16 Aprile 2024
Preistoria

L’emersione del pensiero simbolico – Rita Remagnino

Tutte le narrazioni tradizionali parlano dell’esistenza di «due radici» alla base dell’unica pianta-mondo esistita all’alba dei tempi. Sul piano spirituale i racconti potrebbero alludere allo smembramento dell’uomo assoluto dei primordi (l’Uno) divenuto uomo esteriore (Due), cioè un’entità statica, stanziale, poco adatta alle azioni clamorose ma pur tuttavia dotata di pragmatismo e rigore in quanto dipendente dalla natura cosmica dell’Uno. Tutto è indiscutibilmente Uno, recita l’Advaita Vedanta, la Via della Non-dualità.
Sotto l’aspetto storico-antropologico l’immagine delle «due radici» ricorda invece il basamento della pianta-mondo esistita all’inizio del Ciclo presente: il primo filamento si formò in concomitanza con la diffusione in Eurasia del particolare marcatore genetico (M170) di cui erano portatori i gruppi in uscita dalla fascia siberiana e nordasiatica; il secondo, più robusto e significativo, scese dall’area nordatlantica durante il Gravettiano (da 29.000 a 20.000 anni fa). L’incontro delle due radici ne generò una terza: l’«uomo di Cro-Magnon».
La sua comparsa provocò una vera e propria rivoluzione; persino sul piano geopolitico la genesi cromagnoide apparve fin da subito un ribaltamento di stato, essendo il risultato dell’inatteso sposalizio del «mare» con la «terra». In controtendenza la talassocrazia si univa alla tellurocrazia, evidenziando la realtà di un pianeta un po’ più piccolo e accessibile. Finiva il Krita Yuga, l’Età della Correttezza (o dell’Uno), iniziava il Treta Yuga, o Età dell’Argento (dal 36.850 al 17.410, a.C. circa), meglio conosciuta come Età della Madre (o del Due).
Mentre le gesta straordinarie degli «dèi creatori» venivano consacrate alla memoria collettiva, l’umanità voltava pagina mettendosi nelle mani di «semi-dèi fabbricatori». Considerato l’antesignano dell’Uomo Europeo moderno per via del fatto che il primo esemplare fossile di questo antenato fu ritrovato nella località francese di “Abri de Cro-Magnon” (1868), a cui deve il nome, il Gigante cromagnoide è invece il precursore del «tipo eurasiatico», provenendo dai vari ceppi presenti in Eurasia durante la fase interpleniglaciale posta tra i due massimi wurmiani del Gravettiano.
Resti di questo tipo umano sono stati trovati in Dordogna e in Liguria, nelle grotte dei Balzi Rossi, dov’erano sotterrate una ventina di sepolture umane insieme a utensili in pietra, oggetti di uso comune, le formose Veneri dei Balzi Rossi, alcuni ornamenti in avorio di mammut e un’incisione rupestre raffigurante un cavallo [immagine 1].
La cosiddetta «donna di Caviglione», divenuta celebre per l’elegante copricapo fatto di conchiglie e denti di cervo (simile a quello della Venere di Willendorf), era alta ben 190 centimetri e probabilmente non rappresentava un caso isolato. Altrimenti non si spiegherebbe l’uniformità dei racconti di fondazione che dalla Grecia alla Polinesia, dall’Egitto al Messico, fino alla Scandinavia, narrano di «Uomini iniziati dai Giganti», ovvero di tribù civilizzate da esseri dalla statura imponente i cui resti mummificati riposerebbero tuttora in vari punti del sottosuolo terrestre.

Alla ricerca dell’armonia perduta

La comparsa del gigante cromagnoide, attorno ai 30-28.000 anni fa, avrebbe innescato la cosiddetta «deriva genetica del Gravettiano», che ebbe forti ripercussioni nella sfera del sacro (AA.VV., Paleoantropologia e Preistoria. Origini, Paleolitico, Mesolitico). Rispetto all’autorevole Sapiens proveniente dall’area sub-artica, ancora spiritualmente pregno della matrice uranica boreale, il Cro-magnon apparve fin da subito un uomo «caduto», in un certo senso più affine alle popolazioni telluriche neanderthaliane con le quali condivideva la passione per l’arte e la musica.
Tuttora il «flauto di Divje Babe», uno strumento ricavato dal femore di un orso delle caverne e ritrovato in uno dei siti archeologici più antichi della Slovenia, non trova una collocazione precisa perché qualche studioso ne sottolinea la fattura neanderthaliana e altri i caratteri cromagnoidi. D’altra parte le date sono puramente indicative e il loro calcolo non può prescindere dal margine di errore, si sa che qualsiasi generalizzazione fatta attraverso i numeri viene definita via via che i nuovi reperti rispuntano dal terreno.

