22 Giugno 2024
Cultura

Testimonianze catare nella bassa Lombardia – Walter Venchiarutti

Esistono tutta una serie di indizi diretti e indiretti atti a confermare il fenomeno cataro in territorio Cremonese e nelle immediate vicinanze. Se le prove dirette sono sostenute dalle fonti documentarie, gli indizi indiretti possono riaffiorare attraverso la storia dell’arte: ad esempio, dall’esame di un dipinto, o essere racchiuse nel simbolismo di un capitello. Non è difficile riscontrare nei decori architettonici la presenza della croce dai bracci trilobati che è lo stemma di Provenza o croce catara.

Possono apparire in un fregio decorativo ad esempio nel collare della Madonna nera posta nella chiesa di S. Maria Stella a Crema.

Vengono testimoniate dalla presenza in loco di famosi personaggi o istituti altamente rappresentativi, emergono nelle tracce folcloriche e nei relitti linguistici, conservati dalla tradizione orale, così come nelle significative dedicazioni riservate ad alcune chiese.

Va precisato che non si hanno notizie di una specifica chiesa cremonese, di appartenenza catara, come ad esempio nei casi di Desenzano, Concorezzo, Bagnolo S. Vito (Mn) ecc. bensì di colonie di profughi che, a più riprese, in concomitanza con l’inasprimento delle persecuzioni in Occitania, si sono riversate nel nostro territorio, dove hanno trovato, di volta in volta, protezione e ospitalità, all’ombra del potere politico locale.

 

Sono stati ampiamente indagati i rapporti che univano nel XIII° sec. le numerose sette ereticali ai fautori dell’impero (GIOACCHINO VOLPE, Movimenti religiosi e sette ereticali, Firenze 1971; Antonino De Stefano, Federico II e le correnti spirituali del suo tempo, Firenze 1981).

Grazie a recenti (FRANCESCO ZAMBON, La cena segreta, Milano 1997 – Lidia. Flȍss, Il caso Belibasta, Trento 1997) è andato, poco alla volta, dipanandosi il senso di mistero che circondava la conoscenza dei rituali praticati dai “perfetti” lombardi. Si è fatta strada la conoscenza diretta dei principi che permeavano i loro sermoni ed il loro caratteristico rituale.

 

I Catari nelle storie locali

Intorno alla metà del milleduecento, nell’Italia settentrionale, i maggiori sostenitori del ghibellinismo italiano: Oberto Pallavicino, Buoso da Dovara, Ezzelino da Romano, si erano da tempo impegnati a difendere e a dare ampia ospitalità agli eretici. In particolare Oberto Pallavicino nel 1249, eletto capo della fazione ghibellina cremonese, aveva incrementato notevolmente i traffici fluviali e la città di Cremona diventata un centro d’incontro per banchieri fiorentini e mercanti francesi. La storica Anne Brenon è arrivata ad affermare che questo disinvolto uomo politico: “ …fece deliberatamente di Cremona il porto di attracco di tutti i catari perseguitati dall’Inquisizione attraverso l’Italia e l’Occitana e (addirittura lui stesso viene)…indicato in una deposizione occitana come buon credente dell’eresia” (ANNE BRENON, I Catari, Firenze, 1990)

Aiutato da Bosio da Dovara signore di Soncino (1248), presidente dell’associazione dei mercanti, aveva particolarmente favorito l’espropriazione di beni ecclesiastici e fornito ogni sorta di aiuto agli eretici. Con tali azioni si era guadagnato la scomunica. Sono note al riguardo le strette relazioni che i capi del ghibellinismo, tra cui primeggiava Ezzelino da Romano (1194-1259), intrattenevano con Egidio da Cortenova. Secondo le parole di Papa Innocenzo IV, il conte Egidio, poco lontano da Crema, nel suo castello di Mozzanica, multos hereticos receptans…eos ibidem manutenet publice et defendit” (GIULIANA ALBINI, Storia di Mozzanica dal XI al XIX – sec.,Bergamo 1987).

Nel rigido inverno del 1243-4, gli ultimi “Perfetti” rifugiati a Montségur , prima d’esser tragicamente massacrati e messi al rogo, fossero in stretto contatto con emissari cremonesi: “…riuscendo a superare le linee degli assedianti alcuni messaggeri dei Catari Cremonesi raggiunsero Bernardo Marty capo degli insorti invitandolo a trasferirsi da loro in quella città, dove avrebbe potuto vivere in tranquillità esercitandovi il suo ministero” (Roul. Manselli , L’eresia del male-, Napoli, 1963).

