19 Giugno 2024
Preistoria

La vita è dura, ma è vita – Rita Remagnino

Le fonti tradizionali pongono le prime migrazioni Nord→Sud al termine della fase androginica, incorporea e indifferenziata, cioè durante il Primo Grande Anno del nostro Manvantara (da 65.000 a 52.000 anni fa). Un flusso migratorio più poderoso e significativo si sarebbe manifestato nel corso del Secondo Grande Anno (da 52.000 a 39.000 anni fa), quando sul fronte orientale si aprirono ai passaggi le vie fluviali mentre su quello occidentale prevalse la navigazione marina, favorita dal livello degli oceani più basso di almeno un centinaio di metri rispetto ad oggi.
Dolce o salata che fosse, insomma, l’acqua fu l’ombra del Sapiens in cerca di nuovi mondi. Chiaramente non si poteva navigare senza conoscere la «lingua delle stelle», mutevole e fluida come tutti gli idiomi, perciò potrebbe risalire alle traversate di questo periodo l’interesse verso il fenomeno della «precessione degli equinozi», la cui simbologia arcaica porta direttamente alla tartaruga Kurma, scelta dalla narrazione vedica per descrivere la trasformazione «materiale» del Sapiens in uscita dalle sedi secondarie (N. D’Anna, René Guénon e le forme della Tradizione, 1989).
Questa è la sua storia: impegnati nell’impresa comune di ottenere l’amṛta, il nettare dell’immortalità (o di conservare il sapere dell’Era precedente?), le due stirpi «divine» di Deva e Asura unirono le reciproche forze al fine di rimescolare l’Oceano di Latte (kṣīroda). Curiosamente anche nell’iconografia egiziana si vedono Horus (il falco) e Seth (lo sciacallo) intenti a rimestare con la paletta qualcosa in una zangola, ma non allarghiamoci troppo.

Stremati dall’enorme sforzo Deva e Asura si accorsero ad un certo punto che per miscelare la liquida immensità non bastava un semplice attrezzo da lavoro. Al posto del mestolo utilizzarono allora il monte Mandara; ma siccome l’impegno continuava ad essere eccessivo e i risultati scarsi, decisero di chiedere aiuto alla forza motrice del serpente cosmico Vāsuki, sovrano dei Nāga, il quale si prestò a fare da tirante mentre la montagna-mondo fungeva da paletta.
Purtroppo il concorso di forze non produsse i risultati sperati. L’intralcio venne individuato nella mancanza di una base sicura dove appoggiare il mestolo-monte tra una rimescolata e l’altra (o nello scarso senso pratico del Sapiens, ancora troppo spirituale?), motivo per cui Deva e Asura cominciarono a guardarsi attorno in cerca d’ispirazione. Vedendoli in difficoltà Vishnu ebbe pietà di loro, assunse le sembianze di un’enorme tartaruga (femmina) alla quale diede il nome di «Kurma», dopo di che, presentandosi agli dèi in forma animale, li invitò a posare la zangola sulla sua corazza. Quando la miscela fu ultimata sul carapace della Tartaruga salirono quattro elefanti, in modo che i livelli del Nuovo Mondo potessero essere ordinatamente organizzati e impilati, quindi l’opera andò a buon fine [immagine 1].
Un applauso alla creatività dei rishi vedici? Non esattamente; l’operazione sarebbe fallita se il Cielo nel frattempo non avesse fatto la propria parte compiendo un «giro» intero, se ne deduce pertanto che la tribolata «frullatura» altro non era che una rappresentazione allegorica della Precessione degli Equinozi (G. De Santillana, Sirio, 2020).

