19 Giugno 2024
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centodiciassettesima parte – Fabio Calabrese

Riprendiamo le nostre esplorazioni dell’eredità ancestrale dalla seconda decade di marzo. La cosa è abbastanza singolare, ma sembra che abbiamo a che fare con un ritorno d’interesse per queste tematiche sui media generalisti, senz’altro dovuto al fatto che negli ultimi tempi abbiamo avuto una serie sorprendente di scoperte: prima i bronzetti votivi di San Casciano dei Bagni (Siena), poi a Roma i reperti emersi dagli scavi per la linea C della metropolitana, e ora nuove scoperte avvenute a Pisa, nel Campo dei Miracoli, a poca distanza dalla celebre torre pendente. Non occorre fare molta strada: l’Italia è quasi dovunque un grande museo a cielo aperto, i segni della nostra storia, le tracce del fatto che abbiamo alle spalle un’antichissima civiltà le cui origini si perdono nella notte dei tempi, sono presenti quasi ovunque intorno a noi.

La notizia è apparsa il 2 marzo su RAInews 24: Una ricerca dell’Università di Pisa ha portato alla scoperta dei resti di domus dell’età romana a poca distanza dalla torre pendente: dagli scavi sono emerse monete, terracotte, frammenti di statue.

Quasi a fare eco alla scoperta pisana, ne arriva subito un’altra in terra veneta. Un comunicato ANSA del 4 marzo ci racconta una storia molto interessante: è nota da gran tempo vicino alla spiaggia di Bibione una struttura nota come “Villa di Mutteron dei frati” (forse in tempi remoti ha ospitato un convento), ebbene, proprio l’eccezionale stato di conservazione, con muri in piedi fino a due metri di altezza, ha a lungo impedito di riconoscerla per quel che effettivamente è, una villa di epoca romana. Ora la struttura sarà oggetto di una campagna di ricerche e scavi da parte di ricercatori delle Università di Regensburg e di Padova.

Intanto, però, un’altra comunicazione, sempre sul sito di RAInews 24 ci da nuovi particolari e notizie sempre più sorprendenti sulla scoperta pisana, avvenuta non distante dalla celebre torre e, apprendiamo, più esattamente in piazza Andrea Del Sarto.

A sorpresa è emerso dagli scavi un triclinio ben conservato: nella sala da pranzo, dove i convitati mangiavano e conversavano sdraiati su tre letti sistemati sui lati, appare chiaro il riquadro pavimentale che si presenta come una sorta di tappeto riccamente decorato.

Dal sito dei lavori stanno inoltre affiorando grandi quantità di frammenti dei rivestimenti delle pareti che, nonostante gli anni, ancora conservano i colori estremamente vivaci utilizzati e che indicano anche il notevole livello di ricchezza di dimorava nella casa”.

Un comunicato ANSA del 6 marzo ci porta in tutt’altro ambito. Quando è che gli uomini hanno cominciato ad andare a cavallo? Per rispondere a questa domanda, un team di ricercatori dell’Università finlandese di Helsinki guidato dal professor Martin Trautman ha studiato le modificazioni prodotte sullo scheletro del cavaliere dall’abitudine dell’equitazione. Il team ha studiato oltre 217 scheletri antichi provenienti da 39 siti sparsi tra Romania, Bulgaria, Ungheria e Serbia, in gran parte appartenenti alla cultura proto-indoeuropea nota come Yamnaya. I risultati sono questi: l’usanza di andare a cavallo pare essere comparsa attorno al 3.000 avanti Cristo, 5.000 anni fa, e la sua diffusione sembra essere strettamente correlata all’espansione degli Indoeuropei sul nostro continente (può essere che sia stata proprio la cavalleria l’arma vincente che l’ha permessa), tuttavia Trautman segnala anche un’eccezione, un caso che non rientra in questo quadro: lo scheletro, rinvenuto in Ungheria, di un uomo risalente al 4.300 avanti Cristo, un buon millennio prima degli Yamnaya, che presenta già allora i segni tipici della pratica dell’equitazione.

C’è ancora una cosa da dire al riguardo: i dati forniti suggeriscono che questa sia una storia interna al nostro continente, che la domesticazione del cavallo e l’uso di cavalcare siano comparsi da qualche parte nell’Europa centrale, verosimilmente tra Ungheria e Romania, tuttavia, in contraddizione con ciò, e senza fornire prove al riguardo, Trautman ipotizza che essi siano comparsi nelle steppe asiatiche, da cui poi le popolazioni di cavalieri si sarebbero spostate in Europa alla ricerca di pascoli più verdi. È sempre il miraggio, o come lo chiamo io, lo strabismo orientale, che distorce sistematicamente la percezione della nostra storia.

Il 9 marzo un post di MSN.com ripreso da “Urban-life” ci informa che nuovi scavi sono ripresi nell’area di Pompei, in particolare nell’Insula 10 della Regio IX lungo la via di Nola. Si tratta di un’area di 3200 metri quadrati, un intero isolato. Ricordiamo che ancora oggi la città distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo è stata solo parzialmente dissepolta, e non è detto che il futuro non ci riservi sorprese anche notevoli. Intanto, senza troppi clamori mediatici, il lavoro dei nostri archeologi prosegue.

Vediamo cosa ci offre in questo periodo “Ancient Origins”. Un articolo di Sahir del 3 marzo ci porta a Creta. Il mondo minoico non si può dire sia conosciutissimo da noi. A quanto pare, è stato recentemente scoperto che alcuni palazzi cretesi erano allineati con il sorgere e il tramontare di alcune stelle significative. La cosa non può stupire. L’osservazione del cielo doveva avere certamente grande importanza per una civiltà marittima, tutta basata sulla navigazione, soprattutto in un’epoca in cui non erano disponibili né bussole né GPS.

Rimaniamo in area ellenica, ma spostiamoci sul continente. Un articolo di Ashley Cowie del giorno 4 ci informa che Eleusi è stata designata come capitale europea della cultura 2023. Eleusi, una ventina di chilometri a nord-ovest di Atene, era sede di uno dei più venerati culti misterici dell’antica Grecia, i misteri eleusini, la cui segretezza è stata talmente rispettata che oggi ne sappiamo ben poco.

L’8 marzo ci spostiamo invece in ambito nordico. Un articolo sempre di Ashley Cowie ci informa che i ricercatori dovranno adesso rivedere le convinzioni riguardo alla mitologia norrena, infatti un riferimento a Odino è stato individuato su una brattea (disco metallico dorato) facente parte del tesoro di Vindelev, conservato a Copenhagen presso il Museo Nazionale di Danimarca. Il tesoro risale al V secolo d. C., e questo significa che il culto di Odino (e verosimilmente l’intero pantheon norreno) erano presenti150 anni prima di quanto finora documentato (anche se, a mio avviso, si tratta di una serie di credenze le cui origini, come quelle della mitologia classica, si perdono nella notte dei tempi).

La stessa notizia si trova poi su un comunicato di “Adnkronos” del 10 marzo, che ci fornisce anche qualche elemento in più rispetto al testo, per una volta alquanto scarno, di Ashley Cowie: i ricercatori sarebbero riusciti a tradurre per intero l’iscrizione sul bordo della brattea, e in essa si parla di un misterioso “uomo di Odino”.

Una scorsa su “Ancient Pages” ci riporta in gran parte notizie che abbiamo già visto, tra cui quelle sull’origine dell’equitazione e sul tesoro di Vindelev (C’è poco da fare, i fatti sono quelli, e non è che possano essere inventati di sana pianta). Fa eccezione un articolo del 3 marzo che parla del ritrovamento in Armenia nel sito di Metsamor, un tempo un importante centro religioso della regione, da parte di un team di ricercatori polacco-armeno guidato dal prof. Kryztof Jakubiak, di una tomba dell’Età del Bronzo che è stata subito soprannominata la “tomba d’oro” per il ricco corredo funebre composto da manufatti aurei che contiene. In essa sono stati rinvenuti i resti di un uomo e di una donna che si suppone morti intorno ai 30-40 anni.

Ancora, “Ancient Pages” ricorda che il 10 marzo è caduto l’anniversario della battaglia delle isole Egadi, avvenuta appunto il 10 marzo del 241 a. C. Quest’ultima fu uno scontro navale di fondamentale importanza, che concluse la prima guerra punica, e con il quale Roma tolse a Cartagine l’egemonia marittima nel Mediterraneo occidentale.

Vediamo ora cosa ci presenta in questo periodo “ArcheoMedia”. Come era prevedibile, anche qui troviamo diverse notizie che abbiamo già visto: quelle relative ai ritrovamenti pisani, alla villa romana di Bibione, ai nuovi scavi avvenuti nell’area di Pompei, e ora non mi ripeterò, ma c’è anche dell’altro, e non poco.

Un articolo di Silvia Soncin del 7 marzo riporta una notizia proveniente dalla penisola iberica: stando a uno studio condotto in collaborazione fra i ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Università inglese di York sugli aminoacidi estratti dai resti umani provenienti dall’antico cimitero mesolitico di El Collaldo vicino a Valencia in Spagna risalente al Mesolitico, 9.500 anni fa, questi antichi iberici non erano solo cacciatori-raccoglitori, ma anche pescatori, ed anzi devono aver consumato in vita grandi quantità di pesce.

Tuttavia, vediamo che, come al solito “ArcheoMedia” si concentra soprattutto sull’archeologia italiana. Un articolo del 10 marzo di Francesca Cristoforetti ripreso da “Il Dolomiti” (www.ildolomiti.it) ci porta a Soccher, frazione di Ponte Delle Alpi (Belluno), dove è stata individuata un’area sacra che è già stata battezzata la “piccola Stonehenge” di Soccher. E che pare fosse principalmente adibita a luogo di sepoltura.

A dominare la scena, come era prevedibile, sono il mondo etrusco e quello romano. Il 10 marzo abbiamo un articolo di Michele Zazzi sull’arte fulgurale etrusca, cioè l’arte divinatoria basata sull’osservazione delle folgori. Gli Etruschi, lo sappiamo, erano esperti nella divinazione, ed erano capaci di trarre presagi praticamente da ogni cosa.

Sempre Michele Zazzi che è chiaramente l’esperto in etruscologia di “ArcheoMedia” ci presenta in data 7 marzo un articolo sulla monetazione etrusca di Volterra. Sempre riguardo a Volterra, vi cito una curiosità: all’articolo sono linkati altri due, rispettivamente del 2020 e del 2015 che si riferiscono all’anfiteatro romano della cittadina toscana. In quello del 2020 essa è collocata correttamente in provincia di Pisa (PI), in quello del 2015 appare spostata in provincia di Siena (SI), mah, probabilmente si è trattato di un refuso.

Non abbiamo ancora finito di parlare di Etruschi, infatti c’è da segnalare un articolo di del 4 marzo di Giacomo Mazzuoli e Giuseppe Moscatelli sui colombari della Tuscia rupestre. Queste strutture, consistenti una serie di cellette scavate nelle pareti rocciose, un tempo adibite a luogo di nidificazione dei colombi domestici, e più tardi invece usati per ospitare le urne cinerarie dei defunti cremati. Colombari di età antica si trovano un po’ dappertutto, ma sono tipici soprattutto dell’Etruria meridionale, dove se ne contano ben 242, questo anche in ragione del fatto che la natura del terreno si presta alla realizzazione di simili strutture.

Spazio al mondo etrusco, ma stavolta quello romano appare un po’ meno rappresentato. se non prendiamo in considerazione gli articoli apparsi anche in altri siti, e che mi sono ora limitato ad accennare, altrimenti il panorama cambia del tutto, infatti, oltre a questi si può citare ancora solo un articolo di Denis Francisci dell’8 marzo, che parla del ritrovamento di una coppa vitrea e due bracciali in bronzo emersi da una tomba di età romana rinvenuta in Val di Non (provincia di Trento) lungo la strada fra le località di Revò e Romanello.

Con soddisfazione, possiamo notare che in un momento in cui l’archeologia internazionale non sembra offrire molto, la ricerca italiana, lontana dai riflettori dei media, è tanta e di buona qualità.

Io vorrei che, leggendo gli articoli di questa serie, non ci si dimenticasse mai che essi non vogliono essere un centone di tutte le scoperte archeologiche, ma che sono inseriti sul filo di una precisa battaglia culturale e politica: rivendicare le nostre origini europee, la grandezza e l’antichità della nostra civiltà, respingere le suggestioni (abbiamo visto innumerevoli volte, quanto poco basate sui fatti) dell’origine africana della nostra specie e dell’origine mediorientale della civiltà, significa in primo luogo contrastare un clima culturale che si vuole creare (che il potere vuole creare) per favorire la sostituzione etnica.

Penso che lo si sia visto bene nella centoquindicesima parte, per caso concentrata sulle tematiche iperboree, e anche la volta scorsa in cui vi ho parlato del libro (spagnolo, ma vi cito il titolo tradotto in italiano) I vichinghi dell’Età del Bronzo di Jesùs Sebastiàn-Lorente.

Bene, ora a darci man forte da questo punto di vista, torna anche dopo un periodo di assenza dalle pagine di “Ereticamente” (ma queste prolungate pause non sono dovute altro che all’estrema meticolosità con cui prepara i suoi lavori), il nostro amico Michele Ruzzai che, ricordiamolo, è oggi uno dei più qualificati interpreti della tematica delle origini alla luce del pensiero tradizionale, i cui lavori sono stati pubblicati anche all’estero (in particolare in Spagna).

Il nuovo lavoro di Michele, Strade del nord, è destinato ad apparire sulle pagine di “Ereticamente” come una serie di articoli (una rubrica, potremmo dire). Al momento in cui sto scrivendo questo articolo, siamo nel mese di marzo, ma il mio ruolino di marcia mi avverte implacabile che esso non potrà comparire sulle pagine di “Ereticamente” prima di giugno, perciò è verosimile che per allora di esso abbiate avuto ampia contezza.

 Tuttavia Strade del nord è un testo che Michele mi ha fatto la gentilezza di poter visionare in anteprima nella sua interezza, e mi sembra che potrebbe ben essere pubblicato come libro a sé stante, si tratta infatti di un lavoro organico e corposo.

Va da sé che esso sostiene la tesi dell’origine nordica, ispirandosi al riguardo al pensiero degli autori tradizionali, in particolar modo di Herman Wirth (ricordo anche che Michele si è da poco cimentato della traduzione integrale del monumentale testo di Wirth Die Aufgang der Menschheit – L’alba dell’umanità, e sta cercando per essa un editore).

E, cosa che mi ha fatto particolarmente piacere, inizia l’introduzione di questo testo citando me, i miei articoli apparsi su “Ereticamente” e i miei libri Alla ricerca delle origini e Ma davvero veniamo dall’Africa?

Una battaglia che prosegue contro il “Cancel Culture”, perché, sia ben chiaro, noi, la nostra cultura non permetteremo in alcun modo di lasciarcela cancellare.

NOTA: Nell’illustrazione, cavalli. Secondo Martin Trautman dell’Università di Helsinki, la domesticazione del cavallo e la cavalleria sono state cruciali per la diffusione degli Indoeuropei in ogni angolo del nostro continente.

 

 

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