17 Giugno 2024
Tradizione Primordiale

STRADE DEL NORD. Il tema delle Origini Boreali in Herman Wirth e negli altri – Parte 7 – Michele Ruzzai

(alla fine dell’articolo, prima delle Note, è presente il link dell’articolo precedente)

 

 

4 – La popolazione boreale

 

4.1 – Diffuse caratteristiche proto-caucasoidi

 

Piuttosto che il clima caldo connesso all’ipotesi “Out of Africa”, pare quindi più probabile che un ambiente fresco-temperato (ricordiamo gli accenni relativi all’Eterna Primavera) – però anche soggetto alla possibilità di consistenti ed episodici abbassamenti termici – potrebbe aver rappresentato il contesto più appropriato nel quale ipotizzare la nascita della nostra specie.

Se teniamo presente quanto sopra segnalato sui molti siti artici, ed in particolare sulle favorevoli condizioni nord-siberiane di 40-50.000 anni fa, dunque non sembreranno più così inverosimili i rimandi mitici sulle antiche origini boreali, in verità non escluse nemmeno da alcuni accademici del XIX secolo, menzionati da William Fairfield Warren, quali il francese De Saporta o i germanici Friedrich Müller e Moritz Wagner (230). Idee analoghe permasero nel XX secolo, ad esempio con Vincenzo Giuffrida Ruggeri, che, rilevando un peggiore adattamento umano ai climi tropicali rispetto a quelli meno torridi, ipotizzò questi ultimi aver rappresentato l’ambiente più adatto nel quale Homo Sapiens dovette trovare i suoi natali (231); o, in una prospettiva ancor più nettamente evoluzionistica, individuando con Charles Goodhart nelle zone settentrionali del pianeta quelle aree ove dovette verificarsi la speciazione Sapiens ad iniziale pigmentazione chiara, poi diversificatasi nell’ampio ventaglio delle varianti cromatiche oggi osservabili sul pianeta, giudicate secondarie e da quella derivate (232). Ma anche a non voler considerare l’umanità nel suo complesso, bensì solo le sue razze più depigmentate – come ad esempio nella prospettiva poligenista seguita soprattutto da Herman Wirth e Julius Evola – sempre il secolo scorso ha visto anche qualche altro autore, di impostazione più bio-antropologica, che ne ha proposto un’origine boreale, soprattutto nordasiatica (233).

Davanti a tutto ciò, la dinamica demografica che più verosimilmente potrebbe essersi verificata, è quella di un’enclave formativa geograficamente contenuta, da dove però dovette ben presto dispiegarsi su più vasta scala una “meta-popolazione” a bassissima densità, ma nell’ambito della quale non venne mai meno una certa continuità genetica e fenotipica a causa dell’alta mobilità connessa all’economia di caccia-raccolta del Paleolitico. Dal punto di vista antropologico classico, tale meta-popolazione boreale presentava molto probabilmente delle caratteristiche proto-caucasoidi (234) ancora oggi riscontrabili in diversi gruppi umani che, ad esempio in Asia, appaiono piuttosto marginali ed isolati per effetto dei successivi massicci stanziamenti di genti mongolidi. Un esempio può essere costituito dagli odierni Ainu del Giappone settentrionale (235) – che, non a caso, ricordano di essere giunti nelle sedi attualmente abitate provenendo da nord o da nord-ovest (236) – i quali secondo Hooton rappresenterebbero il residuo di un tipo umano “bianco-brunetto” primordiale: una stirpe, cioè, non ancora sottoposta a quei processi di depigmentazione così massicci che poi interessarono soprattutto le popolazioni nordiche del nostro continente, ma che tuttavia testimoniano l’antichissima presenza nord eurasiatica di un substrato di tipo paleo-europoide, oggi ad esempio individuabile anche negli Jakuti della Siberia nord-orientale (237). Per gli Ainu invece Renato Biasutti utilizza la denominazione di “Pre-Europidi” (238) ma, al di là della terminologia impiegata, sostanzialmente non muta l’idea di fondo, condivisa anche dal giapponese Matsumoto (239), di una popolazione caucasoide a suo tempo enormemente più estesa di quanto non sia oggi (240); un ceppo che nell’oriente asiatico troverebbe riscontro anche nei tratti alquanto “ainuidi”, e per nulla mongolidi, del reperto cinese di Ciu Ku Tien (241) e nel continente americano sarebbe stato rappresentato da un fenotipo simile a quello di Kennewick (242), che avrebbe mantenuto fino a tempi recenti (parliamo di circa 9.000 anni fa) le caratteristiche paleo-caucasoidi del gruppo di partenza (243). Probabilmente nella stessa direzione potrebbe essere letto anche il fatto che l’iniziale distribuzione dei Nativi Americani – almeno quella osservata nei primi tempi della colonizzazone europea – evidenziava il tratto della dolicocefalia (cranio dalle proporzioni allungate) tendenzialmente attestato nelle aree più perimetrali del Nuovo Mondo rispetto alle caratteristiche brachicefaliche (cranio meno allungato), da cui il forte indizio che queste ultime dovettero essere di più recente ingresso nelle Americhe (244). Si tratta di un’osservazione in buon accordo con l’idea che la morfologia mongolide, strettamente associata alla brachicefalia, rappresenti una specializzazione razziale sorta in tempi meno antichi (245): tanto da evidenziare, in generale, tra Europei e Nativi Americani più arcaici dei punti di similitudine che furono sottolineati non solo dall’antropologia classica (246), ma anche da elucubrazioni molto precedenti, come ad esempio quelle seicentesche secondo le quali vi era un collegamento con il biblico Jafet che ritroveremo più avanti (247). Per non parlare – ora lo accenniamo soltanto – della relativa vicinanza che anche a livello genetico il macro-gruppo europeo evidenzia nei confronti di quello nativo americano, in misura sicuramente maggiore rispetto, ad esempio, a quello degli asiatici orientali (248).

