25 Maggio 2024
Filosofia

Sono nato involontariamente – Roberto Pecchioli

La notte porta consiglio. Al risveglio dopo un sonno insolitamente tranquillo, ho scoperto la verità, quella maiuscola, definitiva. Ho afferrato in un lampo che squarcia un buio senza stelle, il senso della vita. Di colpo, senza pensarci, come un dono insperato. Mi affretto a comunicarla di getto, senza troppo riguardo per grammatica e sintassi. Il fatto è che sono nato involontariamente, che tutti siamo nati involontariamente. Non ho scelto tempo, luogo, sesso, situazione, aspetto, inclinazioni. Tanto meno genitori e parenti, tutte le mie identità sono “ascritte”, come dicono i sociologi, fotografi dell’umanità più dei filosofi, che si sforzano di dare giudizi. Papà e mamma mi hanno gettato, anzi scaraventato in questa confusione. Heidegger chiama proprio “gettatezza” – geworfenheitquesta condizione esistenziale. Ecco l’origine di tutti i mali, di tutte le debolezze, dell’imperfetta condizione umana. Non abbiamo scelto noi. Papà e mamma l’hanno fatta grossa, oltretutto utilizzando, per concepirmi, un metodo ben poco scientifico, l’incontro aleatorio, casuale, dei gameti. Peggio che lanciare un dado per aria. Non ci sto.

A pensarci bene, volevo nascere più bello, più ricco, più cinico, più ambizioso. Invece no: hanno fatto tutto loro, Aldo e Ines, genitore 1, mamma o genitore gestante, e genitore 2, il babbo del buio passato. Non mi hanno interpellato, poi mi hanno cresciuto come pareva a loro – e alla società – inculcandomi strane cose chiamate valori e principi. Mi hanno addirittura battezzato nei primi giorni di vita. Come si sono permessi? Mi hanno insegnato cose inutili e – a conti fatti – sbagliate, l’onestà, la lealtà, la responsabilità. Mio padre mi ha perfino insegnato ad amare la patria, il luogo in cui casualmente siamo nati e cresciuti. Non gli perdonerò mai di avermi trasmesso il tifo per una squadra di calcio che perde spesso, la Sampdoria. Lasciato libero, sarei del Real Madrid.

Insomma, hanno fatto tutto loro. Perché dovrei amarli, coltivarne la memoria adesso che non ci sono più? Ho la loro faccia, il colore degli occhi, la camminata, lo stesso raro sorriso. Come si sono permessi, ripeto. Ecco il male da estirpare. Per fortuna l’ultimo tratto della vita lo trascorro nel tempo in cui è tutto fluido, revocabile, in cui è il soggetto a comandare. Era ora. Se avessi scelto da me, che goduria. Intanto sarei nato quarant’anni dopo, poi avrei preferito un nome neutro, che so, un codice, Alfa Omicron 2. Avrei valutato se conviene il genere maschile, quello femminile, o meglio di tutti, il neutro cangiante. Oggi Pippo, domani Silvana, oggi qui, domani là. Perché limitarmi a un “orientamento sessuale” banale, scontato, noioso? Lo confesso: mi piacciono le donne, sono normale, almeno secondo i vecchi parametri. Meglio il brivido, scegliere secondo l’umore, la giornata, l’emozione, il sentimento impalpabile che ha sostituito tutti gli altri.

Pretendo il consenso informato. Un giorno l’avremo, e in qualche modo oggi ancora inconcepibile, prima di nascere potremo scegliere chi e come essere, rimandare la nascita a tempi migliori o rifiutarla, abortirci da soli. Scegliere, insomma. Finalmente la postmodernità ha raggiunto il suo apice: siamo non come vuole natura e realtà, ma come ci piace, come ci percepiamo, ora, adesso, in maniera revocabile e insindacabile. Ci sono uomini-gatto e uomini-cane in quanto si percepiscono tali. Io sarei un uomo orso.