La stessa conferma arriva dagli storici locali: “…Cremona è rifugio durante il duecento di molti”perfetti” della Francia meridionale cacciati dalle persecuzioni” (U. GUALAZZINI, Il Populus di Cremona e l’autonomia del Comune, Bologna , 1940, p.120)..

Accettando un sollecito invito Vivenzio (Vivent), successore di Bernard Marty, venne in Italia tra il 1250 e il 1270. Soggiornò prima a Cremona e poi a Piacenza. Nelle due città ricevette la visita di numerosi Catari, provenienti dalla Linguadoca, che si recavano dal lui per avere il “Consolamentum” ed esser istruiti nella loro fede. La bolla di Clemente IV del 31.3.1267 “segna un punto notevole nella storia interna del comune. Scopo principale era di perseguitare e di catturare gli eretici e i loro fautori dentro la città e nel distretto, di mantenere lo stato nella devozione della chiesa romana e del papa, di combattere chiunque volesse opporsi suscitando tumulti e sedizioni” (L.. ASTEGIANO, Codex Diplomaticus Cremonae 715-1334, Vol. II- Torino, 1896).

A seguito di questa nota pontificia venne costituito un consorzio formato dai capitani delle porte e dai gonfalonieri. Al gruppo aderirono i nobili di parte guelfa e molti eretici di Cremona e Piacenza furono presi ed arsi vivi, e i Provenzali rimandati in catene in Provenza.

In Lombardia esistevano due chiese catare: quella di Concorezzo, che raggruppava i fautori del dualismo moderato (ORDO BULGARIAE), e a Desenzano, dove si predicavano i principi del dualismo integrale (ORDO DRUGUNTIAE). Ci sono buone probabilità per indagare ulteriormente, in quanto è presumibile ipotizzare che tra queste colonie e i gruppi di catari fuoriusciti rifugiati a Cremona esistessero contatti. Che il fenomeno ereticale a Cremona fosse sentito e temuto lo dimostra anche l’esistenza di una grande pala d’altare (m. 5 x 6.5) attribuita a Giovan Battista Crespi (1575-1632) detto il Cerano, dedicata alla “Strage degli Albigesi”. L’opera in oggetto è oggi conservata nella pinacoteca del Museo Civico. La tela rappresenta la vittoria di Simone di Monforte, insieme ad altre dello stesso tenore, era stata commissionata dai domenicani per decorare la cappella della Madonna del Rosario. Probabilmente ottemperava ad una funzione esaugurale, antiereticale, essendo collocata all’interno della soppressa chiesa dedicata a S. Domenico. Qui era stabilita la sede dell’importante tribunale inquisitorio di Cremona che, in base ai poteri conferiti da Pio V, già priore a Soncino nel 1547, giudicava gli eretici, non solo lombardi, ma anche veneti ed emiliani.

Ricordiamo che nella città del Torrazzo intorno alla metà del XIII sec. insegnò le arti liberali il polemista cattolico, Moneta da Cremona, inquisitore domenicano, autore della più importante opera scritta contro i catari “Adversus catharos et valdenses” . Un altro domenicano Rolando da Cremona (1178-1259) sii distinse nella lotta contro gli Albigesi come docente presso l’università di Tolosa. Nelle cronache dell’epoca gli eretici occitani oltre ad esser indicati col nome di Catàri, Albigesi, Buoni Cristiani, Perfetti, Puri, vengono genericamente chiamati “boni homines” (Buoni Uomini). Sempre sotto questo appellativo, più volte compaiono nelle antiche Carte Cremonesi (E. FALCONI, Le Carte Cremonesi, IV voll., Cremona, si identificano così quei personaggi che, nei contratti notarili, assistevano alla stipulazione in qualità di testimoni degni di fede.

 

 

I Catari e i controriflessi nella tradizione santorale e nelle dedicazioni delle chiese

Sempre i Cremonesi venerano come patrono, Sant’Omobono, un ricco e prodigo commerciante, eletto santo a furor di popolo. Nella chiesa di S. Marco a Venezia, una delle più antiche iconografie lo ritrae, al centro della scritta “HOMO BON“. Questa denominazione, la relativa trasposizione del nome e la storia stessa del patrono di Cremona, al riguardo, per diversi motivi risultano abbastanza sospetti e indicativi:

  • Omobono vissuto dal 1117 al 1197 è il primo santo laico nella storia della chiesa.
  • La sua canonizzazione, avvenuta in piena effervescenza ereticale, è stata vista come una mossa anticatara.
  • Solo dopo la comparsa della terza agiografia si viene a conoscenza della sua appartenenza alla famiglia Tucenghi cognome che riflette in Ticengo il luogo di provenienza.

