19 Giugno 2024
Attualità Breviario Ribelle

Guerra delle armi, guerra delle coscienze – Roberto Pecchioli

Un vecchio amico di destra, persona solitamente mite, a proposito degli eventi in Palestina  ha detto, livido di rabbia e con uno sguardo che non gli conoscevo: spero che gli israeliani distruggano per sempre quella gentaglia. Toni a parte (non sempre…) è il concetto espresso da tutti i partiti, dal giornalismo “unificato” e dalla comunicazione politica d’Occidente. A ranghi invertiti, concetti uguali e contrari si possono ascoltare da sostenitori della causa araba.

Si è impadronito di noi l’odio, armato di una violenza verbale, di un accanimento, di un’incapacità di valutare le ragioni altrui che lascia sbalorditi. Bianco o nero, nessuna sfumatura è ammessa. Il nemico è qualcuno con cui occorre farla finita in ogni modo, anche con lo sterminio. La caduta morale delle nostre coscienze sgomenta, sulla scia dell’orribile esempio delle élite neo liberali. In evidente difficoltà sul terreno del potere mondiale, sono divenute assertive, rancorose, brutali. Vittoriose contro i nemici – il fascismo prima, il comunismo poi – si sono disfatte della residua morale “borghese”, con le sue ipocrisie ma anche con un certo stile, rigore e senso del limite, per finire nel gorgo di un nichilismo che ha smarrito ogni ancoraggio etico. La guerra delle armi si trasferisce sul terreno delle coscienze, avvelenandole. In più perde il senso della realtà.

Chi scrive ebbe modo di ascoltare dalla voce dei genitori il racconto del 10 giugno 1940, il giorno dell’entrata in guerra dell’Italia. La mamma, adolescente allieva di sartoria, dopo aver udito il discorso di Mussolini, sperimentò in poche ore la cruda realtà bellica. Genova venne bombardata dall’aviazione francese la stessa sera. Fu l’inizio di anni di corse a perdifiato nei rifugi al suono delle sirene, il frastuono delle bombe, la paura, la distruzione, l’odore del sangue, il terrore di non ritrovare la propria casa e di riconoscere tra le macerie amici, parenti, conoscenti.  Il babbo era alpino a Mondovì e venne mobilitato il giorno  stesso. Raggiunse il vicino fronte e cominciò a sparare contro soldati di cui riconosceva la familiare parlata delle vallate alpine. Vide morire i primi commilitoni, anticipo della drammatica campagna di Russia a cui partecipò. Freddo, fame, morte, la scoperta dell’umanità dei contadini russi – i nemici – il fortunoso ritorno a casa tra le macerie della patria sconfitta.

Questa è la guerra. Non siamo pacifisti con la bandiera arcobaleno. Bisogna mettere in conto l’eventualità del conflitto – pòlemos è il padre di tutte le cose, scriveva Eraclito duemilacinquecento anni fa – mantenere la fortezza e saper affrontare chi ci minaccia. Tuttavia, non riusciamo ad accettare il furibondo linguaggio bellicista, la diffusione dell’odio, la tenace volontà di padroni e servitori di cancellare le ragioni degli altri e la loro stessa esistenza, la negazione al nemico della qualifica di uomo.

Nel 2022 ci hanno convinto che la Russia è malvagia, hanno diffuso una russofobia devastante che non ha risparmiato l’arte, la letteratura, la storia di quel grande paese. Sono invasori, sì, ma di terre russe per storia, lingua e sentimenti, per difendersi dall’accerchiamento geopolitico dei “buoni” occidentali, il cui suprematismo invertito (noi, quelli della tolleranza, del multiculturalismo, dei “diritti”) è la maschera dell’imperialismo, della volontà di potenza, del colonialismo. Abbiamo dimenticato che due popoli vicini e fratelli si stanno massacrando in conto terzi. Lutti, distruzione, sangue, dolore. Oggi per la gioia di chi fa lucrosi affari con le armi e l’economia di guerra. Domani, l’affarone: la ricostruzione miliardaria (il fondo Black Rock è in prima fila) di quel che resterà di una nazione distrutta, che ha perduto, tra fughe, profughi, emigrazione, caduti di guerra, metà della popolazione.

