10 Maggio 2024
Cultura

“Alla scoperta del Ramo d’Oro”: il caso Camurri ed il silenzio assordante della cultura identitaria – Luca Valentini

 

C’è, nascosto in un albero opaco,
un ramo, d’oro le foglie e il flessibile stelo,
a Giunone infernale consacrato; lo copre tutto il bosco
e di oscure valli lo serrano le ombre.
Ma non è concesso a nessuno nei segreti della terra di scendere,
se prima non abbia colto dall’albero il pollone con la sua chioma d’oro
” (1)

Il riferimento al ramo d’oro virgiliano, inserito nel VI canto dell’Eneide, il più sapienziale ed esoterico dell’epopea narrata dal vate della Roma augustea, ha sempre rappresentato – da Frazer in poi – un simbolo irrinunciabile del sapere antico, della conoscenza in senso lato ed universale, la possibilità di comprendere le dinamiche meravigliose della natura, ma anche e soprattutto dell’anima umana, del cosmo e delle divinità che lo sostengono. A tale archetipo, da alcuni anni si è inspirata sulle frequenze televisive di Rai3 e di Rai Storia (2), una trasmissione, “Alla scoperta del Ramo d’Oro”, condotta da Eduardo Camurri, un versatile giornalista, che si è sempre caratterizzato per la sagacità, per la spontaneità e l’originalità delle proprie produzioni. Indagando nel mondo sconfinato della cultura italiana ed europea, ospitando i più disparati appartenenti di essa, con analisi ed orientamenti assolutamente non omologabili tra loro, l’accostamento al simbolo virgiliano ha condotto nei suoi studi molti autori e studiosi della tradizione classica: da Camurri abbiamo ascoltato le profonde analisi inerenti alla filosofia antica, al teatro greco, a grandi narratori delle tradizioni d’Occidente e d’Oriente come Elémire Zolla, a Dante, all’arte del nostro Rinascimento, a personaggi dall’esistenza travagliata come Galileo Galilei, Giordano Bruno e a tutta la nostra meravigliosa e millenaria letteratura. In più di 100 puntante la trasmissione di Camurri ci ha reso un pò meno orfani delle magiche notti a cui ci aveva abituato diversi anni orsono l’indimenticato Gabriele La Porta. Vi sono stati in Rai, ed in parte ci sono ancora, spazi di intrattenimento di cultura non legati necessariamente all’omologazione contemporanea, non legati necessariamente alle appartenenze categoriali della politica e dei partiti, ove il libero vento del sapere, nella sua doverosa molteplicità, si dirama senza costrizione alcuna.

Tutto ciò ha rappresentato sempre una speranza, una direzione diversa che il servizio pubblico televisivo ha saputo offrire, come contraltare del vuoto a-culturale dei social, degli influencer, della commercializzazione forzata dell’esistenza, ove non è concesso alcun spazio al nutrimento sapienziale della propria anima.

Tutto ciò, nel caso della trasmissione in riferimento, viene improvvisamente meno, tramite una comunicazione del suo conduttore, relativa alla decisione della Rai di voler sospendere la sua messa in onda, ufficialmente ancora non essendo palesata una motivazione precisa relativa a tale decisione (audience, pubblicità, … ?). Ivi si presenta la nostra prima “sorpresa”, cioè quella di una chiusura adottata in un ambito direzionale e politico della Rai controllato da una maggioranza governativa che sempre si è spesa, a parola, per la difesa delle radici, dell’identità e della cultura italiana. Ma le parole al vento della politica ben si conoscono nella loro fugacità e non qui non meritano di altra attenzione da parte nostra.

Inoltre, a seguito della comunicazione di Camurri, sui social e sulle pagine online del Corriere della Sera immediatamente sono sorte iniziative di solidarietà ed addirittura una meritoria raccolta di firme per chiedere che la decisione di chiudere realmente la trasmissione “Alla scoperta del Ramo d’Oro” non venga posta in essere, privando ancor di più i cittadini italiani di uno spazio profondamente apprezzato dai molti di libera cultura e di libera consapevolezza. A tali iniziative hanno subito aderito semplici uditori, ma anche studiosi apprezzati, che avrete potuto leggere ad ascoltare su EreticaMente, come Maurizio Bettini, Davide Susanetti, Angelo Tonelli, ma anche citati spesso nei nostri articoli, come per esempio Michele Ciliberto, uno dei massimi studiosi di Giordano Bruno.

La nostra logica, forse banale, sicuramente infantile, ha dato per scontato che anche scrittori, analisti, intellettuali che sempre sono stati impegnati, nell’ambito della cultura identitaria e non omologata, nella difesa della nostra tradizione culturale, delle radici afferenti al mondo esoterico, della cultura classica, prendessero a cuore una decisione insensata della TV di Stato. Invece … il silenzio!

Non un articolo, non un commento, non una presa di distanze dall’accaduto – e chiediamo venia a chi lo avesse fatto e non ce ne siamo accorti -, ancora silenzio. E molti di noi in questi giorni si sono chiesti il perché di tale silenzio. Noi proviamo ad ipotizzare, sinteticamente, alcune probabili soluzioni all’enigma.

La cultura identitaria e tradizionalista negli ultimi anni ha spesso palesato i propri limiti organizzativi e di prospettiva: convegni frequentati da poca gente, testi che si stampano in numeri limitati di copie che non si vendono sono le manifestazioni di un mondo che si parla addosso, che non ha la capacità di uscire da angoli angusti a cui certi vincoli politici e partiti l’hanno relegato. E ivi le ipotesi si determinano come duplici: o si ha la difficoltà esistenziale di condividere un giudizio di valore con chi esprime una visione del mondo differente – non ricordando che l’oggettività debba sempre prevalere sulla soggettività del pensiero – oppure i famosi vincoli partiti e politici sono così stringenti e appunto vincolanti, da non consentire di dissentire con il potentato politico di turno attualmente.

Nel primo caso, così come le parole al vento della politica, si esplicita quanto il mondo di una certa cultura non omologata, o presunta tale, abbia difficoltà a tradurre in prassi di vita e di comportamento esistenziale, le visioni e le lettere che assume a modello. Nel secondo caso, la catabasi è ancor peggio e senza alcuna speranza di una successiva anabasi, perché si impongono in questa precisa ipotesi contingenze non più afferenti al mondo della cultura, della tradizione, financo della spiritualità, ma riferibili al mero opportunismo personale. E qui il silenzio è nostro, perché ogni parola in più risulterebbe vana, perché tutti noi sappiamo a cosa ci si riferisce.

Infine, ai lettori di EreticaMente riteniamo interessino di più le sorti di una voce intellettuale e culturale come quella di Eduardo Camurri, che non le sorti funebri di un certo ambiente. E noi, come da più di 10 anni, cerchiamo e cercheremo di dar spazio, con tutti i nostri limiti, alla filosofia, alla Tradizione Nostra, alla libera ed eretica ricerca, al sapere classico, ancor e sempre più convinti che la politica, non più intesa platonicamente, divida e non unisca chi risente interiormente il richiamo di una dimensione altra rispetto a quella della pura fenomenologia sensoria:

La Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Aggiungo: infinita” (3).

Note:

1 – Virgilio, Eneide, VI, 136-141;

2 – Le puntante sono anche visibili sulla app digitale di RaiPlay;

3 –  Jorge Luis Borges, Finzioni in La biblioteca di Babele , Einaudi, 1955, p. 79-89.

 

Luca Valentini

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