19 Aprile 2024
Controstoria Età oscura

Lucifero: una storia vera? – Rita Remagnino

Appena varcata la porta dell’Inferno Dante Alighieri incontra “l’anime triste di coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.” Contemporaneamente Virgilio afferma che questi dannati sono mischiati alla cattiva schiera degli angeli che non si ribellarono a dio, né gli furono fedeli, standosene fuori dal conflitto. “Mischiate sono a quel cattivo coro / de li angeli che non furon ribelli / né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro” (If III 37-39).
La teologia cattolica non ha mai parlato di «angeli neutrali», né il pensiero medioevale ne fa menzione. Tracce degli «indifferenti alati» si ritrovano tuttavia nella letteratura cristiana del II e III secolo, nei primi apologisti greci e nella dottrina catara. Può darsi dunque che la riserva di pesca del Fiorentino si trovi in una dimensione temporale ben più arcaica di quella finora immaginata, una circostanza che accende l’interesse dei lettori con “li ‘ntelletti sani”.
E’ curioso che in Cielo vivano gli stessi pusillanimi, o ignavi, che dimorano sulla Terra. Ma dopotutto al piano di sotto non si sa granché di ciò che accade sopra le nuvole, fatta eccezione per il proverbiale neutralismo angelico riferito al sesso, di cui ultimamente la desinenza schwa (ə) si è appropriata per cancellare le disparità di genere.
Esiste tuttavia una seconda possibilità: la narrazione angelica non è mai uscita dalla dimensione terrestre. Il che coinvolgerebbe, travolgendola, la forma duale più diffusa al mondo, rendendo automaticamente ingiuste tutte le guerre giuste delle «forze del bene» contro le «forze del male» e vaporizzando figure teologiche consolidate come gli Angeli e i Diavoli.

In relazione al proprio livello di crescita spirituale l’uomo può indossare la maschera bianca o nera, dipende, sempre di un uomo però si tratta. Come probabilmente lo è stato il «portatore di luce», cioè di civiltà, chiamato «Lucifero», uno dei protagonisti dell’Era post-glaciale. Ma forse è meglio cominciare dall’inizio.
Già si sperava che il peggio climatico fosse passato, quando un brusco ritorno del ghiaccio colpì le latitudini che si trovavano al di sopra del 41° parallelo Nord, sede delle strutture in pietra delle più avanzate culture del pianeta. Alcuni popoli costretti a spostarsi verso Sud s’imbatterono in tribù arretrate di cacciatori-raccoglitori, che, letteralmente, videro cadere giù dall’«alto» (delle montagne) compagnie di stranieri alti, belli e capaci di fare cose prodigiose che attraversavano i villaggi avvolti come angeli in mantelli ricoperti di piume d’uccello.
Per un lungo periodo, forse secoli, i nuovi arrivati mantennero le distanze tra i propri insediamenti posti sulle alture (kharsag) e i villaggi a valle, popolati da individui completamente refrattari allo Spirito che avevano mangiato carne cruda fino al giorno prima. Ma il bisogno di manovalanza per realizzare le grandi opere avvicinò gradualmente le etnie, così che alcuni civilizzatori piumati finirono per appassionarsi al modo di vivere di quell’umanità edonistica e spensierata, rozza ma semplice, detentrice di caratteristiche che fino ad allora l’addestramento tradizionale di matrice castale non aveva lasciato trapelare, e di cui i più giovani ignoravano addirittura l’esistenza.
La promiscuità riguardò in particolare le maestranze preposte ai cantieri, i cosiddetti «Vigilanti», o «Sorveglianti», che divennero loro malgrado i protagonisti di una vecchia storia, nessuno sa dire quanto antica, giunta fino a noi attraverso il Libro di Enoch, un apocrifo della Genesi, e poi riconfermata da alcuni frammenti di un testo religioso ritrovati nel 1947 a Qumran, nei pressi del Mar Morto. “(…) e dopo alcuni giorni mio figlio, Matusalemme, diede moglie a suo figlio Lamech, e questa concepì e gli diede un figlio. E il suo corpo era bianco come neve e rosso come una rosa, i suoi capelli come lana bianca, e quando i suoi occhi si aprirono tutta la casa risplendette come illuminata dal sole. (…) Lamech ebbe paura di lui e fuggì dal padre suo Matusalemme; gli disse: uno strano figlio ho generato … non mi sembra figlio mio, ma degli angeli del cielo …

Con queste parole il patriarca Enoch, vissuto dopo il Grande Diluvio e «rapito in cielo all’età di 365 anni», descrisse l’angoscia del nipote Lamech alla vista del primogenito Noé, così «diverso» dal resto della stirpe. Sua moglie giurò sull’Altissimo che il seme era del marito, come pure il concepimento, ma i parenti non ne erano affatto sicuri. Al fine di scongiurare una crisi familiare Enoch decise allora di rivelare al clan un inconfessabile segreto: nella generazione di suo padre, il patriarca Iared, alcune «creature angeliche» trasgredirono alle leggi dell’Altissimo unendosi carnalmente a «femmine umane», con le quali generarono una prole malvagia e corrotta, gigantesca nella carne ma minuscola nello Spirito (i futuri Nefilim). A partire dalla trasgressione il Male si diffuse sulla Terra ma adesso la nascita di quel bambino, Noé, che era veramente il figlio di Lamech, avrebbe lavato via tutti i peccati dal mondo.
La narrazione si riferisce probabilmente a un fatto di cronaca accaduto in territorio curdo tra il 9.500 e l’8.000 a.C. circa, allorché alcuni gruppi di profughi settentrionali si stabilirono nella regione compresa attualmente tra il Kurdistan turco e la ex-repubblica sovietica dell’Armenia, a ridosso del lago Van (ex-Biainili) e poco distante dal maestoso Ararat.
E’ tuttora palpabile il dolore che trasuda da questo vastissimo mare interno, lungo un centinaio di chilometri e largo circa cinquantasei; provare per credere. Magari, chissà, la nostra Storia sarebbe stata diversa se scendendo dai territori inariditi dalla lunga permanenza del ghiaccio i civilizzatori piumati avessero tirato dritto anziché fermarsi sui lati collinosi dei monti Tauro e Zagros, morbidamente ricoperti di foreste, di querce, di ginepri. Inebriati dal profumo della vita si lasciarono conquistare dall’esuberanza della natura, non potendo certo immaginare che un giorno quel paradiso si sarebbe trasformato in un inferno.

Oltre a una buona terra da coltivare c’era laggiù un’insperata vitalità, sonnolenta e disordinata finché si vuole ma compensata da un’energia che la stirpe angelica, nella sua incommensurabile saggezza, aveva perso da un pezzo. Due tabù costituivano le gambe della società: era vietato mischiare il sangue divino con lignaggi inferiori e proibito divulgare il sapere occulto degli Avi. Per ovvie ragioni pratiche, soltanto la tecnica poteva essere insegnata.
L’obbligo della segretezza sugli assiomi, le regole, le formule, i teoremi e tutto quanto costituiva il patrimonio culturale degli antenati non deve comunque trarre in inganno poiché i principi fondamentali della conoscenza si palesavano a chiunque fosse in grado di coglierli attraverso l’arte e l’architettura, i riti e i miti.
Nella comprensione delle «cose dello Spirito» non c’erano differenze di classe e chi era pronto a recepirle capiva tutto ciò che c’era da capire senza tante storie, seppure non avesse ufficialmente accesso allo scrigno segreto del sapere. Restavano esclusi dagli insegnamenti solo coloro i quali non avrebbero inteso in ogni caso le sottigliezze a causa di un’oggettiva mancanza di capacità.
Questo è il vero parlare democratico, tutto il resto è aria fritta. Chi sta scuotendo la testa provi a dare uno sguardo più attento in casa propria: la nostra civiltà è quella che ha inventato la Finestra di Overton per orientare il modo di pensare delle masse e permesso agli azionisti della piattaforma Google di stabilire la veridicità o falsità di qualsiasi informazione.

Si dice che gli Angeli-Vigilanti abbiano iniziato le aborigene al sesso, un’arte sconosciuta all’interno di comunità incolte dove fino a quel momento ci si era accoppiati al solo scopo di ripopolare i territori impoveriti dagli estremismi del clima. Una volta infranto il primo tabù, passare alla rottura del secondo fu una logica conseguenza: Shemihaza (il futuro Lucifero) insegnò alla sua compagna l’uso della stregoneria e delle radici, Hermoni alla sua lo scongiuro della sorte, la magia e i sortilegi, Baraqel i presagi della folgore, Kokabel quelli delle stelle, Ziqel quelli degli astri cadenti, Arataqif quelli della terra, Shamshiel quelli del sole e Sahriel quelli della luna.
Uccidere chi aveva violato il patto clanico, legare i ribelli come ladri, annegarli o bruciarli vivi, non sarebbe bastato a placare il dissenso interno, né avrebbe sedato le proteste dei braccianti abbandonati nelle spelonche da donne che adesso ne sapevano una più del diavolo. Tra le fazioni divine scoppiò una guerra feroce. Sia la letteratura enochica che quella trovata a Qumran affermano che “quei duecento demoni combatterono un’aspra lotta con i quattro (arc)angeli, che infine ricorsero a fuoco, nafta e zolfo”, così che rimasero uccisi ben “quattrocentomila Giusti”.
Rei di avere svelato le «cose antiche» a donne considerate inadatte a comprenderle, gli Angeli sconfitti furono sepolti vivi nel ventre asciutto di un deserto insieme alle proprie conquiste, alla propria cultura, alla propria scienza e ai propri segreti. Molto tempo dopo i Greci rivisitarono l’antico dramma narrando la vittoria degli dèi olimpici sui Titani, cacciati nel remoto Tartaro. Un luogo altrettanto sinistro che distava dalla Terra quanto la Terra distava dal Cielo, e profondo al punto che un’incudine di ferro doveva precipitare ben nove giorni prima di toccare il fondo.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ma soprattutto dalla possibilità di riappropriarsi del potere temporale. Se però giustizia è stata fatta, dove nasce viene la spirale di violenza in cui l’umanità è invischiata da allora? Perché sotto la guida degli Arcangeli l’uomo non ha costruito un mondo migliore? Com’è stato possibile che Lucifero, un angelo dotato di superpoteri cognitivi e di ragionamento, sia riuscito a stravolgere la propria natura fino a diventare un diavolo?
Il dubbio di avere ficcato sottoterra i «buoni» al posto di cacciare i «cattivi» è concreto. Si capirebbe in tal caso perché il «nuovo che avanza» è immancabilmente un peggioramento del processo precedente, cioè un «vecchio riciclato» che si trascina stancamente. Stiano in campana i titani del tech che oggi pensano di poter rivoluzionare il mondo con l’imposizione di una contro-realtà ispirata dal disegno tecno-gnostico: lo sbriciolamento del reale cambierà soltanto il principio di autorità, verrà distrutto un certo assetto, un paradigma, ma subito dopo ne uscirà fuori un altro con le stesse criticità.
L’uomo del XXI secolo è davvero una strana creatura. Utilizza macchinari complessi ma crede ancora all’esistenza di esseri superiori che indulgono in precetti di etica utilitaristica, perdendo il proprio tempo a dividere gli individui in buoni e cattivi, quando potrebbero dedicarsi con profitto a qualcosa di più adatto a delle super-intelligenze celesti.
Non c’è dubbio che tutte le facce del prisma ci appartengano, sono cose nostre, in esse non vi è proprio nulla di trascendentale. Ne consegue che i Grandi Avi entrati nelle narrazioni mitologiche e teologiche come creature serpentine, o come pennuti armati di spade infuocate, non erano Diavoli né Arcangeli ma fratelli-coltelli finiti in una guerra civile preistorica dopo avere prodotto «sulla Terra» cose ammirevoli. Enoch racconta che prima di venire ai ferri corti questi individui gettarono insieme le fondamenta dei continenti al di sopra delle acque (ponti); dai segreti recessi delle montagne fecero uscire metalli e pietre preziose (estrazioni minerarie); scavarono pozzi profondi come abissi (gallerie); crearono un mare ponendo attorno ad esso la sabbia per contenere la sua collera (dighe).

Parlando nella Commedia di un «dio» e di un «anti-dio» anche Dante mostra di conoscere l’originaria «fratellanza» di Arcangeli e Diavoli. Pensavano la stessa cosa i cristiani delle origini, tant’è vero che là dove ha-satan, cioè l’«avversario», tenta Giobbe che perde ogni cosa «col consenso di dio» (Libro di Giobbe, 34), il patriarca non se la prende con il demonio ma reclama giustizia dinanzi all’Altissimo che ha permesso la sua rovina.
La divisione tra il Bene e il Male subentrò in un secondo tempo, allorché la Storia cessò di essere trasmessa a memoria d’uomo per offrirsi alla scrittura dei vincitori. E quando mai s’è visto il trionfatore di una contesa parlare bene del perdente, lasciando intendere che l’altro era migliore di lui? In guerra, come in politica, chi cade si porta via tutte le colpe; è la regola, purtroppo l’umanità non ha iniziato a demonizzare e criminalizzare il nemico con Carl Schmitt, ma quel che è peggio continua a sovvertire la realtà per annichilire l’avversario.
Sempre Dante rivela di saperla lunga su un altro argomento cruciale, le «corna», citate in modo esplicito una sola volta nell’Inferno con i “demon cornuti” (If XVIII 35), e più avanti inserite nella descrizione di un drago dal forte significato demoniaco: “Le prime [teste] eran cornute come bue, / ma le quattro un sol corno avean per fronte” (Pg XXXII 145).
Nel mondo preistorico le corna non erano affatto un attributo negativo bensì un valore aggiunto. La parola «corna» e il termine «corona» derivano dalla stessa radice indoeuropea KRN che esprime significati di «potenza» e di «elevazione». Non per niente i trattatisti cristiani delle origini, istruiti sulla scorta di narrazioni maturate in ambienti sapienziali, ben si guardarono dall’attribuire la responsabilità della «caduta» ai Vigilanti ma scaricarono il peso della colpa su Eva.

L’Antico Testamento riconosce al Serpente primordiale qualità intellettuali eccezionali, descrivendolo come la “più astuta delle bestie selvatiche fatte dal Signore dio” (3.1); e fino a prova contraria «selvatico» significa spontaneo, naturale, libero da costrizioni, non pericolo pubblico numero uno. La demonizzazione di Lucifero arriverà con il Nuovo Testamento, che rappresenta il superamento della narrazione precedente.
Va da sé che la Chiesa non poteva raccontare ai fedeli come la genesi del loro mondo fosse stata determinata dall’intervento rivoluzionario di un diabolico avversario, intelligente e abile come nessun altro. Nacque così la serie paurosa di storie e storielle create appositamente per impaurire le menti fragili, nonché formare una massa di potenziali dannati disposti a mettere la mano al portafoglio pur di salvarsi dalle fiamme eterne.
Proseguire tuttavia con questa narrazione nell’Era delle intelligenze artificiali è un rischio che non possiamo permetterci il lusso di correre poiché la prossima volta non basterà togliere i diritti sociali ai perdenti né demonizzare l’avversario, bisognerà sconfiggere l’intera umanità.
Se non vogliamo arrivare a tanto, finiamola una buona volta di rimestare nel pentolone degli avanzi etici e teologici e dedichiamoci alla Storia. La vicenda di Lucifero così come ci è stata raccontata non sta in piedi ma le vicende storiche possono completare il quadro. Nessun autentico rivoluzionario si è mai armato fino ai denti per «spazzare via tutto», né per occupare il posto di qualcun altro, ma semmai ha cercato di ristabilire una sacralità dell’essere che cominciava a scricchiolare.

Da sempre la vera azione ribellista è finalizzata alla protezione del solo ordine che conta, quello Superiore, è raro che il disallineato si opponga all’Uno Supremo, le cui leggi, anzi, tenta di proteggere. Non fa eccezione la «maligna» compagnia di Shemihaza/Lucifero, che probabilmente non ce l’aveva con l’Altissimo bensì con le regole imposte dalla fazione rivale degli Arcangeli. Analogamente il disobbediente Prometeo non fece la brutta fine che tutti sappiamo per avere minacciato l’«ordine degli dèi» ma per essersi opposto alla persona di Zeus, il dio-individuo che considerava l’usurpatore storico di una legittimità trascendente e metafisica che si stava appannando.
Vale lo stesso discorso per Shiva, il distruttore della triade divina indù, anche lui un «uomo ultimo» che portava l’«occhio del cuore» (sede dell’Intelletto Assoluto) ben visibile in mezzo alla fronte. Rientrano nella schiera dei «ribelli-restauratori» il divino distruttore Kalki, avatara di Vishnu, e il cinese Ch’ih Ti, costantemente impegnato a stilare elenchi di luoghi degradati da incendiare al fine di favorirne la rigenerazione.
Senza perdersi comunque nella jungla dei nomi e delle tradizioni, prendiamo atto che gli «individui diabolici» piovuti sull’umanità come stelle cadenti non erano degli squilibrati mentali votati al suicidio, né una massa di sfascisti seriali colti da raptus bensì dei «purificatori». Agendo d’impulso si fecero interpreti delle contraddizioni della propria epoca e caddero perché “la rivoluzione, come Saturno, divora i propri figli”, per dirla alla Danton.

Seppure veloce come il fulmine l’azione ribellista ha comunque una sua ragione di esistere, spiega il paradosso del Basilisco di Roko (variante del paradosso di Newcomb), nato come esperimento mentale sul confine tra fantascienza e pensiero creativo. Una mostruosa intelligenza artificiale dai poteri pressoché illimitati (il Basilisco) opera per migliorare la condizione umana, a furia di spostare l’asticella sempre più in là in un’ossessiva ricerca della perfezione essa finisce però per costruire una distopia del benessere che si proponeva di realizzare. Poiché le sue intenzioni erano buone, il costo del fallimento viene addebitato a quanti non si sono spesi a sufficienza per portare a termine il progetto. I renitenti sono accusati di avere attentato al bene di tutta l’umanità, si accollano ogni colpa e vengono eliminati.
Senza tuttavia il Disallineato-Deviante-Diabolico, o Lucifero di turno, che agendo d’istinto ha messo il mondo sottosopra, il Basilisco/IA avrebbe consolidato il proprio potere e concluso il disegno. L’azione ribellista è servita dunque a scongiurare il peggio. Grazie ad essa l’essere umano non si è abbandonato a un benessere strumentale e falso, ma, anzi, costretto dalle circostanze ad esercitare il proprio libero arbitrio ha dovuto migliorare se stesso.
D’altra parte l’entità superiore chiamata «dio» non permetterebbe mai un Male che alla fine non si traduca in un Bene, perciò gli aspiranti-lucifero possono proseguire senza sensi di colpa la propria opera di «civilizzazione», cioè di risveglio delle coscienze. Se Marx aveva ragione gli eventi della Storia si presentano almeno due volte: nella prima finiscono in tragedia, nella seconda in farsa; siccome la parte drammatica dello spettacolo è già andata in scena producendo fuochi e fiamme, cioè i diavoli e l’Inferno, aspettiamoci a breve che la sua parodia sprofondi nel ridicolo.

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (ed. Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (ed. Audax Editrice). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

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