23 Giugno 2024
Storia

“D’Annunzio non fu contro l’Asse” – Pietro Cappellari

In questi ultimi anni abbiamo visto come la “cancellazione della cultura” sia il mezzo attraverso il quale la sinistra tenti di annichilire la nostra civiltà per adempiere al suo atavico – quanto illusorio e criminale – progetto di “rigenerazione della società” (cfr. E. Mastrangelo e E. Petrucci, Iconoclastia, Eclettica, 2020). Del resto, Mao – che oltre ad essere un grande assassino era anche un grande poeta – lo aveva detto: le poesie più belle si scrivono sulle pagine bianche. Poco importa se per far bianche quelle pagine sono state eliminate milioni di persone o cancellate intere civiltà.

L’abbattimento delle statue dei “grandi” del nostro passato, rientra in questa follia nichilista. E se vanno giù statue di ignoti scrittori o scienziati, come di Generali od esploratori, alcune resistono, non sappiamo ancora per quanto, all’idiozia fattasi azione vile, in quanto coperta dall’impunità. È il caso delle statue di Gabriele d’Annunzio che ancora sopravvivono alla furia iconoclasta antifascista e, anzi, seppur “depotenziate”, rivivono una seconda stagione.

Certamente, se le statue del Poeta-eroe resistono, la sua figura in questi anni è stata incredibilmente al centro di una manipolazione che lascia sconcertati. Abbiamo già affrontato questa tematica in due nostri lavori cui rimandiamo il lettore curioso (cfr. P. Cappellari, Fiume trincea d’Italia, Herald Editore, Roma 2018; e P. Cappellari, D’Annunzio in libertà, Passaggio al Bosco, Firenze 2021) e non ci interessa tornare su un argomento che, ormai, è ben saturo di risposte e precisazioni per chi voglia sentire, comprendere, constatare.

Tuttavia, dobbiamo sottolineare che questi tentativi di defascistizzare della figura del Poeta-eroe partono da lontano, dalla gestione Momigliano del “Vittoriale” – della quale abbiamo fatto cenno anche nei nostri studi –, quando cominciarono a circolare voci tendenti a presentare, se non un d’Annunzio antifascista, certamente antinazista e, quindi, contrario all’Asse, al Patto d’Acciaio… e, chiudendo il cerchio, alla politica del Regime fascista, a Mussolini… e il gioco è fatto!

Questo, ovviamente, senza presentare un solo documento. Anzi, sovvertendo tutto quello che i documenti provavano – e provano tutt’ora – con dovizia di particolari.

 

La liquidazione del “Vittoriale”

 

Eucardio Aronne Momigliano fu il grande “apripista” del d’Annunzio defascistizzato. Di origini ebraiche, massone, fascista sansepolcrista, lasciò il PNF nel 1924 – durante la crisi Matteotti, si presume, quando parve che il Governo Mussolini avesse le ore contate –, passando con il Partito Democratico Sociale all’opposizione, almeno fino alle “leggi fascistissime” del 1925-1926, quando, con lo scioglimento di tutti i partiti e della massoneria, abbandonò ogni attività politica, dedicandosi esclusivamente alla sua professione di Avvocato e agli studi storici.

La sua passata attività politica nel Partito Democratico Sociale (liberali di sinistra), gli comportò un arresto conclusosi poi con una semplice diffida nel 1927, a causa di denunce che nascondevano vendette private nate nell’ambito della sua professione. Fu accusato di aver collaborato al tentato espatrio clandestino degli antifascisti Giovanni Ansaldo, Carlo Silvestri e Riccardo Bauer, fornendo loro l’automobile di sua proprietà.

Questa diffida, ovviamente, non gli impedì di continuare a scrivere e dare alla luce alcune importanti biografie sui grandi del passato, come Anna Bolena (pubblicato nel 1931-IX per la Mondadori e riedito nel 1933-XI per la Corbaccio); Federico II di Svevia (3a ed., Corbaccio, 1937-XV); Federico Barbarossa (Corbaccio, 1937-XV). Ma non solo. Collaborò con alcune riviste del Regime come “Le Opere” e “Giorni” di Genova; “Varietas” di Milano; nonché venne chiamato alle stazioni radiofoniche di Torino, Milano e Genova per tenere conferenze storiche e patriottiche. Fu anche collaboratore di Giovanni Gentile all’Enciclopedia Treccani.

Dal 1926 Momigliano non diede rilievi di sorta e, ancora nel 1939, in piena legislazione razziale, gli fu rinnovato per l’ennesima volta il passaporto per l’estero: lo stesso Prefetto di Milano diede il nulla osta per la radiazione dalla rubrica di frontiera. La velocizzazione della pratica del rinnovo del passaporto fu, tra l’altro, patrocinata dall’Onorevole fascista Filippo Ungaro al Vicecapo della Polizia Carmine Senise, con una richiesta scritta in cui si evidenziava che il Momigliano avesse “particolari benemerenze”.

Sempre seguito dalle Autorità di PS nei suoi numerosi spostamenti in Italia e all’estero (sempre permessi), il 5 Febbraio 1935 poté tranquillamente effettuare una conferenza a Palermo sul tema Storia, storie e storici, invitato dal Circolo della Stampa. Il Prefetto, accortosi di ciò, non annullò la conferenza, limitandosi a non far intervenire le Autorità locali e facendo le sue rimostranze agli organizzatori e al Presidente dell’Istituto Fascista di Cultura del capoluogo.

Ci siamo dilungati su queste notizie che compaiono nel fascicolo personale di Momigliano del Casellario Politico Centrale più che altro per una digressione sulla repressione del dissenso che si ebbe durante il Regime, repressione che si fece serrata, come era comprensibile, solo nel momento di crisi dovuta allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Momigliano, infatti, fu confinato politico per sei mesi, dal Luglio al Dicembre 1940, nel campo di concentramento di Urbisaglia Bonservizi (Macerata), dopo l’entrata in guerra dell’Italia, quando le maglie del controllo politico subirono una stretta in tutto il Paese e in molti, cui nulla era addebitabile, incapparono nella breve stagione della repressione del “dissenso presunto”.

Si rifugiò a Roma durante la RSI e non sembra che abbia svolto attività antifascista come narrato da alcuni.

