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	<title>Appunti di Storia Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>Appunti di Storia Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Il giustificazionismo delle foibe e ’l’Essenza dell’Immoralita’ della Resistenza Comunista – Pietro Cappellari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 04:26:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Equiparare le vittime italiane ai criminali slavi: l’ultima frontiera dell’antifascismo ciellenista &#160; Le “foibe” – termine generico con cui si intende il genocidio etnico-politico compiuto in Venezia Giulia e Dalmazia dai partizan titini con la complicità del PCI – sono un coltello piantato nel fianco dell’antifascismo tutto, in particolare quello di sinistra, in quanto dimostrano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/il-giustificazionismo-delle-foibe-e-lessenza-dellimmoralita-della-resistenza-comunista-pietro-cappellari/">Il giustificazionismo delle foibe e ’l’Essenza dell’Immoralita’ della Resistenza Comunista – Pietro Cappellari</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Equiparare le vittime italiane ai criminali </strong></em><em><strong>slavi</strong></em><em><strong>: l’ultima frontiera dell’antifascismo</strong></em><em><strong> ciellenista</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Le “foibe” – termine generico con cui si intende il genocidio etnico-politico compiuto in Venezia Giulia e Dalmazia dai <em>partizan </em>titini con la complicità del PCI – sono un coltello piantato nel fianco dell’antifascismo tutto, in particolare quello di sinistra, in quanto dimostrano il vero volto della Resistenza rossa, i suoi progetti, la sua politica, la realtà dei fatti. In poche parole, le foibe rappresentano l’immoralità stessa della Resistenza bolscevica. Qualcosa di dirompente, che fa crollare le narrazioni ideologiche sul Movimento di Liberazione elaborate negli anni ’60 dagli istituti storici marxisti, giunte fino ai nostri giorni grazie all’egemonia che quel mondo ha ancora nella cultura, nella scuola, nelle università, nelle redazioni dei grandi mezzi di informazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo essere stati complici attivi o omertosi delle stragi, gli antifascisti hanno silenziato per 60 anni quello che era avvenuto al confine orientale italiano e – cosa che deve essere sottolineata – solo il MSI, oltre gli esuli direttamente colpiti, ha mantenuto viva quella memoria e le conseguenti rivendicazioni nazionali. Al Movimento Sociale Italiano dobbiamo doverosamente affiancare l’eroica opera della Delegazione di Trieste, Fiume, Istria e Dalmazia dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, con a capo Ida De Vecchi, che, con il suo gruppo di giovani speleologi ed esploratori, intraprese per prima la pericolosa e pionieristica ricerca degli “scomparsi” in Venezia Giulia.</p>
<p style="text-align: justify;">La Legge del 30 Marzo 2004 che <em>obbliga </em>(!!!) al ricordo del dramma delle foibe ha costituito, pur nei limiti di una legge “contentino”, un trauma senza precedenti per gli antifascisti di sinistra che, dopo un periodo di sbandamento generale, sono tornati in cattedra con l’intento di destrutturare e depotenziare la portata storica del genocidio etnico-politico commesso al confine orientale italiano. Se non hanno più potuto negare o nascondere, hanno giocato di anticipo, promuovendo loro una narrazione partigiana – e, quindi, di per sé falsa – delle foibe, sostituendo la realtà storica dei fatti con speculazioni ideologiche che arrivano a giustificare i crimini commessi dai <em>partizan </em>titini contro la Nazione italiana e gli Italiani tutti. Quello che oggi si sostiene è, guarda caso, la stessa narrazione che i dirigenti del Partito Comunista Italiano, nel primissimo dopoguerra, promossero per parare le notizie che giungevano dalle zone occupate dall’Esercito Popolare iugoslavo, portate dalle ondate di profughi che fuggivano dal “paradiso socialista”: «Nella Venezia Giulia non era in corso nessuna persecuzione dell’elemento italiano», sostenevano boriosi, e gli episodi di sangue che taluni “reazionari” narravano altro non erano che comprensibili incidenti, semplici vendette semmai, scaturiti dalle violenze fasciste che per venti anni erano state compiute contro le comunità slave… senza contare i “crimini” che l’Esercito “fascista” – ossia le Regie Forze Armate! – aveva commesso durante l’aggressione alla “libera” Iugoslavia. Chi era stato colpito dalla “giustizia proletaria” altro non era che un fascista, un “criminale”, quindi, ben meritevole di quella fine. È vero, tra gli esuli c’erano migliaia di “poveri cristi” cui nulla era imputabile: erano stati indotti alla fuga dalla propaganda reazionaria, non certo da fatti reali, e se avessero potuto, molti sarebbero ritornati (!!!).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa la menzogna comunista del dopoguerra, questa la menzogna della sinistra oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è questo il luogo per confutare tali tesi giustificazioniste – ci sono decine di studi, come, ad esempio, quelli di Marino Micich, Emanuele Mastrangelo, Pierluigi Romeo di Colloredo o le “note” dell’Unione degli Istriani – che le smontano una per una: dalla snazionalizzazione “violenta” delle comunità slave all’aggressione alla “indifesa” Iugoslavia, dai “crimini” delle Regie Forze Armate alla “giustizia proletaria” dei titini<a href="about:blank#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Anche noi ne abbiamo parlato in diversi studi, ai quali rimandiamo il lettore che voglia approfondimenti<a href="about:blank#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna innanzitutto affermare che tali giustificazioni furono strumento del PCI e non certo frutto della propaganda titina che non si sentì mai in dovere di giustificare di nulla. Le “foibe”, del resto, furono addirittura un aspetto marginale dell’opera di sterminio del nemico politico condotta dai <em>partizan </em>slavo-comunisti durante l’edificazione dello Stato socialista: oltre 500.000 morti nei primi anni che superarono il milione a “trionfo socialista” ottenuto<a href="about:blank#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Che sono 10.000 Italiani “scomparsi” a confronto?</p>
<p style="text-align: justify;">Per Tito, e i comunisti in generale, la politica contro i “nemici del popolo” e per la stalinizzazione dello Stato era una sola: lo sterminio. <em>«[…] Tale apparato traditore non </em><em>doveva continuare ad esistere, doveva essere annientato. Tale apparato venne annientato nel corso della guerra di liberazione da parte delle formazioni partigiane, e distrutto più tardi definitivamente dall’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia</em>», ammise con orgoglio il “liberatore” di Belgrado… e dell’Istria<a href="about:blank#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Senza giustificazioni di sorta. Del resto, era comunemente accettato da tutti i comunisti come lo sterminio del nemico politico, il terrore contro le masse refrattarie al nuovo ordine e la menzogna morale fossero le strade maestre per l’edificazione di ogni Stato socialista. “Pruriti” umanitari, dopo una guerra mondiale con massacri generalizzati senza precedenti, davvero sembravano fuori luogo davanti alla “nobile e gloriosa” meta che ci si prefissava.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in Italia era diverso. Il PCI non si era imposto come partito guida del CLN, la presenza di settori conservatori maggioritari impedivano l’egemonizzazione comunista e la marcia verso la stalinizzazione dell’Italia. Gli ordini di Stalin che liquidavano ogni ipotesi rivoluzionaria e costringevano il Partito Comunista Italiano alla vittoria elettorale, cambiarono prospettiva d’azione e di linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Le notizie che giungevano dalla Venezia Giulia occupata dai titini erano drammatiche, sconvolgenti, compromettevano il PCI dal “volto umano” e “garibaldino” che si tentava di costruire per vincere le elezioni penetrando nei ceti medi. Ecco perché ci fu una mobilitazione contro gli esuli e le loro “menzogne”, trovando giustificazioni immorali per coprire tutto quello che i titini, con la complicità del PCI stesso, avevano fatto… e stavano facendo! Senza dimenticare che le tragiche informative che giungevano dall’Istria non erano certamente frutto della propaganda fascista – i fascisti erano stati già in gran parte sterminati –, ma provenivano dagli antifascisti di sentimenti nazionali e dai (deboli) CLN della regione operanti, nonostante la “liberazione”, ancora in clandestinità. Le loro denunce rimasero lettera morta e ben poco, se non nulla, riuscì a fare Degasperi che pure raccolse tali allucinanti notizie. La Repubblica Italiana era costretta ad essere vile spettatrice in balia degli eventi, come era accaduto quando, alcuni elementi della Regia Marina ipotizzarono uno sbarco per salvare, insieme alle unità della Decima MAS del C.te Borghese, l’italianità della Venezia Giulia. Furono solo illusori progetti rimasti sulla carta, come il cosiddetto Piano “De Courten”, sul quale vale la pena indugiare ricordando la testimonianza del Ministro della Giustizia della Piero Pisenti:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">In varie epoche del 1944 tre missioni vennero svolte da Ufficiali della [Regia Marina] per incarico del Ministero anche allora affidato all’Amm. De Courten. Tutti si presentarono al Comandante Valerio Borghese che volta in volta informò Mussolini e il Maresciallo Graziani. In ordine cronologico la prima missione fu compiuta dal Maggiore M.O. della R.M. Potzolu ed ebbe per oggetto la salvaguardia degli impianti industriali del Nord. Successivamente si presentò a Borghese il Tenente di Vascello Zanardi per raccomandare ansiosamente la salvezza della Venezia Giulia. Su questo vitale argomento, importantissima fu la missione svolta dal Maggiore della R.M. in servizio effettivo Medaglia d’Oro Antonio Marceglia.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Egli dichiarò a Borghese che mentre per la flotta e le colonie le Autorità anglo-americane avevano dato sicuri affidamenti al Governo del Sud, gravissima era la preoccupazione per la sorte della Venezia Giulia, in quanto i rapporti tra la Russia e Tito esulavano dalla influenza anglo-americana. Si sollecitava quindi la RSI a provvedere alla salvaguardia di quelle terre di confine inviandovi congrui contingenti di truppe. Aggiunse il Magg. Marceglia che, al momento cruciale, il Governo regio avrebbe inviato da Ancona una spedizione navale che avrebbe agito a sostegno delle truppe della RSI.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Già a quel tempo e cioè prima di tali raccomandazioni e sollecitazioni, numerose forze militari italiane (forze della RSI) difendevano il nostro sacro confine e prendevano parte ad aspri combattimenti… a Trieste, a Pola, a Laurana, a Fiume e Cherso esistevano già reparti della Decima che avevano avuto ordini di non ritirarsi per tutelare le popolazioni italiane. Nei giorni che seguirono il 25 Aprile, quegli eroici marinai tennero fede alla consegna e si sacrificarono per la Patria. Dei 200 soldati della Decima che presidiavano Fiume soltanto due si salvarono<a href="about:blank#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto fu inutile, poiché la Venezia Giulia fu lasciata dal Governo Bonomi III e dagli Alleati in balia delle orde slavo-comuniste: “<em>Anche perdenti noi tenemmo fede, chi non si vide fu la flotta del Sud!</em>”. Ovviamente, tutto ciò è dimenticato, mentre ci si affanna a creare le vittime della ventennale violenza fascista. Questo vecchio giustificazionismo viene oggi ripresentato dalla sinistra italiana, in particolare nel Giorno del Ricordo, e lo ritroviamo nelle parole degli “jugonegazionisti”, come abbiamo denunciato più volte: costituisce, quindi, quanto di meglio è riuscita a produrre la <em>disinformatja </em>di scuola leninista per presentarci un comunismo dal “volto umano”, espressione della “parte giusta” della Storia<a href="about:blank#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Montagnana – socialista pluripregiudicato di famiglia ebraica, fondatore del PCdI, fuoriuscito, fuggito in Messico dopo la sconfitta nella Guerra Civile Spagnola, Deputato costituente – affrontò diverse volte lo scottante problema dell’esodo degli Italiani dal “paradiso socialista” titino, segno evidente di un malessere e di un imbarazzo persistente. Montagnana ne scrisse, ad esempio, su “Rinascita”, il mensile del PCI diretto da Togliatti, nel Settembre 1947, addirittura di ritorno da un viaggio in Istria e a Fiume, dove era andato per verificare la situazione<a href="about:blank#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.</p>
<p>Esordì il “turista comunista”:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Non ho mai creduto, si capisce, a quanto hanno scritto e scrivono i giornali liberali, democristiani e “indipendenti” sulle persecuzioni e sulle umiliazioni di cui sarebbero vittime gli italiani in questi territori. Ma supponevo e temevo tuttavia che una certa antipatia, una certa ostilità esistessero realmente, tra le popolazioni slovene e croate, verso l’Italia e verso gli italiani.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Supponevo e temevo questo, perché conoscevo l’infame politica di oppressione e di “snazionalizzazione” che, per oltre venti anni, il fascismo aveva condotto tra quelle popolazioni. […] Avevano fatto di tutto, insomma, gli sciagurati [fascisti], per far rimpiangere a quelle popolazioni il vecchio regime degli Asburgo, dove le minoranze nazionali erano molto più rispettate. […] Sapevo tutto questo, e non mi sarei perciò né stupito, ripeto, e neppure scandalizzato nel costatare oggi, tra quelle popolazioni, una certa ostilità verso gli italiani e, forse, qualche forma di “ritorsione” per tutte le sofferenze e le umiliazioni subite durante venti anni. Non ho trovato nulla di tutto questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già dalle prime righe compare tutto l’armamentario ipocrita del giustificazionismo di oggi che, in quegli anni, sia chiaro, preludeva al puro negazionismo. L’oppressione delle comunità slave stanziate in Venezia Giulia compiuta dal Regime fascista era il cardine da cui prendeva avvio questa propaganda. Ipocrita, abbiamo detto, perché decontestualizza questa politica dal periodo storico, dove la “inclusione per nazionalizzazione” era una politica accettata da tutti gli Stati e, di certo, ben diversa dalle alternative che pur si potevano adottare: le espulsioni di massa o il genocidio. Ipocrita, ripetiamo, perché che un comunista si facesse alfiere delle identità nazionali è grottesco. Comunque sia, negli anni ’30, gli Sloveni e i Croati stavano molto meglio nell’Italia fascista che nella autoritaria Iugoslavia dei Karadjordević, dove le identità nazionali erano oppresse con maggiore virulenza in nome dello iugoslavismo integrale, tanto è vero che non vi fu nessun esodo di massa dalla “oppressiva” Italia alla Madre Patria degli Slavi del Sud. Come mai? Su 400.000 Slavi compresi nelle nuove frontiere del Regno d’Italia dopo il Trattato di Rapallo sottoscritto con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni – il 12 Novembre 1920, prima dell’avvento del Fascismo! –, in venti anni, solo 40-45.000 lasciarono la regione. Oltretutto, molto difficile sarebbe individuare la reale motivazione di questa migrazione: politica od economica?</p>
<p style="text-align: justify;">Montagnana, coprendosi di ridicolo, sostenne che la “fratellanza italo-slava” che riscontrò nel suo viaggio era dovuta</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">al fatto che migliaia e migliaia di italiani della Venezia Giulia, in gran parte comunisti, hanno per venti anni, fianco a fianco con gli sloveni e i croati, lottato coraggiosamente contro il regime fascista, per la fratellanza dei popoli. Ciò è dovuto al fatto che, durante la guerra di liberazione, altre migliaia di italiani, non solo della Venezia Giulia, ma di tutte le parte d’Italia, hanno combattuto con eroismo, e molti sono caduti, nelle file partigiane e nell’esercito di Tito. E ciò è dovuto, infine, alla azione del governo e alla propaganda della stampa jugoslava, tendenti a separare le responsabilità del fascismo da quelle del popolo italiano ed a creare una atmosfera di pace e di convivenza fraterna tra il popolo italiano e quello jugoslavo.</p>
<p style="text-align: justify;">Che in Venezia Giulia ci sia stato, durante il Regime, un antifascismo di massa rasenta, come abbiamo detto, il ridicolo, smentito dal consenso che il Fascismo ebbe anche tra gli Sloveni e i Croati, come dimostrano gli Slavi che parteciparono non solo allo squadrismo, ma anche alle Guerre di Etiopia e di Spagna, ma soprattutto dal fatto che le organizzazioni terroriste antifasciste operanti nella regione – nazionaliste e iugoslaviste, sia chiaro – furono sempre fomentate da oltre confine e non furono un puro “prodotto locale”<a href="about:blank#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Sorvoliamo sul movimento partigiano – e il tradimento della Patria compiuto dai comunisti italiani che ebbe la sua “epopea” a Porzus –, ma arrivare a sostenere che il Governo iugoslavo avesse promosso la “<em>pace</em>” e la “<em>convivenza fraterna tra il popolo italiano e quello jugoslavo</em>” è un insulto all’intelligenza e alla realtà dei fatti (tipica dei comunisti, di cui si ricordano le menzogne propalate senza vergogna ad ogni ritorno dai viaggi nei Paesi socialisti, URSS <em>in primis</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Andare avanti nello scritto di Montagnana è impietoso per la parzialità di cui si rende protagonista: “<em>Molte volte, inevitabilmente, nei giorni trascorsi in territorio croato e sloveno </em>[cioè nell’Istria!!!]<em> mi tornava alla mente </em><em>l’ig</em><em>nobile propaganda d’odio, a base di calunnie e di ingiurie, condotta dalla quasi totalità della stampa italiana, appoggiata dal governo di De Gasperi, contro la Jugoslavia e i popoli slavi. E, francamente, in quei momenti come italiano, ne sentivo vergogna</em>”. Vergogna? Davvero Montagnana provava il sentimento della vergogna?</p>
<p style="text-align: justify;">Il “turista comunista” riferì che, su 90.000 abitanti di Fiume, solo 30.000 avevano “<em>lasciato la città per non rimanere sotto la Jugoslavia</em>”. Non sappiamo chi gli fornì tali cifre, ma affermare che più del 30% degli abitanti avesse abbandonato la città – cioè tutto quello che si aveva! – in poco più di due anni, non ci sembra un dato da sottovalutare, anzi, si poteva benissimo affermare che era in atto una tragedia senza precedenti. Comunque sia, il dramma era di proporzioni addirittura maggiori, nonostante quello che Montagnana asseriva. Prima di tutto, bisogna dire che Fiume, al 30 Giugno 1940, era abitata da 60.892 persone, di cui 41.314 Italiani (67,85%), popolazione che era scesa durante la guerra, assestandosi intorno ai 50.000 abitanti nell’Ottobre 1943<a href="about:blank#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. Dire che Fiume avesse 90.000 abitanti, quindi, è a dir poco inesatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Data la drammatica situazione venutasi a creare con l’invasione iugoslava e la calata dai monti di migliaia di <em>partizan </em>titini che iniziarono l’epurazione contro i “nemici del popolo”, molti Italiani di Fiume credettero opportuno abbandonare la città – e i loro averi – come stava già accadendo in Istria. All’indomani del 10 Febbraio 1947, ossia della firma del Trattato di Pace che umiliava la Repubblica Italiana considerandola Paese nemico sconfitto, mutilandola, tra l’altro, del confine orientale, erano già 50.000-60.ooo coloro che avevano abbandonato la Venezia Giulia sconvolta dalle violenze titine.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle fine del 1946, 15.000 Italiani di Fiume erano già fuggiti e l’esodo continuò anche nei mesi seguenti: nel 1948, gli Italiani rimasti nella Città Olocausta erano scesi a 25.319. Mancavano all’appello, quindi, 15.955 Italiani, l’esodo aveva riguardato 38,62% della popolazione italiana. A fronte di ciò gli Slavi erano diventati 41.782 (37.324 Croati; 3.073 Sloveni; 1.385 Serbi)<a href="about:blank#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Giugno 1940, erano solo 11.199 “allogeni” (cui si potevano aggiungere i 5.482 stranieri iugoslavi) registrati a Fiume. Questo vuol dire che, nel 1948, gli Slavi avevano aumentato la loro presenza in città del 150%, cambiando radicalmente il volto dell’abitato, occupando abusivamente le case lasciate dagli Italiani ed invertendo la composizione storica etnica dell’italianissima Fiume, divenendo maggioranza (67,27%). Quella che, oggi, si chiamerebbe “sostituzione etnica” e che Montagnana fece finta di non vedere, ignorandola completamente, anzi, magari gioendone internamente pure, nell’ottica della snazionalizzazione proletaria. Come la sinistra di oggi, del resto.</p>
<p>Il “compagno messicano” in gita nell’Istria si esibì anche nella descrizione degli esuli che fuggivano dal “paradiso socialista”, primo cardine della destrutturazione comunista della realtà:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Sono, in primo luogo, elementi che nel passato erano più o meno compromessi con il fascismo il che mi pare la migliore smentita a coloro che hanno sbraitato su di un supposto terrore che sarebbe esistito nella Zona B e nella Jugoslavia, fin dal giorno dopo la liberazione. Se un tale terrore – o anche molto meno… &#8211; fosse realmente esistito contro i sospetti di simpatia per il fascismo e perfino contro i “filoitaliani”, come si spiegherebbe, infatti, che tanti ex fascisti siano rimasti a Fiume, “alla mercè” delle autorità jugoslave, per ben due anni, e l’abbiamo lasciata solo di recente, dopo la firma del trattato di pace? […] Quest ex fascisti [hanno] preferito ricoverarsi sotto le ali protettrici del governo di De Gasperi […].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E ancora, con tipico zelo classista:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Sono inoltre partiti da Fiume, nei mesi, scorsi, numerosi commercianti […] ai quali il nuovo regime jugoslavo non permetteva e non avrebbe mai permesso i lauti, scandalosi guadagni che sono invece possibili oggi in Italia. Anche costoro è ben naturale che preferiscano vivere sotto il governo di De Gasperi, comitato d’affare degli speculatori, che sotto il governo di Tito […].</p>
<p style="text-align: justify;">Nemmeno una parola sulle 1.500 sentenze di esproprio (dato fermo al Dicembre 1946) emesse dal Tribunale del Popolo contro i cittadini fiumani “condannati per attività antipopolare”<a href="about:blank#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Poi, il tocco da maestro:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">È infine partita da Fiume anche molta gente onesta, in buona fede, sinceramente patriottica […] ai quali si è riusciti a far credere, innanzi tutto, che questo era il loro dovere di italiani, e in secondo luogo che in Italia li aspettava un bell’alloggio e una ben retribuita occupazione. […] I fascisti e i ricchi si sono quasi tutti aggiustati assai bene, grazie al danaro e alle protezioni. Gli onesti lavoratori, compresi quelli appartenenti al ceto medio, si trovano ancora quasi tutti senza alloggio e senza occupazione. Molti hanno già fatto domanda di ritornare a Fiume [ma] le vecchie abitazioni dei ‘profughi’ sono […] state occupate da altre famiglie, specialmente dalle famiglie di lavoratori italiani recentemente immigrati.</p>
<p style="text-align: justify;">Con queste ultime affermazioni, Montagnana ingannava se stesso o gli Italiani? Nessun accenno a quello che era avvenuto negli ultimi due anni e che tutti sapevano, senza nemmeno aver avuto la necessità di recarsi sui luoghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fiume era stata occupata dall’Esercito Popolare titino, dopo duri scontri con i Germanici e i reparti della RSI, solo il 3 Maggio 1945, addirittura il giorno successivo alla fine della guerra in Italia. Già il 4 Maggio, in una città ostile e silenziosa, iniziarono le deportazioni e le uccisioni da parte dell’OZNA. E non si trattava solo di fascisti o militari della RSI; ma anche di antifascisti non comunisti, come gli autonomisti; di donne “colpevoli” di essere figlie, mogli o scuocere di Ufficiali italiani; di Croati, Sloveni, Serbi che non si sarebbero allineati al nuovo ordine: “<em>Si parla di mucchi di cadaveri che giacciono di qua e di là. Nessuna notizia sembra esagerata. È stata fatta una vera e propria razzia di soldati italiani, Marinai, Carabinieri, Finanzieri, questurini</em>”. “<em>Nessun Italiano era ormai al sicuro dalla brutalità delle liquidazioni jugoslave, che continuavano a guerra finita</em>”<em>. […] Il</em><em> numero delle uccisioni e delle sparizioni crebbe indiscriminatamente di giorno in giorno in tutto il territorio istrio-quarnerino</em>”<a href="about:blank#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo non era mai avvenuto secondo il PCI, oppure era talmente “naturale” che fosse avvenuto che non valeva certamente la pena interessarsene. Del resto, in molte parti d’Italia, i partigiani comunisti avevano fatto altrettanto contro i “nemici del popolo”, costellando l’intera Italia Settentrionale di stragi senza precedenti che, in poche settimane, provocarono oltre 20.000 vittime. I partigiani italiani avevano appreso bene la lezione titina, solo che gli era andata male, essendo stati subito disarmati e annichiliti dal nuovo sistema di potere insediato in Italia dall’occupante angloamericano.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che era avvenuto in Istria, però, era ancora più grave, perché – con la complicità del PCI – lo sterminio politico del “nemico del popolo” aveva assunto la forma di una pulizia etnica contro l’elemento italiano, ben poco accondiscendente verso il comunismo, di cui tutti conoscevano le mai sopite idealità nazionali e fasciste, tutto nel quadro di una annessione della regione alla nuova Iugoslavia di Tito. Sia chiaro non si trattò di vendetta, come si sostiene oggi, per l’opera di “inclusione per nazionalizzazione” delle comunità slave condotta in venti anni dal Regime o per i presunti “crimini” compiuti dalla Regie Forze Armate a centinaia di chilometri durante le legittime operazioni di controguerriglia. Infatti, a Fiume, sebbene vi furono molte delazioni, “<em>da parte della popolazione slava non si verificarono atti di violenza spontanea, individuale o di gruppo</em>” contro gli Italiani residenti. La repressione fu opera condotta centralmente dall’OZNA (dal Marzo 1946: UDBA), secondo ordini ben precisi, seguendo il modello che, fin dalla “liberazione” di Belgrado, i titini avevano adottato per sterminare i “nemici del popolo”, ossia tutti coloro che si sarebbero opposti all’edificazione dello Stato socialista<a href="about:blank#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Crolla così una colonna portante della destrutturazione comunista del dramma delle foibe.</p>
<p style="text-align: justify;">A fine Giugno 1945, nei soli campi di Žurkovo (Costrena), a Sud di Fiume, e di Martinscizza (Isola di Cherso) vi erano ammassati 25.000 prigionieri, nelle consuete drammatiche condizioni tipiche di tutti i campi di concentramento, con tassi di mortalità allucinanti:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">La ricerca italo-croata condotta da Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski arrivò a contare per Fiume e dintorni non meno di 580 vittime di nazionalità italiana causate dall’OZNA nel periodo che va dal 3 Maggio 1945 al Dicembre 1946. In Istria, a Trieste e a Gorizia le vittime italiane uccise nelle foibe e nei campi di concentramento iugoslavi complessivamente vanno, in base alle varie valutazioni espresse dagli storici più accreditati, da un minimo di 4.000/5.000 a circa 10.000<a href="about:blank#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Montagnana tutto questo non era avvenuto oppure era talmente “naturale”, nella mentalità comunista, che fosse avvenuto che non valeva la pena ricordarlo, dandolo per scontato. Eppure, non erano passati che pochi mesi dal processo politico in cui era incappato, tra gli altri, l’antifascista Antonio Luksich Jamini, esponente di punta del (debolissimo) CLN clandestino di Fiume (18 Febbraio 1947)<a href="about:blank#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>. Imbarazzanti saranno poi le accuse sul conto dell’antifascista “storico”: “<em>Come si seppe in seguito, le risorse dovevano servire per aiutare i più bisognosi e favorire l’espatrio dei fiumani </em><em>[fondi che venivano dall’Italia] </em><em>finirono in mano a Luksich Jamini, che le utilizzò per finanziare solo la stampa di alcuni volantini di protesta antijugoslava e altre dubbie operazioni, tra l’acquisto di un immobile</em>”<a href="about:blank#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>. Aggiungere altro, sarebbe impietoso per tutto l’antifascismo, di destra e di sinistra.</p>
<p>A Montagnana non dovette sfuggire la difficile situazione cui era costretto il clero proprio negli stessi giorni del suo viaggio, ma non ne fece parola alcuna:</p>
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<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">L’occhio vigile e punitivo dell’[UDBA] non abbassava la guardia su Parrocchie e conventi del territorio fiumano-quarnerino. […] Uscì su “La Voce del Popolo” del 3 Luglio 1947 un altro articolo dal titolo <em>Attività antipopolari di alcuni Sacerdoti a Fiume</em> dai toni accusatori e infamanti […].</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Il Vescovo di Fiume Ugo Camozzo era stato attaccato più volte, sin dai primi mesi dell’instaurazione del potere jugoslavo, per aver denunciato l’abolizione delle feste di precetto (tra cui la festività del Natale e della Pasqua), la limitazione della libertà di espressione e per aver chiesto aiuti alimentari alla Santa Sede tramite un rappresentante diplomatico statunitense.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Alla fine, malgrado la sua volontà di restare in città, il 3 Agosto 1947 Camozzo fu costretto a lasciare Fiume con grande commozione dei suoi fedeli.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Nel campo dell’istruzione la situazione era ugualmente problematica. Nelle scuole il nuovo regime, nonostante fosse temutissimo, trovava continui ostacoli e critiche. Uno dei motivi di malumore fu l’imposizione dell’insegnamento obbligatorio della lingua croata, così come la prescrizione di programmi di storia e di cultura che non potevano soddisfare gli Italiani rimasti a Fiume. Inoltre, l’obbligo delle lezioni di marxismo e dell’effige di Tito in tutte le aule lasciavano interdetti e disorientati i docenti<a href="about:blank#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">.</p>
<p style="text-align: justify;">Montagnana, osservando dal vivo tutto ciò, non lo considerò degno di nota per il suo articolo sulla situazione in Istria e a Fiume, condividendone evidentemente lo spirito e il movente che non accettavano “nostalgismi”, sentimentalismi di sorta e mezze misure: l’edificazione dello Stato socialista. Ma se così era, perché non dirlo anche tutti gli Italiani che leggevano il suo pezzo? Perché nasconderlo al proletariato italiano in attesa della “liberazione”? Leninismo puro, diremo. <em>Disinformatja</em>, affermiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “turista comunista”, nel suo articolo, si esibiva anche in un elogio dell’economia fiumana, mettendola a confronto con la “<em>semiparalisi</em>” che aveva colpito invece i cantieri di Monfalcone, Trieste e Muggia. La cosa, a suo giudizio, aveva attratto gli operai (comunisti) giuliani il cui unico rimpianto, una volta giunti a Fiume, era quello di non potersi far raggiungere dalla famiglia a causa della carenza degli alloggi (le case degli Italiane erano state abusivamente occupate dalle popolazioni slave dell’entroterra che erano calate nelle città in cerca di bottino). A questa problematica – la carenza degli alloggi intendiamo – il Governo iugoslavo aveva ovviato ospitando i lavoratori italiani in “<em>eleganti alberghi di Abbazia</em>” o “<em>in baraccamenti di legno pulito e decorosi</em>”: “<em>Ma si sa che l’operaio italiano preferisce in generale vivere con la sua famiglia in una soffitta piuttosto che in un ricco albergo lontano dai suoi cari</em>”. Aggiungere altro per commentare tale articolo e queste parole, ci pare difficile, anche bisogna evidenziare come il destino sarà spietato con i “monfalconesi” giunti in Iugoslavia con il sogno del “paradiso dei lavoratori” e di contribuire all’edificazione dello Stato socialista. Passerà solo un anno prima di essere falciati dalla nemesi comunista, nel più classico esempio bolscevico della rivoluzione che divora i suoi stessi figli: il 28 Giugno 1948, Tito veniva condannato da Stalin e gli operai italiani che erano in Iugoslavia, fedeli al PCI, si schierarono con Mosca. I titini, quindi, procedettero alla loro epurazione: “<em>In quell’anno le persone perseguitate a Fiume furono almeno 120</em><em>. Nell’iso</em><em>la di Goli Otok morirono in tutto 150 compagni dell’Istria e di Fiume, insieme ad alcune decine di monfalconesi. Altri comunisti italiani dissidenti presenti a Fiume e in Istria ripararono poi in Cecoslovacchia o in Romania, oppure fecero ritorno in Italia</em>”<a href="about:blank#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. E rientrarono in Italia molti comunisti italiani che pure avevano con entusiasmo affiancato l’opera dei titini nella costruzione dello Stato socialista, intruppandosi nei vai Comitati “popolari” e nella stessa Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF), l’organizzazione “collaborazionista” al servizio degli Iugoslavi. Ripresero la loro militanza comunista col PCI senza nessun pentimento, come se non fosse accaduto nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Non poteva mancare in Montagnana l’elogio della Scuola per apprendisti fiumana, diretta dal “<em>naturalmente ex partigiano</em>” Giorgio Sestan; e dell’Unione Italiana d’Istria e Fiume, Sezione dell’Unione Antifascista Italo-Slovena, guidata dal “<em>naturalmente ex partigiano</em>” Eors Sequi. Così anche il Circolo di Cultura italiano, dove gli artisti “<em>provengono dall’Italia e si trovano a Fiume meglio purtroppo, che in Italia</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si rimane basiti davanti a queste parole e non occorre aggiungere altro se non che Sestan e Sequi erano tra quei dirigenti comunisti italiani che avevano sostenuto l’indissolubile fedeltà a Tito e la subordinazione del PCI al Movimento Popolare di Liberazione (Jugoslavo)<a href="about:blank#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>. Nemmeno una parola su cosa era avvenuto e stava avvenendo nelle scuole:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">I giovani furono invitati a costituire Comitati studenteschi […]. Ma poiché i Comitati costituiti non corrispondevano allo scopo, quello cioè di svolgere attività politica [in favore della edificazione del socialismo], dopo poche settimane di vita furono sciolti e creati d’ufficio nuovi Comitati, alla cui direzione furono preposti giovani accetti all’OZNA, con il compito preciso di svolgere attività di propaganda e riferire sugli elementi che incautamente svelavano i loro sentimenti. Da quel momento regnò nella scuola un vero e proprio TERRORE<a href="about:blank#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo stesso Raoul Pupo ha dovuto evidenziare:</p>
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<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Nell’edificazione del socialismo jugoslavo, almeno apparentemente, c’è posto per tutti. A Fiume esponenti italiani solo largamente rappresentati all’interno dei poteri popolari e partecipano attivamente sia alla ricostruzione materiale della loro città sia al consolidamento del regime comunista […]. Il problema è che gli Italiani non contano nulla. Il potere effettivo riposa sicuro nelle mani dei quadri comunisti croati, i quali certamente dovrebbero applicare la politica della “fratellanza”, ma non ci mettono grande entusiasmo<a href="about:blank#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E continua Marino Micich:</p>
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<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">A Fiume il nuovo potere si consolidava attraverso la repressione di ogni forma di libertà democratica e a suon di proclami inneggianti alla libertà per il popolo. […]</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Il 31 Ottobre 1945, in un altro comizio pubblico tenuto sempre a Fiume, Bakarić [Vladimir, Presidente del Governo della Croazia], assicurò ancora il rispetto verso le tradizioni autonome fiumane; in realtà proseguirono senza sosta gli arresti sia di autonomisti sia di altri elementi legati al movimento popolare cristiano, scampati all’epurazione violenta dei primi giorni di Maggio. […] Quello di Bakarić e degli altri dirigenti comunisti fu soltanto un esercizio di retorica.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">A Fiume, di fatto, le perquisizioni e le requisizioni a discrezione delle Autorità nelle case degli Italiani si susseguivano giorno dopo giorno, e così il giro di vite andava stringendosi sempre più anche sugli esercizi commerciali e sugli uffici legali, bancari e assicurativi<a href="about:blank#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nemmeno una parola sui 15.987 militari italiani ancora prigionieri degli Iugoslavi lasciati a marcire nei campi di concentramento titini (dati del Febbraio 1947)<a href="about:blank#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a>. Circa 40.000 erano stati già rimpatriati, portando con sé i racconti raccapriccianti della barbarie comunista sulla quale si pose un vergognoso silenzio. Montagnana non ci parla né dei primi, né dei secondi.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti fiumani furono deportati in Slovenia nella zona di Maribor, dove erano situati sotto il controllo dell’Esercito i centri di detenzione di Pbrezje, Studenci e Viltos. Ogni campo poteva accogliere circa 500 prigionieri. A Viltos erano reclusi molti Italiani insieme a parecchi croati anticomunisti, mentre a Teharje c’era un campo dell’OZNA dove si detenevano prigionieri in attesa di processo<a href="about:blank#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Montagnana non se ne accorse? Evidentemente no, come considerò di nessuna importanza il fatto che, proprio in quel 1947, altri 6.000 Italiani avessero deciso di abbandonare la città. Ricorda, invece, Micich: “<em>Non valsero divieti, requisizioni e condanne</em><em>. Non servì a nulla aumentare le tariffe viaggiatori, cui carri bestiame, con</em><em> </em><em>destinazione Trieste […]. Tutto fu inutile. La gente preferiva farsi dissanguare piuttosto che restare</em>”<a href="about:blank#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel “paradiso dei lavoratori” di Tito, secondo Montagnana, gli operai finalmente avevano quelle tutele che in Italia ancora non erano state raggiunte: “<em>La situazione italiana è quella che è, e in questa situazione l’emigrazione di una parte dei nostri lavoratori diventa inevitabile. Verso quali </em><em>paesi è preferibile dirigere tale emigrazione? Date le condizioni che vengono fatte in Jugoslavia ai nostri emigranti, mi pare che a tale domanda sia giusto dare una risposta affermativa</em>”. Ma certo! Perché negare al proletariato italiano costretto a vivere nella “arretrata” Italia quelle conquiste sociali che solo gli Stati socialisti potevano garantire?</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stipendi a Fiume, a detta di Montagnana, erano ottimi se paragonati al costo della vita e alla possibilità di acquistare – con tessera annonaria! – generi alimentari, tra cui spiccava il pane, “<em>grigio, ma ottimo</em>”, a 39,96 Lire al chilo, distribuito giornalmente in una quantità che variava dai 400 gr. ai 750 gr. Che lusso! Sembra di ricordare le parole degli “inviati” del PCI in URSS che, dopo aver constato le miserabili condizioni in cui viveva il popolo russo, tornavano in Patria esaltando il “pane nero” che avevano il pregio di mangiare i compagni sovietici, mentre agli Italiani toccava quello “bianco” così povero di fibre!!! Tutta propaganda guareschiana? Sarà…</p>
<p style="text-align: justify;">Se si aggiungono le rimesse degli operai italiani che lavoravano a Fiume alle famiglie rimaste in Patria, si aveva un quadro chiaro per controbattere le “speculazioni” e la propaganda reazionaria contro la Iugoslavia socialista, secondo Montagnana: “<em>Le condizioni economiche fatte agli emigrati italiani in Jugoslavia sono dunque buone e migliori senza dubbio di quelle di cui essi godono in vari altri paesi</em>”. Un vero e proprio “paradiso”, vero?</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, in tutta la Venezia Giulia occupata dagli Iugoslavi regnava la misera, tanto è vero che se non fosse stato per l’UNRRA, che nel Dicembre 1945 riversò nella regione 4.409 tonnellate di grano e circa 30.000 pacchi viveri, ci si sarebbe letteralmente morti di fame<a href="about:blank#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>. Non sembra proprio che in un anno e mezzo di gestione socialista le cose fossero migliorate, come ricorda il tristissimo episodio – per i comunisti – della “Domenica delle scope” del 13 Agosto 1950, quando Gorizia fu improvvisamente invasa da migliaia di Italiani costretti a vivere al di là dell’artificioso confine che aveva diviso in due la città (vizio dei comunisti), cui fu concesso per un giorno la possibilità di varcare il filo spinato di “protezione antifascista” senza essere abbattuti dalle raffiche della Polizia titina. Invasero Gorizia in cerca delle più elementari cose per la sopravvivenza, prima di rientrare mestamente in Iugoslavia. Un giorno di “libertà” passato alla storia che è l’emblema del fallimento del socialismo reale. Nessuno, in Italia, tra i boriosi dirigenti del PCI, disse nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Montagnana rientrò così più che soddisfatto da Fiume, pronto a sbandierare al proletariato italiano le conquiste socialiste della Iugoslavia. Nemmeno una parola sulle foibe, sulle stragi indiscriminate, sui campi di concentramento e le prigioni, sull’OZNA (ora UDBA), sulle persecuzioni dei non allineati al nuovo ordine, sul fatto che la Slovenia, le lande della Croazia e dell’Istria italiana fossero state trasformate nel più grande cimitero a cielo aperto d’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma vuoi mettere il pane “<em>grigio, ma buono</em>”? Vuoi mettere le “confortevoli baracche” dove erano alloggiati gli operai (comunisti) spediti dal PCI in Iugoslavia con il miraggio del “paradiso dei lavoratori” a portata di mano?</p>
