19 Giugno 2024
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centoventesima parte – Fabio Calabrese

Di solito, non inizio mai la stesura di una nuova Eredità degli antenati senza aver lasciato passare un po’ di tempo dalla precedente, per dare tempo alla situazione di decantare, a nuove informazioni sulla nostra eredità ancestrale, tempo di accumularsi a sufficienza per la stesura di un articolo, ma stavolta devo regolarmi diversamente, infatti, per non fare un articolo troppo chilometrico e non abusare troppo della vostra pazienza, nella centodiciannovesima parte ho dovuto lasciare il discorso tronco.

C’è il fatto piuttosto inedito che negli ultimi tempi, come avete visto, c’è stata un’esplosione di notizie storico-archeologiche sui siti generalisti, quelli che si rivolgono al grosso pubblico e di solito si occupano di tutt’altro. Al momento sono ancora incerto su come debba essere interpretato questo segnale, anche perché quelle che a mio avviso sono state le scoperte recenti più clamorose, i bronzetti di San Casciano dei Bagni (Siena) e i ritrovamenti avvenuti a Roma a seguito degli scavi per la linea C della metropolitana, appartengono ormai all’anno passato, ma, come vedete, la tendenza continua.

Soprattutto non potevo evitare di dedicare un ampio commento all’episodio della docente statunitense che ha perso il posto di lavoro per aver mostrato agli studenti immagini del David e degli affreschi della Cappella Sistina. Per i bigotti puritani yankee, Michelangelo è pornografia, e questo dice tutto sulla distanza che esiste, e che tendiamo tanto spesso a ignorare, fra la loro “cultura” e la nostra.

Un ampio commento lo meritava anche un articolo apparso su “Ancient Origins” in cui si parla del leone di Cheronea, monumento fatto erigere da Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno come ammirato riconoscimento del valore della Legione Tebana sconfitta, perché un simile monumento che rivela tutta la nobiltà dell’uomo ellenico, non potrebbe contrastare maggiormente con la barbarie dei nostri tempi rinselvatichiti, in cui sono ottant’anni che si continua a infierire sui vinti, a demonizzarli, a presentarli come l’epitome di ogni male, cosa che non ha peraltro alcun significato se non quello di attribuire al perdurante dominio dei vincitori una dubbia pretesa di legittimità.

Io mi sforzo sempre di evidenziarlo, ma questi articoli non hanno lo scopo di essere un centone di tutte le scoperte archeologiche, ma mettendo in luce la grandezza e l’antichità della civiltà europea e italiana, corroborando il nostro orgoglio di essere europei e italiani, assumere un preciso significato politico. Beh, in questi due casi il significato politico era talmente evidente da rendere superfluo insistervi.

Così non vi ho evidenziato il fatto che un significato politico si può riconoscere anche nell’attività del sito “Hyperborea Veneta” gestito dall’amico Aurelio La Scala Marchesan, e non solo perché Aurelio è “dei nostri”, ma si vede bene fin dalla testata del sito: “Hyperborea” significa guardare al nord come luogo delle nostre origini, in opposizione alla “vulgata” oggi dominante, al dogma africano-centrico oggi prescritto dal potere. La questione, lo sappiamo, è solo marginalmente scientifica e ha piuttosto un significato ideologico. En passant, vorrei ricordare che ho dedicato un libro, Ma davvero veniamo dall’Africa?, edizioni Aurora Boreale, a smontare la tesi dell’origine africana (Out of Africa) dal punto di vista scientifico.

Con tanta carne al fuoco, era giocoforza sacrificare qualcosa, e così ho lasciato in sospeso il discorso sui siti “minori” o che perlomeno non hanno la stessa rinomanza di “Ancient Origins”. Vedremo ora di ripartire appunto da lì.

Cominciamo con il dare un’occhiata a “Ancient pages” che ci offre un bottino abbastanza ricco, a partire da un articolo di Carolyne Larrington del 16 marzo che ci pone un quesito piuttosto interessante: perché gli antichi miti norreni persistono nella nostra cultura? Il motivo, secondo l’autrice, va ricercato nel loro riutilizzo che ne hanno fatto gli autori del XIX e del XX secolo: William Morris, C. S. Lewis, John R. R. Tolkien, ma soprattutto il genio musicale di Richard Wagner, è soprattutto grazie a lui, se i nomi di Odino, delle Valchirie, di Sigfrido possono essere familiari a un uomo moderno quanto lo erano a un antico germano o scandinavo. Apprendiamo che l’articolo è una presentazione del libro della Larrington The Norse Myts that shape the way we thinks, ovvero in italiano (il testo è disponibile in formato kindle) I miti norreni che modellano il modo in cui pensiamo.

Rimaniamo nel mondo nordico. Un articolo del 19 marzo ci parla di un campo di monoliti eretti che si trova a Blekinge in Svezia: fra di essi, ha particolare rilievo uno conosciuto come pietra runica di Björketorp, che è caratterizzata da un’ampia iscrizione runica ancora leggibile, che è risultata essere una pietra tombale recante una maledizione contro chi osasse profanare la sepoltura del defunto.