Ciò non cambia la sostanza di fatti, ovvero sia il racconto di un tempo rivoluzionario. Mentre la «Luce del Nord» incarnata dagli «dèi» scesi dall’area boreale (Sapiens) diventava un lumicino da venerare nel tabernacolo della memoria, i soggetti generati dal bizzarro matrimonio del fluido con il solido costruivano nuovi ponti tra il Mondo e la Terra per mezzo dell’Arte. “Mondo e Terra sono essenzialmente diversi l’un dall’altro e tuttavia mai separati”, ha scritto Heidegger. “Il Mondo si fonda sulla terra e la Terra sorge attraverso il Mondo. Ma la relazione fra Mondo e Terra non si esaurisce affatto nella vuota nudità contrappositoria di elementi differenti […]. Il contrapporsi di Mondo e Terra è una lotta […]. Nella lotta autentica, i lottanti – l’un l’altro – si elevano all’autoaffermazione della propria essenza” (da L’origine dell’opera d’arte, in Sentieri interrotti p. 34).
Non sfuggono le analogie tra la citazione e un celebre frammento eracliteo (il B 23) che invita a non intendere il polemos (il «padre di tutte le cose») alla stregua di un mero scontro bensì a ricondurlo sempre alla sua forma originaria, quella di «relazione». Mondo e Terra, ad esempio, non sono mai stati enti contrapposti ma collegati e corrispondenti grazie all’atto artistico che unisce, combina, mischia, include e lega.
Fin dal paleolitico l’Arte ha annodato la «mondanità» alla «terrestrità» (aspetti compresi nel Due), offrendo all’artista cromagnoide la possibilità di apparire agli occhi altrui «un di più»: più abile e ingegnoso, più alto e robusto, con un cervello più grande, la faccia più larga, la pelle più abbronzata, le arcate sopracciliari più prominenti e la dentatura più sporgente [immagine 2].
Al di là delle leggende il «gigantismo» di cui parlano tutti i racconti tradizionali stava probabilmente ad indicare la supremazia intellettuale del nuovo soggetto rispetto alla media del periodo. Le temperature miti (particolarmente alte in Europa) favorivano l’alta mobilità dei gruppi umani, gli incontri interetnici erano frequenti e non si contavano le esperienze comuni lungo il cammino che portava verso luoghi migliori dove praticare le colture, l’allevamento, la caccia e la pesca.

Esseri precedenti e successivi

Nelle fasi di «benessere» collettivo è normale che l’uomo-mai-contento si metta in viaggio con la speranza di trovare risposte più esaustive al proprio esistere. Come dice il saggio: finché hai la pancia vuota non ti poni altro problema che quello della pancia vuota, ma una volta soddisfatti i bisogni primari avanzano a frotte le domande sul destino dell’uomo, moltiplicando a dismisura le ipotesi sulla sua esistenza.
Il caso del Cro-magnon non fece eccezione: se all’inizio dell’avventura ogni cosa gli era sembrata promettente, poi erano sopraggiunti altri problemi. Finché il segmento di contiguità con il Centro primario era stato breve (non solo in termini chilometrici ma anche filosofici), inferiori erano apparse le probabilità di perdere la propria intrinseca centralità; quando però la lontananza dall’Origine divenne siderale, la dispersione del proprio essere autentico fu inevitabile (Heidegger).
Il Gigante cromagnoide cercò di colmare il vuoto con l’uso dell’Arte e della Tecnica tramite le quali rimodulò lo spazio, che determinò il tipo di società, decidendo infine la cultura. In segno di riconoscenza e gratitudine i gruppi umani da lui emancipati cantarono per millenni le sue epiche gesta, ma venne il momento in cui i surrogati non furono più sufficienti.
Gran parte dei miti di fondazione sottolinea il punto cruciale, e, tra i più significativi, vale la pena di segnalare quello degli aborigeni australiani. All’inizio del mondo, vi si narra, la Terra era priva di forme (materialità) e abitata da esseri altamente spirituali, né umani né animali ma con gli attributi dì entrambi, forse androgeni, che ad un certo punto si «addormentarono». Nulla cresceva né si muoveva. Tutto taceva. Gli animali, gli uccelli e i rettili giacevano in letargo sotto la crosta terrestre, cioè nel sottosuolo (a causa dei tre episodi di temporaneo raffreddamento, detti Dryas?).
Finché la voce del Serpente Arcobaleno si levò forte e chiara, destando le rane nascoste nelle tane. “Uscite fuori!”, la vita deve ricominciare. Dando il buon esempio lui per primo mise dunque in pratica ciò che aveva veduto nel «Tempo del Sogno»: creò (istruì) esseri di minori pretese e con loro modellò i costumi, i riti, i miti, le leggi, le lingue, i nomi, i canti e i racconti; camminò in varie direzioni (viaggiò); spostò le pietre che gli ostacolavano la via (costruì); diede dignità (un nome) al territorio, a piante, animali, esseri umani; ed infine, la vita risorse.
Evidentemente gli australiani (Denisova) e gli eurasiatici (Sapiens) incontrandosi non si scambiarono soltanto i geni ma condivisero anche i ricordi. Le analogie tra il Serpente Arcobaleno e il Serpente Antico sono troppe per essere casuali! Tralasciando per ora qualsiasi ipotesi sull’identikit dell’essere semi-integrale chiamato «serpente», gigantesco nel corpo e nello spirito, ci limitiamo a seguirne le tracce fino al Nordamerica, dove prima dell’olocausto che tolse di mezzo le tribù dei Nativi per fare spazio a strade e ferrovie l’attività onirica era molto praticata, per non dire prevalente.
Guénon individua nella figura del Serpente uno dei simboli più noti del livello animico, o intermedio, succeduto a quello puramente spirituale. In Eurasia l’embrione di questo indimenticabile Maestro dell’Umanità risalirebbe alla fine del Secondo Grande Anno (circa 40mila anni fa), cioè dopo lo sdoppiamento dell’Androgine, ma si sarebbe manifestata pienamente nel Gravettiano (circa 29-20.000 anni fa). Dalla scuola dell’ibrido mezzosangue appartenuto sia alla sfera ctonia che a quella solare, bifido portatore di caratteristiche contemporaneamente essenziali (spirituali) e sostanziali (tecniche), sarebbe uscita la schiera dei «professionisti del sacro» (gli sciamani) destinata ad operare nelle epoche successive sul duplice piano dei sacrifici cultuali e del bene comune.