<p>Sarà, ma Marino Micich ha dipinto la situazione economica di Fiume in maniera molto diversa da quanto fece Montagnana:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">La situazione economica in città era sempre molto grave, mancavano generi alimentari di prima necessità, come pasta, patate e fagioli e il pane era appena sufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione. Nemmeno il vestiario e calzature erano facilmente reperibili; la legna e il carbone erano insufficienti, mentre il petrolio per l’illuminazione era disponibile in piccolissime quantità. La burocrazia del sistema comunista, con uomini tecnicamente inesperti, non era così efficiente da potere in pochi anni rimettere su il porto, distrutto dai Tedeschi, e riattivare il sistema delle industrie, fortemente danneggiate dagli eventi bellici<a href="about:blank#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È possibile che Montagnana e Micich ci parlino della stessa città? Chi mente?</p>
<p style="text-align: justify;">Era la classica <em>disinformatja </em>del Partito Comunista Italiano che veniva veicolata ai militanti, con la speranza di penetrare nel ceto medio, il più esposto alla propaganda della “reazione”, quel ceto che era preoccupato dall’avanzata sovversiva in Italia che si doveva, per forza di cose, “agganciare” in vista delle prossime elezioni generali.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Disinfomatja </em>che veniva attuata sistematicamente e spregiudicatamente, con una ipocrisia che rasentava l’immoralità e la criminalità. Si pensi solo a quanto sostenuto da Velio Spano – storico esponente del PCdI, condannato dal TSDS, fuoriuscito, Direttore insieme a Mario Montagnana de “L’Unità” – durante il comizio di Viterbo del 13 Maggio 1945:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">L’oratore ha trattato il problema dei prigionieri di guerra, esaltando il comunismo che darà libertà e benessere al popolo. Ha trattato il problema religioso, affermando che il comunismo, contrariamente al cattolicesimo, assicura il benessere materiale. Quanto alla questione di Trieste ha asserito che non è affatto vero che in quella città si uccidano degli Italiani, ma esclusivamente dei fascisti e quindi tali uccisioni devono essere ben accolte dal popolo. Comunque è necessario non provocare la Jugoslavia per evitare una nuova guerra. In merito all’epurazione ha affermato che qui è stato fatto con tutti i cavilli possibili, mentre doveva farsi come al Nord, mettendo i fascisti al muro con processi popolari<a href="about:blank#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era al 13 Maggio 1945 e già vi erano schierati tutti gli elementi della <em>disinformatja </em>comunista, dal negazionismo all’“uccidere un fascista non è reato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole della <em>disinformatja </em>negazionista comunista del 1945-1947 – dall’Estate 1948 le cose cambiarono essendo drammaticamente Tito diventato un nemico del socialismo – sono le stesse che, oggi, la sinistra italiana resuscita nel Giorno del Ricordo, per allontanare l’accusa di essere stata dalla “parte sbagliata” della Storia. Ma non ci si è fermati certamente qui. L’immoralità leninista è un’idra a più teste. La nuova frontiera della decostruzione del Giorno del Ricordo è quella di equiparare le vittime italiane – cioè gli innocenti e gli inermi assassinati in massa dai titini – con le figure di militanti politici slavi (illegittimi belligeranti e terroristi), condannati a morte per le loro azioni sanguinose contro gli Italiani o i soldati delle Regie Forze Armate (legittime belligeranti).</p>
<p style="text-align: justify;">Norma Cossetto? Ebbene, non potendo annichilire una Medaglia d’Oro riconosciuta dalla Repubblica Italiana, affianchiamola ad una partigiana combattente slavo-comunista uccisa dai Tedeschi per le sue azioni contro regolari militari!</p>
<p style="text-align: justify;">La foiba di Basovizza? Ebbene, non potendo evitare l’omaggio ad un Monumento Nazionale, si affianchi ad essa il cippo eretto in ricordo dei nazionalisti-iugoslavisti, condannati a morte dal Regno d’Italia, dopo un regolare processo, per le loro azioni di terrorismo contro gli Italiani in tempo di pace! Un monumento – quello ai nazionalisti-iugoslavisti – che, non a caso, la Soprintendenza, nel Gennaio 2022, sotto il Governo Draghi, ha promosso addirittura alla classe di “interesse culturale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un modo di procedere grottesco – sebbene in linea con la moralità ciellenista – che mette sullo stesso piano vittime e criminali. Ma se davvero si vogliono omaggiare dei criminali nel nome della “fratellanza dei popoli europei” sarebbe molto più corretto affiancare ai criminali slavi, magari quelli germanici, qualche Direttore di un campo di concentramento colpevole di sevizie, qualche Comandante di rappresaglie selvagge, o no? Sai che abbracci! Sai che baci sotto le bandiere arcobaleno! Perché andare a “pescare” a Basovizza? Perché insozzare il ricordo di Norma Cossetto? Troppo facile, troppo comodo. Ciellenista, diremo. Leninista, affermiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si affiancano vittime innocenti ai fuorilegge che pagarono con la vita i loro crimini. Ecco la destrutturazione della sinistra del dramma delle foibe, benedetta anche dalla destra al Governo che mai ha avuto il coraggio di opporre alle menzogne della sinistra la realtà storica di fatto, la dignità nazionale e delle vittime italiane della violenza comunista. Una violenza, quella rossa, che non ha ancora memoria storica ed ogni iniziativa per dedicare ad essa un giorno della memoria è affossata dai Governi imbarazzati a confrontarsi con la Storia. È il silenzio che si trasforma in omertà e questa in commossa complicità in nome di una rinata “fratellanza italo-slava”. È la nuova frontiera dell’antifascismo ciellenista che abbraccia tutti e garantisce l’autoconservazione al potere del sistema, in attesa dell’alternanza democratica, sia chiaro. Un po’ a me, un po’ a te. Tutti saldamente ancorati alle poltrone.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><strong>NOTE </strong></p>
<p><a href="about:blank#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cfr. M. Micich, <em>Togliatti, Tito e la Venezia Giulia. La guerra, le foibe, l’esodo 1943-1954</em>, Mursia, Milano 2025; <em>Dalle foibe all’esodo</em>, Gli Speciali di Storia in Rete, n. 8;<em> </em>P.L. Romeo di Colloredo, <em>Controguerriglia: La 2</em><em>a</em><em> Armata italiana e l’occupazione dei Balcani 1941-1943</em>, Soldiershop, 2020; e P.L. Romeo di Colloredo, <em>Confine orientale. Italiani e Slavi sull’Amarissimo dal Risorgimento all’Esodo</em>, Eclettica Edizioni, Massa 2020.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://campomarzio.home.blog/2020/05/25/crimini-partigiani-in-balcania-uscito-lultimo-lavoro-di-pietro-cappellari/"><u><em>Crimini partigiani in Balcania 1941-1943. Documenti della Mostra della Rivoluzione fascista</em></u></a>, Edizioni del Centenario, Roma 2020; P. Cappellari, <a href="https://campomarzio.home.blog/2025/07/20/le-convenzioni-di-nettuno-un-orgoglio-per-la-citta/"><u><em>Le Convezioni di Nettuno. La memoria negata dell’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia (1925-2025)</em></u></a>, Herald Editore, Roma 2025; e P. Cappellari, <em>Se avessero vinto i partigiani. Perché l’Italia non è diventata una Repubblica Popolare</em>, Passaggio al Bosco, Firenze 2026.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>La “liberazione nazionale”: l’esempio iugoslavo</em>, in P. Cappellari, <em>Se avessero vinto i partigiani</em>, cit.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Discorso del Maresciallo Tito al II Congresso del Fronte Iugoslavo di Liberazione del Settembre 1947, cit. in <em>Nuove esperienze e nuove vie del movimento socialista</em>,<em> </em>“Rinascita”, a. IV, n. 9, Settembre 1947.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <em>A proposito della “sedicente repubblica sociale italiana”</em>, “L’Ultima Crociata”, a. VI, n. 14, Febbraio 1955.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://www.ereticamente.net/jugonegazionisti-giustificazionisti-ignorazionisti-pietro-cappellari/"><u><em>Jugonegazionisti, giustificazionisti, ignorazionisti. Quando la storia è ostaggio della politica e dell’odio</em></u></a>, “L’Ultima Crociata”, a. LXXI, n. 2, Febbraio 2021.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Cfr. M. Montagnana, <em>Viaggio nell’Istria e a Fiume</em>,<em> </em>“Rinascita”, a. IV, n. 9, Settembre 1947.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> “Intorno al 1937, poi, il gruppo TIGR e le altre organizzazioni irredentiste slave cessarono praticamente di esistere con perdita degli appoggi del Governo di Belgrado dopo la stipula del Patto Ciano-Stojadinović”. M. Micich, <em>Fiume, addio! L’epopea fiumana dalla Seconda Guerra Mondiale al grande esodo 1940-1945</em>, Mursia, Milano 2026, pag. 42.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 26 e 146.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 222-223.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 247.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 207 e 212-213.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 213.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 214 e 216.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 229.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> <em>Ivi</em>, pag. 222.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 233-235.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> <em>Ivi</em>, pag. 245.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 199, 239 e 243.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> <em>Ivi</em>, pag. 237.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 216.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 216-218.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 263.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> <em>Ivi</em>, pag. 264.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 261.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 240.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 268-269.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> Relazione settimanale della Regia Questura di Viterbo, datata 14 Maggio 1945, in ASVT (Archivio Privato Silvano Olmi).</p>

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		<title>La fandonia della “Pugnalata alle spalle” alla Francia nel 1940 – Pietro Cappellari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 07:59:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti di Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Appunti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Cappellari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da anni la vulgata antifascista e antiitaliana cerca di infangare la storia della nostra Nazione con ricostruzioni false e manipolando la realtà dei fatti, forte dell’utilizzo “a fondo perduto” di ingenti contributi statali – che si sommano ai già lauti ed immeritati stipendi statali che i vari “professoroni” si intascano mensilmente –, della gran cassa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da anni la <em>vulgata</em> antifascista e antiitaliana cerca di infangare la storia della nostra Nazione con ricostruzioni false e manipolando la realtà dei fatti, forte dell’utilizzo “a fondo perduto” di ingenti contributi statali – che si sommano ai già lauti ed immeritati stipendi statali che i vari “professoroni” si intascano mensilmente –, della gran cassa mediatica di Tv e stampa che rilancia le loro tematiche, dell’assenza di una critica storica coraggiosa che sappia rispondere per le rime a tali squallidi tentativi fatti esclusivamente per mantenere in piedi un antifascismo morale con cui giustificare la propria missione di “rigenerazione” della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si calcolano le accuse contro i “crimini” commessi dalle Regie Forze Armate durante i conflitti cui hanno – invero con onore! – partecipato. Eppure, per decenni si è taciuto – se non quando ci si è fatti complici omertosi – di ben più gravi crimini commessi, durante la loro “crociata per la libertà” dagli eserciti anglo-franco-americani, per non parlare di quelli comunisti più o meno regolari. No, quelli non sono mai avvenuti e se sono avvenuti devono essere giustificati in nome di una “superiorità morale” che non capiamo da dove nasca, forse dal diritto divino di cui di solito si ammantano tutti i “liberatori” nel corso della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, vogliamo parlare di una delle accuse che si fa al Regio Esercito – in realtà, con il solito fine politico di attaccare direttamente il Fascismo e Mussolini –, quella di aver attaccato la Francia quando ormai era stata sconfitta, dandole quel famoso “colpo di pugnale alle spalle” che – guarda caso – avrebbe giustificato i successivi comportamenti dei Francesi contro l’Italia, tra cui, ci piace ricordarlo, gli stupri di massa compiuti contro i civili dal famigerato Corpo di Spedizione del Gen. Juin, non solo in Ciociaria. Crimini contro l’umanità che non hanno precedenti e non temono confronti, eppure sono stranamente confinati nel limbo della “accettabilità democratica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studioso Paolo Chiarenza, con un breve ma esaustivo saggio, ci racconta per l’appunto la nascita di questa fandonia antiitaliana. Nel suo <em>“La pugnalata alla schiena”, un falso della propaganda</em> (Colosseo Editore, Roma 2023) ha evidenziato come, ancora una volta, la propaganda di guerra degli Alleati sia diventata Storia intangibile, un vero e proprio dogma ad uso e consumo politico, giunto fino ai nostri giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accusa, non a caso, esce dalla bocca del Presidente degli USA Franklin Delano Roosevelt poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana del 10 Giugno 1940, “<em>va contro la realtà e i presupposti storici, politici e militari</em>” (pag. 11). E Chiarenza ce lo spiega con dovizia di particolari. Nonostante ciò, da quel giorno, gli antifascisti italiani si mobilitarono in massa, facendo proprie la dichiarazione del Presidente statunitense, rilanciandole ovunque, ponendole alla base della loro falsa propaganda.</p>
<p style="text-align: justify;">I rapporti tra Francia ed Italia sono spesso stati molto tesi, fin dal Risorgimento. Furono i Francesi a soffocare nel sangue la Repubblica Romana del 1849, come furono i Francesi a sconfiggere i garibaldini a Mentana nel 1867. Ma non solo, chi ricorda lo “schiaffo di Tunisi” del 1881 con il quale la Repubblica transalpina occupò preventivamente la Tunisia per toglierla dalla sfera degli interessi italiani? E i “vespri marsigliesi” dello stesso anno con la caccia all’Italiano? E la guerra doganale del 1866? E il massacro degli Italiani ad Aigues-Mortes dell’Agosto 1893? E la caccia all’Italiano a Lione nel 1894? E l’aiuto dato all’Imperatore d’Etiopia Menelik nel 1896?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti fatti che incrinarono i rapporti tra le due Nazioni: non a caso fu l’anarchico Sante Caserio che assassinò il Presidente della Repubblica francese Marie Francois Carnot nel 1894.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, il quadro era chiarissimo. Il sorgere della potenza italiana nel Mediterraneo non poteva non creare gravi problemi geopolitici a chi come la Francia considerava questo mare sotto la propria influenza. Anche la Gran Bretagna la pensava in questo modo, ma guardò all’Unità italiana con l’interesse proprio, per utilizzare la giovane Nazione che sorgeva come antagonista della Repubblica francese.</p>
<p style="text-align: justify;">In più i Francesi ci consideravano un popolo inferiore e questo sentimento contraddistinse sempre tutta la loro politica e peggiorò con il sorgere del Regime fascista e del conseguente ruolo di potenza mondiale che assunse l’Italia in quei decenni. Non a caso, nel 1934, nel XII anno dell’Era Fascista, Indro Montanelli scriveva da Parigi: “Questi sudici ci disprezzano sempre più perché non sopportano il fatto di essere costretti ad ammirarci”.</p>
<p style="text-align: justify;">Stando così le cose e, soprattutto, essendosi sempre la Francia – come la Gran Bretagna, del resto – sempre sottratta alla ridiscussione delle “sfere di influenza”, alla revisione dei trattati scaturiti dopo la Prima Guerra Mondiale, alla creazione di un nuovo ordine mondiale basato sulla giustizia, ove avessero un ruolo – e parità di doveri come di diritti – anche i giovani Imperi emergenti di Italia, Germania e Giappone, lo scontro prima o poi sarebbe stato inevitabile, come la storia insegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la Francia non aveva certamente paura di ciò, confidando sulla sua invincibilità militare. Se l’Inghilterra disponeva della più grande flotta del mondo, i Francesi si vantavano di avere il più forte esercito di terra del globo. Chi mai avrebbe osato sfidare queste potenze imperiali?</p>
<p style="text-align: justify;">Si giunse così all’Autunno del 1939, quando – nonostante la “non belligeranza” proclamata dal Regno d’Italia – la flotta mercantile italiana cominciò ad essere “taglieggiata” dalla Francia e dalla Gran Bretagna, subendo le provocatorie ed ingiustificate ingerenze del blocco navale dei due Imperi in guerra contro la Germania: al 25 Maggio 1940 erano stati 1.347 i dirottamenti e i fermi di navi italiane, con gravi danni per l’economia della nostra Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Che Francia e Gran Bretagna si considerassero – e non fecero nulla per nasconderlo, anzi – delle Nazioni ostili all’Italia fu chiarissimo a tutti. Chi avrebbe potuto credere che, a questo punto, l’Italia, quell’Italia!, – oltretutto legata “piedi e mani” alla Germania in guerra – sarebbe rimasta a guardare e a subire gli affronti anglofrancesi senza reagire?</p>
<p style="text-align: justify;">Era solo questione di tempo, anzi di tempi: era del tutto naturale che una Nazione decidesse di entrare in guerra solo quando fosse scattato il momento opportuno. E fu così che l’Italia, nel Marzo 1940, si decise per il grande passo. Le valutazioni furono fatte osservando la realtà del conflitto iniziato il 3 Settembre 1939 dopo la folle dichiarazione di guerra alla Germania di Francia e Gran Bretagna. Il <em>Reich</em> aveva colpito tutti: con una rapida “cavalcata” aveva liquidato la Polonia, spartendosela poi con l’Unione Sovietica, e ora si apprestava a guardare ad Occidente, a quella terribile ed invalicabile Linea Maginot, dove ad attenderla v’era il più forte esercito del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se l’Italia aveva deciso da che parte stare, adesso serviva scegliere la tempistica di questa discesa in campo, una discesa in cui necessario era pesare i pro e i contro e, soprattutto, valutare la fattibilità, ossia l’opportunità di una vittoria in breve tempo. Perché nessuna Nazione sarebbe scesa in guerra senza avere garanzie della vittoria e che questa guerra fosse di breve durata. Quando nel Maggio 1940 i carri armati germanici compirono il miracolo di stroncare l’esercito francese in pochi giorni di battaglie, tutti – amici e nemici – rimasero interdetti e sorpresi. L’Italia per prima che, ora, doveva prendere una decisione in fretta, con il rischio di scendere in campo troppo in ritardo per poter poi giocare un ruolo di grande potenza al tavolo della pace. Un ruolo che non poteva certamente disertare. Ma l’Italia non decise di scendere in campo solo perché la Francia era ormai sconfitta, ma soprattutto – e qui chiamiamo alla massima attenzione il lettore – perché la Germania stava avanzando troppo velocemente verso Sud: i carri armati germanici marciavano spediti verso Lione e, sicuramente, avrebbero raggiunte Marsiglia, le coste del Mediterraneo, pregiudicando tutto l’assetto geopolitico della regione, a tutto discapito dell’Italia. Non è errato affermare che quel 10 Giugno 1940, l’Italia scese in guerra non perché l’esercito francese si ritirava, ma perché quello germanico avanzava, troppo avanti e troppo velocemente. Già era un problema avere i Tedeschi a Bolzano, pensare di averli anche a Marsiglia sarebbe stato troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna anche evidenziare che, se le truppe della Maginot erano travolte dai carri armati del <em>Reich</em>, l’Armata che difendeva le invalicabili Alpi Occidentali, al confine tra la Savoia-Nizzardo e il Piemonte-Liguria, era intatta, ben equipaggiata e pronta all’azione. Così anche l’Aeronautica e la Marina francesi, delle eccellenze schierate da tempo contro la nostra Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia, quindi, entrò in guerra – contro un nemico più forte e in posizioni strategiche ottimali – certa che questa fosse giunta alla sua conclusione, per cercare di contenere nei limiti dell’accettabile la straordinaria vittoria germanica, convinta quindi che non fosse neanche necessario combattere. Infatti, dopo la dichiarazione di guerra non fu dato – incredibilmente – nessun ordine di attacco, ma di mantenere, con la sola eccezione per la Regia Marina, un atteggiamento difensivo su tutti i fronti!</p>
<p style="text-align: justify;">Fu un calcolo – condiviso da tutta la dirigenza dello Stato italiano, non solo quella fascista, ed anche dall’opinione pubblica – che si dimostrò avventato e portò ad un disastro militare senza precedenti nella storia della nostra Nazione. Ma in quei giorni tutti aspettavano solo di andare a ritirare il primo della “vittoria” (germanica), non credendo possibile una resistenza solitaria britannica.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nella notte tra l’11 e il 12 Giugno 1940, aerei britannici colpivano Torino. Per rappresaglia la Regia Aeronautica bombardava Tolone e Biserta. Il 13 Giugno, una Squadra navale francese attaccava le zone industriali di Vado Ligure e Sestri Ponente. Come rispondere a questa azione?</p>
<p style="text-align: justify;">I primi bombardamenti sulle città italiane, la costante avanzata germanica, la richiesta di armistizio, portarono all’ordine di attacco del 20 Giugno 1940. Un’operazione durata solo qualche giorno, durante la quale le nostre truppe, pur dimostrando un non comune eroismo, avanzarono con difficoltà, soprattutto per la pronta reazione francese, per la conformazione del terreno, per le condizioni atmosferiche. Alla fine occupammo Mentone e… “scoppiò la pace”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un “strana pace” che consentì all’Italia di sedersi al tavolo delle trattative, al termine delle quali emblematicamente non chiese nulla. E ciò deve essere chiaro, soprattutto quando si parla di “pugnalata alle spalle”. Fu così possibile creare nella Francia centro-meridionale non occupata dai Germanici la Repubblica di Vichy, senza che l’onore francese venisse ulteriormente menomato. La stessa flotta francese venne rispettata e in parte trovò rifugiò in Algeria dove, il 3 Luglio seguente, in spregio al diritto internazionale, venne attaccata e distrutta dai Britannici a Mers el Kebir (Orano): 1.300 morti francesi che ancor oggi chiedono giustizia. Cosa fu questa azione se non un crimine di guerra?</p>
<p style="text-align: justify;">E pensare che sulle Alpi Occidentali l’Esercito d’Oltralpe subì solo 37 morti, 42 feriti e 150 dispersi. E non vogliamo scomodare le “coscienze” per parlare dei 30.000 civili francesi morti durante i bombardamenti angloamericani durante le operazioni in Normandia del 1944…</p>
<p style="text-align: justify;">Fu dunque una “pugnalata alle spalle”? No, ovviamente. Ma ancor oggi siamo costretti ad ascoltare queste ingiuste accuse contro la nostra Nazione, lanciate non dal nemico di ieri che non riuscì a sconfiggerci sui campi di battaglia, ma da quegli “Italiani” che in spregio della propria Patria avrebbero ceduto alla Francia anche tutto il Piemonte, come accettarono di buon grado la cessione dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia alla Iugoslavia comunista.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p style="text-align: right;">(“L’Ultima Crociata”, a. LXXIV, n. 5, Luglio-Agosto 2024)</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Il mito comunista dei fratelli Cervi &#8211; Pietro Cappellari</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/il-mito-comunista-dei-fratelli-cervi-pietro-cappellari/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2026 04:17:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti di Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Appunti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli Cervi]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Cappellari]]></category>
		<category><![CDATA[Storia del fascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sappiamo benissimo come la tragedia che colpì la famiglia Cervi venne nel dopoguerra sfruttata dalla propaganda comunista per alimentare l’odio antifascista, strumentalizzando la triste sorte dei sette fratelli passati per le armi dai fascisti (con accuse che farebbero impallidire ogni apologeta contemporaneo della Resistenza “casta e pura”). Gli stessi comunisti che si macchiarono dell’atroce delitto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/il-mito-comunista-dei-fratelli-cervi-pietro-cappellari/">Il mito comunista dei fratelli Cervi &#8211; Pietro Cappellari</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sappiamo benissimo come la tragedia che colpì la famiglia Cervi venne nel dopoguerra sfruttata dalla propaganda comunista per alimentare l’odio antifascista, strumentalizzando la triste sorte dei sette fratelli passati per le armi dai fascisti (con accuse che farebbero impallidire ogni apologeta contemporaneo della Resistenza “casta e pura”). Gli stessi comunisti che si macchiarono dell’atroce delitto dei sette fratelli Govoni, questi innocenti sotto ogni profilo, massacrati dai partigiani solo per la loro fede nel fascismo, la cui memoria – a differenza di quella dei Cervi – è stata infoibata fino ai nostri giorni. Due pesi e due misure si dirà. Una doppiezza morale tipica dei delinquenti politici a cui siamo tristemente abituati.</p>
<p style="text-align: justify;">Della storia dei fratelli Cervi ci colpì un articolo dell’indimenticato Giorgio Pisanò, letto alcuni anni fa quando ci capitò per le mani un vecchio numero del “Candido”. Conteneva rivelazioni esplosive, subito narcotizzate dagli storici di professione, che dobbiamo riproporre per inquadrare la situazione. Già solo il titolo ci fece balzare dalla sedia: <em>1938-XVI Era Fascista. Quando i fratelli Cervi vestivano la camicia nera</em>:</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Noi abbiamo sempre nutrito il massimo rispetto per </em><em>i nostri avversari che, per restare fedeli alle loro opinioni, hanno rischiato e perso la vita nella grande battaglia che da decenni vede contrap-posta la nostra ideologia fascista a quelle reazionarie e materialiste del marxismo e del liberal capitalismo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E il massimo ris</em><em>petto riserviamo quindi al sacrificio e alla memoria dei sette fratelli Cervi, vittime e simbolo, con i sette fratelli Govoni, della tragedia del nostro popolo, deliberatamente gettato dopo l&#8217;8 settembre 1943 dai comunisti in una spietata lotta fratricida.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma in questa atroce pagina della nostra storia i sette fratelli Cervi meritano una collocazione particolare, non solo perché vittime della cinica e f</em><em>eroce strategia comunista, ma anche perché i comunisti, dopo averli sacrificati ai loro piani, ne hanno strumentalizzato, e continuano a strumentalizzarne da quasi 50 anni, il sangue e la memoria nel quadro di una ignobile speculazione non più tollerabile.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I sette fratelli Cervi, infatti, non erano comunisti: erano in realtà deg</em><em>li anarchici individualisti che non vollero mai piegarsi alle direttive politiche e militari del Partito Comunista: e fu per questo motivo, come ormai ampiamente documentato, che vennero isolati e traditi dal PCI dopo l&#8217;8 Settembre 1943. E non fu tutto: do</em><em>po la loro cattura da parte dei fascisti di Reggio Emilia, i comunisti scatenarono nella zona una serie di attentati terroristici per esaspe-rare le formazioni della RSI e spingerle alla rappresaglia contro i fratelli Cervi, ostaggi nelle loro mani questa.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questa la verità per quanto riguarda la morte dei sette fratelli Cervi. Ma la speculazione comunista ha voluto creare una leggenda anche per quanto riguarda l&#8217;intera esistenza di questa famiglia</em><em> di contadini della pianura Reggiana, dipingendola come una rocca-forte dell&#8217;antifascismo ‘rosso’ durante tutto il periodo del Regime fascista, come una base politica e organizzativa, un&#8217;isola di coraggio e di ribellione nel grande mare del ‘terrore nero’.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma anche questa leggenda è un falso punto Alcide Cervi, il capo della famiglia, era un cattolico iscritto a organizzazioni cattoliche. E dei sette figli poi fucilati, solamente uno, Aldo, manifestò, ma </em><em>solo durante l&#8217;ultimo periodo del Ventennio, una chiara avversione per il Regime fascista subendo anche una condanna da parte di un Tribunale militare. </em>[In realtà, l’ammonizione che colpì Gelindo Cervi – non Aldo – nel 1939 non riguardò un fatto politico o cospirativo, ma solamente un litigio di paese durante il quale aveva pronunciato frasi offensive contro la Milizia perché il figlio della donna con cui stava discutendo aveva chiesto l’arruolamento nella Confinaria, ndr].</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma i Cervi, in verità, durante il Ventennio, furono regolarmente iscritti al Partito Nazionale Fascista e indossarono la camicia nera.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Si dirà: era obbligatorio. Rispondiamo subito: non è vero. Furono milioni gli Italiani che non presero la testa del PNF. E specie tra le masse operaie e contadine, i non iscritti furono tantissimi. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E i fratelli Cervi, invece, non solo si scrissero al Partito Fascista, ma non fecero niente per nasconderlo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La prova consiste nel documento […] che proviene da un bene rifornito archivio di storia fascista del Reggiano.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Si tratta di una pergamena che porta in alto l&#8217;intestazione “I popoli che abbandonano la terra sono destinati a per</em><em>ire – Agricoltori fascisti Anno XVI’ (l&#8217;Anno XVI dell&#8217;Era Fascista corrisponde al 1938) e reca le fotografie di oltre 250 agricoltori iscritti al Gruppo Fascista di Gattatico, che comprendeva allora anche Campegine, località residenza della famiglia Cervi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ebbene, tra questi 250 agricoltori fascisti figurano Aldo Cervi […], Gelindo Cervi, Alcide Cervi (il capofamiglia) e Antonio Cervi […].</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questo documento dimostra che nel 1938, quando Mussolini era già al governo della Nazione da 16 anni, la famiglia Cervi era pienamente allineata con il Regime fascista.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Allineata senza tentennamenti, perché se qualcuno dei </em><em>Cervi avesse manifestato posizioni politiche contrastanti e particolarmente marxiste, l&#8217;intera famiglia sarebbe stata messa sotto osservazione e, di certo, nessuno dei suoi componenti avrebbe potuto iscriversi al Partito Fascista. E nemmeno avrebbe potuto,</em><em> come invece è ormai documentato, frequentare i corsi di specializzazione agricola organizzati dalle strutture del Partito, e usufruire, come invece usufruì la famiglia Cervi, di tutte le agevolazioni stabilite per l&#8217;ammodernamento dei mezzi di produzione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Queste sono le verità che ormai emergono una dopo l&#8217;altra a scardinare i ‘miti’ su cui si fonda questa ‘prima repubblica nata dall&#8217;antifascismo e dalla Resistenza’. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alla luce di queste verità, infatti, anche la storia e la tragedia dei sette fratelli devono essere riviste e riscritte.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non per sminuire o irridere al sacrificio di questi sette fratelli che dopo l&#8217;8 settembre scelsero di battersi sulla barricata antifascista, e che finirono uccisi perché traditi proprio da coloro che considera-va</em><em>no ingenuamente dei ‘compagni’, ma perché è giunto il momento di demolire i miti creati e tenuti inviti con l&#8217;inganno, la mistifica-zione, la deformazione della realtà storica, per servire ideologie aberranti ormai morte nella coscienza degli uomini liberi</em>” (“Candido”, a. IV, n. 14, 15 Giugno 1991).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/09/Picture_CERVI.png" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-70464 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/09/Picture_CERVI.png" alt="" width="632" height="319" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/09/Picture_CERVI.png 632w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/09/Picture_CERVI-300x151.png 300w" sizes="(max-width: 632px) 100vw, 632px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Di questa clamorosa rilevazione non c’è nessuna traccia negli studi sui Cervi e la stessa notizia, comparsa nel 1991, è stata subito “infoibata”, scomparsa dalle cronache, come se non fosse mai stata divulgata, come se si trattasse di un falso. Avendo letto l’articolo possiamo dire che la divulgazione ci fu… allora Pisanò si era invento tutto? Perché non denunciarlo?</p>
<p style="text-align: justify;">La storia della Resistenza è un mito grossolano, fondato sulle menzogne, lo sappiamo bene. Ma che così importanti evidenze vengano ignorate, silenziate e cancellate dalla memoria, per poter tornare a lavorar di fantasia come se nulla fosse, ci lascia ancora oggi ingenuamente perplessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, perché non pensare ad una bella “pastasciuttata antifa-scista” in ricordo della festa del 25 Luglio 1943 organizzata dalla famiglia Cervi appena saputo delle “dimissioni” di Mussolini?</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi non vogliamo rivangare la storia della tragedia dei Cervi, né scomodare quel passato per polemizzare con l’uso partigiano dei fatti. Vogliamo affrontare le tematiche relative a questa storia presentate da Roberto Gremmo – apprezzato storico di estrazione marxista-leninista – nel suo pregevole lavoro <em>L’anarchia armata dei fratelli Cervi </em>(Storia Ribelle, 2023).</p>
<p style="text-align: justify;">Il PCI si interessò del caso solo a guerra finita, quando doveva ripulirsi la faccia con la società italiana, cercando di mascherare il suo vero volto, pescando al di fuori delle sue fila esempi e motivazioni per legittimare il suo ruolo nella comunità politica che ambiva a gestire il potere. Erano anni di contestazione dura, di divisione tra blocchi, il PCI nell’angolo doveva assolutamente trovare un ruolo, come lo aveva avuto nella Resistenza, per poter aspirare al potere. Ma quella stagione doveva essere necessariamente “ridipinta” ad uso e consumo dei comunisti, sinceri “democratici”, per una riedizione dei “CCLN 2.0”. Tutto sotto l’attenta regia di Togliatti “<em>che nel discorso alla Camera del 1954 su di loro [i Cervi] aveva, al solito, raccontato delle fandonie</em>”, arruolandoli d’autorità tra le file del PCI.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, in quell’Autunno 1943, i Cervi erano tutto tranne che organici al PCI che a loro, invece, guardava con sospetto, conside-randoli semplicemente degli “anarchici”, refrattari ad ogni ordine o potere, degli irrequieti.</p>
<p style="text-align: justify;">La loro prima azione contro lo Stato Nazionale Repubblicano era stata il disarmo dei Carabinieri di Toano (Reggio Emilia), il 26 Ottobre 1943. Azione ripetuta il 6 Novembre successivo, a S. Martino in Rio. Fatti che allarmarono le Autorità fasciste e che già pregiudicavano da sole il futuro di quella banda che si era andata confusamente a costituire in quei giorni nel casolare di campagna dei Cervi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per queste azioni, compiute da civili armati illegittimi belligeranti, era infatti prevista la pena di morte. Ma, forse, non credevano che si potesse giungere a ciò. Del resto, i fascisti si erano sempre dimostrati “comprensivi” con gli “sbandati”, come dimostrava il caso dei fratelli Bernabei a capo di una formazione dislocata nella zona di Toano. Catturati, si erano pentiti ed avevano subito fatto atto di sottomis-sione, accettando di gran lena le offerte di pacificazione per amor di Patria del Capo della Provincia Enzo Savorgnan. Questi, addirittura, non aveva esitato ad organizzare una cerimonia pubblica al Comune di Toano con i famigliari dei ribelli, invitando tutti a servire la Patria in armi accanto ai Germanici e ricordando cosa si rischiava a fomentare la guerriglia. Non sono i Bernabei furono lasciati liberi – anziché fucilati – ma, poco dopo, gli stessi si presentavano ai Comandi militati repubblicani per essere arruolati come Volontari.</p>
<p style="text-align: justify;">Per gli antifascisti militanti, quelli per cui i fascisti non erano uomini ma bestie immonde da macellare al più presto, l’atteggiamento patriottico di Savorgnan fu solo musica per le loro orecchie: i fascisti erano deboli e vigliacchi. Il “tiro al piccione” poteva iniziare. Ma c’era un grosso problema: il Partito Comunista non aveva nessuno per condurre la sospirata guerriglia e nei Cervi vide l’occasione giusta per disporre di una prima banda. Dopo alcuni abboccamenti, che suscitarono anche vivaci polemiche interne, la banda accettò di seguire le indicazioni del PCI: quella di trasformarsi in gappisti. Ma male gliene incolse. Il 13 Novembre 1943, cercarono di ammazzare il Commissario alla Federazione del PFR Giuseppe Scolari, ma non riuscirono nell’intento. La fallita imboscata, guidata da Aldo Cervi su ordine del PCI, non fece che attirare le attenzioni delle Autorità repubblicane su quello che avveniva impunemente nella zona ad opera dei “banditi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi erano questi “banditi”? Persone dalla più svariata provenienza: antifascisti come Aldo Cervi, ma anche “<em>fantasiosi giovani dal passato burrascoso</em>”, disertori delle Forze Armate Repubblicane e sbandati del Regio Esercito, ex Camicie Nere come Quarto Camurri, soldati alleati in fuga ed anche Russi ed Ucraini. Ad esempio, c’era un certo Scanzi, già al centro di indagini di Polizia in quanto nel 1940 aveva tentato una estorsione ad un industriale ebreo. Insomma, una “comune” molto poco partiticizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quali erano le azioni di questa banda – oltre a quelle già citate – che provocarono allarme tra le Autorità repubblicane? Essenzial-mente “<em>rapine e grassazioni a mano armata</em>”!</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha dovuto evidenziare Gremmo, “<em>la banda dei Cervi sapeva che servivano soprattutto soldi. Perciò andavano a prenderli a chi ne aveva tanti; dal loro punto di vista di libertari, anche troppi</em>”. “<em>Le somme rimanenti venivano</em><em> divise fra i partecipanti con una spartizione soddisfacente per tutti, salvo qualche protesta degli altri quattro Russi che avrebbero voluto un trattamento migliore, ma una parte veniva conservata per il fondo cassa del Comitato Nazionale di Liberazione. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E proprio questo era il problema: andavano al CLN, non al Partito Comunista. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un partito sempre sensibile, giustamente, alle questioni di danaro e pronto ad ogni espediente pur di averne abbastanza per le ingenti spese della clande</em><em>stinità e che non avrebbe certo gradito di essere escluso proprio dal quel gruppo che si portava ancora dietro la nomea di ‘anarchico’ e che si rivelava adesso inaffidabile perché non anteponeva gli interessi dell’organizzazione comunista a tutto il resto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Perciò i rapporti del PCI con Aldo [Cervi] si fecero sempre più tesi e, come rimarcava [il giornalista] Liano Fanti, portavano ben presto ‘all’isolamento e all’emarginazione dei Cervi’.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>[…] Quando, forse messo sull’avviso, Aldo cominciava a sentirsi sul collo il fiato fetido dei fascisti comprendendo di essere in pericolo, cercò aiuto dai compagni del Partito [Comunista] che avevano molte case di latitanza ma le trovò tutte sbarrate</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercò allora aiuto presso un Avvocato socialista di Reggio, che non poté aiutarlo: “<em>Era allora costretto malvolentieri a tornarsene a casa, sperando che i fascisti tardassero a scoprire gli autori delle rapine o prestando fede a qualcuno che, tradendolo, gli aveva assicurato che non lo avrebbero molestato troppo presto</em>” (pagg. 50-51).</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno successivo, il 25 Novembre 1943, elementi della Milizia circondavano il casale dove era acquartierata la banda ribelle e, dopo un breve conflitto a fuoco, riuscivano a catturare tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella casa vennero trovate armi e munizioni, pelli conciate illecitamente – attività che i Cervi facevano da almeno un anno! – e tanti generi alimentari – tra cui burro e grassi di maiale che la fami-glia smerciava al mercato nero! – che, in un tempo di crisi alimentare, lasciarono sorprese anche le Camicie Nere abituate a sequestri del genere presso i borsisti neri della zona.</p>
<p style="text-align: justify;">Catturati tutti i ribelli, subito cominciarono le confessioni fiume, non solo degli “anelli deboli”, come il disertore della Milizia Camurri, ma anche dello stesso capobanda Aldo Cervi: “<em>E le sue parole pesavano come macigni</em>”. “<em>L’interrogatorio si conclu</em><em>deva con piena soddisfa-zione dei fascisti […], mettevano tutta la famiglia di fronte alle proprie responsabilità e permetteva di proseguire nella caccia serrata agli oppositori ancora in libertà. Perché Aldo aveva fatto dei nomi, alcuni anche di gran peso</em>” (pag. 58).</p>
<p style="text-align: justify;">Per gli arrestati si apriva il baratro di una condanna senza appello. Per quei reati vi era un’unica pena: la condanna a morte. E lo sapevano tutti. Tuttavia, la questione venne lasciata “in sospeso” e non si procedette sommariamente. Improvvisamente, però, la situazione per gli arrestati precipitò: il 15 Dicembre 1943, a Cavriago, veniva assassinato il Tenente Colonello della GNR Giovanni Fagiani e, il 27 successivo, a Bagnolo in Piano, il Segretario comunale Davide Onfiani. Gli argini della moderazione che fino allora avevano tenuto a freno i fascisti crollarono di schianto, permettendo all’odio e alla vendetta di tracimare.</p>
<p style="text-align: justify;">Si riuniva così d’urgenza il Tribunale Straordinario Provinciale che condannava alla pena capitale “<em>otto terroristi</em>”, “<em>confessi violenze et aggressioni carattere comune et politico</em>”, colpevoli altresì di aver promosso con l’uso delle armi il “<em>sovvertimento ordine nazionale</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava di sette fratelli della famiglia Cervi e del disertore della Milizia Camurri.</p>