Si stava aprendo una consapevolezza nuova dinanzi al conflitto ucraino, ed ecco deflagrare lo scenario palestinese. Qui il manicheismo ha raggiunto livelli intollerabili. Se l’amico filo-occidentale si augura la fine dei palestinesi, altri sperano nell’inizio della distruzione totale dello Stato ebraico. Personalmente simpatizzo per la causa palestinese. Dal comodo salotto di casa, sorseggiando una bibita davanti alla televisione che trasmette le immagini scelte dal potere, riusciamo a immaginare noi stessi nelle condizioni di un palestinese di Gaza, della Cisgiordania o di un  campo profughi? Come la penseremmo  se avessero cacciato noi o i nostri genitori dal villaggio, dalla terra, da affetti e interessi?

E’ meno gravosa la condizione di chi è fuggito, diventato esule senza speranza di ritorno, e dei palestinesi cittadini israeliani. Hanno una casa, un lavoro,  certo, ma sono, come i pochi cristiani rimasti, cittadini di serie B, giacché dal 2018 Israele è ufficialmente uno Stato su base etno-nazionale e confessionale. I non ebrei – semiti anch’essi – non hanno di fatto gli stessi diritti civili dei concittadini, con buona pace della narrazione sull’ “unica democrazia del Medio Oriente”.

Giulio Andreotti nel 2006 pronunciò in Senato una frase affilata come una spada: “credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista”.  Specie sapendo che la terra e la patria gli sono state sottratte da potenze straniere per offrirla a genti  estranee, discendenti di chi era stanziato in quel territorio ben due millenni prima. I morti di oggi, le distruzioni, l’odio insaziabile sono figli di quell’evento del 1948: nasceva il focolare degli ebrei dispersi, si spegneva quello dei palestinesi.

L’azione di Hamas è stata indubbiamente feroce. Ma inumana è la condizione di troppi, rinchiusi in campi profughi, privati perfino dell’acqua, cacciati a ondate successive da coloni animati dall’arroganza di chi si sente non solo invincibile, ma  superiore.  Difficile immaginare una soluzione: odio chiama odio.  Ed è a questa logica che dobbiamo sottrarci, innanzitutto noi, i tronfi occidentali sempre dalla parte giusta della storia. Più “giusti”, più “tolleranti”, gli unici capaci di comprendere ed accogliere le ragioni degli altri. Se non confliggono con gli interessi delle oligarchie al potere e sinché possiamo osservare gli eventi dal rassicurante cono di luce di casa.

La nicchia dorata, la nostra condizione di minoranza ricca in un mondo che non ci ama perché non crede più alla nostre bugie si basa su vecchie e nuove sopraffazioni. Il potere dell’entità detta Occidente (Usa, Gran Bretagna, Israele e in basso i valvassini europei) si basa nei fatti sulla potenza delle armi. Funziona sinché vincono i cannoni. In Iraq, in Afghanistan, prima ancora in Vietnam, in Libano, gli scricchiolii sono stati evidenti. Messaggi inascoltati. Oggi la tigre è ferita e diventa più feroce.

Ugualmente, abbiamo il dovere di comprendere alcune ragioni israeliane: dopo 75 anni, non sono più semplici occupanti. Molti sono figli e nipoti di persone nate nella terra dei progenitori antichi, che hanno modellato e fatto progredire. Comunque vada, rimarranno, resistendo armi in pugno. Che fare, dunque? La collocazione geografica rende impossibile  all’ Europa disinteressarsi della sorte dello Stato con la stella di Davide. Caduti loro, probabilmente toccherebbe a noi. Proprio per questo la soluzione delle armi è sbagliata, miope, impossibile da sostenere nel tempo.

