19 Aprile 2024
Controstoria

“Cosa accadde a La Spezia nei giorni della marcia su Roma?” – Riccardo Borrini

Sulla Marcia su Roma quasi tutto è stato detto e scritto; quest’anno ne ricorre il centenario e sono molte le iniziative che interesseranno l’argomento a livello storico.

Poco si sa invece su cosa avvenne a livello periferico nelle città e nei paesi italiani; quindi è legittima la curiosità di coloro che si chiedono cosa sia avvenuto alla Spezia e nella nostra provincia in quei giorni.

Prima però di scoprire cosa accadde alla Spezia nell’ottobre del 1922, occorre fare una premessa e vedere quale fosse il contesto storico del periodo, partendo da una domanda: cosa fu la Marcia su Roma?

L’inizio di una rivoluzione? Un colpo di Stato?

Mussolini, l’indiscusso protagonista di quegli anni, nella sua Opera omnia, curata da Duilio ed Edoardo Susmel, la definì in questo modo: “Fu un’insurrezione, durata con varie alternative circa due anni. (…) il fascismo non fece nell’ottobre del 1922 una rivoluzione; c’era una monarchia prima e una monarchia rimase dopo.”[1]

Come si arrivò alla Marcia su Roma e perché i fascisti decisero di attuarla?

Dalla fondazione dei Fasci di combattimento a Milano il 23 marzo 1919, il movimento guidato da Benito Mussolini aveva avuto un’evoluzione che lo aveva portato da posizioni repubblicane, anticlericali e sindacaliste-rivoluzionarie a posizioni nazionaliste, di sostegno alla monarchia e di argine a qualsiasi tentativo rivoluzionario social-comunista.

Tra il 1919 ed il 1922 vi erano stati il “Biennio rosso”, le elezioni politiche del 1919 e quelle del 1921, nelle quali i fascisti si erano presentati insieme ai liberali di Giolitti, ai nazionalisti di Corradini e Federzoni ed ai Combattenti all’interno dei Blocchi nazionali, riuscendo ad eleggere 35 deputati tra i quali Mussolini.

Lo scontro violento tra le opposte fazioni politiche era andato crescendo, sino ad assumere nel 1921-1922 le proporzioni di una vera guerra civile: centinaia furono i morti e migliaia i feriti da ambo le parti in lotta; né bastò il Patto di pacificazione dell’estate del 1921 a fare cessare le violenze tra fascisti e social-comunisti.

Lo Stato liberale, quello che dall’Unità d’Italia governava la nazione, dopo la Prima guerra mondiale, aveva mostrato tutta la sua inadeguatezza ad interpretare le nuove istanze delle masse, sempre più protagoniste degli eventi; l’instabilità era una costante della politica italiana: in Parlamento i due maggiori partiti, il Popolare cattolico ed il Socialista, non volevano entrare nel governo e lo indebolivano, restando all’opposizione. Dal 1917 al 1922 si succedettero ben sette governi, presieduti da Orlando, Nitti 1 e 2, Giolitti, Bonomi, Facta 1 e 2.

Inoltre, a fare vacillare le istituzioni, vi era l’atteggiamento equivoco di parte dei vertici delle Forze Armate, infatti voci di un pronunciamento militare contro il governo e lo Stato liberale, giudicati troppo indegni e deboli nel rappresentare gli interessi della nazione, erano circolate durante la guerra; ancora nel 1919 si diffusero in modo insistente notizie su un complotto per un colpo di stato guidato da Emanuele Filiberto, duca d’Aosta, già comandante della 3^ Armata.

Poi nell’autunno del 1919 ci fu l’episodio della conquista di Fiume con interi reparti militari che disobbedirono agli ordini e si ammutinarono, seguendo D’Annunzio nell’impresa eversiva.

Sempre d’Annunzio minacciò una marcia su Roma dopo la firma del Trattato di Rapallo; ed ancora nell’autunno del 1922, in occasione delle celebrazioni del 4 novembre, anniversario della vittoria, circolarono voci di un possibile pronunciamento militare guidato dal Vate e dal Duca d’Aosta.

Infine, nell’estate del 1922, vi fu il totale fallimento del cosiddetto “sciopero legalitario” che dimostrò in modo inequivocabile la velleità e l’indeterminatezza della classe dirigente dei partiti di sinistra e dei sindacati di riferimento come la CGL, ma anche la debolezza delle istituzioni che non riuscirono a fermare le violenze delle squadre d’azione fasciste che ormai avevano libero campo e che attiravano sempre più lavoratori dell’industria e dell’agricoltura tra le loro file.

A Sarzana il 30 luglio del 1922, nella ricorrenza dell’eccidio di 16 fascisti, avvenuto l’anno prima, si radunarono circa 5.000 camicie nere, provenienti dalla Liguria e dalla Toscana per commemorare i caduti, mentre l’amministrazione socialista della città si era dimessa.

Proprio a Sarzana il segretario del partito fascista, Michele Bianchi, ammonì il governo a fare cessare ogni iniziativa di sciopero generale, in caso contrario lo avrebbero fatto i fascisti…

E così avvenne! Intanto Facta, incapace di arginare le violenze, messo in minoranza alla Camera, si dimise nel luglio del 1922, ma il Re dopo cinque tentativi di affidare il nuovo governo a Orlando, Bonomi, De Nicola, Meda e De Nava, dovette richiamare Facta che riuscì a formare un governo con liberali, cattolici e democratici.

Sul fallimento dello sciopero generale, lo storico di sinistra Antonio Bianchi scrisse: (…) lo sciopero fallì in molte industrie e praticamente in tutta la regione (…) i provvedimenti eccezionali emanati dal ministero dell’interno avevano affidato tutti i poteri della regione alle autorità militari.”[2]

A testimoniare la forza attrattiva che il fascismo e le sue organizzazioni avevano tra i lavoratori in Liguria nell’estate del 1922 vi fu l’accordo tra la potente Federazione marinara, il più importante sindacato dei portuali, guidata da Giuseppe Giulietti, ed il fascismo.

Su questo aspetto Indro Montanelli scrisse: “Dopo il fallimento dello sciopero generale, l’Alleanza del lavoro che aveva cercato di riunire tutte le forze politiche e sindacali della sinistra, si era completamente disintegrata: lo dimostrava la crescita tumultuosa dei sindacati fascisti passati da 400 a 700 mila iscritti.”

Lo storico Emilio Gentile afferma che Mussolini a quel punto era disposto ad un governo di coalizione, guidato da Salandra, in cui i fascisti avrebbero avuti solo quattro ministeri, non tra i più importanti, ed alcuni sottosegretari, ma gli esponenti più in vista dello squadrismo ed il segretario nazionale del partito, Michele Bianchi, lo costrinsero ad accettare la prova di forza che il fascismo voleva dare attraverso una grande adunata di camicie nere a Roma per sollecitare il Re ad affidare a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo.

Lo storico Mimmo Franzinelli ben sintetizza il quadro della situazione italiana nel 1922: “Il progetto politico della marcia su Roma maturò in un contesto di sconfitta irreversibile delle sinistre, di crisi incombente del sistema liberale, di totale inattività del Parlamento e di forza preponderante delle camicie nere: lo squadrismo fu dunque la leva con cui i vertici del PNF scardinarono i vecchi assetti del potere.[3]

Il congresso di Napoli del 24 ottobre 1922 fu la prova generale della progettata marcia su Roma; la segreteria politica del PNF cedette le funzioni direttive ad un quadrunvirato composto da Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi.

La presenza degli ultimi due quadrunviri è significativa per attestare come tramite loro vi fossero sicuramente contatti e relazioni tra gli ambienti dell’Esercito, De Bono era un generale di divisione che aveva combattuto sul monte Grappa, componendo tra l’altro il testo della famosa canzone; ed ambienti vicini al sovrano, infatti De Vecchi era un convinto monarchico, ed il re gli conferirà in seguito il titolo di conte di val Cismon.