Un interessante studio sul periodo clandestino romano del futuro Commissario del “Vittoriale” ha incentrato la descrizione degli eventi sulla notizia della morte di Momigliano che, secondo quanto dichiarò lui stesso, venne diffusa da un non meglio specificato “giornale ufficioso della Repubblica Sociale di Salò” [sic!] nel Marzo 1944: “Annunziava a grandi caratteri che ero stato finalmente catturato a capo di una banda di partigiani antifascisti e che avevo avuto la pena meritata: grazioso eufemismo per avvertire che ero stato fucilato”. Una notizia, sia chiaro, che la stessa autrice del pezzo non è riuscita però a ritrovare nei quotidiani del tempo da lei consultati (cfr. G. Arrigoni, Identità e memoria, in AA.VV., Il mio cuore è a Oriente, Cisaplino, 2008).

Anche la nostra indagine sulle collezioni de “Il Popolo di Roma” e de “La Tribuna” di Roma del Marzo 1944 non ha dato esito diverso.

Che, poi, Momigliano godesse di così grande attenzione da parte degli organi di polizia della RSI, tanto da meritarsi un comunicato stampa ufficiale – del quale comunque non c’è traccia – ci lascia davvero perplessi.

È certo che nella cartella del Casellario Politico Centrale non compare nessuna “croce” – come ipotizzato dall’interessato – e nessuna annotazione di morte.

Le cose si complicano ancora di più quando Momigliano asserisce che lesse la notizia della sua morte anche su un giornale antifascista di Catania, si presuppone dopo l’Estate 1944 (“in Sicilia, ormai liberata da oltre un anno”). Anche in questo caso, quale quotidiano nessuno sa, né si può sapere come la notizia fosse giunta fin lì e come avesse avuto lui la possibilità di leggerla.

Questa breve digressione serve ad inquadrare Momigliano in tutte le sue sfaccettature per quanto andremo a narrare.

Arrivati gli Alleati, aderì all’effimero Partito Democratico del Lavoro e, nel 1945, assurse improvvisamente, quanto incredibilmente, alla Presidenza del “Vittoriale”, in qualità di Commissario. Subentrava al grande accademico Francesco Ercole, Rettore universitario, Presidente dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, Ministro dell’Educazione Nazionale (1932-1935), Presidente della Fondazione del “Vittoriale” nel periodo della Repubblica Sociale Italiana, deceduto il 25 Maggio 1945.

 

La gestione Momigliano

 

L’opera del nuovo Commissario fu subito chiara a tutti: defascistizzare d’Annunzio, amplificare ed isolare dal contesto storico le differenze dal fascismo… senza esibire un sol documento. In molti lo considerarono semplicemente il “liquidatore” del “Vittoriale”. L’anticipatore delle picconate “liberatrici” che avrebbero abbattuto la “sacra villa”, con enorme gioia degli antifascisti tutti.

Scriveva proprio in quelle settimane Vanni Teodorani:

L’Autorità ha disposto che nelle scuole medie non venga più studiata l’Iliade perché troppo guerresca. Così anche il camerata Omero è epurato, colpito con la sospensione dell’insegnamento. […] Per d’Annunzio basterà accennare ad un autorevole giornale milanese che nell’euforia dei primi giorni si è dispiaciuto molto della morte naturale dell’esimio poeta, che non ha consentito una regolare fucilazione con successiva esposizione.

Il fatto è che se vogliono sfascitizzare l’Italia come si intende oggi non ci resteranno né vivi né morti degni del nome di uomo. Esclusi sì e no due o tre epuratori non epurabili. Ma non farebbero prima ad andarsene loro?” (Vanni Teodorani, Quaderno 1945-1946, Stilgraf, 2014, pag. 130).

L’articolo di Momigliano comparso sul “Cosmopolita” di Roma il 25 Ottobre 1945 fu tutto un programma: Il dissidio d’Annunzio-Mussolini. Articolo nel quale narrava di Men in black fascisti che, il giorno della morte del Poeta-eroe, si erano precipitati al “Vittoriale” a sequestrare documenti scomodi, guarda caso mai più ritrovati, riuscendo a selezionare in un paio d’ore quello che non si riuscì a trovare in anni ed anni di archiviazione del caotico ammasso di documenti dannunziani! Articolo dove si soffermava su alcune crisi dei rapporti tra i due uomini al tempo di Fiume e immediatamente successivi; e dove dava prova di fervida fantasia nel voler dipingere la famosa caduta dal balcone di d’Annunzio dell’Estate 1922 come un’aggressione fascista, citando i nomi di Aldo Finzi e di Albino Volpi “squadrista, sanguinario, uno degli esecutori del delitto Matteotti”: “Un colpo di bastone al capo è presto inferto da chi abbia esperienza in simili imprese. Da quel colpo di bastone si ottiene l’esclusione da ogni attività di Gabriele d’Annunzio nella politica italiana”.

Ovviamente, Momigliano specificava che si trattava di indizi, ma che l’ipotesi era verosimile…

In realtà, quel 13 Agosto 1922, il Poeta-eroe venne spintonato da una delle due Baccarà per gelosia o per un corteggiamento troppo spinto. Nulla di politico, ovviamente.

Poi, anche il grave errore di anticipare l’iscrizione di d’Annunzio al Fascio di Fiume all’Ottobre 1919, quando tutti sapevano che risaliva all’Ottobre 1920, in tutt’altro contesto storico. E non si tratta di un errore di battitura o di distrazione, ma di una vera convinzione, avendo usato la data sbagliata del “5 Ottobre 1919” anche in un articolo sul “Corriere della Sera” due anni dopo (Cfr. E. Momigliano, Gabriele d’Annunzio e Mussolini. Odio, disprezzo e minacce sotto l’enfasi delle reciproche lodi, “Corriere della Sera”, 6 Novembre 1947).

Momigliano cercò in tutti modi di presentare d’Annunzio come una “maschera” – ogni elogio era in realtà un’offesa, secondo il Presidente del “Vittoriale”! –, sbagliando anche nell’interpretazione psicologica del personaggio, ben lontano da simili atteggiamenti “orientali” e pirandelliani.

Per quanto riguarda la strumentalizzazione della posizione di Mussolini davanti alla fine della Reggenza del Carnaro, fatta proprio per enfatizzare i dissidi e le contrapposizioni che ovviamente vi furono, si rispolverò il tema del “tradimento mussoliniano”, cosa che lo stesso De Felice giudicò assolutamente sbagliata ed antistorica (Cfr. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario 1883-1920, Einaudi, Torino 1965, pag. 557).