<p style="text-align: justify;">Venne graziato solo il padre Alcide che, il 7 Gennaio 1944, nel corso di un bombardamento angloamericano che scoperchiava anche le tombe dei figli fucilati, riuscì a fuggire dal carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>I fratelli Cervi erano certamente vittime della ferocia delle Camicie Nere ma morivano anc</em><em>he per colpa di chi non li aveva soccorsi nel momento più difficile, quando le azioni gappiste scriteriate ed intempestive (o, forse, puntualmente programmate per suscitare una voluta rappresaglia) avevano provocato la loro fine. Qualcuno li aveva traditi?</em>” (pag. 64).</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente, se ci fu tradimento, questo non fu determinante. Del resto, le Autorità repubblicane erano già sulla strada della banda che, nella zona, si era macchiata di “<em>azioni di estorsione e di rapina in danno di civili</em>”, gruppi di comunisti “<em>che effettuavano in vari Comuni rapine e grassazioni a mano armata</em>”. Era ormai chiaro che non bisognava andare tanto lontano per scoprire chi fossero, bastava indagare nel “<em>mondo piccolo microcosmico della sgangherata cospirazione di gente del posto</em>”. E tanto bastò: “<em>Seguendo le tracce lasciate dagli estortori non era stato difficile trovare qualcuno in grado d’identificare tutti i banditi e poi scoprire che la loro base erano i Campi Rossi</em>” (pag. 74).</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto qui. Una tragedia annunciata, quindi. Conclusasi come si doveva concludere, anche se la ferocia di uccidere sette fratelli non può trovare giustificazioni di sorta. Tuttavia, il mistero – sul quale magari speculare politicamente a piacimento – attira la curiosità morbosa di molti e non tardarono a “svolazzare” accuse di tradimento (dei Cervi) a destra e a manca. Probabilmente, forzature, perché era impossibile agire in quel modo e, prima o poi, non essere beccati e sottoposti a conseguente giudizio penale. Ma tant’è che, dopo aver accusato tutti i fascisti immaginabili della provincia di Reggio Emilia, le attenzioni si concentrarono sul Capomanipolo Riccardo Cocconi, un personaggio “straordinario”. Infatti, sulla carta era un Ufficiale della Milizia e Segretario politico del PFR di Campegine, in realtà era un militante comunista e addirittura il fidanzato di una certa Nilde Jotti, già iscritta al PNF, poi passata al PCI.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse Cocconi non seppe nulla dell’operazione contro la banda dei Cervi e, poco dopo, si convinse a fuggire sui monti dove sarà un protagonista della guerriglia comunista (nel dopoguerra, dopo la rottura col PCI, sarà depositario di molti segreti, tra cui quello della Jotti, astro nascente del comunismo togliattiano).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questa storia non finisce qui, in quanto tra gli arrestati di quel 25 Novembre 1943, ci fu anche un certo Dante Castellucci, poi fuggito dal carcere e passato alla storia della guerriglia della zona di Pontremoli (Apuania) con il nome di battaglia di “Facio”: “<em>Castellucci le vecchie ed ardite abitudini non le aveva perdute e oltre a capeggiare la formazione ribelle proseguiva un’aggressiva attività di espropriazione</em>” (pag. 96).</p>
<p style="text-align: justify;">“Facio” accumulò con le sue rapine un ingente bottino sul quale molti ribelli volevano mettere le mani. E così fu. Il 21 Luglio 1944, ad Adelano di Zeri, presso il confine con la Liguria, fu costretto ad un processo farsa dai garibaldini che l’accusarono di aver tentato di impossessarsi di un bidone pieno di Sterline destinato ad una formazione di Giustizia e Libertà. Fu disarmato, schiaffeggiato ed ammazzato a tradimento: “<em>In Liguria non era neanche la prima volta [che i ribelli si ammazzassero tra loro], perché proprio</em><em> nella loro zona diversi partigiani avevano perso la vita uccisi dal fuoco amico. Uno degli episodi più tragici di questa strage dimenticata era venuta alla luce qualche tempo dopo la liberazione quando il taglialegna di Caprigliola Ottorino Schiasselloni </em><em>diventato Comandante partigiano […] era stato accusato di ben dieci omicidi, alcuni di altri partigiani, e processato a La Spezia. La sua era stata una mattanza fratricida particolarmente feroce perché due vittime vennero ritrovare con un orecchio tagliato</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’assassinio di “Facio” incrinò il già precario equilibro con la popolazione di queste montagne, tanto è vero che il comunista Paolino Ranieri dovette ammettere che, nel dopoguerra, «<em>se i partigiani fossero tornati a Zeri, li prendevano a sassate</em>» (pag. 107 nota 24).</p>
<p style="text-align: justify;">Il Comandante Antonio Cabrelli, accusato di essere il responsabile dell’omicidio, assurse addirittura alla Presidenza dell’ANPI di La Spezia provocando malumori generali tra gli stessi iscritti comunisti: “<em>Soprattutto non aveva lasciato un buon ricordo nelle valli dove aveva comandato la formazione dei ribelli prima con e poi c</em><em>ontro ‘Facio’ perché recatosi il Cabrelli con altri tre o quattro ex partigiani nel Comune di Zeri sito a 16 km da Pontremoli per un convengo, fu riconosciuto da elementi locali per ruberie e soprusi ivi perpetrati, bastonato e colpito alla testa con sassi</em>” (pag. 115).</p>
<p style="text-align: justify;">Come “aggiustare” la scottante questione?</p>
<p style="text-align: justify;">Semplicissimo, con una riabilitazione fantastica dell’ammazzato, decorato dalla Repubblica antifascista di Medaglia d’Argento al Valor Militare perché… cadde in combattimento contro preponderanti forze nemiche!</p>
<p style="text-align: justify;">Se ciò può suscitare tra gli ingenui un moto di indignazione, tutta questa messinscena non è nulla rispetto a quello che si tentò di fare nel 2007, quando “L’Unità” arrivò a sostenere che “Facio” non era stato assassinato per volere del PCI… ma dai fascisti! Come? Semplicissimo. Si sapeva che nell’affare era implicato il Comandante partigiano Cabrelli. Questi, in rotta col PCI, era stato accusato di essere un troskista, quindi un traditore detestabile che si poteva abbandonare al suo destino. Si scovarono negli archivi delle sue “confidenze” fatte alla Polizia del Regno d’Italia nel 1940, quando era stato “estradato” in Patria dalla Francia, dopo l’occupazione germanica. Grazie a questa “scoperta”, Cabrelli diventava immediata-mente un Agente dell’OVRA e, quindi, sotto questa veste, avrebbe agito contro “Facio”!</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla di tutto ciò ovviamente. Cabrelli venne letteralmente salvato dalle Autorità italiane dai campi di concentramento francesi e dalla galera belga – per non parlare da una non impossibile deportazione in Germania – con il rimpatrio, cui dovette essere stato favorevole anche il PCI. Rimpatrio concretizzatosi con il comodo parcheggio al confino in attesa della liberazione e della ripresa delle attività sovversive contro l’Italia. Le “confidenze” fatte alla Polizia italiana altro non erano che il classico atto di sottomissione o richiesta di perdono che tutti gli antifascisti, al momento dell’arresto, erano soliti fare per mitigare la loro prossima condanna, confidando sulla collaudata clemenza dei Tribunali del Regno.</p>
<p style="text-align: justify;">Una piccola parentesi, utilissima per comprendere bene il volto dei comunisti. Nell’Agosto 1939, dopo l’alleanza tra il III Reich e l’Unione Sovietica, Cabrelli, che si trovava nella Tunisia francese, venne espulso con l’accusa di essere una spia dell’OVRA. Accusa falsa che serviva però alla Francia per colpire la propaganda comunista, ossia filosovietica, quindi degli alleati dei Germanici, alla vigilia del conflitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Cabrelli, poi, fece una “brutta fine”, morendo per un incidente stradale a La Spezia il 7 Ottobre 1963, in circostanze per qualcuno poco chiare…</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, dopo queste divagazioni, per altro interessantissime, torniamo alla fabbricazione del mito dei Cervi, opera, come abbiamo evidenziato all’inizio di questo saggio, dell’ipocrita spregiudicatezza della politica togliattiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il padre dei setti fratelli, Alcide, un tempo cattolico, aveva aderito al PCI e già nel 1953 era stato sottoposto alle attenzioni della Questura che gli aveva impedito l’espatrio verso la Repubblica Democratica (!) Tedesca dove si doveva inaugurare una fattoria intitolata ai suoi figli. Nel 1955, sarà poi schedato dalla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza come “<em>individuo potenzialmente pericoloso per l’ordine pubblico e l’ordinamento dell’Italia repubblicana ed antifascista</em>”. Così la figlia Maria, dopo aver frequentato il Corso di mistica comunista. Questo lo scriviamo solo per quanti richiamano questa tragica storia chiamando in causa “libertà” e “democrazia”, senza sapere nulla dei fatti per i quali piangono ed obbligano gli altri a piangere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo al mito. Il 17 Gennaio 1954, al Teatro “Eliseo” di Roma, Piero Calamandrei – che dopo aver giurato fedeltà al Regime, ora si esaltava in un antifascismo morale filo-comunista – lanciava il nome dei sette fratelli Cervi nell’Olimpo dei gloriosi. Non si fece scappare l’occasione di utilizzare questo mito che nasceva il noto intellettuale comunista Italo Calvino, al tempo fiducioso nel sistema sovietico nonostante ne avesse costato il tragico fallimento (ma non poteva mica dirlo poverino!). Con una serie di articoli confezionò il pacchetto propagandistico ad uso e consumo politico-elettorale del PCI.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 19 Gennaio 1954, il Presidente della Repubblica Luigi Enaudi riceva in pompa magna Alcide Cervi, “<em>in un progetto di rinnovata esaltazione della lotta di liberazione</em>”, dove si erano schierati il pittore Carlo Levi, il Comandante Arrigo Boldrini (ex-Ufficiale della Milizia e, poi, gloria della Resistenza comunista), il sindacalista Di Vittorio, Togliatti, Secchia e Longo…</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Quasi fosse un divo di successo, nel contesto della campagna elettorale del 1956 l’anziano genitore dolente</em><em> venne esposto alla contemplazione in faticose trasferte per mezz’Italia, fra comizi, incontri e celebrazioni, suscitando una certa ammirazione persino fra le numerose spie che lo seguivano passo a passo e quest’apoteosi si rinnovava negli anniversari del </em><em>sacrificio dei figli ma anche in discutibili manifestazioni di fraternità italo-sovietica finché nel 1961 veniva solennemente consacrato il tempio laico della Resistenza con la trasformazione in museo del vecchio, dimenticato o rimosso podere dell’anarchia</em>” (pag. 140).</p>
<p style="text-align: justify;">Apriamo ancora una piccola, ma interessante, parentesi: nel 1991, l’ex partigiano Otello Montanari venne escluso dal Consiglio di amministrazione dell’Istituto “Cervi” “<em>sull’onda di una dura reazione del PCI che gli rimproverava di aver chiesto chiarezza […] in merito ai delitti del dopoguerra dov’erano coinvolti uomini dell’apparato togliattiano</em>” (pag. 146).</p>
<p style="text-align: justify;">Dove finisce la storia e la memoria e inizia la politica e la propaganda?</p>
<p style="text-align: justify;">In questa vicenda, forse, storia e memoria rimangono delle emerite sconosciute. Tipico degli eventi gloriosi di una Resistenza inventata che non c’è mai stata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancor oggi i fratelli Cervi vengono onorati e, giustamente, ricordati. Quando verrà una compiuta pacificazione nazionale nella quale altrettanto si potrà fare con i sette fratelli Govoni?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p style="text-align: right;">(“L’Ultima Crociata”, a. LXXIII, n. 8, Novembre 2023)</p>

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		<title>Le &#8220;illusioni costituzionali&#8221; degli antifascisti &#8211; Pietro Cappellari</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 04:29:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>LE “ILLUSIONI COSTITUZIONALI” DEGLI ANTIFASCISTI I partigiani non hanno scritto la Costituzione del 1948… e lo sapevano bene! L’antifascismo morale contemporaneo, che nulla ha a che fare con quello politico della lotta al Regime e alla RSI, ha oggi santificato la Costituzione del 1948 come se fosse il Vangelo ed elevato i membri dell’Assemblea costituente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>LE “ILLUSIONI COSTITUZIONALI” DEGLI ANTIFASCISTI</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><em><strong>I partigiani non hanno scritto la Costituzione del 1948… e lo sapevano bene!</strong></em></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L’antifascismo morale contemporaneo, che nulla ha a che fare con quello politico della lotta al Regime e alla RSI, ha oggi santificato la Costituzione del 1948 come se fosse il Vangelo ed elevato i membri dell’Assemblea costituente a “Padri della Patria”, intoccabili come se fossero nuovi e ben più reali Evangelisti. Qualcosa che ha il suo fondamento nel fallimento politico della sinistra italiana che, non potendo più pontificare sull’avvento del socialismo, si è trincerata, ferma ed immobile come una sfinge, in un passato che non è mai esistito. Un passato immaginario fabbricato <em>post factum</em>, per l’appunto, quando, a partire dagli anni ’60, il PCI volle riproporre un nuovo Governo ciellenista come unica possibilità di accesso al potere. E, come tutti sapevano, l’unico minimo comune denominatore della “grande ammucchiata” CLN 2.0 non poteva non essere che l’antifascismo. Per il PCI fu un dovere presentarsi allora come il garante della Costituzione – ribattezzata già da Togliatti “antifascista” con lo stesso fine ciellenista – e i suoi partigiani come combattenti della “libertà”, della democrazia, dei diritti e quant’altro facesse comodo<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. E la canzone diffusa proprio in quegli anni, <em>Bella Ciao</em>, scritta negli anni ’50 e mai cantata dai partigiani, fu il paradigma della Resistenza immaginaria e dei “combattenti della libertà” che gli istituti storici marxisti, nati proprio in quel periodo, presero a fabbricare come si fosse su un set cinematografico<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Film e romanzi che divennero Storia.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-6.jpeg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignright wp-image-70383 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-6-245x300.jpeg" alt="" width="245" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-6-245x300.jpeg 245w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-6-836x1024.jpeg 836w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-6-768x941.jpeg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-6-1254x1536.jpeg 1254w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-6.jpeg 1306w" sizes="(max-width: 245px) 100vw, 245px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Abbiamo già smontato l’assioma della “Costituzione antifascista” nel nostro saggio <a href="https://www.ereticamente.net/una-costituzione-antifascista-pietro-cappellari/" target="_blank" rel="noopener"><em>Se avessero vinto i partigiani </em></a>e rimandiamo il lettore a quanto già argomentato con dovizia di particolari e documenti in quella occasione<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, ma dobbiamo ritornare sull’argomento per un approfondimento che ci è parso utile per porre fine ad una discussione ideologica che con la realtà storica dei fatti non ha nulla a che fare. Tutti dovrebbero sapere che i partigiani rossi – ossia la maggioranza dei ribelli alla macchia durante la RSI – combatterono per il comunismo nel nome di Stalin e se mai una Costituzione il PCI ebbe in mente fu, ovviamente, quella sovietica del 1936, dove – altrettanto ovviamente! – si garantivano “libertà e democrazia” con la stessa supponenza con cui si giustificava la dittatura del proletariato e lo sterminio fisico non solo del nemico politico, ma anche del compagno non allineato. Come si sia arrivati a fare dei comunisti dei “combattenti della libertà” lo abbiamo già accennato e non occorre aggiungere altro, senonché è doveroso ricordare – per porre fine ad ogni altra discussione, non solo politica, ma soprattutto morale – quello che il PCI fece nella Venezia Giulia. Ecco chi erano i partigiani, quello che fecero e per cosa combatterono. Punto e fine delle discussioni.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Che i ribelli comunisti furono molto delusi dalla fine della guerra, che li vide subito disarmati e liquidati dagli Alleati, è un fatto incontestabile e le insurrezioni partigiane dell’Estate 1946 ne sono il simbolo più clamoroso<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Il fatto che Stalin avesse ordinato lo stop ad ogni ipotesi rivoluzionaria e la supina accettazione all’inserimento dell’Italia nella sfera di influenza neocoloniale americana fu una doccia fredda che contraddistinguerà la memoria partigiana negli anni a venire, facendo nascere il mito della “Resistenza tradita”. Cosa che ben illustra come una repubblichetta democratico-parlamentare non fosse assolutamente nei progetti di chi aveva rischiato la vita sui monti per ben altri ideali, nonostante quello che si afferma con supponenza – ed ignoranza! – oggi.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Nel 1947, le cose per i partigiani e il PCI peggiorarono sensibilmente – nonostante l’amnistia Togliatti, le carceri della Repubblica “nata dalla Resistenza” rimanevano piene di “combattenti della libertà”<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a> – perché la “via democratica” al comunismo cui fu costretto Togliatti si dimostrò problematica dopo la cacciata dal Governo della Nazione voluta dagli USA (Maggio 1947) che li spinse all’opposizione. Le elezioni del 18 Aprile 1948 – durante le quali il voto anticomunista delle donne italiane fu determinante – cristallizzarono la situazione, avviando la stabilizzazione del sistema-Italia nell’assetto democratico-atlantista come sancito dagli Alleati vincitori del Secondo conflitto mondiale.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-5.jpeg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="wp-image-70382 size-medium alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-5-300x249.jpeg" alt="" width="300" height="249" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-5-300x249.jpeg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-5-1024x851.jpeg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-5-768x638.jpeg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-5-1536x1277.jpeg 1536w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-5.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Comunque sia, in quel 1947 di “attesa”, alla vigilia dell’approvazione della Costituzione, il PCI fu molto chiaro su cosa ci si sarebbe dovuti aspettare nel breve termine, spegnendo subito le illusioni, prima di tutto costituzionali, dei compagni. Chiare le direttive emanate su “Rinascita”, il mensile del PCI diretto da Togliatti. Direttive scritte da un personaggio del calibro di Emilio Sereni, storico esponente del Partito Comunista d’Italia di famiglia ebraica, fuoriuscito, condannato dal TSDS, autorevole membro del CLNAI, Costituente e Ministro in due Governi Degasperi. Nel Settembre 1947, Sereni mise in guardia tutti i comunisti che credevano come la prossima Costituzione potesse essere considerata un punto di arrivo, una conquista, in quanto la nuova Carta non avrebbe certamente rappresentato le idealità di rinnovamento espresse dai “lavoratori” (arbitrario termine con il quale il PCI considerava degni di rappresentanza solo gli operai e i contadini iscritti alle proprie organizzazioni)<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">“<em>La situazione politica, che si è venuta a determinare nel nostro Paese dopo il colpo di Stato dell’On. De Gasperi </em><em>[Maggio 1947] </em><em>e dopo la costituzione del governo nero, è caratterizzata dal particolare rilievo che in essa assumono quelle che – secondo una terminologia ben nota nella storia del movimento operaio internazionale – potremmo chiamare le </em>illusioni costituzionali<em> dei partiti e di larghi stradi di massa.</em></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><em>Potrà parer strano che si parli di illusioni costituzionali </em><em>in un periodo, appunto, nel quale il nostro Paese è ancora privo di Costituzione, che adeguatame</em><em>nte esprima e consolidi le conquiste realizzate dal popolo nel corso della lotta di liberazione. Ma le illusioni costituzionali consistono proprio in questo, nel considerar già conquistato un ordinamento sociale e costituzionale ancora inesistente e il fat</em><em>to che, in questi mesi, il Paese è chiamato a darsi, attraverso l’Assemblea costituente, la sua nuova Carta, contribuisce non poco a diffondere ed a radicare questa illusione: l’illusione, cioè, che particolari formule costituzionali e giuridiche possano, </em>di per se stesse<em>, </em><em>assicurare la liquidazione del vecchio regime e la istaurazione di un regime nuovo, democratico e popolare</em>”.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Per Sereni – e il PCI tutto – era chiaro che la Costituzione che si stava approntando era solo un “mezzo” – strumentale, quindi, da qui l’appellativo “antifascista” affibbiatole dal Togliatti – che non rappresentava la meta che i comunisti si promettevano di raggiungere. Nessuno si sarebbe dovuto illudere sui contenuti, ben altro era il progetto costituzionale del PCI. Anzi, i comunisti si sarebbero dovuti organizzare per rilanciare, al di fuori del Parlamento, la battaglia per le conquiste rivoluzionarie del “lavoratori” per uno Stato realmente “democratico e popolare”, ossia comunista (!!!).</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">“<em>Fin dai primi mesi di vita dell’Assemblea, a dire il vero, la lotta stessa per una Carta veramente democratica e popolare</em><em> è </em><em>stata gravemente indebolita da queste illusioni largamente diffuse. Le illusioni costituzionali portano a concepire la lotta per la Costituzione, per una nuova struttura dello Stato e della società italiana, come una lotta che si svolge e si deve svolgere </em>solo <em>sul piano parlamentare: quasi che una Costituzione possa esprimere altro che </em>i rapporti delle forze di classe effettivamente operanti nel Paese; <em>come se si potesse pensare che i vecchi gruppi dominanti imperialisti e fascisti della borghesia italiana </em><em>fossero disposti a lasciarsi liquidare, a mollare posizioni e privilegi che essi mantengono, per il semplice giuoco di un voto di maggioranza; come se si potesse pensare che, nella lotta per la difesa delle loro posizioni e dei loro privilegi, questi </em><em>gruppi fossero disposti a rinunciare all’appoggio ed all’intervento diretto dell’imperialismo straniero, al quale già così largamente avevano ricorso nel periodo dell’occupazione tedesca ed in quello dell’occupazione alleata</em>”.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-4.jpeg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-70381 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-4-300x173.jpeg" alt="" width="300" height="173" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-4-300x173.jpeg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-4-1024x589.jpeg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-4-768x442.jpeg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-4-1536x884.jpeg 1536w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-4.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La denuncia di Sereni fu spietata quanto ipocrita. Era consapevole che la Costituzione che si stava approvando – sebbene “transitoria” nei progetti del PCI – rappresentasse una “continuità con il passato”, ma era davvero menzognero quando accusava la DC di asservimento all’imperialismo statunitense se dimenticava quanti Dollari erano finiti nelle tasche della Resistenza comunista durante la guerra civile e l’asservimento all’imperialismo sovietico di cui si faceva portatore il PCIstesso. Davanti allo stato delle cose, ossia il confinamento del Partito Comunista all’opposizione e una Costituzione che non garantiva le conquiste dei “lavoratori”, Sereni aizzava le masse all’azione extraparlamentare, che la dice lunga sulla considerazione del “gioco democratico” che avevano i comunisti:</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">“<em>È</em> <em>un fatto che, già prima del colpo di Stato di De Gasperi, la lotta che intorno ai problemi costituzionali si è svolta nell’Assemblea </em><em>non è stata accompagnata e sostenuta, da parte dei partiti e delle masse democratiche prese nel loro complesso, dell’adeguata ampiezza ed aggressività di una lotta che si sviluppasse nel Paese, a consolidare ed a migliorare i risultati acquisiti nel corso </em><em>della guerra di liberazione e dell’insurrezione nazionale. La presenza di truppe straniere sul nostro territorio ha certo contribuito in maniera decisiva a costringere entro determinati limiti lo slancio democratico delle masse; ma sarebbe un grave errore </em><em>non considerare la parte che, nelle deficienze della nostra lotta per un profondo rinnovamento democratico della società italiana, hanno avuto le illusioni costituzionali, diffuse in larghi strati di masse, nei partiti democratici, e talora </em>ad opera<em> dei partiti democratici stessi</em>”.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Si faccia particolarmente attenzione alle parole usate e come vennero manipolate nel linguaggio comunista: la violenza di piazza è chiamata “<em>slancio democratico delle masse</em>”; la dittatura del proletariato e la nascita di uno Stato sovietico di stampo stalinista dipinte come “<em>profondo rinnovamento democratico della società italiana</em>”.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Continua Sereni: “<em>Il carattere distintivo delle illusioni costituzionali delle masse (e di certi partiti democratici) è dato – nel periodo che precede la convocazione dell’Assemblea costituente – dall’ingenua fiducia nelle </em>promesse<em> e negli impegni </em>formati <em>dei vecchi gruppi dirigenti nella borghesia italiana, che pur restavano saldamente istallati nelle posizioni di comando dell’economia e dell’apparato statale, e persino alla testa di certi partiti a base democratica</em>”. Davanti a tutto ciò, davanti ad una classe dirigente “fascista” che rimaneva al potere, credere che delle formule costituzionali potessero rappresentare la realizzazione delle aspirazioni dei “lavoratori” maturate durante la guerra civile doveva considerarsi una pia utopia, contro la quale si doveva combattere:</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">“<em>Il 2 Giugno [1946], al problema dell’</em><em>‘</em><em>ordine</em><em>’</em><em>, milioni d’Italiani guardavano ancora con le illusioni costituzionali di chi crede che un ordine sociale nuovo possa nascere da una formula giuridica, senza una lotta accanita contro le forze del vecchio mondo</em>”. Riaffiorava in queste parole tutta la tradizione rivoluzionaria marxista, della violenza come “levatrice della Storia”, ma anche una messa in guardia del proletariato che nulla doveva aspettarsi della prossima Costituzione, se non una nuova lotta. Non a caso, grazie all’azione della Democrazia Cristiana, erano stati esclusi dalla Carta “<em>la riforma industriale, la riforma agraria, la riforma bancaria, la democratizzazione dell’apparato statale</em>”, e tutto ciò, commentava amaramente Sereni,<em> </em>“<em>senza che i grandi movimenti di massa si scatenassero nel Paese per imporre al partito dominante della Costituente e del Governo il rispetto del suo stesso programma, delle sue stesse promesse elettorali</em>”.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-3.jpeg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-70380 size-medium alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-3-300x135.jpeg" alt="" width="300" height="135" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-3-300x135.jpeg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-3-1024x461.jpeg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-3-768x346.jpeg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-3-1536x691.jpeg 1536w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-3.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Le parole di Sereni sono un macigno che pesa sulla Costituzione, nata, quindi, come “puntello” della restaurazione della classe borghese già fascista, senza che i “lavoratori” siano insorti con la violenza per condizionarla secondo le loro aspirazioni.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La Carta, quindi, rappresentava l’evidenza della debolezza del “<em>movimento popolare</em>” italiano davanti alla “restaurazione”, un ostacolo alla sua marcia: “<em>Dopo il 2 Giugno, la Democrazia Cristiana, il partito dominante nell’Assemblea e nel </em><em>Governo, ha sistematicamente sabotato ed </em><em>impedito non solo la soluzione, ma finanche la discussione di qualsiasi problema</em><em> di riforma strutturale, che potesse offrire una base reale – e non solo astrattamente giuridica – alla nuova democrazia italiana. […] A colp</em><em>i di maggioranza, sono state distrutte persino quelle conquiste che, già nel corso della lotta di liberazione, le masse popolari si erano assicurate col consenso e col concorso della Democrazia Cristiana. Quel po’ di democratizzazione dell’apparato statale</em><em>, che si era realizzato con la nomina di Prefetti e di Questori democratici, con l’immissione di partigiani nell’Esercito e nella Polizia, è stato </em><em>annullato dai Governi a direzione democristiana, persino il riconoscimento giuridico dei Consigli di gestione, che pure era ancora nel programma del terzo Gabinetto De Gasperi, è stato accuratamente sabotato e respinto dall’opera della Democrazia Cristiana</em>”. Parole chiare ed inequivocabili che denunciavano come con la futura Carta il popolo italiano non avrebbe beneficiato “<em>di posizioni di fatto più favorevoli</em>”: “<em>Ogni sforzo è stato fatto per impedire che la nuova società e il nuovo Stato italiano siano altro che la continuazione giuridica della vecchia società e del vecchio Stato monarchico e fascista</em>”.Qualcosa di dirompente rispetto la narrazione contemporanea sulla Costituzione “scritta dai partigiani”. Tutt’altro,denunciava chi la Resistenza l’aveva fatta davvero, uccidendo e facendosi ammazzare sui monti durante la guerra civile: “<em>Dobbiamo parlare di </em>falso <em>costituzionalismo quando, alla base della lotta per la nuova Costituzione, si pongono non già le conquiste della lotta popolare, bensì le preoccupazioni per continuità giuridica col vecchio Stato monarchico e fascista</em>”.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Davanti ad una maggioranza parlamentare che, secondo Sereni, non rappresentava il “Paese reale”, le masse dovevano mobilitarsi per imporre la ben più morale “volontà popolare”: “<em>Quando un tale distacco si produce tra la situazione e l’orientamento del</em><em> Paese ed il suo riflesso nella vita parlamentare, il compito della lotta contro le illusioni costituzionali delle masse diventa un compito di primo piano per le forze conseguentemente democratiche, ed in particolar modo per il partito della classe operaia</em>”.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-2.jpeg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-70379 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-2-300x214.jpeg" alt="" width="300" height="214" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-2-300x214.jpeg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-2-1024x729.jpeg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-2-768x547.jpeg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-2-1536x1093.jpeg 1536w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-2.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">A tanti anni da quel 1° Gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione italiana, – con tanto di controllo e benestare statunitense – la realtà dei fatti è dimenticata, sostituita da una narrazione ideologica e partigiana – e, quindi, falsa –,che vuole la Carta “scritta dai combattenti della libertà”, e i Deputati costituenti – che nessuno ricorda e conosce – elevati in blocco a novelli “Evangelisti della democrazia”, iniziando magari da un certo Moranino (che, comunque, a differenza degli altri, almeno la Resistenza l’aveva fatta davvero). Non fu così. Non è così. La Costituzione non è “antifascista”, se non nella speculazione politica che ne fece Togliatti per aspirare al Governo del Paese insieme alla DC sull’unico comune denominatore che poteva unire i due grandi partiti di massa: la negazione di un nemico immaginario. Nessun programma comune, quindi. E questo al PCI bastava, perché l’unico programma per cui si doveva lottare era il suo: il comunismo nel nome di Stalin. In attesa del colpo di Stato “democratico”, come avvenne in Cecoslovacchia, determinante era essere al Governo del Paese, avere in mano le leve del potere per porre in atto la cosiddetta “autostalinizzazione” dell’Italia (cfr. “cecoslovacchizzazione”, per l’appunto)<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Non andò così. Gli USA – e gli Italiani – non lo permisero.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Una Costituzione non può essere antifascista, in quanto le Carte fondamentali non sono una negazione di qualcosa, non lo possono essere. Non possono essere strumento di lotta politica e di repressione. Le Costituzioni, semplicemente,raccolgono i principi attraverso i quali si “costruiscono” gli Stati, ne fissano le istituzioni e il loro funzionamento. Le Carte non abbattono, creano. E lo fanno fin che rispondono ai problemi del tempo. Poi, vengono cambiate, per adattarle ai nuovi problemi e renderle utili. Tutto ciò oggi è dimenticato, falsamente strumentalizzato a fini di polemica politica (cfr. il dibattito sulla riforma della giustizia), lasciando così l’Italia in un limbo nostalgico, in un passato che mai vi è stato, inventato di sana pianta dalla propaganda comunista ed ereditato oggi da una classe dirigente senza più ideali né progetti. Le Carte fondamentali, oltretutto, non possono essere scritte dai guerriglieri che, magari, l’unica cosa che sanno tenere in mano è il mitra straniero con il quale hanno sterminato il nemico politico di turno. E lo sanno tutti, come lo sapevano nel 1946, quando la Costituzione la scrissero non certo i partigiani, ma il fior fiore dei giuspubblicisti italiani, quei Professori universitari che avevano giurato… fedeltà al Regime fascista. Si potrebbe obiettare che, però, le idealità vengono dalla Resistenza, dalla lotta di fieri oppositi del Fascismo. Ebbene, la storia ci consiglia prudenza su tali affermazioni, e le parole di Emilio Sereni sono un macigno che non si può ancora far finta di ignorare.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-1.jpeg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-70378 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-1-290x300.jpeg" alt="" width="290" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-1-290x300.jpeg 290w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-1-990x1024.jpeg 990w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-1-768x794.jpeg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-1-1485x1536.jpeg 1485w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-30-at-11.42.14-1.jpeg 1547w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cfr. per una trattazione di questa politica strumentale P. Cappellari, <a href="https://www.passaggioalbosco.it/l-invenzione-dell-antifascismo/"><u><em>L’invenzione dell’antifascismo. </em></u><u><em>La nascita di un instrumentum regni che impedisce la pacificazione nazionale, genera odio e produce violenza</em></u></a>, Passaggio al Bosco, Firenze 2024.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://identitario.org/bella-ciao-una-sola-si-direbbe-a-roma/"><u><em>Bella Ciao… una “sòla” si direbbe a Roma…</em></u></a>, Identitario.org, 26 Aprile 2024.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>Una Costituzione antifascista?</em>, in P. Cappellari, <em>Se avessero vinto i partigiani. Perché l’Italia non è diventata una Repubblica Popolare</em>, Passaggio al Bosco, Firenze 2026.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>La Resistenza tradita</em>, in P. Cappellari, <em>Se avessero vinto i partigiani</em>, cit.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>Partigiani alla sbarra nell’Italia democratica</em>, in P. Cappellari, <em>Se avessero vinto i partigiani</em>, cit.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. E. Sereni, <em>Illusioni costituzionali</em>, “Rinascita”, a. IV, n. 9, Settembre 1947.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>La via democratica al comunismo: la “cecoslovacchizzazione”</em>, in P. Cappellari, <em>Se avessero vinto i partigiani</em>, cit.</p>

