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	<title>della Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>I miti greci hanno annunciato Gesù Cristo. La rivelazione del Cristo nella cultura greca e la progressione della Rivelazione nella storia umana.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Oct 2023 12:33:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“O sommo Giove / che fosti in terra per noi crucifisso” Dante Alighieri, Purgatorio VI, 118-119 C’è una convinzione di fondo nell&#8217;immaginario collettivo, ossia che la venuta di Gesù Cristo, ovvero l’incarnazione e il suo mistero, sia stata annunciata esclusivamente e soltanto dal Vecchio Testamento, cioè dalla cultura ebraica, e nel concetto del Messia che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">“O sommo Giove / che fosti in terra per noi crucifisso”<br />
Dante Alighieri, <em>Purgatorio</em> VI, 118-119</p>
<p style="text-align: justify">C’è una convinzione di fondo nell&#8217;immaginario collettivo, ossia che la venuta di Gesù Cristo, ovvero l’incarnazione e il suo mistero, sia stata annunciata esclusivamente e soltanto dal Vecchio Testamento, cioè dalla cultura ebraica, e nel concetto del Messia che sarebbe dovuto venire e portare la salvezza agli uomini.</p>
<p style="text-align: justify">Io credo, invece, che l’annuncio di questo mistero della venuta di Gesù Cristo sia stato dato anche e soprattutto dai miti greci, dalla cultura greca. San Giustino Martire, apologeta cristiano, parlò di un concetto che si chiama <em>logoi spermatikoi</em>, cioè il fatto che il Logos, che è Cristo, ha disseminato in tutta la storia il suo seme, cioè il seme della Sua verità.<br />
Questa Sua salvezza non agisce soltanto in una direzione temporale, cioè dal passato al futuro, secondo la nostra prospettiva. Non è che il Cristo inizia ad esistere quando nasce Gesù. Con Gesù il Cristo ha l’incarnazione, ma il Cristo è coesistente al Padre, cioè a Dio, all’inizio di tutti i tempi, per cui è dal nostro punto di vista umano, dalla nostra prospettiva che c&#8217;è un senso del tempo, cioè uno sviluppo passato presente futuro, che invece Dio, che è eterno, non percepisce.</p>
<p style="text-align: justify">Per la Sua Grazia, cioè per la Sua accondiscendenza alla condizione umana, il Dio si disvela all’uomo nei suoi momenti storici, e gli viene dato quello che l&#8217;uomo è capace di comprendere in quel momento storico preciso, cioè in pratica è come dire che a un bambino che sta crescendo, si sta sviluppando, sta trovando la sua dimensione, gli si spiegano certe cose, e ad un ragazzo più grande se ne dicono altre. Quindi c&#8217;è un concetto che è quello della progressione della rivelazione, che ha a che fare con l&#8217;uomo storico.<br />
Questo però non significa assolutamente, come si diceva, che il Cristo non agisca in tutti i tempi. Occorre uscire da questo concetto sbagliato che tutti i popoli venuti prima di Gesù, i popoli antichi, indiani, greci e altre civiltà, siano del tutto estranei a questa partecipazione alla salvezza. Non è così, ovviamente questi non hanno conosciuto l&#8217;incarnazione, però i sapienti antichi hanno percepito, e quelli che hanno voluto accogliere questo messaggio che viene dal Cristo, hanno capito e percepito sia l&#8217;avvento del Cristo sia la Sua grande Rivelazione ovvero che Dio è sceso e si è incarnato.</p>
<p style="text-align: justify">Sono molti gli esempi che si potrebbe citare, soprattutto e in particolare nel mito greco. Dante nel Purgatorio, parla di Giove crocifisso, si richiama cioè al Dio latino Giove, il greco Zeus, quindi paragona il Dio cristiano al Zeus degli antichi.</p>
<p style="text-align: justify">Non dimentichiamo che la stessa parola Dio deriva dal latino Deus, che a sua volta è il greco Zeus.<br />
Il genitivo di <em>Ζεύς</em> (Zeus) è infatti <em>Διός</em> (<em>Diòs</em>).<br />
Il <em>Deus</em> latino era anche il <em>Divus</em>, lo splendente, e il Dies, il giorno luminoso. Dall’indoeuropeo si ha la matrice <em>Diu/Deu</em>, col significato di brillante.<br />
Dio vuol dire splendente, colui che porta la luce, e quindi tutta la simbologia connessa, pensiamo, all&#8217;antico <em>Deus Sol Invictus</em>, il sole immortale, che poi venne associato al Cristo. “La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo”, dice San Giovanni (Gv 1,10).</p>
<p style="text-align: justify">Conveniamo tutti che il mondo greco è un mondo politeista, però non dimentichiamo che in questa poliedricità di forze vi è un padre, perché è proprio chiamato padre degli Dèi Zeus, Zeus come Dio padre.<br />
Sant’Agostino d’Ippona era dell’idea, che qui abbracciamo, che prima di Gesù, semplicemente, non sapevano dare un nome a quella Verità ma non è che non ci fosse la verità nel passato, c&#8217;era, era intuibile, comprensibile da quei sapienti, da quei sacerdoti, da quei poeti che attendevano la venuta di una salvezza che poi si è verificata con l&#8217;incarnazione di Gesù Cristo.</p>
<p style="text-align: justify">“In effetti quella che ora prende il nome di religione cristiana, esisteva già in antico e non fu assente neppure all’origine del genere umano, finché venne Cristo nella carne. Fu allora che la vera religione, che già esisteva, incominciò ad essere chiamata cristiana.”<br />
Agostino d’Ippona, <em>Ritrattazioni</em> I, 13. 3</p>
<p style="text-align: justify">Gli esempi in cui il mito greco annuncia il Cristo sono molti a partire da Ermete, il Dio Ermete aveva l&#8217;appellativo di ἄγγελος (<em>Anghelos</em>, messaggero), cioè era un Dio chiamato psicopompo, che coniugava, metteva in mediazione il mondo celeste con il mondo terrestre. Pensiamo soltanto che lo stesso San Paolo nella lettera a Timoteo dice di Cristo che Egli è “mediatore fra Dio e gli uomini”, quindi la figura di un Dio mediatore fra Dio e gli uomini è presente nel mondo greco come nel cristianesimo.<br />
Nel mito greco è presente anche la discesa di un Dio che va al servizio dei mortali.<br />
Il Dio Padre, il Sommo Zeus, inviò suo figlio sulla terra a parlare in suo nome.<br />
Lo ricorda Eschilo, nelle <em>Eumenidi</em> (616), quando Apollo, al processo contro Oreste, si fece portavoce e vicario di Zeus dicendo:<br />
“Egli agisce secondo giustizia. Seguite il volere del Padre”<br />
E Apollo, Dio della Luce, pur essendo Dio, fu mandato da Zeus a trascorrere nove anni al servizio di un mortale di nome Admeto divenendone il suo pastore.<br />
È straordinariamente significativo che lo stesso Gesù si presenterà in seguito come “il buon pastore” (Gv 10,11).</p>
<p style="text-align: justify">Pensiamo ancora al mito di Prometeo, il titano che ruba il fuoco agli Dèi per donarlo all&#8217;uomo, agli uomini, un atto, appunto, che porta quello che è divino e prerogativa soltanto del divino per darlo alla creatura umana, un gesto che gli costerà l&#8217;essere “crocifisso”, perché il mito vuole che venga incatenato nel Caucaso nel mentre un’aquila gli apre il costato, da cui esce, il cosiddetto icore, non c’era il sangue nei titani, bensì una specie di sangue divino, ma non inteso come carnale, come quello degli uomini, però la simbologia è straordinariamente simile, cioè abbiamo un semidio, il titano, che porta la conoscenza prerogativa di Dio all’uomo e viene per questo legato e squarciato.</p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo altri esempi innumerevoli, pensiamo soltanto a quello che è il più grande mito dell&#8217;antichità ovvero quello del Vello d’oro. Un mito più antico dell&#8217;Iliade e dell&#8217;Odissea, tant&#8217;è che Omero già conosce le vicende di Giasone e gli Argonauti. Omero cita come antecedente alla guerra di Troia questi eventi, abbiamo questo Giasone, aspirante re della Grecia, che parte con questa immane spedizione degli Argonauti a recuperare il Vello d’oro.<br />
Cos’era il vello d’oro? Era la pelliccia dorata di un ariete sacro che il Dio Ermete consegna a Nefele per permettere ai suoi figli Frisso ed Elle di fuggire al sacrificio che li attendeva in sorte. Il Vello viene poi sacrificato al padre degli Dèi e messo su una quercia sacra e lì custodito da una serpe insonne finché Giasone compie la spedizione per andare a recuperarlo. Il Vello d’oro avrebbe dovuto garantire la cura di ogni malattia e quindi dare l’immortalità al suo possessore.<br />