Aggiungere altro appare superfluo. La storia si fa con i documenti, non con il sentito dire, col pettegolezzo maligno, con interpretazioni avulse dalla realtà dei fatti ed anche dalla logica; non con la “lettura tra le righe”, dove non c’è scritto nulla ma solo spazi bianchi, che nessuno può permettersi di riempire a piacimento per avallare le proprie tesi e le proprie convinzioni. Valga comunque la sentenza: “Chi fa antifascismo, non fa storia”.

 

La reazione dei dannunziani

 

Dati questi fatti, non stupirà che, all’epoca, Momigliano venne più volte attaccato dai dannunziani.

In occasione del Trentennale della Marcia su Ronchi [12 Settembre 1949], presso il Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera, la sopravvissuta A.N.A.I. [Associazione Nazionale Arditi d’Italia] aveva espresso l’intenzione a partecipare al raduno nazionale assieme ai suoi Arditi, ai Legionari ed ex combattenti.

Il Ministro dell’Interno Scelba, in accordo con il Presidente del Vittoriale Eucardio Momigliano, aveva vietato – in loco – ogni manifestazione quindi gli Arditi dell’A.N.A.I., i Legionari fiumani, i delegati giuliano-dalmati, i combattenti del Carso, i Mutilati di Guerra, vennero respinti.

L’11 Settembre 1949, il quotidiano ‘Il Meridiano d’Italia’ pubblicava, in prima pagina, una serie di vibranti articoli contro il Ministro Scelba e contro il Momigliano stesso, invitando Giancarlo Maroni a bollarlo pubblicamente quale indegno Presidente del Vittoriale.

Da Parigi intervenne perfino Maria Harduin di Gallese, vedova d’Annunzio, che, partendo alla volta di Gardone con l’intenzione di far aprire i cancelli del complesso monumentale, riusciva così a garantire lo svolgimento delle celebrazioni” (M. Ursini e A. Castagnino, Italia o morte! Storia dell’associazionismo ardito dal 1919 al 2022, F.N.A.I., 2022, pag. 194).

Nell’Ottobre 1950, Momigliano venne chiamato in causa dalle colonne “Il Nazionale” dal Volontario di Guerra Adriano Bolzoni, per i suoi articoli di militante antifascista, scritti con arroganza tipica di un certo ambiente partigiano e vendicativo: “Non conosciamo di persona quel tal Eucardio Momigliano che a più riprese, dalle colonne di fondo del ‘Corriere della Sera’ va insegnando agli Italiani cos’è precisamente la Patria e come ci si debba, per essa, sacrificare combattendo. Non conosciamo Momigliano, ma è positivo che costui deve essere un tipo jettatorio, piuttosto funebre. […] Oggi [1950, nda] l’Italia è a sbrendoli. Momigliano parla dei delitti dei fascisti e delle pene da comminarsi a questi. Ma è buono, Momigliano. E vuole ‘la conciliazione di tutti gli Italiani sulla base della condanna al fascismo’. Ma s’impicchi. Lui e tutti quelli come lui” (A. Bolzoni, Momigliano, vacci piano, “Il Nazionale”, a. II, n. 32, 15 Ottobre 1950).

L’opera di Momigliano fece scandalo tra i dannunziani e già il 17 Settembre 1950 si era tenuta al “Vittoriale” una riunione fra Legionari fiumani e amici della Fondazione in difesa dell’Architetto Giancarlo Maroni che, dopo tanti anni di servizio, rischiava il siluramento dalla “nuova gestione”. Si dovette convocare con urgenza il Comitato centrale degli “Amici del Vittoriale” in seduta straordinaria per far fronte allo “scandalo”: “La verità su questa ridda di pettegolezzi dietro la quale sta un’oscura volontà già da noi qui denunciata si può riassumere così: al Vittoriale, Giancarlo Maroni ci sta bene. Chi non ci sta bene è il Presidente Momigliano la cui aridità e la cui inferiorità all’alta carica sono note a tutti. Se c’è un uomo da sostituire è il Signor Momigliano non certo Giancarlo Maroni” (Giancarlo Maroni al Vittoriale, “Il Nazionale”, a. II, n. 50, 10 Dicembre 1952).

Nonostante l’opera svolta da Momigliano con disinvoltura, il Presidente del “Vittoriale degli Italiani” trovò il deserto intorno a sé e presto la sua stella cominciò ad incrinarsi, complice anche uno scandalo in cui venne coinvolto, avendo ricattato l’industriale milanese Angelo Motta in difficoltà economica per la cessione “di un sostanzioso pacchetto di azioni”, agendo “a nome per conto di loschi interessi finanziari” (Eucardio Momigliano condannato in Tribunale, “La Rivolta Ideale”, a. VIII, n. 4, 25 Gennaio 1953). “La Rivolta Ideale”, per tanto, chiedeva l’immediata rimozione di Momigliano dall’incarico di Presidente del “Vittoriale”, dedicandogli addirittura una poesia, non pubblicabile per intero, che iniziava così: “Momigliano, già annotta / per te sul Vittoriale. / Quando farai fagotto? / Deciso ha il Tribunale / che il Panettone Motta / è assai duro biscotto” (Eucardio Momigliano, “La Rivolta Ideale”, a. VIII, n. 10, 8 Marzo 1953).

Gli stessi Onorevoli missini Giorgio Almirante e Carlo Colognatti interrogarono il Ministro della Pubblica Istruzione “per sapere quali provvedimenti siano in corso a carico del Signor Eucardio Momigliano, Presidente del ‘Vittoriale degli Italiani’, in relazione ad una sentenza del Tribunale di Roma che ha riconosciuto il Momigliano responsabile di tentata estorsione; e per segnalare il turbamento dell’opinione pubblica, specialmente dei combattenti, di fronte alle notizie di stampa che indicano come il Momigliano, lungi dall’essere allontanato o sospeso, continui a presiedere il sodalizio che costituisce la più alta espressione del valore e dell’arte italiani” (Camera dei Deputati, Atti parlamentari. Seduta di Mercoledì 19 Agosto 1953).

Ma i problemi non accennarono a diminuire, tanto che ripresero le voci su una prossima liquidazione della Fondazione! Era il 1956 e la notizia scatenò un putiferio tra i dannunziani che da anni mal digerivano le continue offese alla memoria di d’Annunzio.

