11 Maggio 2024
Sulla strada

A scuola dall’ammiraglio – Rita Remagnino

All’insegna del ritorno allo stato primordiale di innocenza, ovvero in nome della ri-conciliazione tra il Cielo e la Terra, avviene nel Paradiso Terrestre l’agognato incontro di Dante con Beatrice. Lui non la riconosce subito perché lei è velata, tuttavia l’apparizione della misteriosa figura in abito rosso sotto un manto verde lo turba moltissimo.
Si gira a sinistra per dire al Maestro che ogni goccia del suo sangue sta tremando, quando s’accorge che Virgilio è scomparso. Il doppio significato di quell’assenza gli è subito chiaro: il percorso di purificazione è terminato, la “dritta via” smarrita alle porte dell’Inferno è stata infine ritrovata sulla vetta purgatoriale, ma purtroppo non rivedrà più il “dolcissimo patre” al quale aveva affidato la sua salvezza (Pg XXX 50). Solo l’innocente bellezza del Paradiso Terrestre gli impedisce di abbandonarsi alla disperazione.
Intanto la donna velata squadra tutto come se fosse un ammiraglio in poppa impegnato a sorvegliare i marinai. Non piangere per questo distacco, dice, conserva le lacrime per ciò che ti aspetta; ad ogni modo hai avuto un bel coraggio a presentarti da vivo nella sede dell’uomo felice (l’Eden), e dopo avere insensatamente macchiato la tua anima.
Dante abbassa lo sguardo, si vergogna, ammette il suo peccato di superbia e riconosce che l’orgoglio intellettuale poteva costargli la dannazione eterna. Comincia a pensare che l’entrata nella “selva antica” sarà più problematica di quella nella “selva oscura”. Piange di nuovo. Poi, sviene.
Quando riprende i sensi si ritrova immerso nel Lete con Matelda che gli spinge la testa sott’acqua per costringerlo a bere. Sopra di loro svolazzano le note del coro degli Angeli. Infine la donna toglie il velo, è Beatrice, e non ci sono parole per descrivere la sua luminosa bellezza.

 

A partire da questo momento la luce, che sta all’etere come il suono alla materia, crescerà gradualmente fino alla fine del viaggio. Inizia il processo di trasformazione dell’Anima del poeta, cioè della sostanza eterica che agisce nel corpo come veicolo del principio vitale, o energia, o prana.
Dante mette le mani avanti: sappi lettore che adesso si va nel difficile, sei ancora in tempo a tornare indietro. Significa che s’immergerà nella pura teologia? Più che altro la terza cantica dovrà arrivare al dunque, cioè affrontare le domande che si sono poste tutte le epoche, tutte le civiltà, tutte le filosofie, tutte le religioni. E siccome l’uomo è un essere troppo pratico per trascorrere millenni ad interrogarsi su qualcosa d’irreale, vuol dire che l’Anima c’è, esiste.
La tradizione indù la riteneva parte di un immutabile Principio, l’Anima del Mondo, l’Etere che pervadeva ogni cosa (akasha), un tema poi ripreso da Pitagora. Gli Egiziani credevano che l’anima fosse un raggio capace di agire mediante un composto caratteristico e fluido. Lao Tse spiegava ai Cinesi che l’anima spirituale era unita all’anima vitale (semi-materiale) e insieme le due parti animavano il corpo fisico.
Agli albori del cosiddetto «occidente» Platone divise l’anima in tre parti: una immortale o razionale proveniente da dio; un’altra mortale, animale o sensibile, sede degli appetiti e delle sensazioni relativi al corpo; una terza intermedia che rendeva possibile l’interrelazione fra le altre due e per mezzo della quale la ragione poteva vincere il desiderio.
Il misticismo cristiano di matrice paolina affermò in seguito che in ogni uomo esisteva una potenzialità, da lui chiamata “il Cristo in voi”, la cui presenza permetteva a ciascuno di raggiungere la condizione cristica. Come sempre Dante ci mette del suo, rimescolando le carte nel mazzo.
Già abbiamo sentito dire da Stazio che lo Spirito (la «scintilla») è immortale mentre l’Anima è divisa in due parti: l’«anima umana», che vaga da una vita all’altra fino alla fine del ciclo delle reincarnazioni, e l’«anima divina», che rimane in cielo a vegliare sull’altra metà. Può darsi dunque che Beatrice rappresenti nella Commedia la parte celeste e come tale funga da custode e guida di Dante, ancora ignaro della propria origine divina poiché imprigionato nell’involucro vegetativo e sensitivo. In quest’ottica assumono un senso la marziale entrata in scena della «donna», il suo atteggiamento severo, i ripetuti rimproveri, gli appunti sull’ignoranza del poeta in materia dottrinale e persino scientifica (come si vedrà nella discussione sulle macchie lunari).

L’Anima teologica, insomma, è qui per riprendersi l’Anima filosofica. Prima o poi la resa dei conti arriva per tutti, e non è mai un bel momento. Prendendolo di petto Beatrice pronuncia il suo nome forte e chiaro, come fece Adamo quando diede il nome a tutti gli esseri viventi per investirli di una particolare dignità (Genesi, II, 19-20).
Beatrice lo fa piangere, e con ragione. Beatrice è l’ammiraglio che mobilita la virilità, essendo parte di un uomo. Beatrice non fa sconti, giudica ogni cosa. Beatrice avvia una solenne requisitoria davanti alla giuria celeste, ricostruendo pubblicamente la molle natura dell’accusato mentre lui, come un bambino colto in flagrante, cerca di muovere a compassione gli Angeli.
Davvero per ripulirlo dalle scorie terrene c’era bisogno di un tribunale, non bastava la sfiancante arrampicata sui tornanti del Sacro Monte? E dire che per dimostrare la propria disponibilità a piegare i pensieri aveva persino fatto ammenda del suo orgoglio intellettuale chinandosi con i superbi, schiacciati dal masso che portavano sulla schiena. “(…) dritto sì come andar vuolsi rife’mi / con la persona, avvegna che i pensieri / mi rimanessero e chinati e scemi” (Pg XII 7-9).
Obiettivamente i due regni precedenti gli hanno insegnato molto, il suo pentimento è sincero e per questo non ringrazierà mai abbastanza il fidato Maestro spirituale (in hindi: gurū), sempre pronto a «bacchettare» i suoi sbagli per poi rifocillarlo con piccole dosi di vitalità ed energia.
Miscelando sapientemente l’Amore comprensivo e la Saggezza altruistica, Virgilio se l’era portato in grembo come una trepida «madre» per il tempo necessario a farlo rinascere nel mondo spirituale, infine lo aveva lasciato libero di volare. Con il Maestro al fianco Dante si era sentito sicuro, difeso; mentre il faccia a faccia con la sua Anima celeste, inflessibile e giudicante, lo sta mettendo in agitazione. Di sicuro non ha lasciato il Paradiso per assecondarlo, vorrà raddrizzarlo.

 

La convivenza con l’anelito delle due metà animiche, il cui ricongiungimento segnava il ritorno alla casa del Padre, era parte integrante della vita dei Catari. In genere le «nozze celesti» avvenivano al termine del ciclo delle rinascite, durante l’«ultima» vita, quando sotto il segno dell’Amore (in dio) le anime gemelle percorrevano insieme la Strada del Ritorno, rappresentata nel poema dalla risalita attraverso i sette cieli.
S’inserisce in questo contesto l’atteggiamento intransigente dell’«ammiraglio», che altrimenti sarebbe un semplice elemento narrativo. L’Anima celeste (Beatrice) è scesa dal suo scranno dorato per riprendersi l’Anima terrena (Dante), ritenendola ormai pronta “a salir a le stelle”.
Ed ecco allora manifestarsi Beatrice “donna del ciel”; Beatrice che “scese dal ciel” per conferire con Virgilio; Beatrice che “’mparadisa la mia mente”; Beatrice che “lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto”. Nella Vita Nuova la devozione del poeta assume addirittura accenti biblici ed evangelici, con tanto di puntuali citazioni dai testi sacri, che poco si addicono a un amore di gioventù.
Tra l’altro non vanno dimenticate le regole ferree della retorica medioevale, che proibiva ogni riferimento alle proprie vicende biografiche. Per quale ragione Dante avrebbe dovuto violarle? Senza contare l’incongruenza di un viaggio totalizzante che corona l’opera con la descrizione dell’amore giovanile verso una fanciulla che poi andò sposa a un altro uomo. Verosimilmente Boccaccio, grande ammiratore di Dante, fece il nome di Bice Portinari per sviare le indagini e salvare così la Commedia (in odore di eresia) dal rogo.
La visione di Beatrice “dentro una nuvola di fiori” è un’elegante riedizione del Navigium Isidis, la festa della «nave di Iside», una specie di processione rituale con al centro un’imbarcazione di legno (il carro dantesco) piena di addobbi floreali e nastri colorati. La nave veniva varata in una data corrispondente alla prima luna piena successiva all’equinozio di primavera, e, almeno nelle intenzioni di chi istituì il rito, doveva ricordare la dea che viaggiò per tutti i mari prima di ritrovare le parti del corpo di Osiride, fatto a pezzi da Seth, e metterle insieme grazie alle sue arti magiche.
In sostituzione di Iside il cristianesimo mise in acqua la Madonna, la cui statua addobbata di fiori viene tuttora trasportata in barca nel corso di alcune feste patronali italiane. Similmente Dante fa salire a bordo del sacro legno (il carro) l’«ammiraglio», e non lo fa in un momento qualsiasi bensì in prossimità della cosiddetta Pasqua dei Fiori, mentre il sole tocca crucialmente e supera l’equatore celeste inaugurando il periodo più luminoso dell’anno, tradizionalmente dedicato alla resurrezione di Cristo. Nella fattispecie, dell’anima del poeta.

