21 Febbraio 2024
Religione

Ex Oriente Lux, ma sarà poi vero?, trentacinquesima parte – Fabio Calabrese

Come avrete certamente avuto modo di notare, fino al 2021 ho meticolosamente riportato su “Ereticamente” i testi delle conferenze da me tenute nell’ambito del Triskell, il festival celtico triestino che, come sapete, perlopiù si svolge annualmente attorno al solstizio estivo. L’anno scorso non l’ho fatto, mi sono limitato ad accennarvi in breve in un articolo di sintesi, e il motivo di ciò è semplice: la tematica che avevo scelto di trattare l’anno scorso, la narrativa di fantasia eroica, ha apparentemente pochi agganci con la nostra visione del mondo. Sottolineo apparentemente perché in realtà questi agganci esistono eccome, basti pensare all’ostilità con cui sono state accolte dai nostri sedicenti intellettuali di sinistra le opere di John R. R. Tolkien, Robert Howard, Jorge Luis Borges, ma questo non era il caso di evidenziarlo a un pubblico generalista come quello del festival celtico.

Anche per le conferenze di quest’anno mi limiterò a una sintesi, ma per un altro motivo: per prepararle, mi sono avvalso in buona parte di materiale già comparso nei miei articoli già presenti su “Ereticamente”, e come capite, non mi va di rivendervi più volte la stessa merce.

C’è anche un altro motivo, il Triskell si è svolto dal 21 giugno al 2 luglio, le mie conferenze si sono tenute martedì 27 giugno e domenica 2 luglio. Tuttavia i miei articoli de L’eredità degli antenati relativi al periodo del solstizio, mi avverte la mia tabella di marcia, non li potrete leggere prima di settembre, perché a causa della gran quantità di materiale che si è accumulato, si è formato un considerevole sfasamento temporale, a cui sto cercando di ovviare riducendo al minimo in questo periodo i miei articoli non attinenti a L’eredità degli antenati sulle pagine di “Ereticamente”.

Le due conferenze sono state, martedì 27 giugno La preistoria, i megaliti, i Celti e domenica 2 luglio Ritorno nel mondo dei megaliti, in entrambe ho fatto un lavoro di aggiornamento rispetto al ciclo di conferenze sui megaliti iniziato nel 2016, e non è che da allora tempo non ne sia trascorso e non si siano succedute novità e nuove ipotesi su questa parte della nostra eredità ancestrale. Già le scorse volte che ho scritto le parti più recenti di Ex Oriente Lux, ma sarà poi vero?, me ne sono servito per riportare gli aggiornamenti della tematica megalitica (e a loro volta questi testi mi sono serviti per stilare soprattutto la seconda delle due conferenze), questo appunto nella convinzione che i complessi megalitici che percorrono da un capo all’altro il nostro continente (e che i testi storici ammanniti fin dalle elementari fino all’università, graziosamente ignorano) costituiscono la prova più tangibile della grandezza e dell’antichità della civiltà europea.

Quindi una logica di continuità suggeriva di collocare qui questo nuovo scritto, ma non è soltanto questo, rileggendo i testi delle conferenze, mi è apparso chiaro che elementi che permettono di smentire la favola dell’origine orientale della civiltà, ce ne sono diversi, e consistenti.

Sarà bene chiarire subito un punto per non prestare il fianco a equivoci. Nella prima delle due conferenze, dopo un excursus sulla preistoria, venivo a dire la mia su una questione ormai annosa. Sappiamo che da decenni si discute se i costruttori dei monumenti megalitici dell’Europa occidentale e delle Isole Britanniche fossero una popolazione pre-celtica o proto-celtica, ovvero una gente preistorica poi sommersa dall’arrivo dei Celti, invece proprio gli antenati dei Celti storici. La seconda era l’opinione di Colin Renfrew considerato il più eminente archeologo del XX secolo.