Già il 18 Novembre 1949, la Commissione permanente Istruzione Pubblica e Belle Arti del Senato della Repubblica aveva approvato il Disegno di Legge del Ministro democristiano Guido Gonella a proposito dell’abrogazione degli statuti della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani”, aprendo così le porte alla sua liquidazione e alla demolizione dell’intero complesso come chiesto dai più esagitati estremisti antifascisti.

Fernando Gori – già Ardito, squadrista di Empoli, Marcia su Roma, Sciarpa Littorio, Capo della Segreteria dei GUF, Federale del PFR di Livorno e poi C.te della II Brigata Nera Mobile “Italo Mercuri” durante la RSI, giornalista, esponente di rilievo del MSI e della rinata A.N.A.I., fondatore dei Gruppi d’Azione dannunziana – dalle colonne di “Asso di Bastoni” attaccò pesantemente il Presidente del “Vittoriale”, chiamando a raccolta tutti i dannunziani in difesa dell’opera del Poeta-eroe.

Non vogliamo entrare nel merito delle accuse, dissociandoci dagli insulti rivolti a Momigliano – che abbiamo in parte anche censurato –, ci pare comunque interessante riproporre integralmente il pezzo, per comprendere come i dannunziani giudicassero l’opera del Presidente del “Vittoriale”:

Recentemente due Deputati dei Gruppi dannunziani [e del MSI], [Ezio Maria] Gray e [Alfredo] Cucco, hanno presentato alla Camera ‘interrogazioni’ per sapere dal Governo se sia vera la notizia della soppressione della Fondazione del ‘Vittoriale degli Italiani’. La soppressione della Fondazione, a suo tempo ideata da Eucardio Momigliano, non ha sorpreso i Gruppi dannunziani. Da molto tempo infatti la questione Momigliano-Vittoriale muove lo sdegno dei dannunziani d’Italia, di Francia, di Germania, di Spagna, dell’Argentina, di Tunisia, della Svizzera, del Venezuela e rianima anche la agitazione dei dannunziani goliardici dei vari atenei italiani.

L’offesa arrecata alla memoria di Gabriele d’Annunzio col proporre il […] Momigliano quale Commissario liquidatore della ‘Fondazione’ che è patrimonio della Nazione ha fatto rinascere e farà maggiormente e ancora rinascere e sviluppare nuovamente incidenti nelle università e nelle piazze. Non a torto, dunque, la gioventù dannunziana ha voluto cambiare nome e cognome a Eucardio Momigliano. Eucardio Momigliano viene chiamato, infatti, lo ‘Squarqua stercoraro del Vittoriale’, così come d’Annunzio chiamò una volta ‘Cagoia’ il Saverio Nitti. Ora […] Momigliano dovrebbe essere – a quanto si dice – il liquidatore della Fondazione del Vittoriale.

L’incarico non poteva ricadere su un […]. Ma il […] dovrà rendere conto ai dannunziani, ai Legionari di Ronchi, ai ‘combattenti’, agli Italiani degni di questo nome.

[…] Dovrà poi fare i conti anche con i goliardi dannunziani degli atenei d’Italia. Or sono dieci anni che la pusillanimità e l’ignoranza balorda, gretta, bastarda dei politicastri del CLN governano l’Italia come un immenso pollaio infetto da pepita bianca: sono dieci anni che lo [Momigliano] sgavazza tra le arche di Gardone. Anche la nostra bandiera, quella della Volina carsica, quella del Carnaro, la vasta bandiera che aprimmo per contenere tra le sue pieghe il giuramento che la trasportò come un turbine di là della meta, non sventola più al Vittoriale. È stato Momigliano a chiuderla in soffitta. I ‘baciapile’ della democrazia appoggiano l’idea dello [Momigliano] tendente a sopprimere il Vittoriale. L’Italia però non merita questa pace senza pace; ne questo turpe proposito, ne questa vile epurazione peggiore dell’agonia prolungata del medicamento. Oggi che tutto sembra perduto, che una ondata di tristezza va sommergendo lo spirito irredentista degli Italiani, oggi che gli stranieri bivaccanti in vari modi nelle contrade nostre, infliggono al popolo nuove ferite e il Governo avallando la tesi dei ‘liberatori’ fornisce esca alla propaganda interessata di Londra, torna di attualità che i dannunziani cantino l’inno di Berchet: ‘Presto alle armi / chi ha un ferro l’affili / chi un sopruso patì lo ricordi. / Via da noi questo branco di ingordi’.

Oggi che una bolza democrazia ha permesso agli squarqua, agli stercorari, ai Cagoia di tute le risme, di tute le sette, di ritornare in Italia, come sciacalli accodati alle truppe marocchine, i Legionari dei Gruppi dannunziani e i goliardi dannunziani degli atenei, debbono stringere maggiormente le loro file e passare all’azione vera e propria.

Abbiamo troppo parlato e troppo abbiamo gridato. Se le troppe parole e le troppe grida, non fossero oggi riscattate dall’azione legionaria, noi perderemmo anche l’onore, avendo perduto tutto il resto. In Italia è in atto dunque un’azione bolscevica, quella che tenderebbe a sopprime il dannunzianesimo. Giovani delle scuole, degli atenei, dei campi e delle officine! Tenete asciutta la polvere pirica. Voi siete la favilla impetuosa del sacro incendio!

Appiccate il fuoco, appiccate il fuoco della vostra decisa volontà e fate che domani tutte le anime ardano. Fate che tutte le voci siano un solo clamore di fiamma. Italia! Italia! Italia! Fate che [Momigliano] sia scacciato a pedate dal Vittoriale degli Italiani.

Oggi i dannunziani sono soli, è vero, a misurare il senso e lo svalore di una certa minaccia legale che non ho nessun diritto di giudicare in essa, se non dal punto di vista occidentale della Romanità più vasta e più reale della Latinità retoricante, divenuta ladrinità e latrinità ugualmente crescenti e traboccanti. Questa minaccia è quella che tende a decidere la chiusura come specie di bordello mentale e internazionale – e della conseguente dispersione dei Musei mondiali del Vittoriale. Questa minaccia è quella che avrà certo per risultato probabile di fare del feretro di Gabriele d’Annunzio una cosa, una poverissima cosa vagabonda.

E la prima questione eccola: sarà Gabriele Nuntius un altro senza tomba in Occaso? (Nel 1956, ancora occultata dal Governo era la salma di Mussolini, nda).