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		<title>Una Costituzione antifascista? &#8211; Pietro Cappellari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 06:39:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti di Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Appunti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Cappellari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Regime fascista si parla quindi a buon diritto di libertà, che non sarà naturalmente quella socialmente dannosa del liberalismo, ma sarà soprattutto senso di responsabilità, sicché potrà atteggiarsi come il motivo di una autolimitazione dell’individuo, che permetta la coesistenza della sua autonomia con altre autonomie aventi eguali diritti. Su questo fondamento spirituale si fonda [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 80px;"><em>In Regime fascista si parla quindi a buon diritto di libertà, che non sarà naturalmente quella socialmen</em><em>te dannosa del liberalismo, ma sarà soprattutto senso di responsabilità, sicché potrà atteggiarsi come il motivo di una autolimitazione dell’individuo, che permetta la coesistenza della sua autonomia con altre autonomie aventi eguali diritti. Su questo fon</em><em>d</em><em>amento spirituale si fonda l’organizzazione collettiva fascista, che riassume in una formula di armonia, di co</em><em>o</em><em>rdinamento, di collaborazione.</em></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;">Prof. Aldo Moro</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;">(futuro “Padre costituente”)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>UNA COSTITUZIONE ANTIFASCISTA?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><em><strong>La doppiezza del PCI e la </strong></em><em><strong>“</strong></em><em><strong>terza via</strong></em><em><strong>”</strong></em><em><strong> corporativa nella Carta</strong></em><em><strong> costituzionale</strong></em></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Da alcuni anni la classe dirigente dello Stato italiano tenta di riportare al centro dell’attenzione la Costituzione, segno inequivocabile della lontananza di questa dal comune sentire della popolazione che sembra proprio ignorarla, nonostante costituisca la base fondamentale del vivere civile della Repubblica. Si è partiti dal “patriottismo costituzionale”, con il quale si è cercato di nobilitare il testo del 1948 sostituendolo o integrandolo nell’amor di Patria; per finire poi a spettacolarizzare il tutto con la nota dizione “la più bella del mondo”. Risultati, nell’uno e nell’altro caso, nulli. E se per un comico è “la più bella del mondo”, per il più grande costituzionalista britannico, a detta dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, è «la peggiore Costituzione adottata nel dopoguerra in Europa»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Chi sbaglia? Un “giullare” portavoce della sinistra italiana o un Padre della Repubblica?</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Del resto, anche in campo antifascista, all’epoca, le perplessità non furono isolate davanti al testo costituzionale. Ha ricordato Valentino Rubetti:</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Alla nostra Legge fondamentale non mancarono illustri critiche, da parte insospettabile: Gaetano Salvemini la definì “<em>un’alluvione di scempiaggini</em>” e Piero Calamandrei osservò che si trattava di una “Costituzione tripartitica, di compromesso, molto aderente alle contingenze politiche dell’oggi e del prossimo domani: e quindi <em>poco lungimirante</em>”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La Carta, oggi, è usata solo dalle ristrette minoranze della classe politica italiana per i loro artificiosi duelli di circostanza, nulla di più. Comunque, partendo da questi duelli, secondo i quali le riforme costituzionali sono giuste o sbagliate a seconda della fazione politica che le sostiene, si scopre che la Costituzione, lungi dal promuovere qualcosa che unisce, è in realtà un’arma di battaglia politica, che è nata contro qualcosa e, quindi, di per sé divisiva. Quante volte abbiamo sentito dire che la «Costituzione è antifascista»? Cosa vuol dire questo assunto? Non sappiamo con precisione, anche perché in nessuno dei suoi articoli viene mai menzionato l’antifascismo. Qualcuno fa notare che, sebbene solo nelle Disposizioni finali e transitorie, vi è un esplicito richiamo al divieto di ricostituzione del Partito Fascista. Ora, fermo necessario che bisogna pur comprendere gli anni in cui questa Costituzione venne scritta (1946-1947), dobbiamo affermare a chiare lettere che tale Disposizione transitoria e finale venne inserita nel testo non per una necessità evidenziata e discussa dall’Assemblea Costituente, ma per obbligo imposto dagli Alleati che, fin dal Settembre 1943 e poi fino al Trattato di Pace (<em>diktat</em>) del 10 Febbraio 1947, imposero tale passaggio al Governo italiano<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Del resto, quel tipo di Costituzione fu adottata solo per allineare il sistema politico italiano alla sfera di influenza neocoloniale statunitense(cfr. Accordi di Jalta, Febbraio 1945). Se la nostra Nazione fosse stata inserita nella sfera di influenza sovietica, avremmo avuto tutt’altra storia, checché ne pensassero i vari Comitati di Liberazione Nazionale, i vari Governi e i vari partiti che si agitavano in quegli anni nel nostro Bel Paese. Dato questo assunto, sembra un’esagerazione legare la Costituzione alla Resistenza, un movimento che, oltre a divisioni ideologiche profonde, non diede in realtà nessun apporto politico durante la guerra civile e, in generale, nemmeno militare. Questo, ovviamente, non vuole assolutamente negare che l’Assemblea Costituente fu anche espressione degli ideali della Resistenza, molti suoi componenti provenivano dalle fila dei CCLN clandestini durante la RSI, e che tutti i Deputati avessero – per convinzione o opportunismo non importa – fatto una scelta di campo ben precisa: quella dell’antifascismo. Ma da qui a dire che la Costituzione fosse antifascista per scelta fondante dei suoi autori ce ne vuole, anche perché – se tutti erano antifascisti – si volle scrivere un testo per il futuro dell’Italia, non certo una Carta che cristallizzasse la guerra civile di generazione in generazione. Anche perché non pochi di quei Deputati venivano da tutt’altra esperienza. E che esperienza!</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Si afferma, sempre più in imbarazzo, che sebbene la parola “antifascismo” non compaia mai nel testo costituzionale, la Carta rimane antifascista perché, sposando una visione democratica, in sé nega il fascismo. Certamente, sposando una visione democratica ed adottando quelle formule, la nostra Costituzione è altro rispetto al fascismo e lo nega nei fatti, così come nega il comunismo ed addirittura una visione liberale dello Stato!</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">In realtà, ad etichettare la Costituzione come antifascista furono prima di tutto i comunisti, ossia coloro che considerarono la Carta come un compromesso da superare al più presto in vista dell’edificazione di uno Stato socialista (incompatibile con la Costituzione che si stava varando). Lo stesso Togliatti ebbe a specificare che «si sta scrivendo una Costituzione che non è una Costituzione socialista, ma è la Costituzione corrispondente ad un <em>periodo transitorio di lotta</em>per un regime economico di coesistenza di differenti forze economiche che tendono a soverchiarsi le une con le altre»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.Sia chiaro, se il PCI avesse preso il potere, la Costituzione del 1948 sarebbe stata silurata per una di tipo sovietico, come avverrà in Cecoslovacchia. Non a caso furono proprio i comunisti a bollare la Costituzione come antifascista, ossia come uno strumento che non permettesse più al Fascismo di ritornare al potere travolgendo la “libertà” e l’ordinamento democratico dello Stato. Quindi, una Costituzione “strumentale”. Aggiungendo, comunque, che la garanzia per il raggiungimento di questi fini si sarebbe ottenuta solo quando le “forze nuove”, quelle “democratiche”, le “forze del lavoro”, si sarebbero affermate. In poche parole, solo quando i comunisti avrebbero preso il potere: «Noi rivendichiamo [affermò Togliatti l’11 Marzo 1947] una Costituzione socialista… Oggi si tratta di distruggere fino all’ultimo ogni residuo di ciò che è stato il Regime della tirannide fascista»<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Affermazioni in cui traspare tutto l’odio togliattiano verso l’invidiato Regime, i decenni di frustrazione davanti ai successi di Mussolini, le numerose sconfitte e l’umiliazione della “lettera ai fratelli in camicia nera” da far dimenticare<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Ma di là di queste considerazioni psicologiche prima che politiche, tutti sapevano quali garanzie di libertà, giustizia e rispetto dei diritti politici davano le “democrazie progressive” che stavano sorgendo in tutta l’Europa dell’Est. Ecco, quando si parla di Costituzione antifascista, si parta da qui. Ossia dalla necessità per il PCI di essere “accolto” nella famiglia democratica in nome di un nemico comune, utilizzando i Comitati di Liberazione Nazionale come “cavalli di Troia”. Non a caso, nel 1986, il Prof. Franco Tamassia, nella sua prolusione per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto di Studi Corporativi ebbe a specificare in merito alla Costituzione “nata dalla Resistenza” e “contro il Fascismo”:</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">«Quale è la funzione di questo richiamo? […] In primo luogo costituisce un fattore unitivo per le forze la cui ispirazione ideologica ufficiale si presenta tutt’ora come eterogenea ed incompatibile; <em>senza il comune </em><em>elemento antagonistico del fascismo (che se non fosse mai esistito lo avrebbero inventato) e di quei valori o disvalori che gli si attribuiscono, determinate coalizioni non si potrebbero giustificare</em>»<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Già queste poche osservazioni metterebbero in crisi gli attuali “apologeti per sport” della nostra Costituzione, ma ancor più preoccupazione potrebbe scatenare l’osservare quali sono le radici sulle quali prese forma la Carta che, accanto agli ideali della Resistenza, fu influenzata, e in maniera non marginale ma consistente, da tutt’altre esperienze, in particolarequelle del “famigerato” Ventennio fascista. È questa l’analisi di un importante lavoro di Francesco Carlesi e Gianluca Passera al quale rimandiamo il lettore e che costituirà il riferimento di questo nostro breve saggio<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La Costituzione italiana nacque dopo la Seconda Guerra Mondiale che vide la nostra Nazione come Paese sconfitto, oggetto di occupazione straniera (cui i Governi subordinati rispondevano in pieno) ed inserito nella sfera di influenza neocoloniale statunitense. Ovvio che la Carta registrasse e recepisse <em>in toto </em>questa situazione rivoluzionaria. Nacque, altresì, come un compromesso tra una visione democratica e una visione marxista, con continui “aggiustamenti” che ne compromisero l’assetto.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">A quasi 80 anni dal 1948, cosa rimane di quelle battaglie politiche, di quegli ideali, di quei partiti? Nulla, eppure la Costituzione sembra per alcuni intoccabile, immobile come una sfinge, rischiando di fare la fine della sfinge non potendo certamente rispondere a ben altri problemi, a ben altre esigenze, a ben altre visioni politiche. Certo, per chi non ha più nulla da dire, perché il suo sistema ha fallito o perché crede nella “fine della Storia” con il raggiungimento della società perfetta, cristallizzare un mitico passato serve essenzialmente a legittimarsi moralmente ogni giorno nei confronti dei cittadini che pretende di governare, mascherando la sua improvvisazione e la sua ipocrisia.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il tramonto del comunismo – per cui i partigiani si erano battuti – ha provocato un cortocircuito delle coscienze. Allora ci si reinventa un passato che non c’è mai stato e si “santifica” quella che era da considerarsi solo una fase di passaggio verso il socialismo reale. Tutti sapevano – per citare un Roberto Vivarelli – che la Carta costituiva un “<em>punto di partenza</em>”. Adesso, non potendo più andare oltre, quella fase storica si è cristallizzata, come “<em>punto di arrivo</em>”. E sosta.Addirittura una “conquista”. Forse un po’ troppo per chi aveva scatenato una guerra civile senza precedenti nella storia d’Italia con tutt’altri obiettivi politici.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/SE-AVESSERO-VINTO-I-PARTIGIANI-copertina.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-70298 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/SE-AVESSERO-VINTO-I-PARTIGIANI-copertina-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/SE-AVESSERO-VINTO-I-PARTIGIANI-copertina-211x300.jpg 211w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/SE-AVESSERO-VINTO-I-PARTIGIANI-copertina-722x1024.jpg 722w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/SE-AVESSERO-VINTO-I-PARTIGIANI-copertina-768x1090.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/SE-AVESSERO-VINTO-I-PARTIGIANI-copertina-1083x1536.jpg 1083w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/SE-AVESSERO-VINTO-I-PARTIGIANI-copertina-1444x2048.jpg 1444w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/08/SE-AVESSERO-VINTO-I-PARTIGIANI-copertina.jpg 1748w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La Costituzione nacque anche con una piccola contraddizione: riconobbe la sovranità popolare, ma non fu mai sottoposta all’approvazione del corpo elettorale italiano: “Donde il difetto assoluto di quel carattere ‘popolare’ che, viceversa, i giuspubblicisti nordamericani si compiacciono di rivendicare per la loro Carta fondamentale”, ha evidenziato il Prof. Gherardo Marenghi<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Ma anche sulla rappresentatività popolare dell’Assemblea costituente si devono evidenziare delle distorsioni, non solo dovute al (comprensibile) fatto politico che i “maggiori responsabili” del Regime fascista furono esclusi dal diritto di voto e milioni di cittadini italiani fascisti non ebbero rappresentanza in quelle votazioni mancando un movimento di riferimento. Vennero esclusi dal voto, per contingenza si dirà, decine di migliaia di prigionieri di guerra ancora non rientrati in Italia, cosa gravissima dal punto di vista morale: “Chi più aveva dato, nulla ebbe”. Assassini e stragisti, approfittatori ed imboscati, <em>segnorine </em>e <em>scusci</em><em>à</em>, ebbero il diritto al voto; i combattenti della Patria in prigionia no. E dove si raggiunse il massimo fu l’esclusione dal voto degli Italiani delle provincie di Zara, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Bolzano. Secondo Valentino Rubetti, 1.600.000 cittadini non poterono votare per le elezioni dell’Assemblea costituente e per il <em>referendum </em>Monarchia-Repubblica<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Ed erano gli Italiani che più avevano sofferto per la Patria. Un inizio che è tutto un programma.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L’Assemblea fu monopolizzata dai tre partiti di massa affermatisi il 2 Giugno 1946: la DC (35,21% dei voti e 221 Deputati); il PSIUP (20,68% dei voti e 115 Deputati); il PCI (18,93% dei voti e 104 Deputati); seguiti alla lontana dal PLI (6,78% dei voti e 33 Deputati); dal Fronte dell’Uomo Qualunque (5,27% dei voti e 30 Deputati); dal PRI (4,36% dei voti e 23 Deputati). Due milioni furono comunque le schede nulle e oltre 600 mila quelle bianche (su circa 28 milioni di elettori).</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La DC ottenne la maggioranza dei Deputati (221) e la sinistra marxista (219 Costituenti) ottenne la Presidenza dell’Assemblea: Giuseppe Saragat del PSIUP (25 Giugno 1946 – 6 Febbraio 1947) e Umberto Terracini del PCI (8 Febbraio 1947 – 31 Gennaio 1948).</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Su 556 Deputati eletti solo 21 erano le donne – su cui tanto oggi si specula –, quindi, una minoranza ininfluente. Il “popolo” – su cui altrettanto si specula – non fu direttamente rappresentato, se si pensa che quasi tutti gli eletti erano laureati e solo il 5,5% dei Costituenti non possedeva questo titolo di studio.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Queste le premesse, ma veniamo al concreto, certi di suscitare sorprese.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Quello che mai viene evidenziato è che i Costituenti furono indirizzati nelle loro proposte anche dalla precedente esperienza fascista, che costituì la base di diversi articoli della Carta, tanto che Gianluca Passera ha evidenziato eloquentemente:</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Dobbiamo […] sottolineare una cosa importante: abrogare e sostituire con strutture e principi del tutto simili al periodo precedente, non è antifascismo, semmai <em>è riconoscere quanto di buono il Fascismo progettò o contribuì a progettare</em> in una sintesi con le altre forze politiche e culturali della Nazione<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Non a caso, lo stesso Onorevole monarchico Roberto Lucifero ebbe a sentenziare in Assemblea: «<em>Mezzo Codice Civile e mezzo Codice Penale [scritti dal Fascismo] sono andati a finire nella Costituzione. E non solo i Codici, ma anche i Codici di procedura</em>»<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Ha scritto l’Avv. Ludovico Boeti Villanis:</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Se la Costituzione […] dovesse definirsi antifascista per il momento storico dal quale scaturì o per il credo politico dei cosiddetti padri costituenti, non si comprenderebbe oggi la ragione dei quasi 75 anni di coesistenza – per citare solo due esempi – con il Codice penale del 1930, detto Codice Rocco dal Ministro della Giustizia di allora e annoverato tra le “leggi fascistissime” dallo stesso Duce – e ciò malgrado gli interventi soprattutto della Corte Costituzionale che però mai ne hanno intaccato l’impianto nel suo complesso, né la stragrande maggioranza dei singoli articoli che lo compongono – ed alla stregua del Codice Civile del 1942 che tutt’ora consta a chi lo consulta “decretato” da “Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e volontà della Nazione, Re d’Italia e di Albania, Imperatore d’Etiopia”<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Tutto ciò non si comprende se non si osserva cosa accadde durante i lavori dell’Assemblea. Come ha evidenziato Passera: “Nei fatti se i comunisti scesero a compromessi <em>aspettando tempi migliori</em>, i democristiani furono il motore trainante, forti della <em>loro scuola di pensiero corporativo</em> e della loro <em>attività in comunanza di intenti con il Fascismo</em>. I liberali dal canto loro, non ancora estremisti nelle loro convinzioni come oggi, accettarono una struttura statale che marginalizzava le loro idee economico-politiche”<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il fior fiore dei Professori delle Università fasciste (tutti con solenne giuramento al Regime) furono i motori principali della scrittura della Costituzione italiana: da Ferruccio Pergolesi ad Amintore Fanfani, da Aldo Moro a Vezio Crisafulli.Lo stesso Giuseppe Dossetti fu accusato di corporativismo fascista<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>. È vero, a loro si affiancarono uomini che nulla chiesero al Fascismo e lo combatterono sempre. Ma forse scavare troppo tra quella fazione non porterebbe lontano ed annoverare i vari Francesco Moranino tra gli antifascisti schierati nell’Assemblea costituente non sembra sia qualcosa di edificante e di cui andare orgogliosi.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Citare tutti coloro la cui adesione al Regime fu “totalitaria” e che poi si scoprirono antifascisti ponendosi alla guida della Repubblica Italiana “nata dalla Resistenza” è impressionante, ma fondamentale per comprendere la nostra storia<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>. Sono costoro che costruirono i cardini della Costituzione, non volendo intendere per democrazia l’illimitata libertà del singolo, ma bensì la sua partecipazione alla vita dello Stato.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Lo stesso articolo 1 – la repubblica democratica “fondata sul lavoro” – fu opera di Fanfani, che così corresse la dizione che volevano i socialcomunisti sulla repubblica “dei lavoratori”, con cui intendevano solo gli operai e i contadini, escludendo tutti gli altri, richiamando direttamente la Costituzione sovietica del 1936. Fanfani, già della Scuola di Mistica Fascista, invece, inserì il concetto di “lavoro”, richiamandosi all’umanesimo del lavoro di Gentile, alla stessa Carta del Lavoro fascista del 21 Aprile 1927-V, dove il lavoro era considerato un “dovere sociale” dell’individuo<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Non si tratta assolutamente di retorica, ma di una centralità e di una ripresa che lascia increduli chi non conosce il corporativismo fascista. Non a caso, il “lavoro”, quello di Gentile, del corporativismo fascista, della Carta del Lavoro, dell’art. 1 della Costituzione, fu posto alle fondamenta dell’azione politica del nuovo partito fascista italiano, il Movimento Sociale Italiano, che, proprio all’art. 1 del suo statuto inserì la sua ragione d’essere e tutto il suo progetto politico: “Il MSI si propone la realizzazione dello <em>Stato Nazionale del Lavoro</em>, per il raggiungimento – mediante l’<em>alternativa corporativa</em> – dei più avanzati traguardi di giustizia sociale e di elevazione umana, nel rispetto della libertà per tutti e nella armonia dell’ordine con la libertà”. Qualcosa di sconcertante per gli antifascisti, certamente.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Etica del dovere, di matrice mazziniana e di influsso corporativista, che Fanfani inserì anche nei “suoi” articoli 2 e 3: “È ormai chiaro come, sin dai primi articoli della nostra Costituzione, la concezione di lavoro e di solidarietà, siano indirizzati verso <em>una terza via</em><em> non comunist</em><em>a</em><em> e non liberale</em>, certamente una democrazia con alla base il lavoro di tutte le categorie in maniera sinergica”.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Un principio [quello della solidarietà sociale che è altro non è che la solidarietà corporativa] ancora da concretizzare, tramite la predisposizione di strumenti normativi e organi appositi, ma che comunque <em>ricalca in linea generale le previsioni corporative della Carta del Lavoro</em>, inserita nel 1942 come introduzione al Codice civile e anch’essa abrogata con la soppressione della struttura corporativa. […] L’idea di <em>ricostruire una struttura corporativa</em>, collaborativa di classe è ben presente in Costituente e, nonostante l’opposizione liberale e l’opposizione a tratti comunista, alcune norme come quella sulla gestione della proprietà privata saranno accettate, altre assolutamente no.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Resta il fatto che abbiamo dimostrato come il principio della solidarietà corporativa e il principio della solidarietà sociale, politica ed economica inserito in Costituzione all’articolo due, combaciano e hanno la stessa radice<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Fanfani non fece altro che recuperare tutte le elaborazioni sociali del Fascismo, come fece quando sulla fine degli anni ’40, in veste di Ministro del Lavoro, fu promotore del cosiddetto “Piano Casa” avvalendosi anche dei documenti del sindacalista fascista Francesco Grossi<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">“Presenza di fascismo” c’è anche nel riconoscimento in Costituzione della proprietà privata e della sua funzione sociale,che ritroviamo addirittura in un discorso di Benito Mussolini risalente al 1934:</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">«L’economia corporativa rispetta il principio della proprietà privata. La proprietà privata completa la persona umana: è un diritto e, se è un diritto, è anche un dovere. Tanto che noi pensiamo che la proprietà deve essere intesa in funzione sociale; non quindi la proprietà passiva ma la proprietà attiva, che non si limita a godere i frutti della ricchezza ma li sviluppa, li aumenta, li moltiplica»<a href="#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Contenuti perfettamente in linea con quanto espresso dall’ora antifascistissimo Paolo Emilio Taviani, relatore della Democrazia Cristiana sul diritto di proprietà all’Assemblea Costituente: “Taviani sottolineando che la concezione della proprietà privata del Codice Civile non si potrebbe adattare a strutture statali collettive, ci conferma invece come la proposta democristiana sia <em>in piena continuità col periodo precedente</em>”.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Questo <em>focus </em>sul Codice civile era necessario perché se è vero che l’art. 42 della Costituzione riconosce e determina portata e funzioni del diritto di proprietà, è altrettanto vero che fa riferimento all’art. 832 del Codice civile corporativo a sua volta collegato alla Carta del Lavoro. Appare evidente, nella linea di Taviani, <em>una continuità con il sistema corporativo</em>. Cosa che peraltro ammetterà anche Ghidini [Gustavo, Deputato del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani], correggendo il tiro rispetto al suo pensiero iniziale, ammettendo che la funzione sociale della proprietà è un concetto portato avanti in Italia dal fascismo e caduto il fascismo dalla Democrazia Cristiana<a href="#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Del resto, Taviani si era specializzato alla Scuola Normale di Pisa in Scienze corporative, aveva fatto parte dei GUF ed aveva partecipato ai Littoriali della Cultura. Tutto questo non poteva essere dimenticato, anche se nessuno avrebbe obiettato sul suo antifascismo viscerale che lo porterà, ad esempio, in qualità di Ministro dell’Interno, nel Novembre 1973, a sciogliere, con un atto politico senza precedenti, il Movimento Politico Ordine Nuovo, senza aspettare gli esiti di altri gradi di giudizio pur costituzionalmente riconosciuti<a href="#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a>. Un atto politico con il quale si scioglieva un movimento politico accusato solo di professare “idee maledette” e che permetterà subito dopo di creare la comoda e strumentale figura del “capro espiatorio” di tutte le stragi compiute in Italia. Ma questa è un’altra storia. Tornando alla Costituzione, ha sentenziato Passera: “Una lunghissima discussione riguardante la proprietà in Costituente <em>‘ricalca’ spesso quasi totalmente la portata del nuovo concetto di proprietà privata approfondito dal corporativismo fascista</em>, compresa la contestazione basilare alle idee borghesi del 1789”<a href="#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a>. “<em>La proprietà arriva ad assumere la valenza di diritto dovere, di responsabilità sociale già nel 1939, ed è una pietra angolare della struttura fascista e corporativa</em>”<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a>. Così anche nel concetto di proprietà cooperativa: “Anche in questo caso a livello legislativo, <em>i Costituenti arrivano però secondi</em>, arrivando a concludere che fosse una sorta di proprietà privata allargata anche se basata su principi solidaristici. Era stato talmente approfondito che, già nell’Ottobre 1925 [III Anno Era Fascista] fu istituito l’Ente Nazionale della Cooperazione”<a href="#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Anche l’art. 41 della Costituzione del 1948, sull’iniziativa economica privata e sul collegamento con l’utilità sociale, è ricollegabile al Codice Civile del 1942-XX e addirittura “<em>sovrapponibile </em><em>all’enunciato VII della Carta del Lavoro</em>”<a href="#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a>. Così l’art. 43, sull’espropriazione mediante indennizzo dell’attività monopolistica allo Stato, ad enti pubblici o comunità di lavoratori, che è “collegato naturalmente agli articoli 834, 835, 838 del Codice Civile, che <em>ricalcano il postulato IX della Carta del Lavoro</em>”<a href="#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a>. Ancora Passera: “<em>Che il fascismo sia dunque in parte ‘sopravvissuto’ alla disfatta della guerra sembra altrettanto vero</em>”<a href="#_ftn29" name="_ftnref29">[29]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Altro elemento interessante fu la discussione sul diritto di sciopero – vero e proprio feticcio della sinistra – che democristiani del calibro di Moro, La Pira, Mastojanni, Dossetti e Corsanego volevano limitare, mentre Togliatti lo voleva assoluto, per poterlo utilizzare come strumento di lotta contro lo Stato “borghese” e per la conquista del potere. A chi gli faceva notare che in URSS non esisteva il diritto di sciopero, il Segretario del PCI rispondeva che, in una società socialista, non v’era bisogno di questo diritto<a href="#_ftn30" name="_ftnref30">[30]</a>. I democristiani, invece, sostenevano che creando una società democratica fondata sulla solidarietà sociale, lo sciopero non era necessario. Non a caso Fanfani sostenne che, dato il carattere solidarista della Repubblica, sarebbe stato opportuno che la Costituzione non parlasse affatto del diritto di sciopero che presupponeva uno scontro<a href="#_ftn31" name="_ftnref31">[31]</a>. La tendenza democristiana era quella di proibire sciopero e serrata, per risolvere i conflitti attraverso enti di mediazione tra le parti, come la Magistratura del Lavoro… istituita dal Fascismo con la Carta del Lavoro del 21 Aprile 1927-V. Dall’altro lato, era chiaro che i social-comunisti volessero utilizzare lo sciopero, in specie quello politico, per forzare il sistema e utilizzarlo come strumento di guerra del proletariato<a href="#_ftn32" name="_ftnref32">[32]</a>. Ecco, a cosa servì il diritto di sciopero!</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Arriviamo così alla discussione sui sindacati dei lavoratori. Se in Assemblea ci si allontanò dal concetto di sindacato unico di corporativa memoria, il duello marxisti-democristiani portò ad un compromesso “zoppo”, ma che – come evidenza Passera – “<em>è in larga parte di concezione e sviluppo corporativo</em>”!<a href="#_ftn33" name="_ftnref33">[33]</a> Si ricordi, comunque, che in quegli anni esisteva il sindacato unitario (di “tradizione” fascista) della CGIL, al cui interno vi erano rappresentate tutte le anime politiche dei lavoratori.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Non mancarono prese di posizione in favore del sindacato unico giuridicamente riconosciuto, come quelle dell’On. Vincenzo Mazzei del Partito Repubblicano<a href="#_ftn34" name="_ftnref34">[34]</a>. Alla fine si scelse il compromesso della pluralità dei sindacati (in concorrenza tra loro, che avrebbero indebolito la forza dei lavoratori, ma che potevano essere più facilmente essere utilizzati contro lo Stato “borghese”), con possibilità di riconoscimento giuridico (di matrice fascista). Il famoso articolo 39, rimasto lettera morta.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">I comunisti, quindi, ottennero mano libera per utilizzare i sindacati per i loro propositi rivoluzionari – quanto antidemocratici, sia chiaro –, ma non ottennero il riconoscimento del principio della superiorità del proletariato. Cosa, ovviamente, che non fu un problema visto che la Costituzione era da considerazioni come uno strumento transeunte sulla via della conquista del potere. Una Carta che sarebbe stata prima o poi sostituita da una socialista, ossia mutuata dal modello sovietico-stalinista (come emblematicamente avvenne nella democratica e progressista Cecoslovacchia). Non si deve mai dimenticare cosa intendevano per democrazia e “libertà” i social-comunisti, come non si deve mai dimenticare chi consideravano “lavoratori”, ossia solo gli operai e i contadini, escludendo tutti gli altri. Questa presunzione di superiorità morale del proletariato – che con altrettanta supponenza pretendevano di rappresentare – arriverà a far etichettare la stessa Corte Costituzionale come una «bizzarria», considerandola anticostituzionale ed irrispettosa dei voleri del “popolo” (il loro, ovviamente)<a href="#_ftn35" name="_ftnref35">[35]</a>. Infatti, la Corte Costituzionale aveva il diritto di intervenire contro le leggi che violavano la Carta. Anche quelle emanate da un eventuale legittimo Governo comunista, vincitore delle elezioni. E per il PCI che una volta al potere avrebbe dovuto varare una nuova Costituzione socialista, silurando questa “transeunte”, la Corte Costituzionale sarebbe stata un ostacolo da abbattere, se non interamente monopolizzata in precedenza.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Molto interessante fu la discussione a proposito della rappresentanza professionale, ossia corporativa. Molti Deputati, che venivano da <em>quella</em> esperienza, non mancarono di sottolineare l’importanza che il cittadino fosse fatto partecipe della vita dello Stato anche secondo il concetto di “rappresentanza dei gruppi sociali”. Tra questi Gaspare Ambrosini e Costantino Mortati, già Professori universitari durante il Regime fascista: “Tutti gli interventi democristiani furono dello stesso tenore, miranti ad appoggiare una seconda Camera espressione delle forze sociali, progettata in maniera paritetica” a quella espressione dei partiti<a href="#_ftn36" name="_ftnref36">[36]</a>. Una seconda Camera, quindi, la cui impostazione corporativa è ben evidente. Ricorda Passera:</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><em>La profonda </em><em>similitudine strutturale con il corporativismo e la Camera delle Corporazioni che a più riprese i comunisti come Nobile sottolineano, esiste: «Nonostante le affermazioni contrarie in sostanza si punta a ricostituire una specie di Camera delle Corporazioni»</em>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">[…] I comunisti sono contrari perché fondamentalmente, viste le percentuali elettorali [col PCI solo terzo partito, al di sotto del 19% dei voti], nonostante una forte base operaia e popolare, pensare di creare una seconda Camera che fosse espressione dell’intero sistema produttivo voleva dire considerare un’Assemblea non direttamente dipendente dai partiti e nella quale il loro poteva risultare paradossalmente ridimensionato<a href="#_ftn37" name="_ftnref37">[37]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Doveroso ricordare che Mortati fu allievo del grande Sergio Panunzio, l’edificatore dell’ordinamento sindacale corporativo; tra i maggiori responsabili della creazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni; teorico della quarta funzione dello Stato: quella corporativa; tra i primi a parlare della funzione sociale della proprietà; autore della riforma dei Codici; realizzatore della Magistratura del Lavoro. Mortati, già nel 1940, nel XVIII anno dell’Era Fascista per essere chiari, aveva ipotizzato una nuova Costituzione che sostituisse lo Statuto Albertino: lo ritroveremo tra i Padri costituenti del 1946-1947. Del resto, tutta una scuola giuspubblicistica del Regime sapeva bene che la dittatura mussoliniana avrebbe avuto un termine, dopo il quale sarebbe entrato in funzione lo Stato fascista vero e proprio, con tutti i suoi organi pienamente operativi, non più meri strumenti nelle mani del Duce. Le riforme costituzionali approntante tra il 1939-1942, non a caso, stavano costituendo le basi della futura democrazia organica fascista. Molti di questi giuspubblicisti del Regime li ritroveremo nell’Assemblea Costituente.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Durante i lavori dell’Assemblea non era sfuggito il rischio di far sprofondare il sistema democratico in partitocrazia e la rappresentanza dei gruppi sociali (ossia il corporativismo) venne vista come bilanciamento. Una denuncia che fu gridata ovviamente anche da chi era fuori da quell’Assemblea, ossia i fascisti, che più volte criticarono il sistema che si stava affermando, denunciando la degenerazione del parlamentarismo in partitocrazia<a href="#_ftn38" name="_ftnref38">[38]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Davanti a tutto ciò, sentenzia Passera, utilizzando le parole-chiave usate in Assemblea Costituente: “Interessi generali dello Stato, di uno Stato con tutte le classi e il lavoro protagonisti, e <em>anche questo è corporativismo</em>”<a href="#_ftn39" name="_ftnref39">[39]</a>. Se “<em>il Senato si fosse basato sui principi della DC, si sarebbe realizzato un progetto pienamente corporativo</em>”<a href="#_ftn40" name="_ftnref40">[40]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Abbiamo visto che principi quali: la solidarietà di classe, i rapporti sociali tra i vari gruppi, il concetto di proprietà privata, le rappresentanze di categorie, la Repubblica fondata sul lavoro, il rigetto della speculazione, <em>sono tutti temi ampiamente approfonditi, studiati, applicati alla legge dal corporativismo </em><em>durante il Fascismo, ripescati quasi totalmente in Costituzione</em> dalla classe dirigente cattolica. Alla luce di tutto questo, diventa quanto meno sbagliato storicamente accreditare alla Costituzione un profondo momento di rottura con il periodo precedente [&#8230;]<a href="#_ftn41" name="_ftnref41">[41]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Alla fine il corporativismo democristiano partorì un “topolino”: il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), ipotizzato come terza Camera e, poi, svuotato di ogni potere effettivo.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Le sorprese ovviamente non finiscono qui se si pensa all’articolo 46 che prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, richiamando palesemente il cavallo di battaglia della RSI, la socializzazione, la cui eco durò diversi anni se, come annota Francesco Carlesi, sul finire degli anni ’60, “influenti uomini delle istituzioni europee come Walter Hallstein e Robert Marjolin studiarono esplicitamente la socializzazione delle imprese della RSI”. Un cavallo di battaglia fascista che, secondo Renzo Morera, “Avvocato di altissimo livello nel contesto delle istituzioni europee”, influenzò le riforme tedesche delle Società per Azioni, aprendo alla cogestione (<em>Mittbestimmung</em>). Un successo che fece della Germania una potenza economica e garantì una “discreta stabilità sociale”<a href="#_ftn42" name="_ftnref42">[42]</a>. In Italia, invece, l’articolo 46 rimase lettera morta, frutto anche dell’invidia dei comunisti che, nella Primavera del 1945, come primo atto di Governo, vollero proprio abolire la socializzazione della RSI, rimandandola ad un futuro che non ci sarebbe mai stato. Manlio Sargenti, già Capo di gabinetto del Ministero dell&#8217;Economia Corporativa della Repubblica Sociale Italiana, che partecipò attivamente alla preparazione ed alla elaborazione dei provvedimenti legislativi per la socializzazione,</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">riconobbe che la Carta costituzionale del 1948 all’art. 1 e all’art. 46 <em>si richiamava direttamente alla Carta di Verona</em>, ma ritenne che queste fossero solo affermazioni platoniche, principi rimasti lettera morta. I Consigli di gestione istituiti dai comunisti in alcune grandi aziende erano secondo Sargenti meri organismi di propaganda di partito<a href="#_ftn43" name="_ftnref43">[43]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Quello che, invece, rimase fu l’impianto del diritto del lavoro fascista, giunto fino ai nostri giorni: tra il 1926 e il 1933 vennero depositati presso il Ministero delle Corporazioni 9.059 contratti nazionali e provinciali <em>erga omnes</em>, “testimoniato persino dall’art. 13 dell’attuale Statuto del Lavoratori che ricalca determinati principi e determinate norme già inseriti in un contratto collettivo di lavoro del 1944 firmato dal Ministro [del Lavoro della RSI, l’operaio Giuseppe] Spinelli”<a href="#_ftn44" name="_ftnref44">[44]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">“Altre proposte elaborate durante la RSI divennero legge negli ultimi mesi prima della catastrofe, come quella sull’unificazione dei contributi previdenziali, messi a carico dell’impresa, legge poi ereditata dal Governo Parri ed estesa a tutto il territorio nazionale”<a href="#_ftn45" name="_ftnref45">[45]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Tutto ciò, ovviamente, non vuole dire che la Costituzione fosse “fascista”, sia chiaro, o che i suoi “compositori” fossero tali, ma è altrettanto indubbio che la Carta recepì l’apparato legislativo, le discussioni, le proposte, le esperienze del precedente Regime. Del resto, i fascisti – che non ebbero ruolo alcuno nell’elaborazione del testo, essendo stati addirittura esclusi dal diritto al voto e senza nessuna rappresentanza politica in Assemblea, al pari dei combattenti per la Patria prigionieri e di tutta la popolazione del confine Nord-Orientale – bollarono la Costituzione come “insalata russa”, “che fa ridere i polli”.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Il primo appunto che venne mosso al processo costituzionale avviato in Italia all’indomani della sconfitta militare riguarda il dubbio che l’iniziativa costituente fosse <em>nata più per intimidazione da parte degli stranieri vincitori o per una soggezione demagogica</em> dei partiti antifascisti che non da un’esigenza vera e sentita da parte del popolo.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Da ciò sarebbe derivato il rammarico, da parte di [Carlo] Costamagna, ma anche dalla maggioranza dell’ambiente neofascista, per il mancato <em>referendum</em> sul testo approvato dalla Costituente.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Il sistema adottato dalla Carta costituzionale sarebbe stato un sistema parlamentare-democratico in cui l’autorità dello Stato veniva sopraffatta dal potere dei partiti e in cui, per evitare di cadere in nuove dittature personali, erano stati limitati al massimo i poteri del Presidente della Repubblica, cadendo viceversa nella dittatura dei partiti favorita dal sistema elettorale proporzionale puro.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] I partiti che l’avevano scritta non avevano fatto altro che firmare un patto di reciproco rispetto, consapevoli ciascuno delle proprie forze e preoccupati solo di mantenere un proprio campo di azione e la rispettiva clientela elettorale, in vista della conquista integrale del potere che era il loro fine ultimo in quanto partiti “totalitari”.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Il regionalismo venne condannato senza riserve [sarà attuato addirittura 22 anni dopo!!!]<a href="#_ftn46" name="_ftnref46">[46]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La critica al testo costituzionale da parte del MSI fu radicale. Augusto De Marsanich ebbe a dichiarare a Napoli, durante il primo Congresso nazionale missino (27-29 Giugno 1948): «La nostra è opposizione completa, totale: opposizione di governo, di istituti giuridici, di strutture sociali, di principi ideali. Non abbiamo alcuna responsabilità di questa sanguinaria restaurazione politica, fatta di decadente capitalismo e di degenerato parlamentarismo, incapace di ricostruire un ordine sociale, uno Stato»<a href="#_ftn47" name="_ftnref47">[47]</a>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">A conclusione di questa sconcertante (per gli antifascisti) analisi, dobbiamo necessariamente chiudere citando due passi della Costituzione particolarmente calzanti per quanto evidenziato fino ad ora.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L’articolo 7 della Carta, infatti, stabilì che i rapporti tra Stato italiano e la Chiesa cattolica sarebbero stati regolati dai Patti Lateranensi, firmati dal Duce Benito Mussolini e dal Segretario di Stato vaticano Cardinale Pietro Gasparri l’11 Febbraio 1929-VII. Con questo atto il Regime fascista poneva fine alla cinquantennale questione romana. Due giorni dopo, il Sommo Pontefice Pio XI appellò Mussolini come l’uomo che «la Provvidenza ci ha fatto incontrare». Questo atto, nel 1947, venne inserito in Costituzione. Infine, non possiamo evidenziare qualcosa che viene sempre sottaciuto. È stato più volte affermato che in tutta la Carta non compare mai la parola “antifascismo”, come “Resistenza”. E su questo dato il silenzio è tombale, quanto incontrovertibile. Ma bisogna anche aggiungere che, in tutta la Costituzione, compare una sola volta la parola “sacro”. E che cosa è sacro per la nostra Carta? La “libertà”? No. I diritti degli individui? No. La democrazia? No. Il Parlamento? No. Ma allora? Cosa è l’unica cosa sacra per la Costituzione della Repubblica Italiana?Ecco: “<em>La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino</em>” (art. 52). E qui già vediamo torme di rancorosi antifascisti chiudere il loro “Bignami costituzionale”, da sempre utilizzato contro il nemico politico di turno, e mestamente ritornare a casa&#8230; A testa bassa.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;">(<em>Se avessero vinto i partigiani. Perchè l’Italia non è diventata una Repubblica Popolare</em>,</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;">Passaggio al Bosco, Firenze 2026)</p>
<h4>note</h4>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cit. in S. Baietti e G. Farese, <em>Sergio Pavonetto e il formarsi della Costituzione economica italiana</em>, Rubettino, Soveria Mannelli 2012, pag. 267. Cfr. anche F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione. La terza via, il corporativismo e la Carta del 1948</em>, Eclettica, 2021, pag. 156.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. <em>Quando Cossiga picconava la Costituzione</em>, IlGiornale.it, 28 Aprile 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> V. Rubetti, <em>Fascismo, Resistenza e Costituzione fra storia e mito</em>, Armando Editore, Roma 2017, pagg. 176-177 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>L’invenzione dell’antifascismo. La nascita di un </em>instrumentum regni <em>che impedisce la pacificazione nazionale, genera odio e produce violenza</em>, Passaggio al Bosco, Firenze 2024.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Cit. in F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione</em>, cit., pag. 86 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 152.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Cfr. G. Parlato, <em>Togliatti, Romualdi e i “fratelli in camicia nera”</em>, in S. Bertelli e F. Bigazzi, <em>PCI: la storia dimenticata</em>, Mondadori, Milano 2001, pagg. 335-360; G. Parlato, <em>La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato</em>, Il Mulino, Bologna 2008; e P. Buchignani, <em>Fascisti rossi. Da Salò al PCI, la storia sconosciuta di una migrazione politica</em>, Arcadia, 2025.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Cit. in P. Chiarenza e M. Salomone, <em>“Abbiamo avuto ragione”. La Fiamma nel pensiero e nell’azione dei suoi protagonisti</em>, Colosseo Editore, Roma 2025, pag. 145 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Cfr. F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione</em>, cit.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 9.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Cfr. V. Rubetti, <em>Fascismo, Resistenza e Costituzione</em>, cit., pag. 173.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione</em>, cit., pag. 16 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 18.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Cit. in P. Chiarenza e M. Salomone, <em>“Abbiamo avuto ragione”</em>, cit., pag. 224.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione</em>, cit., pag. 19 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 93.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 117-183. Per una visione d’insieme cfr. N. Tripodi, <em>Intellettuali sotto due bandiere</em>, La Scuola di Pitagora, 2023.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Cfr. F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione</em>, cit., pagg. 40 e 45. Sulla Carta del Lavoro si veda, tra gli altri, il fondamentale AA.VV., <em>Civiltà del Lavoro</em>, Altaforte, 2020.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione</em>, cit., pagg. 50 e 55-56 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 190.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 68.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> Cfr. in <em>Ivi</em>, pagg. 68, 70 e 72 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> Cfr. F. Rovella, <em>23 Novembre 1973: 50 anni fa lo scioglimento di Ordine Nuovo deciso dal Ministro Taviani</em>, IlPrimatoNazionale.it, 23 Novembre 2023.</p>
<p><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione</em>, cit., pag. 77 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> <em>Ivi</em>, pag. 79.</p>
<p><a href="#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 77-78 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> <em>Ivi</em>, pag. 87.</p>
<p><a href="#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> <em>Ivi</em>, pag. 90.</p>
<p><a href="#_ftnref29" name="_ftn29">[29]</a> <em>Ivi</em>, pag. 91.</p>
<p><a href="#_ftnref30" name="_ftn30">[30]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 97.</p>
<p><a href="#_ftnref31" name="_ftn31">[31]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 99.</p>
<p><a href="#_ftnref32" name="_ftn32">[32]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 107.</p>
<p><a href="#_ftnref33" name="_ftn33">[33]</a> <em>Ivi</em>, pag. 108.</p>
<p><a href="#_ftnref34" name="_ftn34">[34]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 114.</p>
<p><a href="#_ftnref35" name="_ftn35">[35]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 152.</p>
<p><a href="#_ftnref36" name="_ftn36">[36]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 125.</p>
<p><a href="#_ftnref37" name="_ftn37">[37]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 127 e 128 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref38" name="_ftn38">[38]</a> Cfr. E. Cassina Wolff, <em>L’inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista 1945-1953</em>, Mursia, Milano 2012, pag. 87.</p>
<p><a href="#_ftnref39" name="_ftn39">[39]</a> F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione</em>, cit., pag. 133 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref40" name="_ftn40">[40]</a> <em>Ivi</em>, pag. 153.</p>
<p><a href="#_ftnref41" name="_ftn41">[41]</a> <em>Ivi</em>, pag. 170.</p>
<p><a href="#_ftnref42" name="_ftn42">[42]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 194-195.</p>
<p><a href="#_ftnref43" name="_ftn43">[43]</a> E. Cassina Wolff, <em>L’inchiostro dei vinti</em>, cit., pag. 149 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref44" name="_ftn44">[44]</a> Cit. in F. Carlesi e G. Passera, <em>Le radici nascoste della Costituzione</em>, cit., pag. 216.</p>
<p><a href="#_ftnref45" name="_ftn45">[45]</a> E. Cassina Wolff, <em>L’inchiostro dei vinti</em>, cit., pag. 132.</p>
<p><a href="#_ftnref46" name="_ftn46">[46]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 114, 116 e 117 (corsivo nostro).</p>
<p><a href="#_ftnref47" name="_ftn47">[47]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 303.</p>

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		<title>Dal Passato asburgico al centro del Mediterraneo: MITTELEUROPA. Un&#8217;idea da riscoprire (di Gianluigi Ugo)</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 04:02:39 +0000</pubDate>
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<article>Con la Guerra Fredda che si vorrebbe ormai alle spalle, tra considerazioni su politica, cultura e stato sociale, sembra per molti giunto il momento di riproporre il concetto di Mitteleuropa in una veste nuova, superandone la vecchia accezione asburgica, e con un ruolo pregnante in essa dell&#8217;Italia, che il trascorso storico nonché gli eventi più recenti spingono sempre più a guardare ad est, a dispetto delle vicissitudini che ne hanno voluto l&#8217;incardinamento forzato in seno all&#8217;Europa occidentale atlantica.Passati gli abbagli del dopo 1989, la crisi economica che ad inizio anni 2000 investe alcuni paesi europei tra cui l&#8217;Italia, unitamente al crescente malcontento dopo il subentro dell&#8217;euro a molte delle rispettive monete nazionali a partire dal 2002, vede l&#8217;affermarsi di posizioni euroscettiche tra un sempre maggiore numero di elettori nel Vecchio Continente, soprattutto nei paesi dell&#8217;Europa orientale uscita dal blocco comunista, vale a dire Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, ecc.), cui si aggiunge l&#8217;Italia, con la differenza, però, che, mentre nell&#8217;area danubiano-polacca sono i governi a manifestare apertamente tali posizioni in sintonia con la cittadinanza, nella Penisola bisogna attendere le elezioni del 4 marzo 2018 per vedere formarsi un governo non pedissequamente assudditato ai capricci di &#8220;Broccolandia&#8221;, complice un&#8217;impennata immigratoria principalmente dall&#8217;Africa e dall&#8217;Asia, che l&#8217;Unione Europea sembra non essere all&#8217;altezza di gestire in modo appropriato lasciando il grosso del fardello all&#8217;Italia, paese tradizionalmente di primo approdo sul Vecchio Continente.&nbsp;</p>
<p>Prima della data poc&#8217;anzi menzionata, il malcontento dei cittadini ITALIANI non trova riscontro presso il governo, che persiste nel proprio atteggiamento di sudditanza a Bruxelles, la quale, se da una parte non esita a stigmatizzare le numerose manchevolezze dei governi romani, dall&#8217;altra non esita ad entrare in fibrillazione al primo segnale di possibile cambiamento di rotta nella politica dello Stivale.</p>
<p>Vero è piuttosto che, malgrado l&#8217;opera incessante di ideologi ed apologeti che vorrebbero l&#8217;Italia parte a tutti i costi dell&#8217;Europa occidentale, ciò va sempre più rivelandosi come una solenne forzatura, che tale risulta già dopo un semplice sguardo alla carta geografica.Partendo dall&#8217;Italia stessa, possiamo dire che, la straordinaria collocazione sul Vecchio Continente e nel Mediterraneo ne ha Fatto durante il corso della storia il luogo di incontro e, ahilei, spesso anche di scontro tra popoli e genti che vi hanno trovato fissa dimora o, passando, vi hanno lasciato la propria impronta. Ma col trascorrere dei secoli e col progredire della civiltà, complice non ultima la condivisione del medesimo ben individuabile habitat geografico, tali genti hanno finito per riconoscersi col tempo in una matrice comune di valori e sentimenti che trovano l&#8217;espressione più alta nella nascita della lingua comune, per giungere ad una progressiva idea di nazione, nella sua accezione mediterranea, ossia non riferita unicamente a presupposti etnico-raziali, bensì frutto piuttosto di una precisa scelta culturale e di valori, sull&#8217;orma di quanto era già avvenuto per la latinità e, prima ancora per l&#8217;ellenicità classica.</p>
<p>Caduta la Roma dei Cesari per lasciare posto a quella dei Papi, grazie proprio al diffondersi del cristianesimo che aveva in essa il fulcro irradiatore, l&#8217;Italia acquisiva una centralità tutta particolare. malgrado poi le avverse vicende politiche che l&#8217;avrebbero vista nei secoli seguenti divisa e spesso campo di battaglia &#8220;privilegiato&#8221; tra potenze straniere intente a contendersene il possesso, la Penisola continua a svolgere il proprio ruolo di centro propagatore della cultura e del pensiero in Europa, maturando così in sé quella prerogativa di &#8220;patria di mezzo&#8221;, equidistante dall&#8217;Occidente e dall&#8217;Oriente, così come dal Nord e dal Sud: concetto che diviene estendibile a tutta quell&#8217;Europa centro-orientale, cui la Penisola, a volte inconsapevolmente, ha da sempre guardato quale area privilegiata per le proprie relazioni più prossime.</p>
<p>Si tratta di un&#8217;area sita ad est di una linea che possiamo immaginare partente dal Baltico per giungere alle Alpi Marittime. Ad ovest di essa vi è fondamentalmente l&#8217;Europa occidentale atlantica con la sua pregnante connotazione macroeconomica così prossima a quel pensiero che sta, più o meno direttamente, all&#8217;origine della visione globalitaria dell&#8217;economia e dell&#8217;identità. Ad est, a cominciare proprio dall&#8217;Italia, nonostante una notevole presenza industriale, alcuni retaggi ritenuti tipici delle civiltà rurali hanno tenuto maggiormente rispetto all&#8217;altra parte del continente. Di qui la tendenza al nascere di piccole e medie imprese, modello che, tipico soprattutto della Penisola, dopo il 1989 compare in forme analoghe all&#8217;Est. Ciò può ricondursi anzitutto al maggior peso che, specie in Italia, sembrerebbe ancora, almeno in determinati contesti, avere la famiglia, nonostante gli allarmi di inizio Terzo Millennio sulla sua reale tenuta, cosicché, sebbene tra mille problemi, essa sembrerebbe potersi ancora considerare, malgrado tutto, il vero nucleo fondante del tessuto sociale, sinanche della nazione stessa, giacché, in ultima analisi, fonte della sua più profonda identità.</p>
<p>Si può dunque tranquillamente affermare come l&#8217;Italia non possa affatto collocarsi, se non alquanto forzosamente, nell&#8217;ambito dell&#8217;Europa occidentale-atlantica, mentre risulterebbe del tutto naturale guardare ad essa come parte essenziale di un&#8217;Europa centro-mediterranea, una sorta di rinascente Mitteleuropa, volendo riesumare un termine potenzialmente caratterizzante di quest&#8217;area del Continente, purché non ristretta nei connotati e nella territorialità del vecchio impero austro-ungarico.</p>
<p>Del resto, Federico II, re di Sicilia e sacro romano imperatore, era stato fautore della riunificazione d&#8217;Italia nell&#8217;ambito di un più ampio progetto imperiale, ma a contrastarlo era la Francia, che istigava all&#8217;uopo il Papa esponendo quest&#8217;ultimo alle reazioni, a volte esagerate da parte imperiale. Le cose non erano andate meglio a Manfredi, succeduto a Federico II, e peggio ancora al giovanissimo successore di Manfredi, Corradino, sconfitto dagli Angioini (Francesi) a Tagliacozzo nel 1268 e condannato a morte dagli stessi. Non solo era naufragata l&#8217;unità d&#8217;Italia, ma l&#8217;Italia meridionale, che Federico II, italiano di nascita e di sentimenti, aveva portato ai livelli di uno stato moderno dell&#8217;epoca (siamo nel XIII secolo), vedrà d&#8217;allora la propria graduale decadenza. Quanto poi ai più recenti legami con l&#8217;Austria absburgica, va detto che, sino a quasi tutto il Settecento, Non v&#8217;erano reali presupposti di ostilità conessa, cui il mandato sacroromanoimperiale, conferiva un legame, seppur simbolico, con Roma. Agli inizî del XVIII secolo vivevano a Vienna pressoché duemila Italiani, tra artigiani, imprenditori, commercianti, artisti, uomini d&#8217;armi ed ecclesiastici. Avevano persino un proprio periodico bisettimanale, &#8220;Il Corriere Ordinario&#8221;. L&#8217;italiano stesso era lingua largamente nota, quotidianamente usata da gran parte del funzionariato della Corona, a volte a partire dal suo stesso Numero 1, in particolare nei suoi contatti con l’area balcanico-ottomana, Egitto compreso. I guai iniziarono quando, morta Maria Teresa, il figlio, Giuseppe II, succedutole nel 1780, avviò una politica fortemente filofrancese, in virtù della propria adesione al dettato illuminista. Napoleone fece poi il resto; e con la liquidazione formale del Sacro Romano Impero nel 1806 veniva meno quel legame, quand’anche di mero prestigio, tra la monarchia mediodanubiana e la Penisola. Caduto infatti Napoleone, al posto del Sacro Romano Impero era stato instaurato il semplice Impero d&#8217;Austria, legato alla nuova Confederazione Germanica, diretta eredità post-bonapartista, con centro a Francoforte, patria di Göthe ma anche dei Rothschild, inauguratori della moderna finanza internazionale. Lo stesso Metternich, primo cancelliere austriaco della Restaurazione, era nativo della Renania, dunque non propriamente austriaco, e forse per tali sue origini, buon amministratore, ma poco preparato alla realtà plurietnica dell’Impero. Con lui l’Austria sacrificava, in un certo senso, la propria connotazione centroeuropeo-adriatica a favore di una più spiccatamente europeo-occidentale, che ne faceva quasi una sorta di corrispettivo danubiano della Francia, a cominciare dalla Vienna dei Walzer e delle operette, così simile alla Parigi frivola di Napoleone III. Le accomunava anche il loro rapporto con la chiesa cattolica, di cui sembravano amare i fasti più che i valori, pronte a difendere il Papa contro rivali scomodi, quanto a prospettare scismi, o giù di lì, appena costui osasse prestare l’orecchio allo Spirito Santo prima che ai proprî potenti guardaspalle.</p>
<p>L’Austria sortita dalla Restaurazione non è dunque la stessa del secolo precedente, vale a dire quella della resistenza contro i Turchi o di Carlo VI e della Patente di Navigazione in Adriatico, per non parlare poi dei decennî che videro sul trono Maria Teresa, durante il cui regno ebbero per altro inizio le fortune di città come Trieste. Quello era un periodo in cui i possessi della casa d&#8217;Austria rientravano in ciò che rimaneva del Sacro Romano Impero, del quale gli Asburgo avevano assunto la corona nel 1273 con Rodolfo I, e che , datone il nome stesso, conferiva ancora a Roma ed all’Italia una seppur simbolica e del tutto ideale centralità. L ’italiano, come s’è detto in precedenza, era lingua di riferimento culturale sin dal rinascimento e per tutto il XVIII secolo sia in Europa che in importanti aree del Mediterraneo. A Vienna esso era la lingua della Controriforma e del barocco, parlata da gran parte della Corte, mentre le famiglie più in vista avevano più o meno tutte un segretario italiano, giacché, sebbene la conoscenza del tedesco, lingua autoctona della capitale, risultasse utile in talune funzioni, gli affari più importanti si svolgevano nella lingua di Dante.</p>
<p>Ne consegue che, per buona parte del Settecento, sin praticamente a tutto il periodo teresiano, l’Austria può dirsi essere stata apprezzabile quanto casuale portavoce della cultura italiana, capace, quest’ultima, , di farsi all’evenienza elemento armonizzatore tra culture diverse senza per questo svilirne il valore mediante un’azione omologatrice di basso profilo.</p>
<p>Ma con la morte di Maria Teresa, e l’ascesa al trono nel 1780 del figlio, Vienna aveva assunto un atteggiamento visibilmente giacobino, con una serie di provvedimenti volti a ridisegnare in senso laico e centralista la mappa del paese, primo tra tutti l’adozione del tedesco quale lingua ufficiale al posto del latino. Liquidato poi formalmente lo stesso Sacro Romano Impero, l&#8217;Austria di Metternich, sortita dalla Restaurazione, non ne rifletteva più connotazioni e carismi. L&#8217;ateggiamento autoreverenziale e scarsamente incline al dialogo della monarchia medio-danubiana non poteva che trovare l&#8217;ostilità dell&#8217;Italia in via di riunificazione, mandandola di filato in braccio inizialmente alla Francia, ma poi soprattutto alla Gran Bretagna, quest&#8217;ultima in cerca di alleati affidabili nel Mediterraneo e perciò disposta ad appoggiare apertamente il programma sabaudo di riunificazione politica della Penisola, la quale, forse per questo, finiva col convincersi della propria maggiore prossimità all&#8217;Europa Occidentale anziché a quella centrale-adriatica, che la presenza ivi dell&#8217;Austria figlia della Restaurazione faceva sentire più lontana, quando invece rapporti secolari uniti ad una maggiore facilità di comunicazioni dovute all&#8217;assetto geografico, legavano inequivocabilmente lo Stivale al retroterra ad est, in cui v&#8217;erano realtà che, al pari dell&#8217;Italia e non di rado solidalmente con essa, miravano a dare un significato nuovo e più evoluto alla propria identità, mandando con ciò in fibrillazione lo stato austriaco, fondamentalmente impreparato ad affrontare il problema, convinto che il semplice buon funzionamento della macchina statale, pur unito al rispetto degli idiomi e di altre esigenze pratiche locali, fosse sufficiente a creare un senso di comune appartenenza tra i propri sudditi, alla ricerca, al contrario, di una connotazione affettiva, prima ancora che logistico-istituzionale, della stessa idea di stato in quanto patria.</p>
<p>In un&#8217;epoca di imperante romanticismo e di ricerca del senso profondo dell&#8217;esistenza dell&#8217;individuo così come di un popolo in rapporto ad una rispettiva Patria, quella asburgica, senza un che togliere alla sua eccellente gestione della cosa pubblica, non figurava tanto quale la Patria in cui sentirsi fratelli, ma piuttosto l’immagine asettica di un immenso ufficio in cui si è semplicemente buoni colleghi (i “buoni Austriaci” cui alludeva lo stesso Metternich”), uniti dal comune senso del dovere verso i superiori quale unico aspetto importante per il buon andamento della macchina amministrativa, meno motivati a fraternizzare orizzontalmente, casomai pronti a guardarsi con sospetto tra colleghi più o meno vicini alle aspettative dall’alto, fosse ciò in ragione del gruppo etnico o fors’anche del ceto sociale.</p>
<p>L’ingresso nel 1882 del Regno d’Italia nella Triplice alleanza con Germania ed Austria, malgrado i trascorsi bellici con quest’ultima per buona parte dell’Ottocento, potrebbe interpretarsi come un segno della volontà di Roma di intensificare le proprie relazioni con quello che figurava essere lo spazio vitale naturale di sviluppo delle proprie relazioni, a cominciare dal far sentire maggiormente la propria vicinanza alle popolazioni italofone dell&#8217;Impero, le quali, molto probabilmente, non vedevano necessariamente in un&#8217;eventuale unione all&#8217;Italia il presupposto per una pregiudiziale cesura delle proprie relazioni con i territorî ad est, tanto che in alcuni di essi, per altro, analoghe rivendicazioni identitarie non mancavano di suscitare sentimenti di solidarietà con quelle italiane.</p>
<p>Sta di fatto che un ritorno alla connotazione identitaria dell’Impero antecedente alla burrasca napoleonica sembrava perciò estraneo ad un&#8217;Austria non più erede e portavoce dell&#8217;ideale sacro- romano-imperiale, bensì divenuta la cassa di risonanza del nuovo ordine europeo che potremmo definire clerical-bonapartista, sintesi di illuminismo e richiamo opportunistico alla religione cattolica, autoreverenziale e refrattario a qualsiasi forma di dialogo con le nuove realtà cui lo andava via via ponendo di fronte il nuovo corso storico, convinta di bastare a se stessa ed ai proprî cittadini, paga di assicurare loro una scolarizzazione molto essenziale (leggere, scrivere e far di conto), sufficiente per un adeguato incardinamento nell’ingranaggio complessivo. Eppure entro le imperiali frontiere la cultura non mancava: pensiamo a musicisti come gli Strauss, Liszt, o Smetana. Siegmund Freud introduceva poi la psicanalisi, destinata a divenire il filo conduttore per numerosi letterati dell’area asburgica quali, per esempio, Italo Svevo, che con i proprî scritti faceva della nativa Trieste uno dei centri di irradiazione della letteratura psicanalitica in lingua italiana. Nei suoi romanzi traspaiono problemi e contraddizioni di una città per taluni cresciuta troppo in fretta. Centro a vocazione emporiale già in epoca romana, Trieste conferma detto suo ruolo anche nel medioevo, per entrare poi, a partire dal 1382, a far parte dei possessi della casa d’Austria, che la erige a porto franco con l’apposita “Patente” del 1719 e ne avvia definitivamente la crescita come grande città oltre che come struttura portuale. Trieste vede così aumentare rapidamente la propria popolazione per l’affluirvi di genti dal Continente e dal Mediterraneo specie orientale e che, fatta propria la parlata locale, finiscono per superare ben presto la popolazione originaria. Prima di ciò essa è un piccolo borgo post-medievale cinto da torri e mura ed il cui esiguo numero di abitanti unito ad un’attività culturale non ancora sviluppata non consente di profondere tra i nuovi venuti dei riferimenti identitarî sufficientemente comuni in grado di fungere da vera amalgama tra gli stessi, come può invece dirsi per Venezia, Genova ed altre città di mare, approdo anch’esse di genti esterne, ma con una propria popolazione di partenza sufficiente a far germinare un’attività culturale ed un’identità cittadina in grado di far sentire sin da subito i proprî benefici effetti anche tra i nuovi arrivati.</p>
<p>Così non sembra essere per la città di San Giusto, ove il graduale fiorire lungo tutto l’Ottocento di un’attività culturale non basta a far sorgere tra gli abitanti un efficace spirito di coesione e di interazione tra le diverse classi sociali fortemente divise tra loro, mentre salotti e circoli altrettanto escludenti giungono a fare della cultura il genere di monopolio di un’oligarchia di intellettuali imbevuti di illuminismo pseudoparigino, sciorinatori di un laicismo a volte pesante ed agnostico che, in una città cresciuta sulla prevalente spinta di interessi economici, finisce per lo più col farsi testimone di una società permeata da un forte disagio esistenziale. Il suicidio è pratica non rara, in un contesto in cui il semplice venire a far parte di un gruppo di sodali assume a volte esso stesso un volto quasi iniziatico, ed ove colui che presenta i nuovi arrivati sembra talvolta assumere una sorta di potere di accettazione o di esclusione dai connotati che finiscono con l&#8217;assumere talvolta un sapore quasi istituzionale. Il fiorire di una letteratura dai contorni fortemente psicologici non può che essere l&#8217;ovvia conseguenza di un tale contesto, nel quale scrittori come Italo Svevo, ma anche Gianni Stuparich, Scipio Slataper, Umberto saba ed altri si fanno così portavoce di una Trieste a cavallo tra Ottocento e Novecento in cui esistenza e identità finiscono per confondersi all&#8217;ombra dei crescenti fermenti nazionali esterni ed interni agli imperiali confini.</p>
<p>L&#8217;indomani del Primo Conflitto Mondiale e la conseguente dissoluzione dell&#8217;Impero Austro-ungarico vedono il passaggio della città al Regno d’Italia, un fatto che, se da un canto risponde al richiamo sentimentale specie tra gli strati più acculturati della società cittadina, dall’altro vede la separazione forzosa della città da quel vasto entroterra medio-danubiano del quale essa fungeva da primo porto naturale. Tuttavia v’era in quell’epoca chi anche in Italia era consapevole di ciò, nonché del fatto che la stessa avrebbe avuto migliori opportunità di crescita guardando proprio a quel retroterra verso il quale Trieste poteva essere la via naturale per ricompattare in qualche modo lo spazio comune medio-danubiano, dando così modo a Roma di intraprendere una politica atta ad affrancarla dall’assillo egemonico europeo occidentale ed affermare finalmente il ruolo spettantele nell&#8217;Europa Centro-mediterranea. Purtroppo però il tutto sfumava prima con l&#8217;annessione dell&#8217;Austria alla Germania nel marzo del 1938 e poi con il II Conflitto mondiale, alla fine del quale Trieste si vide oggetto di contesa tra Italia e Jugoslavia e, una volta tornata all’Italia, essa non era più in grado di svolgere per sé e per l&#8217;intera Nazione quel ruolo di porta verso il Danubio, ruolo che era stato la sua secolare fortuna. Trovatasi a ridosso del confine non solo tra due paesi, bensì tra due sistemi politico-economici (quantunque la Jugoslavia di Tito si fosse nel frattempo chiamata fuori dall&#8217;orbita sovietica), Trieste finiva per testimoniare ed amplificare in sé il disagio di un&#8217;Italia indotta dagli eventi a schierarsi nell’orbita atlantica ed a relegare nel contempo la città di San Giusto al ruolo umiliante di un porto di periferia, ora che Jalta e la Guerra Fredda le avevano chiuso la via al bacino danubiano ed all’Europa orientale in genere. Gli sforzi di Trieste per riuscire a competere con gli altri porti del Mediterraneo, sono tra i disagi che emergono dietro al pur fortunato sviluppo turistico, soprattutto balneare, del bacino adriatico che, dopo il letargo impostogli dalla Guerra Fredda, torna ad assumere un ruolo di estremo interesse geopolitico</p>
<p>La caduta dei regimi comunisti e l’apertura dei mercati nell’Europa Orientale, la guerra nei Balcani e il disfacimento della vecchia Jugoslavia, fanno di questo mare il crocevia di interessi politici ed economici spesso estranei a quelli reali delle sue genti. La febbre d’Europa e di Occidente ha fatto progressivamente dimenticare secoli di storia che le videro testimoniare valori comuni capaci di fare di questo mare un punto di riferimento civile e culturale per il retroterra che ad esso guardava. Genti di stirpe e lingua diverse avevano trovato in Venezia la garanzia delle loro libertà e del loro benessere, all’insegna della pacifica convivenza. Caduta la Serenissima, l’Austria, priva di una vera e propria tradizione marinara, vide unicamente nell’Adriatico lo sbocco naturale per i proprî commerci, mentre, perduto quel ruolo di centro irradiatore che la Repubblica di San Marco gli aveva conferito, esso vide così corrodersi la propria stessa essenza, sino a vedere le proprie genti l’una contro l’altra armate. Il II Conflitto Mondiale e la Guerra Fredda toglievano ulteriormente ogni speranza per la rinascita dello spirito adriatico. Lungi dal ridestarlo, la caduta di muri e regimi all’Est ha visto i paesi da quelli riscattatisi correre in preda al miraggio dell’Eldorado capitalista sotto l’ombrello di questa o quella potenza occidentale disposta a dispensare loro la gloria di un mattino o a favorirli nelle beghe con i loro vicini. Slovenia e Croazia, entrate da indipendenti nella famiglia adriatica solo dopo la dissoluzione della Jugoslavia, forse per un’influenza pregnante nelle loro scelte politico-economiche da parte di paesi come la Germania, rischiano di continuare nell’errore un tempo commesso dall’Austria absburgica, considerando l’Adriatico come mero sbocco per le proprie esigenze di paesi fondamentalmente interni per cultura e mentalità, altrettanto dimentichi che quell&#8217;errore fu tra quelli che la Duplice Monarchia pagò con la propria stessa disintegrazione, mentre i suoi eredi potrebbero diventare gli strumenti ideali di un&#8217;azione estranea al contesto adriatico ed alle sue ambizioni di rinascita e riaffermazione nel panorama internazionale.</p>
<p>Quanto al ruolo dell&#8217;Italia, da quando la Cortina di Ferro le aveva bloccato la via verso l&#8217;Est, essa aveva visto il fulcro della propria vita economica spostarsi visibilmente verso le proprie regioni nord-occidentali e le aree interne dell&#8217;Emilia e del Triveneto, lasciando a Venezia il ruolo di museo per un turismo sempre più di massa ed a Trieste quello di salotto dei ricordi per tranquilli pensionati. Milano, Torino e, in séguito, pure una rampante provincia interna di Nord-Est hanno così potuto imporre al modo di vivere degli Italiani modelli spesso estranei a quello propriamente nazionale, uniti ai dogmi di un globalismo fuorviante, calpestando secoli di storia e di cultura e con essi tutto ciò che sapeva troppo di casareccio, nella convinzione di divenire così un vero paese europeo, in linea con quell&#8217;Occidente del quale si è tutt&#8217;al più divenuti, con la tracotanza del portafoglio, mediocri e volgari portaborse. Né la fine della Guerra Fredda vede, sino ad inizio III Millennio, un cambiamento di rotta decisivo nella politica italiana, prontamente ed a più riprese ostacolato sia dentro che fuori d&#8217;Italia.</p>
<p>A risentirne in primo luogo è ancora una volta l&#8217;area giuliana con Trieste, che dalla fine dei blocchi auspica per sé un nuovo futuro di porta tra il Mediterraneo e il Continente nonché tra l&#8217;Est e l&#8217;Ovest di quest&#8217;ultimo, ruolo del quale un ulteriore rinvio seguiterebbe ad alimentare il malcontento di una cittadinanza a lungo frustrata dal progressivo impoverimento dell&#8217;economia locale, fortemente legata all&#8217;attività portuale, e la cui memoria della passata prosperità derivante dal legame della città con l&#8217;area danubiana alimenta viepiù la convinzione che gli interessi cittadini devano necessariamente vedersi come in conflitto con la presenza colà dell&#8217;Italia, la quale, al contrario, come per altro dimostra la recente ripresa dell&#8217;attività di Trieste come porto e non solo, non può che averee una miriade di buoni motivi per fare del proprio estremo lembo orientale il futuro centro di quell&#8217;Europa che guarda sempre più ad est ed al Mediterraneo, ed in cui realtà quali Bruxelles, Strasburgo o Francoforte, troppo occidentali e troppo nordiche, non sono più rappresentative del nuovo assetto geopolitico venutosi a creare dopo la fine del comunismo nell&#8217;europa orientale.</p>
<p>La caduta dei muri e dei blocchi ripropone un&#8217;Europa centro-mediterranea nuova e più allargata con le singole realtà etniche, Italia in testa, chiamate a riconoscersi patrimonio di una compagine geopolitica più ampia, erede in chiave moderna di quello che fu, per esempio, il Sacro Romano Impero, con particolare riferimento a quanto già accennato a proposito di Federico II di Svevia ed al suo progetto di unità d&#8217;Italia in una più solida realtà imperiale.</p>
<p>Possiamo tranquillamente concludere affermando che ad oriente di una linea che da Stettino giunge alle Alpi Marittime l&#8217;Europa Centromediterranea è chiamata a ridare vita a quello spirito che ha visto lungo i secoli un mosaico di genti capaci di riconoscersi in valori comuni tranne quando v&#8217;è stato chi, con i proprî abbagli da ovest o da est, ci ha messo abilmente la coda.</p>
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<p>GIANLUIGI UGO<br />
BIOGRAFIA ED ATTIVITÀ LIBRARIA</p>
<p>Gianluigi UGO nasce a Monza il 1º ottobre del 1956 da una famiglia proveniente dall&#8217;Istria, il che lo porta a vivere sin dalla primissima infanzia a Trieste, ove può facilmente entrare in contatto con i numerosi testimoni dell&#8217;Esodo istriano, fiumano e dalmata che seguì il Secondo Conflitto Mondiale, e le cui esperienze destano in séguito il suo interesse alle intricate vicende di quelle terre e di tutti quei territorî i cui legami storici con l&#8217;Italia non sempre vanno di pari passo con l&#8217;appartenenza politica ad essa.<br />
Giornalista PUBBLICISTA, laureato in lingue, Scienze Politiche e in Pubbliche Relazioni, Gianluigi Ugo ha un proprio sito, PATRIADIMEZZO.COM, nonché un proprio canale YouTube, PATRIADIMEZZO, ed è presente con un proprio profilo FaceBook. È autore di sei pubblicazioni, di cui la prima, &#8220;IL CONFINE ITALO-FRANCESE – storia di una frontiera&#8221;, Xenia Edizioni, Milano 1989, offre un quadro dettagliato sui fatti, spesso poco noti, che coinvolsero Francia ed Italia in vicende anche dolorose legate al problema dell&#8217;assetto della frontiera comune lungo le Alpi occidentali.<br />
&#8220;PICCOLA STORIA D&#8217;ITALIA&#8221;, Guerra edizioni, Perugia 2001, è inizialmente concepito per il pubblico straniero il quale, oltre che alla lingua è interessato alle vicende storiche d&#8217;Italia e trova nel volume una presentazione chiara e succinta dei fatti più determinanti della storia italiana, dagli Etruschi al volgere del secondo millennio dopo Cristo e all&#8217;inizio del terzo. Alla sua prima uscita, nel 1994, l&#8217;opera ottiene un particolare apprezzamento mediante l&#8217;assegnazione del XIII premio &#8220;Cesare Caporali&#8221; per la saggistica, Panicale, Perugia.<br />
&#8220;IL PROBLEMA JUGOSLAVO E L&#8217;ITALIA – 1915-2000 – La condotta occidentale&#8221;, Settimo Sigillo, Roma 2001, è un&#8217;indagine sul comportamento assunto dalle grandi potenze, soprattutto occidentali, di fronte non solo alla questione giuliano-dalmata, bensì all&#8217;intero quadro dei rapporti tra l&#8217;Italia e la Jugoslavia, sin dal nascere di quest&#8217;ultima l&#8217;indomani del primo conflitto mondiale.<br />
Il tentativo di spiegare in termini meno convenzionali alcuni tra i fatti maggiormente determinanti della storia italiana è il filo conduttore di &#8220;Ritratto d&#8217;Italia&#8221;, Edizioni Segno, Udine 2007; Pagine, Roma 2016.<br />
In &#8220;Tra dritti e rovesci&#8221;, ed. Albatros Il Filo, Roma 2021, Gianluigi Ugo pone invece al centro l&#8217;esperienza d&#8217;Italia quale crocevia tra Europa, Nord-Africa e Asia Minore, costretta dalla Guerra Fredda prima e dai postumi di essa poi, ad una sorta di ciò che egli chiama disabilità politica, riferendosi a quelle situazioni in cui l&#8217;emancipazione e l&#8217;estrema normalità comportamentale DI UNA persona disabile spesso imbarazzano, anziché gratificare, chi, più o meno celatamente, cerca nel rapporto con costei un ruolo di pretesa superiorità: un discorso che assume una connotazione geopolitica quando, il disabile si identifica con l&#8217;Italia, penalizzata nelle proprie potenzialità da un&#8217;Europa specie occidentale-atlantica che la critica ma sembra nel contempo preferirla così com&#8217;è, temendone di fatto un eventuale maggior peso nello scacchiere euromediterraneo e non solo.<br />
Ed eccoci a &#8220;Due secoli e più di battaglie – I ciechi in Italia – Da Louis Braille ad Aurelio Nicolodi – Dalla Marcia del Dolore alle nuove sfide&#8221;<br />
Edizioni GLU, Perugia 2023. Il Regio Decreto n. 2841 del 30 dicembre 1923 rappresenta una pietra migliare nel processo di riscatto ed avanzamento sociale dei ciechi in Italia, in quanto sancisce anche per essi l&#8217;obbligo scolastico. In occasione del centenario da questto storico evento si è voluto offrire al lettore,, in un linguaggio lontano da inutili ridondanze, un panorama il più possibilmente esaustivo del cammino compiuto dai privi di vista in Italia negli ultimi due secoli, dai primi passi compiuti con l&#8217;introduzione della scritturra Braille ai più recenti traguardi raggiunti grazie agli innumerevoli ausilî disponibili sul mercato soprattutto con lo sviluppo dell&#8217;informatica.</p>
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		<title>Giorgio Pisano’ una vita per l’idea – Pietro Cappellari</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 04:19:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Giorgio Pisanò]]></category>
		<category><![CDATA[L’Ultima Crociata]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Movimento Sociale Italiano ha schierato sotto le sue bandiere milioni di Italiani, cosa che si dimentica spesso, che si riconoscevano in esso solo perché fedeli ad una Idea, senz’altro chiedere in cambio che di professare questa Idea, condannata e vietata dal sistema ciellenista al potere. Tra questi milioni di Italiani molti sono passati alla storia ed oggi vogliamo ricordarne uno in particolare che si è distinto per la fedeltà a quella Idea, senza se e senza ma, sfidando non solo il sistema al potere, ma anche il tempo. Infatti, molti che pure iniziarono la loro militanza politica con il MSI, nel corso degli anni cedettero, lasciando la “casa comune” per altri lidi, sempre più redditizi dal punto di vista materiale ed economico. Pisanò no, non cedette mai alle lusinghe della “vita comoda” e con un coraggio fuori del comune – ma comune in chi scelse il MSI! – seguì la sua strada, con la schiena diritta, mai rinnegando il suo essere. Ecco perché oggi, a differenza di tanti ex-missini che poi hanno scalato le vette del potere ciellenista sedendo sulle comode e ben remunerate poltrone istituzionali dello Stato italiano, di lui ci si ricorda con piacere, tanto che uno studioso come Luca Bonanno gli ha dedicato una straordinaria biografia (<em>Giorgio Pisanò. Soldato, giornalista, politico</em>, Eclettica, 2023) che vale la pena leggere insieme.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/07/PISANO.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-70047" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/07/PISANO.jpg" alt="" width="381" height="286" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/07/PISANO.jpg 381w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/07/PISANO-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 381px) 100vw, 381px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In questa occasione non ci soffermeremo sull’uomo politico – caratteristica che fu centrale – ma sul giornalista d’inchiesta. Infatti, Pisanò è passato alla storia per le sue ricerche che hanno riscritto intere pagine di storia della nostra Nazione e permesso il salvataggio di una memoria destinata alla cancellazione e all’oblio. Anche noi dobbiamo molto a Pisanò. I suoi studi sono stati fondamentali – come lo sono tutt’ora – per iniziare il cammino nella scoperta della nostra storia, in particolare quella della Repubblica Sociale Italiana. In lui ci siamo immedesimati, anche se in tempi diversi e con rischi decisa-mente diversi, nelle nostre ricerche sull’Appennino Umbro-Laziale. Percorrendo isolati sentieri di montagna, intervistando decine e decine di persone, scandagliando archivi polverosi, visitando questa o quella frazione, ebbene un pensiero è andato sempre a lui, che ci aveva preceduto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato a Ferrara, classe 1924, aderì alla RSI, dapprima come Agente Speciale della Decima MAS – sarà inviato oltre linee, raggiungendo, tra l’altro, anche Nettunia – e poi come Ufficiale delle Brigate Nere. Dopo la prigionia, non si diede per vinto e convinto della validità delle proprie idee aderì con entusiasmo al sorgente MSI, il cui nome richia-mava il recente glorioso passato della RSI e la cui fiamma tricolore l’eredità politica, morale e sociale di Mussolini. Iniziò così la sua militanza nel Movimento Sociale, dapprima nella Federazione di Como per poi diventare Federale di quella di Milano e primo Presidente Nazionale dell’Associazione Studenti Medi “Giovane Italia” (24 Ottobre 1950).</p>
<p style="text-align: justify;">Il 12 Maggio 1951 organizzò il primo comizio elettorale del MSI a Milano, non a caso in Piazza Belgioioso, lo stesso luogo della prima adunata indetta dai Fasci Italiani di Combattimento per le elezioni del Novembre 1919.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la Segreteria Michelini poco digeriva elementi intransigenti come lui e la rottura arrivò ben presto. Pisanò non si diede per vinto e si dedicò alle inchieste giornalistiche sui tanti misteri della guerra civile 1943-1945. Proprio nell’Ottobre del 1951 fu convocato dal Gen. Carlo Albero Della Chiesa in caserma, alla Compagnia Carabinieri di Como. L’Alto Ufficiale voleva sapere di più su quanto il giornalista d’assalto aveva scritto sui crimini della 52<sup>a</sup> Brigata “Garibaldi” operante in quelle zone. In particolare, Pisanò aveva scoperto gli assassini del Vicepodestà Achille Cetti e di sua moglie. Individuato l’anello debole, lo invitò per un chiarimento presso la Sezione del MSI. Qui l’ex partigiano confessò tutto, ma ad ascoltarlo vi erano anche i Carabinie-ri: “<em>Grazie a questa azione gli uccisori […] vengono condannati dalla Corte d’Assise a venti anni di galera</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziò così la sua carriera di giornalista, ma non quella di semplice osservatore di cronaca allineato al sistema. No, lui non poteva essere di tale stampo. Era e rimase sempre un giornalista d’assalto, contro tutti e contro tutto. Con coraggio. Un coraggio e una professionalità che lo portarono a scrivere su importanti riviste come “Epoca” ed “Oggi”. Ma anche se il successo gli arrise, mai intese nascondere le proprie idee: “<em>È tempo che si sappia che i comunisti e i loro complici, così solleciti in ogni occasione a ricoprire di bandiere rosse i monumenti e le lapidi che ricordano quei tremendi episodi e così bravi a pronunciare commemorazioni che diventano comizi, con la volenterosa collaborazione di personaggi ufficiali della RAI-TV e di giornali finanziati dal pubblico denaro, sono tra i primi responsabili di quanto accadde alle Fosse Ardeatine, a Marzabotto, Rossiglione, Villamarzana, Sant’Anna, Civitella della Chiana, al Passo del Turchino, nel Padule di Fucecchio, alla Benedicta, alla Bettola e in tanti altri luoghi</em> <em>in cui si abbatté la furibonda vendetta delle truppe tedesche e fasciste. I fucilatori e i massacratori delle Fosse Ardeati-ne, di Marzabotto e delle cento altre rappresaglie si coprirono d’infamia, ma pagine altrettanto infami scrissero i comunisti, ansiosi solo di condurre una loro ‘guerra privata’ per porre le basi di quella che, terminato il conflitto, sarebbe dovuta diventare la ‘Repubblica sovietica italiana’. Ecco dunque la</em> <em>verità</em> […]”. Pisanò divenne un fiume in piena e gli antifascisti cercarono di tappargli la bocca, dapprima con accuse e denunce, poi con minacce esplicite. Non lo fermarono. Non ci riuscirono. Perché non era un fazioso, un calunniatore, un “fantasista”. Seppe riconoscere anche il “buono” nell’altro, in quello che era stato il suo nemico, se aveva combattuto con onore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 2 Settembre 1957, sarà presente a Predappio all’inumazione della salma del Duce, insieme a Donna Rachele. Presenti anche Pino Romualdi e Giulio Caradonna, a titolo personale però, visto il divieto di partecipazione imposto dal Segretario del MSI Michelini (che, comunque, si recherà in omaggio alla tomba alcune settimane dopo).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1962 uscirà il suo libro <em>Sangue chiama sangue</em>, che sarà un vero e proprio caso editoriale per la ricchezza dei contenuti, la ricostruzione storica libera da condizionamenti politici, l’obiettività e, soprattutto, per il coraggio di denunciare così chiaramente i crimini dei partigiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo scritto obiettività e professionalità. Sì, perché Pisanò, pur rimanendo un giornalista fascista, non fece delle sue idee un paravento per nascondere “casi scomodi” o peggio ancora una lente deformante della realtà dei fatti. A differenza di quanto avveniva – e avviene tutt’oggi! – nel campo opposto, dove non esistono giornalisti comunisti, professori comunisti, magistrati comunisti, ecc. ma comunisti giornalisti, comunisti professori, comunisti magistrati. A sinistra si è sempre, prima di tutto, marxisti-leninisti. Poi, giornalisti, professori, magistrati, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1963 coronò il suo sogno: fondò una rivista, il “Secolo XX”, con cui si occupò di storia, politica e attualità e sulle cui pagine prenderanno vita la famosa inchiesta sulla morte di Mattei e le inchieste sui crimini dei partigiani che daranno poi vita alla monu-mentale opera <em>Storia della guerra civile in Italia</em> (1965-1966). Quest’opera susciterà un clamore senza precedenti tanto che lo stesso Giorgio Bocca, inviperito dal successo e dalle rivelazioni in essa contenute, non esiterà a definire il lavoro di Pisanò “<em>come uno sproloquio delirante, falsario del fascismo perenne</em>”, su cui verrebbe “<em>voglia di sparare</em>”. Non dimenticheremo mai queste parole, caro Bocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Contemporaneamente, Pisanò tornò in politica attiva, promuovendo la costituzione del Movimento per la Seconda Repubblica, con lo scopo di mobilitare gli Italiani intorno all’idea di una profonda riforma costituzionale che portasse alla fondazione di una repubblica presidenziale. Considerò conclusa la missione del MSI – quella riunire i fascisti in una “casa comune” all’interno della legalità democratica – proponendo un suo superamento davanti alle nuove sfide che imponeva il consolidamento del Governo di centro-sinistra e la lotta anticomunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra la fine del 1967 e gli inizi del 1968, ancora un nuovo successo editoriale: <em>Gli ultimi in grigioverde. Storia delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana</em>. Anche questa un’opera monumentale senza precedenti destinata a giungere fino ai nostri giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1968, Pisanò riportò alla luce il giornale “Candido” che già fu di Giovannino Guareschi. Sarà il suo strumento di battaglia negli anni futuri, dal caso Fenaroli alle battaglie in difesa dei piccoli e medi azionisti della Montedison, dal movimento della “Maggioranza silenziosa” alla Rivolta di Reggio Calabria. Lo scontro frontale con il Segretario del PSI Giacomo Mancini, accusato di un essere un ladro, durerà anni e vedrà Pisanò impegnato in una sequela di denunce e controdenunce: non mancherà neanche il carcere, prima dell’assoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1972, Almirante – che lo stimava – gli propose una candidatura al Senato con il MSI, in modo da poter condurre ancor più liberamente le sue inchieste, senza la costante minaccia della magi-stratura. Pisanò fu eletto Senatore, ma entrò così anche nel mirino delle Brigate Rosse che non esitarono ad incendiargli un piccolo prefabbricato dove passava le vacanze con la famiglia: “<em>Contro la destra nazionale, contro lo Stato che ha fatto della ‘strage’ armi per la lotta politica. Dobbiamo volere la guerra! Contro i fascisti e contro lo Stato: guerra di classe! Attacchiamo i fascisti nei rioni popolari! Niente resterà impunito! Tutto il potere al popolo armato!</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 2 Settembre 1972, una bomba esplose nella sede del “Candido” in Via Bellarmino a Milano. Poche ore dopo un altro attentato colpì la Federazione del MSI in Via Mancini. Per la stampa si trattò di attentati che i fascisti si erano fatti da soli.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie ad un ex Ufficiale della Milizia il “Candido” riuscì a trovare una nuova sede, in Via De Sanctis, sempre a Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta politica trovò Pisanò schierato al fianco di Almirante, di cui sposò la nuova politica di destra nazionale, aperta a tutti gli Italiani che volevano opporsi al centro-sinistra imperante, superando lo stesso MSI, in nome di una democrazia nazionale e di una repubblica presidenziale. Erano le posizioni politiche di sempre che, bisogna evidenziarlo, in Pisanò non significavano il rinnegamento del suo essere fascista, ma l’unica possibilità di fare politica in un sistema che aveva dichiarato guerra ai fascisti, che li combatteva ogni giorno con divieti di polizia, denunce penali, arresti arbitrari, attentati dinami-tardi, aggressioni quotidiane con morti e feriti. Tanto è vero che non aderirà alla scissione di Democrazia Nazionale che di quel tentativo fu il naturale, quanto tragico, epilogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quelli erano anni incendiari, in ogni senso. Nel 1975, fu firmato il Trattato di Osimo e Pisanò denunciò: “<em>Il sacrificio è compiuto. Un sacrificio inutile, infame, reso ancor più infame dall’avvilente spettacolo offerto in questi giorni dal dibattito parlamentare da quei Deputati e Senatori di tutti i partiti del cosiddetto ‘arco costituzio-nale’, dai liberali ai comunisti che, in nome dei ‘valori’ dell’antifa-scismo e della Resistenza, hanno siglato, con il loro voto favorevole, questa rinuncia, tanto assurda quanto criminale. Assurda, perché non necessaria, non richiesta, non imposta. Criminale, perché cedere allo straniero terra e genti italiane a titolo gratuito è un crimine</em>” (G. Pisanò, <em>Le classi dirigenti passano la Nazione resta</em>, “Candido”, 21 Ottobre 1975).</p>
