19 Giugno 2024
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Un argonauta del XXI secolo – Rita Remagnino

Emanuele Franz è un credente a tutto tondo che non si accontenta di leggere, scrivere e pubblicare libri, ma vuole fare esperienza dei propri ideali etici. Per dirla con le sue parole: «pratica la filosofia» con metodo e perseveranza. Ne è una testimonianza il suo ultimo diario di viaggio, “Alla ricerca del Vello d’oro” (Audax editrice), dove in veste di novello argonauta lo si vede percorrere via terra in solitaria 3.400 km, attraversare il mar Nero a bordo di un cargo mercantile (in tempi di guerra non ci sono navi passeggeri lungo quel tratto di mare) ed infine approdare nella Colchide in cerca di «prove» tangibili.

Nel testo l’Autore si dispiace che il Vello d’oro venga trattato alla stregua di una mera leggenda, ritenendo, per quanto lo riguarda, che si tratti di un vero e proprio capitolo di Storia. Comunque, non pretende solidarietà; sa che il lavoro del filologo è spesso «altra cosa» rispetto all’amore che il ricercatore disinteressato riserva al proprio soggetto d’indagine. Non è un caso che molte scoperte straordinarie siano state fatte da appassionati che per sopravvivere facevano i mestieri più disparati. Seguendo le loro orme (e illuminato dall’immancabile faro dell’Unità, che mai lo abbandona) egli sistema quindi nello zaino i testi di Apollonio Rodio e parte, deciso a verificare sul campo gli scritti dei geografi greco-romani.

Strada facendo riflette sull’innaturale frammentazione a cui è stata sottoposta l’Eurasia negli ultimi duemilacinquecento anni. In precedenza la Colchide fu il punto d’incontro di flussi e correnti provenienti dalle più evolute civiltà. Un crogiolo di usanze, lingue, religioni e scambi capaci di unire i popoli. Ad un certo punto, però, i Greci s’inventarono l’idea di Europa e ridisegnarono le mappe non solo sotto il profilo spaziale-geografico ma anche dal punto di vista politico e culturale. Furono le Guerre Persiane (iniziate intorno al 499 a.C.) ad agire come catalizzatore dello spirito panellenico (incarnato soprattutto da Isocrate), dopo di che lo sguardo divisivo prevalse generando una sterile opposizione fra l’Europa dei popoli «occidentali», liberi, combattivi e valorosi, e l’Asia dei «barbari», asserviti a monarchi imbelli e corrotti.

Oggi la situazione appare in un certo senso capovolta ma la sostanza è sempre la stessa, quindi il Vello d’oro fatto a pezzi e distribuito ai contendenti in misura variabile continua a rappresentare l’insensata frammentazione della comune cultura eurasiatica. Non hanno avuto migliore fortuna le religioni, in particolare il cristianesimo, dilaniato da correnti interne snaturanti. Nato cattolico lo stesso Autore parla della sua conversione all’ortodossia, il cui aspetto devozionale e liturgico reputa più fedele alla matrice multiculturale del messaggio originario. Ricorda inoltre le tradizioni solari che tuttora sopravvivono in Georgia e in Armenia, attentando all’ideologia globalista; infatti, lo scontro in quelle terre è permanente.

L’amico Emanuele Franz non me ne vorrà se a questo punto riprendo il filo dell’antico spirito eurasiatico e devio dalla strada tracciata dai filologi classici, più inclini ad interpretare i miti in chiave psicologica, o psicanalitica, quando invece l’esperanto dell’antichità era la «lingua delle stelle». Non si può comprendere il linguaggio dei tessitori di tele mitologiche senza alzare gli occhi al cielo, né basta la visione logocentrica fondata sul rapporto causa-effetto per interpretare la preistoria dell’uomo.

Gli Antichi ragionavano in modo completamente diverso dal nostro. Partendo dal degrado delle epoche che via via si allontanavano dall’Origine al passo con le Ere Precessionali, a loro volta rappresentate dalle figure zodiacali, essi valutavano il livello di elevazione spirituale di un popolo in rapporto al suo tempo; ad esempio la spiritualità raggiunta dagli Indoeuropei nella precedente Età del Toro (4.480 – 2.320 a.C. circa) era «superiore» rispetto alla successiva Età dell’Ariete (2.320 – 160 a.C. circa), costellata di scenari di guerra e popolata da eroi senza paura come Giasone e gli Argonauti.

La forza capronica marziale che animava l’intero processo realizzativo dei combattenti bronzei giungeva simbolicamente a compimento nell’Equinozio di Primavera, cioè nel segno astrologico dell’Ariete. L’emersione di tale energia presupponeva però un minimo di purezza interiore e perciò la corsa al potere regale, connesso al potere spirituale, costituiva un tramite decisivo. Non dimentichiamo che nel calendario precessionale l’Ariete è l’ultima figura cornuta (poi vengono i Pesci), e il termine «corna», come «corona», deriva dalla radice indoeuropea KRN, che esprime significati di «potenza» e di «elevazione».

Anticamente possedeva la sovrana protuberanza cornea soltanto l’essere capace di spingere i propri pensieri nel «luogo più alto», simbolicamente rappresentato dalla Montagna Sacra del Polo. Avere le corna sopra la testa significava portare la corona del Regno dello Spirito, oltre a disporre di un’ottima arma per offendere e/o difendersi dai nemici nascosti, sempre in agguato nel mondo visibile come in quello invisibile. Le corna aggiungevano Forza a Potenza, definendone i contorni poiché c’era differenza tra i palchi maestosi dei cervidi e le protuberanze ripiegate su se stesse dei montoni … a meno che l’ovino non disponesse di doti particolari.

