16 Aprile 2024
Rievocazioni

Il secondo secolo – Fabio Calabrese

Il 28 ottobre di quest’anno saranno esattamente cent’anni dalla marcia su Roma. In realtà sappiamo che la nascita del fascismo è antecedente a questo evento. Infatti, la nascita del fascismo si può datare al 23 marzo 1919, con la fondazione, ad opera di Benito Mussolini, dei fasci di combattimento. Tuttavia, è chiaro che la marcia su Roma fu un evento cruciale, al punto che invalse l’usanza di datare da essa l’inizio dell’era fascista.

Nella “nostra” democrazia, l’apologia del fascismo è reato. Noi dovremmo in primo luogo interrogarci sul reale significato di una democrazia dove la semplice manifestazione di un’opinione può essere punita con i rigori della legge, ma la legge c’è, e bisogna tenerne conto.

E’ possibile parlare di questi fatti, magari andando un po’ oltre la distaccata obiettività di una ricerca storica senza incorrere nel reato di apologia? Certo, provarci significa camminare sulla lama di un rasoio, ma tentiamo!

Questa legge liberticida, infatti, ha dei limiti, essa può colpire il riferimento a fatti e uomini del regime che ha governato l’Italia dal 1922 al 1943, oppure l’uso di simboli e slogan che di questo regime erano stati propri, ma colpire la manifestazione delle idee in quanto tali, risulta più difficile, sia perché alcune idee portanti, come il patriottismo (o nazionalismo, fra le due cose in realtà non c’è una grande differenza) o l’anticomunismo, sono state fatte proprie un vario grado anche da altre forze politiche alle quali non si può estendere lo stesso ostracismo (in questo caso, si dovrebbero buttare nel bidone delle immondizie, ad esempio, tutti i padri risorgimentali), sia perché le motivazioni per l’adesione a quei movimenti che l’iniquità della legge di cui sopra e il senso del pudore ci impongono di chiamare con una perifrasi sommamente impropria “di estrema destra”, non sono, non possono essere esattamente uguali a quelli di cento anni fa.

Parlare di uomini vissuti un secolo fa, dei loro ideali, delle loro motivazioni, è un discorso ormai non più politico ma storico, ma per prudenza mi asterrò dal dire al riguardo alcunché non sia tranquillamente ammesso anche dagli storici antifascisti.

Che il fascismo sia nato in conseguenza e in risposta alla rivoluzione d’ottobre e all’emergere in tutta Europa di un movimento comunista internazionale inteso a estenderla a livello planetario, è un fatto innegabile. Là dove gli storici di sinistra sbagliano o mentono, è nella presunzione che tale reazione abbia riguardato solo o principalmente i ceti borghesi, laddove invece c’erano milioni di uomini appartenenti alle classi lavoratrici che si rendevano conto che ciò che i comunisti avevano costruito in Unione Sovietica e cercavano di estendere al mondo intero, non era affatto “il paradiso dei lavoratori”, ma un’atroce e sanguinaria tirannide.

Per quanto riguarda l’Italia poi, c’era il problema specifico rappresentato dall’inettitudine della classe dirigente liberale, soprattutto riguardo all’incapacità di far fruttare adeguatamente al tavolo della conferenza di Parigi del 1919 l’immenso dispendio di vite umane rappresentato dalla Grande Guerra, quella che è stata chiamata “La vittoria mutilata”.

Per la precisione, quello di Versailles fu solo uno dei trattati, quello che riguardava specificamente la Germania, firmato nell’ambito della conferenza di Parigi.

Simboli e slogan. Questo è il discorso che causa maggiori problemi, il loro uso è alla base il più delle volte dei processi per apologia intentati dalla democrazia liberticida. Il grande Voltaire diceva: “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle liberamente”. Il motto degli odierni democratici e sinistri potrebbe essere: “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla (tua) morte per farti tacere”.

Ebbene, qui occorre entrare nell’ordine di idee che, proprio per non prestare il fianco a leggi liberticide e ingiuste e ad avversari malevoli e in malafede, simboli e slogan del ventennio vanno usati il meno possibile, o nulla affatto.