A conferma che all’interno degli apparati dello Stato (Forze Armate, Prefetture, Questure) vi fossero simpatie e vere e proprie adesioni al progetto fascista, ecco infine ciò che accadde alla Spezia.

La Spezia, corso Cavour, ottobre 1922. Al centro della foto il generale Fedele Giustino; si notino tra i presenti, oltre agli squadristi, anche molti militari della Regia Marina in divisa.

Dai rapporti inviati al prefetto di Genova dal Viceprefetto spezzino Delli Santi sappiamo che circa 1500 fascisti, nazionalisti ed ex combattenti si erano concentrati in città; essi presidiavano gli edifici pubblici, in attesa di ordini. A Sarzana gruppi di fascisti erano entrati nelle caserme della Guardia Regia e dei Carabinieri, ma ne erano usciti poco dopo, lanciando grida di acclamazione verso le Forze Armate. Solo a San Terenzo un gruppo di fascisti aveva disarmato con la forza un reparto di militari, appropriandosi delle loro armi.[4]

La Spezia, passeggiata Morin, ottobre 1922. Si notino i molti marinai della Regia marina insieme agli squadristi spezzini.

Il comando fascista della Spezia si era stabilito all’albergo Croce di Malta ed a guidare tutte le operazioni fu posto il generale di divisione in aspettativa Giusto Fedele, il quale era pure vice presidente del Direttorio fascista.

Giusto Fedele aveva comandato, durante le operazioni della Prima Guerra mondiale, la famosa e pluridecorata Brigata Casale, la quale si distinse particolarmente sul Podgora e sul Calvario e nella conquista di Gorizia. Lo stesso generale era stato insignito del prestigioso Ordine militare di Savoia.

Anni dopo, il 25 ottobre del 1926, un articolo rievocativo di quei giorni fu pubblicato dal giornale spezzino L’Opinione, diretto da Orlando Danese, che sulla presenza del generale Fedele alla guida dei fascisti spezzini scrisse:

Si dové quindi alla incontrastata autorità ed ascendente che il predetto generale esercitava sulla popolazione ed alla gloriosa uniforme grigioverde che egli e molti squadristi indossavano, se furono evitati pericolosi contrasti, tumulti e lotte civili da parte delle popolazioni e se tutte le Autorità civili e militari accettarono il fatto compiuto senza contrasti e senza reazione. S. E. l’Ammiraglio Biscaretti di Rufia, comandante in capo del Dipartimento militare marittimo, vedendo alla testa della colonna, che in un primo tempo poté apparire minacciosa, il predetto Generale, ad un invito di adesione da questi rivoltogli, rispose: “Poiché vedo Lei alla testa del movimento, sono sicuro che nulla di anormale accadrà, ed interverrò volentieri ove Ella m’invita (Caserma Vittorio Emanuele I) per la celebrazione dell’avvenimento solenne che oggi si compie a Roma”.[5]

Ovviamente l’avvenimento solenne in questione era l’incarico che il Re andava formalizzando a Mussolini per formare un nuovo governo di “concentrazione nazionale”, di cui poi fecero parte 2 ministri popolari, 2 ministri liberali, 2 democratico-sociali, 1 nazionalista, 4 fascisti e 2 militari.

Quindi il fatto che durante i giorni dell’insurrezione fascista nella nostra provincia non si registrarono fatti significativi di violenza politica e di contrasto all’azione fascista, testimonia come le autorità locali ormai accettassero come ineluttabile, ed in alcuni casi auspicabile, il cambio di governo che si preannunciava.

La Spezia era la principale base della Regia Marina ed in città e nella provincia erano accasermate truppe in numero sufficiente a impedire qualsiasi tentativo insurrezionale. Se ciò non avvenne lo si deve senz’altro imputare sia alla confusione ed ambiguità degli ordini emanati dal governo centrale e dai vertici militari sia alle complicità palesi che esistevano tra gli organi dello Stato ed il fascismo. Emblematico il comportamento dell’ammiraglio Biscaretti, comandante in Capo della Piazza Marittima spezzina.