<p style="text-align: justify;">Il 6 Dicembre 1975, subì un attentato contro la sua abitazione. Fortunosamente la bomba non esplose.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1977, condusse una importante inchiesta sul carteggio musso-liniano posseduto da De Toma che asseriva di essergli stato consegna-to dal Duce per porlo in salvo in Svizzera e dal quale erano spuntate fuori due lettere di De Gasperi con cui il politico chiedeva un bombardamento sulla Capitale agli Alleati. Tali missive, pubblicate da Guareschi, erano state giudicate false, aprendo le porte del carcere all’incauto giornalista. Pisanò, spregiudicato, riuscì a ricostruire i tasselli dell’intricata vicenda, smascherando il De Toma che, in realtà, aveva solo scoperto dove si trovava parte del carteggio e lo aveva “recuperato”, aggiungendo però molto materiale falso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre in questo anno clamoroso fu il suo attacco a Dario Fo, “<em>volontario nei Paracadutisti della RSI. È stato un volontario convinto. Ha combattuto e a creduto in quello che faceva. Rischian-do la pelle. Mentre adesso fa il marxista e inventando un ‘eroico passato partigiano’, fa un pozzo di milioni: 138 solo per mettere in scena in TV le sue storiacce di guitto conformista. [Lo sfido a querelarmi] così, in Tribunale, gli sfarò sfilare davanti gli Ufficiali, i Sottufficiali e i camerati Paracadutisti del suo Battaglione. Sarà davvero una bella rappresentazione. Tutta da ridere</em>” (G. Pisanò, <em>Per Dario Fo: eia, eia, alalà!</em>, “Candido”, 7 Luglio 1977).</p>
<p style="text-align: justify;">Pisanò non esitò ad attaccare anche Indro Montanelli che aveva affermato su “Il Giornale” che “<em>poiché per la destra, in Italia, si intende ‘fascismo’, e poiché i ‘fascisti’ vengono identificati nel Movi-mento Sociale Italiano, se ne deduce che occorre far sparire il MSI</em>”. Non dimenticheremo nemmeno le tue parole, caro Indro.</p>
<p style="text-align: justify;">L’11 Febbraio 1978, la sede del “Candido” in Via De Santis fu distrutta con il lancio di bombe Molotov. Si aprì così un nuovo periodo di crisi. Non fu possibile stipulare un contratto assicurativo perché dopo l’attentato del 2 Settembre 1972 nessuna compagnia aveva voluto garantire una copertura assicurativa ai locali.</p>
<p style="text-align: justify;">Indefesso, continuò la sua battaglia politica: sono gli anni delle inchieste sui “traffici” di Aldo Moro, sulla P2, ma anche di scontro generazionale interno al MSI, dove non si perdonava al Pisanò la denuncia degli autori del lancio della bomba durante gli scontri milanesi che portarono alla morte l’Agente Marino. Il fatto che sigiustificò la denuncia con la necessaria difesa dell’intero MSI, evidenziando che i Carabinieri avevano già i nomi, non convinse nessuno. Ma il terreno di scontro generazione era vasto. Almiran-tiano, non cedeva alle suggestioni giovanili, come quelle sul fascismo europeo, opponendosi all’uso della croce celtica che, invece, era molto amata dalle nuove leve fasciste. Così sarà anni dopo, quando si opporrà alla politica filopalestinese e alla richiesta di revisione del Patto Atlantico che trovavano totalitari consensi tra le file del Fronte della Gioventù. L’anticomunismo – di cui gli USA e Israele erano visti come dei baluardi – per Pisanò non era negoziabile e veniva prima di ogni “infatuazione” terzaposizionista. Arriverà addirittura a chiedere lo scioglimento del FdG come organizzazione autonoma e la sua ricostituzione sotto la gerarchia del partito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma gli anni ’70 sono anche anni di dolore. I giovani del MSI vengono massacrati sulle strade e ancora una volta Pisanò denunciò i giornalisti che “<em>hanno continuato e continuano imperterriti a sputa-re veleno, a mentire, a falsificare la realtà della storia, a imbrogliare gli Italiani e specialmente le nuove generazioni. Non ci sarà più pace in questo Paese, non ci sarà più alcuna serena convinzione sociale, non ci sarà più un minimo di ordine e di tranquillità fino a quando la menzogna antifascista, l’odio antifascista, la violenza antifasc-ista, la criminalità antifascista non verranno sepolti da un ritrovata e rinnovata coscienza degli Italiani</em>” (G. Pisanò, <em>Sputa sempre veleno la bestia antifascista</em>, “Candido”, 1° Febbraio 1979).</p>
<p style="text-align: justify;">L’8 Febbraio 1980, il “Candido” si trasferì presso la nuova sede di Via de Togni a Milano (la fotocomposizione venne trasferita, in segreto, in Via Giambellino). Da qui condusse l’inchiesta sulla strage di Bologna, con la quale accusò i Magistrati di aver “<em>dato vita ad un ‘collettivo’ di chiara impostazione marxista</em>”. Non mancarono le accuse ai giornalisti come Bruno Vespa che aveva indicato i fascisti come autori della strage, in quanto erano stati trovati sul posto “<em>brandelli di pelle nera, ed è notorio che i fascisti, per fare degli attentati, usano valige di quel colore</em>”. Per Pisanò il quadro era ben diverso, “<em>il massacro non fu la conseguenza di un attentato, ma di un ‘incidente’ provocato dalla criminale imprudenza di qualche terrorista in transito quella mattina a Bologna con un carico di potentissimo esplosivo</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Il 15 Giugno 1989 Pisanò, assieme ai parlamentari missini Parigi e Berselli, copre, con del nastro adesivo, la parola ‘fascista’ dalla lapide alla stazione di Bologna. Un gesto ‘per denunciare all’opinio-ne pubblica la sciacallesca speculazione di chi ha ritenuto di aggettivare come ‘fascista’ una strage di regime</em>”. Qualcosa di incredibile oggi, quando soltanto se si mette in dubbio la fallace ricostruzione antifascista sulla strage – documenti alla mano, logica nella mente – si viene crocefissi sull’altare del politicamente corretto e della “verità di Stato” alla quale tutti devono sottomettersi. Ebbene, Pisanò – e con lui tutti i missini dell’epoca – non ebbe paura e denunciò la fallace ricostruzione politica del tragico evento.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’Autunno 1982, le condizioni finanziarie del “Candido” risultaro-no gravi, nessuno corse in aiuto del giornale di Pisanò, che sospese le pubblicazioni in quel Dicembre, per riprenderle solo nel Maggio 1983. Ma il tentativo non riuscì e si dovrà attendere il Gennaio 1986 perchè il “Candido” possa tornare nelle edicole. E lo fece con una inchiesta sulla P2, la loggia che ben lungi da rappresentare una minaccia eversiva di destra – come la dipinge la stampa e la vogliono gli antifascisti – fu presentata come un’organizzazione “eversiva di centro” il cui compito non era abbattere lo Stato democratico antifascista, ma rafforzarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni ’80 furono quelli in cui maturò la consapevolezza di prepararsi ad un “dopo-Almirante”, con il MSI che cominciava il suo declino elettorale, del quale Pisanò accusò i politicanti di mestiere che stavano usando il partito per i loro interessi privati, deviando dall’Idea per inserirsi nei salotti del potere. Proprio dalla sconfitta delle elezioni del 1987, riprese la sua convinzione che il MSI avesse esaurito la sua funzione, ma questa volta non per andare verso una destra nazionale, ma per ribadire senza se e senza ma la natura stessa del partito che avrebbe dovuto chiamarsi d’ora in poi solamente e chiaramente “Movimento Fascista”.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la campagna elettorale, il 20 Marzo 1987, accolse a Sirmione Almirante per un comizio al termine del quale il Segretario nazionale gli chiese qualcosa di inaspettato. Volle rivedere per l’ultima volta Salò, la città in cui aveva militato durante la RSI: “<em>Il cuore stretto da una strana angoscia, quasi avessi assistito ad un rito irripetibile</em>”, ricorda Pisanò.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni della sua vita Almirante rivendica con orgoglio il suo essere fascista. Forse la pagina più romantica ed altamente simbolica di tutto il libro scritto da Bonanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorgeva, intanto, l’astro di Fini. Pisanò fu un duro oppositore del nuovo Segretario e continuò la sua lotta per rivendicare il carattere fascista del MSI, iniziando – ad esempio – nel chiedere l’eliminazione dell’etichetta “Destra Nazionale” dal simbolo. A chi contestava le sue precedenti simpatie per tale impostazione lui rispose perentoria-mente: “<em>Nessuno di noi, né allora né poi, pensò mai, neppure per un istante, che il MSI potesse rinnegare Mussolini e il fascismo</em>”. È quello che parte della nuova classe dirigente missina comincia a chiedere, in nome dell’inserimento nel sistema (antifascista!).</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per dare spazio alla sua visione politica, il 2 Giugno 1989, lanciò il progetto costituente dei Circoli “Fascismo e Libertà”, simbolo un fascio repubblicano (ai quali aderirà anche il Comandante Cordara dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia). Bersaglio preferito, ovviamente, Fini e i suoi “Colonnelli” che accusava direttamente di volere una destra che “<em>puzza tanto di Democrazia Nazionale</em>”: “<em>Io mi oppongo a te e alla tua gestione del partito perché, a parte i guai che combini e lasci combinare, tu non sei come me. Tu appartieni a quella categoria che io definisco, senza offesa per nessuno, dei ‘ragionieri della politica’, di quelli cioè per i quali la politica è calcolo, conquista di posti di potere, controllo delle Federazioni, equilibrismi interni, Commissione di disciplina per chi ragiona con la sua testa. Per noi, da giovani e da anziani, la politica è stata, e resta, passione, entusiasmo, dedizione e, se necessario, sangue e sacrifici. Ricordo una scritta in una caserma della RSI che diceva: ‘Beati i giovani che sono affamati di combattimento, perché sapranno lottare per quelli che non vogliono lottare, soffrire per quelli che non vogliono soffrire, amare per quelli che non sanno amare…’. E tu, invece, e i tuoi soci di Destra in Movimento, mi date solo l’impressione di giovani affamati di poltrone</em>”. Profetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti a questo stato di cose conclamato fu naturale anche per un almirantiano come lui appoggiare Pino Rauti – in funzione antifinia-na – al famoso Congresso di Rimini (Gennaio 1990). A chi gli ricorda-va il suo sostegno storico ad Almirante rispose che il Segretario nazionale scomparso “<em>può aver fatto tutti gli errori che un uomo può commettere in una vita [e quello dell’investitura di Fini è emblematico], ma che ha fatto due cose fondamentali: ci ha tenuti uniti per 40 anni ed ha difeso sempre l’eredità di Mussolini</em>”. Parole che pesano come macigni per tutti quei giovani dirigenti missini che vogliono “completare a destra” il sistema antifascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti al traumatico fallimento di Rauti e al ritorno di Fini, riprese il progetto di “Fascismo e Libertà”, non più circolo interno al MSI, ma movimento fuori dal MSI. Fu una rottura per alcuni aspetti clamorosa, ma inevitabile davanti alla crisi che i finiani tornati al comando provocano nel Movimento Sociale Italiano così avviato alla dissoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto del nuovo movimento politico venne lanciato non a caso il 25 Luglio 1991. Una data simbolo dell’antifascismo. Un antifascismo che parve sbigottito davanti a tale ardire e che non tardò a lanciare contro Pisanò centinaia di denunce per ricostituzione del Partito Fascista, tutte crollate in Tribunale, con massimo scorno degli odiatori seriali, ormai in preda al panico per il contestuale crollo del comunismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1992 uscì un suo libro fondamentale che fece scalpore: <em>Il triangolo della morte</em>. Ancora una volta la denuncia dei crimini della Resistenza fu precisa, corretta, spietata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non stupirà che, nel Gennaio 1995, sarà tra i protagonisti – insieme a Pino Rauti – della “rivolta dell’Ergife” quando gli oppositori alla svolta di Fiuggi si ribellarono dando origine a quella che passerà alla storia come Fiamma Tricolore. Sebbene la sua presenza al fianco di un politico tanto diverso come Rauti durerà solo qualche mese, per riprendere ancora una volta le redini di Fascismo e Libertà, questo fu uno dei periodi più entusiasmanti dell’ultimo Pisanò, che abbiamo raccontato nel nostro <em>La rivolta ideale 1993-1995</em> (Passaggio al Bosco, 2 volumi), al quale rimandiamo il lettore curioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Pisanò si ammalò, ma questo non gli impedì, nel 1996, di dare alle stampe il suo ultimo capolavoro: <em>Gli ultimi cinque secondi Mussolini</em>, dove chiude una ricerca durata tutta una vita, illustrando scenari sconcertanti su come, quando e dove fu assassinato il Duce.</p>
<p style="text-align: justify;">Morì a Milano il 17 Ottobre 1997. Con lui se ne andava, uno degli ultimi della “generazione che non si è (mai) arresa”, che seppe rivendicare il suo orgoglio di essere fascista. Solitario, senza l’aiuto di nessuno, bersagliato dall’odio antifascista, fu un grande giornalista d’inchiesta e a lui si devono pagine di storia che hanno riscritto il grande libro del passato, salvando una memoria che più di qualcuno voleva cancellare.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p style="text-align: right;">(“L’Ultima Crociata”, a. LXXV, n. 1, Gennaio 2025)</p>

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		<title>La fandonia della “Pugnalata Alle Spalle” alla Francia nel 1940 – Pietro Cappellari</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jul 2026 09:00:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da anni la vulgata antifascista e antiitaliana cerca di infangare la storia della nostra Nazione con ricostruzioni false e manipolando la realtà dei fatti, forte dell’utilizzo “a fondo perduto” di ingenti contributi statali – che si sommano ai già lauti ed immeritati stipendi statali che i vari “professoroni” si intascano mensilmente –, della gran cassa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da anni la <em>vulgata</em> antifascista e antiitaliana cerca di infangare la storia della nostra Nazione con ricostruzioni false e manipolando la realtà dei fatti, forte dell’utilizzo “a fondo perduto” di ingenti contributi statali – che si sommano ai già lauti ed immeritati stipendi statali che i vari “professoroni” si intascano mensilmente –, della gran cassa mediatica di Tv e stampa che rilancia le loro tematiche, dell’assenza di una critica storica coraggiosa che sappia rispondere per le rime a tali squallidi tentativi fatti esclusivamente per mantene-re in piedi un antifascismo morale con cui giustificare la propria missione di “rigenerazione” della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si calcolano le accuse contro i “crimini” commessi dalle Regie Forze Armate durante i conflitti cui hanno – invero con onore! – partecipato. Eppure, per decenni si è taciuto – se non quando ci si è fatti complici omertosi – di ben più gravi crimini commessi, durante la loro “crociata per la libertà” dagli eserciti anglo-franco-americani, per non parlare di quelli comunisti più o meno regolari. No, quelli non sono mai avvenuti e se sono avvenuti devono essere giustificati in nome di una “superiorità morale” che non capiamo da dove nasca, forse dal diritto divino di cui di solito si ammantano tutti i “liberatori” nel corso della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, vogliamo parlare di una delle accuse che si fa al Regio Esercito – in realtà, con il solito fine politico di attaccare direttamente il Fascismo e Mussolini –, quella di aver attaccato la Francia quando ormai era stata sconfitta, dandole quel famoso “colpo di pugnale alle spalle” che – guarda caso – avrebbe giustificato i successivi compor-tamenti dei Francesi contro l’Italia, tra cui, ci piace ricordarlo, gli stupri di massa compiuti contro i civili dal famigerato Corpo di Spedizione del Gen. Juin, non solo in Ciociaria. Crimini contro l’umanità che non hanno precedenti e non temono confronti, eppure sono stranamente confinati nel limbo della “accettabilità democrati-ca”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studioso Paolo Chiarenza, con un breve ma esaustivo saggio, ci racconta per l’appunto la nascita di questa fandonia antiitaliana. Nel suo <em>“La pugnalata alla schiena”, un falso della propaganda</em> (Colosseo Editore, Roma 2023) ha evidenziato come, ancora una volta, la propaganda di guerra degli Alleati sia diventata Storia intangibile, un vero e proprio dogma ad uso e consumo politico, giunto fino ai nostri giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accusa, non a caso, esce dalla bocca del Presidente degli USA Franklin Delano Roosevelt poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana del 10 Giugno 1940, “<em>va contro la realtà e i presupposti storici, politici e militari</em>” (pag. 11). E Chiarenza ce lo spiega con dovizia di particolari. Nonostante ciò, da quel giorno, gli antifascisti italiani si mobilitarono in massa, facendo proprie la dichiarazione del Presidente statunitense, rilanciandole ovunque, ponendole alla base della loro falsa propaganda.</p>
<p style="text-align: justify;">I rapporti tra Francia ed Italia sono spesso stati molto tesi, fin dal Risorgimento. Furono i Francesi a soffocare nel sangue la Repubblica Romana del 1849, come furono i Francesi a sconfiggere i garibaldini a Mentana nel 1867. Ma non solo, chi ricorda lo “schiaffo di Tunisi” del 1881 con il quale la Repubblica transalpina occupò preventiva-mente la Tunisia per toglierla dalla sfera degli interessi italiani? E i “vespri marsigliesi” dello stesso anno con la caccia all’Italiano? E la guerra doganale del 1866? E il massacro degli Italiani ad Aigues-Mortes dell’Agosto 1893? E la caccia all’Italiano a Lione nel 1894? E l’aiuto dato all’Imperatore d’Etiopia Menelik nel 1896?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti fatti che incrinarono i rapporti tra le due Nazioni: non a caso fu l’anarchico Sante Caserio che assassinò il Presidente della Repubblica francese Marie Francois Carnot nel 1894.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, il quadro era chiarissimo. Il sorgere della potenza italiana nel Mediterraneo non poteva non creare gravi problemi geopolitici a chi come la Francia considerava questo mare sotto la propria influenza. Anche la Gran Bretagna la pensava in questo modo, ma guardò all’Unità italiana con l’interesse proprio, per utilizzare la giovane Nazione che sorgeva come antagonista della Repubblica francese.</p>
<p style="text-align: justify;">In più i Francesi ci consideravano un popolo inferiore e questo sentimento contraddistinse sempre tutta la loro politica e peggiorò con il sorgere del Regime fascista e del conseguente ruolo di potenza mondiale che assunse l’Italia in quei decenni. Non a caso, nel 1934, nel XII anno dell’Era Fascista, Indro Montanelli scriveva da Parigi: “Questi sudici ci disprezzano sempre più perché non sopportano il fatto di essere costretti ad ammirarci”.</p>
<p style="text-align: justify;">Stando così le cose e, soprattutto, essendosi sempre la Francia – come la Gran Bretagna, del resto – sempre sottratta alla ridiscussione delle “sfere di influenza”, alla revisione dei trattati scaturiti dopo la Prima Guerra Mondiale, alla creazione di un nuovo ordine mondiale basato sulla giustizia, ove avessero un ruolo – e parità di doveri come di diritti – anche i giovani Imperi emergenti di Italia, Germania e Giappone, lo scontro prima o poi sarebbe stato inevitabile, come la storia insegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la Francia non aveva certamente paura di ciò, confidando sulla sua invincibilità militare. Se l’Inghilterra disponeva della più grande flotta del mondo, i Francesi si vantavano di avere il più forte esercito di terra del globo. Chi mai avrebbe osato sfidare queste potenze imperiali?</p>
<p style="text-align: justify;">Si giunse così all’Autunno del 1939, quando – nonostante la “non belligeranza” proclamata dal Regno d’Italia – la flotta mercantile italiana cominciò ad essere “taglieggiata” dalla Francia e dalla Gran Bretagna, subendo le provocatorie ed ingiustificate ingerenze del blocco navale dei due Imperi in guerra contro la Germania: al 25 Maggio 1940 erano stati 1.347 i dirottamenti e i fermi di navi italiane, con gravi danni per l’economia della nostra Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Che Francia e Gran Bretagna si considerassero – e non fecero nulla per nasconderlo, anzi – delle Nazioni ostili all’Italia fu chiarissimo a tutti. Chi avrebbe potuto credere che, a questo punto, l’Italia, quell’Italia!, – oltretutto legata “piedi e mani” alla Germania in guerra – sarebbe rimasta a guardare e a subire gli affronti anglofrancesi senza reagire?</p>
<p style="text-align: justify;">Era solo questione di tempo, anzi di tempi: era del tutto naturale che una Nazione decidesse di entrare in guerra solo quando fosse scattato il momento opportuno. E fu così che l’Italia, nel Marzo 1940, si decise per il grande passo. Le valutazioni furono fatte osservando la realtà del conflitto iniziato il 3 Settembre 1939 dopo la folle dichiarazione di guerra alla Germania di Francia e Gran Bretagna. Il <em>Reich</em> aveva colpito tutti: con una rapida “cavalcata” aveva liquidato la Polonia, spartendosela poi con l’Unione Sovietica, e ora si apprestava a guardare ad Occidente, a quella terribile ed invalicabile Linea Maginot, dove ad attenderla v’era il più forte esercito del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se l’Italia aveva deciso da che parte stare, adesso serviva scegliere la tempistica di questa discesa in campo, una discesa in cui necessario era pesare i pro e i contro e, soprattutto, valutare la fattibilità, ossia l’opportunità di una vittoria in breve tempo. Perché nessuna Nazione sarebbe scesa in guerra senza avere garanzie della vittoria e che questa guerra fosse di breve durata. Quando nel Maggio 1940 i carri armati germanici compirono il miracolo di stroncare l’esercito francese in pochi giorni di battaglie, tutti – amici e nemici – rimasero interdetti e sorpresi. L’Italia per prima che, ora, doveva prendere una decisione in fretta, con il rischio di scendere in campo troppo in ritardo per poter poi giocare un ruolo di grande potenza al tavolo della pace. Un ruolo che non poteva certamente disertare. Ma l’Italia non decise di scendere in campo solo perché la Francia era ormai sconfitta, ma soprattutto – e qui chiamiamo alla massima attenzione il lettore – perché la Germania stava avanzando troppo velocemente verso Sud: i carri armati germanici marciavano spediti verso Lione e, sicuramente, avrebbero raggiunte Marsiglia, le coste del Mediterra-neo, pregiudicando tutto l’assetto geopolitico della regione, a tutto discapito dell’Italia. Non è errato affermare che quel 10 Giugno 1940, l’Italia scese in guerra non perché l’esercito francese si ritirava, ma perché quello germanico avanzava, troppo avanti e troppo velocemente. Già era un problema avere i Tedeschi a Bolzano, pensa-re di averli anche a Marsiglia sarebbe stato troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna anche evidenziare che, se le truppe della Maginot erano travolte dai carri armati del <em>Reich</em>, l’Armata che difendeva le invalicabili Alpi Occidentali, al confine tra la Savoia-Nizzardo e il Piemonte-Liguria, era intatta, ben equipaggiata e pronta all’azione. Così anche l’Aeronautica e la Marina francesi, delle eccellenze schie-rate da tempo contro la nostra Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia, quindi, entrò in guerra – contro un nemico più forte e in posizioni strategiche ottimali – certa che questa fosse giunta alla sua conclusione, per cercare di contenere nei limiti dell’accettabile la straordinaria vittoria germanica, convinta quindi che non fosse neanche necessario combattere. Infatti, dopo la dichiarazione di guerra non fu dato – incredibilmente – nessun ordine di attacco, ma di mantenere, con la sola eccezione per la Regia Marina, un atteggiamento difensivo su tutti i fronti!</p>
<p style="text-align: justify;">Fu un calcolo – condiviso da tutta la dirigenza dello Stato italiano, non solo quella fascista, ed anche dall’opinione pubblica – che si dimostrò avventato e portò ad un disastro militare senza precedenti nella storia della nostra Nazione. Ma in quei giorni tutti aspettavano solo di andare a ritirare il primo della “vittoria” (germanica), non credendo possibile una resistenza solitaria britannica.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nella notte tra l’11 e il 12 Giugno 1940, aerei britannici colpivano Torino. Per rappresaglia la Regia Aeronautica bombardava Tolone e Biserta. Il 13 Giugno, una Squadra navale francese attaccava le zone industriali di Vado Ligure e Sestri Ponente. Come rispondere a questa azione?</p>
<p style="text-align: justify;">I primi bombardamenti sulle città italiane, la costante avanzata germanica, la richiesta di armistizio, portarono all’ordine di attacco del 20 Giugno 1940. Un’operazione durata solo qualche giorno, durante la quale le nostre truppe, pur dimostrando un non comune eroismo, avanzarono con difficoltà, soprattutto per la pronta reazione francese, per la conformazione del terreno, per le condizioni atmosferiche. Alla fine occupammo Mentone e… “scoppiò la pace”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un “strana pace” che consentì all’Italia di sedersi al tavolo delle trattative, al termine delle quali emblematicamente non chiese nulla. E ciò deve essere chiaro, soprattutto quando si parla di “pugnalata alle spalle”. Fu così possibile creare nella Francia centro-meridionale non occupata dai Germanici la Repubblica di Vichy, senza che l’onore francese venisse ulteriormente menomato. La stessa flotta francese venne rispettata e in parte trovò rifugiò in Algeria dove, il 3 Luglio seguente, in spregio al diritto internazionale, venne attaccata e distrutta dai Britannici a Mers el Kebir (Orano): 1.300 morti francesi che ancor oggi chiedono giustizia. Cosa fu questa azione se non un crimine di guerra?</p>
<p style="text-align: justify;">E pensare che sulle Alpi Occidentali l’Esercito d’Oltralpe subì solo 37 morti, 42 feriti e 150 dispersi. E non vogliamo scomodare le “coscien-ze” per parlare dei 30.000 civili francesi morti durante i bombardamenti angloamericani durante le operazioni in Normandia del 1944…</p>
<p style="text-align: justify;">Fu dunque una “pugnalata alle spalle”? No, ovviamente. Ma ancor oggi siamo costretti ad ascoltare queste ingiuste accuse contro la nostra Nazione, lanciate non dal nemico di ieri che non riuscì a sconfiggerci sui campi di battaglia, ma da quegli “Italiani” che in spregio della propria Patria avrebbero ceduto alla Francia anche tutto il Piemonte, come accettarono di buon grado la cessione dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia alla Iugoslavia comunista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p style="text-align: right;">(“L’Ultima Crociata”, a. LXXIV, n. 5, Luglio-Agosto 2024)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>La bonifica integrale fascista &#8211; Pietro Cappellari</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 07:52:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Valentino Orsolini Cencelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La redenzione delle terre nell’esaltazione della Civiltà del Lavoro   Un atto politico Quella che è passata alla storia come “bonifica integrale”, avvenuta nella prima metà degli anni ’30 in Italia, si inserisce appieno nel processo rivoluzionario fascista, come cardine della sua concretizzazione nella realtà. Infatti, prima che un atto di ingegneria, la bonifica fu [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><em>La redenzione delle terre nell’esaltazione della Civiltà del Lavoro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un atto politico</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quella che è passata alla storia come “bonifica integrale”, avvenuta nella prima metà degli anni ’30 in Italia, si inserisce appieno nel processo rivoluzionario fascista, come cardine della sua concretizzazione nella realtà. Infatti, prima che un atto di ingegneria, la bonifica fu un atto politico. Un atto politico con il quale il Regime intese compiere un’opera senza precedenti, inquadrandola nel percorso di modernizzazione della Nazione e, soprattutto, di costruzione di una nuova Civiltà, che avrebbe dovuto contraddistinguere il XX secolo, la Civiltà del Lavoro. Tutto ciò ebbe anche un simbolo poetico, l’autocarro BL18. Era un vecchio <em>camion </em>utilizzato in massa dal Regio Esercito durante il Primo conflitto mondiale, che popolò le polverose strade italiane anche nei primi anni del dopoguerra. Fu l’autocarro simbolo delle spedizioni squadriste nel biennio 1921-1922. L’ultima sua apparizione fu, per l’appunto, durante i lavori di bonifica dell’Agro Pontino, dove qualche mezzo sopravvissuto all’usura del tempo ancora venne impiegato dagli operai e dai primi coloni. Ecco, nel BL18, poeticamente, si vide questa continuità politica della Rivoluzione fascista: Grande Guerra – squadrismo – bonifica integrale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La “fame” di terra</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ancor oggi non si ha un’esatta conoscenza e coscienza di ciò che era l’Italia quando il fascismo giunse al potere nell’Ottobre 1922. Molte lande, anche dopo la Prima Guerra Mondiale, erano rimaste ferme al XIX secolo, come chiuse in una sorta di letargo. Alcune zone, specie nel Meridione, erano state flagellate da epidemie di colera (1911) e, soprattutto, di febbre spagnola (1918), che avevano mietuto numerose vittime tra la popolazione, mentre nelle vie si erano rivisti addirittura lazzaretti di manzoniana memoria. Sempre al 1918, risale anche un’ondata di vaiolo e di encefalite letargica che aveva mietuto delle vittime in specie tra i bambini. La vita che si viveva in alcune regioni era davvero qualcosa di preoccupante. Intere zone erano precluse all’attività umana, come quelle paludose che punteggiavano la cartina geografica dell’Italia del tempo. A soli 60 km a Sud di Roma, ad esempio, si apriva una landa malsana, in cui si moriva di malaria, come ci ricordano le vicende, dei primi anni del ‘900, di Maria Goretti, futura Santa della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ultimo “avamposto di civiltà” era la piccola cittadina di Nettuno. Tutta la fascia meridionale di questo territorio era ancora una zona paludosa e il Fiume Loricina assomigliava molto al Fiume Acheronte, aprendo all’incauto viaggiatore che si dirigeva verso Sud le porte di una terra dispensatrice di desolazione e di morte:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">A soli 300 metri dall’abitato e nella parte di levante, circa mille ettari di terreno in date epoche dell’anno rimangono inondati e, divenendo fomite di malaria, pregiudicano il buon nome di queste ridenti contrade.</span></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Questa plaga acquitrinosa è comunemente designata col nome di Stagno o Bassofondo di S. Rocco.</span></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Il danno che da questo periodico allagamento deriva alla igiene locale tanto più preoccupa, perché quei terreni si trovano in prossimità della spiaggia di levante – la migliore per gli stabilimenti balneari – dalla quale li separa la Via Provinciale Nettuno-Cisterna. E questa non solo serve per la comunicazione con detto Comune e con gli altri che si trovano sulla catena dei Lepini, ma anche per la esportazione dei prodotti del territorio di Nettuno e delle tenute di Conca, Carano, Campomorto, ed altre dell’Agro Romano che debbono necessariamente far capo alla stazione ferroviaria di Nettuno o al Porto d’Anzio<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Agli inizi degli anni ’20, le due uniche vie che collegavano Anzio-Nettuno con i paesi limitrofi erano la Via di Anzio o Anziatina – che univa il litorale con i Colli Albani – e la Strada per Conca-Cisterna di Roma. Così descriveva la Via Anziatina una guida del Touring Club Italiano:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Dalle Frattocchie ad Anzio, strada generalmente cattiva, solo in parte mediocre; interrata, prima per la ricchezza tipica del vigneto, per il carattere della campagna e infine per il bosco. [Presso la Stazione di Carroceto] alla ricchezza dei vigneti degli Albani sui quali si ha una bella vista retrospettiva, è subentrata l’economia agricola della campagna romana: magri pascoli e poveri campi di grano in coltura estensiva. Un km dopo la Stazione di Carroceto, si va in rettilineo, con lievissime inflessioni per quasi 14 km, di cui i primi nove accanto alla ferrovia, in zona completamente deserta di pascoli magri, talora cespugliati o misti a cedui. Presso qualche stazione, grandi depositi di carbone e di fascine, disposte all’uso romano su un sol piano, sul terreno, addossate le une alle altre occupando vaste estensioni; evidentemente il terreno ha scarso valore. Verso il miglio 28 si entra in una gran macchia selvaggia di querce. Gli alti alberi si alzano sul fitto, inestricabile sottobosco di eriche, ginestre, lentischi, quercioli, felci. Si attraversa un magnifico sughereto a 5 km circa da Anzio con la vista caratteristica di un villaggio di <em>guitti</em> e, accanto alle capanne coniche di paglia, basse capanne di legname, con pareti coperte di lamiera di latte ex-petrolio, distese, di aspetto profondamente miserabile. Il sughereto, recentemente spogliato della corteccia (1922), coi suoi tronchi color terracotta, disegna linee di tono vivace sotto le dense chiome degli alberi. Cominciano qui i vigneti (e campi di canne per la loro manutenzione), alternati a macchie di lecci, attraverso i quali si scorge il mare<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">La Strada per Cisterna, presentava le stesse caratteristiche:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Fino a Cisterna strada complessivamente piuttosto cattiva, polverosa, con le caratteristiche miste della campagna romana e degli approcci delle Pontine, cioè ondulazioni minori: abbastanza interessante nella macchia.</span></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">[…] La strada corre dapprima cattiva e polverosa fra le siepi, poi esce nella rasa pianura, incolta, limitata a distanza da dense macchie. […] Dopo alcuni km [da Nettuno], a destra si costeggia una macchia di querce con fitto sottobosco; a sinistra nella landa sorgono coniche capanne di <em>guitti</em>, costruite al solito con un traliccio di lunghi paletti, uniti in alto in punta, cui si sovrappone uno strato di canne, ricoperte esternamente di paglia. Si entra in pieno nell’ombrosa interessante Selva di Nettuno, dove lo sguardo non arriva più in là dei due muri di verde che fiancheggiano la via<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Le vaste campagne, in gran parte deserte, venivano popolate solo dalle greggi di pecore e dalle famiglie di pastori che, in Inverno, effettuavano la transumanza dai paesi dei Monti Simbruini, come Jenne e Trevi nel Lazio.</p>
<p style="text-align: justify;">A ridosso dei centri abitati si aggirava un’umanità diseredata, costretta a un’economia di sopravvivenza, abbandonata a se stessa e priva di qualsiasi ammortizzatore sociale. Praticamente totalitario l’analfabetismo, diffusa la denutrizione, non raro il rachitismo, disconosciute le stesse norme di igiene primaria. Solo all’interno dei paesi la situazione cambiava.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia, dopo la Grande Guerra, era un Paese povero dove regnava il disordine, annoverato tra gli Stati con la più alta percentuale di mortalità infantile dell’Europa occidentale. Situazioni pre-insurrezionali, scioperi e scontri di piazza erano all’ordine del giorno, come quotidiano era il discredito del sistema liberaldemocratico tra le masse, un sistema incapace di reagire e governare uno Stato uscito vincitore dalla Prima Guerra Mondiale. Dopo decenni di gestione del potere, la classe politica italiana non era riuscita a risolvere neanche uno dei numerosi problemi sorti all’indomani del Risorgimento nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo era lo Stato che ereditò il Fascismo nell’Ottobre del 1922: molte lande della Nazione, abbandonate da decenni – se non secoli – da un sistema di potere incapace di gestire lo Stato e il suo territorio, erano ricoperte di paludi e la malaria regnava incontrastata. Il Governo Mussolini ereditò quindi una situazione giunta al collasso e non dovette solo pacificare il Paese dopo quattro anni di guerra civile (a bassa intensità), non solo risanare i conti dello Stato, ma anche incarnare quella rivoluzione sociale cui ci si era votati quando, nell’Estate 1914, s’era fatta la scelta interventista nella Grande Guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">I contadini che tronavano dalle trincee si aspettavano dalla loro Patria il riconoscimento tangibile del loro immane sacrificio di sangue e la promessa di terra che era stata fatta loro durante il conflitto rappresentò una chimera ben presto scomparsa dai programmi dello Stato. Infatti, da decenni, i Governi italiani, ideologicamente prigionieri dei dogmi liberisti, s’erano ben guardati dall’intervenire nell’economia e questo, ovviamente, aveva cristallizzato una situazione stagnante non solo dal punto di vista economico, ma anche di quello sociale. Senza una riforma agraria, che avrebbe assunto aspetti rivoluzionari, come si sarebbe mantenuta la promessa fatta ai combattenti durante la Grande Guerra?</p>