 

Yin e yang

Il racconto contenuto nell’Amṛtamanthana non specifica su chi/cosa si reggesse la paziente Tartaruga, ma ai fini della narrazione simbolica il dato è irrilevante. Importa invece la risolutezza con cui Vishnu-Kurma introdusse nella società e mise in primo piano il «femminile» in Natura, avviando la fattiva Era della Concretezza tanto utile nell’immediato ma colpevole di avere rinchiuso l’essere umano nel perimetro della Manifestazione.
Pian piano l’uomo sessualmente definito come maschio si sbilanciò, ovvero divenne sempre meno «umano», mentre la femmina dimostrò un’elasticità maggiore. Inserita in questo contesto la comparsa di Kurma può dunque essere assimilata al cambio di passo sfociato nella lunga epopea governata dalla Dea Madre. Ha circa 35.000 anni di età (quindi è precedente alla Venere di Willendorf, datata attorno ai 28.000-25.000 anni fa) la piccola scultura femminile in avorio di mammuth ritrovata in una grotta del Giura svevo, nella Germania sud-occidentale. Tra le antichità sono comunque numerose le donnine preistoriche fatte di calcare, avorio al serpentino, osso, terracotta, corno, argilla e gaietto. Probabilmente c’era l’uso di portarle come portafortuna appese al collo, di metterle in un tascapane da viaggio, d’infilarle in un sacco con gli arnesi da caccia.
Sul ripetersi delle abitudini umane si potrebbe discutere a lungo, ma ai fini della nostra ricostruzione storica è più importante sistemare nel quadro temporale il passaggio dall’Uno al Due, che potrebbe fermarsi nell’ultima parte del Secondo Grande Anno dell’attuale Manvantara. Portati dalla Tartaruga arrivarono dunque i semi del pernicioso pensiero duale che di lì a qualche millennio avrebbe causato la nascita del dramma ecologico che tuttora tormenta il Demens, prigioniero di una struttura incompatibile con il Sistema Terrestre.
D’altra parte l’Uomo Assoluto dei primordi (l’Uno) non poteva durare per sempre, era nelle cose che il de-potenziamento della specie avrebbe de-spiritualizzato il Sapiens delle Origini, trasformandolo in un «uomo psichico» (il Due). Il tutto con la complicità di circostanze esterne spaventose e terrificanti. I carotaggi dei ghiacci artici evidenziano peggioramenti climatici avvenuti nell’arco di soli 3-5 anni; se i giovani Demens studiassero la Storia, le eco-ansie sparirebbero in un baleno.
Purtroppo il «dramma dell’essere» iniziato sotto il segno di Kurma disperse anche gran parte del sapere primordiale, cosicché partendo dal poco rimasto ogni popolo dovette ingegnarsi per creare una dimensione autonoma all’interno del proprio ambito territoriale. I Cinesi, ad esempio, concentrarono parte delle leggi naturali regolanti l’Universo insieme ai meccanismi volti a ri-stabilire il contatto Uomo-Cosmo nell’«arte dei pronostici» (shushu).
Ovviamente le divinazioni avvenivano per mezzo di ciò che aveva consentito la costruzione del Nuovo Mondo: i gusci di Tartaruga. Maturarono nello stesso contesto riflessioni profonde quali il concetto di yin e yang, quello relativo alle Cinque Fasi di cui facevano parte le rilevazioni astronomiche con il cosmografo (shi), i calcoli calendariali e matematici (shu).
Potrebbero essere figli della stessa madre persino i primi ideogrammi. In modo assai significativo nella letteratura cinese la parola jiaguwen risulta infatti composta da tre caratteri: jia, che significa carapace, gu che significa osso, e wen che vuol dire scrittura, carattere. Parlando di jiaguwen gli antichi Cinesi si riferivano dunque ai gusci di tartaruga portatori di caratteri arcani provenienti da un passato talmente remoto da far girare la testa solo a pensarci.
Afflitto da amnesia senile il Demens ignora le sue vite precedenti, non sa nulla di queste cose né si cura del passato, pensando che la Storia delle Origini riguardi persone defunte. Quando invece le sole cose morte che lo circondano sono le IA prive di una dimensione umana e perciò totalmente sprovviste di intenzionalità, di stupore e meraviglia, di quell’unica e originale capacità di «vivere» che non sarà mai capacità di «funzionare».

