19 Giugno 2024
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centonovesima parte – Fabio Calabrese

Nel momento in cui mi accingo a stendere queste note, siamo a gennaio 2023, ma come vi ho anticipato la volta scorsa, in effetti i conti con il davvero “interminabile” 2022, che soprattutto nella parte terminale dell’anno è stato ricco di eventi e sorprese, non sono ancora chiusi. Come ricorderete, sebbene il riepilogo dell’annata trascorsa che ho l’abitudine di fare a fine anno, comprendesse due articoli, la centesima e la centounesima parte, si fermava al mese di ottobre, e l’ultima notizia che vi ho dato, riguardava il premio nobel per la medicina assegnato a Svante Paabo, fondatore della paleogenetica, ossia lo studio del DNA antico.

Ora, a questo riguardo, vorrei che aveste ben chiaro un concetto secondo me di fondamentale importanza: la paleogenetica smentisce totalmente l’Out of Africa, che non è una teoria scientifica ma un costrutto ideologico creato per negare l’esistenza delle razze e creare un atteggiamento favorevole verso l’immigrazione: se, infatti, i nostri antenati, come è ormai dimostrato, hanno potuto incrociarsi ripetutamente con gli uomini di Neanderthal e di Denisova dando luogo a una discendenza fertile, noi, questo significa che appartenevano alla stessa specie, Homo sapiens, e allora che senso ha voler sostenere che saremmo “usciti dall’Africa” 50.000 anni fa o poco più, se la nostra specie era già presente in Eurasia da centinaia di migliaia di anni?

Per un’analisi più completa di tutta la questione, vi rimando al mio libro Ma davvero veniamo dall’Africa? (edizioni Aurora Boreale).

Si può ricordare, per prima cosa, che “Ancient Origins” negli ultimi mesi dell’anno ha dedicato un grande spazio alla mitologia greca e anche a quella vichinga, anche toccando aspetti, perlomeno da noi, praticamente sconosciuti, come il mito di Kvasir, l’essere creato magicamente per fondere le qualità delle due stirpi divine degli Asir e dei Vanir, che introduce per la prima volta il concetto di vita artificiale, destinato ad avere grande sviluppo nella fantascienza, dal Frankenstein di Mary Shelley in poi, e a essere oggi argomento di ricerca scientifica. Questo mito esprime poi molto chiaramente il concetto della poesia come invasamento divino, che troviamo già in Omero, e continueremo a trovare in forme diverse fino al romanticismo e oltre.

Tuttavia, per quanto riguarda la mitologia greca, bisogna esprimere una lamentela, tra i “miti greci” troviamo citata la leggenda di Romolo e Remo. Palesemente, non si tratta di un mito greco ma romano, non solo, ma è proprio la leggenda fondante della romanità. Allo stesso modo, in un articolo dedicato alla rinascita del paganesimo in Europa, “Ancient Origins” si era diffusa sulle comunità gentili elleniche, celtiche, germaniche, nordiche, slave. Tutti meno la rinascita della religione gentile in Italia, cosa che, credo, l’associazione Pietas e il nostro amico Giuseppe Barbera avrebbero molto da dire al riguardo.

Forse fa gioco il fatto che l’Italia che per sua sciagura ospita il Vaticano, è considerata il Paese cattolico per antonomasia, ma ribadiamolo, le nostre vere radici non sono lì, sono in quei culti gentili che il cristianesimo e la Chiesa cattolica dopo aver cercato a ogni modo di sopprimerli, hanno malamente soppiantato.

Nemmeno a farlo apposta, nel periodo che non ho fatto in tempo a ripercorrere nella mia sintesi, le nuove informazioni sono state incalzanti, abbiamo saputo da “The Archaeology Magazine” che in Spagna la secca estiva del fiume Guadiana ha portato alla luce a La Torre La Janera un complesso megalitico di oltre 500 menhir.

Notizie clamorose anche per quanto riguarda la nostra Italia, dove dal fango della piscina votiva di San Casciano dei Bagni (Siena) è emersa una collezione sorprendente di bronzetti, un ritrovamento che qualcuno ha accostato a quello dei bronzi di Riace.

Nuove informazioni sul nostro remoto passato sono venute da dove meno ce lo aspetteremmo. Ad esempio, il “National Geographic” ha riportato la notizia della scoperta sotto i ghiacci della Groenlandia, di un cratere da impatto meteorico, il cratere Hiawata (così chiamato dal nome di una divinità dei nativi americani). L’impatto del meteorite Hiawata sarebbe stato la causa, 12.000 anni fa, del cosiddetto Dryas recente, una mini-età glaciale che avrebbe cancellato alcune promettenti culture che parevano avviate sulla strada della civiltà, come la cultura natufiana in Medio Oriente e quella Clovis nelle Americhe.

Ritorno ora brevemente su di una questione della quale mi sono occupato con una certa ampiezza. “La fonte” sarebbe quella meno degna di attenzione che si possa immaginare, si tratta infatti della traduzione, tra l’altro in un italiano pessimo e quasi incomprensibile, suppongo si tratti del traduttore automatico di internet, di un articolo nemmeno tanto recente apparso su un sito russo, ma l’argomento mi pare degno della massima attenzione e, direi, cruciale. L’articolo si occupava del rapporto fra slavi e indo-iranici. Come sappiamo, sia le lingue slave, sia quelle indo-iraniche appartengono al ramo orientale, satem, delle lingue indoeuropee.

Questo ha spinto alcuni ricercatori a ipotizzare che le lingue e le popolazioni slave avrebbero avuto origine da una migrazione di genti indo-iraniche verso l’Europa. Basta consultare il moderno oracolo di Wikipedia, che contiene, sembrerebbe, lo scibile mondiale ma anche un bel po’ di sciocchezze, per vedere che le popolazioni proto-slave come Sciti e Sarmati sono indicate come indo-iraniche.

Di mezzo c’è l’idea dell’India come patria ancestrale, Urheimat degli indoeuropei, idea che deriva da un malinteso: la più antica lingua indoeuropea di cui abbiamo testimonianza, è infatti una lingua indiana, il sanscrito in cui sono redatti i Veda, i libri sacri della religione induista, ma si vede bene dov’è l’errore: il fatto che il sanscrito sia la più antica lingua indoeuropea scritta non implica necessariamente che sia stata la più antica lingua indoeuropea a essere parlata. Ma soprattutto c’è di mezzo il fascino (insidioso) dell’Oriente, quello che io chiamo lo strabismo orientale, la tendenza a cercare le nostre radici dappertutto meno che in Europa.

Basta guardare una carta geografica per rendersi conto dell’inverosimiglianza della cosa: l’India è proprio l’estrema propaggine a oriente dell’area di diffusione delle lingue indoeuropee in età antica, non solo, ma è abitata da una popolazione completamente diversa, gli “scuri” Dravidi. Con ogni probabilità, i patiti dell’Oriente hanno una volta di più girato il binocolo dalla parte sbagliata, la realtà è esattamente opposta, gli “Aryas” che invasero l’altopiano iranico e poi l’India erano con ogni probabilità una popolazione affine agli Slavi proveniente dalla regione aralo-caspica, e d’altra parte si capisce che il millenario sistema delle caste indiano era stato concepito precisamente allo scopo di tenere separate le due popolazioni, Aryas e Dravidi.

Una nuova tecnologia che promette di avere un grande impatto sulla ricerca archeologica, è la tecnologia LIDAR. Si tratta di un tipo di scansione radar che nelle zone ricoperte da foresta, consente di “bucare” la volta arborea, di vedere cosa c’è sotto gli alberi senza sradicarne nemmeno uno. Grazie a essa, in Polonia, nella foresta di Bialowieza (l’unica foresta originaria in Europa, dove è stato reintrodotto il bisonte europeo) sono state individuate 800 strutture di interesse archeologico, tumuli alcuni antichi e medievali, altri preistorici, ma sempre il LIDAR in Italia avrebbe permesso l’identificazione nella regione del Sannio di 150 insediamenti sannitici fra cui 95 fortificazioni finora sconosciute. Anche il passato della nostra Penisola lo conosciamo molto meno bene di quel che crediamo.

Accanto alle notizie positive, però non si può non segnalare qualcosa di pessimo. Un articolo di Alessandro Rico su “La Verità” del 22 ottobre, La scienza si censura per paura del razzismo, ci racconta che sulla rivista “Nature” è apparso un appello a censurare la genetica, i cui testi dovrebbero essere riservati agli specialisti e passare “il filtro” di una commissione di appartenenti alle minoranze etniche. La genetica ha il torto di smentire le leggende della democrazia, dall’inesistenza delle razze umane alla nostra presunta origine africana. La democrazia è oscurantismo e reclama il ritorno all’ignoranza imposta per legge.

Intanto, però, lo si voglia o no, la ricerca va avanti, e a novembre è stato segnalato il ritrovamento nel sito neanderthaliano della grotta irachena di Shanidar dei resti di una “focaccia” fossile vecchia di 70.000 anni che è risultata essere un impasto di cereali e legumi macinati e cotti. Una scoperta importante perché smentisce la leggenda che vedeva in questo antico uomo un carnivoro quasi puro. Più lo conosciamo, più ci appare simile a noi.

Ve lo cito per non sembrare disinformato, ma nei termini più sintetici possibile, perché non è mia intenzione contribuire all’egittomania, allo strabismo orientale, a tutto quanto ci allontana dalle nostre radici europee: attorno al 4 novembre si è fatto un gran parlare di Egitto su tutti i media, perché è caduto il centenario dalla scoperta della tomba di Tutankhamon. È tristemente significativo che nella circostanza quasi nessuno abbia ricordato il fatto che il 4 novembre è anche l’anniversario dell’ultima grande vittoria italiana, la conclusione vittoriosa della Prima Guerra Mondiale.

Va da sé che nel clima che stiamo vivendo, avvelenato dal “politicamente corretto” democratico, ci si sia ben guardati dal menzionare un fatto di fondamentale importanza: le analisi del DNA condotte sulla mummia di Tutankhamon hanno rivelato un DNA di tipo europeo, con un aplogruppo del cromosoma Y oggi rarissimo in Egitto, ma assai comune, ad esempio nelle Isole Britanniche, e da questo punto di vista il “faraone bambino” non è affatto un’eccezione, infatti le mummie faraoniche rivelano perlopiù lineamenti europei e capelli biondi o rossicci.

Questa è probabilmente la chiave per comprendere il mistero della civiltà egizia, una civiltà che ci appare da subito stranamente “adulta”, e poi per i successivi tre millenni non innova nulla (l’unica nuova invenzione che compare a un certo punto, è il carro da guerra, che fu introdotto nella Valle del Nilo dagli invasori Hyksos), ma sembra perdere abilità e competenze, ad esempio, le piramidi di Sakkara e Giza furono erette sotto le prime dinastie, dopo di che pare che si siano perdute le competenze per crearne altre.

Tutto ciò ha, forse, una spiegazione relativamente semplice: la civiltà egizia è stata creata da una élite di origine europea, e ha poi perso di creatività, man mano che l’elemento europeo si è affievolito.

A dicembre una notizia è stata ripresa un po’ da tutti i media, non solo quelli che si occupano specificamente di archeologia, ma anche da siti generalisti come MSN.com: In Groenlandia lo studio del DNA ambientale (in sostanza il DNA vegetale e animale messo a disposizione dei ricercatori dallo scioglimento del permafrost, ha rivelato che la grande isola da due milioni fino a poche decine di migliaia di anni fa, possedeva un clima mite e presentava un paesaggio, come ha titolato MSN.com, dove comparivano Mastodonti, betulle e rose. Guarda caso, proprio la situazione descritta dagli autori tradizionalisti che ipotizzano un’origine nordica dell’umanità, prima che il peggioramento climatico trasformasse l’Artide in un deserto gelato.

A parte, vorrei parlarvi di un ricercatore fuori dagli schemi, al cui lavoro ho fatto più volte riferimento, l’ingegner Felice Vinci, autore di Omero nel Baltico. A dieci anni dall’ultima edizione aggiornata di questo libro che ha aperto nuove prospettive all’archeologia europea, Vinci è tornato sull’argomento con I segreti di Omero nel Baltico, ma il discorso è ben lungi dall’essere finito qui, infatti a breve distanza di tempo sono seguiti Il meteorite iperboreo e I misteri della civiltà megalitica.

Il meteorite iperboreo è un testo scritto (a sei mani) assieme a due altri autori, Syusy Blady e Karl Kello, il tema è quello di un meteorite ferroso che sarebbe precipitato sull’isola estone di Saarema, avrebbe consentito agli uomini la scoperta del ferro, e da lì sarebbero partiti i rivolgimenti dell’Età del Ferro che hanno cambiato il volto delle più remote civiltà umane. Blady e Kello sono, come Vinci, collaboratori di un sito molto interessante che vi consiglio di tenere d’occhio, “L’arazzo del tempo”.

I misteri della civiltà megalitica ci offre un’ipotesi forse ancor più suggestiva di quella di Omero nel Baltico: le costruzioni megalitiche, sparse praticamente in ogni parte del mondo sarebbero ciò che rimane, grazie all’indistruttibilità della pietra, di un’antica civiltà globale che sarebbe esistita fino a 12.000 anni fa.

Merita segnalare anche un articolo pubblicato in lingua inglese assieme ad Arduino Maiuri sul “Athens Journal of Mediterranean Studies”, dal titolo (che vi traduco in italiano): Il protagonista dell’Odissea è davvero lo stesso Ulisse dell’Iliade? Scopriamo nell’Odissea una dimensione da romanzo poliziesco: l’Ulisse ricomparso a Itaca dopo vent’anni era davvero Ulisse, o un complice di Telemaco per sbarazzarsi dei Proci e impedire un nuovo matrimonio di Penelope che l’avrebbe privato della successione al trono dell’isola?

Accanto ai testi di Vinci, vale la pena di menzionare anche il voluminoso Celti di Alessandro Marchesan e Aurelio La Scala Marchesan (BiDiGi editrice), un testo che presenta un dettagliato resoconto sui ritrovamenti riconducibili alla cultura celtica nell’area del nostro Nord-est, venetica e retica.

Con questo abbiamo finalmente chiuso i conti con “l’interminabile” 2022. Cosa riserverà l’anno nuovo e, in generale, cosa ci aspetta nel futuro, ovviamente non è dato di sapere, ma c’è la certezza che, finché ci sarà possibile, “Ereticamente” e il sottoscritto, continueremo a testimoniare l’antichità e la grandezza della civiltà europea.

NOTA: Nell’illustrazione, i tre testi di Felice Vinci che recentemente si sono affiancati al “classico” Omero nel Baltico: I segreti di Omero nel Baltico, Il meteorite iperboreo (con Syusy Blady e Karl Kello) e I misteri della civiltà megalitica.

 

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