Negli ultimi anni, la tecnologia dei droni ha permesso di scoprire nell’Europa centrale un gran numero di strutture a terrapieno di forma circolare risalenti all’età neolitica, che gli archeologi hanno chiamato roundel, circoli. Visibilmente sono gli antenati dei circoli megalitici, che nascono quando si cominciano a innalzare megaliti sopra il terrapieno. Il circolo di Gosek in Germania risalente a 7.000 anni fa, sembra proprio la transizione fra il roundel e il classico monumento megalitico. Le strutture più orientali sono più antiche e quelle occidentali più recenti.

C’è un pieno parallelismo con il movimento delle popolazioni celtiche, insediate in età storica nella parte più occidentale del nostro continente, ma la cui cultura più antica conosciuta è quella di Hallstatt in Austria. Bene, precisiamo che questo movimento est-ovest non ha niente ha che fare con quelli ipotizzati dai patiti dell’orientalismo. L’Austria non si trova in Medio Oriente, ma proprio nel cuore del nostro continente.

Un’altra questione che sono andato poi a dirimere è quella dell’origine degli Indoeuropei. Le lingue indoeuropee, è noto, si dividono nei due rami occidentale del centum e orientale del satem, così chiamate per la forma tipica che vi assume il numerale cento, il primo gruppo comprende le lingue neolatine, germaniche, celtiche, il greco, il secondo quelle slave e indo-iraniche. Una logica supposizione è che a una lingua originaria (Ursprache) corrispondessero un popolo originario (Urvolk) e una patria originaria (Urheimat).

I linguisti tedeschi del XIX secolo che scoprirono l’unità originaria delle lingue indoeuropee commisero un errore fondamentale che avrebbe sviato per decenni tutta la ricerca. Essi identificarono l’Urheimat indoeuropea con l’India, a motivo del fatto che i più antichi testi scritti che si conoscano redatti in una lingua indoeuropea sono i Veda, i testi sacri della religione indiana, redatti in sanscrito. Ora, l’attribuzione indebita è palese: il fatto che il sanscrito dei Veda sia la più antica lingua indoeuropea di cui abbiamo una testimonianza scritta non implica necessariamente che esso sia stato la prima lingua indoeuropea a essere parlata.

Ma a sviare la loro visione, a distorcere la prospettiva, c’era sempre il mito fasullo dell’Ex Oriente Lux. Ancora oggi, se andate a vedere su Wikipedia che è una grande raccolta del sapere mondiale, ma contiene anche non poche sciocchezze, potete vedere che popolazioni proto-slave come Sciti e Sarmati sono indicate come indo-iraniche, il che farebbe supporre una migrazione dall’India e dall’altopiano iranico verso l’Europa, di cui, è inutile dire, non si trova la minima traccia.

È invece verosimile che dalla sponda settentrionale del Mar Nero sia partita verso sud-est la migrazione degli Aryas, in origine una popolazione affine agli slavi, verso l’Iran e l’India.

D’altro canto, basta esaminare una carta geografica per rendersi conto che l’India è una parte marginale dell’area di diffusione delle lingue indoeuropee, inoltre quando gli Aryas sono giunti nel subcontinente indiano, esso era già densamente popolato da una popolazione etnicamente e linguisticamente diversa, i Dravidi, e se guardiamo bene, tutto il sistema delle caste che è durato in India per millenni, è stato concepito allo scopo di impedire mescolamenti di sangue, di tenere separate le due popolazioni. La prova definitiva, tuttavia, l’ha fornita la genetica: una recente ricerca sul DNA, del 2020 ha dimostrato nel patrimonio genetico degli indù appartenenti alle caste superiori, di geni “europei” in misura nettamente maggiore a quella della popolazione generale del subcontinente.

Tutto ciò rende fortemente inverosimile l’India come Urheimat indoeuropea, e se ci pensiamo bene, lo stesso termine “indoeuropei”, con la preminenza accordata al subcontinente asiatico, è mal scelto. “Euro-Indo-Iranici” sarebbe stato più appropriato.