A meno di accettare la logica dello sterminio. Hamas vuole la distruzione dell’”entità sionista” e la dispersione della sua popolazione. Dall’altro lato, il ministro degli Interni israeliano dichiara che i nemici non sono uomini e la guerra è “ tra figli della luce e figli delle tenebre”. Un linguaggio che gli uomini di buona volontà non possono ascoltare senza rabbrividire. Dunque, nessuna possibilità di accordo: diventa legittimo uccidere, togliere l’elettricità anche agli ospedali, ordinare la fuga agli abitanti di Gaza verso un altrove inesistente. Voleva questo Lord Balfour, il primo ministro britannico che nel 1917, in piena prima guerra mondiale, scrisse la “dichiarazione“ in cui prometteva qualcosa che non era nella sua disponibilità morale, la nascita di uno Stato ebraico in terra palestinese?

Il capo dei colonialisti decideva come se la terra, i sentimenti, la storia, fossero un tratto di penna su una carta geografica aperta sul tavolo dello stato maggiore. Il destinatario della dichiarazione era un esponente della potentissima famiglia ebraica Rothschild, una monarchia ereditaria fondata sulla ricchezza. Dobbiamo per questo diventare nemici di ogni israelita ? Neanche per sogno. Le colpe riguardano chi le ha commesse, ieri, oggi, sempre.

Per questo, con la stessa intransigenza con cui respingiamo l’antisemitismo, ci ripugnano le dichiarazioni di responsabili governativi di Tel Aviv che estendono alla popolazione intera le responsabilità di chi – Hamas – li ha attaccati con tanta violenza. Il concetto di colpa collettiva va cancellato dall’ orizzonte degli uomini liberi. Il cristianesimo ha a lungo accusato gli ebrei di avere ucciso Gesù. Una macchia. I loro discendenti – dispersi dai Romani nel 70 d.C. – non dovevano essere emarginati né perseguitati. Proprio per la sua storia, l’ebraismo non può comportarsi allo stesso modo con un popolo oppresso.

Molti cittadini israeliani sono contrari alle politiche dei loro governi. Figure nobili come Martin Buber, intellettuale comunitarista ebraico, hanno passato la vita perseguendo la convivenza tra ebrei e popolazioni arabe vicine. Questo dimostra che non esistono nemici assoluti collettivi e che  si deve rifuggire dall’atteggiamento delle opposte curve ultras. Ci ripugna l’idea della “soluzione finale”, l’annientamento dell’Altro.

Torno ai ricordi di mio padre, uomo semplice, al suo sconcerto di ragazzo che sparava tra i monti a soldati francesi di cui capiva le parole, alla riconoscenza nei confronti di contadini russi che condividevano un po’ di cibo, insegnandogli a difendersi dal gelo. Ogni guerra, infine, è guerra “civile” , nel senso che colpisce un altro come me. Nel caso del conflitto israelo-palestinese un dramma  interno alla tragedia è che spesso chi si combatte e si odia si conosce. Le distanze fisiche sono minime, quelle interiori, morali, pratiche, immense. Ciascuno ha “buoni” motivi per odiare il vicino, nella rincorsa di torti e vendette. Tutto , però, nasce da un’ingiustizia iniziale, quella dell’imposizione di uno Stato estraneo per lingua, religione, storia, sul territorio altrui, a riparazione di un torto di duemila anni prima.

Ebreo era Emmanuel Lévinas, il filosofo che scrisse le parole più forti sull’Altro.  “L’  Altro uomo non mi è indifferente, l’ altro uomo mi concerne, mi riguarda. In francese si dice mi riguarda di qualcosa di cui mi occupo, ma regarder significa anche guardare in faccia qualcosa per prenderla in considerazione. “ Ovvero, prima ancora di essere soggetto, l’uomo è in relazione con altri uomini, una relazione etica oltreché sociale o politica. Per Lévinas, ciò che caratterizza l’uomo è la sua “inevitabile possibilità” di rapportarsi all’Altro. L’epifania, la manifestazione dell’Altro avviene nel dialogo, nel faccia a faccia. “La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia”.

