18 Aprile 2024
Cultura

Considerazioni di ordine generale, terza parte – Fabio Calabrese

Se avete presente quello che vi ho raccontato la volta scorsa riguardo alle conferenze da me tenute nell’ambito del festival celtico triestino Triskell, avrete notato che a proposito di quelle che ho tenuto nel periodo, lasso di tempo non breve, che va dal 2016 al 2020, mi sono limitato a scrivere:

“Dal 2016 al 2020 c’è stato il blocco delle conferenze dedicate ai megaliti”.

Il motivo di questa apparente reticenza è in realtà piuttosto semplice: mi sono voluto riservare a parte l’argomento dei megaliti per approfondirlo come si conviene.

Occorre dire in premessa che, essendo il Triskell un festival indirizzato a un pubblico generale e indifferenziato, non si poteva fare un discorso scopertamente politico, tuttavia questo non impedisce di introdurre concetti – diciamo metapolitici e culturali – di cui un occhio esperto come il vostro può senz’altro cogliere il valore e il significato anche politico.

Questo vale appunto in modo particolare per il discorso sul mondo dei megaliti, infatti, queste costruzioni preistoriche talvolta enormi e che rivelano una perizia ingegneristica notevole, e che sono di secoli e talvolta millenni più antiche delle piramidi egizie e delle ziggurat mesopotamiche, le più note delle quali sono quelle delle Isole britanniche, ma che in realtà si ritrovano in tutto il continente europeo, compresa la nostra Italia, dimostrano in maniera lampante l’antichità della civiltà europea, sorta senza dovere nulla ad influssi orientali o mediorientali che siano, costituiscono in altre parole la smentita più bruciante del mito fasullo dell’Ex Oriente lux.

Occorre tenere presente che questi monumenti non possono essere spuntati dal nulla come isole che emergono in un oceano di barbarie, ma perché la loro edificazione sia stata possibile, occorre che attorno a essi vi siamo state società complesse in grado di disporre di un surplus di forza lavoro, non solo, ma una cultura e conoscenze tecniche raffinate, nonché una forte motivazione.

Non è per nulla un caso che sia l’istruzione scolastica – dalle elementari all’università – sia i testi e i programmi divulgativi, mentre ci riempiono fino alla nausea di Egitto e Mesopotamia, tendano bellamente a ignorarli come se non esistessero affatto. Il potere che si è insediato nel 1945 in conseguenza della sconfitta dell’Europa nella seconda guerra mondiale, sconfitta patita in realtà anche dagli stati nominalmente vincitori, tende a presentarci una versione immiserita nella storia europea, a nascondere il fatto che l’Homo europeus è stato un incomparabile creatore di civiltà.

Non credo che il valore politico della consapevolezza di tutto ciò necessiti di essere ulteriormente sottolineato.

Io ho dunque iniziato questo ciclo di conferenze nel 2016 parlando di Stonehenge, e approfittando della coincidenza che questo notissimo monumento era stato, a partire dal 2005 oggetto di un decennio di nuovi studi e ricerche.

La conferenza ebbe un buon successo di pubblico numeroso e interessato, e così promisi ai miei ascoltatori che l’anno seguente sarei tornato sull’argomento, estendendolo a un’analisi del fenomeno megalitico nelle Isole britanniche, dove non ci sono solo numerosi altri circoli megalitici come Stonehenge, ma ad esempio opere come il mound, la collina artificiale di Silbury Hill, o, fuori dall’Inghilterra, in Irlanda le tombe megalitiche della valle del Boyne, di cui la bellissima Newgrange è senz’altro la più nota, e lo stesso centro cerimoniale di Tara, vera e propria anima dell’Isola Verde, o in Scozia il “cuore neolitico” delle isole Orcadi.

Ho proseguito, per così dire, per cerchi concentrici, che prima si allargano, poi si restringono. Nel 2018 ho parlato del fenomeno megalitico nell’Europa continentale. Anche qui, non ci sono solo circoli megalitici come quello tedesco di Externsteine e quello scoperto recentemente di Gosek, ma vere e proprie piramidi, come quelle della penisola russa di Kola e – forse, nel senso che la loro natura è oggetto di contestazioni – quelle bosniache di Visoko. Per quanto riguarda l’Europa orientale e la Russia, c’è un esteso megalitismo poco conosciuto e ancor meno studiato.