E la seconda questione eccola ancora: sarà disperso così, Dio sa e non sa dove, l’Archivio del Vittoriale, l’Archivio unico al mondo e al secolo l’archivio vivo e forse miracolato intatto e puro, appena esplorato, dal Colle fatale del Gardone? E se questo accade per diverse chiarissime ragioni, sarà dunque esatto dire che la guerra contro i libri, contro i libri eterni non è ancora saziata?

Se questo sfratto di uno spettro dovesse accadere, allora sarebbe certamente il caso di dichiarare, di urlare anche, la parola di Gabriele d’Annunzio per la morte di Riccardo Wagner e poi per la morte di Giovanni Pascoli: «Il mondo è diminuito di valore».

E la terza questione è infine questa: l’occidente del poco che rimane dell’Umanesimo militante e contro l’articismo invertito di carne e di cervello, questo occidente può permettere che sia così edificato, a spese nostre, il ‘Disfattoriale’ di Gabriele d’Annunzio, per onorare la morale dell’Ordine immorale mondiale?

Lasceremo sparire, noi Italiani, per il capriccio di un giuda, uno degli ultimi luoghi alti dove soffia lo Spirito, come diceva Maurice Barrès il cui supremo libro Il mistero in piena luce è dedicato a Gabriele d’Annunzio?

‘Il mistero in piena luce’!

Questo mistero l’ho visto quando al Vittoriale ammiravo l’Estate scorsa la sfilata cappello in giù davanti alla tomba del Poeta, di tanti dannunziani tedeschi guidati dal Com.te Harold Albrectk, di tanti dannunziani francesi comandati da Maurice Acharth, di giovani dannunziani goliardici romagnoli, marchigiani e romani guidati dagli universitari Francesco Donini, da Enzo Consoli e da Poy. Tutti venuti lì per pregare; e la sfilata anche, con elmetto in testa, davanti all’oscura tomba di tanti soldati dell’estremo Ovest?

Questo mistero lo vediamo oggi poiché i Gruppi dannunziani d’Italia e dell’estero radunati come esiliati volontari riuniti dalla fede ripetono coloro che sanno dire:

‘È figlia al silenzio la più bella sorte. Verrà dal silenzio, vincendo la morte, l’eroe necessario. Tu veglia alle porte. Ricordati e aspetta’.

Dovremmo rubare la bara di Gabriele d’Annunzio come fu degnamente e fiorentinamente rubata la salma di Buonarroti?

In Russia si parla delle baionette davanti al sepolcro della mummia leniniana: non parleremo noi delle nostre anime àcute davanti al sepolcro del Garda?

Lasceremo ‘liberare’ finalmente, e dunque comprare, per una qualunque fiera di Chicago, il Mastio del Poeta, l’aereo Nieuport del volo su Vienna, le bandiere che ci sono fraterne, il pianoforte di Franz List, i carteggi innumeri di Storia e d’Amore, le statue, i libri annotati internamente dal pugno del Poeta, e la nave Puglia, la nave d’acciaio e di pietra, alberata di cipressi?

‘Non ispiro niente. / Penso ad alta voce. / Non giudico nessuno. / Non intervengo in niente’.

Ma domando a nome di tutti i dannunziani d’Italia e dell’estero che sia degnamente domandata pietà per un morto immortale. Chiedo che il Governo italiano elimini dal Vittoriale il nemico di d’Annunzio, Momigliano alias lo squarqua stercoraro del giudaismo internazionale. Se il piano dello [Momigliano] dovesse avverarsi, i Legionari dannunziani che hanno in serbo ogni specie di dardi col ferro a due tagli, a quattro tagli, col ferro rotondo, capocchiuto, adunchi, ritrosi, impennati, a foggia rude, a maniera ricca, fabbricheranno come Alfonso D’Este che era un acerrimo Italiano, un buonissimo acciaio, l’acciaio della volontà e quell’acciaio dell’azione da piazza, che è migliore di tutti.

Invero non possiamo ancora credere che il Governo dietro consiglio dello ‘squarqua stercoraro’ sarebbe venuto alla determinazione di comprendere la Fondazione del Vittoriale nell’elenco degli enti da sopprimere. Ma se il misfatto dovesse avvenire, i Legionari dannunziani si raduneranno davanti al Vittoriale, dove è sepolta una bandiera bagnata da un pianto che non si asciuga e davanti alle arche degli eroi, davanti agli altari latini ripeteranno l’invocazione che sorge terribile dalle foibe dell’Istria e di Piazza Loreto: «Ai corvi il Giuda».

Ai corvi il Momigliano, che come certi idoli selvaggi è foggiato di sterco risecco.

Nel nome del combattentismo, nel nome dell’arte e della poesia, nel nome d’Italia, i dannunziani protesteranno con l’azione, nelle strade e nelle piazze e dinanzi agli altari e sulle fonti del loro battesimo e sui sepolcri; protesteranno dai monti e dalle isole nostre al cospetto santo di Dio. E con a fianco i caduti delle vittorie incancellabili e delle sconfitte più gloriose delle vittorie, i dannunziani al grido di «Fuori lo squarqua stercoraro» innalzeranno verso il cielo di Gardone ancora illuminato dalle sette stelle dell’Orsa, la loro bandiera legionaria ed attenderanno i caroselli della Celere al Vittoriale, decisi a non permettere la vergognosa liquidazione.

Italia proletaria, dannunziana e ardita, in piedi, per la terza volta!

Insorgi contro i divoratori di carne cruda” (F. Gori, Il Vittoriale non si “liquida”!, “Asso di Bastoni”, a. IX, II serie, n. 9, 4 Marzo 1956).

La liquidazione della Fondazione e la demolizione del “Vittoriale” non ebbero possibilità di concretizzarsi anche per le esplicite minacce esibite dai fascisti e la vigilanza attuata dal Movimento Sociale Italiano.

Momigliano lasciò la Presidenza della Fondazione nel 1960. Ma la “spada di Damocle” dell’abbattimento rimase anche negli anni successivi, tanto che ancora nel 1967, gli Onorevoli missini Pino Romualdi e Jole Giugni Lattari – straordinaria donna di cultura, prima calabrese eletta in Parlamento (1963) e prima donna parlamentare del MSI – erano costretti ad interpellare il Governo sulle voci diffuse da un giornale sulla prossima demolizione del “Vittoriale” (cfr. Camera dei Deputati, Atti parlamentari. Seduta di Mercoledì 29 Novembre 1967).