Giacomo Leopardi chiedeva alla luna il senso della vita. “Se la vita è sventura, perché da noi si dura?” Ovvio, perché non abbiamo scelto noi. Al poeta, peraltro, le cose non erano andate bene fin dall’inizio: ricco e nobile, ma brutto, piccolo, ingobbito. In più afflitto dalla nascita indesiderata in un “borgo selvaggio”, la dolce Recanati. Per forza che Silvia lo ha mollato, che la vita non ha mantenuto le promesse del sabato del villaggio e che il poveretto detestasse le “magnifiche sorti e progressive”. Nacque troppo presto: oggi risolverebbe i suoi problemi, la tecnica gli darebbe l’agognata felicità. La felice contemporaneità ha ridotto tutto a merce; il cliente ha sempre ragione. Presto si potrà ordinare il prodotto di sé stessi, il catalogo online in cui ciascuno sceglierà e creerà chi e come essere. Ecco la felicità. Altro che Aldo e Ines. Il futuro sta per mettere le cose a posto. Inventeranno, per facilitare la scelta, un marchingegno, qualcosa tipo l’Aleph di Borges, “il luogo dove stanno, senza confondersi, tutti i luoghi dell’orbe, visti da tutti gli angoli. “L’Aleph rappresenta la possibilità di conoscere tutto; tuttavia chi lo trovò – un noioso uomo del passato – non riuscì a essere felice poiché nulla lo sorprendeva più, tutto gli sembrava già conosciuto. Che bello, invece, per l’umano di domani sapere tutto, prevedere tutto, con incorporato il chip definitivo, il tecno Aleph che permetterà di portare al massimo le emozioni e saprà fermare l’attimo. Fermati, attimo, sei così bello, supplica Faust, pronto all’accordo con Mefistofele che gli dette tutto in cambio di niente, l’invenzione umana chiamata anima.

L’uomo postmoderno è creatore di sé stesso: fabbro e Dio. Mi percepisco, mi costruisco e, se mi salta il ticchio, mi decostruisco. La vita è un passaggio, comprate da me, gridava al mercato un commerciante filosofo della mia infanzia. Aveva capito tutto: è il transito il nostro destino, dunque diventiamo trans. Corriamo da una parte all’altra senza fermarci, mutiamo d’accento e di pensier, come la donna mobile del Rigoletto, un’aria da denunciare alla psicopolizia per sessismo. Se diventeremo trans, tutto sarà risolto alla radice. Che cos’è tutta questa retorica sulla natura? Già mi ha fatto bruttino, un po’ corto di vista. Voglio cambiare, ai tempi supplementari. Innanzitutto, basta maschio, bianco, attratto dalle donne, credente e sampdoriano. Papà e mamma, la dannata società eteropatriarcale, i preti, mi hanno insegnato pessime cose. Ma era davvero ciò che volevo sapere, imparare, essere? Ho un altro lampo: vedo me stesso mentre applaudo Elly Schlein e Emma Bonino; esulto a un gol del Genoa, poi rido di chi entra in una chiesa, sventolo la bandiera arcobaleno, guardo con attrazione un ragazzo. Un brivido, l’orrore, non sono più io, ma è un attimo. Va bene così, questo è il tempo invertito. Nato per volontà altrui, sono come natura ha voluto: devo cambiare. Conta la volontà: simile a Vittorio Alfieri, volli, fortissimamente volli.

Fantastico: ho il diritto – forse il dovere – di “ricrearmi”. Sono Dio di me stesso, scultore di un nuovo Io. Inizio con la chirurgia estetica, poi passerò a farmaci che modifichino il mio genere (mentre scrivo, mi sento queer, bizzarro). Poi correrò a tatuarmi: un teschio qua, una spada là, il nome di qualcuno, una frase “storica”, meglio se in inglese, colori, ghirigori e disegni lungo il corpo. Ero nudo, ora sono vestito nella pelle, un’opera d’arte che deambula e ostenta l’unicità attraverso il corpo. L’Unico di serie: incredibile ossimoro dell’uomo contemporaneo. Vittoria postuma di un profeta, Max Stirner: L’unico e la sua proprietà. Perché essere la replica degli antenati, riprodurre i loro modelli, la società, le credenze, le lingue e le culture ricevute senza mai aver dato il consenso? Thomas Paine, che fece la rivoluzione americana e quella francese, si scagliava contro la “dittatura dei morti”, ossia del passato, delle tradizioni, la trasmissione di valori e modi di essere. Tutto cancellato. Che bello, decido io su tutto.

A proposito, come la mettiamo con la morte? Dopo aver scelto se e come vivere, voglio decidere anche se e quando morire. Ricordate il mago Giucas Casella: scioglierete le mani “quando lo dirò io”. Basta con la lagna della morte “naturale”. Già è bel fastidio lasciare tutto proprio quando ci siamo costruiti la nostra felicità, a norma di costituzione americana, la nazione guida dell’Homo Deus. Lasciamo campo libero alla scienza; prima allungherà la vita, poi troverà rimedio alla morte. Esiste la “singolarità” di Ray Kurzweil, guru di Google, combinazione di tre tecnologie: genetica, nanotecnologia e Intelligenza Artificiale. Andremo verso l’immortalità, sia pure tecnologica, rinunciando al corpo e mantenendo l’impronta cerebrale in un immenso cervello elettronico.

Non mi convince: meglio morire, tanto più che sto invecchiando. Una siringa e via. Senza figli, sarà un infermiere a chiuderci gli occhi, se questo prevede il protocollo dell’eutanasia, la buona morte, dopo i dovuti accertamenti. Altro che Amleto, essere o non essere, dormire, morire. E Dio? Non pervenuto, come la temperatura di Livigno in gennaio. E poi, perché Dio? Meglio “Io”. Se ci sei, perché non mi hai interpellato, perché non abbiamo firmato un contratto? Mi hai solo imposto dei Comandamenti, cioè degli obblighi, tutti assai fastidiosi. Onora il padre e la madre. E perché, se mi hanno messo al mondo così, alla cieca, senza uno straccio di contratto? Non rubare, non fornicare, non ammazzare, non desiderare la donna e la roba d’altri. Molto di ciò che rende piacevole questo strano interludio tra due nulla immensi (prima della nascita e dopo la morte) è vietato. Perché l’hai fatto, allora? Meno male che, diventato adulto dopo millenni di minorità, l’uomo sa che sei un’invenzione. La concreta realtà è la scienza, ancella della tecnica. Presto potremo forse morire a tempo, assentarci e poi tornare: una pausa di riflessione, come la pietosa bugia di tante coppie che si separano.

Io avrei voluto diventare attore, l’unico che può fingere di essere qualcun altro ed è pagato per questo. Meglio ancora, il regista che fa fare agli altri quel che gli piace. O il filosofo, il perito settore dello spirito che pone domande senza risposta. Ma esiste lo spirito? Sembra di no, per la Dea Scienza. Che importa? Conta l’attimo, la sua intensità, l’illusione di eternità dei momenti felici, una musica, la vicinanza di chi ami, l’emozione della bellezza, della natura, dell’arte, di un corpo, di un gesto. Sì, ma è illusione che finisce; la morte non esiste, è solo la “mia” assenza. Se avessi potuto scegliere, se avessi avuto l’Aleph, forse avrei detto no a questo transito così provvisorio, così imperfetto. Sono nato involontariamente. Per questo tanto inquieto è il mio cuore, la confessione di Agostino, che pure era un santo. Unica soluzione razionale è acquietarsi in Dio, il totalmente. Altro, abbandonarsi all’ amor fati – l’accettazione del destino – impossibile alla modernità. Amor fati, l’unico mezzo per superare l’orrore del vuoto, della fine.

Oh, ma era solo un sogno, la dimensione onirica dove tutto diventa possibile, più reale del reale, dove l’’uomo gioca con sé stesso e con la vita, dove torna nelle braccia della madre. Quella che, con la complicità di papà, mi ha costretto a venire al mondo. È stato tutto un sogno. Ho finto di essere filosofo, quello che, come il poeta, è un fingitore: “finge che sia dolore il dolore che davvero sente”. Il libro dell’inquietudine.

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