La Terza Via

Maturò probabilmente nel cuore dello sciamanesimo paleolitico l’idea del sogno iniziatico come dimora degli archetipi dell’umana esistenza. Nonostante l’Origine fosse ormai lontana tutti (o quasi tutti) i modelli ad essa legati potevano essere recuperati attraverso l’esperienza onirica coadiuvata da sacrifici, isolamento, digiuno, ritiri nel buio delle caverne, ascesi e paura. Tanta paura; ma la liberazione da se stessi era mai stata facile?
Dopo essersi meritato il titolo di «artista» il Gigante cromagnoide divenne così il primo homo religiosus della Storia del Ciclo presente. In un mondo continuamente trascinato verso l’esterno da agenti in costante trasformazione la sua Azione si confermò antica e giovane al tempo stesso. Integra, anche se di fatto non lo era più. Basata sul «divenire» fattosi cifra dell’umano «saper fare», il quale era in larga misura interrelazione e riconciliazione con quella Natura Matrigna che tante sofferenze aveva inflitto alle generazioni precedenti durante le fasi più crude del periodo glaciale.

Era elettrizzante vedere come le azioni umane potessero fare in modo che la boscaglia verdeggiasse di nuovo, le rondini ritornassero in primavera, i semi maturassero. All’occorrenza esse potevano persino scongiurare il rischio che la ruota cosmica frenasse, s’inceppasse, o magari si rompesse del tutto. Incredibilmente il gesto e la parola erano capaci di tirare fuori l’essere umano da situazioni percepite come sbilanciate, ardue da vivere e ancor più da governare.
Ciò significava che oltre all’assoluto primordiale dell’Uno e alla scissione originaria del Due c’era una Terza Via, quella del Tre. Un numero chiaramente lunare (luna piena, calante e crescente) che legava la propria natura ciclica alla femminilità.
Sulla strada del Tre il Cro-magnon iniziò così ad operare attraverso il cultus, inizialmente circoscritto al fattore spazio, cioè alle «coltivazioni» agricole [da colĕre] che di fatto erano un «agire perenne», continuo, dinamico e costante. Da qui egli passò al rito, poi alla vera e propria religione [dal lat. religio -onis, affine a religare, «legare»], una pratica che pur essendo inconfondibilmente umana prospettava un mondo trascendente oltre i limiti del visibile.
Toccava all’Esperienza mettere in relazione la vita materiale→sociale→spirituale (ora et labora) e perciò ogni popolo interpretò la nuova scoperta a modo suo, sedimentando una miriade di impronte originali in ambito culturale, le quali aprirono ufficialmente le porte alla metafisica del Tre.
Si può dire che gran parte dei culti religiosi maturati nelle epoche successive sia cresciuta dai semi gettati dal Cro-magnon, il quale a furia di produrre realtà parallele finì per diventare un «essere simbolico». Chiaramente il Simbolo esigeva il possesso di una buona dose d’immaginazione insieme a un’apertura mentale alla poesia delle cose, ma il Gigante cromagnoide era un artista nato al quale non mancavano certo le capacità di redigere nuove mappe di senso basate su ispirazioni, emozioni, desideri, amore, affinità, attrazione. Avanti di questo passo, furono gettate le basi della «civiltà».

