In questi giorni in cui i demagoghi cercano di trasformare il problema dell’abitazione in affitto nella panacea per tutti i mali che affliggono i giovani, mi è tornato in mente un articolo preveggente di Chesterton, intitolato Sesso e proprietà, in cui avvertiva che “lo spirito stesso del male ha maledetto le due grandi forze che hanno reso la vita poesia”. Due forze – sesso e proprietà – che sono i pilastri su cui si fonda una vita dignitosa e che erano intimamente legate “finché l’umanità era umana, anche se pagana. Ma il fetore del paganesimo decadente non era così forte come il fetore del cristianesimo decadente”. Entrambe le forze implicavano effettivamente la partecipazione di ogni persona a un processo creativo che la includeva e insieme la trascendeva. In mezzo al “fetore del cristianesimo decadente”, entrambe sono state furiosamente adulterate, con il proposito di un’ingegneria sociale il cui obiettivo finale è ciò che Clive Stapleton Lewis chiamava l’abolizione dell’uomo.
Per citare ancora Chesterton, è stata proclamata una “religione erotica” che esalta la lussuria e al tempo stesso proibisce la fertilità; contemporaneamente, è stato imposto un concetto perverso di proprietà, confuso con “qualcosa che viene immediatamente consumato, goduto e utilizzato, qualcosa che procura un piacere momentaneo e poi scompare”. In questo modo, i due pilastri su cui si fondava una vita dignitosa vengono contemporaneamente distrutti; l’uomo si trasforma in mero consumatore senza radici, bulimico, alla ricerca di una gratificazione immediata dei suoi appetiti e bisogni, rassegnandosi a un’esistenza errante, senza una casa propria e senza legami. L’affitto, che i demagoghi propinano ai giovani come una nuova forma di redenzione, non è altro che l’esatto equivalente di quel sesso fugace e sterile che è stato elevato a religione erotica del capitalismo. In una società non immersa nel “fetore del cristianesimo decadente”, l’affitto sarebbe una realtà residuale, utilizzata – a parte turisti e stranieri di passaggio – solo da persone il cui lavoro richiede continui spostamenti. Il lavoratore medio, legato a un’attività che lo vincola alla propria terra, non desidera affittare una casa, ma piuttosto godersi la propria abitazione con la famiglia; affittare una casa non è altro che consumarla, partecipare a un piacere privo di prospettive future.
In questo senso, l’affitto “indefinito” (che è quello che i demagoghi offrono ai giovani che lasciano senza casa) è una caramella doppiamente avvelenata. Perché, se da un lato propone una vita senza radici autentiche, dall’altro cerca anche di perpetuarla. L’affitto svuota la proprietà del suo carattere sacro e la degrada a mero bene di consumo fungibile; è l’habitat naturale richiesto dalla religione erotica intronizzata dal capitalismo. “Mobilità lavorativa”, “flessibilità residenziale”, “economia della condivisione”, insomma, tutti quegli eufemismi aberranti che il capitalismo ha inventato per mascherare la vita sterile e senza radici che offre a una gioventù stordita, alla quale fa credere di trovarsi di fronte al paradiso. In definitiva, sotto la maschera di una presunta emancipazione, l’affitto cela un disegno di sterilità che impedisce la costruzione di un’eredità vitale.
Perché la proprietà, come sottolinea anche Chesterton, costruisce qualcosa di permanente: chi possiede un campo o un giardino non solo mangia i frutti della sua terra, ma decide anche chi li erediterà. L’affitto impone un turismo esistenziale elevato a condizione metafisica: l’individuo attraversa la vita come un ospite perenne di un albergo impersonale. Una vita senza proprietà non potrà mai essere un’autentica vita di comunità. In realtà, l’affitto che i demagoghi offrono alla gioventù cretinizzata non è altro che la proposta di sradicamento strutturale indispensabile al funzionamento del mercato globalizzato: un lavoratore senza proprietà è un soggetto sottomesso, infinitamente mobile, disposto a trasferirsi a seconda delle esigenze del mercato del lavoro. Chesterton affermava nel già citato articolo, con lucida franchezza, che “il sesso diventerà per lo schiavo un mero piacere, affinché non diventi mai potere”. Lo stesso vale per la casa. Privando i giovani della proprietà immobiliare, li si priva della loro cittadella, del loro piccolo regno di resistenza contro il capitalismo. Alla fine, il giovane, intrappolato tra sesso sterile e affitto perpetuo, crede di essere libero perché cambia spesso partner e codice postale, senza rendersi conto di aver accettato la più docile condizione di servitù: quella di chi non lascia alcuna traccia sulla terra.
( fonte www. Noticiasholisticas.com.ar – trad. Roberto Pecchioli)