Siamo d’accordo sul fatto che il simbolo, con la sua evidenza grafica è il livello più elementare con cui si può accedere a una visione del mondo, ma d’altra parte non va dimenticato che il suo valore è sempre convenzionale, cioè il suo significato è quello che una comunità che si riconosce in una simbologia comune decide di dargli.

Tempo fa, mi sono divertito a dimostrare con un post su facebook che il simbolo della bandiera rossa con la falce e martello si può “leggere” attribuendogli significati che sono l’esatto opposto di ciò che la sinistra ha sempre proclamato.

“L’analisi” che proponevo era questa: falce e martello (falcetto druidico e martello di Thor) = religione pagana, stella a cinque punte (pentacolo) = conoscenza esoterica, colore rosso (porpora regale e cardinalizia) = autorità.

Qualcuno ha poi aggiunto che il coloro dorato con cui di solito sono colorate la falce e martello e la stella a cinque punte, potrebbe pure essere letto come una rappresentazione della plutocrazia. In ogni caso, di questa bandiera, di questo simbolo si può facilmente dare un’interpretazione esattamente contraria alle intenzioni di chi l’ha sventolata per decenni, anche se oggi preferisce mascherarsi dietro un’imitazione dei democrats americani.

Quindi, non facciamoci incastrare attraverso i simboli, non sono essi ciò che conta.

Premesso tutto ciò, ed essendo altresì evidente che nessuno di noi, per ovvi motivi anagrafici, ha vissuto l’esperienza del fascismo, cosa ci spinge a riconoscerci in una visione del mondo tuttora, anzi oggi più che mai, emarginata, demonizzata, esorcizzata, maledetta?

Io parlo in base alla mia esperienza personale, ma credo che la casistica di altri non sia gran che differente.

Io credo che molta parte della cifra personale e del destino di un uomo si possano capire se si tiene presente la sua storia familiare, le circostanze, il tempo e il luogo della sua nascita. Sono nato a Trieste da genitori provenienti dall’interno dell’Italia, pugliese mio padre, toscana mia madre, posso dunque vantarmi (ammesso che fossi tipo da vantarmi) di essere uno di quei non moltissimi triestini di indiscutibile italianità, senza nemmeno una goccia di sangue slavo.

Noi italiani del nord-est abbiamo pagato nella maniera più dura e per tutti gli abitanti della Penisola lo scotto della sconfitta subita dall’Italia nella seconda guerra mondiale, le nostre terre hanno subito l’amputazione di gran parte della Venezia Giulia prebellica, e Trieste è sfuggita allo stesso destino per puro caso dopo aver subito per 90 giorni gli orrori dell’occupazione comunista jugoslava, ma la nostra gente è stata vittima di un atroce genocidio. I comunisti jugoslavi hanno ucciso facendoli precipitare negli inghiottitoi carsici noti come foibe, migliaia di italiani, colpevoli solo di essere tali, per costringere gli altri alla fuga col terrore e mutare così il volto etnico della regione.

Nei lunghi anni in cui abbiamo dovuto lottare per difendere l’italianità sempre minacciata della nostra città, abbiamo visto che le arroganti pretese della minoranza slovena avevano alle spalle il peso della Jugoslavia comunista, ma noi, alle nostre spalle, non abbiamo mai sentito l’Italia, eccetto l’appoggio dei movimenti politici “di estrema destra” come lo scomparso MSI. Anzi la repubblica postbellica “democratica e antifascista” era sempre pronta a darci la pugnalata alla schiena, come quell’autentica vergogna che è stata il trattato di Osimo con cui la zona B del mai costituito “Territorio Libero di Trieste” è stata ceduta alla Jugoslavia in cambio di nulla.

Fino agli anni ’90 dell’ormai scorso secolo, solo ricordare il genocidio delle foibe e la tragedia dell’esodo dei nostri connazionali costretti a fuggire dalle terre cadute sotto il tallone jugoslavo, dire la verità invece delle menzogne “democratiche”, era considerato sintomo di “fascismo” o “neofascismo”.

