18 Aprile 2024
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Si vis pacem, para bellum, però con lo studio – Riccardo Rosati

L’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio

 

Il buonismo mendace che sta affliggendo quello che Vladimir Vladimirovich Putin chiama, con non poco acume, l’«Occidente collettivo» ci riporta alla mente il lucidissimo, quanto provocatorio, testo del saggista australiano Robert Hughes (1938 – 2012): La cultura del piagnisteo («Culture of Complaint», 1993), in cui si mette alla berlina il bigottismo progressista, per il quale il concetto stesso di identità è considerato una forma di «violenza». Una ideologia pavida che vive di abuso di potere e di ossessive falsificazioni mediatiche. Noi invece intendiamo qui parlare di Guerra! Sì, quella invocata dai futuristi poiché portatrice di cultura e di un modo intenso di percepire la vita. Il mondo militare ha una sua cultura? Certo, e l’analisi delle collezioni museali italiane in questo settore ci consente di provarlo.

Cominciamo col sottolineare che le nostre raccolte militari sono le prime al mondo e non è retorica, ma un dato incontestabile. Nessuno stupore, la Penisola la guerra la conosce bene sin dalla Antichità. Ciò ha determinato morte e distruzione, vero, ma ci ha parimenti lasciato un eccezionale Patrimonio. Trattasi di una naturale conseguenza di una travagliata evoluzione plurimillenaria, la quale ci ha comunque permesso di avere il maggior numero di castelli e fortificazioni sul pianeta. Insomma l’Italia, oltre a essere la culla del Bello, è altresì una autentica enciclopedia bellica fattasi territorio; una specie di «Bibbia» della Poliorcetica (l’arte di assediare ed espugnare una città).

È subito d’uopo una precisazione di carattere prettamente museologico: per «musei militari» non ci si riferisce alle raccolte di armi antiche, come la straordinaria e inarrivabile Armeria Reale di Torino o l’altrettanto spettacolare Museo Stibbert di Firenze, bensì a quelle moderne; ossia, per farla breve, da quando la polvere da sparo ha totalmente soppiantato l’utilizzo della spada. È un argomento da noi già affrontato su queste pagine. Tuttavia, riteniamo che approfondire il caso dell’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio di Roma possa fornire un esempio chiarificatore di cosa voglia dire associare l’idea di conoscenza al contesto militare.

Definita l’«Arma nobile» per eccellenza, legata al progresso tecnico in ogni epoca, protagonista in pace, essenziale in guerra, capace di unire alla intelligenza dello studio la severa militanza del soldato, il Genio si distingue per la propria unicità, nell’applicare la cultura alla guerra. Il Museo in questione si differenzia però da altri simili per avere una duplice «anima»: quella di raccolta storica e di istituto, con collezioni composte da oggetti e testimonianze che descrivono le vicende riguardanti l’Arma, dalle Guerre d’Indipendenza risorgimentali ai due conflitti mondiali.

La nascita di questa Istituzione risale al 1906, per merito dell’allora Capitano Mariano Borgatti, col nome di Museo dell’Ingegneria Militare Italiana, con la collocazione niente di meno che all’interno di Castel Sant’Angelo. Nel 1911 lo spazio espositivo venne spostato nelle adiacenti Casermette di Urbano VIII, fino a quando nel 1933 si decise di convertire la zona che circondava il Castello in un parco pubblico, cosa che portò alla demolizione delle suddette Casermette. Questo fu un momento cruciale nella trasformazione del Museo, giacché, dopo una parentesi di qualche anno nella Caserma Piave nel Rione Prati, il Governo, in concerto con le autorità militari, volle costruire un apposito edificio per ospitarne le raccolte, le quali già includevano una quantità enorme di pezzi. Si arrivò, quindi, al 1939, col trasferimento nell’odierna sede e il relativo cambio di denominazione in: Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio (I.S.C.A.G.).

