19 Aprile 2024
Controstoria

A cento anni di distanza, un episodio della guerra civile italiana: 21 gennaio 1923, alla Spezia viene ucciso il capo squadra della “Martoriata”, Giovanni Lubrani

Nel gennaio del 1923 il fascismo, dopo la Marcia su Roma, era riuscito a portare al governo dell’Italia il suo maggior rappresentante e capo, Benito Mussolini.

Ma la Nazione al suo interno, dopo anni di violenta guerra civile, era tutt’altro che pacificata.

Squadra d’azione “La Martoriata”, Lubrani è il secondo da dx della seconda fila, si notino i ritratti dei precedenti caduti Maiani, Bisagno e Landini, che appartenevano alla squadra.
Si notino anche le decorazioni al valore appuntate sulla camicia di Lubrani, valoroso combattente della Grande guerra.

La provincia della Spezia, che proprio nel 1923 sarà elevata a questo status amministrativo, sino ad allora era stata una sottoprefettura di Genova, nel contesto storico di quegli anni, caratterizzati da una violenta contrapposizione politica tra opposte fazioni, ebbe numerose vittime tra le file dei fascisti; ricordo solo i sanguinosi fatti di Sarzana del luglio del 1921, in cui furono trucidati i giovanissimi Maiani e Bisagno, ma anche gli assassinii di Landini e di Podestà del febbraio del 1921.

Questo elenco si doveva allungare ancora, infatti il 21 gennaio 1921, all’interno del cantiere della fonderia di piombo di Pertusola, in località Muggiano della Spezia, fu ucciso in un agguato il capo squadra della “Martoriata”, Giovanni Lubrani, uno dei più attivi e famosi squadristi spezzini.

Lubrani, che era nato sull’isola del Giglio il 7 dicembre del 1887, aveva dunque alla sua morte 35 anni, era stato assunto da poche settimane all’interno della fonderia in qualità di guardiano.

Di seguito il resoconto dell’omicidio, tratto dall’articolo del quotidiano Il Tirreno del 22 gennaio 1923:

IL COMANDANTE DELLA “MARTORIATA” BARBARAMENTE ASSASSINATO A PERTUSOLA

 

(…) Il comandante Lubrani da circa un mese era impiegato in qualità di guardiano nello stabilimento di Pertusola (…) Verso le ore 24 quattro individui camuffati ed irriconoscibili si presentavano all’assistente della Fonderia di Pertusola, Tarquinio Garbasci, che si trovava nella portineria dello stabilimento (…) i quattro individui strapparono i fili del telefono e a colpi di moschetto e di rivoltella frantumarono tutte le lampade della luce in maniera che lo stabilimento rimanesse completamente allo scuro.

 Quindi si inoltrarono nello stabilimento fermando quanti guardiani incontravano sui loro passi (…) nel frattempo arrivava il Lubrani (…) gli individui gli saltarono addosso (…) il Lubrani per sottrarsi alle percosse e mettersi in salvo tentò di fuggire dalla fonderia, ma venne raggiunto da parecchi colpi di rivoltella che lo colpivano, ferendolo gravemente (…) gli assassini non soddisfatti (…) gli infersero una pugnalata al cuore e gli spararono addosso altri colpi di rivoltella.(…) Il maresciallo dei Carabinieri Tocci riusciva ad identificare tutti gli assassini nelle persone dei due fratelli Poggi di San Terenzo, di Stoppieni di Firenze e Bernacca di Carrara.[1]

La reazione dei fascisti spezzini, a differenza dei precedenti episodi di violenza politica nei loro confronti in cui erano stati uccisi, come già ricordato prima, Maiani, Bisagno, Landini e Podestà, questa volta fu estremamente dura: furono aggrediti ed uccisi molti militanti di sinistra: Amedeo Cevasco, Papiano Papini, Armando Zilioli, Pietro Lelli, Paolo Raspolini, Angelo Scopsi, Arturo Micheli.

Giovanni Lubrani

Il 27 gennaio Il Tirreno pubblicò una circolare della federazione provinciale fascista, firmata dal console della Milizia Guido Bosero e dal segretario provinciale Chiappelli, che imponeva a tutti gli iscritti la cessazione di ogni tipo di rappresaglia.[2]

Le modalità dell’assassinio, come si può evincere dalla cronaca del Tirreno, furono tipiche della criminalità organizzata: agguato ed omicidio premeditato, perpetrato da più individui mascherati.

Gli stessi metodi saranno mantenuti e praticati negli anni 1943-45 dai GAP e da alcune bande partigiane per commettere le barbare uccisioni di migliaia di italiani, e non solo fascisti, e dei loro famigliari; essi saranno replicati anche negli “anni di piombo” dell’Italia repubblicana negli anni settanta dai terroristi delle Brigate rosse, che non a caso si richiamavano alla lotta partigiana.

Riccardo Borrini

 

NOTE

[1] Il Tirreno del 22 gennaio 1923, p.4

[2] Borrini Riccardo, “La Spezia in camicia nera” , Luna Editore, La Spezia 2019, pp.138-139

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