ma non troppo!), Conan ha presto ragione degli avversari, mozzando col suo fedele spadone a due mani gambe e teste dei corpulenti avversari, per poi finalmente lanciarsi sulla malefica fanciulla in una delle scene più erotiche scritte da Robert E. Howard:

«“Sei fredda come le nevi” mormorò Conan, stupito. “Ti scalderò con il fuoco del mio sangue…”

Con un grido e uno sforzo disperati, la ragazza si sciolse dall’abbraccio, lasciandogli nella mano soltanto il velo di organza. Balzò all’indietro e lo fronteggiò, con i riccioli d’oro scompigliati, il candido petto ansante, gli occhi bellissimi risplendenti di terrore. Per un attimo, Conan rimase impietrito, intimorito da tanta terribile bellezza, nel vederla nuda tra le nevi. E in quell’attimo la ragazza protese le braccia verso le luci che risplendevano nel cielo e gridò, con una voce che sarebbe echeggiata a lungo negli orecchi di Conan:

“Ymir! Padre mio, salvami!”»[XIII].

Ecco che comprendiamo, quindi, che la misteriosa donna dalla bellezza ineffabile è una semidea figlia del gigante primordiale Ymir (citato nell’Edda islandese risalente al XIII secolo). Il tentativo di brutale approccio di Conan nei confronti della bella figliola del Nord fallisce, in quanto il Cimmero, subito dopo, riprende i sensi dopo la battaglia condotta (e vinta) al fianco del manipolo di Vanir al quale si era unito.

Pare quindi che l’apparizione della donna, la lotta contro i suoi mostruosi fratelli e la… forzata proposta di amplesso siano stati solo un sogno durante uno stordimento di Conan, dovuto a una ferita particolarmente profonda. Ma un membro anziano del gruppo di guerrieri prende la parola e narra ai presenti di essere anch’egli, in gioventù, sopravvissuto per un soffio alle diaboliche lusinghe di Atali, la leggendaria figlia di Ymir che ammalia i guerrieri smarriti nella tormenta per guidarli in pasto ai giganti dei ghiacci. La potenza con cui viene descritto l’inseguimento di Atali da parte di Conan (durante il quale il lettore può figurarsi quali notevoli forme potesse vantare il corpo latteo della donna misteriosa, in grado di incendiare il sangue del Cimmero…) è probabilmente indice di quanto forte doveva essere il desiderio di una idealizzata compagnia femminile in un Robert Howard sempre più isolato, e sempre più in lotta con sé stesso e con il mondo[XIV].

Un altro celebre e imperdibile racconto lungo della saga è Ombre a Zamboula, apparso nel novembre del 1935 come d’abitudine su Weird Tales, in cui Howard mescola con maestria elementi horror e di thriller psicologico ante litteram alle consone atmosfere magiche e barbariche. E che ci presenta, ovviamente, una nuova compagna di avventure per Conan: la danzatrice (in realtà, sacerdotessa) Zabibi.

Ritroviamo Conan presso la corrotta e caotica città di Zamboula, sita nei deserti sudorientali, che viene derubato di tutto meno che della propria spada e del cavallo. Questo viene impegnato per pagarsi la pensione presso la sinistra taverna di Aram Baksh, un locandiere senza scrupoli che ha fatto un diabolico patto con gli schiavi neri cannibali del luogo affinché, in cambio di carne umana fresca, non arrechino danno ai suoi loschi affari. Scampato all’aggressione dell’antropofaga marmaglia, Conan mette la propria spada al servizio della citata Zabibi, affinché quest’ultima possa far rinsavire il proprio amante Alafdha (impazzito per un sortilegio operato dallo stregone Totrasmek) e recuperare le Stella di Khorala.