 

Al di là dello stanziamento soprattutto occidentale e cis-uralico delle genti dalla bassa pigmentazione cutanea, Paudler sottolineò comunque la sfumata presenza di questo tratto un po’ in tutto il nord eurasiatico (249), il che potrebbe rappresentare oggi la testimonianza residuale di questa vasta meta-popolazione boreale dei primordi. In Siberia si notano alcune caratteristiche nel colore dell’iride e dell’epidermide (questa, a volte, addirittura con riflessi rossicci) riscontrabili quasi solo presso gli europidi settentrionali (250), in relazione ai quali una certa somiglianza con alcuni caratteri presenti negli stessi Ainu (251) aveva portato Montandon ad ipotizzarne una comune derivazione da un particolare ramo definito  “protonordico” (252): ramo dal quale si sarebbero successivamente staccati – ciascuno indipendentemente, cioè non derivando vicendevolmente – anche i nordici europei ed alcune popolazioni caucasiche, che non a caso denotano una significativa presenza di casi di biondismo (253). Sul tema “protonordico” e su una sua parziale rivisitazione rispetto alle deduzioni di Montandon torneremo comunque più avanti, quando approcceremo più da vicino le vicende del nostro continente anche sotto il profilo genetico.

Nel grande ventaglio delle classificazioni antropologiche adottate dai vari ricercatori, tale popolazione boreale unitaria dovrebbe corrispondere anche a quelli che Wiklund definisce “paleoartici”, contraddistinti dalla presenza, anche se embrionale, di caratteri sia paleoasiatici che paleoeuropei (254): in definitiva possiamo già anticipare che staremmo parlando di un’entità antropologica, a nostro avviso, più ampia dei “prenordici” di Wirth, i quali, piuttosto, potrebbero esserne considerati una popolazione derivata (255), quindi più tarda e di dislocazione soprattutto groenlandese-nordamericana. Secondo Wiklund, tra questi paleoartici oggi si potrebbero annoverare anche i Lapponi che, un po’ come gli stessi Ainu, vennero interpretati da Montandon in modo abbastanza simile, cioè nel suo schema di impostazione ologenetica come una ramificazione molto arcaica (256): ovvero un gruppo precocemente distaccatosi da una popolazione che più tardi avrebbe invece originato gli europidi propriamente detti (nordici, mediterranei, alpini, ecc…).

Di particolare interesse anche il fatto che diversi antropologi (ad esempio, Topinard e Virchow) abbiano a suo tempo ipotizzato, in Europa, proprio un antichissimo popolamento di tipo lapponoide, considerato similare a quello “sardo-ligure” (257) che ritroveremo ancora. Ma possiamo evidenziare già ora che il riferimento al tipo lappone non deve necessariamente limitarci alla classica immagine, anche folklorica, che abbiamo oggi di questo gruppo etnico, probabilmente plasmato da processi formativi molto specifici, non ultimo l’estremo isolamento ecologico e culturale, che lo condussero in una direzione evolutiva piuttosto particolare: tanto da presentare oggi le maggiori differenze genetiche rispetto a tutti gli altri europei (258) ed essere spesso considerato nelle classificazioni razziali classiche, ad esempio in quella di Renato Biasutti, addirittura come un ceppo a sé stante (259). Probabilmente le evidenze molecolari dei Lapponi sostengono con buona approssimazione le ipotesi della “ramificazione arcaica” di Wiklund e Montandon, ed in una certa misura potrebbero integrarsi anche con quelle di Biasutti dato che egli individuò, tra i caucasoidi, anche un terzo ceppo, quello che definì come “Pre-Europide” nel quale, oltre agli stessi Ainu, inserì popolazioni di “razza uralica” come i Voguli e gli Ostjaki, ma, significativamente, anche arcaici elementi disseminati in varie aree europee (Sardegna, Galles, penisola iberica – 260). Tutti questi potrebbero rappresentare, oggi, quanto di più vicino è rimasto della primissima stratificazione Sapiens nel nostro continente e sembrano evidenziare anche diverse affinità con lo stesso tipo lapponoide (261), che comunque poi seguì un percorso morfologico molto specifico.

 

 

4.2 – Tratti unitari pan-artici

 

Particolarmente interessanti, inoltre, i caratteri “americanoidi” che qualche antropologo ha ritenuto di intravvedere proprio tra i Voguli e gli Ostjaki, il cui tipo fisico europoide, piuttosto arcaico, dovette assomigliare molto a quello che per primo popolò l’Eurasia settentrionale (262): sono sporadici tratti di similitudine con i Nativi Americani che riteniamo andrebbero letti in parallelo ai summenzionati accenni relativi all’osservazione fatta nel verso opposto, ovvero quella sulla vicinanza fenotipica rilevata nei Nativi Americani a confronto con le genti europee. Dunque le due considerazioni, valutate nel loro complesso, probabilmente ridimensionano alquanto l’idea wirthiana, ricordiamo, di uno hiatus razziale molto netto tra il nordovest “prenordico” e il nord-est “finno-asiatico” dell’ecumene boreale.

Ma, a ben vedere, si può dire che anche nelle stesse analisi del Nostro parrebbe in fondo emergere qualche elemento di carattere “pan-artico” e tendenzialmente più unitario. Ciò, ad esempio, quando Wirth sottolinea la presenza del gruppo sanguigno “0” – quello considerato artico e primordiale – non solo nel Nord America, dov’è massicciamente rappresentato (263) ma anche nell’Asia settentrionale ed orientale; o quando riconduce all’influenza paleolitica delle genti prenordiche, la classica casetta di mattoni di neve che oggi si trova sia tra gli Eschimesi che tra i Lapponi. Quella che dunque ci sembra più calzante, è piuttosto l’idea di un’antichissima “koinè boreale” che, anche sotto il profilo culturale, avrebbe accomunato tutte le popolazioni del Nord – con elementi oggi osservabili negli stessi Lapponi, passando per i Siberiani, fino ai Nativi Americani del Canada e del Labrador, ma non escludendo gli stessi Celti – in una prospettiva che significativamente affascinò anche un autore dal retroterra ideologico molto diverso da quello di Herman Wirth, quale Claude Levi-Strauss (264).

Di particolare interesse ci sembra anche l’idea, progressivamente consolidatasi in ambito accademico, di una vasta e coerente area di concezioni animistico/sciamaniche di portata transcontinentale e dispiegamento circumpolare (265) che però, va detto, non possiamo escludere sia venuta ad enuclearsi in tempi posteriori e secondo percorsi più specifici rispetto all’ipotesi, già accennata, di un precedente Urmonotheismus boreale.

In ogni caso, persino il versante glottologico sembra offrire analoghi spunti se sempre Wirth ammette come siano le lingue ugro-finniche ad aver mantenuto una struttura grammaticale più vicina a quella “agglutinante”, che il Nostro ipotizza proprio per gli originari idiomi prenordici, oltre ad averne conservato la parte più ricca dell’antico patrimonio lessicale. E – riconosce – tutto ciò in misura anche maggiore rispetto alle lingue nord-americane: un dato piuttosto interessante se consideriamo che la famiglia ugro-finnica copre un’area nettamente più orientale rispetto al wirthiano “cuneo della razza prenordica”. Ma non bisogna dimenticare nemmeno le remote relazioni di parentela che anche le stesse lingue nord-americane, in particolare le amerinde, sembrano conservare con quelle appartenenti al grande aggregato che è stato definito come “eurasiatico” (266): macrogruppo ipotizzato da Joseph H. Greenberg in alternativa a quello “nostratico” (termine coniato a suo tempo dal linguista danese Holger Pedersen – 267) il quale, significativamente, raccoglie le sei famiglie dalla dislocazione più boreale del pianeta (indoeuropea, uralica, altaica, coreana-giapponese-ainu, ciukcio-camciadali ed eschimo-aleutina – 268) e che, in una riformulazione macro-comparatista di prospettiva nettamente più nordica, sembra trovare l’accordo di nostraticisti quali Sergei Anatolievič Starostin (269). Una teoria che appare in buon accordo anche con l’idea, proposta già nei primi decenni del XX secolo da Antoine Meillet, di un unico progenitore comune per lingue di tutti i popoli di “razza bianca” (270).