 

Il Mondo Materiale

Depotenziato ma ancora umano il Sapiens innalzò le sue speculazioni fino al cielo, dove, nell’emisfero boreale (in memoria della Patria perduta?), mise la forma animale che gli aveva permesso il cambio di passo. Attualmente la Costellazione del Cancro è un granchio provvisto di chele e guscio più una grossa macchia nebbiosa situata al suo centro, ma il carapace ricamato sulla trapunta celeste appartenne in origine alla regina della robustezza e della sopportazione.
Già i Sumeri chiamavano questo disegno stellare AL.LUL, cioè «il granchio», in debito tuttavia con gli dèi-civilizzatori che avevano «camminato» con loro all’inizio dei tempi non osarono modificarne l’aspetto, lasciando intatta la forma della Tartaruga [immagine 2]. Un tracciato tramandato peraltro da diverse culture: per esempio i Maya identificavano con Orione la testa della Tartaruga mentre gli Hurriti, una delle più influenti stirpi indoeuropee, credevano che dal guscio di questo animale fossero nate le montagne e dalle sue lacrime fossero sgorgati il Tigri e l’Eufrate.
In breve: il Mondo Materiale nacque da Kurma; ma perché? Per quale motivo il Sapiens affidò proprio alla Tartaruga il compito di rappresentare il processo di materializzazione e solidificazione dello Spirito? In tempi preistorici non c’erano forme animali altrettanto «toste» che suggerissero riflessioni e concetti sulle difficoltà della vita? Probabilmente, sì; non va tuttavia dimenticato lo stretto rapporto dei nostri predecessori con l’ambiente circostante, e si dà il caso che fin dal Cretaceo nelle acque fredde del Nord nuotassero le più grandi tartarughe marine conosciute al mondo, quelle appartenute all’antica specie estinta Archelon.

I fossili del carapace testimoniano che alcuni esemplari potevano raggiungere le dimensioni di 4,6 metri di lunghezza e pesare fino a 3,2 tonnellate. Genericamente assegnate alla fauna marina del Nordamerica queste gigantesse del mare popolavano anche le coste dell’Eurasia, come testimonia il recente ritrovamento in Spagna di un esemplare con una lunghezza del corpo di circa 3,74 metri. Ne consegue che la diffusione preistorica delle tartarughe marine riguardò buona parte dell’emisfero settentrionale.
Era pressoché scontato che divorato dal fuoco dell’ineluttabilità il Sapiens ormai lontano dall’unità originaria ritenesse queste creature adatte a «sorreggere» il Nuovo Mondo, proiettando sul loro carapace il proprio bisogno di materialità e concretezza. Chi altri poteva offrire del resto un doppio servizio, cioè porgere allo sguardo smarrito dell’umanità una corazza dura come la vita e indecifrabile come il destino?
Bisogna trovarcisi nei tempi difficili per capire cosa si prova, e l’avventura del Sapiens si svolse all’insegna della fatica. Toccava sempre a lui adattarsi all’ambiente e assumere le usanze degli autoctoni, cioè «snaturalizzarsi». D’altronde il progressismo regressivo che regola il cammino della specie Homo funziona così: prima si rinuncia alle proprie tradizioni, poi si rinnegano le proprie origini ed infine si perde tutto, compresa l’aura magica concessa dall’effetto sorpresa all’inizio del percorso. Almeno in questo il Sapiens non è diverso dal Demens, al quale sono bastati tre secoli di colonialismo selvaggio per ricevere il benservito dai popoli dell’ex-Terzo Mondo che si era illuso di dominare, e dai quali oggi dipende.

 