Durante le brevi parentesi dei governi di centrodestra che hanno interrotto per un po’ la tirannide di centrosinistra che ci opprime ormai da una sessantina di anni (considerando la sostanziale continuità fra quelli a guida democristiana e quelli a guida PD, e sapendo che in ogni caso si è trattato di traditori e nemici dell’italianità delle nostre terre), è stata possibile l’istituzione della Giornata del Ricordo del 10 febbraio. Credete che le cose siano sostanzialmente cambiate, che si sia arrivati a una salutare revisione politica e storiografica? Devo disilludervi!

Nel 2020 Sergio Mattarella che non è e non sarà mai il presidente di tutti gli Italiani, è venuto dalle nostre parti per toglierci ogni illusione. Probabilmente non si sarebbe mai scomodato per venire a ricordare le migliaia di italiani trucidati dai partigiani comunisti jugoslavi nelle foibe, ma all’epoca cadeva il centenario di un presunto e inesistente “crimine fascista”, l’incendio dell’hotel Balkan. Se ve ne ricordate, ho rievocato quell’episodio in un articolo che scrissi allora per “Ereticamente”, Ancora dal confine orientale. L’hotel Balkan ospitava la sede della Edinost, la principale organizzazione slovena e altre associazioni riconducibili alla minoranza, era il fulcro di tutte le attività anti-italiane, terrorismo incluso. In quei giorni, a Fiume erano stati uccisi dai croati (ma sempre slavi) due marinai italiani. A Trieste ci fu una grande manifestazione italiana che comprendeva si fascisti, ma anche italiani di ogni ideologia e convinzione, contro la violenza slava. Contro di essa, una contromanifestazione slovena scatenò nuovi tafferugli e un ragazzo, Giovanni Nini, fu ucciso a coltellate.

Allora i manifestanti si diressero verso l’hotel Balkan, dalle finestre del quale gli sloveni presero a sparare sulla folla, uccidendo un ufficiale del servizio d’ordine che era stato predisposto proprio per proteggere il Balkan. A questo punto, la folla irruppe nell’hotel e scoppiò l’incendio.

Le testimonianze dell’epoca sono molto chiare, le fiamme partirono dai piani superiori non ancora raggiunti dagli italiani, fu appiccato dagli stessi sloveni. Probabilmente il fuoco scappò loro di mano mentre erano intenti a distruggere documenti che non dovevano cadere in mano alle autorità italiane. Ecco come dal 1945 si costruiscono i “crimini fascisti”, inventando, mentendo, deformando i fatti.

Il nostro caro Sergio ha fatto un salutino alla foiba di Basovizza, l’unica in territorio tornato italiano, delle molte in cui giacciono i resti dei nostri connazionali, e qui ha incontrato il presidente sloveno Bodrut Pahor. E’ da notare che l’onorevole Renzo De Vidovich ci ha segnalato che alla cerimonia è stato vietato all’Unione degli Istriani di esporre il proprio labaro, forse per non turbare Pahor ricordandogli che una buona fetta delle terre oggi slovene è tale perché la presenza italiana vi è stata cancellata con inaudita violenza. Quindi al Poligono di Tiro, dove furono fucilati quattro terroristi sloveni, e ben si comprende che equiparare quattro terroristi condannati per fatti di sangue a migliaia di innocenti trucidati per la sola colpa di essere italiani, è un’offesa intollerabile ai nostri morti e a noi.

Infine, ci si è spostati in centro città, dove come “atto riparatore” per un crimine mai commesso, è stato regalato alla Slovenia l’edificio della Scuola Interpreti dell’Università di Trieste, che ha il torto di sorgere sull’area dove c’era l’hotel Balkan, e ciliegina sulla torta, è stato conferito il cavalierato di gran croce allo scrittore Boris Bahor che oltre ad avere il merito di essere quai omonimo del presidente sloveno, è un negazionista delle foibe (c’è negazionismo e negazionismo, sappiamo che altri nella “libera” democrazia non portano a onorificenze ma al carcere). Insomma, ammesso che ne avessimo avuto bisogno, Mattarella ci ha dato una dimostrazione che più lampante di così non si poteva, che antifascista significa in buona sostanza anti-italiano.