Il 28 Gennaio 2021, su proposta dell’attuale Presidente del “Vittoriale”, a Momigliano – presentato come “difensore” della struttura ed encomiato per essere stato l’iniziatore dell’opera di estirpazione del “luogo comune” del “d’Annunzio fascista” – è stato dedicato un luogo pubblico nel Comune di Gardone Riviera…

Abbiamo chiesto alla Fondazione lumi su quanto fin qui evidenziato da questi articoli e se effettivamente esistessero documenti in grado di dipingere il Momigliano come “difensore” del “Vittoriale degli Italiani”. Non ci è mai giunta risposta…

Non sappiamo cosa aggiungere, senonché, quando Momigliano lasciò il “Vittoriale”, d’Annunzio ancora giaceva provvisoriamente sepolto in un tempietto e il mausoleo ad arche, progettato nel 1938 dall’Arch. Maroni, non era stato ancora stato costruito.

Il Tempietto delle memorie, in Piazza Esedra, dove riposò provvisoriamente d’Annunzio fino al 1963

Solo nel 1963, tre anni dopo la dipartita del “grande defascistizzatore”, il Poeta-eroe poté essere traslato nel nuovo complesso monumentale in stile fascista dove è onorato oggi. In quello stesso anno, guarda caso, si tenne anche la prima esposizione museale al “Vittoriale”. In quindici anni di governo, evidentemente, Momigliano aveva avuto ben altro da fare…

 

Strane strumentalizzazioni

 

Ancor oggi quando di vuole allontanare d’Annunzio dal fascismo, si va a “pescare” nella gestione di Momigliano le fonti di ispirazione. Si pensi alla Pasquinata antihitleriana resa nota dopo la morte del Poeta-eroe, pubblicata solo nel 1950 (in Versi d’amore e di gloria, Mondadori), con la data del 1938, cosa che la collocherebbe tra le ultime composizioni di d’Annunzio, quasi un “testamento politico” che sorregge tutta la vulgata antifascista di questi ultimi anni sull’atteggiamento del Poeta-eroe nei confronti del Reich nazionalsocialista. E, invece, no. La data corretta sarebbe quella del 1934, all’epoca dell’entrata in scena della “Grande Germania” che si prometteva di spezzare le umilianti catene di Versaglia, cominciando ad unire alla Madre Patria l’Austria. Cosa che trovò ferma opposizione da parte del Regime fascista: “Nell’Ottobre del 1934 Mussolini ascoltò dalla viva voce del Poeta, durante un incontro al Vittoriale, la celebre Pasquinata contro Hitler che – secondo la testimonianza della Mazoyer – ‘fece molto ridere’ il capo fascista, il quale si divertì a sua volta a raccontare l’episodio al futuro alleato” (Hitler: un regalo di d’Annunzio in segno di riconciliazione, Adnkrons, 29 Novembre 1996; cfr. D’Annunzio: il Vate il Duce sbeffeggiavano Hitler, Adnkronos, 10 Luglio 1996).

Se la Pasquinata – che mai d’Annunzio volle pubblicare durante la sua vita! – ha avuto così grande fortuna, scomparso, se non cancellato, il ricordo dei regali che l’anno dopo il Poeta-eroe volle fare al Führer, tramite il germanista Guido Manacorda, che azzerano ogni considerazione precedentemente fatta: “Un portasigarette istoriato per Adolf Hitler, quasi per scusarsi di non aver compreso il suo genio politico: fu questo il regalo che Gabriele d’Annunzio inviò al dittatore nazista nell’Autunno 1935 in segno di riconciliazione, dopo aver espresso pesanti apprezzamenti su di lui e suggerito a Benito Mussolini di starne alla larga. A rivelare questo particolare è il diario inedito di Aelis Mazoyer, governante e confidente francese del Vate, consultato dall’italianista Annamaria Andreoli nel corso delle ricerche condotte per la stesura del saggio D’Annunzio archivista [Olschki, Firenze 1996]” (Hitler: un regalo di d’Annunzio in segno di riconciliazione, Adnkrons,29 Novembre 1996).

Se la Pasquinata ancora è strumentalizzata, le evidenze dell’Andreoli sembrano scomparse negli abissi dell’occultamento precauzionale.

 

Dilettanti allo sbaraglio

 

Ovviamente, Momigliano non fu il solo a tentare di defascistizzare d’Annunzio. Altri si affiancarono all’opera della disinformatija. Tipico il caso di Tom Antongini, al quale “La Rivolta Ideale” dedicò un articolo polemico: “Si prova una stretta al cuore vedendo certi uomini, che avete stimato, comportarsi come quelli che non stimate affatto. È il caso di Tom Antongini: un bravo ed onesto signore che ha sempre vissuto all’ombra di d’Annunzio, e c’è rimasto acquattato, in quell’ombra, discretamente dando sereno spettacolo di modestia e di fedeltà. Ora, anche Tom Antongini, si è messo a scrivere i suoi ricordi e li va pubblicando su una rivista milanese. Sono i ricordi dei lunghi anni passati vicino a d’Annunzio. Ma ricordi adattati al clima cannibalesco che appesta l’Italia da quasi sette anni. Sarà forse a causa della tarda età, che porta disfunzioni nell’organismo umano, o per rifarsi con un po’ di luce reclamistica dei tanti anni passati in ombra: certo è che Tom Antongini delle molte cose viste stando accanto a d’Annunzio si compiace di mettere sotto gli occhi dei lettori i ‘rapporti fra d’Annunzio e Mussolini’. O meglio: i rapporti come gli ha visti lui; anzi come li ricorda oggi attraverso le sue disfunzioni organiche o la sua vanità reclamistica. Perché non c’è vanità più irresistibile di quella del subordinato che, morto il celebre padrone, vuol far credere di aver avuto col padrone tanta dimestichezza. Che tristezza dànno queste letture!” (Mussolini, d’Annunzio e – indovinate – Tom Antongini, “La Rivolta Ideale”, a. VIII, n. 3, 18 Gennaio 1953).

 

La sfida di Marco Ramperti

 

All’epoca – con sommo imbarazzo dei manipolatori – erano ancora vivi i protagonisti di quella stagione ed ogni tentativo di strumentalizzare in senso antifascista la figura di d’Annunzio naufragò nel ridicolo. Come il caso di una pesante accusa scritta da Marco Ramperti contro Mario Missiroli, che già negli ultimi mesi del 1949 aveva tentato di avallare le voci di un d’Annunzio antinazista.