<p style="text-align: justify;">I Fanti che tornavano dalle trincee trovarono nelle campagne le Guardie Rosse e gli agitatori bolscevichi del Partito Socialista Italiano (PSI) che promettevano una prossima rivoluzione “liberatrice” e la fine di ogni sopruso ed ingiustizia. I grandi proprietari di terra, dal canto loro, chiusi nel loro egoismo, fecero muro, opponendosi ad ogni riforma che migliorasse le condizioni di lavoro dei braccianti. La conflittualità raggiunse livelli inimmaginabili, violenze, scioperi, conflitti quotidiani. Era iniziato il Biennio Rosso (1919-1920), una fase storica senza precedenti nella storia della Nazione italiana che avrebbe dovuto condurre all’instaurazione della agognata “dittatura del proletariato”. Sommosse, occupazioni di terre, si fecero sempre più frequenti e si cominciarono a contare i feriti e i morti, con la Stato liberale e democratico incapace di reagire, se non attuando una repressione generalizzata affidata al povero Ufficiale dei Carabinieri Reali di turno: numerose furono le stragi proletarie di cui si resero protagoniste le Forze dell’Ordine, che non fecero altro che alzare il livello dello scontro<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, la soluzione della “collettivizzazione delle terre” portata avanti dal PSI non soddisfaceva assolutamente le aspirazioni dei contadini. Questi erano portati a realizzare i loro sogni di diventare proprietari della terra, non di essere inseriti in una cooperativa socialista per gestione in comune degli appezzamenti. E, infatti, quando nelle prime settimane del 1921 fecero la loro prima comparsa nelle campagne italiane in balia delle Guardie Rosse gli squadristi di Mussolini, accadde qualcosa di impensabile. Gli squadristi non rappresentavano solo in braccio armato dei Fasci, la reazione nazionale e popolare al Biennio Rosso, ma portavano anche un chiaro progetto politico di redenzione delle masse lavoratrici. I sindacalisti fascisti alla collettivizzazione delle terre del PSI opposero un programma ben più allettante: la terra ai contadini. E fu un terremoto. Decine e decine di migliaia di lavoratori della terra che fino a qualche giorno primo avevano militato nelle Leghe rosse si iscrissero ai sindacati fascisti. Per i socialisti fu un trauma ben peggiore dell’azione squadrista che aveva messo a ferro e fuoco le loro organizzazioni di base<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mantenere una promessa, realizzare una rivoluzione</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quando il Fascismo giunse al potere, una volta consolidato il suo potere ed instaurato il Regime (1923-1926), una volta ottenuto un consenso pressoché totalitario (Plebiscito del 1929), dovette per forza di cosa concretizzare la rivoluzione sociale di cui si faceva portatore, dando il via alla costruzione dell’alternativa corporativa, un nuovo sistema economico che superasse sia il capitalismo che il marxismo. In questo quadro sperimentale – si tenga ben presente che il Fascismo rappresentò la novità politica di quegli anni, che non aveva nessuna precedente applicazione a cui riferirsi e che potesse far scuola – la terra ai contadini divenne un punto d’onore per il Governo: mantenere quella promessa che lo Stato (prefascista) aveva fatto ai combattenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quali terre? Vi erano due vie da intraprendere: la lotta al latifondo e la redenzione delle paludi che flagellavano vaste lande della Nazione. La prima non avrebbe certamente risolto il problema di fondo e creare una conflittualità con la borghesia che, in quella fase storica, si era compattamente schierata a favore del Regime, non era opportuno. Per questo, la lotta al latifondo venne rimandata a quando lo Stato italiano sarebbe stato pronto ad iniziare un processo del genere: non a caso, tra le iniziative intraprese nella seconda metà degli anni ’30, nella cosiddetta Terza Ondata della Rivoluzione, vi fu per l’appunto lo smantellamento del sistema latifondista (i progetti elaborati nei primi anni ’40, che non ebbero attuazione integrale per via del Secondo conflitto mondiale in corso, saranno poi ripresi ed attuati nel dopoguerra dimostrando tutta la loro serietà e validità). Stando così le cose, fu naturale per il Regime impegnarsi in un’opera ben più ardua: la bonifica integrale delle terre paludose. Si trattava di un atto politico senza precedenti, che rompeva tutti i dogmi liberisti, e vedeva lo Stato ergersi a protagonista della vita economica della Nazione. Ovviamente, il Fascismo – che subordinava l’economia alla politica – volle con questo atto compiere la sua rivoluzione che puntava alla creazione di un nuovo ordine sociale, dove Tradizione e modernità convivevano, portando il lavoro da soggetto dell’economia a protagonista. Il lavoro non fu più considerato un fattore della produzione, ma elevato a fine di ogni azione (cfr. Carta del Lavoro, 21 Aprile 1927-V).</p>
<p style="text-align: justify;">Lo Stato fascista doveva dimostrare di riuscire dove tutti, prima di lui, avevano fallito: i vari interventi dei Governi liberali, come la costruzione di un ponte, di una strada, il prosciugamento di uno stagno, o le leggi “regionali” e specifiche per una zona non adatte per altre, si erano tutti dimostrati non risolutivi di un problema atavico. E da questa constatazione che nacque l’idea della “bonifica integrale”, ossia non solo l’intervento estemporaneo contro l’impaludamento, ma un grande progetto che prevedesse la costruzione di infrastrutture e villaggi, in modo da creare, nella zona redenta, un mercato e un “presidio” umano fisso che sapesse mantenere le conquiste fatte. Un progetto, inoltre, che fosse replicabile ovunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questa era l’idea, mancava assolutamente uno Stato forte da poterla realizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrigo Serpieri (Ufficiale Volontario della Prima Guerra Mondiale del Genio Militare, iscritto al PNF dal 1923, Deputato fascista dal 1924 e, soprattutto, Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Agricoltura e Foreste con delega per la Bonifica integrale nel cruciale periodo 1929-1935) fu colui che concretizzò queste intuizioni e tramutò il sogno in realtà, soprattutto grazie all’appoggio totalitario che ebbe dal Regime.</p>
<figure id="attachment_69773" aria-describedby="caption-attachment-69773" style="width: 350px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Arrigo-Serpieri.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-69773" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Arrigo-Serpieri.jpg" alt="" width="350" height="460" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Arrigo-Serpieri.jpg 263w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Arrigo-Serpieri-228x300.jpg 228w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a><figcaption id="caption-attachment-69773" class="wp-caption-text">Arrigo Serpieri (1877-1960)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Tra i primi atti del Governo Mussolini vi fu proprio quello della redenzione delle terre malsane e la loro messa a coltura. Iniziava quella che passò alla storia con il nome di “bonifica integrale”, un vasto intervento dello Stato italiano – unico nella storia del Paese – che fece di lande deserte e malariche, terreni agricoli di prim’ordine, collegati da moderne infrastrutture ai mercati, popolati da efficienti borghi rurali, assetati di manodopera, dove nacquero straordinarie città gioiello dell’architettura razionalista – uniche al mondo – e, soprattutto, dove fu creata una nuova moderna Civiltà del Lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu così che dopo le prime Leggi approvate già nel biennio 1923-1924, su finire di quel decennio in Italia furono costituiti numerosi Consorzi di Bonifica per concretizzare quella che a molti sembrava un’impresa impossibile. Tuttavia, la crisi internazionale del 1929 scese come una mannaia a colpire i progetti del Regime. Proprio nel momento in cui Mussolini era pronto a lanciarsi nella modernizzazione del Paese, il disastro economico-finanziario internazionale sconvolse gli assetti mondiali. Tutta la politica del Regime dovette “rimodularsi” per affrontare il dramma in atto. E la reazione dello Stato fascista fu per molti aspetti straordinaria e di successo.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio mentre le economie capitaliste crollavano, milioni e milioni disoccupati popolavano le opulente città dell’Occidente, condite da situazioni drammatiche, tra file alle mense pubbliche e suicidi per la disperazione, il Regime investì tutto nel progetto della “bonifica integrale” e iniziò quella che può considerare una delle più grandi opere pubbliche mai compiute nella storia italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Un processo che ebbe il suo apice il 13 Febbraio 1933-XI, quando Arrigo Serpieri varò il Testo Unico della Bonifica Integrale, con cui si disciplinò normativamente l’opera di redenzione delle terre in atto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/bonifica-agro-pontino.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-69772 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/bonifica-agro-pontino.jpg" alt="" width="643" height="753" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/bonifica-agro-pontino.jpg 643w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/bonifica-agro-pontino-256x300.jpg 256w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La bonifica dell’Agro Pontino</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il trionfo di questo impegno si ebbe nella redenzione dell’Agro Pontino, a Sud di Roma, che venne trasformato in un gigantesco cantiere che assorbì parte della disoccupazione del ’29, ed impiegò circa 20.000 lavoratori. La spesa complessiva ammontò a due miliardi di Lire dell’epoca, due terzi a carico dello Stato, un terzo distribuito fra i proprietari. Qualcosa di incredibile se si pensa la situazione di crisi internazionale in atto.</p>
<p style="text-align: justify;">La manodopera per gli importanti lavori di bonifica fu costituita, prima di tutto, dai combattenti della Grande Guerra che, da anni, chiedevano terre da coltivare e più dignitose condizioni di vita:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Protagonista della bonifica dell’Agro Pontino fu l’Opera Nazionale Combattenti (ONC), che provvide all’appoderamento di oltre 48.000 ettari di terra, cui si aggiunsero oltre 11.000 ettari appoderati dalle Università Agrarie. L’ONC – che organizzò il quell’area il trasferimento di migliaia di coloni provenienti dal resto d’Italia, ma in prevalenza dal Veneto – costituì una sorta di braccio armato del Regime per compiere quella che venne definita una vera e propria guerra: guerra contro la natura nemica, ma che doveva addestrare i contadini alla lotta anche in tempo di pace<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Una lotta contro la misera e la natura avversa che il Regime intraprese e vinse: “Le opere di bonifica risolsero il problema della malaria e i terreni, prima insalubri e disabitati, divennero finalmente luoghi produttivi e coltivabili”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>. Tutto questo anche grazie all’utilizzo di uomini straordinari, come Valentino Orsolini Cencelli: fascista diciannovista, squadrista, Marcia su Roma, Deputato del PNF dal 1924, Commissario del Governo per l’ONC dal 1929, ovviamente dotato di poteri eccezionali per la realizzazione della “bonifica integrale”. La sua opera interessò la messa a cultura di 450.000 ettari di terre malsane, dal Veneto alle Puglie; costituì 41 aziende agrarie e 35 comprensori di bonifiche. Dove la sua opera raggiunse risultati incredibili fu nel paludoso Agro Pontino.</p>
<p style="text-align: justify;">I lavori in questa landa iniziarono nel Dicembre 1931 e già il 30 Giugno dell’anno seguente si pose la prima pietra per la costruzione della città di Littoria. Un progetto mai realizzato da nessuna Nazione al mondo.</p>
<figure id="attachment_69771" aria-describedby="caption-attachment-69771" style="width: 653px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Valentino-Orsolini-Cencelli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-69771 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Valentino-Orsolini-Cencelli.jpg" alt="" width="653" height="876" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Valentino-Orsolini-Cencelli.jpg 653w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Valentino-Orsolini-Cencelli-224x300.jpg 224w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a><figcaption id="caption-attachment-69771" class="wp-caption-text">Valentino Orsolini Cencelli (1898-1971)</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il 27 Ottobre 1932, in occasione del Decennale della Marcia su Roma, giunsero i primi coloni a popolare le moderne case rurali, fornite di tutto il necessario per la vita della famiglia e delle sue attività agricole. A tutti fu fornita assistenza politica, economica, spirituale e tecnica. Furono istituiti corsi che videro impegnati uomini e donne nella loro elevazione culturale e lavorativa, dall’uso dei moderni attrezzi alla fabbricazione del pane.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai coloni che, come abbiamo accennato, venivano dal Veneto, ma anche dalle depresse zone del Friuli e dell’Emilia, venne data una casa, appositamente costruita, con terreno e stalla, animali da lavoro e attrezzi agricoli. Avevano diritto a trattenere una parte del raccolto e anche a ricevere una paga, contraendo un “debito colonico” (pari a quanto ricevuto) che veniva progressivamente estinto con la cessione di parte del raccolto allo Stato. All’estinzione del debito, il colono diventava proprietario della casa e del terreno.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel complesso furono realizzate 2.392 case coloniche, sparse su tutto il territorio, che gravitavano intorno a numerosi borghi rurali appositamente costruiti, che anche nel nome rievocavano le gesta eroiche della Grande Guerra: Borgo Hermada, Borgo Pasubio, Borgo Monte Nero, Borgo Piave, Borgo Isonzo, Borgo Pasubio, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono inoltre fondate cinque città modello di architettura razionalista uniche al mondo: Littoria (inaugurata il 18 Dicembre 1932-XI, che divenne Capoluogo dell’omonima provincia redenta); Sabaudia (in omaggio alla Casa Reale, inaugurata il 15 Aprile 1934-XII) e Pontinia (28 Ottobre 1935-XIII); cui si aggiunsero Aprilia (25 Aprile 1936-XIV) e Pomezia (28 Aprile 1938-XVI) nel confinante Agro Romano.</p>
<p style="text-align: justify;">La bonifica integrale si attuò attraverso il coordinamento e il compimento di tre “azioni” fondamentali: la bonifica idraulica, la bonifica sanitaria e la bonifica agraria.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/mussolini.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-69770 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/mussolini.jpg" alt="" width="643" height="362" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/mussolini.jpg 643w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/mussolini-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La bonifica idraulica</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si concretizzò con la totalitaria scomparsa della palude attraverso la creazione di un vasto sistema di canali – tra cui si ricorda il famoso Canale Mussolini – e il prosciugamento delle piscine e dei laghi che costellavano l’Agro Pontino.</p>
<p style="text-align: justify;">Per preservare la natura dei luoghi fu costituito anche il Parco Nazionale del Circeo (25 Gennaio 1934-XII), ancora oggi unico parco italiano ad estendersi in un ambiente marino e terrestre.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/bonifica-agro-pontino-2.jpg.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69769" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/bonifica-agro-pontino-2.jpg.png" alt="" width="478" height="345" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/bonifica-agro-pontino-2.jpg.png 478w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/bonifica-agro-pontino-2.jpg-300x217.png 300w" sizes="(max-width: 478px) 100vw, 478px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La bonifica sanitaria</em></p>
<p style="text-align: justify;">Parallelamente alla bonifica idraulica si lanciò la bonifica sanitaria per la lotta contro la malaria che vide in prima fila i Militi della Croce Rossa Italiana, impegnati in una massiccia campagna di chinizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1926, la lotta alla malaria divenne oggetto di studio nelle scuole dell’Agro Romano. Tutto ciò comportò, nel giro di pochi anni, al dimezzamento dei colpiti dal morbo dai 2-3.000 casi regolarmente registrati nell’Agro Romano, ai 1.000-1.500 degli anni ’30. Si dovrà, comunque, attendere il 1949 – con l’impiego del (tossico) DDT – perché il fenomeno venisse definitivamente debellato dal territorio pontino.</p>
<p style="text-align: justify;">I presidi sanitari contribuirono notevolmente all’educazione all’igiene della popolazione delle campagne.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1920, il personale sanitario che operava nelle zone di Nettuno venne trasferito nelle strutture del locale poligono militare ove fu inaugurata un’importante Scuola di Malariologia, che si affiancava a quelle già costituite di Caltanissetta, Venezia e Cagliari.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla scuola di Nettuno va attribuito il fondamentale studio botanico sulle piante che favorivano lo sviluppo della larva delle zanzare anofele e delle piante “antagoniste”, uno studio pionieristico svolto nella vallata del Fiume Loricina.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1925, al I Congresso Antimalarico di Roma, il centro studi nettunese fu elogiato da tutti gli intervenuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1926, fu possibile costruire un nuovo edificio per la Scuola Pratica di Marialogia, con aula didattica e museo, che divenne punto di riferimento per tutti gli studi del settore. Come ha evidenziato Vincenzo Monti:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">La scuola rurale di Nettuno insieme all’ottima organizzazione nell’Agro Romano da parte della Croce Rossa Italiana dimostrò che era molto difficile insistere su individui adulti per tentare di modificare abitudini inveterate mentre sembrava più logico agire sulle giovani menti e prepararle con adeguati programmi educativi per creare uno spirito nuovo. Si venivano così a gettare le basi per un’altra generazione che sapesse difendersi dalla malaria che aveva decimato i suoi avi<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69768" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-1.jpg" alt="" width="512" height="360" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-1.jpg 512w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-1-300x211.jpg 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-69767" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-2-1024x646.jpg" alt="" width="1024" height="646" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-2-1024x646.jpg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-2-300x189.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-2-768x485.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-2-1536x969.jpg 1536w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-2.jpg 2008w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La bonifica agraria</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la bonifica sanitaria, fu la volta della bonifica agraria: tutti i terreni redenti furono messi a coltura, aumentando in modo esponenziale sia la produzione agricola, sia l’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’espansione agricola di questi anni e di quelli successivi, naturalmente, provocò una riduzione della superficie boscosa del territorio che rimase, comunque, importante e caratterizzante questo territorio, dove ampie macchie dell’antica Selva di Nettuno ancora disegnavano paesaggi incantati e misteriosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nasceva una nuova “civiltà contadina”, permeata dei valori del Fascismo. Al Settembre 1929, ad esempio, risale la I Festa dell’Uva di Nettuno, un’importante rassegna di viticultura diffusa dal Regime fascista in tutta Italia per valorizzare la civiltà contadina e le caratteristiche, quanto pregiate, produzioni agricole italiane. Diverrà un appuntamento importante per molte città della penisola – ancor oggi si festeggia con sfarzo ed è il momento più caratterizzante della vita di molte comunità locali – e rappresentò il tentativo del Regime di diffondere le idealità del mondo contadino.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si trattava solo di difendere la produzione nazionale e la manodopera agricola, vi era un profondo progetto di civiltà dietro. Il mondo contadino visto non solo come fonte di ricchezza economica autarchica – tra l’altro in grado, in Italia, di assorbire le periodiche ondate della disoccupazione industriale – ma anche come custode della Tradizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Come evidenziava Richard Walther Darré:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Il suolo forma una parte del diritto familiare, cui occorre accordare la protezione dello Stato. Questa è una concezione che interessa sia il piccolo contadino sia il medio coltivatore o il grande proprietario terriero, secondo le particolarità della regione ed i bisogni dell’economia del popolo. Essa ha cura che le famiglie possano ambientarsi e radicarsi nel territorio. E’ la concezione che permette, ad esempio, di lasciare in vita il vecchio viale alberato perché la sua veduta pittoresca piaceva già al padre o al nonno, pur se dal punto di vista economico il permanere di tale viale non è giustificato<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Questo movimento culturale, che traeva le sue fondamenta dalle battaglie del periodico fascista “Il Selvaggio” di Mino Maccari, si proponeva di portare il fascismo su posizioni ruraliste, anticosmopolite e antiamericane, e vedeva tra i suoi maggiori esponenti numerosi squadristi della prima ora, desiderosi di compiere fino alle estreme conseguenze la rivoluzione iniziata nel lontano 1919.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu proprio tra il ’26 e il ’29 che prese forma la cosiddetta ideologia strapaesana. Un movimento culturale molto importante che fu alla base di diverse “battaglie” del Regime: dalla Battaglia del Grano alla lotta contro l’urbanesimo; dalla difesa delle arti e mestieri tradizionali-autarchici alla lotta contro la globalizzazione a stelle strisce, in cui si rilevarono anche venature razziste.</p>
<p style="text-align: justify;">L’interesse per la Tradizione, in particolare quella tramandata nelle campagne, era dovuto al fatto che attraverso di essa rivivevano antichi valori, un sistema di valori più sano di quello proposto dal degenerato mondo moderno. Attraverso il regionalismo e le tradizioni popolari, infine, gli Italiani, ovunque essi si trovassero, si rendevano coscienti di essere eredi di una Civiltà millenaria, che affondava le sue radici nel mito della Romanità e del conseguente “primato” e della conseguente “missione” che il popolo italiano era chiamato ad esercitare e compiere nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Compito di tradurre in atti concreti la politica rurale del Fascismo fu affidata ad Arrigo Serpieri, come abbiamo detto dal 1929 Sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Fu lui a pianificare la bonifica integrale, già teorizzata negli anni precedenti, incentrando gli sforzi nella difesa e nel potenziamento delle aziende rurali familiari, viste come l’unità economica del futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie alla continua messa a coltura di nuovi terreni e all’impiego su vasta scala delle prime macchine agricole si poté registrare aumenti di produzione nel settore cerealicolo, della frutta (peri, meli, fichi, peschi, mandorli e agrumi), dei pomodori, delle leguminose (fagioli e lupini), dei foraggi per animali (erba medica e trifoglio). A tutto ciò si deve sommare anche l’introduzione di nuove colture come la patata, la barbabietola da foraggio, l’orzo e l’avena, sconosciuti prima del 1929 e che, negli anni ’30, ebbero notevole sviluppo. In vent’anni, l’intera produzione vinicola del territorio risultò raddoppiata<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>. L’incredibile sviluppo agricolo di questi anni non ebbe precedenti, né successivi sviluppi. Comunque sia, nonostante le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, ancora negli anni ’50, si raccoglievano i frutti della bonifica integrale. Come abbiamo detto, però, cessò la progettualità rivoluzionaria dello Stato. Con tutto quello che ne conseguì. Con l’avvento di massicci processi di speculazione edilizia e cementificazione selvaggia, con l’incapacità del sistema liberaldemocratico di tutelare il prodotto nazionale, con il disinteresse per la valorizzazione dei prodotti della terra, con il fallimento delle politiche agricole intraprese da alcuni Governi, l’intero sistema agricolo italiano entrò definitivamente in crisi.</p>
<figure id="attachment_69766" aria-describedby="caption-attachment-69766" style="width: 563px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-3.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-69766" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-3.jpg" alt="" width="563" height="288" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-3.jpg 563w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/littoria-3-300x153.jpg 300w" sizes="(max-width: 563px) 100vw, 563px" /></a><figcaption id="caption-attachment-69766" class="wp-caption-text">Il maestoso Palazzo M, progettato per essere la nuova sede della Federazione del PNF di Littoria</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una rivoluzione compiuta</em><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">La popolazione della nuova provincia di Littoria superò le 230.000 unità e si poté avviare a conclusione già nel 1935, quando l’Italia, dopo aver sistemato le “questioni interne”, si impegnò a concretizzare la Rivoluzione fascista con l’imperialismo: fu la conquista dell’Etiopia (1935-1936) e l’impegno nella Guerra Civile di Spagna (1936-1939), che praticamente assorbirono quasi tutto il bilancio dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziò comunque una seconda fase, non più protagonista Arrigo Serpieri, del resto malvisto dai latifondisti che temevano la sua politica radicale, ma con un altro uomo eccezionale, Araldo di Crollalanza: Ufficiale Volontario nella Grande Guerra, sansepolcrista, Comandante squadrista, Marcia su Roma, Console della Milizia, Deputato del PNF dal 1924, Sottosegretario di Stato e poi Ministro dei Lavori Pubblici e, dal 1935 al 1943, Presidente dell’ONC.</p>
<figure id="attachment_69765" aria-describedby="caption-attachment-69765" style="width: 379px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Araldo-di-Crollalanza.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-69765" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Araldo-di-Crollalanza.jpg" alt="" width="379" height="501" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Araldo-di-Crollalanza.jpg 379w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/06/Araldo-di-Crollalanza-227x300.jpg 227w" sizes="(max-width: 379px) 100vw, 379px" /></a><figcaption id="caption-attachment-69765" class="wp-caption-text">Araldo di Crollalanza<br />(1892-1986)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">La bonifica integrale interessò in questa seconda fase la Puglia, la Sicilia, la Sardegna, la Campania. Nel 1942, Serpieri dichiarava che l’opera di bonifica aveva interessato più di sei milioni di ettari di terreni insalubri (137.000 solo nell’Agro Pontino). L’opera gigantesca intrapresa non poté comunque dirsi conclusa, soprattutto per lo scoppio improvviso della Seconda Guerra Mondiale. Ma anche in questi anni, l’Agro Pontino redento seppe raccontare una storia. Nella Primavera del 1944, a difendere il settore di Littoria dall’invasore angloamericano, furono inviati i primi reparti combattenti della RSI. Il Battaglione “Barbarigo” della Decima MAS e il Battaglione “Vendetta” delle SS italiane seppero scrivere pagine importanti di storia militare italiane, chiudendo con il loro sacrificio alle porte di Littoria una storia iniziata vent’anni prima<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> P. Cappellari, <a href="https://www.heraldeditore.it/catalogo/per-non-dimenticare/il-fascismo-ad-anzio-e-nettuno-1919-1939/"><em>Il fascismo ad Anzio e Nettuno 1919-1939. Una storia italiana</em></a>, Herald Editore, Roma 2014.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. P. Cappellari (a cura di), <a href="https://www.passaggioalbosco.it/da-vittorio-veneto-alla-marcia-su-roma/"><em>Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma. Il Centenario della Rivoluzione fascista</em></a>, Passaggio al Bosco, Firenze 2020-2021, voll. I e II.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://www.ereticamente.net/il-faro-luminoso-di-san-bartolomeo-in-bosco-pietro-cappellari/"><em>Il “faro luminoso” di San Bartolomeo in Bosco</em></a>, in P. Cappellari (a cura di), <a href="https://www.passaggioalbosco.it/1921/"><em>Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma. Il Centenario della Rivoluzione fascista</em></a>, Passaggio al Bosco, Firenze 2022, vol. III.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> P. Bevilacqua, <em>Bonifica</em>, in V. De Grazia e S. Luzzatto, <em>Dizionario del fascismo</em>, Einaudi, Torino 2005, vol. I, pagg. 182-183.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> S. Ceschin, G. Caneva e M. Cutini, <em>L’uomo e le risorse naturali</em>, in G. Caneva e C.M. Travaglini (a cura di), <em>Atlante storico-ambientale. Anzio-Nettuno</em>, De Luca Editori d’Arte, 2005, pag. 109.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> V. Monti, <em>Un secolo di storia ospitaliera a Nettuno</em>, Le Edizioni del Gonfalone, Nettuno (RM) 2003, pag. 110.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> W. Darré, <em>La nuova Nobiltà di Sangue e di Suolo</em>, Ritter, Milano 2010, pag. 5.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Si veda S. Ceschin, G. Caneva e M. Cutini, <em>L’uomo e le risorse naturali</em>, in G. Caneva e C.M. Travaglini (a cura di), <em>Atlante</em>, cit., pag. 112.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://www.heraldeditore.it/catalogo/per-non-dimenticare/lo-sbarco-di-nettunia-e-la-battaglia-per-roma-22-gennaio-4-giugno-1944/"><em>Lo sbarco di Nettunia e la battaglia in difesa di Roma. 22 Gennaio – 4 Giugno 1944</em></a>, Herald Editore, Roma 2010.</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Biennio Rosso: violenze bolscéviche e reazione patriottica &#8211; Pietro Cappellari</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 04:29:49 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/biennio-rosso-violenze-bolsceviche-e-reazione-patriottica-pietro-cappellari/">Biennio Rosso: violenze bolscéviche e reazione patriottica &#8211; Pietro Cappellari</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Gli anni 1919-1920, quando l’Italia fu sconvolta da una serie di agitazioni e di violenze senza precedenti, scatenate dai massimalisti in attesa dell’imminente rivoluzione comunista, sono praticamente assenti dai libri di storia. Come se non vi fossero mai stati. E, quando non si possono proprio ignorare, si tenta sempre di depotenziare le violenze socialiste, incentrando l’analisi sull’unica violenza che si impose in quel dopoguerra, quella fascista. In realtà, la violenza fascista fu essenzialmente una reazione politica ai due anni (precedenti) di violenza sovversiva che travolse l’Italia. Ma ciò non può essere assolutamente detto. Si rischierebbe di dare una giustificazione – del resto, già data dai contemporanei – allo squadrismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Del Biennio Rosso ci siamo già interessati in due importanti lavori cui rimandiamo il lettore: <a href="https://www.heraldeditore.it/catalogo/per-non-dimenticare/fiume-trincea-ditalia/"><em>Fiume trincea d’Italia</em></a> e <a href="https://www.passaggioalbosco.it/da-vittorio-veneto-alla-marcia-su-roma/" target="_blank" rel="noopener"><em>Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma</em></a><a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><u>[1]</u></a>. In questi studi abbiamo evidenziato come, all’indomani della Grande Guerra, l’Italia sprofondò in un vortice di violenze antesignane della rivoluzione <em>bolcèvica</em>. Violenze, poi, cancellate dal grande libro della storia da coloro che intesero evidenziare l’avvento della “barbarie” fascista, che avrebbe annichilito la “bellezza” dello Stato democratico e liberale. La realtà dei fatti, ovviamente, non sa che farsene della <em>disinformatja </em>e delle menzogne antifasciste. Del resto, quando non ha potuto negare, la sinistra ha sempre depotenziato il Biennio Rosso, fino ad arrivare a giustificare quelle barbare violenze che, essendo compiute nel nome del socialismo, non possono assolutamente essere etichettate come tali.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni 1919-1920, invece, furono caratterizzati da un degenerare dell’ordine pubblico provocato da movimenti di masse a carattere prerivoluzionario, senza precedenti nella storia d’Italia. E il fascismo non c’entra assolutamente nulla. Anche perché i fascisti, in quei mesi, erano pochissimi e furono sempre costretti ai margini del mondo politico. Gli attori che si fronteggiarono in quel biennio furono solo due: i “sovversivi” da un lato (PSI, CGdL, anarchici) e Stato liberale e democratico dall’altro. Entrambi, spietati ed armati gli uni contro gli altri. Sono gli anni dei linciaggi, degli omicidi politici, come delle stragi proletarie che videro per protagonisti i Carabinieri Reali dello Stato liberale e democratico, sempre fedele alla “usanza” di far sparare con i cannoni e con le mitragliatrici contro le masse insorte. Il monopolio della violenza venne esercitato, all’indomani della Grande Guerra, essenzialmente dallo Stato liberale e democratico e dai sovversivi. I fascisti, tranne in rari casi, non pervenuti. Tutto ciò, ovviamente, è oggi negato perché appare inconcepibile ad una casta che tiene in ostaggio la storia della nostra Nazione ammettere che la violenza in politica non l’hanno certamente portata i mussoliniani, ma vi era sempre stata e loro ne furono orgogliosi alfieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra coloro che più hanno studiato il Biennio Rosso sotto una prospettiva storica libera da ogni visione ideologica va annoverato Cristian Leone che, con il suo <em>I movimenti nazional-patriottici alle origini del fascismo</em>, ha dato un contributo fondamentale per comprendere appieno la reazione che scaturì in Italia a seguito dell’esplosione della violenza sovversiva<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Una reazione che, sulle prime, non fu incarnata dai fascisti – come abbiamo detto, marginali nel biennio 1919-1920 – ma dalla borghesia, nella sua duplice rappresentazione: quella di classe e quella di “comunità di valori”, la cosiddetta “borghesia patriottica”. Infatti, nelle campagne in balia delle Guardie Rosse, la borghesia non si trovò costretta solo a difendere il proprio egoismo, i propri privilegi, un sistema “feudale” di sfruttamento dei lavoratori. Non tutti i proprietari terrieri erano così. Perché allora la lotta per la redenzione del proletariato avrebbe avuto la sua giustificazione. No, nelle campagne era in atto uno scontro politico, con i massimalisti intenzionati a fare <em>tabula rasa </em>del nemico, “a fare come in Russia”. E questo già spostava la lotta su tutt’altro piano, non solo economico e politico, ma anche di sopravvivenza fisica, perché i massimalisti intendevano abbattere il sistema “borghese” – ossia lo Stato democratico e liberale – con la violenza epuratrice. La borghesia si trovò a difendere, quindi, non solo le proprie idee politiche – legittime, in ogni democrazia –, ma anche le proprietà oggetto di occupazioni, devastazioni, incendi. E con le proprietà – e il diritto di proprietà! – si difendevano anche i propri familiari, oggetto di odio dai sovversivi mobilitati in servizio permanente per l&#8217;imminente rivoluzione. Infine, nelle campagne, di là delle questioni economiche, di quelle politiche, di quelle personali, si difendeva anche un sistema di valori, che il sovversivismo vilipendeva quotidianamente: la Patria, la religione, la famiglia. E qui il conflitto assumeva caratteri di scontro di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Compreso tutto ciò, allora si spiega il perché del sorgere, dopo due anni di martellanti convulsioni prerivoluzionarie, della reazione antimassimalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto, per borghesia non dobbiamo intendere solo la classe, quella dei “padroni”, ma una larga fetta della popolazione italiana, comprendente anche i ceti medi, che aveva radicati valori prepolitici da difendere davanti al nichilismo blasfemo sovversivo che insultava la religione come la Patria, arrivando a profanare chiese, uccidere ministri di culto e bruciare il Tricolore. Una borghesia che, fino ad allora, era stata l’asse portante del sistema liberaldemocratico scaturito dal processo risorgimentale<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, il patriottismo cominciò a farsi “politico” all’indomani del Congresso di Berlino del 1878, quando si constatò l’impossibilità per il giovane Regno di raggiungere una completa Unità nazionale: sulla scia di questa riflessione, nacquero le prime associazioni irredentiste (termine coniato da Matteo Renato Imbriani proprio nel 1877). Questo nuovo tipo di associazionismo patriottico darà vita a sodalizi che faranno storia: la Società Dante Alighieri (1889), il Club Alpino Italiano (1864), il Touring Club Italiano (1894), la Lega Navale (1899), l’Associazione Trento-Trieste (1902), ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei primi anni del Novecento, l’incontro di tutte queste associazioni con il sorgente movimento nazionalista costituirà il debutto nell’agone politico della borghesia patriottica, concretizzatosi dal progressivo abbandono della originaria impostazione democratico-risorgimentale, per posizionarsi su un fronte chiaramente nazionalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nazionalismo italiano cominciò a svilupparsi come reazione all’espansione del socialismo, soprattutto dopo il primo sciopero generale del Settembre 1904. Espressione della destra conservatrice e monarchica, nei confronti della borghesia il nazionalismo assunse chiaramente un atteggiamento di denuncia, considerandola sì una classe in ascesa, ma incapace ancora di guidare la Nazione per propria deficienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Al piano politico si affiancò anche una razione sul piano economico, ossia la reazione di tutti coloro che vedevano minacciati i loro interessi e, soprattutto, i propri privilegi. La classe padronale, infatti, tentò di reagire agli scioperi scendendo sullo stesso terreno di lotta di classe invocato dai marxisti. Fu in questo contesto che comparvero le prime “squadre rompisciopero” che si opposero fisicamente agli scioperanti in agitazione, rinverdendo i “fasti” dei “mazzieri” liberali usati durante le elezioni contro i concorrenti politici.</p>
<p style="text-align: justify;">La violenza, sempre presente nel contesto politico, prese così ad espandersi. Del resto, la lotta di classe era essenzialmente l’aspirazione alla guerra civile, cui facevano fronte, con la stessa determinazione, i “padroni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono anni anche di crisi internazionale. I Balcani cominciarono a costituire un “problema” e, in questo contesto, si andarono a formare in Italia i primi Battaglioni studenteschi, a carattere paramilitare, come la “Sursum Corda”, nati per cementare le giovani generazioni al culto della Patria. Associazioni private che portarono alla militarizzazione patriottica migliaia di giovani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 3 Dicembre 1910, il nazionalismo italiano cambiò rotta e si costituì come partito (ANI), non considerandosi più l’avanguardia del liberalismo, ma – secondo le teorizzazioni di Enrico Corradini ed Alfredo Rocco – un partito interclassista, aprendosi alla società di massa, respingendo ogni visione classista e, soprattutto, il ruolo di Guardia Bianca del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa nuova prospettiva non fece che far crescere lo scontro con i socialisti, che già da tempo muovevano alla conquista di quella società. Le piazze furono così contese dai due contendenti, facendo aumentare lo scontro politico e, ovviamente, la violenza politica. Gli imponenti scioperi del 1908 e la Settimana Rossa del Giugno 1914 costituirono occasioni di battaglia contro il nemico. Ed in questo contesto di crisi di ordine pubblico che l’Avvocato nazionalista Roccarino affermò: «L’Art. 49 del Codice Penale permette ai cittadini di difendere se stessi e gli altri in caso di necessità. Di questa concessione dobbiamo far uso, e poiché la teppa adopera i bastoni e i sassi, i cittadini devono reagire attivamente e praticamente attaccando a bastonate i teppisti»<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu in questo scenario che, nel 1914-1915, si giunse alla mobilitazione interventista e agli scontri quotidiani di piazza per e contro la guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">La vittoria degli interventisti negli scontri di piazza fu dovuta anche dalla politica governativa che intendeva sfruttare questa forza per trainare la Nazione nel conflitto abbattendo il fronte neutralista. Tuttavia, al fianco degli interventisti liberali e nazionalisti, sorse anche un altro attore, non propriamente in linea col progetto governativo: gli interventisti rivoluzionari che, sfruttando la mobilitazione popolare per la guerra, indicarono chiaramente le mete della stessa: la rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Primo conflitto mondiale rappresentò la fine di ogni scontro politico, spostando su un altro piano, quello patriottico, e moltiplicando per mille l’uso della violenza come necessità suprema. Il Governo intervenne direttamente mettendo nelle condizioni di non nuocere i sovversivi italiani, inviati al confino o soggetti a severi controlli di polizia: tra questi si ricorda il socialista Giacomo Matteotti, considerato “violento agitatore” dallo Stato democratico e liberale, spedito in Sicilia per tre anni<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò non impedì lo scoppio della clamorosa rivolta torinese dell’Agosto 1917.</p>
<p style="text-align: justify;">Ormai il conflitto si trascinava da lungo tempo, con i suoi orrori e tragedie, i milioni di morti, senza che si registrassero novità. Nel capoluogo piemontese il pane cominciò a scarseggiare e la stanchezza a serpeggiare tra le masse. Il 13 Agosto, una delegazione menscevica russa raggiunse la città per sostenere lo sforzo bellico della Russia, venendo accolta da una folla di 40.000 persone, tra le quali numerosi sovversivi che non si fecero scappare l’occasione per una mobilitazione insurrezionalista nel nome di Lenin e della rivoluzione. Il 22 Agosto, a Torino, mancò nuovamente il pane e i sovversivi insorsero provocando incidenti di vasta portata in nome della “pace”: fabbriche in sciopero, barricate, saccheggi, assalti a Commissariati di PS, due chiese bruciate. A questo punto, il Governo liberale e democratico reagì come suo uso e costume: mobilitò l’Esercito contro le masse in tumulto. Il bilancio fu di 50 morti (tra cui tre soldati) e 800 arresti. Ma non solo, complice la ritirata di Caporetto, il Governo spinse a fondo nella lotta contro il “nemico interno” (socialisti e neutralisti, in genere), rafforzando la censura, limitando drasticamente i diritti politici e individuali, imponendo il predominio dell’Esecutivo sul Parlamento.</p>