Resta la minaccia, l’odio che respiriamo, l’incomunicabilità, la coscienza annebbiata dal desiderio di distruggere, l’ indifferenza dinanzi alla cupa contabilità di morti e rovine. La banalità del male (Hannah Arendt), purché sia dell’Altro, il nemico, la tenebra che nasconde “noi”, la luce. No. Ogni vittima ci interroga e ci costringe allo sforzo che non amiamo fare: riconoscere l’ Altro.

4 Comments

  • Primula Nera 18 Ottobre 2023

    La grande novità di questi anni ’20 sta proprio nei media occidentali che si sono uniformati(quasi in toto) a visioni decisamente manichee della realtà ; tutto è cominciato col Covid e i presunti vaccini, dove era quasi impossibile proporre una narrazione diversa da quella dominante(e chi lo faceva veniva esposto a pubblico ludibrio come ciarlatano nemico della scienza). Lo stesso è avvenuto con la guerra in Ucraina, dove l’unica analisi accettata era quella della dicotomia aggressore(Russia) aggredito(Ucraina)pena la definizione di “putiniano”. I tifosi del siero magico e di Zelensky, adesso si sono trasferiti su Israele “che ha diritto a difendersi”(anche facendo il tiro a bersaglio su popolazioni inermi…). Narrazioni a senso unico prodromiche di una società totalitaria prossima ventura…

    • Francesco Maggi 19 Ottobre 2023

      La società totalitaria È ORA. Lo era anche prima ma ora è chiaramente manifesta, ma….i ” non allineati ” sono tanti, le “morti avverse ” pure e quelle aiutano ( un triste aiuto involontario purtroppo) a diffondere scetticismo e contrasto. Manca la certificazione mediatica di tutto questo…perché la realtà è un’altra cosa dai set della fiction costruita dalle élite. Queste lavorano unicamente sulla ” percezione ” perché lo sanno di non avere il numero ( ne hanno solo uno : quello evocato nei loro simboli ). La loro sconfitta è certa!