Questa è una inestimabile pietra preziosa sottratta al sovrano zhamboulano Jungir Khan. Zabibi, per persuadere il Cimmero ad aiutarla in questa missione, non esita a promettergli il proprio talamo, oltre ad un anticipo in corpose monete d’oro, incontrando ovviamente l’approvazione di Conan. Dopo la sconfitta di Baal-Pteor, un sicario di Totrasmek dotato di poteri ipnotici e illusori, il Cimmero ha la meglio anche sul temibile stregone, salvando Zabibi sul filo del rasoio da una temibile nidiata di cobra frutto di un sortilegio-trabocchetto. A questo punto si ha un colpo di scena basato sulla rivelazione delle vere identità di Zabibi e il suo compagno: essi sono in realtà Nefertari, sacerdotessa e “amante” di Jungir Khan, alias Alafdha, satrapo di Zamboula. Fingendo di essere nuovo a tale novella, Conan si intasca la pattuita borsa di monete d’oro (e accetta stoicamente la gentile ritrattazione di Nefertari/Zabibi di concedersi a lui) e impiega parte del compenso per acquistare un nuovo cavallo. Prima di abbandonare la città (non senza essersi intascato anche la Stella di Khorala, da lui prontamente rubata in precedenza), il barbaro renderà pan per focaccia (o, meglio, per i denti dei neri cannibali) ad Aram Baksh. È evidente che Ombre a Zamboula, oltre a mettere in scena ancora una volta le tipiche virtù barbare di Conan ovvero la proverbiale ferocia in battaglia e una sorprendente scaltrezza, mostri un quasi inaspettato aspetto del carattere del Cimmero, appunto una cortesia cavalleresca sui generis verso una donna leale e onorevole.

Passiamo a Nascerà una Strega (A Witch shall be born, in Weird Tales del dicembre 1934). Nel racconto, Howard reinventa il tema del doppelgänger attraverso l’ennesima immagine di regina-strega malefica e tirannica che darà filo da torcere a Conan. Taramis, regina di Khauran, viene destituita dalla strega Salomé, sorella gemella della sovrana. Salomé, separata alla nascita da Taramis e cresciuta nel deserto da uno stregone originario del Khitai, è una esperta di arti oscure e, con l’aiuto del suo amante (il comandante Costantius, detto il Falco) si imporrà brutalmente sul popolo khauraniano, con un semplice e letale espediente: imprigionare la regina e spacciarsi per lei. Conan tenterà di fomentare, ma invano, una rivolta con l’aiuto delle truppe mercenarie sotto il suo comando. Condannato a morte previa crocifissione nel bel mezzo del deserto di Shem, il Cimmero verrà liberato da una banda di predoni guidati dal bandito Olgerv Vladislav.

Dopo aver assassinato (nemmeno a dirlo…) in un alterco, il detto Vladislav, il Cimmero si mette alla testa dell’armata di oltre undicimila briganti verso il regno di Khauran, ove nel frattempo il popolo è ogni giorno più vessato e oppresso. Inoltre, la strega Salomé (ufficialmente nei panni della regina Taramis), ha instaurato il culto sanguinario di Thaug, una abominevole entità alla quale vengono sistematicamente immolate vittime innocenti; in tutto questo la vera regina langue in una segreta. Mentre Conan e i suoi predoni si accingono a far breccia nelle mura della città, un fedele servitore di Taramis di nome Valerius, dopo aver eliminato a colpi di pugnale la malvagia Salomé, riesce a salvare la vera regina poco prima che venga offerta in sacrificio a Thaug. Il mostruoso essere verrà prontamente abbattuto da una compagnia di arcieri guidati in prima linea da Conan medesimo fino alle porte del palazzo reale.

Nel racconto breve La Valle delle Donne Perdute (The Vale of Lost Women, pubblicato postumo su Magazine of Horror nella primavera del 1967), un ormai adulto Conan, divenuto capitano di un sanguinario drappello di guerrieri neri presso un remoto e selvaggio reame dell’odierna Africa, scatenerà la sua furia distruttrice contro il locale sovrano-capotribù pur di poter aiutare Livia, una principessa bianca prigioniera del temibile satrapo Bajujh, a far ritorno nel suo nativo regno dell’Ophir.

Durante la pianificazione della loro fuga, la ragazza rapita prometterà di donare la propria verginità al nostro rude ed antieroico protagonista, a condizione che questi riesca ad uccidere Bajujh e a portarle la testa recisa come macabro pegno d’amore (come si vedrà, un’idea più volte sfruttata, o se vogliamo uno dei numerosi topos narrativi ricorrenti nello sword and sorcery howardiano). Nonostante Livia tenti di venir meno ai patti, una volta che l’impresa affidata al Cimmero è adempiuta con successo, Conan rifiuterà la ricompensa “in natura” della giovane nobildonna. Finendo così col rivelarsi ben più leale e corretto (addirittura galante) di come invece si è comportato nei riguardi dei ferali carcerieri della fanciulla ophiriana.