A lato dell’interesse per il mondo norreno (un po’ come ci ha abituati “Ancient Origins”), non poteva mancare quello per il mondo greco, e naturalmente a tal proposito non si poteva non parlare di mitologia. Un dio non di primissimo piano del pantheon ellenico, è Boreas che personifica il vento del nord (e ha dato origine al termine boreale). Questo dio acquisì particolare importanza durante le guerre persiane, quando il vento del nord fece naufragare la flotta di Serse, contribuendo alla salvezza della Grecia, un mito molto simile a quello giapponese del Kamikaze (che poi diede il nome ai combattenti suicidi della seconda guerra mondiale), il vento divino che in modo analogo avrebbe salvato il Giappone dall’invasione dei mongoli distruggendo la flotta di questi ultimi.

Un articolo che mi ha fatto piacere, perché dalle mie parti Boreas, volto al femminile diventa Bora, la Bora, un vento che a noi triestini da fastidio quando soffia, ma che in fondo amiamo come simbolo della nostra identità cittadina.

Abbiamo poi un articolo del 27 marzo, che è solo una prima parte, dedicato ai misteri e alle profezie dell’oracolo di Delfi, che comincia commentando la celebre frase “Conosci te stesso”, che per esteso era: “Conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei”.

Il 28 marzo torniamo nel mondo nordico, infatti “Ancient Pages” ci ricorda che in questo giorno cade l’anniversario dell’incursione del re vichingo Ragnar Lodbrok, le cui navi risalirono la Senna fino a giungere a saccheggiare Parigi nell’845. Fu un evento di notevole portata storica, perché, da un lato permise ai vichinghi di insediarsi nella terra poi nota come Normandia (da cui dovevano un secolo e mezzo più tardi partire alla conquista dell’Inghilterra), dall’altro, con la deposizione da parte dei feudatari dell’imperatore Carlo il Grosso che si era dimostrato inetto a respingerli, si ebbe la dissoluzione dell’impero carolingio.

Passiamo ora ad “ArcheoMedia” che, come sapete, si occupa prevalentemente di archeologia italiana.

Io vi ho spiegato più volte che la nostra Penisola è un’area di antichissima civiltà dove, quasi dovunque, basta scavare un po’ perché emergano reperti archeologici. Vi sembra un’esagerazione? Allora sentite un po’ quel che ci racconta un articolo di “ArcheoMedia” del 25 marzo. Si era deciso di effettuare degli scavi archeologici nell’area antistante i resti del teatro romano risalente al II secolo dopo Cristo, ma questo ha comportato la necessità di spostare altrove il locale campo di rugby. Scelta un’altra area per realizzarvi un nuovo campo, sono iniziati i lavori…ed è saltata fuori una necropoli, anch’essa di età romana.

Senza alcun dubbio, noi abbiamo alle spalle un grande passato. Peccato che i nostri connazionali – a differenza di altri, per esempio gli Inglesi, che avrebbero assai meno motivo di menarne vanto – si dimostrino rispetto ad esso, perlopiù disinteressati e immemori, nonché spesso dominati da una ridicola esterofilia.

Sembra che il destino – una volta tanto non cinico e baro – di questi tempi abbia una particolare predilezione per l’archeologia del Friuli – Venezia Giulia. Dopo la scoperta di Cordovado (Pn) di cui vi ho parlato la volta scorsa, un intero insediamento, di età romana, come abbiamo visto e a cui anche “ArcheoMedia” dedica un articolo, stavolta “ArcheMedia” ci segnala in un articolo ripreso da StyleArte del 25 marzo un ritrovamento avvenuto in provincia di Udine nella piccola località di Torreano, ancora una volta in conseguenza di scavi che nelle intenzioni non avevano nulla a che fare con l’archeologia, ma servivano per la posa della fibra ottica. E’ emerso una sorta di contenitore molto antico formato da grosse lastre di pietra. In un primo tempo, si è pensato a una sepoltura, ma non sono state trovate tracce di inumazione, era forse un attraversamento carrabile per superare un antico corso d’acqua.

Un articolo di Cristina Romagnoli del 21 marzo ci segnala il ritrovamento a Copparo in provincia di Ferrara, di una piroga scavata in un tronco d’albero. La datazione al radiocarbonio la fa risalire al III millennio avanti Cristo, a un periodo intermedio fra l’Età del Rame e l’Età del Bronzo.

Diamo adesso un’occhiata a un sito che, per la verità, non seguo con molta attenzione, “Vanilla Magazine”, che si occupa degli argomenti che ci interessano, ma in maniera alquanto sporadica.

Questa volta, troviamo un articolo di Leonardo Conti dedicato ad Iside, precisamente al culto di Iside a Roma. Quello di questa divinità egizia, affermandosi nel mondo romano, certamente fu uno dei culti orientali la cui diffusione ci permette di intravedere la crisi della religione classica che precedette e fece da battistrada all’avvento del cristianesimo, che inizialmente non era, appunto, che uno dei molti culti orientali che si diffusero nell’impero. A sua volta, il cristianesimo assorbì certamente elementi isiaci, che vennero incorporati nel culto della madonna.

