19 Giugno 2024
Crisi Medio-Oriente

Lager Palestina – Enrico Marino

“Allah Akbar!” è il grido riecheggiato in tutto il mondo attraverso i video che hanno documentato le violenze dei militanti islamici contro donne, bambini, giovani di ogni nazionalità, massacrati o rapiti, il 7 ottobre 2023, mentre una valanga di missili si abbatteva su Israele. La stessa invocazione “Allah Akbar!” è risuonata nei giorni successivi sulle piazze arabe e sui social occidentali filo-islamici, per festeggiare l’aggressione di Hamas a Israele.

La risposta di Israele non s’è fatta attendere e, nell’attesa di una massiccia operazione militare di terra nella striscia nord di Gaza per debellare Hamas, lo stato ebraico ha proceduto a una fitta serie di bombardamenti che hanno riversato sul paese solo nei primi sette giorni un numero di bombe pari a quello rovesciato dagli americani in un anno in Afghanistan. Contemporaneamente è stato interrotto ogni rifornimento di acqua, gas e luce nel territorio palestinese, costringendo la popolazione a un esodo forzato e privando di ogni rifornimento anche le strutture ospedaliere. Allo stato attuale, cioè quello in cui scriviamo, l’azione israeliana ha già causato altre 4.000 vittime e centinaia di feriti tra la popolazione palestinese.

Questa forma di assedio totale ha sollevato molteplici dubbi e proteste, da parte di organizzazioni internazionali e società civile, sia per le denunce di comportamenti contrari al diritto internazionale, considerati crimini umanitari, sia per le ricadute negative che avrebbe prodotto sull’immagine di Israele nel consesso internazionale. Nei ripetuti richiami delle Nazioni Unite ai belligeranti si ricorda l’obbligo, vigente anche in stato di guerra, di rispettare il diritto umanitario internazionale, a cominciare dalla protezione dei civili. Come dire: anche la guerra ha delle regole. E prendere per fame e per sete una popolazione civile che già soffre il dramma del conflitto è azione disumana, ingiustificabile.

Questa situazione ripropone, peraltro, l’annoso e irrisolto problema della mancata creazione di uno stato palestinese autonomo sui territori occupati da Israele e della relazione fra il popolo palestinese e le formazioni che, di volta in volta, ne hanno assunto la rappresentanza politica e militare.

Quando si parla di Gaza e Cisgiordania, al di là di ogni pur necessaria ricostruzione storico politica, non si può prescindere dalla costatazione che la situazione dei palestinesi in quei territori è ristretta e sottomessa, oltre ogni decenza e dignità, in uno spazio dal quale non è consentito allontanarsi senza transitare attraverso varchi controllati e sottoposti alla giurisdizione di un potere estraneo, dal quale si dipende in tutto e per tutto anche per gli approvvigionamenti vitali energetici e di acqua. La vita in una riserva indiana nel vecchio Far West americano non doveva presentare grandi differenze da questa condizione di prigionia a cielo aperto in cui è costretta la popolazione palestinese nei territori occupati. Territori sempre più colonizzati da Israele con insediamenti illegali di kibbutz, che vivono una realtà da fortini installati in un territorio straniero e ostile, per cui ogni abitazione dev’essere dotata di una “defense room”, cioè una stanza blindata, presente per legge in ogni abitazione costruita dopo il 1992 e ancora più comune negli insediamenti vicini al confine, pensata per offrire un riparo sicuro durante gli attacchi con i razzi o con i missili, mentre l’intero kibbutz è dotato di una scorta militare a difesa. Questa non è una situazione normale ed è lo specchio della realtà che caratterizza una convivenza inaccettabile tra una popolazione sottomessa e soggetta a umiliazioni e il suo carceriere-occupante.