Non molto meglio conosciuto è il fenomeno megalitico italiano di cui mi sono occupato l’anno seguente. Oltre a vari circoli megalitici che si contendono il titolo di “Stonehenge italiana”, abbiamo due tipologie caratteristiche di monumenti megalitici, le statue-stele, le più note sono quelle della Lunigiana, ma che in realtà si ritrovano dalla Sardegna al Canton Ticino, e le piramidi-altare, la più nota delle quali è la piramide “etrusca” di Bomarzo, ma ve ne sono altre due, a Selva di Malano sempre nel Viterbese e quella di Monte D’Accoddi in Sardegna. Ciò, insieme alle mura ciclopiche che circondano alcune località dell’Italia centrale, fa pensare all’esistenza sul suolo italiano di un’antichissima civiltà addirittura pre-etrusca.

Nel 2020 ho parlato del Triveneto, e qui abbiamo una tipologia megalitica rappresentata dai castellieri, ma non solo da essi, ad esempio si è recentemente scoperto che il colle su cui sorge il castello di Udine, è una collina artificiale, un mound non diversamente da Silbury Hill, solo considerevolmente più esteso.

I testi di queste conferenze li trovate tutti sotto forma di articoli su “Ereticamente”, e, oltre a ciò, quelli delle conferenze del 2016, 2017 e 2018, Stonehenge, Isole Britanniche ed Europa continentale. sono diventati altrettanti capitoli del mio libro Alla ricerca delle origini (edizioni Ritter), mentre quelli del 2019 e 2020, Italia e Triveneto, accorpati, sono diventati un capitolo del mio successivo testo Ma davvero veniamo dall’Africa? (edizioni Aurora Boreale).

Vorrei ora dirvi qualcosa di questi due libri e delle differenze che li caratterizzano. Alla ricerca delle origini è un testo compatto, un ampio saggio frutto di decenni di ricerche e di riflessioni sul tema delle nostre origini. Ma davvero veniamo dall’Africa?, è un po’ diverso, essendo costituito da una serie di saggi o articoli, ovviamente collegati, ma ciascuno dei quali potrebbe con maggiore facilità essere indipendente.

Affronto ovviamente il falso mito della presunta origine africana della nostra specie Homo sapiens. A livello di divulgazione, cioè ciò che il potere vuole che la gente pensi, è presentata come verità indiscutibile, ma la ricerca ha dimostrato tutt’altro, e a mio parere il colpo mortale le arriva dalla paleogenetica, cioè dallo studio del DNA antico.

Le ricerche in questo campo hanno dimostrato che gli uomini “anatomicamente moderni” si sono ripetutamente incrociati con gli uomini di Neanderthal e di Denisova dando luogo a una discendenza fertile, cioè noi. Ora la possibilità di accoppiarsi dando luogo a una discendenza fertile, (non sterile come nel caso di cavalli e asini), è proprio ciò che definisce l’appartenenza di due individui di sesso diverso o di due popolazioni alla stessa specie. Fra gli uomini di Neanderthal e di Denisova e noi, non può essere esistita una differenza di specie, ma al massimo – uso una parola che butta nel panico i buoni democratici – di razza.

Allora, che senso ha dire che la nostra specie è uscita dall’Africa 50-100.000 anni fa, quando già popolava l’Eurasia da centinaia di migliaia di anni? Evidentemente nessuno, se non quello di creare un clima psicologico favorevole all’invasione extracomunitaria e alla sostituzione etnica di cui siamo oggi vittime. Notiamo anche che introdurre una cronologia corta – 50-100.000 anni per la storia biologica della nostra specie, serve a non darle il tempo di differenziarsi di razze, delle quali la democrazia si ostina, contro ogni evidenza, a negare l’esistenza.

Tuttavia, come vi dicevo, il libro raccoglie diversi saggi, e quello che gli da il nome non è il più esteso, onore che toccherebbe a Scienza e democrazia, che è una sintesi, tolte alcune ripetizioni, dei sei articoli che sono comparsi su questo argomento sulle pagine di “Ereticamente”, e ora, al riguardo, ovviamente non vi ripeterò tutto quel che vi ho già detto a tale proposito la volta scorsa.

Per un altro verso è ovvio, però che il volume non poteva presentarsi con tale titolo, si sarebbe anche troppo facilmente esposto a equivoci sia sul suo contenuto, sia sull’area politico-culturale di appartenenza del sottoscritto.