Oggi le cose sono molto diverse da un passato anche recente, non nel senso che l’italianità delle nostre terre del Nord-est non sia più minacciata, ma nel senso che grazie a un’immigrazione/invasione allogena dal Terzo Mondo che la sinistra favorisce e incoraggia, essa è minacciata in ogni angolo della nostra Penisola.

Sempre per comprendere le scelte esistenziali di una persona, è utile considerare non solo le origini familiari e il luogo, ma anche il tempo della sua nascita. Io ho la ventura di essere nato nel 1952, quindi si vede bene che sono approdato alla scuola superiore poco dopo che su di essa si era abbattuta l’ondata di piena sessantottesca.

A me parve allora che i contestatori partissero da un abbaglio fondamentale: la scuola “democratica” come la volevano loro si sarebbe ritorta a dallo dei figli delle classi lavoratrici (ai quali per inciso appartengo, mio padre era un operaio), infatti, era vero che chi proveniva da classi meno abbienti, incontrava maggiore difficoltà rispetto a chi aveva avuto la fortuna di nascere in un ambiente acculturato, ma aveva comunque una possibilità, mentre la scuola “democratica” e non selettiva da loro voluta avrebbe potuto distribuire soltanto diplomi che erano delle patacche svalutate che non avrebbero portato da nessuna parte (l’abbiamo ben visto negli anni successivi, con laureati che non hanno trovato di meglio che fare il cameriere o il netturbino). Praticamente i contestatori stavano distruggendo un importante strumento di promozione sociale.

Un concetto che bisogna avere ben chiaro: E’ vero che la contestazione fu sostanzialmente orchestrata dai Paesi del blocco comunista (soprattutto la STASI, il servizio segreto della DDR attraverso il leader dei contestatori tedeschi Rudy Dutsche), rappresentò l’ultimo tentativo di espansionismo a ovest dell’impero sovietico, vista l’impraticabilità dell’annessione militare a causa dell’ “ombrello nucleare” della NATO, ma se altrove il ’68 fu “una stagione”, mentre in Italia durò circa un decennio, seguito poi dalla “coda” sanguinosa delle Brigate Rosse, è perché si saldava su situazioni che erano nostre.

Io ero in realtà un ingenuo come lo si può essere a sedici anni: quello che mi pareva un errore da parte dei contestatori era invece un’ipocrisia voluta. La contestazione, infatti, era partita dagli atenei ancora frequentati praticamente solo da rampolli di estrazione borghese e alto-borghese, ma alle loro spalle premeva la scolarità di massa anche ai livelli superiori, propiziata dal boom economico degli anni ’60. La combinazione di un vasto plateau con una scuola selettiva capace di estrarre da questo plateau le eccellenze, avrebbe reso a questi privilegiati estremamente difficile riprodurre la condizione sociale dei loro genitori, eccoli quindi diventare contestatori, fu un’operazione di conservazione sociale mascherata da slancio “rivoluzionario”, tanti piccoli Metternich travestiti da giacobini.

I partiti di sinistra ressero il gioco: fu un pactum sceleris da cui guadagnavano entrambe le parti, per questi ultimi significava una robusta iniezione di ideologia “rossa” in ogni ganglio della società e l’acquisto di un gran numero di posizioni di potere, nei media, nell’economia, nella cultura, nell’amministrazione statale, nella giustizia che i neofiti di estrazione borghese avrebbero rappresentato, fu anche un momento-chiave di quella “mutazione genetica” che ha portato la sinistra al totale rinnegamento di ciò che era nel XIX secolo. La perdita secca era per i figli delle classi lavoratrici e per l’Italia in genere, che si è vista privare in ogni campo di possibili nuove eccellenze. Oggi abbiamo una sinistra che, dopo aver smarcato del tutto le classi lavoratrici cerca di costruirsi un nuovo “popolo” tra gay e immigrati.

L’ho imparato poco per volta: quando si tratta di “comunisti”, bisogna sempre partire dal presupporre la malafede.

Benvenuti nel nostro secondo secolo.

 

NOTA: Nell’illustrazione, Roma EUR, il Palazzo della Civiltà Italiana, costruito nel 1938.

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