Abbiamo nuovamente il Dio Ermete, Dio dell’Unità fra cielo e terra, che dona agli uomini il Vello, che altri non è che la Luce. Custodito dal Re Eeta nella Colchide, non a caso il Re è figlio del Dio sole (Elio).</p>
<p style="text-align: justify">“Atamante forzato dai villani condusse Frisso all’altare. Ma Nefele col favore degli Dei, apparendo, rapì Frisso ed Elle; ed avuto da Mercurio (Ermete) un montone che avea il vello d&#8217;oro, lo consegnò ai figli”<br />
Apollodoro, <em>Biblioteca</em>, Libro I, Capo IX, 1</p>
<p style="text-align: justify"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-58335 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/10/Frisso-vola-sullariete-dal-vello-doro-Crisomallo-poi-donato-ad-Eete-Re-della-Colchide.-Pittura-su-piatto-conservato-a-Berlino-Staatliche-Museen-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify">Pensiamo a moltissime analogie: il Vello che garantisce il guarire da ogni malattia, pensiamo quindi al mantello di Gesù (quindi al vello) che cura l’emorroissa col semplice tocco, quindi il vello di Gesù guarisce come il Vello d’oro.<br />
“E lo pregavano di poter toccare almeno l’orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guarivano”<br />
<em>Matteo</em> 14,36<br />
Pensiamo al giardino Edenico che custodiva l’albero della conoscenza del bene e del male, protetto dalla serpe, nel mito greco invece il Vello d’oro è custodito in un bosco sacro, su una quercia sacra al Padre e protetto da una serpe.<br />
Il Mito del Vello d’oro è così una anticipazione della venuta di Cristo, un segno di quei <em>Logoi spermatikoi</em> tanto cari a San Giustino Martire. Ne è prova anche il fatto che il nome Giasone, in greco <em>Ἰάσων</em> (<em>Iasōn</em>), deriva dal verbo <em>ιασθαι</em> (<em>iasthai</em>, “guarire”) con il significato di “guaritore”.<br />
Giasone si chiamava anche il sommo sacerdote che custodiva il Tempio di Gerusalemme del II secolo a.C. Ma non è tutto, occorre dire che in ogni caso <em>Eason</em> è la forma ellenizzata del nome ebraico יְ<em>הוֹשֻׁעַ</em> ovvero <em>Yehoshua</em>, che in italiano è tradotto con Gesù. Solo coincidenze? O ancora una volta i poeti antichi volevano indicare ai posteri verità eterne?</p>
<p style="text-align: justify">Abramo, con il sacrificio di Isacco, poi differito nell’ariete, preannuncia la Croce di Cristo.<br />
Cristo, agnello sacrificale, si offre in sacrificio al Padre per l’umanità. Prima di Lui l’ariete sacro a Ermete, viene sacrificato da Frisso al Padre degli Dei, Zeus. Come Cristo, anche il Vello d’oro è la Via dell’Unità e della guarigione, guarigione dall’unica grande malattia: quella della separazione dal divino.<br />
“Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in sacrificio invece del figlio.”<br />
<em>Genesi</em> 22,13</p>
<p style="text-align: justify">Quello che è importante sottolineare è che l’annuncio della venuta di Gesù non è unicamente relegato alla cultura giudaica, quindi semitica, ma anzi appartiene, soprattutto, alla cultura indo-europea e greca. Gesù è stato annunciato dai Miti greci e il Mito del Vello d’oro ne è la prova più lampante.<br />
L’uomo macchierebbe di cecità nel non considerare che l’intera storia universale dell&#8217;uomo e le sue civiltà sono abbracciate da un’unica verità, esse sono abbracciate in un modo uniforme ed espanso, non si può assolutamente considerare la verità di Cristo dal punto di vista così meramente meccanico del passato-presente-futuro ed essere così ingenui da ritenere che prima di Gesù i popoli e le civiltà fossero tutti degli ottusi e dei mutilati di Dio.<br />
Non è assolutamente così, anzi, chi ha intuito la grandezza di questa verità concorre a formare un unico corpo vivente che è la storia poiché la storia va considerata come un organismo vivente che concorre fisiologicamente a formare un tessuto unico e vivente. Prima il Dio Ermete univa cielo e terra, Ermete Dio dell’unità, il Vello quindi nel mito greco era proprio questa unità contesa fra oriente e occidente, anche le vesti del Cristo furono contese, quindi il mistero dell’incarnazione è onnipervasivo, agisce anche e soprattutto a ritroso nel tempo e il mito greco, io sono veramente convinto di questo, è l’annuncio, l&#8217;annuncio stesso della venuta di Cristo.<br />
Non è possibile continuare in queste divisioni che si alternano: gli ortodossi contro i cattolici, gli antichi contro i moderni; c&#8217;è una sola verità e questa verità si chiama Gesù Cristo, non è possibile pervenire alla comunione con questa verità continuando a pensare ad una divisione fra passato e futuro, fra antichità e modernità e fra i miti e il cristianesimo.</p>
<p style="text-align: justify">Emanuele Franz</p>
<p style="text-align: justify">08.10.2023</p>

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		<title>Economia della misura &#8211; Rita Remagnino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rita Remagnino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 2021 07:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La caduta, la cattura, l’abbandono, la nostalgia, l’intorpidimento, il sonno e l’ebbrezza sono motivi ricorrenti nella narrativa tradizionale eurasiatica. Uno per tutti valga l’Inno della Perla, un racconto gnostico conservato negli Atti di Tommaso e articolato proprio attorno al tema dell’amnesia che ciclicamente colpisce il genere umano. Un Principe giunge dall’Oriente per cercare in Egitto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La caduta, la cattura, l’abbandono, la nostalgia, l’intorpidimento, il sonno e l’ebbrezza sono motivi ricorrenti nella narrativa tradizionale eurasiatica. Uno per tutti valga l’<em>Inno della Perla</em>, un racconto gnostico conservato negli Atti di Tommaso e articolato proprio attorno al tema dell’amnesia che ciclicamente colpisce il genere umano.<br />
Un Principe giunge dall’Oriente per cercare in Egitto la perla unica che si trova in mezzo al mare circondata da un serpente e protetta dal suo sibilo sonoro, ma qui viene catturato dagli uomini di quel paese e portato in una maestosa costruzione di pietra. La stanza che lo ospita è piccola e accogliente. Il letto è soffice. Dalla finestra a sei riquadri si vedono la piazza di un mercato affollato e due angoli di strada.<br />
Ogni giorno i padroni di casa gli danno da mangiare del cibo molto gustoso e da bere del buon vino. Nessuno gli chiede di lavorare e abiti di fogge a lui sconosciute avvolgono adesso le sue forme. Non è difficile per il giovane adattarsi a quella vita agiata, e presto egli dimentica persino la sua identità.<br />
In capo a un anno non ricorda più il volto di suo padre, né quello di sua madre, della nutrice che lo ha allevato e dei suoi servi. Dimentica anche la perla per cui è stato mandato in Egitto poiché le comodità di quel posto lo hanno sprofondato in un torpore profondo.<br />
Per vie traverse i genitori lo rintracciano e gli scrivono una lettera che vola a destinazione come un’aquila, discendendo su di lui come una colomba. Il Principe la prende tra le mani e la bacia, com’è sua abitudine. Infrange il sigillo e lascia che quelle righe cantino per lui come un usignolo: “<em>Da tuo padre, il re dei re, e da tua madre, sovrana dell’Oriente, e da tuo fratello, nostro secondogenito, a te, nostro figlio, salute! Risvegliati e sollevati dal tuo sonno, e ascolta le parole della nostra lettera. Ricordati che sei figlio di re. Guarda in quale schiavitù sei caduto. Ricordati della perla per cui sei stato inviato in Egitto</em>”.<br />
Incredulo il giovane scopre così che quel messaggio concorda con ciò che è scolpito da sempre nel suo cuore e di tanto in tanto i sogni riportano a galla. Ricorda all’improvviso di essere figlio di genitori regali. Ricorda la perla per cui è stato inviato in Egitto, e finalmente parte per la sua missione. Trova il serpente dai sibili sonori, lo ipnotizza pronunciando il nome potente di suo padre, e non appena la bestia cade in un sonno profondo prende la perla e torna a casa.<br />
Qualsiasi origine abbia questo mito (probabilmente iranica) il suo messaggio è universale, presentando in forma inequivocabile <strong>la tendenza innata dell’uomo a cadere ciclicamente nell’oblio</strong> determinato dalla mollezza, così che l’anima dimentica la sua identità, il suo soggiorno d’origine, il suo vero centro, il suo essere eterno. Non per sempre, ma per un po’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il tema dell’eclisse del lume non interessa solo l’individuo ma riguarda qualsiasi società umana, come ben sappiamo noi cittadini di un’unione di Stati narcotizzati da mezzo secolo di comodità. Il nostro sonno secolare si chiama «liberismo», e dapprincipio anch’esso aveva dato l’impressione di favorire una condizione di pace e benessere.<br />