Fu il caso dell’ariete Crisomallo, una creatura magica capace di volare (uno sciamano?), il quale sfoggiava un mantello fatto d’oro; e il mantello in quest’epoca non era un indumento qualsiasi bensì il forziere simbolico di una miriade di significati. Si pensi al celebre mantellaccio azzurro scuro di Odino, una figura «precedente», cioè antica, di chiara matrice indoeuropea. Tra i tanti nomi del re nordico c’era anche Lǫndungr, cioè «[colui che porta] il mantello ispido». Quindi, chi ha ispirato chi?

Sotto mentite spoglie il dio vagabondo amava farsi ospitare tanto nei palazzi dei ricchi quanto nelle umili dimore dei poveri, punendo in modo esemplare quanti non rispettavano i sacri doveri dell’ospitalità. Inutile dire che sotto il mantello turchino c’era di tutto: arti magiche, poesia, sapienza, forza e potenza, inganni e verità. Avvistamenti di questo mitico personaggio sarebbero stati registrati nelle terre del Nord anche dopo la loro conversione al cristianesimo, ciò a dimostrazione del fatto che l’«indoeuropeismo» fu duro a morire, ammesso che sia mai morto.

Simbolicamente posto a metà strada tra il Toro e l’Ariete, il Vello d’oro rappresenta dunque il classico compromesso di un tempo non del tutto corrotto né integro. Mentre l’intrepido Giasone è l’emblema di una «stirpe solare» in declino, quindi disposta a tutto. La baldanza del figlio comunque non impressionò il padre Pelia, deciso a vendere cara la pelle: se vuoi il mio trono, gli disse, devi conquistare il Vello d’Oro (intanto non ci riuscirai). Ma neppure ai re di una volta era concesso il lusso di fermare il Tempo, che fluisce a prescindere dal resto.

Chiaramente il passaggio dal «prima» al «dopo» non è mai indolore, o per meglio dire finisce in tragedia. Osservò Socrate nel Cratilo che la differenza tra il divino (il prima) e l’umano (il dopo) era paragonabile a quella fra il «levigato», leîon, e il «ruvido», trachý; per sua natura il ruvido era anche «tragico», tragikón, termine che in origine aveva per l’appunto il significato di «caprino». Tragica fu infatti la fine del Vello, come del resto quella dell’eroe che lo conquistò, il quale dopo tante avventure morì banalmente schiacciato da un aplustre della nave Argo piombatogli addosso mentre dormiva sull’istmo di Corinto. Un’allegoria del tracollo spirituale che coinvolse l’umanità guerresca dell’Età dell’Ariete?

Attraverso una serie d’invocazioni magiche cantate in versi da Medea, alla fine il prode Giasone ottenne il Vello d’oro sottraendolo al Serpente che lo custodiva. Sottotraccia trapela la cronaca di una contesa tra pari, dato che nel raggiungimento della vittoria i poteri «serpentini», cioè incantatori, della maga furono determinanti. Non sfugge l’ennesimo richiamo al progressivo degrado dei «tempi caprini» che segnarono la definitiva scomparsa dei Serpenti, ibridi mezzosangue appartenuti sia alla sfera ctonia sia a quella solare, i quali pagarono a caro prezzo la propria funzione di ultimi custodi d’inestimabili tesori (di sapienza).

La loro fu una tragedia in piena regola. Basti pensare alla vicenda emblematica del Serpente edenico e dei suoi compagni, cioè a quegli Angeli caduti menzionati in molte tradizioni e letteralmente usati come capri espiatori da un’epoca sanguinaria. Al loro allontanamento dal mondo umano corrispose un numero imprecisato di arieti, non più d’oro (sapienti) ma in carne ed ossa, fatti a pezzi sugli altari in nome del divino. A tale proposito vale la pena di notare che la Colchide, territorio dell’attuale Georgia occidentale, non è molto lontana dal Lago Van, ovvero dalla regione da più parti indicata come il reale teatro della vicenda degli Angeli ribelli della Genesi, i «Serpenti» della Storia.

Qui il cerchio si chiude perché altrimenti toccherebbe aprire nuovi scenari, un compito riservato all’Autore e alla sua prossima avventura. Termina qui anche la ricerca di Emanuele Franz, il quale nel resoconto di questo viaggio dosa nella giusta misura tutti gli ingredienti di un buon pellegrinaggio: astronomia/astrologia, stupore e meraviglia, coraggio non privo d’incoscienza, storia e filosofia quanto basta, curiosità dal sapore antico, un pizzico di autentica quotidianità, il tutto impiattato nel perimetro della fede in dio e servito con grazia.

Se c’è un motivo per leggere “Alla ricerca del Vello d’oro” scritto da Franz, quello è indubbiamente la sua schiacciante attualità. Stando ai calcoli dei beni informati oggi ci troveremmo fuori dalla disordinata Età dei Pesci (160 a.C. – 2.000 circa) ma solo all’inizio della promettente Età dell’Acquario, il che significa che in veste di argonauta ciascuno di noi deve impegnarsi a traghettare le cose buone ricevute in eredità dalle generazioni precedenti sulla sponda del futuro. Per farne cosa, si vedrà; l’impresa non è facile ma vivere nel XXI secolo è necessario, dunque navigare risulta indispensabile.

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (ed. Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (ed. Audax Editrice). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

2 Comments

  • Primula Nera 20 Febbraio 2024

    Solo un piccolissimo appunto(che nulla toglie allo scritto, eccellente come sempre,di Remagnino): Pelia è lo zio di Giasone,il cui padre è Esone.

  • Rita Remagnino 20 Febbraio 2024

    Grazie Primula Nera, correggo prontamente i miei appunti. Ammetto che le parentele non sono il mio forte (sic), ma per fortuna c’è sempre chi riesce a districare i rami degli alberi genealogici. Un caro saluto.

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