In definitiva, il quadro che si può trarre da tutti questi elementi, a nostro parere sembra deporre per una situazione artica inizialmente unitaria, o comunque fortemente coesa, che con il tempo venne a spezzarsi in tempi e modi sui quali nel prosieguo proveremo a fare qualche riflessione.

 

 

Link articolo precedente:


Parte 6

 

 

 

NOTE

 

230.  William Fairfield Warren – Paradise Found. The Cradle of the Human Race at the North Pole – Fredonia Books – 2002 (ristampa anastatica dell’edizione del 1885) – pagg. 99, 100

 

231.  Vincenzo Giuffrida-Ruggeri – Su l’origine dell’uomo: nuove teorie e documenti – Zanichelli – 1921 – pagg. 114, 236, 237

 

232.  Charles Goodhart (articolo su) – Bianchi, fin dalla preistoria – in: “Il Piccolo” del 12/11/1995

 

233.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 2 – pag. 388; Giorgio Pullè – Razze e nazioni – CEDAM – 1939 – vol. 2 – pag. 23

 

234.  Henry V. Vallois – Le razze umane – Garzanti – 1957 – pag. 71

 

235.  Giorgio Pullè – Razze e nazioni – CEDAM – 1939 – vol. 2 – pag. 38

 

236.  Gianfranco Drioli – Iperborea. Ricerca senza fine della Patria perduta – Ritter– 2014 – pag. 74; Georg Glowatzki – Le razze umane. Origine e diffusione – Editrice La Scuola – 1977 – pag. 55; William F. Warren – Paradise found. The cradle of the human race at the North Pole – Fredonia Books – 2002 (ristampa anastatica dell’edizione del 1885) – pag. 245

 

237.  Raffaello Parenti – Lezioni di antropologia fisica – Libreria Scientifica Giordano Pellegrini – 1973 – pag. 282

 

238.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 2 – pag. 450

 

239.  Vincenzo Giuffrida-Ruggeri – Su l’origine dell’uomo: nuove teorie e documenti – Zanichelli – 1921 – pagg. 200-201

 

240.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 1 – pag. 495

 

241.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 1 – pag. 495; Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 2 – pag. 390; Cleto Corrain – Origine e trasformazione delle razze umane – in: AA.VV. (a cura V. Marcozzi e F. Selvaggi), Problemi delle origini, Editrice Università Gregoriana, 1966, pag. 218

 

242.  Luca Sciortino – Un giapponese in America – in: Le Scienze – Giugno 2006

 

243.  Anna Meldolesi – Antropologi in tribunale – in: Le Scienze – Novembre 2002; Spencer Wells – Il lungo viaggio dell’uomo. L’odissea della nostra specie – Longanesi – 2006 – pag. 199

 

244.  Lyon Sprague de Camp – Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi – Fanucci – 1980 – pag. 156

 

245.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 1 – pag. 497; Vinigi L. Grottanelli – Ethnologica. L’Uomo e la civiltà – Edizioni Labor – 1966 – pag. 114; Nicholas Wade – All’alba dell’Uomo. Viaggio nelle origini della nostra specie – Cairo Editore – 2006 – pag. 153

 

246.  Henry V. Vallois – Le razze umane – Garzanti – 1957 – pag. 100

 

247.  Leon Poliakov – Il mito ariano. Le radici del razzismo e dei nazionalismi – Editori Riuniti – 1999 – pag. 157

 

248.  David Reich – Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità – Raffaello Cortina Editore – 2019 (copia in pdf) – pag. 114

 

249.  Oswald Spengler – Albori della storia mondiale – Ar – 1999 – vol. 1 – pag. 151

 

250.  Hugo A. Bernatzik – Popoli e Razze – Editrice Le Maschere – 1965 – vol. 2 – pag. 70

 

251.  Madison Grant – Il tramonto della grande razza – Editrice Thule Italia – 2020 – pag. 201; Giorgio Pullè – Razze e nazioni – CEDAM – 1939 – vol. 2 – pag. 212; Oswald Spengler – Albori della storia mondiale – Ar – 1999 – vol. 1 – pag. 71

 

252.  Raffaello Parenti – Lezioni di antropologia fisica – Libreria Scientifica Giordano Pellegrini – 1973 – pag. 281

 

253.  Mario F. Canella – Razze umane estinte e viventi – Sansoni – 1940 – pag. 164

 

254.  Roberto Bosi – I Lapponi – Il Saggiatore – 1969 – pag. 174

 

255.  Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 118

 

256.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 1 – pagg. 425, 426

 

257.  Luigi Brian – Il differenziamento e la sistematica umana in funzione del tempo – Marzorati Editore – 1972 – pag. 315; Roberto Bosi – I Lapponi – Il Saggiatore – 1969 – pagg. 32, 170, 173

 

258.  Luigi Luca Cavalli Sforza, Paolo Menozzi, Alberto Piazza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pagg. 502, 567

 

259.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 1 – pag. 467; Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 2 – pag. 24

 

260.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 2 – pag. 54

 

261.  Claudio Mutti (a cura) – Kantele e Krez. Antologia del folklore uralico – Edizioni Arthos – 1979 – pag. VI

 

262.  Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 2 – pagg. 427, 428; Raffaello Parenti – Lezioni di antropologia fisica – Libreria Scientifica Giordano Pellegrini – 1973 – pag. 259

 

263.  Luigi Luca Cavalli Sforza – Geni, popoli e lingue – Adelphi – 1996 – pag. 39; Alain Danielou – La Fantasia degli Dei e l’Avventura Umana – CasadeiLibri Editore – 2013 – pag. 63; Henry V. Vallois – Le razze umane – Garzanti – 1957 – pag. 96; Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica”, 1983/1984, pag. 7

 

264.  Claude Levi-Strauss – Tristi tropici – Il Saggiatore – 2011 – pag. 213

 

265.  Matteo Meschiari – Sciamanesimo paleolitico europeo. Paradigmi ermeneutici e riesame fenomenologico dell’arte parietale franco-cantabrica – in: AA.VV. – Le origini sciamaniche della cultura europea – Quaderni di studi indo-mediterranei VII (2014) – Edizioni dell’Orso – pag. 29

 

266.  Joseph H. Greenberg, Merritt Ruhlen – Le origini linguistiche dei nativi americani – in: Le Scienze – Gennaio 1993; Merritt Ruhlen – L’origine delle lingue – Adelphi – 2001 – pag. 133

 

267.  Francisco Villar – Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia – Il Mulino – 1997 – pag. 651

 

268.  Harald Haarmann – Storia universale delle lingue. Dalle origini all’era digitale – Bollati Boringhieri – 2021 – pag. 170; Merritt Ruhlen – L’origine delle lingue – Adelphi – 2001 – pag. 95; Merritt Ruhlen – Nuove prospettive sull’origine delle lingue – in: AA.VV (a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti), Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici, Mondadori, 2001, pag. 269

 

269. Merritt Ruhlen – L’origine delle lingue – Adelphi – 2001 – pag. 177; Gianfranco Drioli – Iperborea. Ricerca senza fine della Patria perduta – Ritter– 2014 – pag. 78

 

270.  Francisco Villar – Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia – Il Mulino – 1997 – pag. 651

 

2 Comments

  • Fabio Calabrese 30 Aprile 2023

    “L’arazzo del Tempo” segnala il ritrovamento di un sito neolitico chiamato “Deltaterrasserne” (Delta Terraces”) nell’estremo nord della Groenlandia. Quella che oggi è una delle regioni più incompatibili con la vita umana del nostro pianeta, 10.000 anni fa era abitata.
    Non c’è nessun dubbio che da allora abbiamo assistito a un totale stravolgimento climatico.

    • Michele Ruzzai 1 Maggio 2023

      Molto interessante: anche secondo Charles Hapgood la Groenlandia settentrionale non venne toccata dalla calotta del Wurm, e pare che in quel periodo le condizioni oceaniche dell’area fossero relativamente calde. E paradossale anche che la glacializzazione dei settori settentrionali sia stata praticamente contemporanea alla deglacializzazione delle latitudini più basse, ovvero con l’inizio dell’Olocene.

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