Essendo passati molti anni, ci si permetta di inquadrare i protagonisti di questa vicenda che vale la pena illustrare compiutamente.

Ramperti, classe 1886, giornalista, critico letterario, romanziere, ammirato – anche dal Poeta-eroe – durante il Ventennio. Importanti furono le sue collaborazioni con “La Stampa”, “Corriere della Sera”, “L’Illustrazione Italiana”, ecc. Aderì con convinzione alla RSI, anche se non era fascista, anzi. Scrisse di lui Vanni Teodorani: “È sempre stato riottosamente antifascista. […] Rispettava Mussolini e parlava sinceramente bene di Arnaldo. Amava molto la Patria […] Non ha mai avuto la tessera, né premi, né sovvenzioni e pur ammirando in certe cose i Tedeschi non si curava di celare la sua riprovazione in molte altre. Da letterato e idealista europeo credeva nell’Europa”.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fu condannato a sedici anni per “collaborazionismo”. Amnistiato dopo quindici mesi di carcere duro, non rinnegò certamente la sua fede, cosa che costituì la sua più pesante condanna, imposta da un sistema ormai consolidatosi sull’odio antifascista. Collaboratore di “Brancaleone”, periodico della destra filodemocristiana, e di altri giornali, si spense a Roma il 10 Aprile 1964, in povertà.

Missiroli, coetaneo di Ramperti, giornalista e saggista, Direttore del “Resto del Carlino” e del “Secolo”, si contraddistinse in pungenti attacchi contro il nascente movimento fascista, tanto da essere sfidato a duello e sconfitto da Mussolini in persona. Fu lui, nel 1924, ad accusare pesantemente – senza uno straccio di prova ovviamente – il Capo del Governo dell’assassinio di Matteotti. La misura fu considerata colma e perse il lavoro. Due anni dopo, però, grazie all’intercessione del gerarca bolognese Leandro Arpinati, Missiroli ottenne la tessera del PNF (!!!), finendo per dirigere de facto “Il Messaggero” di Roma! Sostenitore del Regime – e di tutta la sua politica – si dimenticò di essere tale solo dopo il 25 Luglio 1943. Nel dopoguerra, Direttore de “Il Messaggero” e “penna d’oro” della Repubblica Italiana, si scoprì antifascista. Si spense in serenità nel 1974.

Se il giudizio sui due giornalisti lo lasciamo il lettore, quello che ci interessa è l’articolo che Marco Ramperti scrisse su “Il Merlo Giallo” nel Dicembre 1949, con cui contestava pesantemente le precedenti prese di posizioni di Missiroli su d’Annunzio.

Marco Ramperti

[Il Poeta-eroe] applaudiva all’impresa etiopica, addirittura inneggiando all’azione antibritannica. Non era Egli quindi avverso né all’una né all’altra. Era Egli quindi concorde, sia col Regime che con la Nazione, tanto nel voler difeso l’Impero africano, come nel voler finalmente offesa l’onnipotenza britannica, castigo di Dio e croce della terra […]. Né alcuno deve stupire di tale atteggiamento dannunziano, in quanto la nostra signoria in Etiopia Egli l’aveva altre volte vagheggiata e pronosticata, giù prima di affidarne la missione a Corrado Brando [l’esploratore del romanzo Più che l’amore]; e quanto all’ostilità verso l’Inghilterra, non si dimentichi che l’invettiva al “vessalocrite dentato” risale all’anno 1911, che fu appunto l’anno di Tripoli. Ripeto, caro Alberto, che debbo rammentare tutto questo, in quanto una masnada di falsari va pubblicando, da quattro anni [dal 1945] in qua, esattamente il contrario: e cioè che il Poeta non era anglofobo ma tedescofobo; che l’alleanza con la Germania gli faceva orrore; che la Francia era troppo cara all’anima sua; e via dicendo: menzogne affidate a delle voci, a delle palabras, a delle favole, di cui non è recato un solo documento. Mentre i documenti per sbugiardarli ci sono: e due importantissimi, diciamo pure definitivi, sono in mano mia. Lettori del ‘Merlo Giallo’: questo articolo, a cui il Signor Missiroli dovrà dare querela, se pure non vorrà tenersi in corpo la qualifica di calunniatore che gli significo in chiare lettere e ad altissima voce, ha già pronte le sue testimonianze, sia che il Direttore del ‘Messaggero’ voglia incontrarmi in polemica, oppure in tribunale. Uno dei due messaggi dannunziani fu infatti pubblicato nell’‘Illustrazione Italiana’, giornale edito dal fascista Edoardo Garzanti, diretto dal fascista Enrico Cavacchioli, e di cui faceva parte il fascistissimo Mario Missiroli. Dell’altro, mentre la pagina era già in macchina, fu ordinata da Roma la sospensione, appunto per le gravissime ingiurie in esso contenute contro il Re d’Inghilterra e il Presidente della Repubblica francese. Chiaro, non è vero? Evidentemente, non è vero? Ebbene torno a dichiarare che il documento è in mano mia, pronto a essere consegnato, per la verifica della sua autenticità, sia a dei magistrati giudicanti sia a dei giudici lettori. D’altra parte, Garzanti è vivo e testimonia; Cavacchioli è vivo e testimonia; Luisa Baccara è viva e testimonia. Non so quali diversi attestati potrà produrre l’ex fascista Missiroli, a controbattere i miei, se non l’articolo apparso giorni fa nel suo giornale, in cui il Signor Guglielmo Pennino dichiarava ore rotundo che Gabriele d’Annunzio era contrario alla guerra dell’Asse, in quanto a lui, Pennino, l’aveva detto in confidenza il Signor Maroni, architetto-portiere del Vittoriale.