 

Beatrice possiede tutti gli attributi dell’Angelo Custode di zoroastriana memoria. In qualità di tramite tra dio e l’uomo interpreta il ruolo dell’Anima divina che protegge e custodisce l’Anima mondana al fine di elevarla spiritualmente. Le due metà in cammino verso la luce di dio si distinguono dalle omologhe della narrazione cattolica, nella quale il Custode e il custodito operano su piani differenti di realtà.
Il concetto ha radici profonde nella figura dell’Angelo-messaggero che all’inizio dei tempi rivelò la verità ai Persiani. Purtroppo gran parte dei testi avestici furono spazzati via dall’invasione araba del 640 a.C. ed è già tanto se gli ultimi zoroastriani in fuga dalla Persia sono riusciti a portare le ceneri del fuoco sacro nel Gujarat, nel nord-ovest dell’India, dove i «parsi» (così vennero chiamati) sono tuttora attivi, sebbene poco numerosi, nella capitale commerciale Mumbai.
Attraverso le peregrinazioni dei Catari alcuni elementi dell’antica dottrina penetrarono nella società medioevale italiana e francese; da qui, probabilmente, l’idea dantesca dell’Angelo/Beatrice. Nei secoli successivi le cose si complicarono, prima arrivò la modernità e poi la frammentazione della post-modernità, così che in mancanza di punti di riferimento oggi ci troviamo accanto all’«amica chatbot», un programma di intelligenza artificiale ideato per conversare con noi, fornire indicazioni e dare consigli.
A richiesta il «tecno-custode» può avere le sembianze di una cara persona morta, che equivale a tenere sul comò un’urna di vetro con dentro l’amato cane imbalsamato. Opportunamente caricato è anche in grado di simulare i discorsi fatti ai tempi del vecchio rapporto in modo letteralmente mortifero. I più onesti optano fin dall’inizio per una replica di sé stessi, così il «contatto» (previo abbonamento annuale) può proseguire senza fastidi.
Più si chatta, più si permette alla chatbot d’immagazzinare dati e rispondere a tono. Resta inteso tuttavia che il tecno-custode non porterà lontano l’amico-cliente, che così facendo si preclude la risalita «attraverso i sette cieli». L’ignoranza strutturale dell’una e dell’altra parte esclude altresì la possibilità di riannodare i fili dell’enorme cultura comune che oggi stiamo cancellando, come se il Sapiens avesse passato gli ultimi centomila anni a pettinare le bambole, direbbe qualcuno.

 