Io penso che non abbiate difficoltà a capire che i due temi, quello della falsità della “scienza” democratica e della necessità di respingere la “teoria” fasulla dell’origine africana sono strettamente collegati, l’Out of Africa è proprio un esempio lampante di come le esigenze dottrinali dogmatiche della democrazia possono deformare la ricerca scientifica.

Un ulteriore approfondimento è rappresentato dal saggio-capitolo La mistificazione della storia come arma di guerra. Guerra contro chi? Contro di noi, naturalmente, anche se per delicatezza hanno fatto in modo da rendercene edotti il meno possibile.

Tuttavia a qualcuno è sfuggito di dichiarare apertis verbis le intenzioni del NWO, del potere mondialista, nei nostri confronti, l’intellettuale “americano” Noel Ignatiev che ha dichiarato:

Lobiettivo di abolire la razza bianca è così desiderabile che è difficile credere che possa trovare unopposizione diversa da quella dei suprematisti bianchi”.

Naturalmente, sono andato a verificarlo su Wikipedia, ma già prima di questa verifica, sarei stato pronto a scommettere tutti miei soldi e anche la casa su quale sia il gruppo etnico-religioso di appartenenza di Noel Ignatiev. Si, esatto, l’avete capito anche voi prima che ve lo dica: lo stesso di Marx, Freud, Levi Strauss.

Sempre riguardo a Ma davvero veniamo dall’Africa?, è il caso qui, di esprimere un sentito ringraziamento a Eugenio Barraco per la sua splendida prefazione che accompagna il libro, anche se devo dire che l’accostamento fra il sottoscritto e un gigante come Julius Evola, mi ha messo non poco in imbarazzo.

Io credo di essere stato ingeneroso verso me stesso dicendovi che fino a quando non ho cominciato a redigere la serie di articoli Narrativa fantastica, una rilettura politica, non vi fosse alcun ponte fra i due diversi rami della mia attività intellettuale, quello di saggista storico-politico e quello di autore di narrativa fantastica.

Diciamo che nel caso della mia produzione di narrativa fantastica si verifica lo stesso problema di cui vi ho detto riguardo alle conferenze al Triskell, ossia di rivolgersi a un pubblico politicamente indifferenziato, e possibilmente passando attraverso editori che possono essere di avviso politico completamente diverso da quello del sottoscritto.

Anche in questo caso, la soluzione è analoga, ossia evitare nei limiti del possibile discorsi scopertamente politici, ma non mancare di disseminare messaggi che l’occhio esercitato può cogliere facilmente.

Vi posso dire però, che almeno una volta ho potuto prescindere da tutti questi limiti. Nel 2002 l’Editoriale Pantheon pubblicò un’antologia di fantastico “nostro” curata dal compianto Errico Passaro, Il sonno della ragione non genera mostri (e già il titolo dichiaratamente anti-illuminista permette subito di capirne il tipo di approccio). Io vi partecipai con il racconto Te li ricordi quei giorni, una storia riconducibile al filone ucronico, quello della “storia scritta con i se”, ambientata in un mondo dove non è avvenuta la caduta dell’Unione Sovietica, ma, tolto questo, di fantastico c’è ben poco, in sostanza, è la storia di un militante “nostro” che, costretto a fuggire all’estero dai soliti guai giudiziari che la democrazia elargisce liberalmente agli oppositori, torna in Italia in incognito per vendicarsi di un vecchio partigiano che era stato responsabile della morte dei suoi genitori, milite e ausiliaria della RSI.

Al di là della narrazione, e soprattutto al di là delle favole edulcorate con le quali si continua a raccontare come “resistenza” l’atroce e sanguinaria guerra civile 1943-45, rimane il fatto, che non ha nulla di immaginario, che alle vittime delle stragi partigiane, colpite prevalentemente con infinita vigliaccheria quando i vinti sono stati costretti a deporre le armi, è stato negato anche il tributo della memoria, mentre gli assassini travestiti da eroi, hanno potuto concludere in pace e circondati da onori immeritati, i loro giorni.