  • Claudio Antonelli 20 Ottobre 2023

    Giornali e TV in Italia hanno dato il meritato rilievo alla scomparsa (14 giugno 2022) di un grande romanziere e intellettuale israeliano: Abraham B. Yehoshua; un essere profondamente umano, con un grande rispetto per gli ‘arabi, “suoi cugini“. E inoltre amante dell’Italia; basti dire che il “Libro Cuore“ di Edmondo De Amicis, che lo nutrì sentimentalmente e moralmente negli anni giovanili, era rimasto, è proprio il caso di dire, nel suo cuore. A questo proposito vale la pena ricordare il grottesco giudizio che il nostro Umberto Eco, icona sacra del pensiero dominante all’italiana, prepotentemente ideologico, espresse invece sul capolavoro di De Amicis definito “protofascista”.
    Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, commemora degnamente Yehoshua, di cui ricorda la straordinaria apertura di spirito che permise a questo grande israeliano di capire il dramma dei palestinesi; e di esprimere idee originali e profonde sull’identità ebraica; idee però tabù perché contrarie all’establishment religioso israeliano, cultore dei miti biblici e assertore dell’origine divina del proprio popolo.
    “Uno Stato solo ma di tutti” titola il Corriere.
    Era il progetto caldeggiato da Yehoshua: “Vivere insieme, sotto lo stesso tetto, sotto un unico cielo. Saremo uno Stato solo ma non uno Stato ebraico: aperto ai palestinesi, compresi quelli della Cisgiordania”. Tutto ciò può sembrare utopico e probabilmente lo è . Ma poggia su un realistico esame dell’identità ebraica, degli eventi storici, e sulla denuncia di certi eccessi del nazionalismo ebraico basato sulla genealogia, sul sangue, sulla religione e sui miti. L’articolo di Aldo Cazzullo apre qualche spiraglio sulla visione di Abraham B. Yehoshua assai critico di certi eccessi dovuti a una identità che si ispira al soprannaturale, alla persecuzione sistematica vera e inventata per mano dei non ebrei, e alla cattiveria “genetica” di quest’ultimi: “Dobbiamo diminuire l’intensità della memoria. (…) Uscire dalla trappola dell’identità.” Ad un certo momento Yehoshua sembra denunciare persino l’ossessione della Shoah: “E poi la Shoa…”
    Tutto quanto si riferisca al popolo d’Israele è un terreno minato, e quindi anche i celebratori di Yehoshua mai riferiscono le idee dai lui espresse in due saggi illuminanti, totalmente ignoti ai più e mai menzionati: (titolo francese)“Israel, un examen moral“ e “Pour une normalité juive“. Dare qui ai nostri lettori una sintesi di queste idee sarebbe impresa ardua. Mi limiterò ad enunciarne qualcuna.
    Yehoshua propone la “normalizzazione” agli ebrei attraverso il globo, dopo le migliaia d’anni di persecuzioni, realtà che Yehoshua equipara a quella di un gruppo di gente che si fosse ostinata per secoli a camminare al centro della strada, e che insistesse nell’accusare gli altri, ossia gli automobilisti, per i numerosi investimenti subiti. Gli ebrei dovrebbero salire sul marciapiede insomma. Normalizzarsi. Smettere di essere una tribù che fa delle leggende, del nomadismo, del vittimismo, e della genetica i suoi pilastri portanti. Dovrebbero separare la religione dall’identità nazionale; dare priorità alla legge nazionale del Paese ospitante rispetto alla Legge divina. E andare a vivere in Israele, se considerano che questa è la loro vera patria.
    Altra sua tesi: I romani non hanno deportato gli Ebrei, se non un piccolo numero di loro.
    Le cause dell’antisemitismo? Le troviamo nella Bibbia. Il libro di Esther: “C’è un popolo separato e disperso fra i popoli di tutte le provincie del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo, e che non osserva le leggi del re; non è quindi interesse del re tollerarlo.”
    La forza degli Ebrei? avere una patria virtuale: la Gerusalemme celeste, che niente può cancellare dal “ricordo”.
    E mi fermo qui, ma forse ho già detto troppo…