Segnalo anche che il 24 marzo sul canale You Tube Mesbet TV è stato pubblicato un video di Pierluigi Mulattieri su Equinozio e riti sacri della Valcamonica. La Val Camonica (io personalmente preferisco la grafia staccata), lo sappiamo, è una valle alpina con un gigantesco ciclo di graffiti parietali che costituiscono una delle testimonianze più importanti dell’Italia preistorica, al punto che uno di questi simboli graffiti, la rosa stilizzata, è diventato il simbolo della regione Lombardia.

Questo, però, sembra non essere tutto, perché Mulattieri ci racconta che nella zona permangono tradizioni popolari legate all’equinozio di primavera che forse risalgono a quei tempi antichissimi, e ricordiamo che quello che a partire dalla cristianizzazione è diventato folclore, prima di essa era religione.

Sabato 25 marzo Tgcom24 ha dato notizia che lo stesso giorno e domenica 26 sono le giornate del FAI di primavera. Il FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, è un’organizzazione non lucrativa che si occupa del nostro patrimonio ambientale, storico e artistico, e in queste giornate, con l’aiuto di volontari, tiene aperti al pubblico beni naturalistici o storici solitamente inaccessibili.

Fra gli oltre 750 in 400 città, ne segnalo due di particolare interesse archeologico: il Bacino del Rio Grande che, attenzione, non è quello sudamericano, ma un grande invaso di epoca romana realizzato ad Amelia (Terni) e la piramide etrusca di Bomarzo (Viterbo). Soprattutto di quest’ultimo monumento, una piramide-altare di origine forse pre-etrusca, e ben lontana dall’aver svelato tutti i suoi segreti, vi ho parlato più volte.

Come avete visto, la volta scorsa mi sono diffuso piuttosto ampiamente su ciò che ha da offrirci “Ancient Origins” e, come vi ho detto, mi sono messo a stendere queste note subito dopo la conclusione della centodiciannovesima parte, quindi lì non mi aspettavo proprio di trovare novità ulteriori, ma non si sa mai.

Abbiamo già visto più di una volta che “Ancient Origins” dedica grande spazio alla mitologia. Dopo quella classica e quella norrena, perché non parlare di mitologia celtica, anche considerando la nazionalità irlandese del sito?

Infatti, il 27 marzo abbiamo un articolo di Aleksa Vuckovic dedicato a Cerumnos, il dio celtico dai palchi cervini. In realtà non ne sappiamo molto, i Celti ci hanno lasciato scarse testimonianze scritte, e la maggior parte di quel che sappiamo di loro si deve agli scritti degli autori greci e latini che con il mondo celtico hanno avuto a che fare.

Tuttavia, possiamo presumere che questa divinità munita di corna animali rappresentasse un ideale punto di contatto fra l’umano, l’animale e il divino, incarnasse la ferinità, lo scatenamento degli istinti animali sempre presenti in ogni uomo a dispetto delle sue pretese di razionalità, sappiamo comunque che per i Celti si trattava di una divinità molto importante e venerata. Troviamo quella che è forse la sua più celebre raffigurazione in quel capolavoro dell’oreficeria celtica che è il calderone di Gudestrup, oggi conservato a Copenhagen al Museo Nazionale Danese.

Io vi ho parlato la volta scorsa del libro di Elena Righetto Folklore e magia popolare del Veneto, non ricordo e ho citato anche il sottotitolo: Rituali, superstizioni e antica stregoneria. Comunque sia, lunedì 27 marzo Elena Righetto annuncia che terrà un corso di Storia delle tradizioni popolari venete, dagli antichi culti pagani alle festività dell’anno, presso la sede dello studio olistico “Luce e armonia” di Fossò (Venezia), corso che sarà di livello universitario.

È, se vogliamo, una riprova in più di quel che ci ha assicurato Tolkien, le radici profonde, se sono davvero profonde, non gelano, e, senza voler fare torto ad altre regioni, pare proprio che quelle del nostro Veneto lo siano.

Stabilire una conclusione a questo articolo un po’ particolare perché basato principalmente sui siti minori che la volta scorsa ho trascurato, e stilato apposta per completare il discorso, forse presenta qualche difficoltà più del solito, anche perché, per questo motivo, per evidenziare il nesso tra questa parte e quella che la precede, il tipo di argomenti che sono solito utilizzare come conclusione, questa volta li ho messi all’inizio del pezzo.

Tuttavia perlomeno un concetto resta da evidenziare ulteriormente: Aurelio La Scala Marchesan, Carolyne Larrington, Elena Righetto, in fondo ci dicono la stessa cosa: miti e tradizioni sono elementi fondanti della nostra identità, senza di essi, quella razionalità di cui siamo tanto fieri, non è che la razionalità di una macchina.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra The norse Myths di Carolyne Larrington, al centro le rovine del santuario di Delfi, da “Ancient Pages”, a destra Folklore e magia popolare del Veneto, di Elena Righetto.

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