Infine, come è noto agli appassionati di fantasy e ai cultori dell’opera di Robert E. Howard, L’Ora del Dragone (Hour of the Dragon, dicembre 1935- aprile 1936, pubblicato anch’esso postumo su Weird Tales) è il racconto (o romanzo breve, come è spesso definito per la sua trama lunga e complessa) che si può considerare il canto del cigno dell’autore, il gran finale della saga di Conan e il capolavoro definitivo dell’universo sword & sorcery howardiano. Conan, non più giovanissimo (si presume che il barbaro abbia ormai una quarantina di inverni sulle spalle), da ex comandante mercenario dell’esercito aquiloniano è infatti riuscito a ereditare il trono del Regno. Detronizzato con un machiavellico sortilegio durante una battaglia, Conan si finge morto e, con l’aiuto della sua giovane ex schiava nemediana Zenobia (anche in questo caso, nulla a che vedere con la figura storica dell’omonima regina di Palmira vissuta nel III secolo dell’Era Volgare) e della strega Zelata, dopo diverse peripezie (fra le quali, tanto per rimanere in tema, il rifuggire alle lusinghe ed alla seduzione della vampira stygiana Akivasha…), l’implacabile Cimmero si riprenderà il trono del suo regno, a condizione che i suoi migliori cavalieri ritrovino Zenobia: «“Verrò a prenderla a Belvero come ho promesso. Era una schiava in Nemedia, ma in Aquilonia sarà Regina”[XV]».

 

Streghe, licantrope, regine corrotte e fanciulle malinconiche.

Le donne del Ciclo Celta

 

Nel celebre racconto I Vermi della Terra (Worms of the Earth, uscito su Weird Tales nel 1932), il condottiero bretone Bran Mak Morn, stanco delle angherie perpetrate dagli invasori romani ai danni del suo popolo, sceglie una soluzione estrema per affrontare le legioni dello spietato governatore Tito Silla: quello di rivolgersi alle forze innominabili che si annidano da eoni nel sottosuolo della brughiera. Dovrà così rivolgersi ad Atla, la strega-licantropa che vive da tempo immemorabile in una sperduta catapecchia tra le nebbie perenni. Si tratta di un altro grande personaggio femminile scaturito dalla macchina da scrivere di Howard: la maga oscura che accoglie Bran si rivela una figura complessa e ambigua, che porta in sé conoscenze arcane e terrificanti, secoli di solitudine (ai quali l’eroe celta metterà piacevolmente fine, su richiesta della stessa Atla…), una torbida carica erotica e un mai sopito, oscuro orgoglio femminile:«“Allora ti chiederò un prezzo, mio lupo. E forse in futuro maledirai la corazza che ha spezzato il pugnale di Atla!”, quindi si alzò e gli si fece vicino, stringendogli saldamente il mantello con le mani lunghe in modo inquietante. “Te lo dirò, Bran il Nero, Re di Caledonia!” (…) Ti condurrò fino alle porte dell’Inferno se vuoi… Il mio prezzo saranno i baci di un Re (…) una sola notte d’amore, o Re, io ti condurrò alle porte dell’Inferno!”

Bran la fissò cupamente, poi le strinse le braccia con dita dure come l’acciaio. Un brivido involontario lo scosse, al contatto della liscia pelle di lei. Poi annuì lentamente e, attiratala a sé, facendo uno sforzo chinò la testa per incontrare le sue labbra”»[XVI].

Un altro importante tassello del grandioso mosaico sword and sorcery howardiano è ovviamente la breve serie di racconti con protagonista Turlogh O’Brien, detto Turlogh Dubh (il Nero). Analogamente alle storie di Bran Mak Morn ambientate tra la Britannia e la Scozia minacciate dalle legioni romane (e a differenza della saga di Conan collocata nella preistorica Era Hyboriana), le fosche avventure di Turlogh si svolgono in un preciso contesto storico della nostra era, ovvero l’Irlanda dell’Alto Medioevo, in parte cristianizzata e assediata dalle scorrerie vichinghe.