Una situazione che, con alterne vicende, si trascina dal 1948, dalla Nakba, ovvero “la catastrofe” in arabo, ricordata dai palestinesi ogni anno il 15 maggio, un giorno dopo la fondazione dello stato di Israele, perché rappresenta con la fuga di 700mila palestinesi il primo atto di un odissea che, tra espulsioni ed espropriazioni, ha portato Israele a impossessarsi dei territori abitati da migliaia di arabi, espandendo i suoi possedimenti, con decine di villaggi palestinesi distrutti e ripopolati da insediamenti israeliani. Un esempio tra tutti è Giaffa, storica città araba, diventata un quartiere di Tel Aviv, la città israeliana fondata nel 1909.

Da quella data, in un succedersi di guerre, intifade, “punizioni collettive”, attentati suicidi, rastrellamenti, uccisioni, espulsioni, demolizioni di massa, lanci di razzi e bombardamenti, finalmente l’11 settembre del 2005 fu ammainata l’ultima bandiera israeliana sulla Striscia di Gaza. Ma il paradosso di quel disimpegno israeliano fu che i palestinesi invece di ricevere l’agibilità di quel territorio vi furono rinchiusi.

Dichiarato “entità ostile” da Israele, il fazzoletto di terra palestinese è sottoposto a un blocco quasi ermetico dal 2007. È occupazione sotto un’altra forma, è il controllo a distanza. “L’idea è mettere i palestinesi a dieta, senza farli morire di fame”, spiegava Dov Weissglas, che dopo l’ictus di Sharon passò al servizio del nuovo primo ministro israeliano, Ehud Olmert. I nutrizionisti dell’esercito israeliano hanno calcolato la razione che permette di mantenere un abitante medio di Gaza appena al di sopra della soglia di malnutrizione: 2.279 calorie al giorno. Sulla base di questa stima lo stato maggiore ha stabilito che ogni giorno potevano entrare a Gaza 131 camion. Ma secondo l’Ong israeliana Gisha, specializzata nei problemi di accesso nella Striscia, spesso non si raggiungeva quel numero. Nell’idea dei militari israeliani, un popolo indebolito è meno portato a combattere, chi ha un problema di sostentamento ha minori energie da dedicare alla lotta politica e alle ambizioni di indipendenza.

Quelli che da decenni si esibiscono in condanne senza appello delle presunte malefatte dei nazionalsocialisti tedeschi avrebbero qualcosa da dover dire al riguardo, se non vivessero sotto una spessa coltre di ipocrisia e di vergognoso conformismo ideologico.

Chi afferma che il popolo palestinese è “prigioniero” di Hamas e usato cinicamente da questi dice solo una mezza verità, perché l’odio e l’esasperazione determinati dalla condizione in cui i palestinesi sono relegati da Israele hanno consentito la presa del potere da parte di Hamas e ne alimentano le file e ne sostengono la lotta.

Chi denuncia il progetto islamico della distruzione di Israele, trascura di considerare che chiunque fosse oppresso da decenni ambirebbe naturalmente alla distruzione del proprio oppressore.

Chi ricorre al trito ragionamento del necessario sostegno internazionale a Israele, in quanto “unica democrazia dell’area mediorientale”, dovrebbe anche spiegare quale titolo di merito possa avanzare un qualsiasi Stato che, nel dichiararsi “democratico” al proprio interno, agisca su piano estero come un qualsiasi regime predatorio, incurante del diritto internazionale e delle risoluzioni del consesso mondiale delle Nazioni Unite.

Chi afferma con comprensione “il diritto di Israele a difendersi”, è lo stesso che con troppa superficialità ignora la “conta dei morti”, cioè il prezzo in termini di vite umane drammaticamente squilibrato che questo diritto comporta.

Chi sostiene con intransigenza il diritto del popolo ucraino a difendersi e a non cedere lembi del proprio territorio nazionale, dovrebbe contemporaneamente spiegare perché questo diritto non dovrebbe parimenti valere per il popolo palestinese.

Infine, chi afferma che con Hamas non si tratta, perché con i suoi atti Hamas ha dimostrato d’essere un mostro, dovrebbe interrogarsi sulle cause e su coloro che quel mostro hanno contribuito a creare.

Enrico Marino

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