La partecipazione di alti gradi militari alla guida dei fascisti rassicurò gli ambienti militari e le autorità che in definitiva non ostacolarono l’insurrezione fascista; anche in Liguria tutte le squadre coinvolte nelle operazioni di presidio delle sedi istituzionali, furono dirette e coordinate da un altro generale, Asclepia Gandolfo, imperiese, il quale durante la Marcia di Ronchi dei legionari di D’Annunzio aveva ricevuto l’ordine di fermare gli uomini del Poeta, ma Gandolfo si era rifiutato di usare le armi e quindi D’Annunzio era riuscito a raggiungere Fiume; per questo Nitti, allora capo del governo, lo pose in ausiliaria.

Il generale Asclepia Gandolfo

Solo poche squadre d’azione spezzine parteciparono alla “Marcia su Roma”, poiché la maggior parte dei fascisti spezzini rimase in città per condurre a termine l’insurrezione.

Tra gli spezzini che parteciparono alla Marcia anche numerose “Camicie azzurre”, organizzazione paramilitare nazionalista, fondata dall’eroe di guerra Raffaele Paolucci, che all’epoca poteva contare su 80.000 aderenti. In seguito i “Sempre pronti per la Patria ed il Re” confluirono nella Milizia per la Sicurezza nazionale insieme alle camicie nere.[6]

Tutto ciò in definitiva dimostra come di eversivo la cosiddetta “Marcia su Roma” non ebbe nulla, forse solo le velleità di alcuni ras fascisti, i quali rimasero delusi dall’esito degli eventi, a tal proposito ricordo come Bianchi e Marinelli si dimisero da ogni carica del partito fascista alla notizia degli accordi per il governo di concentrazione nazionale; e come il cambiamento che avvenne fosse voluto da gran parte dell’opinione pubblica nazionale stanca della guerra civile strisciante e del caos provocato da anni di agitazioni, scioperi ed occupazioni di fabbriche ed aziende agricole.

Nell’ottobre del 1922 fu il nazionalismo a trionfare, meglio lo spirito patriottico che aveva permeato gran parte degli italiani durante e dopo la Prima Guerra Mondiale, in particolare migliaia di ex combattenti i quali non volevano che il loro sacrificio, profuso in quattro anni di guerra, fosse vanificato dall’atteggiamento rinunciatario e “neutralista” degli ultimi governi o messo in discussione dalle politiche antimilitariste ed internazionaliste della sinistra estrema.

“Maestà, le porto l’Italia di Vittorio Veneto!” – furono queste le prime parole che il 30 ottobre Mussolini pronunciò alla presenza del re, Vittorio Emanuele III, che da lì a poco gli avrebbe conferito l’incarico di presidente del consiglio.

Il giorno dopo, il 31 ottobre, gli squadristi poterono entrare a Roma e sfilare per ore sotto il Quirinale e davanti all’Altare della Patria, inneggiando al re ed alle Forze Armate.

 

Fascisti spezzini in viale Mazzini, si noti la presenza di numerose donne (ottobre 1922)

 

[1] Opera Omnia di Benito Mussolini, a cura di Duilio ed Edoardo Susmel, Firenze, La Fenice, vol.XXXIV, 1961, p.406

[2] Antonio Bianchi, La Spezia e Lunigiana – società e politica dal 1861 al 1945, F. Angeli, Milano 1999, p.208

[3] Mimmo Franzinelli, Squadristi, Mondadori, Milano 2003, p.156

[4] Cfr. Archivio di Stato di Genova, Prefettura, Movimento insurrezionale fascista ottobre 1922, telegramma del 29/10, b.34

[5] L’Opinione, del 25 ottobre 1926

[6] Cfr. Riccardo Borrini, La Spezia in camicia nera, Luna Editore, la Spezia 2019

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *