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	<title>riflessioni Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>riflessioni Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Riflessioni sulla vita noetica – Marco Calzoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Calzoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 05:54:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizione]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Magno]]></category>
		<category><![CDATA[Induismo]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il termine “idea” deriva dal greco con il senso di “forma”. Le nostre idee hanno la caratteristica di costituire la forma con la quale vediamo il mondo. Senza idee, il mondo costituisce un magma indistinto. Sono le idee che danno al mondo la intellegibilità, l’ordine, la struttura razionale. Ogni persona ha in media 6.200 pensieri [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il termine “idea” deriva dal greco con il senso di “forma”. Le nostre idee hanno la caratteristica di costituire la forma con la quale vediamo il mondo. Senza idee, il mondo costituisce un magma indistinto. Sono le idee che danno al mondo la intellegibilità, l’ordine, la struttura razionale. Ogni persona ha in media 6.200 pensieri al giorno. Spesso sono in sintonia, ma a volte è possibile che creino tra loro disarmonia. Contraddizioni tra ciò che siamo e come appariamo, conflitti di motivazione, fino alla malattia mentale vera e propria. Quando sperimentiamo un disagio interiore i nostri pensieri non sono allineati tra loro ma tendono a divergere, in maniera anche molto contraddittoria. Il compito della psicoterapia è quello di riallacciare le connessioni perdute tra parti di noi stessi e tra noi e il mondo esterno. L’analisi della nostra vita, che possiamo fare anche da soli, serve non solo a curarci ma anche a capire chi siamo veramente. La scoperta di noi non avviene sempre e, quando avviene, è, come diceva Jung, una grazia e allo stesso tempo una maledizione. <img decoding="async" class="alignright wp-image-47444 " src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/11/C-2-1-193x300.jpg" alt="" width="177" height="275" />È una grazia perché diveniamo noi stessi, ma è anche una maledizione perché siamo costretti a isolarci dal gregge al quale apparteniamo. Nei primi anni di vita le connessioni cerebrali vanno incontro a un grande modellamento sulla base dell’esperienza. Ciò struttura il cervello in una maniera unica da persona a persona. Per questo abbiamo tutti idee diverse gli uni dagli altri. Spesso le idee divergenti tra persone si scontrano tra di loro anche in maniera violenta. Nei primi secoli i cristiani erano perseguitati e lo sono ancora oggi. Giustino diceva però che i cristiani sono come un albero: se è potato con il martiro ne crescono nuovi rami, cioè nuovi cristiani. L’Islam è stata una grande piaga in Europa soprattutto nel passato. Spesso lungo la costa tirrenica, ma anche in quella adriatica dell’Italia, ci sono ancora molte torri. Servivano ad avvertire la popolazione dell’arrivo dei turchi, che saccheggiavano e massacravano intere città. Addirittura papa Leone X incontrò per caso a Roma il celebre corsaro ottomano Barbarossa che era sbarcato per perlustrare il territorio in vista di una conquista, ma riuscì a fuggire con il cavallo. Barbarossa poteva rapire il papa ma non lo fece per lasciare l’onore della cosa al sultano in una successiva battaglia. Cristianesimo e Islam costituiscono un chiaro esempio di come le idee sono tra loro divergenti. Non è facile aderire alle idee che si professano e tutti se ne accorgono. Abbiamo dentro di noi un fuoco sacro quando le pensiamo ma è molto difficile essere coerenti con noi stessi. Soprato di Pafo è stato un poeta comico greco vissuto tra IV-III sec. a. C. I suoi frammenti sono tutti tramandati da Ateneo. In uno di essi Soprato voleva mettere alla prova gli stoici e la loro vita dedita alla filosofia, alla filologia e alla pazienza. Mentre arrostiscono nella tortura e ritirano la gamba che sta bruciando, dovrebbero essere venduti perché non conoscono il vero pensiero!</p>
<p style="text-align: justify;">Gli epicurei sostenevano che gli Dei siano impassibili. Contro questa tesi Lattanzio nel <em>De ira Dei</em> espone molte argomentazioni. Come dimostra la Bibbia, il Dio adorato dai cristiani ha dei veri sentimenti di bontà. Ora, secondo Lattanzio, la bontà verso i buoni deve avere un corrispettivo speculare: la giustizia verso i cattivi. Se Dio è buono, è anche giusto. In 6, 1 Lattanzio afferma: “Siccome Dio è mosso dalla benevolenza, è necessario che sia oggetto all’ira”, <em>consequens esse ut irascatur deus, quoniam gratia commovetur</em>. In questa tesi “è riposta l’intera essenza della religione e della pietà”, <em>summa omnis et cardo religionis pietatisque versatur</em>. <img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-47442 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/11/C-3.jpg" alt="" width="183" height="275" />Tuttavia oggi il cristianesimo e le varie religioni tendono a rinnegare il passato ed apparire più concilianti, come quando alcune religioni nel passato perseguitarono i jainisti indiani, considerati fanatici, ma oggi sembra che li lascino in pace. Anche se ci sono a volte alcuni punti in comune tra le varie religioni. Basilio Magno (<em>Omelia I sull’Esamerone</em>) scriveva che Dio “creò” per intendere che la sua opera creatrice non finiva con solo questo mondo. E curiosamente anche l’Islam ha una visione simile, che compare molte volte nel Corano, a cominciare dalla sura 1,1: “Lode a Allah, Signore degli universi”, <em>rabbi l-‘ālamīna</em>. Essere coerenti con noi stessi è una cosa molto difficile perché il mondo delle idee di rado coincide con quello della realtà materiale. La materia, la ricchezza e gli svaghi ci allontanano dai tesori interiori. Per questo Jung diceva che niente ci isola di più del potere e del prestigio. Finiamo con lo smarrire la rotta, perdiamo la nostra anima, non siamo più noi stessi. Le idee tuttavia servono per vivere. Per esempio le leggi nascono dal mondo delle idee e servono per farci vivere in pace e in libertà. Cicerone (<em>Pro Cluentio</em> 53. 156): “Siamo schiavi delle leggi per poter essere liberi”, <em>legum … omnes servi sumus ut liberi esse possimus</em>. I cabalisti insegnano che le risposte sono sempre a portata di mano, ma noi non siamo disposti a riceverle. Le idee vere, quelle che ci guidano nella vita, sono intuizioni sempre presenti in noi, ma non vogliamo vederle. Abbiamo una voce interiore che ci guida sempre, che gli orientali chiamano Osservatore e gli occidentali Coscienza morale. Spesso le idee coincidono tra loro, è in buona sostanza il fenomeno della intersoggettività. Nelle varie culture si parla sempre, nell’uomo, di livello corporeo, livello mentale, livello spirituale. La mente è individuale, invece lo spirito ci apre a dimensioni collettive, transpersonali e divine. La cultura norrena presenta questa terminologia:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Corpo: <em>Mott</em>, <em>Megin</em>, <em>Ond</em>;</li>
<li>Mente: <em>Odr</em>, <em>Hugin</em>, <em>Munin</em>;</li>
<li>Spirito: <em>Hamr</em>, <em>Lett</em>, <em>Orlog</em>, <em>Hamingja</em>.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra anima sta a metà tra la materia e il mondo non materiale. Da una parte abbiamo facoltà mentali che nascono dalla materia, dall’altra facoltà spirituali incorruttibili che ci avvicinano agli angeli. Sul versante dello spirito sta la <em>libertas selectionis</em>, la libertà di scelta tra bene e male, che, al di là delle contingenze e delle opinioni fugaci, è il giudizio che noi facciamo del mondo nella sua essenza. Galilei scriveva spesso che la mente di Dio ha creato il mondo che ci circonda, quindi la mente umana, fatta a somiglianza di quella del Creatore, può conoscere il mondo. Oggi i filosofi della scienza sostengono che l’uomo può conoscere con la propria mente solo la realtà materiale. Ciò che oltrepassa la materia va oltre la mente razionale e può essere intuito solo dallo spirito. Le persone hanno una conoscenza intuitiva di Dio, che non è razionale, ma spirituale. “Consideriamo fuor di dubbio che gli uomini abbiano in sé, per naturale sentimento, una percezione della divinità. Infatti, Dio ha impresso in tutti una conoscenza di sé stesso, di cui rinnova il ricordo, quasi a goccia a goccia”.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1] </a>Conosciamo la matematica in un modo (con la mente razionale), ma intuiamo Dio in un altro modo (con lo spirito). È la stessa differenza tra il fare un’equazione matematica e lo scrivere una poesia. Per fare un’equazione ragioniamo, per scrivere una poesia sentiamo e trasferiamo a parole quello che abbiamo sentito. Per questo si dice che nella poesia c’è l’Assoluto, quel “succo” o in sanscrito <em>rasa</em> dei pensatori indiani, gustando il quale è possibile addirittura raggiungere il <em>nirvāṇa</em>. Cosa che rende tale una vera opera poetica? L’indiano Mammaṭa rispondeva così: Il suono e il senso uniti, senza errori, dotati di virtù, con o talora senza ornamenti. Si dice che l’emozione estetica (<em>rasa</em>) abbia luogo nello spettatore (<em>rasika</em>) attraverso l’azione di questi elementi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Elementi determinanti (<em>vibhāra</em>): l’intreccio narrativo, il tema, e così via;</li>
<li>Elementi conseguenti (<em>anubhāva</em>): manifestazioni intenzionali di sentimenti come gesti o tono della voce;</li>
<li>Stati emotivi (<em>bhāva</em>): che appartengono ai personaggi teatrali oppure della poesia;</li>
<li>Emozioni involontarie (<em>sattvabhāva</em>)<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Alberto Magno osservava alla fine del suo <em>De unitate intellectus</em>: l’anima “in sé è incorruttibile e permanente, sebbene sia corruttibile secondo l’essere di alcune delle sue facoltà”, <em>secundum se est incorruptibilis et permanens, licet secundum esse quarundam potentiarum sit corruptibilis</em>. Detto in altri termini, secondo lo stoico Diogene di Babilonia (fr. DB 30 von Arnim), l’anima deriva sia dal nutrimento del corpo sia dallo spirito. La filosofia indiana distingue una parte imperitura della nostra anima, detta <em>ātman</em> e che coincide con Dio (<em>Brahman</em>), e una parte che passa, transeunte, che scomparirà con il finire della illusione materiale. Anche Agostino dice che, confronto a Dio, tutte le cose “non sono” (Confessioni XI, 4: <em>nec sunt</em>). <img decoding="async" class="alignright wp-image-47443 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/11/C-4.jpg" alt="" width="200" height="252" />Il filosofo indiano Gautama (<em>Nyāya Sūtra</em> III, 2, 24) riconosceva che esistono anche alcune qualità transeunti dell’anima che però è imperitura, quindi esistono delle conoscenze che subiscono un processo di distruzione, come un suono viene distrutto da un altro suono. Ciò che è nel mondo non è ciò che è sacro e quindi appartiene ad un altro mondo. Nei trattati sui rituali vedici <em>loke</em>, “nel mondo”, si distingue da <em>kratau</em>, “relativo alla cerimonia sacrificale”. Nei Veda il composto <em>lokāloka</em> compare una sola volta e per indicare la contrapposizione tra ciò che è nel mondo e ciò che non lo è<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. <em>Ātman </em>è talmente diverso dal mondo che è la Beatitudine stessa. “La Beatitudine è fatta di tutte le sue possibilità, si potrebbe dire che ne sia la somma stessa”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. In India il primo modo per parlare del Brahman è di intenderlo come la parola dei Veda. I Veda sono veri perché parlano degli dei e dei riti. Il dio non può esistere senza il sacrificio. Il sacrificio acquista verità solo se si pronuncia l’esatto nome del dio. Gli dei non sono veri in quanto tali: l’efficacia del sacrificio e la realtà degli dei è data da una energia che promana dal sacrificio stesso, dalla sua esatta esecuzione e dai nomi giusti. Tale è la dottrina della scuola detta Pūrvamīmāṃsā<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. <em>Kauṣītaki-Brahmaṇa</em> VI, 11: “Ci sono due piste del sacrificio: l’una è percorsa dalla parola, l’altra dal mentale”. La parola è costituita dai nomi degli dei e dalle formule, invece il mentale dagli atti, intesi come viventi nella mente dell’officiante. Quindi la totalità del sacrificio è formata da parola e silenzio<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Secondo altre concezioni indiane, gli dei esistono veramente. Quindi si ottengono benefici se con la parola li onoriamo e se con la mente li studiamo regolarmente, come lascia capire il finale del <em>Bhagavata Purana</em>. La parola e lo studio sono ponti mediante i quali la nostra anima si apre al mistero, ai piani superiori, catturando quella luce che è benefica se non vitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i popoli antichi il sacro non era “mistero” come lo intendiamo noi oggi, ma era l’essenza del reale, l’ordine cosmico, che tuttavia non era completamente palese. Ogni cosa ha un <em>quid </em>di sacro che la rende viva. Su questo sfondo in cui tutto è sacro, ci sono persone o momenti che esprimono maggiormente il sacro, ed è per esempio il sacerdote nella antica religione greca. “Egli ricorda il rapporto personale che il dio ebbe con gli uomini in questo luogo, alimenta tale rapporto attraverso il sacrificio, in una sorta di agape; egli fa dell’atto di grazia eccezionale (che risale all’evento mitico) qualcosa di eterno e indimenticabile, mantiene viva la memoria della divinità riguardo a ciò che essa a quel tempo promise”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Tutto è quindi concatenato assieme e ogni parte dell’universo si regge mediante innumerevoli rapporti reciproci. Nell’<em>Atharva-Veda </em>(XI, 4, 21) ci sono queste parole:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>ekaṃ padaṃ not khidati salilad dhaṃsa uccaran</em></p>
<p><em>yad anga sa tam utkhiden naivadya na svaḥ syāt</em></p>
<p><em>na ratrī nahaḥ syān na vy ucchet kada cana.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">“Il cigno, levandosi in volo, non estrae il suo unico piede dall’acqua. Se egli appunto lo estraesse, non ci potrebbe essere né l’oggi né il domani; non ci sarebbe né la notte né il giorno; non sorgerebbe mai l’aurora”. Nel <em>Vijñānabhairava</em> (XXXIII) è scritto: “Per colui che mediti come … la realtà di tutto questo, sin nelle sue infime parti e in ogni dove, sia sempre Śiva, si realizza il grande risveglio”. “Secondo la mitologia hindu l’universo non ha sostanza. La materia, la vita, il pensiero non sono che relazioni energetiche, ritmo, movimento e attrazione reciproca. Il principio che dà origine ai mondi, alle varie forme dell’essere, può dunque essere concepito come un principio armonico e ritmico, simboleggiato dal ritmo dei tamburi, dai movimenti della danza. In quanto principio creatore, Śiva non profferisce il mondo, lo danza”<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Anche la mentalità dei primitivi vede uno stesso principio, <em>mana</em>, presente in tutti gli esseri e in tutti gli oggetti. Uomini, animali e piante vivono e muoiono e le pietre partecipano a questa vita come le ossa del corpo partecipano alla vita dell’organismo<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. Tutto ha un denominatore comune: il divino, il Brahman. Per questo chi ha nella mente solo il Brahman ha tutto e non può avere alcun timore di alcunché. Gauḍapāda (<em>Āganaśāstra</em> I 25):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>yuñjīta praṇave cetaḥ praṇavo brahma nirbhayaṃ</em></p>
<p><em>praṇave nityayuktasya na brayaṃ vidyate kvacit.</em></p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-47445" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/11/C-5-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">“Bisogna volgere la mente sul suono significante (OM) perché esso è il Brahman, nel quale non c’è timore. E non c’è alcun timore per colui che è sempre concentrato su di esso”. Presso alcune culture il centro di tutto era la stella Sirio. Essa aveva uno strano comportamento astronomico: estremamente regolare. Alla base di questo fenomeno astronomico, che gli antichi ben conoscevano, la stella Sirio o Sothis o Stella Cane era considerata una divinità potentissima e gerarca rispetto alle altre. Aveva anche connotati metafisici. Era il vero perno di tutto l’universo<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>. Per questo motivo tutti i popoli parlano del sacro e degli dei. Solo la modernità è atea o agnostica nel senso che noi oggi intendiamo. E sempre per questo motivo le storie antiche sembrano ripetersi in un continuo sincretismo. Per esempio il racconto della creazione della Genesi è posteriore alla stesura del canone dei pianeti, dei giorni e degli dei. Infatti, Dio prima crea la luce, poi divide le acque, quindi crea i pascoli e dopo i corpi celesti. È strano questo ordine, ma si giustifica pensando che i primi quattro dei-pianeti dell’antichità sono: Sole (che governa la luce), Luna (governa le acque), Marte (i pascoli), Mercurio (dio degli astri)<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Il canone dei pianeti è semitico ma non ebraico, poi fu mutuato anche dai Greci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> G. Calvino, <em>Istituzione della religione cristiana</em>, vol. 1, Torino 2009.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> A. K. Coomaraswamy, <em>La danza di Śiva</em>, Milano 2011.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> C. Malamoud, <em>La danza delle pietre</em>, Milano 2005.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> R. Guénon, <em>L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta</em>, Milano 1992.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> C. Malamoud, <em>Cuocere il mondo. Rito e pensiero nell’India antica</em>, Milano 1994.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> C. Malamoud, <em>Femminilità della parola. Miti e simboli dell’India antica</em>, Roma 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> F. Nietzsche, <em>Il servizio divino dei Greci</em>, Milano 2012.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> A. Daniélou, <em>Śiva e Dioniso. La religione della natura e dell’eros</em>, Roma 1980.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> L. Lévy-Bruhl, <em>L’anima primitiva</em>, Torino 2013.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> G. de Santillana, H. von Dechend, <em>Sirio</em>, Milano 2020.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> R. Graves, <em>La Dea Bianca. Grammatica storica del mito poetico</em>, Milano 1992.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Marco Calzoli</strong></p>

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		<title>Riflessioni sull’inconscio – 2^ parte  &#8211; Marco Calzoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Calzoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 05:45:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[freud]]></category>
		<category><![CDATA[incoscio]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Calzoli]]></category>
		<category><![CDATA[Psicanalisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(prosegue…) Possiamo considerare l’attenzione come una funzione che regola l’attività dei processi mentali, filtrando e organizzando le informazioni provenienti dall’ambiente allo scopo di emettere una risposta adeguata. Il processo di elaborazione delle informazioni, infatti, è estremamente flessibile, cioè sceglie di volta in volta quale informazione elaborare e come elaborarla e questa possibilità di selezionare il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">(prosegue…)</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo considerare l’attenzione come una funzione che regola l’attività dei processi mentali, filtrando e organizzando le informazioni provenienti dall’ambiente allo scopo di emettere una risposta adeguata. Il processo di elaborazione delle informazioni, infatti, è estremamente flessibile, cioè sceglie di volta in volta quale informazione elaborare e come elaborarla e questa possibilità di selezionare il materiale informativo avviene proprio in base a meccanismi di tipo attentivo. Vi sono condizioni che possono influenzare il sistema di elaborazione; fra queste ricordiamo, oltre alla vigilanza, il meccanismo di arousal, ovvero il livello di preparazione fisiologica il cui scopo è di ricevere le stimolazioni esterne ed interne, permettendo di conseguenza una risposta più o meno adeguata e veloce rispetto una specificata stimolazione. Per attenzione selettiva si intende sia l’abilità a contrastare la distrazione che la capacità a concentrare l’attenzione su una fonte o su un canale contenenti informazioni relativamente deboli in presenza di distrattori forti. A sua volta, si distinguono due componenti:</p>
<p style="text-align: justify;">• l’attenzione selettiva volontaria è un meccanismo che entra in gioco quando bisogna affrontare situazioni nuove e richiede l’impiego volontario di risorse di processamento.<br />
• l’attenzione automatica, invece, è guidata dall’ambiente e non dalle intenzioni e dagli scopi dell’individuo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto per capire come teoria e ricerca sul campo formino un connubio indivisibile, tale distinzione si basa su pazienti frontali nei quali è stata evidenziata una dissociazione tra attenzione selettiva volontaria ed automatica, tale per cui si avrebbe un’attenzione volontaria deficitaria ed un’attenzione automatica patologicamente intensificata. Inoltre, esiste una modalità di attenzione selettiva per lo spazio che è stata trattata indipendentemente dall’attenzione selettiva in genere, dal momento che alcuni meccanismi con cui dirigiamo l’attenzione visiva nello spazio risulterebbero indipendenti. Recenti studi PET hanno dimostrato l’esistenza di almeno due sistemi attenzionali diversi:</p>
<p style="text-align: justify;">• il sistema attenzionale posteriore (PAS), è responsabile dell’orientamento spaziale dell’attenzione verso sorgenti di stimolazione nelle varie modalità sensoriali. Permette di dirigere l’attenzione su porzioni dello spazio circostante sia per la ricerca guidata dalla visione di oggetti in diverse posizioni spaziali, che per quanto riguarda la scansione di un oggetto di interesse.<br />
• il sistema attenzionale anteriore (AAS), comprende aree della corteccia prefrontale mediale, inclusa la corteccia cingolata anteriore e l’area supplementare motoria, ed è preposto alla selezione degli attributi dello stimolo (forma, colore e dimensione).</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’espressione attenzione divisa ci si riferisce alla capacità di prestare attenzione a più compiti contemporaneamente. Invece l’attenzione sostenuta è una modalità di attenzione protratta nel tempo, mentre per “livelli di attivazione” si intende la prontezza fisiologica a rispondere a stimoli interni ed esterni. Un risultato scontato è che la prestazione dell’osservatore peggiora con il passare del tempo per l’aumentare sia dei falsi allarmi (rilevamento di un segnale inesistente), che delle omissioni (mancati rilevamenti in presenza del segnale). <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-2-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-44415 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-2-1-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>Il peggioramento può dipendere sia da una diminuita sensibilità del sistema sensoriale e sentivo, che da un innalzamento del criterio adottato dal soggetto per stabilire che una soglia critica di intensità, oltre la quale il segnale viene dato per presente, sia stata superata. Per quanto riguarda l’attenzione sostenuta, l’emisfero destro è più abile del sinistro a mantenere l’attenzione per un periodo prolungato. In uno studio su pazienti con cervello diviso, è stato dimostrato che all’inizio delle prove l’emisfero sinistro è superiore al destro, ma dopo i primi minuti le sue prestazioni mostrano un netto peggioramento. L’emisfero destro, invece, mantiene gli stessi livelli di prestazione per tutta la prova con solo un leggero decremento. L’emisfero destro, oltre che ad essere specializzato per l’attenzione sostenuta, sembra esercitare un ruolo importante nel mediare il livello di attivazione. Infine, le poche ricerche disponibili, sembrano concordi nel dimostrare un interessamento dei lobi frontali nella prontezza fisiologica a rispondere a stimoli interni ed esterni. Il nostro inconscio è in qualche modo programmato già dalla nascita, in maniera non dipendente dall’esperienza, per adattarsi all’ambiente. È l’aspetto filogenetico delle potenzialità umane, di cui parla già Freud. Liotti indica ben cinque Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI) innati che strutturano le nostre relazioni in una combinazione pratica infinita: sistema dell’attaccamento; sistema dell’accudimento; sistema agonistico; sistema sessuale; sistema cooperativo paritetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Freud definisce l’inconscio come l’attività prevalente della nostra vita psichica, mentre il conscio sarebbe come il clown Augusto, che crede di dirigere il circo mentre è influenzato dall’inconscio senza rendersene conto. Da Freud, che formalizza le leggi dell’inconscio personale (spostamento, condensazione, principio del piacere) e da Jung, che indaga l’inconscio collettivo (luogo degli archetipi, che sono nuclei energetici che ci spingono a pensare e a fare esperienza in un certo modo) , oggi abbiamo fatto dei passi in avanti per una sua migliore comprensione. Attualmente gli studiosi pensano che l’inconscio sia collegato agli stati ipnotici, ma non in seduta bensì nella vita di tutti ni giorni. Le persone cadono spontaneamente in brevi stati ipnotici più volte nell’arco di un’ora, mentre divagano nei propri pensieri: pensiamo a quando stiamo pensando ai fatti nostri e guidando l’automobile giungiamo a destinazione senza che ce ne siamo accorti o quasi.<br />
L’inconscio non è solo un fatto onnipresente in tutti i nostri vissuti, ma è la base di ogni comunicazione, stando alla teorizzazione di Benemeglio, ideatore di un importante metodo induttivo di ipnosi. Ogni comunicazione efficace si basa su procedimenti di influenza inconscia, che gli attori mettono in pratica senza essere consapevoli. Una delle leggi più generali della comunicazione è quella dell’ottenere senza chiedere. Mettiamo che vogliamo convincere la donna amata a uscire con noi: tutti iniziano l’approccio senza chiedere esplicitamente la cosa, ma predisponendo le circostanze per farla accettare, magari formulando la richiesta esplicita alla fine della nostra strategia. Cosa avviene? Una persona inconsapevolmente sta comunicando con l’inconscio della donna, rendendosi amabile, simpatico, gentile, con lo scopo di passare dall’attività sull’inconscio a manovrare la risposta della parte razionale (cosciente) della donna. Un uomo lavora la parte emotiva (inconscia) con piccoli accorgimenti imparati dall’esperienza per influenzare la parte cosciente. Tutti noi quindi sappiamo, senza formularlo esplicitamente, cosa invece che fa Benemeglio, che l’inconscio sta alla base di ogni scelta razionale. Benemeglio ha strutturato la sua esperienza e le sue scoperte non solo nella ipnosi formale ma anche nella cosiddetta Comunicazione Analogica, un insieme di teorie e strategie comunicative dirette all’inconscio per ottenere potenziale e risultati efficaci in ogni ambito della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Metodo O.S.O (Osservare-Stimolare-Ottenere) pone alla base della giusta comunicazione l’osservazione. Possiamo aver fatto tutti i corsi di questo mondo, ma le persone non sono categorie astratte, quindi bisogna capire la mente individuale di una persona per impostare la giusta comunicazione. La psicologia e la comunicazione sono discipline pratiche, necessitano del rapporto diretto con il soggetto da influenzare. Benemeglio insegna svariate tecniche di osservazione corretta e di impostazione della giusta comunicazione per quel soggetto. I gesti e i vari atteggiamenti dipendono spesso da dinamiche inconsce, che bisogna conoscere bene, dopo averle osservate correttamente, per andare ad agire nell’inconscio della persona con lo scopo di spingerlo a una risposta cosciente. Solo così aumenta lo Stato Tensionale (livello di attivazione generale della persona, come l’attenzione o il desiderio): se esso aumenta la comunicazione sta andando bene; se esso diminuisce la comunicazione sta andando male. Nel linguaggio del corpo i grattamenti o i toccamenti sul viso sono molto significativi: più si allontanano dal viso, cioè si concentrano sulla spalla o sul petto, più la tensione decresce, più la comunicazione non sta riuscendo bene, e viceversa. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-3-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-44416 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-3-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Osservando questo tipo di linguaggio del corpo, possiamo capire l’inconscio dell’individuo. Se lo stato tensionale decresce, dobbiamo migliorare la comunicazione. Se lo stato tensionale aumenta, significa che stiamo comunicando efficacemente, senza doverci distogliere dal nostro stile comunicativo. La comunicazione non verbale conosce anche i segnali di gradimento e quelli di rifiuto. È importante osservare lo stato tensionale, ma bisogna fare attenzione anche a sorrisi, fissità dello sguardo, e altri gesti di gradimento oppure a gesti quali sbadigli, incostanza nello sguardo che indicano l’opposto. Per comunicare efficacemente con la parte inconscia dell’interlocutore (Stimolare) possiamo usare innanzitutto il Sistema Energetico, composto di quattro livelli: prossemica (usare lo spazio: entrando nello spazio intimo, avvicinandoci all’interlocutore, possiamo creare empatia oppure, se vediamo segnali di rifiuto, dobbiamo allontanarci per farlo stare a suo agio), cinesica (gestire la gesticolazione: toccandoci il petto possiamo comunicare inconsciamente empatia), digitale (gestire i toccamenti: se tocchiamo l’interlocutore comunichiamo vicinanza), paralinguistica (utilizzare il tono della voce, il battito delle mani, del piede, altri rumori gradevoli e morbidi che generano accoglienza: se versando l’acqua nel bicchiere in una cena romantica notiamo un segnale di gradimento nel partner, ci conferma che la comunicazione sta andando bene).</p>
<p style="text-align: justify;">Per riuscire ad avere il risultato finale (Ottenere) della nostra comunicazione bisogna integrare l’Osservazione e la Stimolazione. Se limitiamo la distanza prossemica e osserviamo un segnale di gradimento, bisogna avvicinarsi ancora (restringendo di più la distanza). Viceversa se notiamo segnali di rifiuto. Si tratta di una dinamica psicocorporea molto vincente perché calibrata sull’analisi della parte profonda della persona, il suo inconscio. Un’altra strategia è unire più livelli del Sistema Energetico: più livelli si uniscono, più aumenta l’efficacia della nostra comunicazione. Per esempio, ci avviciniamo e tocchiamo una spalla dell’interlociutore con un tono di voce più morbido. Ora, la nostra parte emotiva (inconscia) non segue più di tanto il linguaggio verbale, per cui per influenzarla occorre esprimere verbalmente la richiesta, ma segue il linguaggio non verbale. Un sorriso, una occhiata fatta al momento giusto, un avvicinamento, una carezza, sono potenti tecniche di comunicazione non verbale che manovrano sull’inconscio per ottenere dalla parte razionale dell’interlocutore un giudizio cosciente positivo. La nostra parte emotiva ha determinate caratteristiche. Una di esse è che è più veloce a elaborare lo stimolo di circa 500 millisecondi rispetto alla parte razionale. Quando stiamo guidando e incontriamo un ostacolo, il nostro in conscio si accorge per primo del pericolo e ci fa frenare, solo dopo razionalizziamo l’accaduto e ci rendiamo così pianamente conto di quello che sta succedendo. Un’altra caratteristica è che l’inconscio non distingue tra bene e male, giusto e sbagliato, ma solo l’intensità dello stimolo. Vedendo un matrimonio o un funerale l’inconscio non sa distinguere. È questa la ragione per cui le persone non riescono a uscire dai loro traumi. Il trauma è relegato nell’inconscio, dove struttura una coazione a comportarsi in maniera disfunzionale, cosa è detta sintomo. Il nostro inconscio non sa discriminare che il trauma è qualcosa di sbagliato per la nostra vita, quindi continua a ripetere la stessa disfunzione, influenzando ogni aspetto della nostra vita psichica.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva l’errore dell’inconscio sta nel credere che il dolore sia la stessa cosa del piacere. Quando soffriamo, è perché non proviamo piacere. Allora la malattia mentale è in sé una infelicità, che l’inconscio reitera perché non sa dare un giudizio di valore a quanto ha appreso in precedenza. A questo punto il dolore deriva dal fatto che l’inconscio ha imparato a non dare spazio adeguato alle emozioni. L’inconscio si auto-sabota, e la nostra parte razionale accampa mille scuse per giustificare questa disfunzionalità. Siamo infelici al lavoro perché non esprimiamo la nostra vera personalità, allora la nostra parte razionale si illude di sapere il perché del proprio disagio: continuo a starci perché è un lavoro remunerativo oppure continuo a starci perché ho paura del cambiamento. Ma queste scuse della coscienza velano ai nostri occhi un apprendimento erroneo insediatosi nel nostro inconscio, che ci ostiniamo a non vedere. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-4-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-44417 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-4-1-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a>Cosa accade? Accade che la nostra mente ha delle procedure di sicurezza, ci avverte in qualche maniera che non esprimiamo la nostra vera individualità. Allora ci ammaliamo. Il sintomo ha un aspetto archeologico (è il simbolo del trauma) ma ha anche un significato teleologico (esprime lo scopo della nostra vita: ciò che dobbiamo fare per realizzarci). Oppure ci accadono delle coincidenze significative che improvvisamente ci indicano la via. Sono le sincronicità. Jung elabora la teoria dello psicoide, per la quale eventi esterni e stati interiori possono coincidere. Pertanto se dentro di noi le cose non vanno, ci accade qualche evento che ci apre gli occhi. Un incontro fortunato. Una persona amica che ci dice la verità su di noi. Un incidente che ci avverte. E così via. Per Jung il fenomeno del religioso e dell’esoterico ha una stessa origine: è la mente umana che parla con noi stessi. Gli affetti tendono a relegarsi nell’inconscio e da lì ad apparire alla coscienza in forme che la coscienza scambia per autonome. Dalle rivelazioni pubbliche delle religioni monoteistiche alle correnti mistiche e alle rivelazioni private oppure esoteriche (dalle saṭḥiyyāt, le sentenze estatiche pronunciate in trance da esponenti dell’Islam non ortodosso, ai messaggi dalla Madonna di Fatima) fino alle operazioni magiche, sarebbe l’inconscio che si manifesta alle persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo le religioni hanno così tanto seguito nella psiche collettiva. Sono modi diversi che la nostra mente inconscia adotta per indirizzarci lungo la via giusta. Sono millenni che gli ebrei seguono indefessamente le prescrizioni della Torah, i primi cinque libri della Bibbia, detta per l&#8217;appunto la Corona di Israele. Addirittura se chi trascrive un rotolo della Torah vi inserisce per sbaglio una consonante che non ci deve essere, quel rotolo va buttato in quanto considerato in ebraico pasul (da cui il nostro “fasullo”). Presso gli ebrei il rispetto verso la parola di Dio è talmente presente che, quando si è cominciata a perdere la corretta pronuncia delle vocali della Bibbia (l’ebraico segna solo le consonanti), i masoreti non hanno apposto indicatori di vocalizzazione accanto alle consonanti del testo biblico ma solo dei puntini e dei trattini soprattutto sopra e sotto (è il sistema del niqqud) per fare in modo che i rotoli risultino corretti. I masoreti iniziano la vocalizzazione verso il VI secolo, secondo vari sistemi, quando l’ebraico e l’aramaico biblici non sono più parlati, quindi per non far perdere la tradizione della vocalizzazione esatta. Ma originariamente, millenni prima dei masoreti, si sono poste delle consonanti (dette dai grammatici moderni matres lectionis) per indicare convenzionalmente le vocali lunghe (con lo scopo di ovviare alle ambiguità), che poi la tradizione non ha più tolto. I masoreti, per il gran rispetto della parola di Dio, non le tolgono ma vi aggiungono il loro segno vocalico. Il sistema masoretico tiberiense viene inventato totalmente dai masoreti riproducendo in qualche modo l’apertura della bocca nella pronuncia delle vocali corrispondenti, chiamate poi con radici semitiche esprimenti la stessa cosa. Per esempio Holam (la O lunga) deriva da una radice semitica che significa sia “essere sazio” sia “sognare” (ancora oggi si dice che chi mangia troppo a cena poi fa incubi) e deriva dal fatto che la O si pronuncia come se la bocca fosse “piena” di cibo. Un detto dei Chassidim, mistici ebrei, così recita: “Rabbi Uri disse: Le miriadi di lettere della Torah sono come le miriadi di anime di Israele. Se manca una lettera nella Torah, essa non è valida; così, se manca un’anima nella lega di Israele, la Shekhinah (Presenza di Dio) non posa su di essa. Come le lettere, anche le anime devono collegarsi e creare una lega. Perché è proibito che nella Torah una lettera tocchi la sua vicina? Perché ogni anima deve avere delle ore in cui è sola con il Suo Creatore”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’antichità più remota non esiste la scrittura privata, ma solo quella pubblica, riservata a occasioni solennissime, collegate alla religione e lo stato. È significativo che nella civiltà ittita, sorta nel II millennio a. C. nell’Anatolia centrale, il verbo in ittita, antica lingua indoeuropea, per “scrivere” è hatrai-, dalla chiara etimologia indoeuropea: deriva da una radice che significa “incidere”. I supporti scrittori sono anticamente le pietre perché hanno una funzione di rappresentanza ufficiale di qualcosa di importantissimo come il dio e le gesta del re (oppure le tavolette per le comunicazioni internazionali). Nel passaggio al I millennio la civiltà ittita perde l’uso della lingua ittita e adotta un’altra lingua anatolica, il luvio, espressa non più in cuneiforme ma in geroglifico. Il termine luvio per “scrivere” è pupala/i, letteralmente “incidere”. Anche il greco antico: graphein significa all’inizio “incidere” o “graffiare”. Troviamo nella fase più antica di questa lingua, dopo il miceneo, cioè il greco omerico: grapsen de oi osteon, “gli graffiò l’osso” (Iliade 17, 599). In seguito i significati delle parole entro l’ambito dello scrivere e del dire divengono sempre più “laici” e alla portata di tutti, ma accanto a logos (la parola razionale da dimostrare), c’è ancora in greco antico muthos (la parola da non dimostrare perché sotto l’autorità del dio). Nel cristianesimo Gesù è l’inviato di Dio, suo figlio l’Unigenito. La sua missione è quella di liberare l’uomo dal peccato e quindi dalla morte, facendolo entrare nella vita eterna. Agostino (In Evangelium Ioannis tractatus centum viginti quatuor 44, 2) ricorre a un delizioso gioco di parole: nisi enim ille fuisset missus, nemo nostrum esset ab iniquitate dimissus, “se egli non fosse stato inviato, nessuno di noi sarebbe stato disviato dal peccato”. Per questo scopo in duemila anni di storia la chiesa ha avuto alcuni ferventi adoratori del Mistero di Cristo, come i Padri del deserto, nella conduzione di una vita molto austera (secondo un detto il vero discepolo di Gesù deve indossare una veste talmente umile che, se lasciata tre giorni all’aperto, non deve suscitare la cupidigia di nessuno), accanto a una moltitudine senza numero di peccatori (per Giovanni Calvino la chiesa è una consorteria di preti perversi).</p>
<p style="text-align: justify;">I musulmani hanno un rispetto talmente grande di Cristo, un profeta che apre la strada a Maometto, che il Corano non lo fa morire in croce: verrebbe sostituito da un sosia. Corano 4, 157 ha una espressione araba variamente interpretata dai dotti: shubbiha la-hum, “sembrò loro soltanto” di aver crocifisso Cristo, mentre Dio fa una astuzia e lo sostituisce. L’uomo ha una potente aspirazione al bene, che tuttavia non realizza mai pianamente nei fatti. Desiderando inconsciamente il bene, realizza nel suo immaginario cosciente il bene che vuole nel profondo e crea Dio, come vuole Feuerbach. Vale a dire un Dio buono. È una verità espressa in qualche modo anche nel Vangelo di Filippo: “Dio creò gli uomini e gli uomini crearono Dio”. Tommaso d’Aquino (Summa contra Gentiles I, 38) arriva a dire non solo che Dio è buono ma che è la stessa bontà: esse enim actu in unoquoque est bonum ipsius. Sed Deus non solum est ens actu, sed est ipsum suum esse &#8230; Est igitur ipsa bonitas, non tantum bonus, “in ogni cosa il bene consiste nell’essere attuale. Dio però non solo è una realtà esistente in atto, ma è lo stesso suo essere … Egli perciò non soltanto è buono ma è la stessa bontà”. Quasi tutte le religioni insistono molto sull’amore, verso Dio e verso il prossimo. È anche la dottrina Trikāya del Buddhismo, cioè dei Tre Corpi del Buddha: il primo corpo (dharmakāya) coincide con il Fondamento senza forma di tutto; il secondo corpo (saṃbhogakāya) è il più importante dei corpi formali, trasfigurato dalla illuminazione; il terzo corpo (nirmāṇakāya) è quello della apparizione fisica sulla terra. Ebbene, l’apparizione fisica del Buddha, per elevare gli uomini, è motivata dalla compassione. Il primo corpo è quindi la Deità immateriale e di cui nulla si può dire. Il secondo corpo è stato paragonato al Dio manifesto. Questi due aspetti della divinità sono i poli femminile e maschile. Anche nel Ṛg-Veda X, 129, 2 compare una dualità analoga: la Suprema Identità (tad ekam) è insieme “spirante e despirata” (ānīd avātam). Il Fondamento di tutto è di natura femminile perché sta alla base di ogni cosa, determinandola per amore, come fa una madre. Brahmasūra I, 1, 2: janmādyasya yataḥ, “dal quale il nascere di questo (mondo)”. È la fonte pre-causale di tutto: e anche della conservazione (sthiti) e della dissoluzione (pralaya).</p>
<p style="text-align: justify;">Non per nulla nell’ebraico biblico il plurale rachamim, letteralmente “viscere materne”, indica l’amore misericordioso di Dio verso tutte le creature. Questo radicale semitico compare anche nella Basmala, la famosa formula all’inizio di ogni sura del Corano, tranne la IX: “Nel nome di Dio clemente e misericordioso”, bi-smi ‘llāhi al-Rahmāni al-Rahīmi. Sono stati scritti interi saggi dai dotti musulmani per cercare di capire la differenza tra questi due aggettivi sinonimi (il primo mutuato direttamente dall’ebraico, il secondo già presente nell’arabo di Mecca). Probabilmente formano insieme una formula ridondante per esaltare la misericordia di Allah. Nel Nuovo Testamento “Dio è amore”, o theos agapē estin (1Giovanni 4). Un corrispettivo greco abbastanza preciso di rachamim è il plurale neutro ta planchna, “viscere”: attribuito sempre a Cristo e al Padre, indica l’amore viscerale verso gli uomini. La conseguenza di questa sovrabbondanza di amore è espressa da Giovanni 13, 34: “un comandamento nuovo vi do: che vi amiate gli uni gli altri, ina agapate allēlous; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri”. La negazione dell’amor proprio e dell’egoismo a favore dell’amore disinteressato verso gli altri è la base semantica del termine greco agapē secondo il nuovo significato attribuitogli nella letteratura cristiana antica. Pare strano questo connubio tra divino e umano sigillato dallo stesso tipo di amore. Ma non è estraneo alla Filosofia Perenne, per cui l’anima umana (precisamente il fondo dell’anima) coincide con Dio. Per l’induismo l’ātman individuale coincide con il Brahman. Per la dottrina ibnarabiana della waḥdat al-wujūd tute le cose coincidono con l’unico Principio. Addirittura nella letteratura indiana un tipo di asceta, detto Vrātya, è definito come l’Assoluto, Brahman. Forse per questo il sacrificio, fatto da uomini per gli dei, non si fa ma si continua: il sacrificio è una operazione ininterrotta, un continuo movimento (il sanscrito yajña, “sacrificio”, richiama l’altra parola sanscrita yañja, “movimento”), è potenzialmente eterno come eterni sono gli dei.</p>
<p style="text-align: justify;">Già in un manoscritto di Qumran (4Q477), di possibile età erodiana, compare la frase ebraica wgm ’whb ‘t sjr bsrw, “e ha anche amato la sua natura carnale”. Non è chiaro a cosa si riferisca, gli studiosi hanno avanzato varie ipotesi: incesto oppure amore di un proprio consanguineo fino al punto di tralasciare di biasimarlo oppure anche l’amor proprio che impedisce al devoto di aprirsi alla virtù e all’amore della comunità.<br />
Nel Buddhismo si parla dei quattro Māra, i quattro demoni che distolgono dal raggiungimento del nirvāṇa. Si possono considerare come personificazioni di quattro atteggiamenti erronei per i quali l’egoismo prende il sopravvento sull’amore disinteressato per il prossimo: skandha-māra (il demone delle cinque parti di cui è composto l’io individuale), klesa-māra (il demone delle passioni), mṛtyu-māra (il demone che uccide coloro che percepiscono con la mente individuale), devaputra-māra (il demone che ostacola coloro che cercano di distogliere sé stessi dal distacco dall’egoismo). In buona sostanza la nostra mente cosciente, centrata sull’Io egoistico, si struttura come una serie di identificazioni su aspetti marginali dell’esistenza: potere, denaro, successo, cose, amici, privilegi. A questo punto la nostra mente, dilaniata da aspetti non essenziali, che la snaturano nel profondo, vede l’emerge di ciò che la psicologia analitica chiama Mostri. Si tratta di messaggi dell’inconscio i quali ci indicano la vera via da seguire. Un mostro può essere un trauma, una malattia, un incidente, una nuova opportunità che ci inquieta. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-5-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-44418 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-5-1-300x156.jpg" alt="" width="300" height="156" /></a>Noi siamo esseri relazionali che viviamo di amore disinteressato e non di oggetti che ingraziano solo il nostro egoismo. Questa esigenza profonda del nostro essere trova spazio certamente nelle religioni (un Dio buono che ci spinge ad essere come lui) e nei prodotti culturali (il mito dell’eroe, la fama del chirurgo che salva vite), tutti determinati dall’inconscio, ma anche nei mostri. Il mostro all’apparenza ci fa paura. Chi non è spaventato da una brutta malattia? Da un incendio? Da una morte improvvisa? Ma spesso ci accorgiamo che dopo lo sconcerto iniziale, il mostro inizia a comunicare il messaggio. Dopo un trauma riscopriamo le cose essenziali della vita e ritroviamo la pace. Dopo una ospedalizzazione riscopriamo la tranquillità, di essere stati amati e di essere in grado di amare gli altri. Jung mediante la tecnica della Immaginazione Attiva ci ha insegnato a interrogare i mostri della malattia mentale che vengono a visitarci per chiedere, mediante il supporto di un terapeuta esperto, cosa è venuto a fare. Non per nulla spesso gli spiriti e gli dei sono raffigurati come esseri mostruosi, con i corpi deformi, tre teste, e quant’altro. La mostruosità è una caratteristica generata dalla nostra psiche per dirci che quella entità venuta a visitarci è diversa dall’ordinario, è diversa dal mondo dei valori consueti centrati sull’egoismo, è insomma portatrice del messaggio da un altro mondo, quello degli archetipi dell’inconscio, che non si identificano con il mondo dell’egoismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo dei significati sociali, cioè della coscienza, è il mondo dell’ordine e dei valori illusori. Dioniso svolge la funzione archetipica di ricordare che l’ordine va stravolto. Nell’emergere della ebrezza e della follia, emerge il lato nascosto, l’Ombra, del nostro vero essere, che bisogna riconciliare per realizzarci veramente. Per questo Nietzsche scrive che con Dioniso si stringe di nuovo il vincolo tra uomo e uomo, e tra l’uomo e la natura. L’Origine pretende di riapparire: ciò che sembra un mostro è colui che ci salva. A questo punto esiste una verità della coscienza, dei ben pensanti, sociale, accettata dai più, dei puritani, insomma una verità relativa, espressione dei falsi valori egoici. Sulle pareti di Pompei è stato scoperto un distico che a volte si ripete. Admiror paries te non cecidisse ruinis, qui tot scriptorum taedia sustineas : “mi meraviglio, o muro, che tu non crolli sotto il peso di tante sciocchezze” (CIL IV 1904. 2461. 2487). Ma esiste anche una verità assoluta, espressione di una sapienza profonda, ancestrale, inconscia, archetipica. Non diciamo che Dio non esista in sé, ma dal momento che è pensato dalla mente umana, il concetto (e non la realtà pura!) che la mente umana ha di Dio non può non risentire delle dinamiche inconsce. Come mostra la psicologia analitica, anche quando l’uomo crede di essere oggettivo, fa proiezioni che gli sfuggono. L’osservazione altro non è che una proiezione che sfugge all’Io. L’uomo non ha una conoscenza assoluta di Dio né della realtà. L’uomo si approccia al reale mediante il filtro del concetto, che per l’appunto è “concepito” dalla mente. La mente ha la caratteristica di elaborare le informazioni derivanti dall’esperienza che si ha della realtà mediante schemi strutturali propri, influenzati dalle aspettative, dalla memoria dichiarativa e dalle dinamiche inconsce. Ora, si parla di conoscenza relativa, cioè che dipende da qualcosa, legata all’uomo stesso e non alla realtà pura. Ne consegue giocoforza che, se ogni uomo ha una propria mente, modellata in maniera unica dalle esperienze diversissime che fa sin da piccolo, la conoscenza relativa varia da uomo a uomo. Ragion per cui la conoscenza relativa che ognuno ha del mondo e di Dio, cioè la particolare e soggettiva visione del mondo, non è un dato universale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marco Calzoli</strong> è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha dato alle stampe 30 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.</p>

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		<title>Riflessioni sull’inconscio – 1^ parte  &#8211; Marco Calzoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Calzoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2020 07:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’inconscio è quella istanza della nostra vita psichica preclusa alla consapevolezza, ma di cui possiamo fare esperienza mediante alcuni segni: soprattutto sogni, lapsus e dimenticanze, sintomi, blocchi corporei (Reich, Lowen), sincronicità (Jung). Esisterebbero molti tipi di inconscio, per i quali gli studiosi ipotizzano determinati correlati neurali. L’inconscio freudiano, collegato alle reminiscenza, sarebbe localizzato nei circuiti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/riflessioni-sullinconscio-1-parte-marzo-calzoli/">Riflessioni sull’inconscio – 1^ parte  &#8211; Marco Calzoli</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’inconscio è quella istanza della nostra vita psichica preclusa alla consapevolezza, ma di cui possiamo fare esperienza mediante alcuni segni: soprattutto sogni, lapsus e dimenticanze, sintomi, blocchi corporei (Reich, Lowen), sincronicità (Jung). Esisterebbero molti tipi di inconscio, per i quali gli studiosi ipotizzano determinati correlati neurali. L’inconscio freudiano, collegato alle reminiscenza, sarebbe localizzato nei circuiti della memoria (ippocampo, amigdala, corteccia). L’inconscio junghiano, collegato all’idea del Sé, nei lobi frontali. L’inconscio lacaniano, collegato al linguaggio, nell’emisfero sinistro (area di Broca, area di Wernicke). L’inconscio cognitivo nella corteccia. L’inconscio emotivo o intelligenza emotiva (Goleman) nel sistema limbico. Esiste anche un inconscio procedurale o implicito, che trattiene schemi automatici come guidare l’automobile o suonare il violino, localizzato nel cervelletto e nei nuclei della base. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-5.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-44408 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-5-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>L’inconscio relazionale è tributario della teoria dell’intersoggettività, per la quale la mente non è isolata e pulsionale ma origina e si estrinseca unicamente nella relazione: sarebbe collegato ai circuiti neuronali della socialità, come quelli della corteccia prefrontale. Ma questi tipi di inconscio non vanno intesi come compartimenti stagni: sono tutti collegati tra di loro, più o meno. Così come coscienza e inconscio non sono due blocchi separati. La mente lavora in maniera integrata con i suoi vari aspetti. La teoria dei tre cervelli di MacLean ipotizza tre aree encefaliche dominanti (corteccia, sistema limbico, complesso R) collegate rispettivamente a tre funzionalità fondamentali: pensiero astratto, emozione, attività somatica. Ma non esistono pensieri totalmente astratti senza aspetti emotivi né corporei. Se entriamo in aula essendo stati feriti dal partner, la capacità cognitiva viene ridotta e il cuore batte più forte. La stessa lingua italiana esprime questo concetto. Abbiamo questi tre termini in relazione alla memoria: la parola ra-mmentare (livello cognitivo), la parola ri-cordare (livello emotivo), la parola ri-membrare (livello corporeo). La prima memoria è dominante nella concettualizzazione (quando impariamo una lezione), la seconda nei legami, la terza nelle prime impressioni (che pare essere influenzate addirittura dall’odore della pelle della persona accanto). Quando impariamo una lezione, i vissuti emotivi avuti con il professore, relegati nell’inconscio, possono influenzare il livello di motivazione nel compito che stiamo facendo. L’attività dell’insegnamento non è un programma matematico ma una relazione. Un professore antipatico e poco empatico determina nell’allievo una memoria emotiva talmente negativa da inficiare l’apprendimento. Inoltre, la rievocazione del ricordo non è come aprire un cassetto, si tratta bensì di una riconfigurazione (aspetto costruttivistico della memoria) determinata da altre memorie, da schemi cognitivi, da emozioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo anche all’attacco di panico, che dipende probabilmente da una disfunzione dell’amigdala, parte fondamentale del sistema limbico, un sistema sottocorticale, quindi inconscio. La paura nasce da una attivazione dell’amigdala: nell’attacco di panico ci sarebbe una attivazione dell’amigdala improvvisa e senza una causa oggettiva. Altri ipotizzano circuiti diversi (locus coeruleus). Nei soggetti particolarmente sensibili gli attacchi di panico possono insorgere anche dall’aumento della pressione parziale di anidride carbonica nel sangue o dopo somministrazione di caffeina o altre sostanze che aumentano il tono ortosimpatico. In ogni modo sono tutti meccanismi non coscienti. Ma nella clinica chi ha attacchi di panico è spesso una persona con un io molto fragile. Quindi c’è sempre un collegamento tra inconscio emotivo e coscienza in questi episodi caratterizzati anche da sintomi somatici, quali la tachicardia e la sudorazione. Poniamo attenzione altresì all’amore, che è un sentimento (emozione filtrata dalla parte razionale), dipendente dalla chimica della ossitocina, mentre l’esperienza iniziale dell’innamoramento è una emozione, dipendente dalla chimica della serotonina. L’innamoramento consiste nello scoprire l’altro, invece l’amore è lo sviluppo della propria personalità in sintonia con quella del partner. La nostra personalità è la sintesi di conscio e inconscio. Ma l’amore non può vivere solo di emozione e di altre dinamiche inconsce, Fromm parla di una vera e propria “arte di amare”, nel senso di renderci disponibili e adatti a farci raggiungere dall’amore dell’altro e di darlo in maniera efficace. Questa è anche una attività cognitiva, dipendente dalla sfera razionale della persona. I rapporti di coppia falliscono perché uno dei partner smette di configurarsi attivamente per rispondere ai bisogni dell’altro (poi questi farà spesso la stessa cosa generando un circolo vizioso). Si tratta di un’arte razionale, anche se non solo. Tra amanti il bisogno fondamentale, anche se non unico, è quello di sentirsi amato. Spesso una persona non riesce in questo compito perché, rimuginando sui torti subiti, smette di essere attento alle esigenze dell’altro. Questa disattenzione è spesso dovuta al fatto che i partner smettono di parlare un unico linguaggio di amore: l’arte razionale, supportata emotivamente, di comunicare in maniera efficace con il partner smette di esistere. Ci sono almeno quattro linguaggi per esprimere l’amore al partner, che devono essere in sintonia: verbale (dirlo esplicitamente), occasioni speciali (una cena, una vacanza insieme), doni (un mazzo di fiori, un anello), sesso (in molte coppie l’aspetto corporeo della sessualità è la cosa più importante che regge la relazione amorosa). L’individuo, quale entità unitaria, è semplicemente una illusione. Magari è la sintesi di più parti, ma l’uomo è in sé una realtà che sì tende all’unità ma è comunque diversificata. Il livello più corporeo del nostro psichismo ci permette di osservare gli altri con gli organi di senso: essi trasmettono un messaggio chimico al sistema nervoso periferico e questo lo converte in un messaggio elettrico che arriva all’emotività (sistema limbico) e poi alla razionalità cosciente (corteccia). Osservando in questa maniera l’ambiente, pur nella mediazione del sistema corporeo, noi formiamo nel nostro inconscio un dato esperienziale, che si sedimenta in noi e costituisce la base della relazionalità. Nello sviluppo questo dato esperienziale inconscio si fonde con i dati elaborati successivamente dalla memoria di cui abbiamo consapevolezza e ne deriva l’immagine di noi stessi. Il neonato ancora non ricorda ma, in base al dato della poppata, crea un legame simbiotico con la madre. Certamente il primo attaccamento del neonato con la madre è innato, ma non del tutto, stando a quell’esperimento famoso per il quale un cucciolo di scimpanzé, avendo a disposizione due fantocci, preferisce stare con quello morbido (e di nutrirsi con quello gelido ma che emette latte per poi ritornare subito da quello morbido). Tale unione simbiotica del neonato con la madre, sebbene non cosciente, è la base dello sviluppo relazionale successivo, che si integrerà con ulteriori esperienze sociali, questa volta coscienti, e determinerà il concetto: Io sono questo. Crescendo ulteriormente, la persona, divenuta adulta, diviene un attore sociale, sempre più affrancato dalla famiglia di origine. Questo comporta che l’adulto, secondo quanto rilevato da Mead, facendo un gesto e in questo modo comunicando, si pone nella doppia funzionalità di chi assume lo stesso atteggiamento dell’altro e di chi comunica all’altro stesso come deve comportarsi. Proprio perché l’attore sociale assume il ruolo dell’altro può riflettere su sé stesso e così indirizzare in meglio o in peggio il processo di comunicazione. È così che la società entra intimamente nella persona, fino a strutturare la valutazione cosciente dell’individuo. Tutto questo genera inoltre automatismi che si sedimentano nell’inconscio e che determinano il loro reiterarsi nella vita quotidiana. Si vede che l’uomo è il risultato complesso di un insieme di corpo, coscienza, inconscio e relazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel passato quando un armatore caricava la nave cargo e si apprestava per il viaggio di trasporto delle merci sapeva che c’era un pericolo rilevante, non costituito né dagli agenti atmosferici né dai pirati, ma dall’ammutinamento dei marinai. È da qui che nacque la leadership: il capitano doveva usare autorità e autorevolezza per tenere sotto controllo la ciurma durante il viaggio senza destare in essa il desiderio di ammutinarsi. L’autorità si basa sulla gerarchia, l’autorevolezza si basa sul mostrare il nostro valore così da farci seguire. Tutti noi usiamo inconsapevolmente queste strategie comunicative. Dall’insegnante che alza la voce per mostrarsi il capo (autorità) al corteggiatore che fa bella mostra dei suoi meriti di fronte all’amata (autorevolezza). Gli aspetti di ogni comunicazione sono due: verbale e non verbale. Le parole esprimono il contenuto cosciente, invece il linguaggio del corpo esprime il contenuto incosciente, fortemente legato alle emozioni. Ogni comunicazione umana ha queste due parti, ma la comunicazione non verbale è sempre preponderante rispetto a quella verbale. Se vogliamo comunicare con qualcuno dobbiamo avere intenzione di farlo e ottenere l’intenzione dell’altro di dialogare con noi. È vero che non si può non comunicare (primo assioma della comunicazione), ma è più probabile che la facciamo bene se si adoperiamo intenzionalmente al meglio di noi. Per ottenere una buona comunicazione, cioè azzerare la noia che spinge l’altro a non voler comunicare, bisogna innanzitutto sintonizzare le due componenti di ogni comunicazione: le parole che diciamo devono essere accompagnate da una gestualità (non verbale) consona. Se diciamo di amare una donna, non possiamo manifestare con atteggiamenti corporei che non è vero. Se diciamo ad una persona di fidarsi di noi, ma la guardiamo in cagnesco, la comunicazione non riesce in quanto i livelli comunicativi non sono in sintonia. La comunicazione disfunzionale tende ad allargarsi dal privato (una coppia di giovani sposi) al pubblico. La buona comunicazione è basata su argomenti razionali: anche quando si discute le parti sono legate ai fatti e alla valutazione degli stessi. Quando invece si allarga agli altri, è indice di una emotività, spesso dovuta anche a conflitti inconsci personali non risolti, che spinge alla esasperazione. Si dice: Che tutti sappiano chi sei! Devi perdere la faccia davanti a tutti! <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-44406 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-3-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a>Questa esasperazione causata all’emotività si alimenta di ragioni razionali, perché i litiganti vogliono recuperare al danno di immagine e dimostrare quindi di avere ragione. Quindi le due parti, da persone private che erano, diventano in questo modo personaggi di un vero e proprio dramma pubblico, con conseguenze prevedibili. Infatti, l’esasperazione degenera per via del fatto che ritornare al privato significa ritornare al dolore del legame in crisi. Rimanere sulla bocca degli altri significa in qualche modo affrancarsi dal dolore per vivere non la propria vita privata, origine del conflitto, ma la scena pubblica. Non solo, ma anche ritornare al buio privato della non speranza (in quanto gli altri possono anche dare sostegno nel momento della prova). Il disegno è un ottimo strumento di indagine della mente delle persone. In esso le immagini sono indicative tanto della organizzazione cognitiva quanto delle dinamiche inconsce. Molti studiosi riconoscono che sottoponendo a un bambino il disegno della famiglia si possa arguire in qualche modo se è abusato oppure ha uno sviluppo normale. Anche se il disegno non basta per capirlo con certezza: sono necessarie altre informazioni, provenienti dal colloquio, che spesso nasce dalla valutazione del disegno, e dall’analisi del bambino nella vita quotidiana o mentre gioca. Nel disegno della famiglia i minori abusati o trascurati tendono a usare tratti pesanti. Le figure hanno pochi dettagli, specie omissione di occhi, viso e arti (queste parti del corpo hanno chiara valenza relazionale, la omissione è segno che la relazione con le figure disegnate è problematica), uno o entrambi i genitori sono omessi (difficoltà di relazione con uno o entrambi di essi), il personaggio di sé stesso non è inserito (l’abuso lo sta annientando). Il bambino abusato fisicamente tende a disegnare personaggi senza emozioni o con atteggiamenti ostili (segno che li percepisce come mancanti di affetto o addirittura pericolosi). Nelle bambine abusate si evince che i membri della famiglia sono raffigurati distanti tra loro (segno di comunicazione difficile o che il contatto è fonte di pericolo). In alcuni casi di abuso sessuale incestuoso il bambino non riesce a disegnare la famiglia (il trauma è talmente potente che il bambino si difende negandola). Il comportamento maturo integra i diversi aspetti della nostra mente. Il bambino si fa sopraffare dalla emozione della paura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’adulto la domina con la razionalità, senza però penalizzare del tutto l’aspetto inconscio. Dentro di noi persiste il nostro Io Bambino, come lo chiama l’analisi transazionale, che è una porzione di esperienza interiorizzata relativa alla nostra infanzia. Quando affrontiamo una difficoltà, occorre evitare di comportarci da bambini, ma possiamo imparare da questo Io Bambino una lezione importante: quella di nutrire il nostro inconscio di fantasia e di piaceri semplici con lo scopo di rafforzare la nostra mente per sconfiggere la paura. L’atteggiamento di un bambino di fronte al pericolo è ambiguo: piange (viene sopraffatto dalla paura) ma poi inizia a sognare scenari felici o va alla ricerca di piccole consolazioni (l’abbraccio della mamma). Da adulti aggiungiamo la razionalità, secondo schemi cognitivi più evoluti e appannaggio di anni di esperienza. Il vantaggio dell’esperienza sta nel saper valutare razionalmente meglio ciò che ci circonda. La paura scatena nell’organismo il cortisolo che fa aumentare l’insulina con effetti deleteri sul corpo. Invece la corretta valutazione agisce in maniera contraria perché ci calma mentalmente. Se nel passato gli antenati vedevano un leone, la paura suscitava alla coscienza la sensazione del pericolo e innescava il meccanismo fisiologico del difendersi o del fuggire. Anche oggi questo meccanismo arcaico è funzionante: reagiamo a un terremoto spaventandoci prima e poi fuggendo da casa. Ma nel mondo moderno le cose che ci fanno più paura sono imprevedibili e non racchiuse in un solo contesto e momento, come il terrorismo o le epidemie. Di fronte a questi scenari non possiamo né combattere né fuggire. Ma allo stesso tempo abbiamo paura. Allora questa paura si è trasformata nel mondo moderno in un blocco all’azione. Oggi questo è il sostrato ancestrale e inconscio che ci accompagna, dipendente da un meccanismo psicocorporeo arcaico. Tuttavia alcune persone hanno sviluppato strategie coscienti che lo fanno superare. Sono le persone particolarmente resilienti, che resistono agli ostacoli, anzi li usano come punti di forza per sviluppare l’azione. Di norma chi tende a superare gli ostacoli ha un pensiero vincente, per esempio è un pensiero allostatico, per cui la sfida non è un rischio ma una opportunità. Per allostasi si intende quell’atteggiamento per cui ci si adatta al cambiamento. Anche in questo aspetto il comportamento di queste persone è un mix di inconscio e conscio. L’inconscio ereditario le spinge in un verso, ma le strategie coscienti sanno oltrepassare il passato e vedere il nuovo. La paura dipende dall’amigdala. Solo dopo il segnale arriva anche alla corteccia, quindi diviene cosciente. Quindi possiamo definire la paura con un aspetto prima incosciente e poi cosciente. Vale a dire che l’emozione della paura ha inizialmente una propria vita inconscia, prima di essere condivisa coscientemente dal soggetto. Le conseguenze somatiche della paura (come la tachicardia) sono innescate dall’amigdala. Si tratta di reazioni comuni a tutti i vertebrati. Non per nulla per Darwin la base fisiologica delle emozioni deve essersi conservata intatta lungo tutta l’evoluzione: è interessante osservare come i recettori per gli oppiacei (recettori chiave collegati ai neuropeptidi delle emozioni) sono identici nel cervello di tutti i vertebrati.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Gould gli organismi sono congegni improbabili, quindi non dovrebbero funzionare. L’evoluzione della specie è partita da materiale scarso e difettoso per ottenere, nel lunghissimo periodo, risultati sorprendenti mediante il tenta e ritenta. Come scrive LeDoux, se l’intelligenza pone il problema di come abbia fatto in pratica l’evoluzione a permettere un risultato così sorprendente, dall’altra parte per le emozioni, uguali nella stragrande maggioranza degli animali, il problema è inverso: come ha fatto l’evoluzione a mantenere le emozioni identiche in specie così diverse? È vero che le emozioni hanno nell’uomo un sentimento soggettivo che le accompagna, ma esse sono i mattoni elementari che mediano le interazioni comportamentali con l’ambiente utili alla sopravvivenza. Per questo l’evoluzione ha preferito lasciare le cose come stavano. Che la paura è collegata all’amigdala è stato scoperto per primo da Weiskrantz. L’amigdala è composta da 12 nuclei, implicati nella paura sono quelli laterale e centrale. Il nucleo laterale ha funzionalmente più aree. Implicati all’inizio del condizionamento alla paura sono i neuroni della parte più dorsale della regione dorsale. I neuroni dell’adiacente parte ventrale della regione dorsale sono impiegati per la memoria a lungo termine relativa alle associazioni riguardanti la paura. Il nucleo centrale dell’amigdala ha proprietà plastiche, quindi viene impiegato per l’immagazzinamento a lungo termine delle associazioni. Nei mammiferi la memoria a lungo termine della paura appresa richiede CREB. Infatti i neuroni dell’amigdala vengono reclutati per la memoria a lungo termine in funzione dei loro livelli basali di espressione di CREB. Dalla paura o dalla fobia nasce l’ansia, cioè uno stato generalizzato di inquietudine per qualche cosa. La paura deriva da un pericolo reale (paura di un cane rabbioso), invece la fobia dipende da qualcosa di non reale (la fobia di un ragno, che in realtà non può nuocerci). L’ansia è vista, dalla prospettiva della psicologia cognitiva, in maniera duplice. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-44407 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-4-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a>Abbiamo una ansia adattiva, che ci spinge alla giusta azione. Prendendo come esempio una situazione molto comune come quella di un esame, l&#8217;ansia ci viene in aiuto nel metterci in allerta all&#8217;avvicinarsi della data dell&#8217;esame. Più la data si farà vicina e più noi sentiremo l&#8217;urgenza di studiare per avere successo nella prova. L&#8217;attivazione data dall&#8217;ansia ci farà mantenere la concentrazione e il focus mentre studiamo, dandoci la possibilità di preparaci il meglio possibile. La mattina dell&#8217;esame saremo molto attivati e potremmo sentire la testa svuotata con la sensazione di non ricordare nulla, ma, una volta di fronte al foglio di carta, riusciremo a rispondere a tutte le domande. Finito il test, sentiremo il calo dell&#8217;attivazione e il peso della stanchezza &#8211; prima nascosto da uno stato di attivazione &#8211; arriverà tutto in un colpo, assieme ad una sensazione di appagamento. Ma l’ansia ha anche un aspetto disadattivo. L&#8217;idea del prossimo esame universitario ci mette in uno stato di ansia e confusione. Solo il pensiero del giorno in cui dovremo dare l&#8217;esame ci blocca lo stomaco, quando vediamo i libri sul tavolo ci blocchiamo a pensare all&#8217;ultimo esame dato e alla brutta figura con il professore. I giorni passano, studiamo ma in modo poco strutturato e sempre con la paura di non riuscire a passare l&#8217;esame. Il giorno della prova non ce la facciamo, restiamo in casa e ci ripromettiamo che daremo l&#8217;esame la prossima sessione. Uno stato di sollievo finalmente rimpiazza l&#8217;angoscia e l&#8217;ansia, torniamo a respirare. Possiamo concludere che quando l&#8217;ansia non è presente, la motivazione all&#8217;azione è molto bassa o assente, mentre quando l&#8217;ansia è pervasiva, ci possono essere reazioni di freezing o di evitamento per ripristinare dei livelli di ansia percepita come tollerabile. Questi stati hanno come esito l&#8217;incapacità di portare a termine il compito. Ma, nel mezzo, un certo livello di ansia è indispensabile per avere buone prestazioni e per raggiungere determinati obiettivi. Tutti questi processi non sono solo inconsci e non sono solo coscienti. Il compito da svolgere richiede memoria volontaria per imparare la lezione, cosa indispensabile per superare l’esame. Ma l’ansia è una attivazione mentale con meccanismi inconsci: non scegliamo razionalmente di provare ansia per motivarci l’azione, ma l’ansia viene da sé, automaticamente. Noi funzioniamo come un tutto unico, in cui conscio e inconscio lavorano insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">La psicologia evoluzionistica tenta di coniugare i concetti dell’evoluzionismo con i dati che abbiamo ottenuto sulla mente. I comportamenti umani sarebbero il risultato dell’evoluzione. Un atto estremo come l’omicidio sarebbe esprimibile in chiave evoluzionistica come il tentativo di togliere di mezzo un avversario alla propria sopravvivenza e alla propria preservazione genica. Da queste idee è nato un approccio, di per sé variegato, detto psichiatria evoluzionistica, che cerca di chiarire le malattie mentali tradizionalmente intese secondo modelli evoluzionistici. Secondo uno di essi, uno specifico ambiente del passato ha determinato l’evoluzione di una funzionalità mentale, ma al giorno d’oggi l’ambiente è mutato e quello che nel passato era normale oggi appare come patologico. Pensiamo ancora all’ansia. Quando nel passato mancavano drasticamente le risorse materiali per la sopravvivenza o venivano i leoni nel villaggio, l’ansia è nata per far fronte attivamente a pericoli del genere. Nello scenario attuale però i comportamenti ansiosi si coniugano male: per esempio in contesti di urbanizzazione e di esibizione dello status, andare in giro per la città urlando presi dal panico viene scambiato per un comportamento assurdo, anche se biologicamente derivante da una attivazione funzionale alla sopravvivenza: essere molto preoccupato per un pericolo incombente. Certamente l’uomo non vive solo di ragione cosciente, esprime anche un modo di essere determinato da memorie ancestrali, sedimentate nell’inconscio. Da una parte la razionalità serve per vivere in contesti sociali, seguendo regole ben accettate dal gruppo, ma dall’altra molti comportamenti sono determinati altresì da cause non razionali, ataviche, inconsce. Quando mangiamo, la società ci insegna a porre un freno volontario e cosciente sulla quantità di calorie ingerite, ma la predilezione che abbiamo per gli zuccheri si spiega tra l’altro con la memoria atavica di assumere sostanze molto energetiche funzionali all’attività in vista della sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Guidano parla della organizzazione cognitiva, vale a dire l’organizzazione di conoscenza dei processi individuali che si delinea in maniera progressiva nel corso dello sviluppo mediante la quale l’individuo costruisce i propri significati personali. Per significato personale si intende il modello con cui l’individuo organizza i dati dell’esperienza e vede sé stesso nel mondo. Per esempio, oltre all’ansia patologica, possiamo avere una organizzazione di significato ansiosa (detta anche fobica). Mentre l’ansia normale è una reazione psicocorporea a un pericolo reale o a un evento problematico (come un esame) e mentre l’ansia patologica corrisponde a una destrutturazione dello psichismo, il tratto fobico della personalità è un modo di essere stabile della personalità normale. Da bambino questo tipo di persona ha avuto un attaccamento insicuro alla madre. Se la madre non risponde adeguatamente alle esigenze del bambino, questi non si fida del tutto di lei e non vi si attacca in maniera sicura, sviluppando in futuro una personalità ansiosa. La personalità ansiosa risponde agli eventi incerti della vita con la paura. Essendo una organizzazione di significato, il tratto fobico funziona su due versanti: cosciente e incosciente. Ha una visione del mondo concepita in termini coscienti come pericolosa e infida, ma la sua insicurezza di base deriva da quell’attaccamento insicuro con la madre, sedimentato nell’inconscio e la alimenta di continuo. L’approccio della localizzazione (per cui solo un’area cerebrale è deputata a una singola funzione) è stato messo in discussione ampiamente nel panorama attuale delle neuroscienze, per una ragione neuroanatomica (i neuroni formano collegamenti anche in punti molto lontani, per cui in sé non ci sono neuroni di una specifica area) e per una ragione neurofisiologica (un neurone per funzionare metabolicamente e nella trasmissione dell’impulso ha bisogno dell’apporto corporeo con glucosio e grassi e dell’apporto dei neuroni con i quali fa sinapsi). Oggi si parla precisamente di Connettoma (Spoms 2005). I neuroscienziati hanno studiato a fondo le nostre memorie implicite. L’abitudine è la più semplice, come quando un gatto impara il movimento preciso per ritrarre la zampa da uno stimolo doloroso. Se a breve termine, deriva da una depressione pre-sinaptica dovuta a riduzione di rilascio di glutammato (depressione omosinaptica). L’abitudine a lungo termine coincide con una diminuzione del numero delle sinapsi del 30%. Il condizionamento è più complesso e si struttura come l’associazione tra due stimoli (il cane emette salivazione quando vede il cibo e poi quando sente il campanello che è stato associato al cibo): neurologicamente avviene una facilitazione coordinata nella trasmissione sinaptica. Invece nella memoria implicita a lungo termine, che conserva traccia di procedure articolate, vi è anche una attivazione genica: c’è innanzitutto un aumento della produzione di AMP ciclico dovuto all’aumento di rilascio della serotonina, avvengono poi reazioni a catena che portano alla attivazione di due geni che attivano la sintesi proteica per la formazione di nuove sinapsi deputate alla memoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di memoria implicita è molto più esteso, fino ad arrivare ad essere una funzionalità fondamentale della nostra mente. Le prime esperienze sono immagazzinate dal neonato fino ai 24 mesi nella memoria implicita, della quale non è consapevole. La memoria implicita è la base della nostra valutazione del pericolo. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-44405 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/C-2-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>Gli stimoli sensoriali arrivano al cervello, precisamente nel talamo, che è il loro luogo di smistamento: una via neuronale invia gli impulsi nervosi alla corteccia (dove avviene la consapevolizzazione), un’altra via neuronale invia gli impulsi verso il basso, in strutture sottocorticali della memoria implicita, come l’amigdala, che valuta il pericolo. Se lo stimolo è valutato come pericoloso, l’amigdala attiva autonomamente le reazioni corporee senza passare per la consapevolezza data dalla corteccia. Se lo stimolo non è pericoloso, abbiamo il passaggio anche per la corteccia, cosa che comunque avviene dopo. È per questo motivo che se siamo punti da un’ape ritraiamo la mano senza pensarci, ma ce ne accorgiamo subito dopo. La cognizione, cioè la capacità di conoscere e risolvere problemi attraverso il ragionamento cosciente, è una delle facoltà della coscienza, accanto alla volontà e al sentimento. Quando risolviamo un calcolo come 2 + 2, siamo coscienti di farlo e sappiamo che il risultato è 4. Ma deve esserci una facoltà anche inconscia che ci permette di processare informazioni. Il primo a scoprirlo è stato Helmholtz. Attraverso i suoi esperimenti ipotizza che tra la sensazione e la sua presa di coscienza ci debba essere un grande lavoro cerebrale. Egli scopre infatti che c’è un relativamente lungo lasso di tempo tra la sensazione e l’arrivo al cervello dove avviene la consapevolizzazione. Tale conduzione attraverso i nervi del segnale avviene con lentezza e implica attività cognitive delle quali non siamo consapevoli. Da ciò nel tempo si è arrivati a ipotizzare la presenza di una sorta di inconscio cognitivo. Non solo, ma i neuroscienziati attribuiscono alla cognizione cosciente e alla cognizione incosciente correlati neurali diversi. Oggi l’attenzione è posta anche sulla negligenza unilaterale, che consegue a lesioni del lobo parietale destro. Questi soggetti hanno una vista normale ma ignorano la presenza di oggetti nella parte sinistra. In un esperimento sono sottoposte due immagini di una casa, la parte sinistra di una casa è in fiamme. Richiesto se osservano differenze tra le due case, rispondono di no. Ma quando si chiede loro in quale casa vogliono andare ad abitare, scelgono la casa che non brucia. Quindi loro percepiscono la parte sinistra e sono in grado di ragionare in quei termini, ma solo inconsciamente, in quanto non ne hanno la consapevolezza. Quindi ci approcciamo al mondo che ci circonda e lo conosciamo in base a meccanismi consci e inconsci. Sta proprio nell’inconscio cognitivo la ragione che ci spinge a selezionare alcune informazioni e non altre e a elaborarle in maniera soggettiva. Ma, dall’altra parte, il livello di vigilanza, cioè la concentrazione che mettiamo coscientemente, è la parte consapevole che regola il processo.</p>
<p style="text-align: justify;">(continua…)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marco Calzoli</strong> è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha dato alle stampe 30 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.</p>

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		<title>Riflessioni sul Femminismo 2.0: Roberto Siconolfi intervista Laura Tecce</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2019 08:35:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Laura Tecce, sociologa e giornalista professionista, scrive per Libero, Il Giornale, Il Giornale OFF. Ha lavorato come inviata, autrice e conduttrice in Rai, SkyTG24, in diversi uffici stampa e come docente di giornalismo. Collabora come commentatrice di società, costume e politica in diverse trasmissioni Rai, La7 e Mediaset. Si occupa, tra le altre, dei presunti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Laura Tecce, sociologa e giornalista professionista, scrive per Libero, Il Giornale, Il Giornale OFF. Ha lavorato come inviata, autrice e conduttrice in Rai, SkyTG24, in diversi uffici stampa e come docente di giornalismo. Collabora come commentatrice di società, costume e politica in diverse trasmissioni Rai, La7 e Mediaset. Si occupa, tra le altre, dei presunti casi di razzismo in Italia, la cui capacità nello smentire molte di queste “fake news”, le è costata il“blocco” del suo profilo Facebook.  Altra sua battaglia è uno dei massimi capisaldi del “politicamente corretto”: il femminismo, nella versione cosiddetta “2.0”. Una battaglia che l’ha “eletta” a vera e propria “bestia nera” delle femministe. E’sul “femminismo 2.0”, al quale ha dedicato un pamphlet per “Il Giornale”, e più in generale sul ruolo della donna nella società contemporanea che le rivolgiamo alcune domande:<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/05/S-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-34486 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/05/S-2-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. Potresti darci una definizione di “femminismo 2.0”? Hai parlato di varie ondate del “movimento femminista” nella sua storia, potresti chiarirci i punti qualificanti di ogni ondata?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La denominazione viene dalla piega molto mediatica che ha preso il movimento(social network e mondo del web). Il femminismo è un movimento complesso ed eterogeneo, fatto di diverse organizzazioni e associazioni diffuse e generalizzate. Le fasi,“ondate”, sulle quali esso è suddiviso sono quattro. La prima, fine ‘800, basata sulle lotte per diritti “sacrosanti”e “veri”, su tutte la battaglia delle suffragette. La seconda è del periodo degli anni ‘60/’70 e se da un lato sostiene cause anch’esse vere e giuste in ambito familiare e politico-sociale, dall’altro presenta già le prime deformazioni e caratterizzazioni di certe ideologie “di sinistra”. Inoltre, si hanno le prime istanze legate all’immagine della donna (es. nel vestire e sul piano simbolico). Un punto che verrà ripreso nella terza ondata, anni ‘90/’2000, dove però inizia a passare il concetto che“bella equivale a stupida”. Un’ultima ondata, la quarta, è degli anni ‘2000 e riguarda il “femminismo intersezionale”, un calderone “ideologico” dove il femminismo è un “pretesto” per mettere insieme le battaglie di tutte le minoranze (gay, LGBTQI, questione razziale, ecc.). Uno dei movimenti principali di questa ondata è “Non una di meno”, il cui manifesto recita «perché essere donna è difficile, ma essere donna ed essere nera, lesbica o transessuale lo è ancora di più».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2. Leggevo di alcune diatribe davvero ridicole (es. il fatto di utilizzare l’aggettivo curvy per affermare la possibilità di essere modelle “non magre” ma senza usare il termine“grasse” o Rula Jebreal che definisce una semplice interruzione di Nicola Porro in una trasmissione TV come un atto di “sessismo” da parte di «un uomo bianco che urla addosso a una donna come me»),sembra quasi che, per il femminismo 2.0, la realtà deve per forza di cose rientrare nella loro precisa idea di essa, esattamente come nelle ideologie “totalitarie”. Non trovi che a fare così si viva “male”, e si viva male anche il proprio esser donna?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente sì, e chi nutre diffidenza verso il politically correct prova diffidenza anche verso il femminismo. La questione andrebbe spostata sul “contenuto” e non rimanere alla “forma”. Perché una donna “cicciottella” si deve sentire non all’altezza? Così facendo invece, cambiando il termine, come accade anche in ambito giornalistico, si dà un ulteriore giudizio di valore e ancor più irritante, quando magari definire una donna “secca” non suscita alcuna perplessità. Inoltre, si crea la dinamica del reverse racism, per cui le donne grasse se la prendono con quelle magre. Per il resto sì, è una concezione “talebana” e come dicevi “totalitaria” completamente scollegata dalla realtà. Infine, c’è una banalizzazione delle importanti lotte precedenti, come quella sull’aborto che non è una scelta da incoraggiare, ma sicuramente una necessità che va tutelata. L’ultima strumentalizzazione riguarda le due ragazze che si sono baciate davanti a Salvini, avendo fatto finta di volersi fare un selfie con lui. Questa cosa rappresenta ancora una volta il fatto che i diritti delle cosiddette “minoranze” devono prevalere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3. La questione della violenza della quale sono vittime molte donne è un fatto e“cosa seria”, ma a tuo avviso è possibile ricevere assistenza al di fuori di tutto quel gigantesco sistema di “lobby”, fatto di associazioni, cooperative e centri vari – su tutte la “Casa delle donne”che riceve sostegno e contributi da ARCI, Coop, CGIL, PD, ecc. – che, oltre all’“assistenza sociale”, diffondono una “radicale” propaganda femminista? E quale può essere la “qualità” del loro“servizio”, così “ideologicamente distorto”? Pensiamo a queste utenti malcapitate che per certi versi sono “due volte vittima”, del reato e pure dello “speculatore ideologico-lobbystico” di turno.</strong> <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/05/S-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-34487 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/05/S-3-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ho appena moderato un convegno con un’associazione che opera nel settore ma non è legata a una certa ideologia e non prende soldi pubblici ma solo donazioni. Per quanto riguarda le altre, ricordiamo che guadagnano su ogni chiamata, al di là se fosse un fatto vero o meno. E’ importante intervenire con la legislazione e in proposito è stata appena approvata la legge sul codice rosso, che dà un canale prioritario alle indagini in caso di maltrattamenti, violenza sessuale, stalking e lesioni commesse in ambiti familiari o di relazioni di convivenza. E poi è una questione culturale, ma che ha poco a che fare col movimento femminista. A riguardo il “Me Too” ha fatto molti danni, banalizzando la violenza equiparandola alle“avance” e rappresentando un carrozzone mediatico per persone “vendute” che usano il femminismo come paravento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4. Hai ricevuto un “blocco” sul tuo profilo Facebook per aver smentito delle “fake news” su cosiddetti casi di“razzismo in Italia”, casi fomentati “faziosamente” da quando si è insediato il “governo Conte” e più in generale da quando “avanza” il movimento “populista/sovranista”. Puoi chiarirci brevemente questi episodi e il perché del “blocco” da vero e proprio “regime orwelliano” Stai attuando delle strategie difensive a riguardo (culturali, denunce pubbliche, denunce legali, ecc.)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto una denuncia pubblica sul mio profilo con un video che ha raccolto più di 50.000 visualizzazioni. Ho ricevuto messaggi di persone che hanno avuto lo stesso trattamento. Il problema è che una cosa è pubblicare turpiloqui e minacce, cosa sottoponibile a procedimenti penali – anche su Facebook bisogna stare attenti perché si è passibili di diffida a mezzo stampa –, altra cosa è pubblicare contenuti e con la dovuta ricerca di fonti – il lavoro giornalistico prevede sempre una prioritaria ricerca incrociata di dati. I post incriminati sono quelli sul caso di una ragazza nera, in Veneto ,che senza alcuna prova aveva denunciato un atto di discriminazione sul lavoro per via del colore della pelle. E ancora sugli elettori della Lega e i sostenitori del governo definiti “populisti” e “razzisti”, anche quello tacciato di “razzismo”. E infine, un post contro “gender” e femminismo. Per questo ho ricevuto un blocco di 30 giorni e senza neanche un avviso. Ricordiamo, poi, che tutti questi contenuti danno fastidio alla linea generale di Facebook che è di proprietà di Mark Zuckerberg, un liberal vicino ai Clinton e a Obama.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5. La rivista “Ereticamente” si occupa di vari temi tra i quali la “spiritualità”, anche intesa come “crescita personale”, “interiore”e “consapevolezza di sé”. Non trovi che queste esperienze, che ti espongono molto (femminismo, fake news ecc.), siano “formative” per il carattere di una donna, e proprio in barba alla cappa “politicamente corretta” che la vorrebbe “eterna vittima di soprusi”o che, comunque,le concede realizzazione solo nell’alveo del “femminismo” e delle sue organizzazioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo che sia una questione di genere ma di merito, ed è un discorso generale in Italia. Le donne svolgono da tempo diversi ruoli importanti, tra l’altro io sono contraria anche alle quote rosa ed aperta a qualsiasi critica senza sentirmi in diritto di difendermi “in quanto donna”. Vedo con molto interesse che la gente abbia aperto gli occhi su diverse questioni (presunto fascismo, Greta e un certo ambientalismo, ecc.) e si tenga conto del “bavaglio” dei mezzi di informazione nei confronti di idee precise. Sempre più persone mi seguono e mi apprezzano e noto un aumento di &#8220;consapevolezza collettiva&#8221;, non solo mia quindi, e di &#8220;spirito critico&#8221;. Inoltre, vedo con interesse che il mio pamphlet sia piaciuto molto, proprio alle donne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6. Tra i tratti della femminilità “afroditica”,uno dei modelli di donna “pienamente realizzata” secondo Julius Evola, vi è la “sensualità” e l’“affascinante bellezza”. Non trovi che sia questo uno dei modelli femminili prettamente sotto attacco proprio dal femminismo 2.0? Ho visto che nel pamphlet facevi una similitudine tra il femminismo 2.0 e una certa teologia cattolica che nutre “disprezzo per il corpo”. Infatti, uno dei mondi sotto accusa è quello delle ragazze che lavorano “solo” con esso, e con la “bellezza” (modelle, attrici, ecc.). Puoi chiarirci bene la tua idea in merito e sela cosa possa avere implicazioni riguardo a tutto l’universo femminile?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Manifesto maggiore preoccupazione per l’Islam che vuole opprimere il corpo attraverso il velo, il burqa e la sua morale. Per quanto riguarda una certa teologia cattolica, nel pamphlet affermo che il discorso dell’“anima più importante del corpo”, Le confessioni di Sant’Agostino d’Ippona, e in generale della dualità anima/corpo va lasciato alla filosofia e alla teologia. Invece, il femminismo ha una visione particolarmente “oppressiva” su questo punto, sostenendo che il cervello è superiore all’estetica, che la donna non deve scoprirsi, non deve tenere un’estetica attraente, e che comunque,in questo caso, deve pagare un “pegno” dimostrando di essere anche “colta”. Al concorso di Miss Italia 2017, la vincitrice disse che la bellezza estetica è un“dono” ma che non ha significato in assenza di qualità morali e che lei voleva diventare avvocato o giudice per difendere i “diritti delle minoranze”. Un discorso che sapeva molto di giustifica dinnanzi al nostro ragionamento, e al “politicamente corretto” più in generale. Ben più drastico è stato poi il lavoro dell’attivista femminista Lorella Zanardo, Il corpo delle donne (2009), pubblicato sul suo blog e trasmesso in una puntata de L’Infedele di Gad Lerner. Un lavoro che rappresenta un mix di pedanteria e moralismo raramente eguagliabili, dove si mette sotto accusa il mondo delle donne che lavorano nello spettacolo, su tutte “le veline”. Incredibile anche nel maggio 2017, la campagna delle femministe di “Non una di meno”, che hanno coperto con adesivi con la scritta «Anche questa è violenza» i cartelloni pubblicitari della modella Irina Shayk in reggiseno. Per me una donna che fa carriera con la bellezza sta al pari di un’astrofisica.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/05/S-5.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-34489 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/05/S-5-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7. Viviamo un’era di cambiamenti, di cambio di paradigma direbbe Thomas Kuhn, non trovi possibile – alla luce di tutto il movimento “populista/sovranista”, inteso nel senso più generale ed ampio (culturale, politico, di pensiero, economico, ecc.) – trovare nuovi percorsi di coniugazione dell’“identità” e dell’“immaginario” davvero “femminile”, e non “femminista”, e la bravura e le necessità di molte donne di affermarsi nel mondo del lavoro, delle professioni, della cultura, della politica ecc.?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sovranismo e populismo sono due movimenti che stanno acquisendo sempre maggiore distinzione. Il sovranismo si batte anche per le identità, ed è declinato sia in chiave territoriale, l’“autodeterminazione dei popoli”, sia in un discorso legato all’Io, quindi di “sé stessi”. Dal punto di vista politico si ha un passaggio dalle sovrastrutture della globalizzazione alle identità locali. Dal punto di vista dell’Io, questo processo di “autodeterminazione di sé stessi ”prescinde dal genere, e anche dai risvolti del“gender” che eguagliano uomo e donna. In generale, ognuno ha sue caratteristiche specifiche, e non è vero che “uno vale uno”, come in base a una certa piega livellatrice populista (differenza tra populismo e sovranismo). Questo non prevede che uno sia meglio dell’altro, ma che abbia appunto una sua specificità, bravura e “merito”. Un discorso valido soprattutto in politica dove le differenze specifiche sono importanti e la democrazia rappresentativa dovrebbe essere concepita in senso elitario (io voglio essere rappresentata da chi è meglio di me dal punto di vista della preparazione, della cultura, dell’etica, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">A cura di Roberto Siconolfi</p>

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		<title>Aleister Crowley e l&#8217;Italia: riflessioni sulle ricerche di Cristian Guzzo &#8211; Sapah Zimii</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2019 16:37:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il semestre appena trascorso è stato caratterizzato da un grande fermento nella pubblicazione e nella riscoperta di saggi crowleyani, tra cui sicuramente spicca il lavoro di Cristian Guzzo “Aleister Crowley e l&#8217;Italia”. L&#8217;autore, già noto per una “Storia dell&#8217;Ermetismo Egizio-Partenopeo fra i secoli XVIII – XX” recante il suggestivo titolo de “L&#8217;Arcano degli Arcani”, si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il semestre appena trascorso è stato caratterizzato da un grande fermento nella pubblicazione e nella riscoperta di saggi crowleyani, tra cui sicuramente spicca il lavoro di Cristian Guzzo “Aleister Crowley e l&#8217;Italia”. L&#8217;autore, già noto per una “Storia dell&#8217;Erme<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/03/G-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-33696 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/03/G-1-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" /></a>tismo Egizio-Partenopeo fra i secoli XVIII – XX” recante il suggestivo titolo de “L&#8217;Arcano degli Arcani”, si cimenta ora nella titanica impresa di sondare il periodo trascorso da Aleister Crowley in Italia, i contatti intrapresi, gli scambi con gli Iniziati nostrani e, naturalmente, il lungo periodo cefalunense. L&#8217;approccio è sicuramente di tipo storico, ma nonostante tutto, si comprende una competenza dell&#8217;ambito iniziatico che tiene lontano lo scritto da ogni pregiudizio che potremmo definire di ambito profano, come invece si è spesso abituati a leggere in altre e più diffuse biografie di Therion. Come detto in precedenza il periodo trascorso a Cefalù è la parte sostanziale del testo, molto ben analizzato nella narrazione degli eventi che hanno caratterizzato il Progetto dell&#8217;Abbazia di Thelema e quindi il libro di per sé è un&#8217;ottima introduzione a chiunque sia affascinato da questa parte dell&#8217;Opera di Crowley, contenendo anche informazioni prima inedite su altri libri italiani e anche un documento nuovo che l&#8217;Autore ha recuperato dall&#8217;Archivio Centrale di Stato: un fascicolo proprio su Aleister Crowley della Divisione di Polizia Politica, che era assolutamente plausibile pensare esistesse, date le vicende di Therion con il governo fascista, ma che sino ad ora nessuno aveva presentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho trovato ancora più interessante la parte iniziale del libro, in cui Guzzo cerca di costruire una storia del sistema magico-sessuale nel nostro Paese, ovviamente con grandi riferimenti anche alla magia kremmerziana, ma che si origina fondamentalmente nel &#8216;700, con il metodo magico-massonico di Cagliostro. Qui risiede secondo me il vero punto di forza di “<strong>Crowley e l&#8217;Italia</strong>”, perchè apre scenari storicamente accertati e iniziaticamente comprovati, anche nel percorso thelemico. Non bisogna dimenticare, infatti, che Crowley, durante un suo intenso Ritiro Magico, “ricordò” di essere stato Cagliostro in una sua precedente incarnazione ed i riferimenti al suo lavoro sono sicuramente presenti nel percorso magico dell&#8217;Astrum Argentinum. In effetti, ancora prima del recupero di questa memoria magica, esisteva una affinità tra i due personaggi, forse anche per la comune vita rocambolesca, che si era già sostanziata in alcuni precisi riferimenti operativi quando in Messico, nel 1900 ev, il giovane Crowley fonda un Ordine quasi interamente basato sulla formula LPD, completamente di origine cagliostrana.</p>
<p style="text-align: justify;">Avvicinandomi alla conclusione, mi sento di commentare un passaggio che forse il lettore potrebbe non cogliere, ma che sicuramente tocca immediatamente la sensibilità di uno studioso thelemita; un passaggio che mi ha dato modo di riflettere, meditare e che ritengo possa dare un ulteriore contributo, se però propriamente inteso. E&#8217; giusto dire che Guzzo lo riporta come dato storico, senza alcun commento in merito. Ho verificato personalmente ed in effetti il dato storico è vero. Di cosa sto parlando? Del fatto che nei giorni della Rivelazione del Cairo Crowley fosse affetto da sifilide e quindi, probabilmente, non nel pieno di uno stato di salute ottimale. Egli aveva contratto la sifilide negli anni giovanili: già al momento dell&#8217;ingresso nella Golden Dawn ne risultava affetto e ne era ancora in cura. Questo è un dato storico incontrovertibile e mi riservo di approfondire con un medico qualificato cosa significasse esattamente in quegli anni convivere con tale patologia. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/03/G-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-33698 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/03/G-3-236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" /></a>In ogni caso sappiamo che Crowley si curava e che ne è guarito; le cure non gli hanno impedito di continuare a scalare, di affrontare viaggi pericolosi, pratiche magiche intense, o continuare ad avere rapporti sessuali (tra l&#8217;altro non risulta ad oggi che abbia infettato altre persone, né tanto meno che i figli siano nati sifilitici). A tal proposito Crowley stesso scriveva: “Ho contratto la sifilide nel 1897, mi sono accuratamente curato con mercurio e non ho più avuto sintomi seri, e assolutamente alcun disturbo dal 1917.” Mi sento dunque di escludere categoricamente che questo possa avere influito sulla sua lucidità durante gli avvenimenti del Cairo, che tra l&#8217;altro hanno coinvolto anche altre persone e fatti oggettivi, come la scoperta della Stele della Rivelazione. Certo stava affrontando una malattia e questo vuol dire comunque essere in una fase di particolare sensibilità, un periodo di intensa corrosione interiore da parte della forza del Vitriol. Tuttavia manca, ad oggi, uno studio iniziatico su come la malattia possa influire sul percorso iniziatico personale, anche se sappiamo che ovviamente influisce&#8230; il più delle volte, tuttavia, facilitando l&#8217;acquisizione di stati superiori. Per citare una persona completamente fuori contesto, viene subito in mente Tiziano Terzani: un uomo in cammino, ricercatore dell&#8217;ulteriore, ma il cui vero Maestro fu proprio la Malattia&#8230; un Maestro terribile, che lo ha accompagnato alla Morte certo, ma con il sorriso dell&#8217;Iniziato che davvero ha interiorizzato uno stato alterato. Recentemente studi scientifici hanno dimostrato che la flora batterica presente in un organismo influenza il cervello ed il nostro comportamento. Lo stesso effetto lo producono alcune sostanze vegetali&#8230; mi domando se anche dei virus possano avere una tale influenza. E&#8217; un campo di ricerca ancora inesplorato e continuerò ancora a meditare sulle parole di Therion che sono sicuramente provocatorie, ma possono anche assumere un significato di grande riflessione, proprio sulla base di quanto appena accennato: “Sarebbe salutare se ogni maschio si impregnasse dei germi di questo virus [la sifilide] per favorire lo sviluppo del genio individuale!”&#8230; cit. The Magical Record 10 agosto 1930 ev</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro di Cristian Guzzo verrà presentato presso l&#8217;Associazione Culturale Fosforo e Mercurio di Genova il 6 aprile 2019 ev. Sarà presente l&#8217;autore e ci sarà possibilità di dibattito su quanto precedentemente espresso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sapah Zimii</p>

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		<title>Ritorno alla naja? Riflessioni politicamente scorrette &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Aug 2018 05:02:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le presenti note sul servizio militare e l’eventualità di un suo ripristino hanno bisogno di due premesse. La prima riguarda il riconoscimento preventivo della loro scarsa utilità in una nazione che ha smarrito se stessa e non è più in grado di recepire idee o considerazioni che riguardino la difesa nazionale, oltreché l’educazione civica dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le presenti note sul servizio militare e l’eventualità di un suo ripristino hanno bisogno di due premesse. La prima riguarda il riconoscimento preventivo della loro scarsa utilità in una nazione che ha smarrito se stessa e non è più in grado di recepire idee o considerazioni che riguardino la difesa nazionale, oltreché l’educazione civica dei suoi figli. La seconda è il rischio che al tempo in cui il ministro degli Interni viene indagato come sequestratore di persona per aver cercato di difendere l’integrità dei confini e il diritto degli italiani di scegliere chi ha il diritto di varcarli, ogni riflessione sul tema scelto possa costituire titolo di reato. Del resto, è stato proprio il diabolico Matteo Salvini (Famiglia cristiana dixit) a sollevare l’argomento alcune settimane fa con una dichiarazione favorevole al servizio di leva obbligatorio. Al riguardo, si è immediatamente levata l’unica voce che aveva il dovere d’ufficio del silenzio, quella di alcuni esponenti militari che hanno bollato l’idea del satanasso milanese, futuro ospite della patrie galere, come “romantica”. Un aggettivo elegante pe<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/P-2-4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-30002 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/P-2-4-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a>r destituirla di fondamento, ridicolizzarla e gettarla nella spazzatura delle dichiarazioni da solleone. Eppure, tanto stupida l’idea dell’ergastolano prossimo venturo non deve essere, se Emmanuel Macron la tradurrà in atti, per la Francia, già dal prossimo anno. Il servizio militare, ad esempio, è tuttora obbligatorio in Germania e in Polonia, tra le nazioni più grandi dell’Unione, per non parlare del modello di difesa territoriale svizzero.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrivente, in materia ha cambiato opinione, favorevole al ritorno della naja, dopo una giovinezza su posizioni opposte. Due righe di spiegazione del passato. Negli ultimi decenni del Novecento, il discredito nei confronti del mondo militare, il disprezzo nei confronti dell’esercito come istituzione e come universo di riferimento, con i suoi principi di disciplina, gerarchia, ordine, difesa della Patria era talmente forte che l’unica soluzione sembrava introdurne la volontarietà e la trasformazione in senso esclusivamente professionale, imitando anche in questo il modello americano.Era un modo per restituire dignità ad una funzione come la difesa nazionale, diventata indifferente al ceto politico, attaccata o ridicolizzata  dal mondo culturale e da quello giovanile. Oggi la pensiamo come Matteo Salvini e come uno dei più importanti intellettuali italiani, lo psichiatra, filosofo e scrittore Claudio Risé, invocando qualche forma di ritorno al servizio di leva nella forma militare, distinta e distante dal servizio civile.</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà italiana, europea e occidentale è quella del degrado, della decadenza generalizzata, della vergogna imposta per la storia comune, per i sentimenti di appartenenza, per qualsiasi forma di compimento di doveri, impegno comune, ordine etico, civile, morale. Con tutti i suoi difetti, il servizio militare può aiutare a restituire carattere e educazione a generazioni che si stanno perdendo nell’indifferenza, nel disimpegno, nella ricerca del piacere e del successo individuale, flaccide o, al contrario, irragionevolmente aggressive, convinte di possedere solo diritti e nessun dovere.  Alcune sere fa ci siamo imbattuti su una rete televisiva locale in un concerto di un coro militare. Ci hanno colpito alcuni elementi; il primo era che nessun canto era recente, segno che il senso di appartenenza, di comunità e di orgoglio è agli sgoccioli. Per converso, l’entusiasmo e gli applausi del pubblico erano scroscianti, commossi, partecipi, come per un desiderio di identità che si trasmetteva anche ai telespettatori. Uno dei coristi spiegava natura, origine e significato dei vari brani. La canzone finale del concerto era la Canzone del Piave. Il portavoce, prima dell’esecuzione, ha sentito il bisogno di pronunciare una sorta di giustificazione, una scusa agli spettatori non richiesta, evocando il clima della prima guerra mondiale, l’eccezionalità di quelle vicende di un secolo fa, fino a un pacifismo di maniera, ipocrita, non sentito, rituale. Il pubblico, però, ha accompagnato la Canzone del Piave con applausi fortissimi unendosi nel canto. Siamo al punto di scusarci dell’amore per la Patria, della memoria di un evento terribile, ma comunque epico. La canzone del Piave è quanto di più politicamente scorretto si possa ascoltare. Immaginiamo i brividi di raccapriccio delle signore Boldrini e dei preti arcobaleno, ascoltando frasi come “far contro il nemico una barriera”. I fanti, muti, marciavano per raggiungere la frontiera, sino al grido finale, liberatorio e potente “il Piave mormorò: non passa lo straniero!”. Per i latini, “si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace, prepara la guerra, ed è una verità assoluta. Il mondo non si basa sulla retorica del &#8220;volemose bene&#8221;, ma sui rapporti di forza, chiunque non sia in grado di difendersi è preda della violenza e dell’aggressione altrui. Ma non si può, non si deve dire, bisogna vergognarci di noi stessi, applaudendo falsi profeti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna retorica sui 600 mila italiani morti, sui milioni di ogni nazionalità, nessuna stupida mistica delle trincee, che furono un orrore, o giustificazione di un massacro in cui è morta l’Europa, fisicamente e moralmente. Ma il nemico, vivaddio, esiste, anche se non si chiama più Austria; esistono le frontiere, con buona pace delle anime belle che non vedono ciò che è chiaro a tutti, ossia le differenze tra i popoli e le civiltà. Esiste lo straniero, cioè l’estraneo, che non va odiato né schiacciato, ma conosciuto, riconosciuto e rispettato nella distinzione. Ed esistiamo (ancora) “noi”, con i problemi di un popolo in discesa, i cui unici valori sono un individualismo astratto, l’edonismo sfacciato, la smania di consumo, la confusione in cui sono saltati tutti i punti di riferimento e nulla ha senso. Chi ne fa le spese sono le ultime generazioni, i troppi che non lavorano e non studiano, immobili, vittime del mercato padrone, di una vita da consumare giorno dopo giorno senza un obiettivo, prigionieri di stili di vita confusi, disorientati, anticamera dell’ansia, della depressione, del ricorso a farmaci o a paradisi artificiali. Contemporane<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/P-3-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-30003 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/P-3-3-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>amente fragili e deboli, subiscono una spinta potentissima alla colpevolizzazione di ogni forma di orgoglio, forza, temperata aggressività, eccetto quella da spendere nel cinismo della competizione per un equivoco “successo” amorale senza esclusione di colpi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il servizio militare dell’Italia repubblicana, metà democristiana metà comunista, era circondato da disprezzo e discredito. I professionisti delle armi persero ogni prestigio sociale, bollati come guerrafondai o direttamente come stupidi (i meno giovani ricorderanno la macchietta del colonnello Buttiglione). Il tempo della naja, come gli italiani hanno sempre chiamato il servizio militare, veniva visto da quasi tutti come un periodo inutile, un’interruzione del percorso della vita e della maturazione. Spesso era vero, tra raccomandazioni, scarsa attenzione all’addestramento fisico e morale, la noia di lunghe giornate vuote in attesa della libera uscita, la “stecca” su cui segnare alla sera un giorno in meno al congedo. Ciononostante, in modi diversi, noi crediamo che oggi non sarebbe inutile il servizio militare per la formazione dei giovani italiani, una bildung rinnovata all’altezza dei tempi. Contemporaneamente, è possibile che la leva possa giovare allo spirito, una volta si sarebbe detto al morale dell’esercito e della nazione intera. Abbiamo respinto la possibilità di un servizio “civile”. Al di là dell’acquolina in bocca di tante associazioni, vere e false cooperative interessate a sfruttare l’impegno generoso dei giovani, la motivazione è netta: c’è necessità di recuperare virtù, attitudini, comportamenti “militari”. Nessuna nazione-caserma, ma per rimettere entusiasmo nella vita di tutti, giovani e adulti, occorre partire da un ordine nei comportamenti fatto di addestramento fisico e mentale, a partire dal rispetto degli orari, della cura di sé e di ciò che ci è affidato, dalla partecipazione a riti e momenti collettivi, alla condivisione della fatica, l’accettazione serena delle difficoltà e dei ruoli, fino a scoprire il proprio posto nei ranghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Più urgente ancora è reagire al processo di domesticazione, come avrebbe detto Konrad Lorenz, tanto avanzato nell’uomo occidentale, che si è spinto sino alla rimozione per stigmatizzazione di ogni pulsione aggressiva. Il ciclo discendente della civilizzazione fu acutamente individuato da Giambattista Vico nella Scienza Nuova “Gli uomini prima sentono il necessario; dipoi badano all&#8217;utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano del piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze. “La fase presente è descritta da Claudio Risé con parole dure come pietre: “bollando come male ogni forma di aggressività, il manierismo politicamente corretto ha impedito di riconoscere e educare aspetti del tutto naturali della vita, con il risultato di moltiplicare esplosioni di violenza incontrollata”. Negare il conflitto genera confusione, sconcerto e diseduca alla realtà. Non è patologia, ma accettazione della vita, equilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">La disciplina è anche autocontrollo e riconoscimento di una corretta gerarchia di principi e valori, in cui si ristabilisce l’esistenza di doveri verso se stessi e la comunità come premessa per l’esercizio di diritti. L’ordine crea chiarezza, rispetto della forza vitale e allontana comportamenti sregolati, eccessivi, autodistruttivi. E’ altresì un’abitudine a mantenere il senso del limite, del deco<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/P-4-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-30004 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/P-4-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>ro e della dignità personale da insegnare a tutti come stile di vita. Un esercito formato esclusivamente da professionisti non serve a questi fini.Vi prevarranno rapidamente, insieme agli strati più bassi della società, personalità incolte, violente o borderline, come sta accadendo nell’esercito americano, ovvero si dovrà fare ricorso a stranieri del tutto disinteressati allo spirito della nazione. Così accadde a Roma al tempo di Caracalla, come all’epoca di Nicolò Machiavelli che vide l’Italia percorsa da eserciti stranieri in lotta, formati da mercenari dediti al saccheggio e alla violenza, e scrisse pagine importanti sulla superiorità degli eserciti di popolo. Oggi viviamo in una società che Lorenz definì di allevamento, di consumatori compulsivi e indisciplinati. L’esercito può costituire un argine alla prevalenza del tipo umano chiamato da Julius Evola quinto stato, la suburra urbana volgare, brutale, priva di sentimenti, dedita al puro istinto. La caratteristica che tale umanoide condivide con i rampolli della famiglie post borghesi è il narcisismo, un male che la vita militare cura efficacemente con l’attività, la gerarchia, la disciplina, il senso comunitario, la potente struttura simbolica.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è ancora di più, ed è il ritorno indispensabile di concetti come l’onore, il senso di sé di fronte agli altri ma innanzitutto in riferimento al personale universo di valori, la forza messa a disposizione degli altri, l’ardimento, ossia il coraggio fisico unito alla tempra morale. Inoltre, l’esercito insegna che purtroppo non tutti i conflitti possono essere risolti con il dialogo, questo insopportabile mantra dietro il quale si nascondono imbrogli, viltà, opportunismo, tradimenti. L’esercito prepara ad affrontare le evenienze più difficili, e costituisce un’efficace palestra di fortezza comportamentale. Incidentalmente, obbliga anche a curare l’igiene personale, tenere in ordine i propri spazi e le proprie cose, con benefici per quel minimo di decoro civile di cui avvertiamo la perdita. La stessa possibilità della guerra, messa realisticamente in conto, è un antidoto potente contro la violenza aggressiva, la tracotanza, l’errato giudizio sugli altri, la sopravvalutazione di sé. Purtroppo, ogni considerazione svolta vale solo se il nostro popolo vuole continuare a essere tale, mantenere un posto nel mondo, ambire al futuro. Le speranze sono poche, le prospettive buie. Non sarà la naja a salvare la nazione, ma potrà forse ridarle un briciolo di vitalità attraverso i valori permanenti, le “idee senza parole”. Forse. Nella speranza che avesse ragione un italiano strano e discutibile, Curzio Malaparte, ad affermare che non tutto è perduto finché tutto non è perduto.</p>
<p>ROBERTO PECCHIOLI</p>

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		<title>Riflessioni non ecumeniche sulla famiglia tradizionale &#8211; Alessandro Cavallini</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2016 06:53:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questi ultimi mesi, all’interno del dibattito politico nazionale, si è discusso molto del concetto di famiglia. Da una parte i sostenitori della famiglia basata sul diritto naturale ed unicamente eterosessuale; dall’altra chi sostiene che la famiglia possa essere anche formata da una coppia omosessuale, azzardando addirittura, in alcuni casi, la possibilità di adottare bambini. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In questi ultimi mesi, all’interno del dibattito politico nazionale, si è discusso molto del concetto di famiglia. Da una parte i sostenitori della famiglia basata sul diritto naturale ed unicamente eterosessuale; dall’altra chi sostiene che la famiglia possa essere anche formata da una coppia omosessuale, azzardando addirittura, in alcuni casi, la possibilità di adottare bambini. Eppure, dietro la facciata di un’irriducibile dicotomia, le due posizioni hanno il medesimo fondamento: la famiglia intesa come nucleo ristretto, figlia della rivoluzione borghese del ’89, basata sull’amore in “stile Mulino Bianco”. Due genitori che si amano, un figlio (due sarebbero troppo costosi da mantenere…) e magari un cane. I nonni e gli zii deceduti oppure affidati alle dolci cure di qualche badante dell’Est. Sembra di vedere una soap opera televisiva ma è su questo concetto di famiglia che oggi i politici si azzannano (tra loro anche qualche rappresentante della destra radicale, ma evitiamo di aprire una discussione su questo…).</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la Tradizione europea dei nostri antenati aveva tutt’altra idea della famiglia. Nella Grecia antica il matrimonio era la conseguenza di un contratto stipulato tra il padre della sposa e lo sposo. Tanto è vero che se una coppia conviveva prima della stipula di questo contratto, la loro unione era considerata illegittima. Per quanto riguarda Roma, se il diritto romano prevedeva la monogamia, ammetteva ugualmente  la prostituzione, il concubinato, il sesso extraconiugale, il sesso omosessuale ed il sesso con gli schiavi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma allora su cosa si fondava la famiglia nella nostra Antichità? Basti pensare al termine matrimonio, letteralmente <em>dovere della madre</em>, cioè la procreazione. Infatti il matrimonio serviva proprio a questo: normalizzare la filiazione, distinguendo tra figli legittimi, all’interno del matrimonio, e naturali, al di fuori dello stesso. La distinzione è talmente sentita nella nostra cultura, che solamente nel 2012 la legge italiana ha cessato di parlare di figli legittimi e naturali, sostituiti dall’unica locuzione generica di figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale normalizzazione non aveva alcunché di sentimentale. Al matrimonio, infatti, si affiancava il <em>patrimonio</em>, il dovere del padre, cioè l’insieme dei beni materiali. L’obiettivo principale del coniugio era garantire la conservazione dell’asse ereditario, di padre in figlio, maschio, nell’ambito dello stesso nome, dello stesso patronimico.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/01/untitled.png" target="_blank" rel="attachment wp-att-11008 noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-11008 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/01/untitled.png" alt="untitled" width="219" height="231" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Gli Antichi, non ancora infettati dal virus della modernità, sapevano bene che la famiglia non era una questione di cuore ma il legame che univa gli antenati alle generazioni presenti e future. Basti pensare a quanto scritto da Platone ne <em>La Repubblica</em>, dove si dichiarava favorevole all’aborto come mezzo di pianificazione familiare e di contenimento delle dimensioni della popolazione. Ed il primo controllo sulla popolazione avveniva proprio in materia di matrimonio. La procreazione doveva infatti avvenire solo all’interno di matrimoni legittimi e nell’età di maggior vigore fisico ed intellettivo degli individui (20-40 anni per le donne, fino a 50 per gli uomini). Adempiuto il dovere procreativo, le persone dovevano poi essere lasciate libere di relazionarsi con chiunque volessero, purchè appunto non generassero più. In caso di concepimento, il feto doveva essere abortito oppure il neonato soppresso o esposto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai più queste posizioni potranno sembrare aberranti o disumane. Lo stesso giudizio sarebbe sicuramente espresso dagli Antichi di fronte al matrimonio omosessuale o all’idiozia del “genitore 1, genitore 2”. Si tratta di visioni del mondo contrapposte, da una parte la Tradizione dall’altra la modernità. Rielaboriamo perciò il concetto originario e tradizionale di famiglia. Così facendo potremmo sperare nella rinascita del Vecchio Continente, non certo marciando a fianco di chi ciancia di giusnaturalismo e/o di famiglie borghesi.</p>

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