17 Giugno 2024
Attualità

Cavaliere, che brutta fine!

Sono passati oltre vent’anni da quando – elezioni per il Sindaco di Roma del 1993 – il cavalier Silvio Berlusconi ebbe a dichiarare: «se votassi a Roma, voterei Gianfranco Fini». Era l’atto di nascita del Polo delle Libertà, che pochi mesi dopo avrebbe sconvolto ogni previsione (anche di Chi contava sull’effetto “Mani pulite”) vincendo le elezioni politiche del 1994.

Che grande stagione di speranze fu quella! Gli italiani (e sotto sotto anche quelli che avevano votato per l’altra parte) speravano che il nuovo governo avrebbe interrotto la crisi economica che – anche senza aver raggiunto gli effetti devastanti di oggi – era già in atto e mordeva e faceva già male. Pure coloro che non si fidavano di certe parole d’ordine liberiste (tipo “meno Stato”) facevano affidamento sulla presenza nella coalizione e sulla funzione moderatrice di un partito di antica tradizione statalista come il MSI-Alleanza Nazionale che – si pensava – avrebbe preso per mano il “partito di plastica” berlusconiano e lo avrebbe indirizzato sulla strada giusta.

E, invece, nulla di tutto questo: il Polo delle Libertà prese a governare in assoluta continuità con i governi “progressisti” del passato, riprendendo la riforma delle pensioni là dove l’aveva lasciato il triste governo di Giuliano Amato, continuando la politica di privatizzazioni che aveva avuto in Romano Prodi il più illustre teorizzatore, genuflettendosi agli Stati Uniti d’America (che dopo la caduta del muro di Berlino si consideravano i padroni assoluti del globo terrestre) e proseguendo nella politica di integrazione in una neonata Unione Europea che ci ha poi portato dove ci ha portato.

Non era tutta colpa di Berlusconi, però. Il partito che avrebbe dovuto moderarne gli ardori liberisti, cioè Alleanza Nazionale, fu svelto a scavalcarlo “a destra”: Gianfranco Fini si scelse come consigliere economico il vice di Prodi all’IRI (Pietro Armani) e volò a Londra per giurare che no, Alleanza Nazionale non era contraria alle privatizzazioni.

Nonostante tutto, però, Berlusconi restava “il meno peggio” che il mercato della politica potesse proporre agli italiani. Incominciando dalla politica estera: e la politica estera – si tenga presente – è fattore basilare per la difesa degli interessi nazionali, anche economici. Quando, nel 2008, la politica arrogante di George Bush jr minacciò di trasformare una crisi regionale (il contrasto fra Russia e Georgia) in una guerra europea, Berlusconi fu tra i pochissimi a sostenere che la Russia era dalla parte della ragione. E quando gli americani cercarono di imporci gentilmente di comprare gas e petrolio dalle loro multinazionali, Berlusconi andò a comprare gli idrocarburi nei mercati che ci praticavano prezzi migliori: quello russo e quello libico.

Poi, però, non seppe andare fino in fondo; e lo si vide quando America, Inghilterra e Francia scatenarono l’aggressione NATO contro la Libia di Gheddafi: una delle aggressioni più vili della storia, con tanto di consegna del capo sconfitto ai suoi nemici per il linciaggio finale. In quella occasione, Berlusconi – sottoposto a fortissime “pressioni” – non seppe sottrarsi all’imposizione di far partecipare pure l’Italia a quella sporca spedizione punitiva. Anche qui, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Ma, nonostante tutto, il cavaliere continuava ancora ad essere “il meno peggio”. Era disponibile ad aumentare le tasse, ma non oltre un certo livello. Era disponibile a ridurre la spesa sociale, ma non oltre un certo livello. Era disponibile a qualche aggiustamento sulle pensioni, ma non oltre un certo livello. Ecco perché andava eliminato, magari a colpi di spread, per far posto ad una nuova leva di politici (o di tecnici) che avessero meno scrupoli, che si ponessero come obiettivo assolutamente prioritario quello di “mantenere gli impegni con l’Europa”, che si acconciassero a svolgere disciplinatamente i “compiti a casa” assegnati dalla maestra tedesca, che fossero pronti a tagliare tutto il tagliabile ed anche di più, che fossero disposti a lasciare 390.000 “esodati” senza lavoro e senza pensione.