Nel racconto Turlogh il Nero (The Dark Man, nel quale, come si vedrà, troviamo un trait d’union proprio con la saga di Bran Mak Morn, ambientata qualche secolo prima), Howard inscena un’altra variazione sul tema eroico del salvataggio della fanciulla in pericolo. Turlogh deve infatti salvare la vita della giovane Moira, sua lontana parente anch’essa del clan degli O’Brien, rapita dagli uomini dello spietato jarl norvegese Thorfel il Bello, deciso a fare della ragazza sua moglie o una concubina. Di Moira, Turlogh ricorda «il grigio profondo dei suoi occhi, la lucentezza brunita dei suoi capelli neri e il candore della sua carnagione» e non esita a navigare da solo fino all’isola di Helni, nelle Ebridi, dove si trova lo skalli di Thorfel, l’insediamento norvegese in cui la giovane donna è tenuta prigioniera. Giunto sull’isola, Turlogh trova e porta con sé un’antica statua raffigurante un “uomo oscuro” del titolo (trattasi di una rappresentazione di Bran Mak Morn, come si scoprirà nel finale). La scultura si erge sui cadaveri di un gruppo di Norvegesi abbattuti da un altro manipolo di misteriosi guerrieri, dai corpi tozzi e i capelli scuri ovvero gli antichi Pitti sopravvissuti alla conquista romana, impegnati a condurre una guerra senza esclusione di colpi contro gli invasori danesi e norvegesi. Purtroppo però Turlogh raggiunge lo skalli solo per assistere al suicidio di Moira, che preferisce la lama di un pugnale all’idea di diventare la compagna del perfido ed arrogante Thorfel. Così, il guerriero irlandese scatena un sanguinosissimo scontro con gli invasori (e la scena è tra le pagine più forti e truculente mai scritte da Howard), coadiuvato dai rinforzi dei seguaci dell’idolo in pietra scura apparsi all’improvviso.

Tragica e patetica è la conclusione del massacro, che vede ovviamente la vittoria dei redivivi Pitti e di Thurlog, il quale protende la testa mozzata di Thorfel verso la giovane Moira in punto di morte, accasciata tra le braccia di un prete cristiano, anch’egli ostaggio dei norvegesi. Ma un respiro di commovente poesia emerge dall’addio di Turlogh alla sua sfortunata parente:«“Moira, sangue del mio cuore”, disse il fuorilegge, stancamente “tu muori in una terra straniera. Gli uccelli delle colline di Cullane piangeranno per te, e l’erica sospirerà invocando invano i tuoi passi leggeri. Non verrai dimenticata: molte asce si macchieranno di sangue per te, molte navi sprofonderanno, e molte città cinte di mura verranno incendiate. E perché il tuo spirito non giunga sconsolato nei regni di Tir-Nan-Oge, guarda questo pegno di vendetta”[XVII]

Il personaggio di Turlogh il Nero si ritroverà nel racconto Il crepuscolo del Dio grigio (The Grey God Passes, pubblicato soltanto nel 1962), ispirato alla battaglia di Clontarf, avvenuta nel 1034 nei dintorni di Dublino tra una coalizione di clan irlandesi e contingenti vichinghi. Si tratta di un altro grandioso affresco storico-fantastico in cui Howard racconta epiche scene di battaglia, intrighi di palazzo e interventi divini con un afflato drammatico paragonabile soltanto a quello di The Hour of the Dragon, ma immerso in un’atmosfera di decadenza e di cosmica malinconia ben più marcata rispetto al romanzo che chiude il Ciclo di Conan.

Il crepuscolo del Dio Grigio si apre sul rinnegato irlandese Conn che, dopo aver incontrato un misterioso vecchio guercio che si scoprirà essere il dio Odino in persona, si unisce al guerriero Dunlang per raggiungere la corte di re Brian Boru e unirsi ai contingenti di Erin per la grande battaglia contro gli invasori scandinavi.

Dunlang si accomiata dalla sua amata, Eevin, appartenente all’antico popolo dei De Danaans (o meglio, i Tuatha Dé Danann, l’antica stirpe magica della mitologia irlandese). La ragazza, che in poche righe viene ritratta da Howard in tutta la tipica e sofferta malinconia della donna irlandese da lui idealizzata, così si esprime nei confronti dell’amato: «Le mani degli uomini non sono state fatte per maneggiare un corpo delicato e il cuore di una donna del Popolo Oscuro. Questo è il mio destino. Amo, e ho perso ciò che amavo»[XVIII].