Calato invece in una dimensione aurea il Paradiso Terrestre dantesco non perde smalto e continua a sfidare il tempo. Senza uscire dalla strada tracciata dal Rig Veda (1: 139.2) incoraggia il lettore a «vedere l’aureo», cioè l’immortale, con questi occhi, finché l’Anima è «in carne». Il sentiero del non ritorno va battuto quando ancora si è vivi, non dopo la morte. Solo così è possibile spezzare la catena delle reincarnazioni e aspirare alla trasformazione in Spirito superiore, in scintilla, diventando come i beati del Paradiso (Baghavad Gîtâ XV,1, Katha Upanishad 6,1).
In fondo è un po’ questo il motivo dell’incontro tra l’«anima umana» (Dante, ancora intrappolato nel corpo mortale) e l’«anima divina» (Beatrice, rimasta finora in cielo a vegliare sull’altra metà). Entrano nel contesto i ripetuti rimproveri dell’«ammiraglio», che al contrario di Virgilio non ammette cedimenti né lacrime da donnicciola. Sembra, anzi, che faccia apposta a parlare difficile per mettere il terrestre alla prova. Dice cose astruse e pronuncia parole profetiche che Dante stenta a capire. L’unico dato certo riguarda la dura punizione che alla fine dei tempi colpirà quanti hanno offeso la giustizia divina; ma questo già si sapeva.
Ringrazia il tuo straordinario intelletto se puoi fare questa esperienza, conclude Beatrice, e cerca di non dimenticare nulla perché il poema dovrà riportare ogni dettaglio. A cominciare dallo stato pietoso in cui versa l’Albero del Bene e del Male, una povera pianta “dispogliata” e “dirubata” dalle malefatte dell’uomo-Adamo. Vedi com’è ridotta, o dormi? “Dorme lo ‘ngegno tuo, se non estima / per singular cagione esser eccelsa / lei tanto e sì travolta ne la cima” (Pg XXXIII 64-66).
Essendo il simbolo della Giustizia Divina che ha la sua origine in Cielo, la pianta è capovolta come rovesciato appare il mondo umano (Coomaraswamy, Il grande brivido) in seguito al «traviamento» intellettuale operato dalla filosofia che ha emarginato la teologia. Ma forse il concetto non è ancora chiaro nella mente di Dante, che ne deve mangiare di pane senza sale prima di arrivare al Primo Mobile, o Nono Cielo, dove affondano le radici dell’Albero della Vita.
La differenza tra i due simboli astro-vegetali (l’Albero del Bene e del Male, l’Albero della Vita) emerge in tutta evidenza dal passo dello Zohar commentato da Coomaraswamy nella stessa opera: “Non appena cade la notte, l’Albero della Morte prevale nel mondo e l’Albero della Vita sale al sommo dei sommi”.
Volendo vedere nei due alberi le forme di due triangoli (Renè Guénon), il triangolo dritto potrebbe rappresentare la divinità mentre il triangolo rovesciato, in qualità di natura umana fatta ad immagine di dio, ne costituirebbe il riflesso. Di fatto l’albero è sempre lo stesso e la posizione assiale è incontestabile, difatti Dante pone entrambi nello spazio-ponte tra l’Eden e il Paradiso, tuttavia la prima forma riflette la seconda. C’è differenza.

 

Anche nella tradizione avestica i due alberi Haoma (il bianco e il giallo) si presentano agli occhi dell’umanità allontanata dalla «dimora primordiale» in doppia veste, nel senso che il terrestre è il surrogato del paradisiaco. Un’immagine che descrive in modo realistico il cammino storico del Sapiens, il cui percorso «divino» (da dèi a uomini) è partito dall’unità primordiale per passare dalla dualità e terminare nella manifestazione (Cielo/Terra, Spirito/Materia, Purusha/Prakriti).
Nella stessa direzione sembra andare il suggerimento di Dante; perché, caso mai non si fosse capito, l’ammiraglio sta puntando il dito sul lettore. Vuoi tornare all’Origine, cioè all’Unità originaria? Allora, procedi in senso inverso. Sbrigati però a partire, il processo di rettificazione e rigenerazione non ti aspetterà in eterno.
Vanno letti in quest’ottica anche i ripetuti riferimenti al merito personale, oggi estinto perché la società capovolta del XXI secolo non sa cosa farsene dei meritevoli, ha bisogno di obbedienti. Tuttavia i rovesciamenti forzati hanno una vita breve e non c’è motivo di credere che questo farà eccezione, come dimostra il numero crescente di persone tornate alle domande fondamentali. «Lavorare» per cambiare il mondo attorno a sé, o cambiare il Sé per compiacere il mondo? Lasciare l’umanità preda della sua “procella” e del suo disordine politico e morale, o unirsi ad essa nel declino?
A tale proposito il poeta ricorda che Cristo non ha ordinato agli apostoli di camminare cercando di piacere alla gente per fare il tutto esaurito al botteghino bensì di muoversi per diffondere la Verità, che, in qualità di novità dirompente (di ordine spirituale), ha sempre dato un gran fastidio ai detentori del potere per via della sua enorme forza dirompente.
La storia segue lo stesso copione persino nell’attuale manicomio globale, dove i nuovi abiti dell’imperatore sfoggiano come gioielli preziosi le intelligenze artificiali, le quali, però, non sono abbastanza «intelligenti» da programmare l’obsolescenza della parte immortale dell’uomo. Così com’è stato concepito l’essere umano esce dalla fabbrica super-accessoriato, anche se non è mai contento, e sarebbe già nel Settimo Cielo se impiegasse il tempo a studiare il libretto delle istruzioni anziché accontentarsi di desiderare.

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (ed. Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (ed. Audax Editrice). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

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