  • Claudio Antonelli 21 Ottobre 2023

    Ebraismo, una religione-nazionalità

    Commenta lo scrittore israeliano Avraham B. Yehoshua: “Ogni inchiesta approfondita sulla struttura dell’identità ebraica deve prendere in considerazione questo elemento distintivo che differenzia gli ebrei dagli altri popoli-nazione: si tratta dell’intimo legame tra l’appartenenza religiosa e l’appartenenza nazionale”.
    Nella nostra concezione la religione si trova in una sfera diversa da quella dell’appartenenza nazionale. Infatti, se si è francesi, spagnoli, italiani e ci si converte, ad esempio al buddismo, si rimane francesi, spagnoli, italiani. Invece, un ebreo che cambi religione compie quasi un’abiura della propria identità storica.
    Negli ebrei la religione fa nascere un forte legame nazionale nei confronti d’Israele. La loro religione è basata sui legami di sangue, sulla discendenza da una delle tribù d’Israele, e non, almeno oggi non più o assai raramente, sulla conversione. Si può anche essere atei, ma se si ha nelle proprie vene il sangue di una madre ebrea, si è ebrei. In questa concezione particolare dell’identità di “popolo”, vi è un aspetto etnico – di razza, di sangue, di DNA – incorporato alla religione. La religione crea nell’ebreo la sua filiazione nei confronti d’Israele, entità mitica, magica. E così appartenenza nazionale e appartenenza religiosa sono indissolubilmente legate.
    È come se per noi l’essere italiani avesse un fondamentale aspetto sacro, basato sull’etnia e sul rapporto ch’essa ha con un nostro Dio, un Dio italiano, una sorta di Romolo-Cesare-Garibaldi divino, protettore dei nostri eserciti. Noi saremmo quindi italiani non perché siamo nati in Italia da genitori italiani, ma per un’ancestrale legge di sangue che esalta la sacralità di un territorio assegnatoci da Dio: l’Italia. E anche espatriando noi rimarremmo per sempre italiani, con l’obbligo di rimanere fedeli all’Etruria, a Roma, a Romolo e a Remo, agli Orazi e ai Curiazi, e ai numerosi altri personaggi ed eroi popolanti i nostri miti e le nostre leggende.
    La religione italiana incorporerebbe e porrebbe al suo centro la nostra “storia” con le conquiste durante l’epoca romana, le successive occupazioni straniere, fino ad arrivare alle guerre d’indipendenza e a Roma capitale. Ma sarebbero soprattutto le leggende al centro di questa nostra storia ufficiale. E i più beghini tra noi resterebbero in attesa di una apocalittica vittoria finale, già profetizzata da aruspici e sibille, sui nostri nemici vale a dire sul resto dell’umanità. Il che, finalmente, instaurerebbe una pax romana eterna. Insomma, al centro della nostra religione, sull’altare della nostra Chiesa esclusiva, vi saremmo ben intronizzati noi, umani in apparenza ma molto superiori al resto dell’umanità, e in fondo esseri quasi divini; contemporaneamente celebranti e celebrati perché praticanti il culto e nello stesso tempo oggetto del culto che noi pratichiamo.
    Noi, come cristiani-romani, discendenti di Romolo e Remo, non piangeremmo sui poveri, i derelitti, i sofferenti, le vittime d’ingiustizie, l’umanità intera (pigmei inclusi), ma sulle ingiustizie da noi subite come “italici” nei secoli e millenni, secondo quanto ci tramandano sia le pagine di storia sia soprattutto le leggende, con continue analisi su ciò che veramente dissero àuguri, aruspici, profeti e sibille.
    Avremmo insomma al centro del nostro culto l’Italia e noi stessi come popolo, superiore a tutti gli altri.
    I riti, le messe, i canti, le cerimonie, le commemorazioni, le insegne, i misteri, i miracoli, i portenti, i prodigi, e i santini della nostra religione nazionalistica celebrerebbero gli italiani, e il loro passato e il futuro promesso loro da questo Dio italiano pastasciuttaio e anche un po’ mafioso, esperto di guerre e di regolamenti di conti. Il quale avrebbe addirittura promesso a noi abitanti della penisola, area “santa” rispetto al resto del pianeta abitato invece da “barbari”, la dominazione finale su tutti gli altri popoli (ex yugoslavi inclusi, il che non mi dispiacerebbe).
    In queste continue commemorazioni delle pagine più luttuose e cruente delle nostre leggende, celebranti miracoli e prodigi o commemoranti stupri, massacri, esodi, fughe, inganni – sia subiti sia inflitti – il detto “aiutati che Dio t’aiuta” avrebbe per noi un significato letterale.
    Sia le imprese da leggenda sia le pagine di storia – il ratto delle sabine, l’arrivo di Enea in Italia, le conquiste e i vari massacri compiuti dai romani sui loro nemici, ecc. – sarebbero celebrati non solo a Roma, dagli abitanti della sacra Penisola, ma anche attraverso il pianeta da tutti i discendenti degli emigrati italiani, rimasti italiani per sempre. Le rimemorazioni storiche avverrebbero mediante solenni cerimonie con canti e preghiere, su questi eventi di sangue attestanti i grandi privilegi che il nostro Dio, “Romolo-Cesare- Garibaldi”, avrebbe riservato a noi, suo popolo eletto. Ma ricordando anche le punizioni che ci inflisse, quando fummo disobbedienti ai suoi desiderata. Eventi che ebbero luogo sia prima della Lupa del Campidoglio, che allattò Romolo e Remo, figli di Marte e di Rea Silvia, sia dopo la morte di Remo per mano di Romolo, e quindi nei secoli seguenti.
    Nello stesso tempo, in queste cerimonie aventi ad oggetto l’amore sacro-narcisistico italiano, noi condanneremmo l’inaudita crudeltà degli altri popoli della terra, posseduti tutti dal primo all’ultimo, dai neonati fino ai vegliardi, da un odio oscuro, inspiegabile, insopprimibile, feroce, contro i figli d’Italia, eternamente innocenti questi ultimi, e incredibilmente buoni verso gli altri, e sempre e solo “vittime” della perfidia e del razzismo altrui.
    Noi italiani nel culto di questa strana religione tribale, basata sulla nostra “razza” – razza divina – fungeremmo da preganti e contemporaneamente da pregati, da commemoranti e da commemorati, da celebranti e ugualmente da celebrati… Noi, in definitiva, nelle cerimonie incarneremmo la sostanza della stessa ostia sacra posta sull’altare.
    La creazione d’Israele ha avuto a suo fondamento una religione che celebra una storia in gran parte inventata. La legittimità degli ebrei ad avere Israele come Patria nasce dalla Bibbia, cioè da un testo sacro, non da documenti storici. Inoltre sono passate, dall’epoca di Mosé, alcune migliaia d’anni. Molti archeologi, storici, scienziati contestano la realtà storica di tante leggende bibliche, compresa la schiavitù del popolo ebraico in Egitto, la traversata del Mar Rosso, e l’esistenza stessa di Mosé…
    Certo è che lo stato d’Israele è ormai una realtà. Indietro non si può e non si deve tornare. Ma è l’identità etnico-religiosa di un paese basato sull’adesione a testi religiosi, e quindi basato, secondo il giudizio di chi non è né ebreo né cristiano, su fiabe, miti e leggende, a suscitare profonde perplessità. Per non parlare dell’ambivalenza della nozione di ebreo: si è ebrei figli d’Israele anche quando si vive da generazioni al di fuori d’Israele, e senza probabilmente che nessun antenato abbia mai calcato il suolo d’Israele. Molti storici tendono infatti a credere che sia stata in gran parte la religione, ossia l’adesione all’ebraismo, il fattore che ha creato l’identità ebraica nei vari paesi (allora la conversione all’ebraismo era una pratica diffusa), e non una presunta provenienza da Israele. Oggi invece il fattore genealogico è considerato un elemento fondamentale di ebraicità: l’ebreo si considera il discendente di una delle lontane tribù d’Israele. In definiva è la religione e non la storia a giustificare un ritorno dopo “millenni” in una terra, “sprovvista di popolo”: la Palestina.
    Un popolo nato all’estero… Vi sono pochi popoli, e a dire il vero non ve n’è alcuno, eccetto l’israeliano “la cui origine e la coscienza di costituire un popolo si siano prodotte al di fuori del loro territorio”. Vedi appunto la nascita del popolo ebreo in Egitto, nella diaspora.
    L’identità degli ebrei poggia sull’esclusione verso gli altri e sul rifiuto – almeno per molti di loro – a lasciarsi assimilare. Dio ha promesso loro una patria: Israele. Gli ebrei non possono quindi prescindere da Israele, anche se vivono da generazioni in un altro paese. Il rinunciare all’idea che la loro Patria è Israele sarebbe un’abiura o un’apostasia.
    Anche il nazionalismo “ordinario”, il quale è basato sul territorio e non sulla religione, comporta l’esclusione: l’esclusione verso gli altri popoli. Ma questa esclusione è su base territoriale: si escludono i figli delle altre nazioni. Essa è poi è mitigata dal fatto che la Nazione finisce con l’accogliere i suoi nuovi figli, anche se discendenti di gente nata altrove. Quindi se gli ebrei avessero nei confronti di Israele una concezione normale di patria, vivendo in esilio dovrebbero finire con l’accettare che le nuove patrie li assimilino come figli. Ma non possono: il loro è un “nazionalismo religioso” e la loro patria è Israele.