Il Palazzo che lo accoglie è un classico esempio di Architettura Razionalista, ed è costituito da una struttura centrale a due piani – al cui centro svetta una torre – e da altri quattro corpi collegati simmetricamente attorno. Immediatamente varcata la imponente facciata in travertino, si incontra il Cortile di Santa Barbara (Patrona dei minatori e dei genieri), adorno di paraste sulle quali sono incise le date delle campagne che videro coinvolto il Genio. Da qui si accede al Sacrario ove si trovano le stupende vetrate a opera di Duilio Cambellotti.

In generale, gli argomenti affrontati nel percorso museale sono parecchi: dalle innovazioni nel campo delle trasmissioni, alla fotografia militare, all’aerofotografia, ecc. Molti sono i reperti di notevole valore storico in mostra, tra cui spicca il monoplano di fabbricazione francese Blériot XI, che fu il primo aereo impiegato dalle forze italiane in un conflitto, nello specifico in Libia nel 1911. Del resto, non tutti sanno che quella gloriosa Regia Aeronautica così intensamente voluta da Italo Balbo, e che venne istituita nel ‘23, aveva mosso i suoi passi iniziali nel Genio Militare, con l’utilizzo pionieristico di palloni aerostatici da parte di aerostieri e dirigibilisti.

Le sale del Museo sono perlopiù austere e prive di decorazioni, come a voler ricordare l’alto valore didattico di questo luogo, che consta di dodici ambienti al Piano Terra e di cinque a quello superiore, con una disposizione museografica su 4400 mq di superficie, articolata in una netta bipartizione, visto che il primo livello è interamente dedicato alle molteplici attività del Genio, al suo sviluppo in tempo di pace e di guerra; mentre quello successivo è rivolto a una tematica di enorme suggestione come l’Architettura Militare, la quale, come si intuisce in questa sezione, è stata intimamente connessa al progresso dell’uomo: dai castellieri preistorici e i nuraghi sardi, per continuare con le fortificazioni romane, i manieri medievali, e le diverse tipologie di forti sino alla Grande Guerra. Difatti, il vero tesoro di questa Istituzione è rappresentato proprio dagli oltre 750 plastici e modelli a partire dal XVII secolo, che si attestano come un assoluto unicum. Degni di nota sono pure i cimeli del giovane tenente Camillo Benso Conte di Cavour e del Generale Luigi Federico Menabrea, le circa 100 sculture e 1500 dipinti, degli elementi del Dirigibile Italia capitanato da Umberto Nobile, e una delle radio di Guglielmo Marconi. Non meno preziosi sono in ultimo la Biblioteca, la quale con i suoi 24.000 volumi è forse quella specialistica più ricca che ci sia, e l’Archivio, che conta 150.000 voci di inventario tra fotografie e materiale di vario genere.

Purtroppo, non possiamo esimerci dallo stigmatizzare che l’I.S.C.A.G. è meno noto oggi di quanto non lo fosse in un passato non poi così lontano, condannato da qualche decennio all’oblio. La causa principale di questa triste situazione risiede in un malcelato disinteresse dei cittadini e dei media su ciò che concerne la dimensione militare e sulle modalità peculiari in cui essa si manifesta. Roma e l’Italia possono vantare il massimo museo esistente consacrato al Genio e alla Architettura militare e, come sempre, quasi nessuno ne è consapevole; una immancabile epitome della ignavia identitaria in cui versa il nostro Paese da quel fatidico 1945. L’aspetto ancor più grave è che questo Ente è anche uno stimolante centro di conoscenza, pieno di ricordi e fonti disponibili per i ricercatori. Impossibile però farlo intendere ai paladini della Cancel Culture; i sedicenti «buoni» che cianciano di pace, ma caldeggiano le guerre per procura. Costoro, vessilliferi della stolidità, non possono concepire né accettare che lo studio e la conservazione delle armi siano importanti per conoscere l’Uomo e le sue potenzialità, dacché mai come per la guerra egli è sciaguratamente riuscito a dare il meglio. Ragion per cui, se si vuole la pace tra i Popoli, bisogna avere la capacità di spiegarla e persino di imporla, e per far questo, è indispensabile essere forti… Si vis pacem, para bellum!

Riccardo Rosati

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