Più spesso, però, per passare il filtro editoriale, ho dovuto mimetizzare le mie convinzioni, non così tanto, però, che a volte non risultino in maniera abbastanza chiara. Un esempio è il racconto Il risveglio della spada, pubblicatomi dalle Edizioni Scudo nell’antologia omonima del 2011. Si tratta di una storia a mezza strada tra i viaggi nel tempo, l’ucronia e la fantasia eroica, dove un discendente degli Stuart si reca indietro nel tempo per far fallire la rivoluzione inglese del 1640 che portò all’eclissi della monarchia e all’instaurarsi della dittatura di Cromwell. Egli spiega così le sue motivazioni:

Vi sono degli uomini animati da una moralità così rigida da non arretrare di fronte a nessun delitto. Vogliono la libertà, e per averla non si faranno scrupolo a toglierla a tutti gli altri. Vogliono rimodellare la convivenza umana secondo le loro idee ed i loro gusti, e per farlo sono pronti a spazzare via chiunque gli si opponga, distruggeranno la vita di milioni di uomini, trasformeranno la storia in un fiume di sangue; oggi si chiamano covenanter, domani si chiameranno giacobini, e poi ancora bolscevichi”.

Un collega di idee “nostre” cui avevo fatto leggere il racconto mi suggerì di cambiare “moralità così rigida” con “moralità così dogmatica”. Un suggerimento che non colsi. Il dogmatismo, assieme all’incapacità di vedere il reale, è certamente l’asse portante della mentalità di sinistra, ma mi premeva di sottolineare il concetto di Nietzsche che l’eccesso di moralismo uccide lo spirito critico.

In questo racconto compare anche come personaggio, in un alone nettamente positivo, il filosofo Thomas Hobbes che, con Il Leviatano è stato il teorico del moderno stato autoritario.

Nel 2018 le Edizioni Scudo che hanno edito la maggior parte dei miei testi di narrativa fantastica, mi hanno pubblicato l’antologia I mondi di domani di fantascienza sociologica, e qui le mie idee non potevano non venire allo scoperto.

Ad esempio il racconto L’adepto, è un cyborg (robot dal cervello organico, umano), che mandato dagli Stati Uniti a combattere in una delle tante guerre in un Paese mediorientale, viene catturato dagli avversari e convertito alla loro causa, ma già prima che questo avvenga, si rende conto che questi Paesi poveri sono un ben misero surrogato del nemico dei tempi della Guerra Fredda di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per tenere in piedi il loro sistema di alleanze.

Dov’era questo famoso nemico? Tutto ciò che vedevo mi parlava di una società povera di un livello bassissimo che non poteva in nessun modo costituire un pericolo per noi. Vedevo contadini con la schiena curva sui campi e pastori che portavano al pascolo animali macilenti, donne avvolte in teli lunghi fino ai piedi, di uniformi neppure l’ombra tranne quelle dei nostri soldati”.

Sempre in quest’antologia, un altro racconto non meno esplicito, è Lo psicologo, uno psicologo che lavora in un campo di detenzione e il cui lavoro consiste nel recuperare, attraverso la creazione di una personalità artificiale, detenuti con un DNA geneticamente “interessante”. La ragione di ciò è questa:

Il tipo di governo che c’era prima nell’America del nord e in Europa, le cosiddette democrazie liberali, a partire dalla fine del XX secolo, avevano spalancato le porte all’immigrazione dal Terzo Mondo. Non era, come cercarono di far credere, una scelta dettata da motivi umanitari. Si pensava, distruggendo le realtà nazionali, di eliminare ogni ostacolo all’avvento di un nuovo ordine mondiale, economico e politico. Non poteva finire altro che nel caos e così fu. L’importazione massiccia di genti inadatte a gestire delle complesse società tecnologiche, generò ovunque delle crisi gravissime dalle quali oggi ci siamo ripresi a stento”.

In poche parole, quella che prospetto qui, è un’evoluzione del nostro mondo esattamente contraria a quella che Noel Ignatiev e quelli come lui ci stanno preparando. Il che, per quanto sommamente auspicabile, non mi sembra molto verosimile. Ma questo non mi impedirà di cercare di aprire gli occhi alla gente usando tutti i mezzi a mia disposizione.

NOTA: Probabilmente vi aspetterete che avendo io iniziato questo articolo parlando di megaliti, vi metta come illustrazione una delle solite immagini di Stonehenge. Invece no, vi metto quella di un monumento megalitico molto più vicino a noi, la piramide etrusca di Bomarzo.

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