C’è però quella che a prima vista parrebbe una notevole eccezione. La regione dell’Asia centrale nota come Sinkiang, oggi politicamente cinese, e dai cinesi ribattezzata Xinjiang è abitata da un popolo di lingua turca e religione islamica, gli Uighur. Qui si trova uno dei deserti più aridi del nostro pianeta, il Takla Makan, che le popolazioni locali chiamano “il luogo dove si entra e da cui non si esce”. In questa zona, nei pressi della località di Cherchen sono venute alla luce diverse mummie, che non sono, come quelle egizie, prodotti di imbalsamazione, bensì mummie naturali, cadaveri che l’estrema aridità della zona ha mantenuto in uno stato di conservazione pressoché perfetto. Si tratta probabilmente dei resti di persone che vivevano qui quando il clima era molto diverso e più propizio all’insediamento umano. Le più antiche risalgono a 4.000 anni fa.

E qui arriva la sorpresa, perché queste mummie non presentano alcuna caratteristica cinese o mongolica: sono i resti di persone di alta statura, pelle chiara, lineamenti prettamente europidi, capelli biondi o rossicci, e iresti dei loro abiti e gli oggetti che formavano il loro corredo funebre hanno spinto i ricercatori a battezzarle immediatamente come mummie “celtiche”.

Con ogni probabilità costoro appartenevano all’antico popolo dei Tocari che un tempo popolava il bacino del fiume Tarim, ma detto questo, il mistero è tutt’altro che risolto, infatti i Tocari ci hanno lasciato dei documenti scritti, e sappiamo che parlavano una lingua indoeuropea, ma non, come verrebbe da pensare, appartenente al gruppo del satem, bensì a quello del centum.

Io penso che il mistero abbia un’unica soluzione. Questa popolazione deve essere stata il frutto di una migrazione relativamente tarda, comunque posteriore alla suddivisione dell’indoeuropeo in satem e centum, che ha percorso un cammino esattamente inverso a quello che sembra il solo che gli archeologi fissati con l’orientalismo riescano a prendere in considerazione, spostandosi dall’Europa fino al centro dell’Asia, una popolazione “celtica” o perlomeno affine ai protocelti di Hallstatt.

Ma la storia non finisce qui. Nelle alte valli del Pakistan e dell’Afghanistan troviamo una popolazione bianca ed europide suddivisa nelle tribù dei Kalash e degli Hunza. Non solo presentano caratteri prettamente europidi, ma si mantengono testardamente e coraggiosamente pagani in un mondo islamizzato, ragion per cui nei secoli sono stati vittime di feroci persecuzioni da parte dei loro vicini mussulmani, persecuzioni che non sono cessate neppure oggi. L’analisi del DNA ha dimostrato una costituzione genetica di tipo europeo, con affinità con i tedeschi e gli italiani.

Secondo una nota leggenda, costoro sarebbero i discendenti di una legione perduta di Alessandro Magno. Improbabile, perché quando Alessandro giunse nella regione, costoro vi erano già presenti. L’ipotesi che mi sento di avanzare, è piuttosto che essi siano discendenti degli antichi Tocari, che il progressivo inaridimento del Takla Makan, oggi trasformatosi nel tremendo deserto che conosciamo, ha costretto a migrare altrove.

Inoltre Felice Vinci, l’autore di Omero nel baltico, nel suo nuovo libro, I misteri della civiltà megalitica ci dà notizie di un’altra popolazione europide dell’Asia centrale oggi politicamente cinese, i Wendat. A pagina 308 del libro è riportata la foto di un gruppo di Wendat, e si resta impressionati dai lineamenti prettamente europei della gente che vi si scorge. Io mi sentirei di ipotizzare che anche i Wendat traggano origine dall’antica migrazione tocaria.

Tuttavia lo strabismo orientale continua a colpire, o meglio a farci sbagliare il tiro, a spingerci a cercare le nostre radici dove certamente non sono, in Egitto, in Medio Oriente, in India.

Nel gennaio 2006 i giornali “Il Piccolo” di Trieste e “Il Messaggero Veneto” di Udine iniziarono la pubblicazione dei volumi di un’enciclopedia tematica del Friuli Venezia Giulia redatta in collaborazione con il Touring Club Italiano. Quello che ci interessa in particolare è il secondo volume dedicato alla storia della regione. A pagina 42 leggiamo:

 “In questo periodo, come già sottolineato, la regione che si estende dal fiume Livenza alle Alpi Carniche era occupata stabilmente dai Celti, popolazione nomade di probabile origine mesopotamica”.

