9 Aprile 2024
Attualità

Progetto confusione – Lorenzo Merlo

Il primo nichilista è stato forse Socrate. Il suo so di non sapere, allude alla parzialità delle affermazioni mescolata alla pretesa di verità. Un miscuglio esplosivo. Quando la consapevolezza dell’impossibilità della verità, dell’arroganza e del cinismo con la quale la perseguiamo deflagra, come uno tsunami, sommerge tutto. Ci ritroviamo soli con il kit di sopravvivenza in mano. Un bagaglietto dentro il quale c’è scritto amore.

 

Deliberato massacro di Gaza, vassallaggio da Stati Uniti, Nato ed Europa, politica eurosuicida nei confronti della Russia, negazione di concerti e artisti russi, blocco dei beni di cittadini russi, complesso di Norimberga dell’Occidente, bombardamento della Serbia, occupazione dell’Afghanistan, paesi canaglia, antrace iraqena, primavere arabe, piazza Maidan e rogo di Odessa, capitalismo green, della sorveglianza, dell’economia circolare, della sostenibilità, colpi di coda dell’egemonia americana, guerre per sostenere l’economia, bandiera della democrazia insanguinata e profanata, vita a punti, riduzione progettata della popolazione, scienza e politica possedute dall’economia, scientismo dilagante, sesso a scelta, inclusività delirante, progressisti ridenti, destra rinnegante se stessa, ogm, profitto, crescita, consumo infinito, terra come oggetto, liste di proscrizione, censura, giornalismo salariato in cambio di veline, Giannini, Gruber, Severgnini, Gramellini, Formigli, Floris, Molinari, Mentana, Open, Brindisi, Canali tv, canali radio, Russia imperialista, politicamente corretto, Fiorello che deride i colpiti dal vaccino, pandemie preannunciate, vaccino sicuro, Draghi, Mattarella, Vespa impuniti, esperti, ricatti, stipendi sottratti, effetti secondari inesistenti, colpiti da vaccino invisibili, denari per Kiev ma non per la sanità, infrastrutture fatiscenti, stato fallito, Natale vietato come la festa del papà, 8 marzo che non vale più niente, femminismo mortificante replica del già visto, Giorgia Meloni, Ursula Von der Leyen, Angela Merkel, Christine Lagarde, Sanna Marin, Madeleine Albright, Kamala Harris, Condoleezza Rice, Margaret Thatcher, Hillary Clinton, identità elettronica, mito della tecnologia, cavallette a merenda, povertà programmata,

potentati privati più forti degli stati, ordoliberismo, valli, coste e pianure deturpate in nome del progresso, nuovo ordine mondiale, agenda 2030, chip, vaccini per tutto, industria della malattia.

Chi legge i giornalacci e segue i dj di radio e tv in mano alle case discografiche, farmaceutiche, imprenditoriali e, comunque private, perché, è giusto, gli affari sono affari – ovvero affanculo tutto il resto, cioè valori, comunità, identità, natura, educazione – non ha nulla da obiettare su quanto elencato sopra. Per loro è la normalità, è il progresso, non c’è niente da fare, né da dire. Non sospettano niente di male e chi lo fa “è uno stupido complottista, che crede che qualcuno comandi il mondo dal suo salotto”. Se Novella 2000 era in testa alle tirature italiane come lo è il Festival, non c’è nulla di cui raccapricciarsi.

Dall’altro lato, da quello dei complottisti, banali osservatori e critici di quanto il mondo mette in scena, i lamenti in merito a quanto sopra sono numerosi e continui. Sono argomentati e, con i dovuti distinguo, di grande valore. Per lo più su testate web e blog, autofinanziati. Ma anche, a volte, cialtronati e venduti, come del resto accade ordinariamente tra i “veri giornalisti”, per citare l’autoreferenziale formuletta infantile adottata da certe testate nazionali per rivendere se stesse.

Tuttavia, nonostante tutta l’informazione abbia la sua ragione d’essere, informarsi implica ormai una dipendenza drammatica e patologica. Il vaso è talmente pieno che, qualunque notizia, prima di annunciare il contenuto del suo messaggio, tende a infastidire, in quanto eccessiva, come una nuova erbaccia infestante della nostra labile e latente quiete. Ciò va detto senza alcun giudizio morale appresso, solo assertivamente.

Nell’attuale bailamme dell’informazione – per quanto animata dal cuore caldo della ricerca della verità – si possono riconoscere le innumerevoli dinamiche dei grandi numeri. Il principio dei grandi numeri qui inteso, non è quello di Bernoulli. Esso allude al fatto che in essi tendono a attuarsi possibilità che nei piccoli sono impedite. Il cui più basso tasso di relazioni è incline ad impedirlo. Così, nei grandi – e, tanto più grandi, tanto più appare evidente –, non solo tende a evidenziarsi la verità che ogni affermazione è contemporaneamente necessaria e parziale – anche se affermata come definitivamente vera – ma che ogni affermazione da essi scaturisce. Tutto e il contrario di tutto fanno mostra di sé. Un panorama improbabile in contesti piccoli e tradizionali.

I grandi numeri sono da intendere come una specie di Iperuranio, dove tutto il possibile e tutte le idee sono presenti. Un volume che, come da un albero grondante di frutti, ognuno coglie quanto necessita alla propria biografia e identità per prosperare.

Se nelle società tradizionali e comunità paesane, le novità erano poche e soprattutto maturavano poco alla volta, tanto da non impensierire e squilibrare, nella nostra dimensione globalizzata, inclusivizzata, internettizzata, dei grandi numeri, tutto l’iperuranico possibile, ha aperto le cateratte e sta precipitando su noi come un fortunale. Finché la vita si sviluppava su uno sfondo analogico, per quanto i numeri fossero grandi, potevamo relazionarci a ogni questione. Appoggiati su un terreno digitale, la possibilità di controllo e verifica dell’informazione e della cosiddetta realtà, già precaria nell’epoca della tv, si è annullata. E con essa la nostra solidità identitaria e umana. Come il contesto analogico tendeva a far evolvere l’intera comunità, così quello digitale tende a produrre bolle e bubboni improvvisi nel tempo e nello spazio.

L’attuale culmine di questo discorso è l’intelligenza artificiale. Essa ha il potere di persuasione – come già Meta, e altro hanno affermato – per sostituire radicalmente la realtà analogicamente intesa. Un potere rivenduto al popolo in divano come maggior benessere e maggior sicurezza. Che non avrà alcuna difficoltà a calarsi nel quotidiano e nell’ordinario con fini ricreativi, ma tragico per coloro che ne riconoscono un passaggio verso il perfezionamento di una società dell’obbedienza.

Con la ricetta composta dalla comunicazione, dal web, dall’opulenza, dall’edonismo, dal consumismo, dai modelli globalizzanti, dal digitale, dalle mefistofeliche chatgpt e dall’intelligenza artificiale, ci hanno servito una bromurica pietanza dal gusto succulento. Mentre ci si stava abbuffando, in un battito d’ali i depositi della storia, del pensiero, del diritto, dell’umanesimo, della solidarietà, dell’identità, della natura, sono stati corrotti o sostituiti con gli ibridi, il falso, il rovescio, il patologico, lo strategico.

Nei grandi numeri di cui ognuno è corpo e fautore, dove tutto può scontrarsi e dove i flussi sono volatili, possiamo dire la nostra, credendo di incidere in qualche misura. Ma non accade. Andiamo invece a partecipare a concorsi di realtà che non avevamo previsto e che non vorremmo. Territori dell’immaginario e della politica dove idee opposte camminano a braccetto, facendo di tutti i colori un solo pervasivo grigio. Se il colore, göethianamente inteso – e non solo –, corrisponde ad un soggetto, un’evocazione, un’immagine, un mondo, quello dell’uniformizzazione, presuntuosamente travestito da scienza, corrisponde alla negazione di tutti quegli sprizzi e quei lazzi personali, corrisponde alla mortificazione, al nichilismo.

Ma non basta. Perché dire nichilismo è trattare un concetto, e lo si può fare dandogli la dignità del caso, cioè pari dignità a qualunque altro. Cioè senza rischio d’infezione. Il problema del nichilismo insorge quando non è più un timore o una disquisizione, ma un sentimento, il cui colore è quel grigio che tutto assorbe. Ne sono sintomi la sensazione di solitudine e inutilità, la descrizione del mondo come una sola moltitudine sbracciante, ignara della propria miopia, forte della sua superstizione, preda di menti che non le appartengono.

 Che valore, che peso può avere la mia idea e la vostra gettata nel calderone della grande comunicazione? Così grande che ha in sé lo spazio studiato e predisposto, per assorbire qualunque voce e spinta che non sia allineata alla politica dominante e al grande progetto di resettaggio sociale in corso.

Il party della comunicazione e dell’informazione non prevede interruzione. Per tirare avanti non risparmia nulla. Fake, spettacolarizzazioni, influencer, champions, crocifissioni, sentimenti e litigate in diretta, artefatte, inviati per caso. Ci sta tutto e il suo contrario. Non se ne esce. È un globo che ci ospita. E che nonostante le nostre velleità di paladini del bello e del vero, ci pialla. Come la cultura americana ha invaso i pensieri musulmani che, nel tentativo di restarne indenni, ne hanno combinate di pesanti, credendo di liberarsi da quanto già ormai li aveva colonizzati. Chi ancora non se ne è accorto, lo faccia.

A differenza de “A livella” (1) di Totò, magistrale narrazione dei falsi valori per i quali ci si batte, che la morte rende per quello che sono, risibili, a noi stessi sembriamo vivi o forse crediamo di esserlo per quei bei colori che scribacchiamo, pensando possano cambiare la tinta di un mondo dal quale siamo di fatto estromessi, lasciandoci contenti a credere di disturbare il fuochista.

Seguitando a darci reciproche colpe, a difendere i nostri egoismi, per quanto travestiti delle migliori intenzioni – e chi non lo fa? –, dobbiamo riconoscere che il culto promosso dalla politica e dall’educazione dei vizi capitali implica l’inferno in cui siamo, il culmine di incredulità in cui ci troviamo, la morte in vita che stiamo vivendo. Un campo arido e piatto dove neppure Thích Quảng Ðức e Aaron Bushnell sono in grado di far germogliare qualcosa di diverso dal già previsto. Dove solo i replicanti, ovvero chi si adatta e si sottomette, potranno vivere una vita senza il mortifero rischio di alienazione nichilista.

Siamo individui, la cui prima qualità è quella di credere di essere un’avanguardia e il cui primo difetto è quello di non vedere di essere come i musulmani con la cultura americana.

I pazzi scatenati che ci governano non si preoccupano che corrano malevoci su di loro. Se la ridono. Sono contenti perché dimostriamo così di essere concentrati su un aspetto che fa gioco al loro progetto castista di comando dell’umanità da batteria che sta pagando e pagherà il conto delle loro bistecche, delle loro spa e grattacieli. Progetto di diffusione della confusione.

 

Nota

  1. https://www.youtube.com/watch?v=AZ8mrzSKzQs

 

2 Comments

  • Remo Magagni 17 Marzo 2024

    bravo Lorenzo e purtroppo verissimo. Butragueno

  • paolo 23 Marzo 2024

    cavolo Lorenzo.. non potevo essere stato piu’ chiaro ed esaustivo nell’esporre questo tuo pensiero..una sola domanda: Ma chi cazzo sono Thích Quảng Ðức e Aaron Bushnell ?

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