L’insopprimibile sofferenza di Eevin nel congedarsi dal suo uomo, sapendo che potrebbe non tornare dalla battaglia a cui deve prendere parte per la libertà dell’Irlanda e per il suo onore di guerriero, non può che ricordare, naturalmente, quella tra Andromaca ed Ettore nel VI canto dell’Iliade.

Anche in Il crepuscolo del Dio Grigio emerge la figura femminile malvagia e tirannica nel personaggio della regina norrena Kormlada, chiamata dai Gaeli col nome di Gormaith. Divenuta regina quando era ancora una sposa-bambina di re Brian, l’infida sovrana che trama alle spalle del sovrano supremo d’Irlanda viene così descritta: «Era in verità molto bella, ma sul suo viso e sul suo sguardo si leggeva una dura, tremenda crudeltà (…). In lei scorreva sangue misto – irlandese e danese – e aveva l’aspetto di una vera Regina barbarica (…), la sua ambizione era cresciuta di pari passo con il suo potere[XIX]».

È significativo il rapido “faccia a faccia” tra le due donne che l’autore ci dipinge idealmente contrapposte (la figura della regina è tanto aggressiva e rozza nel rivolgersi a Eevin, magicamente apparsa accanto a lei, quanto la giovane maga è fredda, controllata e quasi serena nel risponderle): «“Eevin! Stai alla larga, strega! Non provare a gettare uno dei tuoi incantesimi su di me! Come sei riuscita a entrare nel mio palazzo?”

“Come passa il vento attraverso gli alberi?” rispose la giovane Danaan»[XX].

Un fattore importante nella trama del racconto è che il fascino di Kormlada è fatale tanto per re Brian quanto per altre vittime della sua inquietante bellezza (la stessa arma irresistibile, il fascino femminile, in dote all’irosa dea-regina Macha, nemica dell’eroe Cú Chulainn che ritroviamo nel poema antico irlandese Táin Bó Cúailnge, in un altro nobile ascendente letterario che ha evidentemente influenzato l’opera howardiana). Come accennato, ne Il crepuscolo del Dio Grigio vediamo tornare sul campo di battaglia Turlogh il Nero, qui quasi “adombrato” dalle caratterizzazioni degli altri grandi guerrieri e soprattutto dalle due opposte figure femminili prese in esame, figure in cui hanno rispettivamente preso il sopravvento le componenti oscure (Kormlada) e solari (Eevin) potenzialmente presenti in ogni donna.

 

Conclusioni

 

 

Robert E. Howard, da uomo e da grande scrittore quale è stato, non poteva non confrontarsi con l’Eterno Femminino proprio attraverso la sua opera.

La cosa notevole, che appare evidente a chi si inoltri nel vasto universo fantasy howardiano, è quanto profondamente il “Bardo di Cross Plains” sia riuscito a comprendere l’animo e la sensibilità femminile, cosa ancora più sorprendente se si considera la molto breve vita dell’autore e il fatto che, a quanto si sa a tutt’oggi, Howard non ebbe evidentemente molte esperienze dirette con le donne,  a parte il forte (ma temporaneo e infelice) legame con l’insegnante e aspirante scrittrice Novalyne Price Ellis (1908-1999). La Price scrisse articoli, racconti e poesie, ma bisognerà attendere il 1986 perché raccolga le sue memorie nel romanzo One Who Walked AloneColui che camminava da solo») attorno alla sua storia con Howard, che la donna ebbe modo di conoscere e frequentare fino a poco prima di quel tragico giugno di cinquant’anni prima. Ricordiamo che dal libro della Price venne tratto, nel 1996, il film The Whole Wide World con Vincent d’Onofrio e Renée Zellweger nei ruoli di Robert e Novalyne, ovviamente raccomandato a tutti gli “howardiani” anche per comprendere il complesso e tormentato rapporto con l’altro sesso da parte di Howard (su cui Sprague De Camp espresse personali teorie dal sentore freudiano ed “edipico”, dato il noto e strettissimo rapporto che lo scrittore mantenne sempre con la madre, teorie in definitiva poco credibili secondo successivi studiosi dell’opera di REH, come il citato Lippi e Mariateresa Botta). Eppure, la stupefacente vena narrativa di Robert Howard è riuscita a ritrarre personaggi come Valeria, Yasmina o Eevin (quell’«Amo, e ho perso ciò che amavo» è dedicato a Novalyne Price? Non lo sapremo mai…).

A modo loro, figure di grandi donne che potevano essere inventate solo da un grande autore, la cui opera continua ad appassionare ancora oggi. Tenete alte le vostre spade di acciaio, fieri figli (e figlie…) di Crom.

 

Niccolò E. Maddalon e Jari Padoan

 

NOTE

[I] L’espressione «heroic fantasy» viene spesso correttamente applicata anche all’opera di autori come William Morris e  J.R.R. Tolkien, mentre «sword and sorcery» (definizione coniata da Fritz Leiber e Lyon Sprague de Camp, celebre critico letterario e a sua volta “continuatore postumo” di racconti di R.E. Howard) rende ancor più decisamente l’idea dello stile e delle caratteristiche tipiche della narrativa di Howard e dei suoi migliori epigoni, quali ad esempio Karl Edward Wagner (che suggerì a sua volta la definizone di «epic fantasy») (NdA).

[II]Cfr. Giuseppe Lippi, Un eroe smisurato: Conan, in L. Sprague de Camp, Lin Carter, Bjorn Nyberg, Conan il Barbaro, Mondadori, Milano 1980.

[III]Robert Ervin Howard, Colosso nero, in Robert Ervin Howard, Tutti i Cicli Fantastici, Newton & Compton, Roma 1995, traduzione di Gianni Pilo, p.160.

[IV]Cfr. https://www.behindthename.com/name/conan .

[V]Robert Ervin Howard, La regina della costa nera, in Robert Ervin Howard, Tutti i Cicli Fantastici, cit., p.117.

[VI]Robert Ervin Howard, Chiodi Rossi, Newton & Compton, Roma 1995, traduzione di Gianni Pilo, p.5.

[VII]Idem.

[VIII]Cfr. Pietro Guarriello, Due racconti spicy di Robert E. Howard: un’introduzione, in Zothique n.10, Dagon Press 2021.

[IX]Robert Ervin Howard, I Veggenti Neri, Newton & Compton, Roma 1995, traduzione di Gianni Pilo, p.46.

[X]Ibid., p.87.

[XI]Cfr. Pietro Guarriello, cit.

[XII]Robert Ervin Howard, La Figlia del Gigante dei Ghiacci, in Robert Ervin Howard, Tutti i Cicli Fantastici, cit., p. 101.

[XIII]Ibid., p.104.

[XIV]Cfr. Mariateresa Botta, Intervista a Giuseppe Lippi. Robert E. Howard, l’uomo che camminava da solo, pubblicato in Italian Sword & Sorcery il 6 settembre 2017.

[XV] Robert Ervin Howard, L’Ora del Dragone, Newton & Compton, Roma 1994, traduzione di R. Valla e G.L.     Staffilano, revisione integrale della traduzione di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, p. 128.

[XVI] Robert Ervin Howard, I Vermi della Terra, in Robert Ervin Howard, I Signori della Spada, Newton & Compton, Roma 1994, traduzione di Gianni Pilo, p. 23-24.

[XVII]   Robert Ervin Howard, Turlogh, il Nero, in I Signori della Spada, , cit., p. 93.  

[XVIII]Robert Ervin Howard, Il crepuscolo del Dio Grigio, in I Signori della Spada, cit., p.61

[XIX] Ibid, p. 65.

[XX]  Ibid  p. 66.

2 Comments

  • Jari Padoan 15 Giugno 2023

    Errata Corrige:
    devo segnalare ai lettori di EreticaMente una fastidiosa imprecisione nei riferimenti bibliografici. Il breve saggio introduttivo di Giuseppe Lippi “Conan, un eroe smisurato” non è contenuto nella raccolta di de Camp, Carter e Nyberg bensì nel romanzo “Conan e il Dio Ragno”, sempre di L. Sprague de Camp ed edito in Italia da Mondadori nel 1985.
    Chiedo scusa per l’errore di distrazione, dovuto alla moltitudine di edizioni di Conan che io e l’amico Maddalon condividiamo nelle rispettive librerie…

    Cordiali saluti a redazione e lettori

    JP

    • Redazione 15 Giugno 2023

      Grazie Jari

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