Ohibò, e da dove salta fuori una castroneria del genere? I Celti erano (e sono) fuori da ogni possibile dubbio una popolazione europea: le lingue celtiche fanno parte del ceppo occidentale delle lingue indoeuropee (ceppo del centum), assieme alle lingue germaniche e romanze, al latino ed al greco; le loro più antiche sedi conosciute si trovano nella Gallia (odierna Francia), nelle Isole Britanniche e in Germania, e nulla, assolutamente nulla li ricollega alla Mesopotamia od al Medio Oriente.

Passo alla conferenza del 2 luglio, Ritorno nel mondo dei megaliti, era, come è facile capire, una conferenza di aggiornamento sulle tematiche megalitiche da me trattate negli anni precedenti, ma anche qui, di cose che dimostrano l’infondatezza della versione ufficiale che ci viene raccontata sulle nostre origini, e soprattutto sul mito fasullo della luce da oriente, ne sono saltate fuori parecchie.

Cominciamo da uno dei monumenti megalitici più celebri, la tomba di Newgrange in Irlanda. Nel 2020 i genetisti del Trinity College di Dublino hanno sottoposto ad analisi il DNA dei resti umani contenuti nella tomba ed hanno fatto una scoperta sorprendente.

Gli esseri umani sono diploidi, cioè ogni carattere è l’espressione di una coppia di geni, o di gruppi di geni che agiscono in coppia, metà dei quali sono ereditati dalla parte paterna e metà dalla parte materna. I geni che lavorano in coppia si definiscono alleli.

L’analisi del DNA ha dimostrato che le persone che sono state inumate a Newgrange avevano alleli estremamente simili, i loro genitori erano perlopiù parenti di primo grado, cioè fratello e sorella oppure padre e figlia, madre e figlio.

Teniamo conto del fatto che sepolture imponenti come quelle della valle del Boyne di cui Newgrange è semplicemente la più famosa e meglio conservata, ma neppure la più imponente, non erano certo destinate ai ceti popolari, ma riservate alle élite. Ne consegue che queste ultime praticavano l’incesto dinastico in modo simile a quello dei faraoni egizi.

La pratica dell’incesto dinastico per conservare la purezza del sangue reale o comunque nobile, unita alla costruzione di tombe monumentali riservate alle élite. Immagino che a tutti voi sarà subito venuto in mente l’accostamento con l’Egitto faraonico.

Naturalmente non sono mancati i soliti strabici mediorientali con il pallino della “Luce da Oriente” che hanno subito immaginato che la cultura irlandese della valle del Boyne sia stata una colonia egizia.

E se la verità fosse esattamente opposta, se fosse stato l’Egitto faraonico a essere nato come una colonia irlandese? Per quanto ciò possa suonare strano alle orecchie dei patiti dell’Oriente e, in generale alla concezione “ufficiale” della storia antica che vede la civiltà come un lento passaggio dall’Oriente all’Europa, è questa seconda ipotesi, non la prima, a trovare elementi a suo sostegno.

Ricordiamo innanzi tutto Platone, che riporta quanto suo nonno Solone ebbe a sapere dalla viva voce dei sacerdoti egizi: che l’Egitto faraonico era nato come colonia di Atlantide. Atlantide sarebbe potuta essere l’Irlanda? Bene, anche qui gli elementi a sostegno non mancano.

Si può nominare un qualsiasi luogo dall’Antartide all’Africa, dalla Svezia a Sud America, qualcuno avrà affermato che era Atlantide. Rispetto a queste teorie, l’Irlanda come sede reale dell’Atlantide platonica, presenta alcuni indubbi vantaggi: la collocazione geografica di isola dell’Atlantico, la presenza di una cultura avanzata già nell’Età della Pietra, una struttura fisica – una pianura centrale circondata da montagne che digradano verso il mare – corrispondente alla descrizione di Platone.