<p style="text-align: justify;">La fine della Grande Guerra e il ritorno dei reduci provocò una nuova scossa al sistema politico italiano. Le masse, ormai, si inquadravano e assumevano coscienza politica propria. Si imponevano i grandi partiti, il PSI e il PPI, e sorgevano nuove esigenze di rappresentanza. Tipico il caso del ceto medio, che aveva voluto e fatto la guerra, che tornava con la coscienza di aver svolto un ruolo fondamentale per la mobilitazione patriottica, la tenuta del fronte e, soprattutto, per la Vittoria, ma non trovava rappresentanza politica e, anzi, era costretto all’angolo dalla paurosa avanzata del sovversivismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se i liberali, i nazionalisti, i democratici stentavano ad organizzarsi in partiti di massa, sulla scena politica il PSI la faceva da padrona, riuscendo ad intercettare tutte le esigenze di rinnovamento rivoluzionario dei lavoratori, affermando senza mezzi termini l’avvento della rivoluzione <em>bolcèvica </em>– definita “il più fausto evento della storia del proletariato” – e l’abbattimento dello Stato liberale e democratico: “Il Congresso [del Partito Socialista Italiano] è convinto che il proletariato <em>dovrà ricorrere all’uso della violenza</em> per la difesa contro le violenze borghesi, per la conquista dei poteri e per il consolidamento delle conquiste rivoluzionarie”. “<em>La conquista violenta del potere politico</em> da parte dei lavoratori dovrà segnare il trapasso del potere stesso dalla classe borghese a quella proletaria, instaurando così il regime transitorio della <em>dittatura di tutto il proletariato</em>”<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha scritto Cristian Leone: “I massimalisti, dunque, rivendicano l’assoluta legittimità dell’abbattimento e della soppressione delle ‘libertà borghesi’ e della proprietà privata, nonché l’inizio della dittatura proletaria con relativa collettivizzazione”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La cecità ideologica tipica dei marxisti fu colossale. Credendo fideisticamente nel determinismo storico, ossia dell’inevitabile avvento della rivoluzione, naturale come il sorgere del sole, nessuno pensò di organizzarla veramente, facendo precipitare l’intera Nazione in un biennio di disordini e violenze generalizzate senza un vero scopo, un fine, una strategia. Così anche la clamorosa vittoria elettorale del Novembre 1919, come la conquista di migliaia e migliaia di Comuni – dove il Tricolore venne volgarmente vilipeso e sostituito con la bandiera rossa – non furono minimamente sfruttate dal PSI, che considerava le Amministrazioni semplici istituzioni borghesi da abbattere e sostituire con una Repubblica Socialista dei Soviet. Nonostante l’egemonia politica conquista dal PSI, incredibilmente, nessuna legge a favore dei lavoratori venne mai approvata, così nessun progetto di riforma avanzato<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Lo Stato democratico e liberale, del resto, si doveva abbattere e basta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come farlo? Nessuno rispose mai al quesito e la Nazione fu avviluppata in un clima di violenza senza precedenti, con lo stesso Stato che abbandonava la lotta, lasciando in balia dei sovversivi intere lande: “Il Prefetto segnala anche nella provincia di Pavia l’esistenza di bande armate di socialisti che assaltano i cascinali, appiccando incendi e facendo morire gli animali di inedia. Mentre nella città squadre di scioperanti impongono la requisizione delle derrate e la chiusura dei negozi. Il Prefetto, nell’esplicare la situazione, ammette la propria impotenza sostenendo che i ‘liberi lavoratori’ non sono più protetti e, senza giri di parole, telegrafa: ‘<em>Siamo alla guerra civile</em>’”<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle violenze convulse, ai disordini, alle occupazioni di terre, si aggiunsero anche nuove forme di violenza come il boicottaggio dei non allineati, che costringeva l’intera famiglia del colpito a cambiare paese; le taglie ai proprietari, vere e proprie estorsioni a mano armata; e anche lo “sciopero inverso”, ossia l’invasione delle terre per effettuare lavori non richiesti, di cui, a fine giornata, si pretendeva addirittura il pagamento, con i prezzi decisi ovviamente dalla Lega Rossa.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo accennato al vilipendio del Tricolore attuato sistematicamente dai socialisti, in particolare sostituendolo dai Comuni conquistati con la bandiera rossa, provocando rabbia e sconcerto tra la impotente pubblica opinione ostile PSI, che considerò tale atto una provocazione, un insulto alla Nazione e un invito alla violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">A Sora, nel Frusinate, addirittura, durante la prima seduta consiliare, l’Amministrazione a maggioranza socialista fece approvare un ordine del giorno con cui elevò la bandiera rossa a simbolo del Comune<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla violenza simbolica contro il Tricolore o la Casa regnante, si aggiunse anche la violenza fisica contro chi incarnava quei valori: sono di questo periodo, infatti, le “battute di caccia” agli Ufficiali, insultati, sputacchiati, malmenati. Si giunse così a strappare i simboli del valore dal petto dei decorati e persino dei Mutilati e degli Invalidi di Guerra: “Il divieto fatto dal Governo agli Ufficiali di indossare pubblicamente la divisa diventa, nella memorialistica nazionalista, l’emblema dell’odio antinazionale perpetrato ‘dall’ira bolscevica e dall’imbelle politica governativa’”<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha scritto l’Ufficiale decorato al V.M. Raffaele Paolucci: “La sola, la vera libertà che dominava sulle piazze e nelle campagne era quella di bestemmiare la Patria; mutilati insultati e percossi, Ufficiali malmenati e inseguiti, decorazioni al valore strappate, bandiere tricolori bruciate sulle piazze per sollazzo domenicale: questa era la libertà. La libertà era diventata licenza”<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti a tutto ciò, lo Stato sembrò assente e così venne percepito dalla maggioranza della opinione pubblica. Addirittura, si vietarono le commemorazioni per celebrare il primo anniversario della Vittoria (4 Novembre 1919), proprio per timore di una reazione violenta dei socialisti. Dove le forze patriottiche, in via del tutto privata, tentano di organizzare delle manifestazioni, queste furono sistematicamente impedite dall’intervento dei sovversivi. A Piombino, per esempio, la cerimonia allestita dal locale Circolo Cattolico Ricreativo di Don Tebaldo Gelati vide l’intervento di 2.500 socialisti capitanati dal Segretario della Camera del Lavoro Mario Baldini, che tentarono l’irruzione nella sala, respinti però dalla forza pubblica. Non soddisfatti, aspettarono la fine della manifestazione per picchiare singolarmente i partecipanti. Dieci persone rimasero ferite e una di queste, che era riuscita a salvarsi dal linciaggio sparando in aria, era raggiunta presso la sua abitazione, malmenata e rapinata di 1.500 Lire<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mancarono i morti: a Rho, in provincia di Milano, il 14 Giugno 1920, alcuni socialisti tentarono di strappare delle bandiere bianche dal Santuario della Madonna, venendo affrontati da alcuni cattolici. Contro di questi spararono diversi colpi di rivoltella che causarono la morte di Santino Minatti e il ferimento di Natale Schepati. Il Sacerdote Repuccini fu preso a bastonate<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. Episodi diffusissimi su tutto il territorio nazionale, quotidiani, dei quali abbiamo già parlato abbondantemente nei nostri studi, ricordando, tra l’altro, gli stupri di Ottobiano (13 Maggio 1920) e l’eccidio dell’Assunta (15 Agosto 1920)<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo crescendo di violenze rivoluzionarie si giunse alla storica occupazione delle fabbriche del Settembre 1920. Un fatto senza precedenti, davanti il quale lo Stato rimase a guardare, nonostante la pubblica opinione chiedesse un intervento radicale. L’occupazione, presentata come l’inizio della rivoluzione, incredibilmente si risolse in un concordato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fallimento dell’esperimento rivoluzionario è oggi spesso presentato come una Caporetto del PSI, dopo la quale il sovversivismo perse mordente e, in pratica, collassò. Cosa che probabilmente non corrisponde alla realtà dei fatti e che sembra un malcelato tentativo di affermare la fine della via rivoluzionaria dei massimalisti e delle conseguenti violenze, per non dare il merito allo squadrismo fascista di aver stroncato, nel 1921, la sovversione. Se questa, ormai, era già collassata nell’Autunno 1920, che merito avrebbero le camicie nere che presero ad agitarsi solo alcuni mesi dopo?</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che per molti operai la fine dell’occupazione delle fabbriche rappresentò una cocente delusione, non crediamo affatto – proprio per la cecità ideologica che li contraddistingueva – che tale conclusione potesse incidere sulle loro convinzioni, al punto di mettere in discussione l’avvento, imminente, del “sol dell’avvenire”. Tutt’altro. E la mobilitazione – e l’affermazione comunque importante – nelle elezioni amministrative dell’Autunno 1920 lo stanno chiaramente ad affermare. Il PSI conquistò 2.022 Comuni 8.327, tra cui Milano e Bologna; 26 Consigli provinciali su 69; contro i 4.665 Comuni e 33 Consigli provinciali andati ai “blocchi nazionali”; i 1.613 Comuni e 10 Consigli provinciali andati al PPI; i 27 Comuni andati al PRI.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’Autunno 1920, quindi, nonostante la vittoria dei “blocchi nazionali”, il PSI era ancora il primo partito in Parlamento e gestiva direttamente circa 2.500 Comuni (nel 1914 ne aveva solo 300). Ce ne vuole per parlare di riflusso e fine delle speranze rivoluzionarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Cesare Maria De Vecchi raccontò il rientro di Giovanni Agnelli in fabbrica, tutt’altro che vittorioso. Fu costretto a sfilare sotto una selva di bandiere rosse e, nella sua stanza, fu costretto a baciare il ritratto di Lenin che aveva sostituito quello del Re<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>. Siamo certi che, nonostante la delusione per il mancato appuntamento rivoluzionario, gli operai vissero questo momento con estrema soddisfazione, riaffermando il loro potere. La rivoluzione era solo rimandata. E se a ciò si aggiunge la congenita cecità ideologica dei marxisti-leninisti – o fede assoluta, che dir si voglia – si ha il quadro esatto della situazione nell’Autunno 1920.</p>
<p style="text-align: justify;">I massimalisti non avevano minimamente arretrato o, addirittura, deposto le armi. Anzi, avanzavano compatti. Sicuri e tracotanti, come sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che accadde dopo la fine dell’occupazione della fabbriche non fu il reflusso dei rivoluzionari, ma una nuova presa di coscienza da parte della opinione pubblica non socialista, stanca da due anni di violenze generalizzate, convinta ormai che lo Stato liberale e democratico, impotente davanti al sovversivismo, avesse fatto il suo tempo e che ci si dovesse muovere in prima persona per far finire questa sconcezza che avveniva quotidianamente, sotto gli occhi dei Carabinieri Reali, in ogni contrada d’Italia. E questa nuova presa di coscienza, di mettersi in gioco personalmente, la si riscontrò proprio durante quelle elezioni amministrative dell’Autunno 1920 quando, per la prima volta, si andarono a formare dei “blocchi” o “unioni” elettorali che coalizzavano liberali, democratici, conservatori e nazionalisti in funzione antisocialista. Alleanze che riuscirono a sconfiggere il monolite PSI (4.665 Comuni conquistati su 8.327, tra cui Torino, Genova, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Palermo; 33 Consigli provinciali su 69). Ma il Biennio Rosso non era ancora finito. Si dovranno attendere le prime settimane del 1921 quando, improvvisamente, quanto impetuosamente, comparve sulla scena un nuovo attore politico-militare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, in quell’Autunno 1920, più che un reflusso dei rivoluzionari, occorre evidenziare, andò maturando una precisa voglia di reazione ad uno stato di disordine conclamato, una voglia di reazione alle violenze e agli insulti subiti negli ultimi due anni. Se i massimalisti non se ne resero conto, tra i socialisti riformisti, messi all’anglo nel PSI, cominciò a svilupparsi la “sindrome di Cassandra”, ossia la consapevolezza di aver avuto ragione senza essere ascoltati e che, adesso, si poteva concretizzare quanto profeticamente da loro annunciato. Aveva detto Filippo Turati: «La violenza non è altro che il suicidio del proletariato [in quanto non ha i mezzi per “fare come in Russia”, sia chiaro]. Oggi non ci pigliano abbastanza sul serio; ma quando troveranno utile prenderci sul serio, il nostro appello alla violenza sarà accolto dai nostri nemici, cento volte meglio armati di noi, e allora addio per un bel pezzo azione parlamentare, addio organizzazione economica, addio Partito Socialista! La nostra azione sarà un seguito di altrettante Caporetto […]. Parlare di violenza continuamente per rinviarla sempre all’indomani è la cosa più assurda di questo mondo. Ciò non serve che ad armare, a suscitare, a giustificare anzi la violenza avversaria, mille volte più forte della nostra»<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Turati, ridicolizzato dai compagni massimalisti, pensava alla solita repressione violenta dello Stato liberale e democratico che, infatti, tra il 1919 e il 1920, come suo uso e costume, aveva costellato l’Italia con decine di stragi proletarie, con centinaia di morti. Certamente, non poteva immaginare che la reazione non sarebbe stata incarnata dallo Stato “borghese”, ma dagli Italiani stanchi delle violenze sovversive. E che questa reazione si sarebbe poi trasformata in rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Fino ad allora i liberali, i democratici, ma anche gli stessi nazionalisti, non erano riusciti a creare un vero e proprio partito di massa, né a dare rappresentanza a tutti quei reduci, a quegli studenti, ai ceti medi, che stavano emergendo in quel primissimo dopoguerra. Tentativi di incarnare questa rappresentanza erano stati fatti, ma con scarsi risultati, nonostante adesioni importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Giugno 1918, a Roma, Giovanni Giuriati tentò la creazione del Patto Nuovo e, poi, della Democrazia Sociale. Sempre Giuriati, questa volta a Venezia, provò con l’Alleanza Nazionale, con cui volle affrontare le elezioni amministrative dell’Autunno 1920, riuscendo a vincerle con il 49,2% dei voti (il PSI si fermò al 43,2%) ed eleggendo come Primo Cittadino Davide Giordano, poi passato alla storia come il primo Sindaco fascista d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Simile esperimento, di massa e nazionalista, alla Democrazia Sociale, fu tentato da Piero Pisenti ad Udine, con la fondazione del Partito del Lavoro, espressione della borghesia patriottica, liberale e democratica.</p>
<p style="text-align: justify;">In molti centri si andarono a costituire delle associazioni antibolsceviche che, nonostante il numero degli aderenti, non riuscirono a svolgere nessuna reale azione sul territorio, se non quella di sostituire gli scioperanti nei lavori.</p>
<p style="text-align: justify;">A Trieste nacque, per impulso della Trento e Trieste, il Comitato d’Azione Antibolscevico; a Cremona fu attivo il Circolo Giovanile Giordano Bruno di Roberto Farinacci, il primo ad allestire squadre di protezione per proteggere gli oratori liberali dagli attacchi dei socialisti che volevano impedirne i comizi. A Firenze nacque l’Associazione Democratica Sociale, volta a promuovere la conciliazione delle istanze della classe media con quelle dei lavoratori, in nome della grandezza nazionale. A Reggio Emilia si distinse l’Associazione Studentesca Reggina di Amos Maramotti (futuro Martire fascista).</p>
<p style="text-align: justify;">In questi casi si trattò di iniziative proprie della borghesia patriottica che, ancora in quei mesi, nulla aveva a che spartire con i Fasci Italiani di Combattimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi fu anche un pullulare di “fasci”, da non confondere assolutamente con il movimento di Mussolini. “Fascio” fu una parola utilizzata per indicare una “unione”, ve ne furono conservatori come anarchici. A Bologna, ad esempio, erano attivi il Fascio Liberale, il Fascio dei Ferrovieri, il Fascio Universitario dei nazionalisti, il Fascio Libertario Imolese, il Fascio Giovanile Socialista, il Fascio di Educazione Sociale, il Fascio degli Studenti delle Scuole Medie, il Fascio di Propaganda del PPI, il Fascio Rivoluzionario dei Postelegrafonici. Ovviamente, i fascisti di Mussolini non c’entravano nulla con tutti costoro. Così come con la reazione della borghesia patriottica che in quelle settimane prese forma.</p>
<p style="text-align: justify;">A Genova, nonostante la presenza di un Fascio mussoliniano composto da repubblicani e futuristi, la borghesia patriottica si ritrovò in una propria associazione, il Fascio Reduci Italia Redenta, come una serie di altre unioni studentesche o nell’Alleanza Patriottica di Valentino Coda che, nel Giugno 1919, appronterà squadre armate per fronteggiare gli insorti durante i famosi moti per il caro viveri (moti che, sia detto per inciso, furono appoggiati dai fascisti).</p>
<p style="text-align: justify;">A queste squadre armate composte da civili cominciarono a guardare le Autorità di PS per far fronte al degenerare dell’ordine pubblico, come ausiliari. Tali furono le indicazioni di diversi Prefetti. Anche in questo, il fascismo non c’entra nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel 1920, anche gli agrari scesero in campo, decisi a tutti i costi a difendere i loro privilegi, le loro proprietà, ma anche i loro diritti. Dapprima costituirono squadre di vigilanza, con cui difendere a mano armata i campi e le abitazioni e, poi, debuttarono con un proprio partito, il Partito Agrario, differenziandosi – anche dal punto di vista della rappresentanza politica – dal PNF. Squadrismo agrario e Partito Agrario, ovviamente, non c&#8217;entravano nulla con il fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">In sede storiografica, però, data la marginalità di tutte queste iniziative in quel 1920, si è voluta commettere una forzatura, utilizzato speculazione politica e <em>disinformatja</em>, generalizzando e confondendo la reazione della borghesia patriottica con il movimento mussoliniano. Per questo, la reazione dei conservatori fu confusa con quella dei fascisti, così lo squadrismo agrario fu confuso con quello delle camicie nere. In realtà, si trattò di fenomeni che hanno origini ben diverse, sebbene poi, nel 1921, la reazione della borghesia patriottica fece da lievito allo squadrismo fascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio sul finire del 1920 – e, poi, con un impeto ed un impatto impressionante nelle prime settimane del 1921 – apparve sullo scenario politico italiano un “nuovo” soggetto politico: i fascisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene i Fasci Italiani di Combattimento fossero stati costituiti nell’ormai lontano 23 Marzo 1919, il loro ruolo in quell’Italia sprofondata nel Biennio Rosso era stato marginale. “Quattro gatti”, come venne più volte ammesso. Alle elezioni del Novembre 1919 erano stati praticamente annientati. Erano riusciti a presentarsi in una sola circoscrizione, quella di Milano, ottenendo soltanto 4.580 voti, pari a circa l’1,5% (il PSI conquistò 147.669 preferenze; il PPI 64.934; il Fascio patriottico, ossia i liberali, 34.694; i Combattenti 20.387). Nell’Autunno 1920, i fascisti avevano addirittura rinunciato a presentarsi alle elezioni amministrative, limitandosi, in alcuni casi, ad appoggiare candidati dei “blocchi nazionali” o a formare squadre di protezione per impedire ai socialisti di violare il diritto al voto degli elementi patriottici.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, questi “quattro gatti”, seppero imporsi nell’immaginario collettivo come la soluzione alle violenze sovversive. Nella opinione pubblica patriottica divennero coloro che, supplendo alla assenza dello Stato, avrebbero ristabilito l’ordine turbato dai sovversivi. Le loro prime azioni, goliardiche quanto spregiudicate – si pensi alla “crociata per il Tricolore”, con la quale si impose di nuovo la bandiera nazionale sui Comuni a maggioranza socialista –, furono il catalizzatore per tutti quelli Italiani che fino ad allora avevano chiesto una reazione, ma non avevano mai trovato risposte o soluzioni. In pochissime settimane, i Fasci si videro inondati da un consenso di massa senza precedenti, che travalicava il semplice sostegno morale tipico della borghesia, ma si tramutava in azione concreta, in partecipazione attiva alle spedizioni antisocialiste, in quella che fu una nuova mobilitazione patriottica. Le classi medie, gli studenti, i patrioti in generale, trovarono nei Fasci di Mussolini la propria rappresentanza politica e nel nascente squadrismo – braccio armato antisocialista – la soluzione alle violenze socialiste. Finiva allora il Biennio Rosso, con il crollo improvviso di tutta l’impalcatura politica ed economica del PSI, un gigante dai piedi d’argilla che pagava lo scotto di non aver fatto la rivoluzione dopo averla tanto predicata ed annunciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto alla reazione fino ad allora impersonificata dalle associazioni antibolsceviche o dai movimenti effimeri della borghesia patriottica, per non parlare dello squadrismo agrario, i fascisti si distinguevano perché erano portatori di una proposta rivoluzionaria di sinistra ed erano effettivamente un movimento interclassista, popolato da esponenti popolari con i quali entrare in contatto con le masse per veicolare il messaggio e la mobilitazione politica. Senza contare l’azione di apertura ai sindacati da sempre portata avanti da Mussolini. Fino ad allora, queste posizioni avevano fatto dei Fasci un elemento indigesto alla borghesia, bollati come sovversivi dallo Stato liberale e democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">La critica al massimalismo fatta da Mussolini era molto differente da quella condotta dai liberali e dai conservatori, riprendendo le posizioni antibolsceviche di noti pensatori anarchici o socialdemocratici. Non erano certamente passate in secondo piano le prese di posizioni repubblicane dei fascisti, espresse anche quando il Sindaco socialista di Milano Emilio Caldara si era rifiutato di esporre la bandiera nazionale per il centenario della nascita di Vittorio Emanuele II (14 Marzo 1920). Tutti conoscevano chi fossero i fascisti, quegli interventisti rivoluzionari di sinistra che avevano agitato le piazza nel “Maggio radioso”, ossia socialisti (come Mussolini) o sindacalisti rivoluzionari della “peggiore specie”: il Programma di San Sepolcro del Giugno 1919 era stato scritto in collaborazione con Alceste De Ambris, Segretario Nazionale della UIL, ricalcando analoghe proposte della CGdL; Segretario nazionale dei Fasci era Umberto Pasella, noto agitatore sindacal-rivoluzionario. Non mancavano anarchici e repubblicani (si pensi ai casi di Pietro Nenni e dei fratelli Bergamo, ma anche allo stesso Italo Balbo). Quindi, un “fascio” del tutto indigesto alla borghesia patriottica, conservatrice e monarchica. Tanto è vero che, in alcuni Fasci, dove esistevano diverse anime, scoppiarono subito tensioni tra elementi di sinistra ed elementi di destra, con quest’ultimi – come il caso del nazionalista Dino Zanetti a Bologna – subito fuoriusciti e resisi indipendenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu proprio Zanetti a costituire le prime squadre d’azione nazionaliste (16 Marzo 1919) in funzione antisocialista e a tentare il primo assalto ad una Camera del Lavoro (15 Giugno 1919), nuclei di quell’organizzazione che, nel 1921, prese il nome di “Sempre Pronti”. Anche in questo caso, i fascisti non c’entrano nulla, anzi, condannarono le violenze, sia socialiste che nazionaliste<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. Ancora nell’Aprile 1920, i rapporti tra il Fascio di Bologna e le altre realtà antimassimaliste – ANI e PRI – potevano dirsi di diffidenza se, con la nascita dell’Associazione Bolognese di Difesa Civile, si pensò ad una manovra dei repubblicani e dei nazionalisti per liquidare i fascisti con una nuova organizzazione patriottica.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i famosi incidenti di Roma del 1° Dicembre 1919, furono condotti essenzialmente dai nazionalisti capitolini, già radicati sul territorio. Vennero scatenati dagli insulti che i socialisti fecero contro un corteo dell’ANI che si snodava per le vie dell’Urbe in solidarietà a Vittorio Emanuele III, dopo la manifestazione antimonarchica dei neo-Deputati del PSI durante la Seduta Reale di inaugurazione del nuovo Parlamento. Ai nazionalisti non parve vero reagire e finalmente “chiarire” con i sovversivi che, travolti dalla marea azzurra, furono costretti alla ritirata. Alcuni Deputati del PSI vennero malmenati, tra cui l’On. Orlando della Portella, che aveva avuto la cattiva idea di strappare dal petto di un Ufficiale una decorazione al Valor Militare. Solo l’intervento della forza pubblica impedì al socialista più gravi conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in Sicilia, nel Gennaio 1920, la reazione fu organizzata dagli agrari, con la fondazione del Partito Agrario Siciliano – anticipatore di quello nazionale – e la costituzione di squadre di vigilanza. Anche in questo caso, i fascisti non c’entrano nulla, né con questo squadrismo agrario, né con il PAS.</p>
<p style="text-align: justify;">A Messina, contemporaneamente, si costituì il Fascio Patriottico Giovanile – che nulla aveva a che fare con i Fasci mussoliniani – che, il 5 Maggio 1920, in occasione della celebrazione della partenza dei Mille da Quarto, promosse una manifestazione patriottica presso il monumento a Giuseppe Garibaldi, venendo però affrontato dai socialisti. La pronta reazione dei giovani – che a bastonate misero in fuga in sovversivi – venne lodata dalle Autorità di PS<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora durante l’occupazione delle fabbriche del Settembre 1920, Mussolini era stato molto cauto nel condannare il movimento, lasciando aperta una porta di dialogo – come sempre – alla CGdL, sostenendo le rivendicazioni economiche degli operai. Oltretutto, i Fasci non avevano mai nascosto il loro antagonismo al padronato, ai ricchi borghesi e, più, in generale alla mentalità borghese, pacifista ed economicista, quella del “pagar poco, pensar nulla, e non avere guai”, per dirla alla Roberto Farinacci<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>, cui faceva eco un Italo Balbo: “Non cederemo un palmo di terreno all’ingordigia di destra, con lo stesso spirito con cui rintuzziamo implacabilmente la prepotenza di sinistra”<a href="#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, nelle prime settimane del 1921, si costituirà il Partito Agrario Nazionale, chiara fu la direttiva dei Fasci: espulsione immediata di tutti coloro che avessero avuto una doppia dipendenza<a href="#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto, però, che i (pochi) fascisti fossero sempre in prima linea nelle manifestazioni antimassimaliste aveva provocato dei ripensamenti sul loro effettivo ruolo. E il consenso alla reazione squadrista dei mussoliniani delle prime settimane del 1921 fu generale, anche nell’alta borghesia, quella che da sempre costituiva l’asse portante dello Stato liberale e democratico, che non tardò a vedere nei fascisti l’agognata Guardia Bianca del sistema: Luigi Albertini, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Giovanni Amendola, Alcide Degasperi, ecc. furono tutti dello stesso parere: la violenza squadrista era legittima<a href="#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a>. Salvo poi il ripensamento, quando si accorsero che i fascisti facevano i fascisti e non erano certamente la Guardia Bianca del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo aveva detto, in tempi non sospetti, la “Gazzetta dell’Emilia”, dopo aver assistito alle violenze sovversive scatenatesi in tutto il Ferrarese: “Alla violenza socialista non poteva che opporsi una violenza contraria. Se uno è aggredito da chi gli domanda la borsa o la vita, a due passi da un Carabiniere che resta impassibile, non ha altro da fare se non sparare all’aggressore”<a href="#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a>. Violenza legittima, quindi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiara la motivazione della Circolare Caleffi del Settembre 1920, con la quale lo stesso Governo annoverava i Fasci di Mussolini tra “le forze vive da contrapporre eventualmente agli elementi antinazionali e sovversivi”<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta di fatto che questa constatazione diverrà comune in tutta l’opinione pubblica patriottica proprio in quell’Autunno 1920, con un crescendo di consensi che non avrà sosta e porterà, nelle prime settimane del 1921, alla comparsa di un nuovo attore politico-militare: lo squadrismo fascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche ai Carabinieri Reali, che erano stati la prima linea della reazione dello Stato liberale e democratico al sovversivismo, non parve vero delegare alle camicie nere l’ordine pubblico, ossia la repressione del massimalismo. Fino ad allora avevano represso nel sangue le sommosse, con una serie impressionante di stragi proletarie, che se li salvavano dal linciaggio e ristabilivano l’ordine, poi provocavano indignazione, interrogazioni parlamentari, inchieste, processi, trasferimenti, discredito e disprezzo. Adesso, potevano “ritirarsi” nelle loro caserme e lasciare che i fascisti affrontassero i sovversivi con le loro stesse armi. Non è un caso che con l’avvento dello squadrismo, improvvisamente, cessarono le stragi proletarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante che la reazione della borghesia patriottica avesse tentato politicamente, come militarmente, di opporsi al dilagare del sovversivismo, i risultati erano stati scarsi e solo in qualche sporadico caso, si era riusciti ad arginare i massimalisti che, ovunque, spadroneggiavano ed avanzavano. Anche i “blocchi nazionali” elettorali, di stampo liberaldemocratico, dell’Autunno 1920, se avevano impedito il trionfo del PSI, erano organizzati su una piattaforma politica esclusivamente negativa: l’antisocialismo militante. Eterogenei e divisi non potevano certamente dare risposte politiche e, soprattutto, garanzie di tenuta. Solo la confluenza della borghesia patriottica nei Fasci cambiò radicalmente lo scenario politico italiano. Come fu possibile tutto ciò è complicato da spiegare, senonché nei Fasci di Mussolini la pubblica opinione patriottica, i ceti medi emergenti, le nuove generazioni, videro quella rappresentanza politica seria, alternativa ai soliti partiti liberali e democratici. I Fasci potevano contare su un personaggio del calibro di Mussolini e di un giornale a diffusione nazionale, “Il Popolo d’Italia”. Rappresentavano davvero la novità del dopoguerra, incarnavano e difendevano quei valori che la Grande Guerra aveva diffuso nella società italiana. La presenza tra le file dei fascisti di Volontari di Guerra, Arditi, futuristi – cui si aggiunsero, è importante sottolinearlo, proprio nelle prime settimane del 1921, i Legionari dannunziani reduci da Fiume – faceva di questo movimento qualcosa di unico… e di “bello”. Attraeva, prima che per la proposta politica, per la vitalità che sprigionava, per quello “stato di entusiasmo permanente” che sapeva trasmettere a chi si intruppava nelle nascenti squadre d’azione. La comparsa sulla scena dei Ras, veri e propri condottieri locali, dotati di carisma e coraggio fuori del comune, rappresentò la spinta propulsiva per il radicamento verso il basso del fascismo stesso, con il moltiplicarsi di quei “fascismi provinciali” che faranno la storia del primo fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mussolini, consapevole di quanto stava avvenendo in quelle prime settimane del 1921, spinse sull’acceleratore dello scontro frontale col PSI, subordinando la politica dei Fasci all’azione militare dello squadrismo, sposando una tattica di destra nazionale. Ma questo non volle mai dire la negazione dei presupposti politici del fascismo primigenio.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel Maggio 1920, i Fasci si erano “riposizionati”, aprendo alla borghesia patriottica, distinguendola da quella parassitaria, evidenziando come non si potesse generalizzare e che, durante la Grande Guerra, il fior fiore degli Ufficiali di complemento, i “plotonisti”, provenivano da famiglie borghesi. Ciò, ovviamente, provocò una frattura con gli elementi più ideologizzati, prigionieri di una mentalità classista, ma diede possibilità al movimento mussoliniano di porsi nuovamente in gioco e tentare di risorgere dalla marginalità in cui era finito<a href="#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul finire del 1920, in uno scenario di guerra civile (a bassa intensità) – che, si ricordi sempre, fu voluta dai massimalisti – si scelse di privilegiare l’azione militare e sfruttare le opportunità di affermazione politica che il sistema dei “blocchi nazionali” dava. E così fu. Ma tutto ciò non deve far dimenticare la peculiarità della proposta fascista che non può essere certamente confinata a quella di una generica destra nazionale e nemmeno in quella della borghesia patriottica, che pure si riversò in massa nel nascente squadrismo. Perché il successo del fascismo, anche a livello di consenso, non si può spiegare solo con l’azione militare di annichilimento del sovversivismo e il sostegno in massa dei ceti medi emergenti, ma anche, se non soprattutto, con lo “sfondamento a sinistra” che, contemporaneamente, si verificò. Il passaggio di decine e decine di migliaia di iscritti dalle Leghe Rosse ai sindacati fascisti rappresentò un fenomeno epocale che atterrì la dirigenza del PSI e della CGdL ben più delle spedizioni punitive<a href="#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo squadrismo fascista, falsamente bollato come agrario, fu il propulsore della costituzione dei sindacati nazionali nelle campagne, come nei centri urbani. Non tardò ad entrare in contrasto con il padronato – che pure finanziava il movimento – e a guardare il rivoluzionario d’Annunzio come guida al posto del “politicante” Mussolini, considerato troppo moderato e fautore di un inserimento nel sistema indigesto alle camicie nere. Lo squadrismo voleva la rivoluzione, non certo la restaurazione. Come non citare le parole del Comandante squadrista, già militante repubblicano, Italo Balbo: «<em>Il nostro obiettivo era demoralizzare lo Stato, distruggere il regime e tutte le sue venerabili istituzioni. Quanto più scandalose venivano considerate le nostre azioni, tanto meglio</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Per una comprensione della peculiarità dello squadrismo fascista, dannunziano e rivoluzionario, si rimanda a due fondamentali lavori di Giacinto Reale che chiariscono, finalmente, la vera portata di questo movimento generazionale di rivolta contro il sovversivismo avanzante, ma anche contro lo Stato liberale e democratico, smentendo tutte quelle false ricostruzioni che lo volle dipingere come Guardia Bianca del sistema, al servizio del capitale e del padronato: <em>Gli squadristi raccontano lo squadrismo</em>; e <em>“Vecchio fascismo nostro”</em><a href="#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu così che il fascismo si apprestò a farsi Italia, un movimento interclassista – anzi, un movimento che superava le classi – e al cui interno trovarono posto tutti. Dai rivoluzionari di sinistra ai sindacalisti, come i ceti medi emergenti, la borghesia ed anche tutte le componenti storiche dello Stato italiano. Il Regime che prese a costituirsi nel 1926 e si consolidò nel 1929 non realizzò il programma massimo del fascismo, ma diede origine ad uno Stato autoritario a partito unico, che si concretizzò in una diarchia a carattere corporativo, con il Re che rimase Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio che diventava Capo del Governo con pieni poteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto, le componenti storiche dello Stato italiano non vennero abbattute: la Monarchia, la casta dei militari, la Confindustria, il Vaticano, semplicemente, davanti al sorgere del fascismo, delegarono il potere a Mussolini, subordinandosi a lui nell’attività politica e cercando di preservare il proprio “giardino”. Non fu proclamata la repubblica, non fu smantellata la casta militare, non fu attuata la socializzazione, non fu svaticanizzata l’Italia. Ma ci si mise in cammino verso questi obiettivi che, poi, saranno concretizzati – almeno a livello ideale – durante la Repubblica Sociale Italiana. Una rivoluzione permanente, quanto indolore, che permise al Regime così costituito di raggiungere un consenso di massa mai registrato nella storia d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il PNF, il partito che aveva fatto la rivoluzione, divenne sempre più il “partito degli Italiani” e in lui trovarono posto liberali, democratici, massoni, ma anche socialisti e sindacalisti<a href="#_ftn29" name="_ftnref29">[29]</a>. Ovviamente, la borghesia patriottica vide nel Regime compromissorio creato da Mussolini l’obiettivo massimo cui ambire. Diversi suoi esponenti, quando non già espressione del primo fascismo, si inquadreranno in pianta stabile nel PNF, divenendone figure di primo piano come Francesco Giunta (Segretario del PNF 1923-1924), Alessandro Melchiori (Segretario del PNF 1924-1925), Augusto Turati (Segretario del PNF 1926-1930), Giovanni Giuriati (Segretario del PNF 1930-1931), Piero Pisenti (Ministro di Grazia e Giustizia della RSI), il massone Michele Terzaghi, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo Deputato fascista ad entrare in Parlamento, non a caso, sarà proprio quel Valentino Coda di Genova – subentrato ad un Onorevole deceduto nel 1921 – animatore dell’Alleanza Patriottica antisocialista. Così come il primo Sindaco fascista, Davide Giordano di Venezia (1920), già citato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 26 Febbraio 1923, dopo la Marcia su Roma, l’Associazione Nazionalista Italiana confluì nel PNF, dando al fascismo uomini di primo piano come Enrico Corradini e Alfredo Rocco che contribuiranno non poco allo sviluppo della dottrina fascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella seconda metà degli anni ’30, all’apice del consenso, Mussolini considerò giunto il momento per accelerare il processo rivoluzionario in quella che sarà l’annunciata “terza ondata della Rivoluzione fascista”, andando a colpire proprio tutte quelle componenti “aggiuntive” del Regime, in particolar modo la borghesia, che pure costituiva l’asse portante del consenso. L’improvviso scoppio della Seconda Guerra Mondiale impedì il concretizzarsi dei progetti mussoliniani, ma la storia darà al fascismo un’altra opportunità per dimostrare quello che poteva essere e, per le note contingenze di tempo, non fu: la Repubblica Sociale Italiana. A quel punto, la borghesia – già duramente colpita dagli annunci della terza ondata della Rivoluzione – si era già “riposizionata”, in attesa di riprendere dagli Alleati il suo potere.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Direttore della Biblioteca di Storia contemporanea</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Note</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://www.heraldeditore.it/catalogo/per-non-dimenticare/fiume-trincea-ditalia/"><em>Fiume trincea d’Italia. Il diciannovismo e la questione fiumana</em></a><em>: dalla protesta nazionale all’insurrezione fascista 1918-1922</em>, Herald Editore Roma 2014; e P. Cappellari (a cura di), <a href="https://www.passaggioalbosco.it/da-vittorio-veneto-alla-marcia-su-roma/"><em>Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma</em></a><em>. Il Centenario della Rivoluzione fascista</em>, Passaggio al Bosco, Firenze 2020-2021, voll. I e II.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. C. Leone, <em>I movimenti nazional-patriottici alle origini del fascismo</em>, Rubettino, Soveria Mannelli 2025.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Per chiarire il concetto di “Risorgimento” nella sua reale accezione si rimanda a P. Cappellari, <a href="https://www.heraldeditore.it/catalogo/per-non-dimenticare/una-patria-una-nazione-un-popolo-il-risorgimento-italiano-dai-moti-per-lunita-alla-repubblica-sociale-1831-1945/"><em>Una Patria, una Nazione, un Popolo. Il Risorgimento italiano dai moti per l’Unità alla Repubblica Sociale</em></a><em><u> 1831-1945</u></em>, Herald Editore, Roma 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cit. in C. Leone, <em>I movimenti nazional-patriottici</em>, cit., pag. 45.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Su Giacomo Matteotti, oggi Martire della Repubblica Italiana anche per la destra, cfr. il fondamentale E. Tiozzo, <em>Matteotti senza aureola. Il politico</em>, Aracne, Roma 2015.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. XVI Congresso del PSI, Bologna, 5-8 Ottobre 1919; cit. in C. Leone, <em>I movimenti nazional-patriottici</em>, cit., pagg. 75 e 76, corsivo nostro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> <em>Ibidem</em>, pag. 122.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Cfr. <em>Ibidem</em>, pag. 78 nota 13.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> <em>Ibidem</em>, pag. 99.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Cfr. <em>Ibidem</em>, pag. 124.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> <em>Ibidem</em>, pag. 133.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Cit. in <em>Ibidem</em>, pag. 134.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Cfr. <em>Ibidem</em>, pagg. 132-133.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Cfr. <em>Ibidem</em>, pagg. 135-136.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Cfr. P. Cappellari (a cura di), <a href="https://www.passaggioalbosco.it/1920/"><em>Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma</em></a>, cit., vol. II.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Cit. in C. Leone, <em>I movimenti nazional-patriottici</em>, cit., pagg. 142-142.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Cit. in <em>Ibidem</em>, pag. 148.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Cfr. <em>Ibidem</em>, pag. 232.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Cfr. <em>Ibidem</em>, pag. 251.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> Cit. in <em>Ibidem</em>, pag. 295.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Cit. <em>Ibidem</em>, pag. 295.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> Cfr. <em>Ibidem</em>, pag. 302.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> Cfr. <em>Ibidem</em>, pag. 163.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> Cit. in <em>Ibidem</em>, pag. 227.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> Cit. <em>Ibidem</em>, pagg. 292-293.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>Fiume trincea d’Italia</em>, cit., pagg. 354-363.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>Il “faro luminoso” di San Bartolomeo in Bosco: quando le Leghe rosse passarono al fascismo</em>, in P. Cappellari (a cura di), <a href="https://www.passaggioalbosco.it/1921/"><em>Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma</em></a>, cit., vol. III, pagg. 165-197.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> Cfr. G. Reale, <em>Gli squadristi raccontano lo squadrismo. Antologia di testi</em>, La Lanterna, 2022; e G. Reale, <em>“Vecchio fascismo nostro”. 45 profili squadristi</em>, Libreria Europa, Roma 2022.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref29" name="_ftn29">[29]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://www.ereticamente.net/socialismo-fascista-i-sindacalisti-confederali-e-la-rivoluzione-corporativa/"><em>Socialismo fascista: i sindacalisti confederali e la rivoluzione corporativa</em></a>, EreticaMente.net, 20 Luglio 2025.</p>

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