19 Aprile 2024
Filosofia

Questioni di filosofia interculturale – Marco Calzoli

Nella storia della filosofia si è molto poco sviluppato il concetto di comparazione filosofica, cioè il confronto tra vari sistemi filosofici. È molto evidente, ma poco considerato, che la operazione della comparazione, cioè del confronto, non è anomala, ma intrinseca alla filosofia. La filosofia intesa come “amore del sapere” si pone una serie di problemi e domande, ma in sé ogni domanda implica una comparazione, anche se non lo avvertiamo. Per esempio quando diciamo “la mela è rossa?”, abbiamo in atto un lavoro di confronto, quello tra l’idea di mela e il colore rosso. Di più, la comparazione è alla base del linguaggio: non possiamo dire solamente “è”, ma diciamo “il gatto è rosso”, cioè poniamo un confronto tra il gatto e il colore rosso.

 La comparazione filosofica è un confronto specifico tra sistemi di pensiero articolati. Una delle prime comparazioni filosofiche occidentali è quella di Anassimandro con Talete: il primo formula l’Apeiron in confronto polemico con le tesi di Talete, che poneva come principio l’acqua. In base a questo confronto Anassimandro dà identità al proprio concetto di Apeiron.

 Pertanto, in genere, qualsiasi cosa venga proposta non lo è nel vuoto assoluto, ma è una tesi che entra in confronto e in rapporto con tesi precedenti o contemporanee. Nessun pensatore ha mai avanzato le proprie idee nel vuoto assoluto.

 In Oriente la comparazione avviene in termini analoghi. Le dottrine orientali non sono in genere filosofie come quelle occidentali, tuttavia facciamo due esempi celebri. Il taoismo nasce nel VI secolo a.C. in Cina con il Tao Te King di Laozi, ove nel capitolo 18 è scritto: “Quando il Gran Tao fu negletto si ebbero carità e giustizia, quando apparvero intelligenza e sapienza si ebbero le grandi imposture, quando i sei congiunti in una famiglia non furono in armonia si ebbero pietà filiale e clemenza paterna, quando gli stati caddero in disordine si ebbero i ministri leali”. Questa tesi del taoismo si pone in contrasto con quella del confucianesimo, nato anch’esso in Cina nel VI secolo a.C., ma per opera di Confucio, per il quale l’uomo ideale è il buon padre di famiglia e il competente funzionario dello stato.

 I taoisti ebbero secoli di polemiche con i confuciani. Il principio fondamentale che esprime il taoismo è la spontaneità, quindi Tao è ciò che si conforma alla propria natura, in parole povere possiamo dire che meno si controlla la mente più emerge il Tao, che fa girare tutto l’universo. Invece il confucianesimo si pone ad un certo punto della sua storia in contrasto con il taoismo: per i confuciani bisogna seguire delle regole, siano cerimoniali, siano di vita, siano morali, come la benevolenza, la carità, la giustizia, la pietà filiale, e così via, quindi è necessario controllare la mente, anche mediante la cultura (intelligenza e sapienza, che non sono come per i taoisti il mettere in armonia la mente con la natura, ma una sorta di sovrastrutture che si impongono sulla spontaneità della mente dandole delle regole).

 Il secondo esempio è quello del buddhismo, filosofia nata nel VI secolo a.C. in India con la predicazione del Gautama Buddha o Siddharta, il quale si pone in polemica con il brahmanesimo o induismo, che è la religione primordiale dell’India, la più antica del mondo. Per l’induismo c’è un concetto fondamentale, quello di Atman, cioè di anima individuale, che è identificata con il Brahman, che è l’anima del mondo, il Principio assoluto che regge tutte le cose, sebbene non sia nominabile né schematizzabile in nessun modo. Il Brahman pensato come infinito non può essere de-finito da nessuna parola. Detto in altri termini, il Microcosmo (Atman individuale) coincide con il Macrocosmo (Brahman o Atman universale). Nella reincarnazione si mantiene l’Atman indivudale indipendentemente la vicenda umana, cioè la sua morte: nonostante le morti delle varie vite dell’uomo, l’Atman trasmigra e genera nuove reincarnazioni. Ora, il buddhismo mette in discussione la legittimità dell’esistenza dell’Atman.