 

Nel Lodigiano, a Cavenago, a stretto confine dal Cremasco, è stata rilevata la presenza nel 1220 di una colonia Catara. In un atto notarile lo stipulante dichiara che in passato i terreni in oggetto erano lavorati da Catari. Quindi esisteva una piccola colonia di eretici che probabilmente faceva riferimento al diacono di Lodi. Costoro compaiono emarginati e in condizioni servili ([1] A. CARETTA, La lotta tra le fazioni di Lodi nell’età di Federico II in Archivio Storico Lodigiano, Lodi 1983).

Son state fatte supposizioni, secondo cui questo gruppo sarebbe giunto dal Cremonese (PALLAVERA, Cavenago d’Adda nel Medioevo, PMP, Lodi 2017). Probabilmente queste piccole comunità erano costituite da famiglie che si formavano e disperdevano a seguito delle persecuzioni a cui erano soggette. Solitamente svolgevano attività di sarti, calzolai, barbieri, quelli che erano impegnati nell’agricoltura prendevano i terreni in affitto. 23.12.1243 Matheus e Pierre Bonnet con il tesoro cataro di Montsegur scappano alla volta di Cremona. Si imbarcano a Port la Nouvelle 1/1/1244 arrivano al porto di Mentone, attraversano le Alpi per Cuneo e giungono a Cremona sono accolti dai Cremonesi. Dopo la caduta di Uberto Pallavicino protettore dei catari questi vengono imprigionati e corre voce che i loro beni vennero sequestrati e divisi (1/3 alla chiesa, 1/3 agli ordini di S. Domenico e di S. Francesco, 1/3 al comune). Questo spiegherebbe perché a partire dal 1268 si da inizio a imponenti lavori di ristrutturazione e ampliamento del duomo, di palazzo comunale e la costruzione dei conventi di S. Domenico e di S, Francesco a Cremona.

A Castelleone ancor oggi il 19 marzo festa di S. Giuseppe esiste la tradizione di bruciare un grande falò in piazza Isso, antistante la chiesa omonima. Questa tradizione è antichissima, se ne hanno già notizie provate nel ‘600, quando i libri ritenuti eretici in questa piazza venivano pubblicamente bruciati. Interessante notare come fosse sviluppato in paese il culto di San Pietro Martire a cui i n precedenza era dedicata la chiesa della SS. Trinità. Anche a Soncino esiste una chiesa con la dedicazione a S. Pietro Martire dei Crocesignati. È nota la tesi secondo cui il culto di questo santo (ex eretico, convertito e inquisitore domenicano) svolgesse una funzione strettamente antiereticale.

 

I catari nella tradizione popolare locale

Nello studio delle tradizioni alimentari cremasche la preparazione della panificazione e la relativa cottura del pane avvenivano, secondo precise regole, eseguite con l’utilizzo dei forni comunitari.

Di primo acchito incuriosisce e sembrerebbe non esserci apparente nesso logico in merito all’appellativo “bon o bun-om”, utilizzato ad indicare lo spioncino da cui veniva sorvegliato l’interno del forno, per stabilire la gradazione e il momento giusto per la cottura del pane.

I motivi di questa stranezza lessicale peraltro riportata da A. Parati in Caaler da la luna sono propriamente due:

  • in dialetto cremasco l’aggettivo buono corrisponde a “bù”, quindi l’utilizzo di “bon” risulta una evidente importazione linguistica
  • di preferenza non si direbbe “bù om” ma “om bù”, con la precedenza data al sostantivo.

La ragione di questa anomalia semantica sta nella metafora e trova un coerente presupposto nella lontana esperienza storica che lega: il pane→al fuoco, il fuoco→agli eretici.

Appare così pertinente la relazione intercorsa tra il rogo destinato agli eretici e l’appellativo dato allo spioncino che permetteva di vigilare la temperatura del forno.

Vorrei concludere con le parole di uno storico delle eresie medievali, secondo cui ogni studio dedicato a queste fenomenologie rappresenta giustamente il tentativo “… di ricostruire e di ripercorrere esperienze di religiosità critica, di non conformismo cristiano, liberamente ispirate a uno stesso principio e pluralmente orientate a uno stesso fine: l’interpretazione e la realizzazione umane” (Grado Giovanni Merlo, Eretici ed eresie medioevali, Bologna, 1989).

 

 

1 Comment

  • Paola 17 Novembre 2022

    Grazie per averne parlato. Argomento estremamente interessante.

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