Il Principio e l’Azione

Può darsi che l’essere umano possa vivere anche senza religione, tutto sta alla sua capacità di dimostrarlo. Oppure, come sosteneva Dostoevskij, l’uomo sceglie di credere ciecamente nel Salvatore incarnazione di dio perché in lui trova tutte le risposte di cui necessita il suo cuore, perciò lo ama al punto da volerlo seguire a prescindere dal fatto che egli incarni o meno la verità.
Il dilemma si formò migliaia di anni fa lungo la Terza Via, riuscendo a superare la barriera del tempo grazie al messaggio d’amore. La stessa Creazione (da intendersi come tappa iniziale della civilizzazione) non sarebbe mai partita senza amore, né il Maestro cromagnoide avrebbe potuto accelerare l’evoluzione della specie se si fosse occupato esclusivamente degli affari suoi. Invece (ri)creò la civiltà con il Verbo, conservò ciò che c’era per mezzo del Verbo, e sempre attraverso il Verbo salvò il mondo umano dall’estinzione.
Supportata nell’esistenza reale da progressi visibili e tangibili la Parola d’Amore squarciò così la Preistoria, mettendo a nudo tutta la complessità della relazione tra il Principio (gli dèi) e l’Azione (gli uomini). Inizialmente l’Azione dipese dal Principio, a cui tutta la realtà si richiamava e rapportava; in seguito però essa riuscì a «penetrare» nel Principio stesso, perfezionò se stessa e assunse un’identità propria come un qualsiasi altro effetto creativo.
A quel punto l’Azione si fece cardine, non avendo altra scelta. Come poteva esserci un dio, senza l’uomo che pregava e portava a termine il rito? Se il Salvato non si fosse reso complice, quale fine avrebbe fatto il progetto del Salvatore? Il susseguirsi delle azioni rese ancora più intricata la matassa dei rapporti che legavano l’uomo a se stesso, l’Uno all’Altro ed entrambi alla divinità.
Finché il Principio e l’Azione divennero «sostanza» materiale formando il tessuto sociale che permise all’umanità preistorica di (ri)organizzare il vivere civile, la vita culturale e spirituale. Invece la sua assenza impedisce all’uomo del XXI secolo qualsiasi tipo di evoluzione; e siccome non c’è il due senza il tre riproponiamo alcune parole di Heidegger, il quale in un’intervista del 1976 disse: “Ormai solo un dio può salvarci”. Tradotto: urge un nuovo atto di amore, ci vogliono un Salvatore e un Salvato, e magari una religione.
Già, ma dove lo trova un dio il Demens che non ha più fede in se stesso e negli altri, nelle sue capacità e nel proprio spirito? Possiede ancora il Dna (il Principio), il quale nel corso del tempo ha permesso alla subcoscienza di assimilare cose incredibili. Senza alcun merito egli è un «essere simbolico» la cui attività onirica non ha mai smesso di elaborare le conquiste e i fallimenti dei Giganti civilizzatori, degli dèi e delle dee della Natura, dei titanici eroi della mitologia norrena, dei djinn e dei Cabiri dell’Asia Minore, degli Splendenti della narrazione iranica, dei demoni sumeri ed egiziani, dei Grandi Spiriti delle praterie americane.
Non è un caso che ultimamente Stati-civiltà quali ad esempio la Cina (confucianesimo essoterico e taoismo esoterico) e la Russia (cristianesimo ortodosso) stiano facendo un passo indietro, riposizionandosi a «prima» della modernità. Staremo a vedere se la retromarcia permetterà loro di compilare nuove mappe di senso, o se lo sforzo si rivelerà tardivo, e quindi inutile. Per il momento l’Azione capace di aprire la Quarta Via è ancora uno schizzo a matita in cerca di una reale ispirazione, nel frattempo è tuttavia possibile ripulire il foglio bianco dalle macchie che lo imbrattano, decidendo così di «agire». Il resto verrà di conseguenza.

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (ed. Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (ed. Audax Editrice). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

4 Comments

  • Adriano Tango 29 Febbraio 2024

    Mirabile

  • Rita Remagnino 29 Febbraio 2024

    Forse un po’ troppo generoso Adriano, ma grazie.
    Un abbraccio.

  • Roberto Gallo 5 Marzo 2024

    Eccezionale. Rigore scientifico e linguaggio “altro”. Spazi evoliani

  • Rita Remagnino 6 Marzo 2024

    Grazie Roberto Gallo, il “linguaggio altro” è proprio ciò che sto tentando di affinare. Credo che sia arrivato il momento di dire le stesse cose che si sono dette negli ultimi decenni in un’altra maniera, per condividere i messaggi e farli crescere. Un caro saluto.

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