 In secondo luogo il buddhismo pone un confronto serrato a carattere storico-sociale con l’organizzazione sociale in caste (per via della nascita), tipica dell’induismo. Nel Dhammapada (26) si legge: “Non si diventa sacerdoti per i capelli intrecciati, per la stirpe o per la nascita, chi possiede verità e rettitudine, questi è benedetto, questi è sacerdote”.

 In Occidente nell’epoca moderna la filosofia comparata muove i suoi primi grandi passi con La philosophie comparée (1923) di Masson Oursel, un filosofo francese che considera la possibilità di comparare temi e sistemi filosofici che si sono sviluppati in luoghi e tempi molto diversi. Per questo filosofo sono quattro fasi per fare filosofia comparata:

 

  • Bisogna prendere questi temi filosofici come dati di fatto, cioè come oggetti indipendenti dagli interessi e dalle intenzioni di chi li osserva. È un approccio positivista, che pensa all’oggetto e non al soggetto.
  • Tali dati di fatto vanno sottoposti ad analisi nelle proprie componenti.
  • Queste componenti (qualità specifiche) vanno confrontate per stabilire analogie e differenze.
  • Tale metodo si condensa nella proposizione “A : a = B : b”, con la quale si stabilisce un rapporto di corrispondenza tra una relazione interna ad una data cultura filosofica e una relazione interna ad un’altra data cultura filosofica. Per esempio, non è ammesso il confronto tra Socrate e Confucio in genere, ma è lecito un confronto, da un lato, tra Socrate e i sofisti greci e, dall’altro, tra Confucio e i sofisti cinesi.

 

 Il vantaggio di questa filosofia comparata, che nasce nel 1923 con Masson Oursel, è che evita il riduzionismo (la presunzione di una sola verità), invece lo svantaggio è il relativismo.

 Il relativismo è fondato sull’illusione di un soggetto super partes: cioè uno studioso che sia indipendente dagli oggetti che prende in considerazione. Da Cartesio in poi la scienza si è concentrata ad avere un metodo oggettivo, cioè fondato sui dati di fatto indipendenti dall’osservatore. Nel Novecento invece vi fu un importante libro di Heisenberg (Fisica e filosofia), il quale mediante le nuove acquisizioni della fisica subatomica ha cominciato a mettere in dubbio che ci possa essere una osservazione pura e semplice, indipendente dall’osservatore.

 Di fronte a questa frontiera della filosofia comparata prodotta da Masson Oursel, l’attuale filosofia interculturale (che ha come uno dei grandi esponenti il filosofo Pasqualotto) pone una prospettiva leggermente diversa, riassumibile in tre punti:

 

  • I dati della comparazione non sono indipendenti dal soggetto che li osserva.
  • Il soggetto che compara non è indipendente rispetto agli oggetti che compara.
  • I dati comparati e il soggetto che compara appartengono entrambi ad uno stesso campo problematico, determinato dalla loro interrelazione.

 

 Il soggetto non è il vertice di un triangolo alla cui base ci sono i dati, ma è un polo di uno stesso campo magnetico, l’altro polo sono gli oggetti: i due poli si influenzano a vicenda e generano le forze attive all’interno del campo.

 In merito Pasqualotto parla non di “filosofia comparata” bensì di “filosofia come comparazione”, in quanto la comparazione è insita sempre nella filosofia e in ogni forma di pensiero.

 Un concetto alla base della comparazione è quello di identità. Iniziamo dalla identità in antropologia. Nel 1871 Tylor (Primitive Culture) stabilisce una definizione di cultura in maniera molto interessante. Qual è l’identità di una cultura? È un insieme complesso che include conoscenze e abitudini condivise dall’uomo come membro di una società. Quindi la cultura è una caratteristica universale perché tutti gli uomini sono partecipi di una cultura. Allora ogni popolo è fornito di cultura. Se questo è vero, pertanto non ci sono culture superiori e culture inferiori. Secondo la definizione di Tylor, non esistono culture “primitive”, cioè inferiori, ma solo diverse dalla nostra. Per questo motivo non possiamo più parlare di etnocentrismo: per millenni la storia delle culture si è sviluppata in modo etnocentrico, come i greci che si pensavano come la razza superiore, così come i romani, i galli, gli inglesi, i cinesi, e così via. Taylor quindi inaugura il relativismo culturale, per il quale vi è pari dignità tra tutte le culture in base al fatto che nessuna vale in assoluto ma ogni cultura è relativa al gruppo che le adotta. Il relativismo culturale ha un aspetto positivo (la natura di ogni etnia è di tipo culturale e non biologico) e un aspetto negativo. Quest’ultimo è il rischio di considerare l’equivalenza delle culture come indifferenza delle culture: se ogni cultura fosse uguale alle altre, non dovremmo perdere tempo a studiarle, in quanto conoscendola una ne conosceremmo tutte. Allora oggi si parla di etnocentrismo critico: quando si studia una cultura diversa dalla propria, si parte necessariamente dall’interno di questa, ma senza giudicare le altre inferiori o superiori (proposta fatta da De Martino, Naturalismo e storicismo nell’etnologia, 1941).

