21 Giugno 2024
Distopia

Libero arbitrio o buonismo coatto? Un domani distopico a base di arance ad orologeria

di Niccolò Ernesto Maddalon


 

Sin da che esiste la società (con la legalità, l’ordine e la legge) esiste il suo esatto opposto: la delinquenza, il caos e l’anarchia. E per prevenire il collasso di una data civiltà, sono state ideate diverse tipologie di sistemi correzionali: dai lavori più o meno socialmente riabilitanti, al carcere a vita, fino a quelli più esecrabili quali la tortura o la pena di morte.

Nel 1962 Anthony Burgess (autore inglese attivo come scrittore, critico letterario, poeta, glottoteta, educatore, saggista e drammaturgo), dopo aver a lungo convissuto con lo sdegno e l’acredine per una dolorosa vicenda personale risalente agli anni della Seconda Guerra Mondiale (ovvero le violenze perpetrate da tre disertori americani ai danni di sua moglie), si pose qualche domanda di natura etica, ovvero: è più immorale condannare duramente un criminale efferato tramite la prigione o ridurlo ad una condizione di forzata benevolenza previo il lavaggio del cervello? È peggiore la violenza fine a sé stessa di un teppista o quella legalizzata e funzionale al mantenimento dello status quo operata dalle istituzioni e dai tutori dell’ordine?

Nacque così il suo nuovo romanzo e imminente successo editoriale internazionale: A Clockwork Orange, edito in Italia col titolo di Arancia Meccanica, a tutt’oggi riconosciuto come uno dei pilastri del romanzo distopico novecentesco.

L’opera di Burgess si inserisce infatti nel solco dei ben noti Noi di Eugenij Zamjatin, 1984 di Orwell, Brave New World di Huxley e Fahrenheit 451 di Bradbury, i celebri capolavori fantascientifici (o meglio, fanta-storici e fanta-politici) che nel corso del XX secolo hanno dipinto società future e/o alternative tanto anti-utopiche alquanto simili alla società con cui facciamo i conti oggi.

Anche Arancia Meccanica, ambientato in una ipotetica Londra del futuro in cui si lascia intendere che l’ex Regno Unito non sia altro che una colonia dell’Unione Sovietica, cala i lettori in una società degenerata in cui i rapporti umani sono alquanto imbarbariti, l’individualismo regna sovrano e la violenza gratuita ed insensata è divenuta la quotidianità, se non l’autentico passatempo della maggior parte dei giovani (i quali ci vengono descritti da Burgess, sostanzialmente e né più né meno, come un branco di depravati).

Il titolo originale del romanzo, derivato dall’adagio dialettale londinese “To act and to be weird and queer like a clockwork orange” ovvero “agire ed apparire eccentrico e bizzarro come una arancia ad orologeria”[1], sta ad indicare una persona che, dietro un comportamento e un aspetto esteriore apparentemente genuino e normale, cela in realtà un’indole manipolata e priva di volontà propria che non sia dettata da determinati stimoli esterni della società in cui vive, come una sorta di automa (e che sembra avere ispirato la figura del soggetto «proprio fuso» che viene descritto nel primo capitolo del libro all’interno del celebre Korova Milk Bar).

La trama è ben nota a tutti: nella Londra del possibile futuro, spadroneggiano nottetempo i cosiddetti Drughi, delle teppaglie di giovani delinquenti votati a pestaggi ai danni dei senzatetto, alle risse contro le bande rivali, allo stupro di gruppo e agli assalti a scopo rapina di case isolate.

Malcolm McDowell nei panni di Alex DeLarge in una foto di scena tratta dal film ‘Arancia Meccanica’ di Stanley Kubrick.

I Drughi, oltre ad indossare delle appariscenti tute bianche che li fanno sembrare dei distruttivi e nichilistici “guerrieri della notte” nel proprio puerile superomismo, bevono latte (simbolo di infantile innocenza) che però è corretto con droghe mescaline, quindi emblema di una corrotta gioventù degenere alla deriva, il cui realismo, per quanto in chiave grottesca, si è rivelato notoriamente profetico (si pensi a ben noti fatti di cronaca più o meno recente).

La storia ci viene narrata da Alexandre “Alex” DeLarge, il cinico e asociale figlio di due operai e capo di una banda composta da quattro Drughi (si noti che il nome dell’“eroe” Alex suona, non a caso, come “A-lex” quindi come “senza legge”). Dopo diverse bravate, il Nostro sarà tradito dai suoi compari di scorribande e verrà arrestato per un omicidio involontario commesso durante la rapina che stavano per attuare.

Costretto a dover scegliere fra il carcere duro (nel libro, Alex arriverà addirittura ad ammazzare un suo compagno di cella durante un alterco per stabilire “Chi di noi due è il più cattivo?”, arrivando così ad aggravare la propria posizione) ed uno sconto di pena con possibilità di rilascio anticipato, l’ex capobanda DeLarge chiede di fare da cavia per la cosiddetta Cura Lodovico, un trattamento farmacologico sperimentale che dovrebbe inibire (se non addirittura debellare completamente) la capacità di provare attrazione per la violenza fisica e sessuale nei soggetti a cui viene somministrata.

Alex non solo diventerà, appunto, “una Arancia Meccanica”, incapace di farsi valere su una società pronta a rendergli la cortesia per le atrocità che il Nostro ha commesso contro il suo prossimo… ma addirittura diverrà “allergico” alla musica classica a lui tanto cara di Beethoven, dopo essere stato costretto a visionare ore e ore di violenze perpetrate dalle SS durante la Battaglia di Stalingrado sulle note della Nona (!). Verrà addirittura arrestato, portato in un luogo appartato in campagna, sottoposto alla tortura del waterboarding e preso a manganellate dai suoi ex compari di mascalzonate, ora diventati poliziotti.

De facto, un po’ come è avvenuto e ancora avviene oggi in molti regimi totalitari (ci basti solo pensare agli squadristi nell’Italia fascista, nella Germania nazista o alle milizie cittadine filogovernative della Volkspolizei nella Repubblica Democratica Tedesca ai tempi del Muro di Berlino), anche nella distopica Inghilterra sotto un ipotetico protettorato dell’allora Unione Sovietica, molte ex brutali canaglie vengono reclutate come tutori dell’ordine.

A voler in apparenza aiutare il protagonista sembrano essere solamente dei privati cittadini (che si riveleranno dei cospiratori contrari alle nuove politiche del governo sulla Cura Lodovico e i “Drughi in distintivo”, intenzionati a sfruttare Alex come mezzo per la propria propaganda sovversiva), guidati dal Prof. Frank Alexander, romanziere e vedovo di una delle vittime delle violenze della Banda DeLarge (personaggio nel quale si nota una evidente proiezione dell’autore del romanzo).

La figura dello scrittore “liberal” è infatti (almeno in teoria) l’esatta antitesi del politicante conservatore appena asceso al potere, a simboleggiare che le parti politiche opposte non sono poi tanto differenti nei propri rispettivi estremismi e nel perseguire i propri fini.

Esasperato, Alex tenterà il suicidio. Si risveglierà dal coma grazie alle cure di una équipe medica altamente qualificata e manovrata dal governo del primo ministro Frederick, intenzionato ad essere rieletto dopo quello che su un giornale viene chiamato lo Scandalo Malcolm Burgess (visibile in una breve scena dell’omonimo film diretto da Stanley Kubrick nel 1971, in un divertito calembour citazionista da parte del regista), con dalla propria parte, in una paradossale e quasi tragicomica chiusura del cerchio, un Alex DeLarge “riprogrammato” ad un uso istituzionalizzato della violenza…

Col passaggio dalla vecchia alla nuova Hollywood, in molti fra registi e produttori si sentirono attratti e profondamente turbati dal soggetto del libro di Anthony Burgess, al punto che vi fu un vero e proprio “scaricabarile” su chi dovesse trasporlo da carta stampata a pellicola.

Già nel 1965, ben sei anni prima del film di Kubrick, fu Andy Warhol il primo a tentare di adattare su celluloide Arancia Meccanica, con un film sperimentale di 65 minuti dal titolo Vinyl.

Fra i tanti mancati registi di Arancia Meccanica, potrebbe sorprendere il fatto che, inizialmente, pare si fece anche il nome dell’italiano Tinto Brass (!). Il quale, poco convinto, rinunciò praticamente quasi subito, temendo, evidentemente per “deformazione professionale”, di trasformare il soggetto tratto dal libro in un becero film pornografico hardcore di serie Z, dopo che gran parte degli attori e delle attrici contattati per il cast si rifiutarono anch’essi a prender parte alla realizzazione della pellicola.

Dopo varie peripezie, la proverbiale palla al balzo fu colta da Stanley Kubrick, affascinato dalla controversa filosofia del pamphlet anti-utopico di Burgess e, dettaglio ancor più singolare, “innamorato” del Nadsat, il gergo fittizio dei Drughi composto di parole inglesi combinate con le lingue slave.

Kubrick avrebbe voluto per la composizione e l’esecuzione della colonna sonora nientemeno che il maestro Ennio Morricone (dato che il regista di 2001: Odissea nello Spazio aveva apprezzato non poco la capacità del compositore romano nel creare una perfetta alchimia fra la sua musica e le cruente immagini degli spaghetti western di Sergio Leone) ma purtroppo, per un malaugurato fraintendimento, fu detto a Kubrick che Morricone era alle prese con la realizzazione della colonna sonora di un altro film.

Quando in seguito venne a sapere della mancata occasione a causa del succitato equivoco, Morricone si arrabbiò non poco per la cosa (celebre fu la telefonata di Kubrick dal set di Barry Lyndon a Sergio Leone: “Ho apprezzato tutte le colonne sonore di Ennio Morricone, in particolar modo quelle presenti nei suoi film. Da dove trova l’ispirazione?”, e la risposta del regista della Trilogia del Dollaro fu: “Che dire? Anche io non ero poi così entusiasta di Richard Strauss, solo che poi ho scoperto 2001: Odissea nello Spazio”.[2]

Futile aggiungere che un regista notoriamente perfezionista come Kubrick pretese che ogni membro della troupe desse il 110% sul set di Arancia Meccanica. Al punto che Malcolm McDowell s’infortunò spesso durante le riprese, ad esempio si incrinò una costola nella scena della rissa contro la banda di Drughi rivali. L’attore rimase poi temporaneamente cieco per una lesione alle cornee dovute ai divaricatori che gli tenevano aperti gli occhi nella scena della Cura Lodovico (quello che si vede di fronte ad un McDowell che emetteva autentiche grida di dolore non era un attore, bensì un vero oculista.[3] Che fu prontamente chiamato sul set per somministrare dei farmaci lenitivo-lubrificanti per preservare la vista dell’attore) ed infine, durante la scena in cui Alex è costretto dai suoi ex compari a stare in apnea dentro una mangiatoia piena di acqua putrida (che in realtà era del brodo di carne), a McDowell si staccò il boccaglio mentre era in immersione, per cui rischiò veramente di subire l’effetto da apnea indotta tipico della tortura del waterboarding.

Non solo: per la scena dello stupro della moglie dell’anziano scrittore, Kubrick insistette per girare la scena, in cerca della versione più convincente per il montaggio finale per “solo” sessanta volte (analogamente a quando, sul set di Shining nel 1980, Shelley Duvall ebbe una crisi isterica, anche qui una volta ripresa, l’attrice rassegnò le dimissioni).

Fu allora che McDowell ebbe due illuminanti idee: far recitare a sua moglie la parte di Mrs. Alexander e improvvisare un grottesco siparietto musicale, cantando e ballando Singing in the Rain durante la scena della violenza sessuale. Un inizialmente poco convinto Kubrick diede carta bianca all’attore e alla di lui consorte per questa variante di scena originariamente non prevista nel copione.

Tale fu l’efficacia e la spontaneità dell’attore britannico e gentile signora, che il regista la giudicò così perfetta da non arrivare a dover girarne altre sessanta.

Effettivamente, un’altra lieve e poco significativa differenza tra romanzo e film è la differenza di età tra l’Alex adolescente di Burgess e quello interpretato dall’allora ventottenne McDowell, ma che Kubrick giustificò sottolineando la difficoltà di reperire un attore giovanissimo adatto per la parte e dotato del grande talento di McDowell.[4]

Una piccola curiosità attorno alla scena di Alex in mezzo ai suoi due ex soci di scorribande divenuti poliziotti: ci viene mostrato che uno dei due agenti ha cucito sull’uniforme il numero 665, mentre l’altro ha invece il numero 667. Alex è nel mezzo. Kubrick vuole alludere (nemmeno in maniera tanto criptica) al numero 666 di quella Bestia della Rivelazione presente nell’Apocalisse di Giovanni. Segno che Alex, anche da “buono”, resta l’emblema di tutti i mali del mondo.

Il film spaccherà nettamente in due il pubblico e la critica. Nell’edizione del 2000 del suo dizionario del cinema, Paolo Mereghetti ne intesserà le lodi, in un meticoloso giudizio critico: «Kubrick trae una specie di pamphlet anti-utopico sul nostro futuro prossimo, dove dominano violenza e frustrazione sessuale frutti del disorientamento e dell’impossibilità di realizzare i propri desideri. Al centro, il problema della libertà di scelta raccontato senza falsi moralismi. Per questo le scene di violenza (di una brutalità cruda fino ai limiti della sopportabilità ma ironicamente commentate dalla musica) sono necessarie e non gratuite. La straordinaria forza emotiva del film nasce dalla somma di molti elementi: i materiali della cultura alta volgarizzati da quella di massa (l’arte moderna del Korova Milk Bar e la casa dell’amica dei gatti; le arie di Rossini e di Beethoven), il linguaggio gergalizzato, la sistematica distruzione dell’illusione di realtà (accelerazioni, ralenti, grandangoli), la colonna musicale (elaborata elettronicamente da Wendy Carlos)»[5], e chi invece lo stroncherà, gridando allo scandalo e tacciandolo di essere una perversa e pornografica messa in scena di nauseanti e rivoltanti scene di sesso e violenza rese ironiche, anzi quasi macchiettistiche e fumettistiche ai livelli di un cartone animato di Tom & Jerry (che per Kubrick era un prodotto più pericoloso del suo film, in quanto il gatto e il topo di Hanna & Barbera mettono in scena, effettivamente, violenza gratuita, per quanto edulcorata, allo scopo di divertire i più piccoli![6]) dalla presenza di numerosi grandi brani di musica classica.

Preoccupato dal vertiginoso aumento di casi d’emulazione delle gesta dei Drughi narrate in Arancia Meccanica, e quotidianamente subissato da continue minacce epistolari di morte ad opera di detrattori del film e di associazioni antiviolenza, Kubrick si vedrà costretto prima a vietare la visione della pellicola ai minori di 18 anni e poi a chiederne il ritiro definitivo dalle sale di tutta l’Inghilterra. Si dovrà attendere il 1999, quando, a seguito della scomparsa del regista poco dopo l’uscita della sua ultima opera Eyes Wide Shut, che Arancia Meccanica tornerà visibile su tutti i grandi schermi del Regno.

Anche nel Belpaese vi furono casi di delinquenza ispirati al film. Su tutti, spiccano le efferate imprese della cosiddetta Banda dell’Arancia Meccanica, una gang di topi d’appartamento capitanata da un ex poliziotto ed un’ex guardia giurata attivi a cavallo fra gli Anni ’70 e gli Anni ’80, i quali assaltavano nottetempo le magioni dell’alta borghesia romana, spesso sottoponendo per diverse ore a sevizie e stupri le proprie vittime; alle “imprese” della banda criminale sarà ispirato il film L’odore della notte (1998) di Claudio Caligari, a sua volta tratto dal saggio di Dido Sacchettoni Le notti di arancia meccanica. Per poter ufficialmente rivedere anche qui da noi in Italia il capolavoro di Kubrick, la pellicola “maledetta” verrà per la prima volta ritrasmessa sul piccolo schermo dalla neonata emittente La7 solo nel 2001, a quasi trent’anni esatti da quel fatidico 1971 in cui tutto ebbe inizio.

Infiniti, naturalmente, sono stati i riferimenti più o meno espliciti all’opera di Burgess e di Kubrick nel cinema successivo e anche in altri campi artistici quali i fumetti e la musica rock.

Si ha l’imbarazzo della scelta nel menzionare opere quali ad esempio I Guerrieri della Notte di Walter Hill (The Warriors, 1979), grande epopea metropolitana ispirata all’Anabasi e all’Odissea “trasposte” nei lerci bassifondi newyorchesi e nel contesto delle bande giovanili. Si ricordi appunto che in una delle scene madri del film, in cui i protagonisti (la banda dei Guerrieri, ingiustamente accusati dell’omicidio di Cyrus, il leader mediatico di tutte le gang cittadine riunite) affrontano la banda rivale dei “Baseball Furies”, masnada di spettrali giocatori di baseball dall’estetica chiaramente debitrice a quella dei Drughi kubrickiani.

Futile rammentare che il film con McDowell, e a sua volta lo stesso I Guerrieri della Notte (oltre ovviamente allo storico 1997 – Fuga da New York di John Carpenter), abbiano indirettamente dato il via al filone cinematografico italiano incentrato su improbabili e quasi superomistiche (per non dire risibili) bande da strada in perenne conflitto attive in aree urbane preferibilmente post-apocalittiche (si pensi a 1990 – I guerrieri del Bronx e al suo non certo necessario seguito Fuga dal Bronx, entrambi diretti dall’artigiano del cinema di genere Enzo G. Castellari).

Sempre restando in ambito cinematografico nostrano, valga il caso storico del celebre poliziesco all’italiana Milano odia: la polizia non può sparare girato nel 1974 da Umberto Lenzi, e incentrato sulle efferate scorrerie di una banda di giovani rapinatori depravati capeggiati dal viscido e diabolico Giulio Sacchi (interpretato con proverbiale intensità da Tomas Milian). In effetti, il film di Lenzi, nella sua atmosfera da inferno metropolitano tipica degli Anni di Piombo, sembra quasi riproporre una variante meneghina della figura di Alex e dei suoi Drughi (cosa mai ammessa ufficialmente dal regista toscano). In realtà, se un certo carisma quasi luciferino si avverte anche nel ripugnante malfattore milanese, Giulio Sacchi ha ben poco a spartire dal punto di vista “antropologico” e culturale con Alex DeLarge: se quest’ultimo è un appassionato di musica classica e in particolare del Maestro di Bonn, nonché proveniente da una famiglia operaia ma praticamente quasi borghese e tecnicamente benpensante, il Sacchi di Milian è appunto un rozzo sottoproletario votato soltanto alla mera sopravvivenza e alla sopraffazione del prossimo.

Le eventuali affinità di Milano odia col libro di Burgess e con il film di Kubrick terminano inoltre con un finale tipicamente, appunto, “poliziottesco” (ovvero con l’eliminazione a sangue freddo del giovane Sacchi da parte della sua nemesi, l’indignato commissario Grandi interpretato da Henry Silva, tipica figura chiave di questo sotto-filone cinematografico tricolore).

Proseguendo nel campo artistico delle nuvole parlanti, ricordiamo soltanto, a titolo di esempio storico, che il celebre Dylan Dog di Tiziano Sclavi, con la consueta tendenza al pastiche e alla citazione, ambienta l’albo numero 37 intitolato Il Sogno della Tigre (soggetto e sceneggiatura di Sclavi e Luigi Mignacco, disegni di Luigi Piccato, ottobre 1989), nel contesto delle bande giovanili londinesi. La storia, in cui l’Indagatore dell’Incubo ha a che fare con le gesta di una presunta “tigre mannara”, si apre appunto con l’uccisione di un giovane teppista al termine di una notte brava (e si noti che il pericoloso scapestrato porta il nome – o, meglio, i nomi – di Malcolm Carlos!).

Nei rumorosi scenari delle varie accezioni del rock moderno, gli omaggi alla banda criminale dei Drughi sono stati offerti da numerose bande … musicali, ovviamente. Si ritrovano già nella primordiale scena punk inglese sorta intorno al 1977, con l’attività della band di culto dei The Adicts; più di vent’anni dopo, i folli metallari statunitensi noti come Slipknot si presentano in scena col volto celato da grottesche maschere ispirate ai personaggi dei film horror e infilati in appariscenti tute da fatica bianche che ricordano abbastanza esplicitamente la “divisa” dei Drughi.

Ancora oggi, con il suo controverso e provocatorio messaggio sul diritto al libero arbitrio e le sue crude riflessioni sulla violenza, il romanzo di Burgess e la relativa, stupefacente trasposizione su celluloide di Kubrick continuano ad essere un salutare quanto scioccante cazzotto alla bocca dello stomaco. E, ribadiamo ancora una volta, sembra gridarci sempre e comunque “Vi avevamo avvertiti…”.

Niccolò E. Maddalon

 

 

Note

[1]          Lettera di Anthony Burgess al Los Angeles Times, in Anthony Burgess, Arancia Meccanica, Einaudi 1996, p.221.

 

[2] Cfr. Christopher Frayling, C’era una volta Sergio Leone, consultabile su: https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2014/10/26/news/c_era_una_volta_sergio_leone-99139519/

 

[3] Cfr. https://www.rollingstone.it/cinema-tv/news-cinema-tv/5-cose-che-forse-non-sapevate-di-arancia-meccanica/396664/

 

[4] Michel Ciment, Intervista a Stanley Kubrick, in Anthony Burgess, Arancia Meccanica, cit., 227.

 

[5] Paolo Mereghetti in collaborazione con Alberto Pezzotta e Paola Malanga, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2000, Milano 1999, Baldini & Castoldi, p. 135-136.

 

[6] Michel Ciment, Intervista a Stanley Kubrick, in Anthony Burgess, Arancia Meccanica, cit., 234.

 

1 Comment

  • Federico 27 Luglio 2023

    Un saggio meraviglioso che mette in luce le doti profetiche dell’autore nel ritrarre quella che nella società odierna viene definita “cultura dei maranza”

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