[…] Avvalorare una leggenda che, quando fosse provata, proverebbe fatuo oppure falso pensiero del nostro insigne; diffondere l’oscena calunnia, fondata su una mormorazione a cui non si può rispondere da una tomba, che ‘eventualmente’ il Poeta ‘sarebbe’ stato corresponsabile dei Cadorna [Raffaele, Comandante del Corpo Volontari della Libertà] e dei Parri [Ferruccio, Vicecomandante del CVL], per cui nemmeno l’articolo 16 [del Trattato di Pace, che protegge i collaborazionisti degli Angloamericani] potrebbe oggi impedire ai combattenti di Nettuno di maledire la sua memoria: tutto ciò è vile e nefando, e in definitiva stupido e inutile. Perché c’è chi ricorda. C’è chi vigila. E chi ancora monta la guardia attorno ai cipressi di Cargnacco [al Vittoriale], chi non intende sia umiliato né rinnegato Colui che ha sempre servito la Patria come si doveva servire, né ne l’avrebbe mai venduta alle spie del Colonnello Stevens [Harold, voce italiana di Radio Londra], indicando loro le città italiane da bombardare o le Medaglie d’Oro da impiccare per i piedi. Questo bisogno che hanno oggi, i malfattori del ’43, di cercare dei complici fra i morti, prova quanto essi siano malsicuri, ogni giorno di più, del consenso dei vivi. Senonché anche i morti parlano e quando poi l’avello sia di un grande poeta, non c’è filo d’erba cresciuto tra le sue pietre che non gridi al vento la verità, come le canne di Mida. Se ben rammento anche il Professor Eucardio Momigliano, a cui non so per quali meriti fu affidato per tre o quattro anni il governo del Vittoriano, ebbe tempo fa a pubblicare qualche cosa circa un d’Annunzio avverso alla Germania, o più precisamente alla persona di Adolfo Hitler, contro il quale esisterebbe nientemeno che… l’abbozzo d’un epigramma! Neppure Momigliano, però, ha saputo precisare una sì formidabile rivelazione. Che poi, quando pure l’epigramma fosse dimostrato, dimostrerebbe soltanto una personale momentanea antipatia, burlescamente espressa in un sussulto di malumore; non certo tale da smentire o sminuire un atteggiamento spirituale e un’animosità passionale che investivano tutti i problemi d’Italia, tutte le vicende d’Europa, tutti i destini del mondo: spiriti e sentimenti provatissimi, viceversa, da confessioni, attestazioni, dichiarazioni che vanno dalle Canzoni d’Oltremare ai Messaggi accolti nell’‘Illustrazione Italiana’. Chi però adesso sostiene il contrario nel giornale di Missiroli? È il nominato Pennino, a cui l’ha detto all’orecchio l’Architetto Maroni. Ma chi è dunque questo Pennino? Cercate il suo articolo nel ‘Messaggero’: lo stile vi darà l’uomo; la potenza del dire, la verità delle cose dette. E chi è Maroni? Sin dall’anno 1924, data delle mie prime escursioni al Vittoriale, il bravo edile se ne stava timido e barbuto all’oscuro, entro una sorta di portineria: e accanto a lui, nerovestito con barba nera, appariva una corona di rose con due nastri a lutto.

«Per chi dunque sono – domandai, con dovuta reverenza – quei fiori da funerale?».

«Sono per me – spiegò il pallido custode, serio serio, senza il menomo turbamento nella voce sepolcrale – perché io sono già morto, trasfuso nello spirito del Comandante. E questa ghirlanda è offerta alla mia memoria».

Venticinque anni dopo, il defunto è risorto per dire a Guglielmo Pennino, il quale l’ha detto a Missiroli, il quale l’ha detto all’Italia, che se d’Annunzio fosse vissuto in tempo per assistere alla guerra dell’Asse, avrebbe patteggiato per l’Inghilterra.

Ora, però, se l’Architetto del Vittoriale è matto, il Direttore del ‘Messaggero’ non lo è. Perché dunque egli tratta così male il Poeta che non è più? Perché una volta per diffamarlo, ricorre all’invelenita penna di Nitti; e un’altra volta, gli fa dire delle scemenze da Longanesi il pagliaccio di redazione; e una terza volta, a mezzo del Signor Pennino, lo diffama come anglofilo? Il lettore giovinetto, che da quattro anni segue gli sfoghi antifascisti e antitedeschi di Missiroli, penserà forse che antitedesco e antifascista costui sia sempre stato: motivo per cui sarebbe oggi indotto, da un impulso di faziosità che in fondo è innocente, ad attribuire agli altri il proprio sentimento esubere ed incontenibile. Senonché Missiroli, questa innocenza, non ce l’ha. Sennonché Missiroli, per vent’anni, ha scritto in gloria del fascismo pagine tali e tante, che quando egli si deciderà di darmi querela, ed io sarò costretto a farle conoscere ai giudici, se ne andranno quattro udienze solo per rileggerle tutte. Senonché Missiroli la tessera non l’ha chiesta soltanto. L’ha voluta. L’ha pretesa. L’ha supplicata in ginocchio. A tale punto che il povero Arpinati, come sa tutta Italia, ha dovuto fare a pugni con Starace per fargliela avere. E finalmente l’ha avuta. E quando l’ha avuta, fascista in orbace, fascista in berrettone, fascista collaboratore della fascista ‘Illustrazione Italiana’ diretta dal fascistissimo Cavacchioli, in nome dell’arcifascista editore Garzanti, è stato il primo a giustificare, a incoraggiare, a magnificare quella guerra dell’Asse a cui adesso maledice, solo perché fu perduta e non vinta […].

E adesso aspettiamo il confronto innanzi al Crocefisso. Ma intanto Missiroli la finisca, per riabilitare se stesso, di smentire dei cadaveri” (M. Ramperti, D’Annunzio non fu contro l’Asse. E nemmeno Missiroli…, “Il Merlo Giallo”, a. IV, n. 194, 20 Dicembre 1949).

A più di 70 anni dalle affermazioni e dalla denuncia di Marco Ramperti, ritornano i “fantasmi del passato” che vogliono manipolare il pensiero del Poeta-eroe. Opera maldestra e grossolana, nonostante il grande dispiego di mezzi e il caloroso applauso che l’accoglie. Un’operazione di cancellazione della cultura vile e nefanda e in definitiva stupida e inutile. Perché – come scriveva Marco Ramperti nel 1949 – c’è chi ricorda. C’è chi vigila. E chi ancora monta la guardia attorno ai cipressi del Vittoriale, chi non intende sia umiliato né rinnegato Colui che ha sempre servito la Patria come si doveva servire, né ne l’avrebbe mai venduta alle spie del Colonnello Stevens.

 

Pietro Cappellari

(“L’Ultima Crociata”, a. LXXIII, n. 2, Febbraio 2023)

 

1 Comment

  • Fabio S. P. Iacono 26 Aprile 2023

    “D’Annunzio non fu favorevole all’Asse”.

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