 Proseguiamo con la identità nella sociologia. La sociologia prende in considerazione il problema dell’identità secondo due processi molto ampi: identificazione e individuazione. Si parla di identificazione quando un individuo si mette in relazione a figure e ruoli rispetto ai quali riconosce caratteri simili, così da crearsi un senso di appartenenza (dalla famiglia allo stato, l’Europa, l’umanità nel suo complesso). Si parla di individuazione quando un individuo non si riconosce dal gruppo di appartenenza e quindi si distingue dagli altri (gli adolescenti non si identificano dai membri della famiglia). Nelle società più sviluppate abbiamo casi che vanno al di là di questi due processi: identità multiple (ogni individuo può assumere più ruoli, per esempio socialmente è padre ma può essere anche un lavoratore di vari tipi di strutture lavorative) e identità fluide transnazionali (proprie dei migranti di oggi ma anche degli schiavi di ieri, che hanno un’altra personalità fluida che non cancella quella di partenza più stabile). Quindi l’identità non è mai uno stato di cose fisso, ma è un processo che si produce e può cambiare nel tempo. Non dovremmo nemmeno parlare di “identità”.

 Dal canto suo la psicologia afferma che la identità è l’insieme di quei fattori che caratterizzano ciascun individuo come un singolo inconfondibile. La identità oggettiva è quella che ognuno ha per gli altri, la identità soggettiva è quella che ognuno ha per sé. La psicologia non le considera stabili ma processi in divenire. La identità oggettiva (come appariamo agli altri) ha tre modi per manifestarsi:

 

  • Fisica (corpo, viso, vestito).
  • Sociale (età, stato civile, lavoro).
  • Psicologica (è la personalità, formata da intelligenza, carattere e temperamento, cioè una serie di atteggiamenti stabili in momenti differenti).

 

 L’identità sociale di un individuo si costruisce mediante tre momenti (Henri Tajfel, Gruppi Umani e Categorie Sociali, 1981):

 

  • Categorizzazione (ogni individuo costruisce la propria identità esasperando le somiglianze del gruppo di appartenenza e enfatizzando le differenze tra gruppi diversi).
  • Identificazione (appartenenza di un individuo a un gruppo).
  • Confronto sociale (un individuo confronta il proprio gruppo con gli altri gruppi, considerando quello di appartenenza migliore).

 

 Per Tajfel la costruzione dell’individuo è sempre aleatoria, soprattutto nelle società avanzate, vale a dire che una persona non è mai del tutto sicura della propria appartenenza, questo crea insicurezza.

 La filosofia si occupa da millenni del problema della identità. Eraclito dice:

 

  • “Ciò che contrasta concorre e da elementi che discordano si ha la più bella armonia” (frammento 24).
  • “Armonia che da un estremo va all’altro estremo come è nell’arco e nella lira” (frammento 26).

 

 Per Eraclito qualcosa può essere inteso come identico solo in rapporto con il diverso. Quando diciamo “io sono io”, non diciamo nulla, è una tautologia. “Io” è collegato necessariamente a una serie di qualificazioni che possono esistere solamente in rapporto al “tu”.