Questa teoria non è nuovissima, e fu formulata già nel 2004 dal ricercatore svedese Ulf Erlingsson e pubblicata nel libro Atlantide dalla prospettiva di un geografo. Ulf Erlingsson sulla base di considerazioni geografiche molto semplici, fa notare che se esaminiamo le cinquanta grandi isole esistenti al mondo, scopriamo che quella che coincide meglio con la descrizione di Platone (al 98%, precisa Erlingsson), è appunto l’Irlanda.

Ma a tagliare veramente la testa al toro, è ancora una volta la genetica: grazie alla pratica della mummificazione, oggi possiamo conoscere bene il DNA delle élites egizie dell’epoca faraonica. Il cosiddetto eritrismo, i capelli rossi accompagnati agli occhi azzurri e a una carnagione molto chiara, spesso costellata di efelidi, è una caratteristica tipica dell’Irlanda che associamo spontaneamente agli abitanti dell’isola. Bene, questa è una caratteristica che ritroviamo in meno dello 0,1% della popolazione umana, tuttavia la si ritrova con frequenza nelle mummie egizie che hanno i capelli perlopiù biondi o rossicci. Gli Egizi delle classi elevate rappresentavano un tipo umano nettamente più “europeo” e “nordico” della maggioranza della popolazione di allora, e tanto più degli Egiziani di oggi. Il faraone Tutankhamon presenta un aplogruppo del cromosoma Y comune nelle Isole Britanniche ma praticamente assente nell’Egitto attuale.

È innegabile che le élite egizie che hanno guidato la civiltà della Valle del Nilo dell’epoca faraonica, avessero caratteristiche fisico-antropologiche “europee” che non si riscontrano negli Egiziani di oggi.

Un sito ricco di sorprese sulla nostra storia remota, che si avvale fra l’altro della collaborazione di Felice Vinci, è “L’arazzo del tempo”. In un articolo del maggio 2022 ha annunciato, sempre grazie all’uso dei droni, la scoperta della civiltà più antica d’Europa e verosimilmente del mondo.

Gli archeologi hanno scoperto la civiltà più antica d’Europa, una rete di dozzine di templi, 2000 anni più antica di Stonehenge e delle Piramidi. La scoperta proviene direttamente dal cuore dell’Europa centrale, per l´esattezza da un perimetro che si estende dall’Austria alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia, fino ai confini meridionali della Germania. In tutto sono stati identificati più di 150 centri religiosi monumentali, ciascuno fino a 150 metri di diametro, costruiti su un’area di 400 miglia in quella che oggi è l’Austria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia e la Germania orientale. Furono costruiti 7.000 anni fa, tra il 4800 a.C. e il 4600 a.C.”.

Non basta, perché in due articoli successivi ci viene annunciata la scoperta dei resti delle più antiche città al mondo, Lepenski Vir nella ex Jugoslavia e Yunasite in Bulgaria, entrambe considerevolmente più antiche della mediorientale Gerico finora ritenuta il primo insediamento urbano mondiale, e 10 volte più ampie degli insediamenti mesopotamici che gli archeologi ufficiali chiamano città.

Fra le cose inaspettate che “L’arazzo del tempo” ci segnala, c’è anche la scoperta di Deltaserraserne (“Delta Terraces”), un insediamento neolitico nell’estremo nord della Groenlandia, una regione oggi assolutamente inabitabile. Questa scoperta, assieme a quella delle piramidi nei pressi del lago Sadeosero nella penisola di Kola (la propaggine più settentrionale della parte russa della Scandinavia), suggerisce che in un’epoca remota l’estremo nord godesse di un clima ben diverso da quello attuale, e propizio all’insediamento umano. Guarda un po’, proprio come hanno sempre sostenuto gli autori tradizionali che vi hanno individuato la nostra più remota origine.

Crolla la favola dell’origine mediorientale della civiltà, così come quella dell’origine africana della nostra specie si è rivelata niente altro che una bufala (ho dedicato un libro all’argomento: Ma davvero veniamo dall’Africa?, edizioni Aurora Boreale), rimane in piedi e trova inaspettate conferme il mito iperboreo.

NOTA: Nell’illustrazione, forse la più iconica immagine del solstizio d’estate, Stonehenge illuminata dal sole solstiziale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *