19 Aprile 2024
Ittitologia

La storiografia ittita – Marco Calzoli

Gli ittiti sono stati una popolazione vicino orientale di cultura indoeuropea che ha sviluppato la propria civiltà nel centro dell’Anatolia dal II millennio a.C. (tutta la storia ittita è compresa tra 1650-1180 a.C., archeologicamente il periodo è chiamato Tardo Bronzo).

Tutta la documentazione ittita, a parte un gruppo di lettere e altri testi non ancora editi, viene sostanzialmente solo dalla capitale degli ittiti Hattusa. La documentazione di Hattusa è composta da 30.000 frammenti e tavolette. Laroche distingue 900 testi diversi, di molti vi sono più copie.

Mentre i testi mesopotamici hanno una datazione, invece i testi ittiti non hanno mai alcuna indicazione sulla datazione. Quindi non sappiamo esattamente quando inizia la storia ittita e quando finisce. Oltre a questo, c’è il problema che la documentazione ittita comincia ad un certo punto, ma non sappiamo ricostruire ciò che avviene prima e ciò che avviene dopo, quindi siamo limitati da ciò che ci dicono i testi ittiti stessi.

La tendenza più recente è di distinguere entro la storia antica un Antico Regno e un Nuovo Regno (epoca imperiale). Chi invece preferisce una tripartizione, distingue un Antico Regno (fino al 1500), un Medio Regno (fino al 1400) e un Nuovo Regno (fino al collasso, 1200). In ogni modo ogni tipo di periodizzazione è arbitraria e dipende unicamente dagli storici. Il Medio Regno è linguisticamente e paleograficamente ben caratterizzato. In ogni modo spesso la documentazione ittita dà più domande che risposte.

L’ittita è la lingua indoeuropea di più antica attestazione. Negli archivi sono state rinvenute anche altre lingue:

 

  • Luvio = lingua indoeuropea, attestata in cuneiforme e in una scrittura detta geroglifico anatolico
  • Palaico = lingua indoeuropea, poco attestata e poco nota
  • Accadico = lingua semitica, attestata in numerosi testi e ben conosciuta
  • Sumerico = lingua di gruppo sconosciuto, poco attestata nella capitale ittita
  • Hattico = lingua «indigena» anatolica, gruppo linguistico sconosciuto, poco attestata e poco nota
  • Hurrita o hurrico = lingua di gruppo sconosciuto, piuttosto attestata a Ḫattuša ma poco nota.

 

La documentazione ittita comprende:

 

  • Testi cultuali (rituali, feste, preghiere), si tratta della stragrande maggioranza della documentazione, quasi il 50%
  • Testi giuridici (trattati, editti, decreti, leggi; mancano del tutto i contratti privati, come i matrimoni e i testamenti, forse perché erano scritti su tavolette cerate, deperibili, che non si sono conservate come invece successo con le tavolette di argilla)
  • Testi amministrativi (istruzioni, giuramenti, donazioni di terre)
  • Testi oracolari e mitologici
  • Testi sull’allevamento dei cavalli
  • Testi letterari e liste di parole
  • Testi epistolari
  • Testi «storiografici».

 

I testi storiografici ittiti si suddividono in:

 

  • Annali: resoconti degli avvenimenti anno per anno, come un giornale
  • Res Gestae: fatti specifici di un solo re
  • Parti storiografiche in testi di genere diverso (prologo storico dei trattati, lettere, e così via).

 

Quando si parla di ittiti, di solito niente è ciò che sembra. Quando parliamo di storiografia, abbiamo a che fare con un testo che racconta degli eventi.

Noi siamo formati ad una certa idea di storiografia in quanto la cultura classica ha fondato le nostre categorie. Per noi la storiografia è il racconto scritto di eventi realmente accaduti e ci riferiamo ad un genere ben specifico.

Ma se noi pensiamo alla storiografia del Vicino Oriente, abbiamo a che fare con qualcosa di diverso. Innanzitutto si tratta di autori che non mettono il loro nome, al contrario di opere di Erodoto o Tacito. Forse gli stessi scribi erano gli autori.

Al contrario delle opere classiche, nel Vicino Oriente non si rintracciano le cause degli eventi e non vi è quella stretta attinenza alla verità storica come siamo abituati in Occidente.

Liverani in un articolo fondamentale riguardo la storiografia vicino orientale, sostiene che non dobbiamo leggere il testo storiografico orientale per quello che racconta (come fonte storiografica) ma per quello che non racconta (elementi inconsueti e stravaganti che caratterizzano il testo). Il testo storiografico, o meglio quello in generale, ci dà informazioni non solo per quello che ci racconta in maniera esplicita ma per tutti quegli elementi stravaganti, dai quali, se sappiamo cogliere, ci facciamo domande importanti che carpiscono la profondità del testo.

In secondo luogo, Liverani sostiene che i testi vicino orientali, non solo quelli storiografici, ma anche quelli epistolari – soprattutto le lettere di Amarna, un gruppo di 300 epistole trovate in Egitto ad Amarna, la capitale del faraone Amenofi IV, che testimoniano la corrispondenza degli egiziani con gli altri sovrani vicino orientali – sono carichi di elementi che si ripetono. In alcuni dossier di questa corrispondenza di Amarna, specie quella con il re di Biblo, i temi che compaiono sono sempre gli stessi, pertanto queste informazioni non sono storiche ma vanno intese come topoi letterari. Quindi possiamo avere elementi che sembrano essere storici ma non lo sono, lo studioso deve prestare molta attenzione nell’analisi.

La storiografia orientale in genere, come quella ittita e anche quella assiro-babilonese, racconta in genere le opere del sovrano, secondo l’ideologia allora dominante. Ma quella ittita è centrata sulle imprese militari e anche su quelle cultuali (come la celebrazione di feste religiose), invece quella mesopotamica racconta altresì altri eventi, pensiamo al fatto che il sovrano è visto come un costruttore, mentre la parte dedicata al culto è minoritaria.

I testi storiografici ittiti sono stati redatti per almeno tre occasioni (non è detto che una escluda l’altra):

 

  • Per la corte, cioè erano declamati davanti al re e poi messi per iscritto, probabilmente il re ittita non sapeva leggere;
  • Come testimonianza davanti alla divinità;
  • Per la posterità, alla quale viene consegnata una versione ufficiale degli eventi accaduti.

 

Gli annali ittiti sono:

 

  • CTH 4: Annali di Hattusili I (primo re ittita attestato, Antico Regno)
  • CTH 142: Annali di Tuthaliya I
  • CTH 143: Annali di Arnuwanda I
  • CTH 61: Annali di Mursili II
  • CTH 82: Annali di Ḫattusili III
  • CTH 211: frammenti di annali.

 

Gli annali meglio conservati sono quelli di Hattusili I e di Mursili II. Gli annali di Hattusili I hanno manoscritti in ittita ma anche in accadico, invece gli altri annali sono solo in ittita. Grossomodo dal Medio Regno gli ittiti usano l’accadico per i testi internazionali, come i trattati e le lettere. Però gli annali non sono di ambito internazionali ma interno. Allora perché gli annali di Hattusili I sono in accadico? Ci sono diverse ipotesi in merito. Forse perché tradotti in accadico per mero esercizio. Oppure probabilmente per questa ragione: siamo all’inizio del regno ittita, uno stato centralizzato, la lingua ittita non ha una scrittura propria diversa dal cuneiforme che era usato per l’accadico, quindi insieme al cuneiforme gli ittiti hanno iniziato a usare anche l’accadico oltre all’ittita. (A margine osserviamo che l’ittita viene scritto in un cuneiforme che non è la scrittura migliore per trascrivere i fonemi della lingua ittita che è indoeuropea in quanto il cuneiforme è pensato per una lingua semitica, l’accadico).

I testi storiografici ittiti più antichi risalgono all’Antico regno, sono redatti in un ittita con tratti di arcaicità, ma dopo molti anni gli eventi narrati, come dimostra il ductus della scrittura cuneiforme.

Le Gesta di Suppiluliuma (CTH 40), di epoca imperiale, sono assai vicine al genere annalistico, pur con alcune particolarità.

Nel genere annalistico gli eventi sono raccontati anno per anno, di solito con l´introduzione «nel primo anno», «nel secondo anno» e così di seguito oppure «in quell´anno» o con indicazioni di tempo. Racconto principalmente di eventi militari, diplomatici e cultuali. Non esiste una struttura fissa. Non vi è un incipit standard né una fine standard (al contrario di altri testi, come i trattati, che hanno un prologo storico, le clausole e le maledizioni in caso di inadempienza). Non sono chiamati annali, ma In ittita viene usata la parola pešnatar, che si può tradurre con “gesta”.

Nelle Gesta di Suppiluliuma vi è un episodio molto studiato dagli ittitologi, che è definito l’episodio di Dahamunzu. In questo brano succede che la regina di Egitto, Dahamunzu, inviò un messaggio a Suppiluliuma: la regina voleva dal re ittita un figlio per sposarlo. Il re ittita credeva che si trattasse di una trappola, infatti egli sospettava che in realtà la regina d’Egitto non voleva sposarsi ma prendere in ostaggio il figlio del re ittita per punire gli ittiti. Ma alla fine il re ittita si fida e invia un figlio, però poi il figlio viene ucciso e allora gli ittiti invadono un territorio egiziano.

L’episodio è insolito. La prima cosa che non è lineare è il fatto non tanto che la regina d’Egitto scriva al re ittita (in quanto la corrispondenza tra re di stati diversi non era tanto frequente all’epoca), ma la richiesta di un figlio perché la regina rimane vedova e non vuole sposare un suo servo. Siamo nell’epoca di Amarna, quando il faraone egiziano Amenofi IV sposta la capitale. Come scrive Liverani in Guerra e diplomazia nell’antico Oriente, i sistemi egiziano e ittita erano molto diversi, anche dal punto di vista religioso, quindi gli egiziani non si sarebbero mai fatti governare da un re ittita che adorava poi dei diversi. Quindi il padre Suppiluliuma sospettava giustamente che gli egiziani volessero ingannare gli ittiti.

Dahamunzu è una versione ittita o accadica di termini generici egiziani: tA ḥm(t) nsw, “la moglie del re”. La regina dice che è morto suo marito, il faraone, detto Niphururya, che forse è Tutankhamon, cosa che funziona più dal punto di vista cronologico (secondo Vergote). Invece sulla base di un’altra interpretazione (Waterhouse), sarebbe Amenofi IV, che funziona più linguisticamente (Niphururya è la resa accadica più vicina a Amenofi IV).

Gli indizi della veridicità degli eventi sono:

 

  • Molti passaggi in discorso diretto (esattamente come nelle lettere, e non nelle opere di fantasia);
  • Presenza di dettagli molto precisi (nomi dei messaggeri, attestati anche altrove; quella guerra specifica tra egiziani e ittiti; e così via).

 

Ma ci sono anche elementi a cui fare attenzione:

 

  • La vicenda è raccontata dal figlio di Suppiluliuma, il nuovo re ittita Mursili II, quindi la storia essendo di epoca successiva potrebbe essere falsata;
  • I testi storiografici ittiti contengono sempre esagerazioni e imprecisioni.

 

In ogni modo abbiamo la prova che questo episodio avvenne realmente. Abbiamo infatti una lettera (KBO 28.51) che lo comprova, il quale poi è ricordato in altri passi della letteratura ittita, tra i quali un frammento annalistico. Il frammento al quale ci riferiamo ricorda anche il nome di questo principe ittita, figlio del re: Za-an-na-an-za, che sembra derivare dall’egiziano sA n nsw, “figlio del re”.

Una delle caratteristiche dei testi ittiti è che molto spesso i documenti e i generi testuali possono essere descritti secondo la nostra visuale, ma non hanno questo scopo anche per gli ittiti. Per esempio ci sono i cosiddetti decreti ittiti, ma in essi vi sono molti contenuti, che non possiamo inquadrare secondo i nostri schemi.

Allo stesso modo i trattati internazionali ittiti assommano molte informazioni. Infatti, nel prologo storico dei trattati vengono riassunte alcuni fatti storici in vista della diplomazia. Sono un’ottima fonte per conoscere la storia ittita, anche se i trattati non appartengono al genere storiografico in senso stretto.

I prologhi storici sono preceduti dalla locuzione ittita umma, “così parla”. Segue la presentazione di tutto il contesto storico che giustifica le clausole del trattato. La geografia dell’Anatolia ittita è molto complessa, molto spesso non sappiamo identificare archeologicamente i luoghi esatti che compaiono nei testi ittiti: rispetto alla Mesopotamia e alla Siria che hanno una conformazione geografica in cui è relativamente facile riconoscere i tell, cioè le montagnole artificiali sotto le quali ci sono gli insediamenti antichi, in Anatolia il terreno è più roccioso, quindi i tell non sono di facile identificazione.