 Platone mantiene la dinamica del ragionamento di Eraclito ma la trasforma in maniera più complessa ponendo due idee assai astratte (essere e non essere). Platone sostiene questo (Sofista 259 a-b):

 

  • “Vi è partecipazione reciproca tra i generi”.
  • “L’essere e il diverso si estendono a tutti i generi e partecipano l’uno dell’altro”. Vuol dire che tutte le cose, sia quelle fisiche sia quelle non fisiche, hanno intrinsecamente due aspetti, cioè la identità e la diversità.
  • “Il diverso quindi partecipa dell’essere”. Vale a dire che non può esistere una identità senza la diversità.
  • “Pur con tale partecipazione, non è il genere stesso cui partecipa, ma un altro genere”.
  • “Ed essendo diverso dall’essere è nel modo più certo e necessario un non essere”.

 

 Hegel riprende la capitale tesi di Platone e scrive (Fenomenologia dello Spirito): “L’autocoscienza è in sé e per sé in quanto e perché è in sé e per sé per un’altra; ossia essa è soltanto come qualcosa di riconosciuto”. Nella Scienza della logica Hegel scrive: “L’essere per altro e l’essere in sé costituiscono i due momenti del qualcosa”.

 Questo discorso filosofico sulla diversità, getta luce sulle culture, nel senso che mostra come non esiste un diverso assoluto. Le culture tra loro diverse sono in realtà partecipi le une delle altre. In questo modo possiamo dire che la identità di una singola cultura non è assoluta ma si fonda sull’apporto di altre culture.

 Le identità culturali si pongono, in rapporto reciproco, in modo assai diverso. Ci sono 4 tipi di rapporti tra identità culturali:

 

  • Reattivo: è quello più comune, in cui chi appartiene a una certa cultura vuole conservare la propria visione e vuole proporla come modello per le altre culture. La motivazione è la paura di perdere la propria purezza. La conseguenza è un atteggiamento molto negativo perché è la rivendicazione della superiorità della propria cultura sulle altre, come nei totalitarismi del Novecento.
  • Passivo: è il contrario del precedente, in cui una cultura tende a dimenticare in modo spesso inconsapevole le proprie visioni del mondo, è una forma di alienazione, per cui ciò che viene da altre culture viene accolto come superiore. La motivazione è una inerzia cui le masse subiscono omologazioni di comportamenti, di usi e costumi. Per anni l’Italia è stata subalterna alla cultura americana. Il Giappone dopo trenta anni dal secondo conflitto mondiale è stato passivo nei confronti dell’Occidente.
  • Attivo: abbandono consapevole delle proprie visioni del mondo e sostituzione con quelle di altre culture ma con la compresenza della propria identità. Nella Cina contemporanea e nel Giappone contemporaneo vi è una sostituzione sistematica. Cina e Giappone sono stati abbagliati dai successi economici dell’Occidente ma al contempo hanno una forte motivazione riguardo la propria identità. Oggi Cina e Giappone assumono le conquiste migliori dell’Occidente ma mantengono le proprie radici.
  • Rapporto di consapevolezza critica: fondato sulla consapevolezza che ogni identità è costituita da alterità, quindi è importante mantenere la propria identità sapendo però che non è fissa e monolitica, ma una forza in trasformazione e plurale, cioè molteplice. Panikkar ha studiato le diverse religioni insistendo sulla pluralità. La motivazione è una evidenza logica e filosofica, nonché storica. Gli orientamenti che si sono concentrati su una identità fissa e monolitica hanno provocato dei disastri, quindi come reazione nasce il rapporto di consapevolezza critica. Si struttura come un confronto attivo tra identità diverse ben sapendo che non c’è una sola cultura migliore, quindi si accettano contributi da varie parti. Secondo questo rapporto di consapevolezza critica si amplia la filosofia (che accetta apporti anche dal pensiero orientale) e si porta avanti un esercizio della filosofia comparata che non si accontenta di analizzare analogie e differenze (come Masson Oursel) ma porta avanti una filosofia dell’intercultura, dove una riflessione sui concetti fondamentali (vita, morte, bene, male, e così via) si muova da diverse prospettive: partendo da diverse culture approfondisce i concetti senza far prevalere la visione di una certa cultura come verità assoluta.

 

 Quando abbiamo a che fare con le culture diverse, ci può essere anzitutto il MONOCULTURALISMO, nel quale si tende a creare una sola cultura e a soppiantare quelle diverse. Il monoculturalismo ha forme esterne:

 

  • Imposizioni violente dirette (colonialismo spagnolo e portoghese);
  • Imposizioni violente indirette (colonialismo inglese).

 

Ha poi forme interne:

 

  • Espulsione (Turchia: genocidio degli armeni);
  • Ghettizzazione (sud Africa);
  • Assimilazione (Francia, Belgio).

 

 Invece il PLURALISMO si fonda sul riconoscimento ma anche sulla tolleranza delle culture diverse. I suoi limiti sono: enfatizza il valore della cultura tollerante; tende a preferire l’esercizio della tolleranza in ambito privato (preservare troppo una cultura in ambito privato significa ghettizzarla, problema di non poco conto).

 Abbiamo poi il MULTICULTURALISMO, presente attualmente in Australia e Canada, che può essere di due tipi:

 

  • Radicale, privilegia le culture in cui i diritti comunitari prevalgono su quelli individuali;
  • Moderato: privilegia quelle culture in cui si bilanciano diritti comunitari e diritti individuali.

 

 In Canada si assumono i valori di quelle culture indigene preesistenti alla invasione anglosassone e francese intendendoli come modelli, cioè la vita comunitaria degli indigeni non è solo studiata ma assunta come modello per gli attuali canadesi. I limiti del multiculturalismo sono:

 

  • Tende a considerare le culture come dati fissi, invece le culture sono modificabili, permeabili, sono spugne e non monoliti;
  • Riconosce una pluralità di culture come ognuna di essa fosse una realtà autonoma, invece ogni cultura ha delle radici e dei sviluppi che sono plurali, cioè si fondano sempre su apporti diversi e esterni (è il cosiddetto transculturalismo, che è una proposta di Wolfgang Welsch, Transculturality: The Puzzling Form of the Cultures Today, 1999; invece Pasqualotto e Ghilardi usano il termine interculturalismo, cfr. Giangiorgio Pasqualotto, Il Tao della filosofia, 1989; G. Pasqualotto, Per una filosofia interculturale, 2009; G. Pasqualotto, Filosofia e globalizzazione. Intercultura e identità tra Oriente e Occidente, 2011; Marcello Ghilardi, Filosofia dell’interculturalità, 2012).

 

 Per renderci conto della prospettiva dell’interculturalismo, cioè che le culture nascono sempre da apporti esterni, pensiamo alla Grecia antica, che ebbe questi tre momenti esterni.

 

  • Civiltà minoica – cretese – (2700-1450 a. C.), scoperta nel 1900 da Sir Arthur Evans, che diede inizio agli scavi nel sito di Cnosso.

 

  • Civiltà micenea (1600-1100 a.C.) dal nome dalla città di Micene nel nord-est dell’Argolide (Peloponneso, Grecia meridionale). Importanti siti micenei furono anche Atene, Pilo, Tebe, e Tirinto. La sua ambientazione storica è presente nei poemi di Omero e in molti miti. Intorno al 1400 a.C. i micenei estesero il loro controllo a Creta, centro della civiltà minoica, e adottarono una forma di scrittura derivante da quella minoica per scrivere in un’arcaica forma di lingua greca. La scrittura dell’epoca micenea venne chiamata Lineare B. Alla fine dell’era micenea i greci cominciarono a formare la propria scrittura sulla base dell’alfabeto fenicio (XIV–XI) che, per alcuni segni, si rifaceva a sua volta ai geroglifici egizi.

 

  • Invasione dei Dori (1104-800 a.C. ca.), provenienti dal medio Danubio e/o dall’Illiria: è il periodo definito «medioevo ellenico». Ebbe origini doriche la città di Corinto che poi fondò Siracusa ed Ancona.

 

 Radici esterne sono presenti anche a Roma antica. Roma, secondo le testimonianze di Tito Livio (Ab urbe condita) e di Virgilio (Eneide), sarebbe stata fondata da Romolo, figlio di Rhea Silvia, figlia di Enea, principe dei Dardani, popolazione balcanica stanziata in Asia Minore. Enea, in fuga dalla guerra di Troia, sbarcò nel Lazio e sposò la principessa Lavinia, figlia del re locale Latino. Roma si sviluppò in modo progressivo, attraverso una serie di alleanze tra villaggi presenti fin dal 1000 a.C. su alcuni colli della sponda sinistra del Tevere, in particolare il Campidoglio, il Palatino, l’Esquilino e il Celio. La maggior parte di questi villaggi era di origine latina, ma alcuni anche di origine sabina ed etrusca: lo stesso nome ‘Roma’ deriverebbe dal termine “Romun” con cui gli etruschi identificavano il fiume Tevere.

 Poi la Magna Grecia fu inflazionata da apporti greci (colonie greche). In seguito la penisola italica fu inflazionata da questi popoli esterni:

 

  • Vandali in Sicilia (440);
  • Eruli (Odoacre: 476-493);
  • Ostrogoti (493-553);
  • Longobardi (568-774);
  • Carolingi, Bizantini e Arabi (774-1002)
  • Normanni (1061-1194);
  • Svevi (1194-1266);
  • Angioini (1266-1282);
  • Aragonesi (1283-1516);
  • (1516-1713);
  • (1720-1734);
  • Borboni (1734-1860).

 

 Pensiamo anche alla Cina. La Cina si estende su di una superficie di circa 9 milioni di km quadrati (poco meno dell’Europa). Al suo interno conta 56 gruppi etnici (min zu) e minoranze (shao shu min zu).

  • L’etnia han, è la più diffusa: 91,59% della popolazione totale. Anche la lingua ufficiale cinese (il mandarino) deriva dal nome di quest’etnia: hàn yǔ significa infatti “lingua degli han”.
  • zhuang è la più “grande minoranza”, seconda solo agli han, e conta 18 milioni di individui distribuiti nel Sud del Paese, soprattutto nella regione autonoma del Guanxi Zhuang. (La più popolosa etnia di origine thai)
  • hui, la più diffusa su tutto il territorio con una popolazione superiore ai 10 milioni, in prevalenza di fede islamica.
  • manzu, anch’essa assai popolosa (ca. 10 milioni) vive in prevalenza nel nord-est (Manciuria) occupandosi soprattutto di agricoltura.
  • uiguri, di poco superiore ai 10 milioni, è un’etnia turcofona che vive nella regione dello Xinjiang (nord-ovest) e nella contea di Taoyuan della provincia di Hunan (Cina centro-meridionale).
  • miao, (9,6 milioni) è un’etnia che vive principalmente nelle regioni montane nella Cina del sud (Guizhou , Hunan, Yunnan, Sichuan, Guangxi, Hainan, Guangdong e Hubei). Loro sottogruppi risiedono in alcune regioni del sudest asiatico (Vietnam, Laos, Birmania e Thailandia del Nord).
  • Yi, è la settima minoranza in Cina con ca. 8 milioni di persone concentrate nelle aree rurali del Sichuan, Yunnan, Guizhou, e del Guangxi. L’etnia Yi ha una propria lingua, suddivisa in 6 dialetti.
  • Tujia, minoranza di ca. 8 milioni che vive nelle montagne del Wuling, ai confini con lo Hunan, e nelle province dello Hubei, Guizhou e Chongqing. I Tujia sono conosciuti per la loro abilità nel canto e nella danza e per il loro vestiti tradizionali. Ma anche per il vasellame usato per secoli come tributo alle dinastie cinesi.
  • Tibetani, ca. 5.4 milioni, risiedono in Tibet ma anche in India, Nepal e Bhutan. Le loro origini sarebbero mongoliche.
  • Mongoli, ca. 6 milioni, abitanti dell’attuale Mongolia. Storicamente hanno rappresentato la maggiore minaccia per gli han che li chiamavano “barbari”.

 

  • Dong, popolo che vive soprattutto di agricoltura nelle province dello Hunan, Guanxi e Guizhou.

 

  • Bouyei, (ca. 3 milioni) vivono principalmente a sud nelle province di Yunnan e Sichuan.

 

  • Yao, risiedono in prevalenza nel Sud-Ovest della Cina; sono ufficialmente riconosciuti anche in Vietnam.

 

  • Bai, vivono principalmente nelle province dello Yunnan (area di Dali), del Guizhou (area di Bijie) e dell’Hunan (area di Sangzhi). La loro economia si basa su agricoltura e pesca. Sono in gran parte buddisti, e vestono prevalentemente di bianco.

 

  • coreani (in Cina), provenienti dalle due Coree nel corso dei secoli, perfettamente integrati in Cina.

 

  • Hani, vivono distribuiti nello Yunnan, tra le rive del Mekong e del Fiume Rosso.

 

  • Li, vivono lungo le zone costiere della provincia cinese di Hainan. La loro lingua proviene dal ceppo delle lingue thai.

 

  • Kazaki, vivono stabilmente nella contea autonoma kazaka nello Xinjiang.

 

  • Dai, (ca. 1.2 milioni) concentrati nella provincia sud-occidentale dello Yunnan. Questa etnia fa parte della famiglia dei popoli thai della Thailandia.

 

  • She, (ca. 700.000) quasi tutti stanziati nelle province cinesi di Fujian.

 

  • Lizu, alcuni originari del Tibet, alcuni delle zone nord-occidentali della provincia cinese di Yunnan.

 

  • Dongxiang, (ca. 620.000) vivono nella Prefettura Autonoma di Linxia Hui e nell’area della provincia di Gansu. Strettamente correlati ai Mongoli, sono tra le più povere etnie cinesi.
  • Gelao, (ca. 550.000), quasi tutti localizzati ad ovest nella provincia di Guizhou. Altri vivono in Guangxi, Yunnan and Sichuan. La loro lingua fa parte del ceppo thai.

 

  • Lahu, (ca. 485.000) concentrati nella provincia dello Yunnan. Sono una delle sei etnie principali della Thailandia.
  • Wa, (circa 420.000) concentrati nella provincia sud-occidentale dello Yunnan. La maggior parte vive in Birmania.

 

  • Shui, (ca. 410.000) discendenti dagli antichi Baiyue, risiedono nel Guizhou (sud-ovest).

 

  • Naxi, (ca. 300.000), concentrati nel distretto di Gucheng e nel paese autonomo di Yulong che insieme costituiscono la regione autonoma di Lijiang della provincia dello Yunnan. Il popolo Naxi è depositario dell’unica scrittura pittografica ancora oggi vivente, il cui nome “Dongba” deriva dall’omonima tradizione religioso-sciamanica.

 

  • Qiang, (ca. 300.000), concentrati nel nord-est nel Sichuan. Nella Cina antica il termine Qiang era usato per descrivere tutti i popoli non Han. Attualmente si riferiscono a loro stessi con il termine erma e vivono sulle montagne in piccoli villaggi detti zhai composti da 30 a 100 famiglie.

 

  • Tu, vivono nelle province di Qinghai e di Gansu. Chiamano se stessi «Mongour» (“mongoli bianchi”).

 

  • Mulao, (ca. 200.000), discendenti delle tribù dei Ling e dei Liao, abitano la regione autonoma di Guanxi (Sud della Cina).

 

  • Xibo, vivono nella regione dello Xinjiang.

 

  • kē’ěrkèzī zú, i loro antenati emigrarono nella Cina nordorientale più di 200 anni fa; ora vivono nel villaggio di Wujiazi, nella regione del Fuyu, provincia di Heilojiang. Di fede islamica, appartengono al ceppo turco-mongolo: si distinguono per essere tarchiati, di carnagione scura e per l’uso della barba.
  • Jingpo, gruppo etnico presente anche nel Myanmar. Popolo noto per il senso di autonomia, per la fede nel cristianesimo, e per l’abilità erboristica.

 

  • Dáwò’ěr zú, discendenti dei Kithai, vivono nella regione della Mongolia Interna (Nei Menggu).

 

  • Sala zú, popolo di discendenza turca, vive nella provincia di Gansu.

 

  • Bulang zú, discendenti dell’antica tribù dei “Pu” (濮) che visse lungo il fiume Lancang (Mekong). Praticano il culto degli antenati e il Buddismo Theravada. Sono noti per masticare “noci di betel” (araca catechu) che rendono i denti neri, considerati segno di bellezza.
  • Mao nan zú, (ca. 100.000), vivono a nord, nel Guanxi. Dicono di discendere dai Maonan che abitavano nella provincia dello Hunan.
  • Tajíke zú, vivono nella regione autonoma dello Xinjiang. Durante la dinastia Tang questo gruppo era chiamato in sanscrito han-devra-gotra («Discendenti degli Han e del dio-sole»). Nonostante il nome Tajik non parlano il tajiko, ma il sarikoli che ha influenze cinesi, uigure e wakhi.
  • Pumi zú, etnicamente correlati ai Qiang, gran parte di loro è stanziata nelle province di Yunnan e Sichuan. Popolo culturalmente influenzato dai Tibetani, ha uno stile di vita agricolo e patriarcale.
  • Achang zú, (ca. 40.000), abitano nella ragione dello Yunnan. La loro storia e le loro tradizioni sono state trasmesse attraverso la musica. Parlano una lingua burma (detta achang) priva di forma scritta.

