19 Giugno 2024
venticinqueaprile

Il cortocircuito del 25 aprile – Enrico Marino

Francamente non credevamo che dopo tanti anni questa oscena giornata, grondante di grossolana retorica, potesse riservarci ancora qualcosa in termini di risibilità.

Già lo stesso fatto di celebrare una sconfitta della Patria, resa ancora più umiliante dalle sfilate di tanti fasulli combattenti e dalla vanagloria delle tante autoconferite medagliette resistenziali; già la lugubre e sciacallesca commemorazione delle infamità e dei crimini commessi, ma rivendicati come legittimi atti di guerra; già l’esaltazione della viltà, del tradimento e della vocazione al servilismo, bastavano a rendere questa annuale ricorrenza uno spettacolo allo stesso tempo ripugnante, ridicolo e turpe.

A darne la misura di evento divisivo e carico di livorosa ideologia, qualche anno fa, ci pensò la disputa insorta tra i rappresentanti della “Brigata ebraica” e quelli della sinistra veterocomunista egemonizzata dall’Anpi, che negavano una sufficiente legittimità antifascista, per poter partecipare a manifestazioni unitarie, a quelli che reprimevano brutalmente la libertà del popolo palestinese. Ma il meglio doveva ancora venire.

Infatti, quest’anno, ci ha pensato la guerra tra Russia e Ucraina a scavare un solco di incomprensione e di animosità all’interno della sinistra stessa. Chi in Parlamento ha sostenuto la decisione di inviare armi agli ucraini s’è trovato contrapposto alla posizione ipocritamente pacifista dell’Anpi, contraria a ogni invio di aiuti militari a Kiev. E così gli ex comunisti del PD, ormai divenuti servilmente atlantisti e filoamericani, schierati a fianco dell’Ucraina, hanno accusato i post comunisti ex partigiani di “aver preso le distanze dalla Resistenza”, mentre l’Anpi, finita nella bufera in seguito alle dichiarazioni attendiste sulla strage di Bucha, ha lanciato il tradizionale “corteo per la Liberazione” con un manifesto contro la guerra e una citazione della Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra”.

La spaccatura rispetto alla guerra in corso evidenzia, peraltro, ulteriori posizioni stravaganti all’interno dei due schieramenti resistenziali che si riflettono sulla loro celebrazione. E’ scontato che in occasione del 25 Aprile le due anime della sinistra ritroveranno un’intesa di fondo nella condivisione del loro rancido antifascismo, ma anche in tale ambito le loro commemorazioni risulteranno divergenti e grottesche.

Gli atlantisti del PD celebreranno in casa la sconfitta del nazifascismo, ma contemporaneamente saranno costretti a sostenere all’estero la lotta del popolo ucraino contro l’invasione russa e, pertanto, dovranno esaltare “obtorto collo” la resistenza accanita e valorosa dei combattenti di Mariupol, i “nazisti” del battaglione Azov, eroi dell’Ucraina, arrampicandosi sugli specchi dello sdoganamento forzato delle formazioni nazionaliste ucraine. Dopo decenni di propaganda pacifista e antinazionale, dopo le bandiere arcobaleno e i discorsi anti militaristi esibiti in occasione di ogni 25 Aprile, i democratici progressisti quest’anno sono costretti a celebrare l’amore di Patria, il coraggio, la forza e la bellicosità intrisa di nazionalismo degli ucraini.

Dal canto loro gli ex partigiani, foraggiati all’epoca dagli alleati, hanno scelto per l’Ucraina di rinnegare ogni resistenza, ogni richiamo alla lotta contro il famoso “invasore” tanto celebrato in Bella Ciao e parlano solo di pace, pur di non doversi schierare contro quell’esercito russo che ricorda tanto l’Armata rossa e i fasti dell’Unione Sovietica ai quali sono rimasti tanto legati. Per questo, proprio loro che da oltre 77 anni hanno sempre speculato sulle rappresaglie tedesche, peraltro innescate dai loro criminali e vigliacchi attentati terroristici, questa volta sulla strage di Bucha, attribuita ai russi, hanno deciso di non pronunciarsi, in attesa di una commissione di indagine che chiarisca ufficialmente i fatti e le responsabilità. Grandi ammiratori di Hegel e Marx, i post partigiani hanno pensato questa volta di interpretarne alla lettera quel postulato della storia che si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa.

Mai gli orientamenti a sinistra erano apparsi tanto divergenti, ma in più questa volta assisteremo alla parata di questi cialtroni e delle loro vergogne, temi fondanti di questa Repubblica, associati in surreale contrapposizione alle loro letture del conflitto russo ucraino.

Senza distinzioni di sorta, dai media mainstream e da un’informazione acritica e compiacente accanto alle retoriche ed enfatiche narrazioni resistenziali ascolteremo l’invito a deporre le armi per risparmiare i lutti e gli orrori della guerra. In paradossale contrasto tra loro, le accuse di genocidio, l’esecrazione degli stupri subiti dalle donne ucraine e gli sdegnati commenti sulle fosse comuni, li sentiremo evocati dagli stessi sodali dei luridi infoibatori del 1945 e degli stupratori partigiani di Norma Cossetto, dai cobelligeranti dei goumiers marocchini, dai compagni degli assassini dei fratelli Govoni e dei vili terroristi di via Rasella come dei criminali della strage di Rovetta e di mille altre mattanze. Ancora una volta gli sciacalli celebreranno il loro sudicio trionfino, stravolgendo la verità, la memoria e la storia, ma lo faranno con una aperta manifestazione di volgare impostura e di incoerenza, esaltando senza pudore quelle ignominie del loro passato che però quotidianamente stigmatizzano nel presente altrui.

Questa volta perciò, ancor più delle precedenti, saremo certi di avere di fronte non solo degli individui miserabili e spregevoli, ma soprattutto dei tragici pagliacci costretti, per sopravvivere, a recitare una parte e a trincerarsi in un antifascismo da operetta e fuori tempo, tanto più bugiardo, astioso e ossessivo quanto più pretestuoso, opportunistico e ridicolo.

Una ragione in più per liberarci il prima possibile di questa ripugnante marmaglia.

ENRICO MARINO

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