    L’attributo “religioso” non vuol dire soltanto che il loro nazionalismo identitario è da loro vissuto con fervore religioso, ma anche che gli ebrei sono un popolo, una nazione collegati a una terra prescelta per loro da Dio. E questo Dio non è realmente il Dio di tutti gli esseri umani, ma è soprattutto il Dio loro.
    Come avviene la perpetuazione di questo nazionalismo-religione? Facendo scacco appunto al principio egualitario che il nazionalismo invece comporta. Il rapporto con la terra nel nazionalismo è un rapporto egualitario. Si è figli della terra dove si è nati, e che spesso è anche la terra dei nostri avi. Il rapporto con il paese di nascita, negli ebrei, è un rapporto diverso: gli ebrei sono figli prediletti di Dio; Dio ha dato loro Israele, gli ebrei sono figli di Israele.
    Israele non è una terra naturale, storica, che, come in ogni concezione nazionalistica, ha il potere di rendere uguali tutti coloro che vi nascono o che vivano da piu’ di una generazione. Israele è il punto di riferimento ideale di un popolo, il popolo eletto, per il quale è il fatto di nascere da una madre ebrea (o anche di un padre ebreo) a creare il legame che unisce l’individuo al popolo eletto. È la necessità dell’esclusione che determina la precedenza assoluta del legame di sangue sul legame con la terra in cui si è nati e si vive. È giocoforza ammettere che la religione ebraica è basata proprio su questa esclusione dell’altro. Non reca in sé un messaggio di universalismo come la religione cristiana. Reca invece un messaggio di esclusività a vantaggio dei propri. La religione ebraica celebra la non assimilazione, la continuità, la chiusura, l’endogamia, l’esclusione. Il popolo ebraico è il popolo eletto.
    “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” questo principio illuminato esalta la reciprocità: quella reciprocità che gli ebrei hanno sistematicamente violato nel passato, praticando il proprio nazionalismo – ossia lealtà, fedeltà, appartenenza, destino comune, rispetto della propria Legge – contro il sentimento nazionale, ossia contro la lealtà, la fedeltà, l’appartenenza, il destino comune, il rispetto della legge e delle regole dei popoli dei Paesi in cui vivono. E oggi, in Israele, gli internazionalisti ebrei gran sostenitori del multiculturalismo a casa degli altri, perseguono – inevitabilmente – il proprio interesse nazionale essendosi convertiti alla logica dell’egoismo territoriale. In nome di quell’interesse nazionale che hanno invece sempre negato, nel passato, alle nazioni presso le quali vivevano.
    Un’ultima annotazione sui fattori identitari degli ebrei rispetto a quelli che possediamo noi.
    La forza degli ebrei risiede anche nell’avere una patria virtuale: la Gerusalemme celeste, che niente può cancellare dal “ricordo”. I siciliani, espatriati negli USA anni fa, ricordavano invece la Sicilia polverosa, mafiosa, di fame del loro tempo. La Sicilia non era una terra in cui scorressero il latte e il miele come invece in Israele…
    Per gli altri popoli l’identità si basa in gran parte su elementi concreti: paesaggi, clima, lingua… sulla realtà obiettiva insomma. L’immaginario si aggiunge a ciò, ma mai sostituisce la realtà. Per l’ebreo, invece, l’immaginazione svolge un ruolo cruciale nell’identità. Scrive Avraham B. Yehoshua:
    “Un ebreo poteva immaginare a piacimento ogni sorta di cose a proposito del proprio popolo disperso attraverso il mondo, poiché, aveva scarse possibilità, nel corso della sua esistenza, d’incontrarlo (…) Ecco perché un ebreo poteva e può cambiare luogo di residenza o quadro nazionale, lingua o costumi e regime politico senza essere costretto a modificare la propria identità ebraica. Il suo sistema identitario è relativamente poco condizionato da elementi esteriori e concreti – quali il territorio, la lingua, e quadro di vita, così indispensabili, per le altre nazioni, inclusi gli israeliani, oggi.”
    Di qui la necessità per gli ebrei di credere che alla base della loro identità vi sia un principio misterioso, un destino comune, ovunque essi vivano, e inoltre il bisogno di ingigantire la portata dell’antisemitismo, questo “cemento atto a consolidare l’edificazione di un’identità instabile e sfuggente.” (“propre à consolider l’edification d’une identité instable et fuyante.” Avraham B. Yehoshua)

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