Nomadismo e identità

Alla dispersione del sapere originario si aggiunse il problema delle ibridazioni. Il ricercatore Gaston Georgel pone la nascita della prima «razza corporeizzata» dell’uomo (materializzata e solidificata, con una netta prevalenza dell’aspetto femminino) in corrispondenza con la Razza Gialla dislocata sulle coste nord-pacifiche in posizione semi-polare (G. Georgel, Rythmes dans l’Histoire,1937).
Come tutte le teorie anche questa è opinabile; più di una perplessità suscita l’età relativamente giovane delle caratteristiche morfologiche orientali, sebbene non vi siano certezze neppure sui caratteri somatici del Sapiens di seconda, terza ed enne generazione. Che aspetto aveva il progenitore artico reduce da una permanenza millenaria nella fascia sub-polare? Quello creato dalle simulazioni prodotte dagli algoritmi che hanno l’uomo attuale come punto di riferimento e termine di paragone? Ne siamo sicuri? Vale la pena di ricordare che attraverso gli stessi paradigmi abbiamo attribuito due occhi, un naso, una bocca, braccia e gambe persino agli alieni …
Se tuttavia sull’ipotesi della Razza Gialla come prima razza «corporeizzata» qualche dubbio permane, sembra ormai certo che la Cina fu una delle prime tappe del Sapiens siberiano in uscita dall’area sub-artica. E’ cinese anche il racconto di un’antichissima epoca di grandi meticciamenti in cui scarseggiavano le Tartarughe maschio (o erano inadeguate quelle che c’erano?), motivo per cui la Tartaruga femmina si accoppiò al Serpente sceso dal Nord (al Sapiens?) e diede alla luce una serie di creature fuori del comune di cui si popolò la Terra.
Detto altrimenti: uomini longevi e spiritualmente provati dalle avversità trovarono nuove patrie oltre la cortina di ghiaccio, dove «festeggiarono» con femmine robuste e resistenti la fine di un peggio climatico mai visto prima. Sull’anello degli accadimenti la nascita era finalmente uscita dalla morte e cominciava a vedersi nell’esplosione della vita.
Tutto è bene quel che finisce bene? Mah … la realtà è più dura di quella immaginata da Shakespeare (ispirato dal Boccaccio). Nella maggior parte dei meticciamenti l’altalena di potenza (biologica) e prepotenza (morale) prende velocità strada facendo, la commedia diventa tragedia e il seggiolino si sfracella, come ben sa il Demens alle prese con i mille problemi creati dalle seconde e terze generazioni della sua «società allargata».
Alla luce di ciò gli Antichi non videro mai di buon occhio le unioni miste; la stessa trasgressione del Serpente e della Tartaruga inclusa nel racconto cinese fu punita con l’esilio di entrambi, una condanna che impressionò a tal punto le comunità primitive dell’allora Paese del Dragone da rendere la parola «tartaruga» un tabù per un lungo periodo.
C’erano alternative? E’ facile parlare di equilibrio finché si sta fermi, una volta in movimento però una gamba tira l’altra, subentra la fretta di arrivare e spesso si sbaglia direzione. Accadde la stessa cosa al Sapiens, il quale disperse nel mondo buona parte della cultura e della tecnica che costituivano l’eredità ultima della sua civiltà, ma, in compenso, acquisì la «nuova materialità» che serviva allo spostamento di interi popoli e garantì la sopravvivenza della specie.
Parola-chiave: sopravvivenza. Pressato dalla dittatura algoritmica il Demens tende a darla per scontata, quando non vagheggia addirittura un mondo ripulito dalla fastidiosa presenza dei propri simili. Meno male che menti ancora intrise di ragionamenti filosofici quali l’antropocentrismo (nato 3000 anni fa) e il materialismo economico (nato 300 anni fa) sono incapaci di portare a termine i grandi progetti. Né tapperanno i buchi le IA, perfette per stringere i controlli e svolgere lavori meccanici, concludendo poco altro di più.
Oggettivamente il periodo non è dei migliori, ma ce ne sono stati di ben peggiori. E’ dunque lecito prevedere che neanche stavolta l’Uomo perderà il vizio di ragionare, non desidererà «sopravvivere» alla morte fisica in forma di avatar dentro un computer, non ambirà a reincarnarsi in un robot grazie al mind uploading. Fatta eccezione per quattro sparuti amanti della metempsicosi artificiale, la maggioranza seguirà come sempre l’istinto, ovvero la vocina sussurrante nel profondo che “dio, l’uomo, il mondo e la società costituiscono una comunità d’essere primordiale” (Eric Voegelin) a prescindere dal saliscendi dell’evoluzione/involuzione, che fa parte del gioco.

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (ed. Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (ed. Audax Editrice). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

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