 

  • Nu zú, divisi in diversi sottogruppi, abitano principalmente la prefettura autonoma di Nujang.

 

  • Ewenke zú, popolo nomade della Siberia: ca. 30.000 vivono in Cina, dei quali 23.000 nella regione di Hulunbuir nel nord della Mongolia Interna.
  • Jing zú, (ca. 28 mila), abitano nel Sud-Ovest della Cina; è una minoranza immigrata dal Vietnam centinaia di anni fa: parlano vietnamita e cantonese. Vivono lungo le coste delle isole Dongxing, Fangchengang e Guangxi.
  • Jino zú, vivono nella foresta sub-tropicale (prefettura di Xishuangbanna). Professano l’animismo e lo sciamanesimo; amano annerirsi i denti come i bulang zú e sono abili erboristi.
  • Deang zú, si definiscono tang; la maggioranza vive in Birmania, dove sono conosciuti come palaung. Durante le dinastie Sui e Tang, vennero chiamati anche mangman (“uomini barbari”). Non hanno un proprio alfabeto e per scrivere usano quello cinese. La maggior parte pratica il Buddhismo Mahāyāna.
  • Bao an zú, (ca. 12.000) vivono nelle province di Gansu e Qinghai, nel nord-ovest della Cina. Parlano il bonan, una lingua del ceppo mongolo, e sono prevalentemente islamici. Si crede discendano dai guerrieri mongoli musulmani stanziati in Qinghai durante le dinastie Yuan e Ming.

 

  • Eluosi zú, (ca. 15.000) sono di fatto Russi stanziati in Cina.

 

  • Yugu zú, gli Iuguri (da non confondere con gli Uiguri) vivono principalmente nella Regione Autonoma Sunan Yugur nel Gansu e sono i discendenti degli Uiguri Turchi. Molti parlano il turco, alcuni il mongolo.
  • Wuzibieke zú, sono Uzbeki stanziati in Cina e riconosciuti ufficialmente dal governo. Vivono nello Xinjaing.
  • Menba zú, concentrati nel territorio conteso dello stato indiano di Arunachal Pradesh, al confine tra India e Cina. La popolazione dei distretti di Tawang e Kameng è di circa 50.000 mila individui, mentre quella del distretto di Cuona, in Tibet, è di circa 25.000. Un altro piccolo gruppo di Monpa (ca. 2500 persone) si trova in Bhutan.
  • Elunchun zú, (ca. 8.000), vivono nella Mongolia Interna, nella zona «Bandiera Autonoma di Oroqen», una landa costituita da foreste con capoluogo Alihe. Vivono di caccia e le loro abitazioni sono in legno a forma di cono.
  • Dulong zú, (ca. 8000) presenti nella provincia cinese di Yunnan. Altri 6000 si trovano lungo il fiume Salween, nel nord della regione cinese di Gongshan. Le prima traccia di questa etnia risale ai Tang. La società è divisa in clan (15 in tutto).
  • Hezhe zú, (ca. 5000) vivono nello Heilongjiang; conosciuti anche come Nanai, furono cacciati dai giapponesi e confinati in campi di prigionia.

 

  • Gaoshan zú, aborigeni thaiwanesi detti in Cina «Gaoshan».

 

  • Luoba zú, suddivisi in due gruppi: gli Yidu e i Bokar. Vivono nella Regione Autonoma del Tibet.

 

  • Tataer zú, (ca. 3000) sono tartari stanziati in Cina, distribuiti nelle città di Alethai, Changji, Yiliq, Urumqi e Tachang. I Tartari cinesi parlano tartaro antico che non ha una forma scritta.
  • Ci sono poi altre etnie non classificate, come i macanesi (discendenti dei portoghesi a Macao dal XVI sec.), e così via.

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