I testi dei trattati ittiti sono circa 30 che si datano dalla fine dell’Antico Regno alla fine del Regno ittita, in ittita e in accadico. I trattati per i paesi dell’Anatolia sono redatti in ittita, mentre gli altri in accadico (Mesopotamia, Siria, Egitto). Alcuni trattati sono bilingui, probabilmente prima erano scritti in ittita e poi tradotti in accadico per essere fruiti internazionalmente (l’accadico era la lingua internazionale di allora). Di solito non vi è anche la redazione in egiziano o nelle lingue degli altri contraenti in quanto la forma del trattato valeva soprattutto per gli ittiti, che erano molto attenti alla formularità giuridica, invece per gli altri popoli, come gli egiziani, il trattato rivestiva una importanza minore, pertanto questi ultimi non sentivano l’esigenza di averne una copia.

Tutti i trattati hanno questa struttura:

 

  • Un preambolo con la titolatura del re (“così parla”);
  • Un prologo storico, con caratteristiche che sono state molto dibattute dagli ittitologi; di solito i prologhi storici sono molto prolissi (come quello del trattato Manapa-Tarkunta) oppure molto coincisi, cioè quasi inesistenti (come quello del trattato tra Mursili II e un re di Ugarit);
  • Clausole, a volte molto varie in relazione alla situazione contingente, ma in generale ci sono alcune tematiche sempre presenti, come l’alleanza militare (come e in quale modalità il vassallo deve intervenire a favore del sovrano ittita), la protezione del sovrano ittita e dei discendenti (per esempio in quello tra Hattusili e Ramses II, in cui la protezione vale solo per gli ittiti, invece gli egiziani non avevano questa esigenza), anche le clausole sui fuggitivi sono sempre presenti e molto importanti;
  • Invocazioni alle divinità, che vengono chiamate come testimoni del trattato;
  • Maledizioni e benedizioni in caso di inadempienza o di adempienza (che sono solo per il vassallo nei trattati vassallatici o per entrambi nei trattati paritetici).

 

Secondo una ipotesi, il prologo storico c’è sempre anche se ridotto ai minimi termini, altri invece sostengono che non c’è sempre nei trattati. Secondo questa ultima ipotesi, il prologo non sarebbe una parte fondamentale del trattato, quindi non avrebbe una validità giuridica ai fini della efficacia del trattato. Il dibattito è ancora in corso d’opera.

Il prologo storico avrebbe tre funzioni:

 

  • Storico-contestuale;
  • Giuridica;
  • Propagandistica (per esaltare la magnificenza del re ittita e propagandare una certa immagine del re). Per esempio Suppiluliuma era un re conquistatore, invece il figlio Mursili II cercava di distanziarsi dal padre e voleva quindi tramandare una immagine di re non che si impone con la forza delle armi ma con i trattati, quindi che gode il rispetto delle divinità per via della pietas personale. Evidentemente Mursili II si situa in un contesto storico nel quale la guerra era finita, quindi voleva farsi vedere agli occhi dei suoi sudditi come alleato degli altri popoli con lo scopo di far terminare una guerra che logorava tutti, prima di tutti i sudditi. Infatti c’è anche chi ha ipotizzato che Mursili II abbia stretto un trattato anche con gli egiziani, con i quali gli ittiti stavano in guerra, ma questo trattato non ci è giunto.

 

Queste tre funzioni avevano lo scopo di stabilire una verità che, essendo raccontata in un testo giuridico ratificato dalle divinità, doveva andare bene a entrambi gli attori del trattato.

Il prologo storico è presente anche in altre tipologie testuali, sempre di carattere giuridico:

 

  • Decreti
  • Editti
  • Sentenze.

 

Un testo assai noto è il CHT 19, detto anche Editto di Telipinu. Telipinu è l’ultimo re dell’Antico Regno, sul quale vi sono infinite discussioni storiografiche e letterarie. prima di lui non ci sono moltissimi sovrani attestati dalla documentazione scritta da Hattusa. Ciò che succede prima non sappiamo veramente, ma è possibile che la cultura ittita scritta non iniziasse da Hattusa, ma vi fosse già una tradizione letteraria ben fondata ma di cui abbiamo ben poco.

Secondo la visione attuale negli studi ittitologici, l’editto indica l’autorità regia che introduce o riforma le norme, quindi la parola “editto” si adatta a questo testo di Telipinu. Nel prologo storico di questo editto, vi sono elementi ripetitivi che fanno supporre una mnemotecnica, cioè il testo era declamato oralmente. Nel prologo i sovrani ittiti sono presentati come grandi conquistatori militari, i loro figli governavano bene le terre, ma quando i servitori iniziarono ad essere corrotti le cose cominciarono ad andare male cospirando contro i loro signori.

Le cose quindi andavano bene con i re ittiti Labarna e Hattusili, poi la situazione cambia all’improvviso perché, come abbiamo detto, i servitori si corruppero moralmente. Uccisero anche la regina di Sukzyia, assieme ai figli. Seguono altre carneficine perpetrate da vari attori. All’interno della famiglia regale ittita cercheranno di uccidere anche Telipinu, questi però decide di cambiare le cose smettendo di vendicarsi, ma cacciò i cospiratori, però assegnò loro delle case e proibì di nuocere loro.

Il racconto storico è costruito su un’epoca iniziale favorevole, poi avviene la corruzione e infine Telipinu mette fine alla scia di sangue. Abbiamo quindi degli eventi che riecheggiano una mitica età dell’oro, un decadimento e infine una restaurazione della prosperità. Riallacciandoci alle conclusioni di Liverani nell’articolo citato, abbiamo quindi a che fare con un topos letterario più che con un racconto storico veritiero in senso occidentale.

Telipinu nell’editto stabilisce la chiara regolamentazione riguardo la successione regale, che prima mancava, pertanto facendo cessare le lotte tra consanguinei per la successione del trono. Egli, facendo ratificare la sua volontà da un’assemblea, ordina che re diventerà un figlio di primo rango; chi diventa re e cerca il male per i suoi fratelli, deve considerare di non farlo per non incorrere nell’ira degli dei, come è avvenuto in passato. Infatti Telipinu usa l’espressione ittita natta ara, “non corretto”, locuzione soprattutto usata in contesto cultuale e religioso. Natta è la negazione, invece ara è difficile da tradurre, potrebbe rendersi come “giusto” in senso religioso ma anche legislativo.

Nel Vicino Oriente antico tutto il monarca aveva un potere assoluto, tuttavia i testi ittiti danno una giustificazione agli editti: le cose sono andate in un certo modo quindi il re prepara per l’occasione una legge. Allora la storiografia ittita ha altresì la finalità di raccontare una visione dei fatti che non è necessariamente totalmente falsa, ma costruita nei particolari e quindi finalizzata per legittimare il potere legislativo del re. Viene fatta una accurata selezione dei fatti da narrare e dei fatti da tacere in base a quello che in testo e in testo è utile raccontare per le varie funzioni, una legge, oppure la sottomissione di un vassallo, o anche per spiegare perché Hattusili III doveva salire al trono, oppure perché c’è stata la peste ( Mursili II). E così via. Rifacendoci ancora al noito articolo di Liverani, questi antichi testi storiografici non vanno intesi letteralmente, per le cose che dicono, bensì cercando di capire la ragione di scelte insolite, cioè perché gli autori selezionano certi fatti, quale scopo si vogliono prefiggere.

 

 

 

Bibliografia

 

  • Altman, The Historical Prologue of the Hittite Vassal Treaties. An Inquiry into the Concepts of Hittite Intestate Law, Jerusalem 2004;

 

  • Del Monte (a cura di), L’annalistica ittita, Brescia 1993;

 

  • Liverani, Guerra e democrazia nell’antico Oriente, Roma-Bari 1994;

 

  • Liverani, Memorandum on the Approach to the Historiographic Texts, in Orientalia, NOVA SERIES, Vol. 42 (1973), pp. 178-194;

 

  • Vergote, Tout-ankh-amon dans les archives hittites, Istanbul 1961;

 

  • D. Waterhouse, Syria in the Amarna Age, Michigan 1965;

 

  • hethiter.net (sito per specialisti per la consultazione delle fonti ittite).

 

 

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