Poi – di governo tecnico in governo tecnico, di Monti in Letta – siamo giunti ad oggi, con la “invenzione” di un personaggio come Matteo Renzi, in origine “pensato” solamente per reggere qualche mese e per evitare che Grillo vincesse le elezioni europee dello scorso giugno, e poi rivelatosi capace di attrarre sotto le sue insegne, se non proprio tutti i “moderati” di destra e di sinistra, almeno una cospicua parte di essi.

È a questo punto che un Berlusconi ridotto ai minimi termini è costretto a fare un po’ di conti. La dura legge dell’anagrafe gli concede soltanto pochi altri anni di attività, il suo elettorato sembra subire il fascino del piccolo imbonitore fiorentino (fino a quando il bluff non verrà scoperto), il partito è allo sbando, il “cerchio magico” è ridotto soltanto a Dudù e alla Pascale, e i vari capi-cordata dell’universo berlusconiano si interrogano sempre più angosciati sul cosa faranno da grandi. Ebbene, di fronte a uno scenario del genere, un Capo vero non avrebbe avuto esitazioni: avrebbe serrato le fila, avrebbe chiamato a raccolta i combattenti più duri, quelli che non hanno paura di battersi neanche di fronte al pericolo di perdere il seggio in parlamento, e avrebbe dato battaglia. Come? Attaccando l’avversario frontalmente, svelando il suo bluff, contrapponendo al programma del rivale un suo programma, diverso, contrapposto, alternativo punto per punto, non complementare o addirittura di sostegno.

E, invece, che fa il cavaliere senza cavallo? Convoca una conferenza stampa e dice: 1, che non scioglie Forza Italia; 2, che Renzi sbaglia (ma non dice perché); 3, che lui è d’accordo con Renzi sulle unioni gay e sullo ius soli.

Ma io vorrei chiedere al padrone di Dudù: perché mai un elettore “di destra”, sia pur “moderato”, dovrebbe votare per le unioni gay di Berlusconi e non per quelle di Renzi? E vorrei chiedere al fidanzato della Pascale: perché mai quell’elettore dovrebbe votare per lo ius soli di Berlusconi e non per quello di Renzi? Non si rende conto – l’uomo di Arcore – che l’originale è sempre preferibile alla copia? Se dobbiamo farci invadere dagli immigrati e addirittura farli diventare automaticamente cittadini italiani, perché affidarci ai dilettanti azzurri e non ai professionisti rossi? E si rende conto – l’imprenditore del Biscione – di quali irreparabili danni nei campi economico, sociale, dell’ordine pubblico arreca all’Italia la presenza di qualche milione di bocche da sfamare in un momento di crisi epocale come questo? Comprende quali implicazioni per la sicurezza nazionale comporti la presenza in Italia di un numero imprecisato di fondamentalisti islamici che si considerano soldati del Califfato dell’ISIS?

E come può pensare, anche soltanto lontanamente, che un elettore di destra (ripeto: pur se berlusconianamente “moderato”) possa votare per una Forza Italia immigrazionista e non – per esempio – per la rinnovata Lega Nord di Matteo Salvini o anche per un Movimento 5 Stelle che, sia pur con molto ritardo, chiede comunque di chiudere le nostre frontiere all’immigrazione?

Peccato, peccato, peccato. C’è tramonto e tramonto. C’è il tramonto vivido, dai colori accesi, il tramonto cha fa già presagire lo splendore di una nuova alba. E c’è il tramonto triste, scuro, umidiccio, che fa pensare soltanto all’incombere della notte.

 

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