Una prima missiva ci è stata recapitata dall’aquila (calva) nel 2007-8 e conteneva un verdetto inappellabile: <strong>«l’Europa ha bisogno di gravi crisi economiche per fare passi avanti»</strong>. Ma non ci siamo svegliati. Consistenti parti di sovranità nazionale sono state così cedute a grossi investitori, multinazionali, fondi speculativi. Noi dormivamo e al posto nostro decidevano operatori specialistici come Goldman Sachs, Gp Morgan, Morgan Stanley, delegando ad agenzie private di <em>rating</em> (sempre di loro proprietà) il compito di valutare l’affidabilità economica degli Stati d’Europa sulla base di un principio truffaldino: il debito pubblico.<br />
Increduli come il principe della leggenda un bel giorno abbiamo aperto gli occhi; giusto in tempo per assistere all’innesco del processo di <strong>«rifeudalizzazione della società»</strong> finalizzato a riportare tutti i capitali, grandi e piccoli, nelle mani dei Signori della Tecnofinanza in cambio di vitto, alloggio e precarietà.<br />
Le linee guida del progetto sono state presentate nel 2014 al <em>World Economic Forum</em> di Davos dal suo ideatore, Klaus Schwab, per essere poi perfezionate dall’Agenda 2030, che al netto della melassa di cui è ricoperta prevede un futuro distopico degno del miglior film di fantascienza. La sfiducia tra governi e cittadini crescerà, il potere politico arretrerà davanti a quello economico, le piccole industrie e la piccola proprietà privata verranno abolite, ovunque ci saranno tecnologie di sorveglianza biometrica, la censura dei media e dei social media reprimerà il dissenso, il poco lavoro rimasto sarà svolto a domicilio.<br />
In assenza di un’alternativa conclamata, che non si capisce bene da quale parte della galassia dovrebbe arrivare, <strong>l’Europa sospesa tra la memoria e l’attesa</strong> continua a rifiutare la parola, il gesto, l’azione. Si adegua alle altrui decisioni limitandosi a constatare i danni, prende le misure delle crepe sempre più profonde incise dal lungo sonno nella struttura complessiva, ma niente di più.<br />
L’addormentamento ha ucciso la sua proverbiale audacia? Come sono arrivati a questo punto popoli di indomiti guerrieri, raffinati pensatori, geniali scienziati e fondatori d’importanti civiltà? E’ possibile fare una genesi del liberalismo, tentare una esegesi del suo farsi mondo nella contemporaneità?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">La catena delle concause è lunga e intricata. Un’enciclopedia potrebbe solo elencarne le maglie, senza tuttavia esaminare adeguatamente gli addentellati. Ma almeno una veduta a volo d’uccello può essere colta e considerata, tenendo presente che <strong>prima di Platone e Aristotele l’«economia» era sconosciuta all’umanità</strong>, non essendovi distinzione alcuna tra la vita in generale e la cosiddetta «vita economica».<br />
Grosso modo il tarlo s’insinuò nel corpo della società europea a partire da Paolo (<em>Ai Romani</em>, 9, 16), che introdusse nella discussione uno dei più esplosivi concetti teologico-filosofici che a quell’epoca si potessero immaginare: che si venga o meno salvati “<em>non dipende né da chi vuole, né da chi corre, ma da dio che usa misericordia</em>”.<br />
Agostino aggiunse che non solo la redenzione ma anche ogni intelligenza razionale era atto di grazia divina, per lo meno da quando Adamo aveva sottratto all’uomo la libertà di agire innocentemente. Su questo punto Lutero si disperò, Melantone superò l’ostacolo con la diplomazia, Calvino lo elevò a verità centrale, a «terribile decreto», come lo chiamava. Ma con riserva: il principio di predestinazione era «inoppugnabile e fatale», pur tuttavia l’individuo poteva stimare quanto fosse nelle grazie del Signore dal proprio successo, o insuccesso, nella vita.<br />
Il ponte tra le antiquate dottrine teologiche e l’ideologia economica moderna era gettato. L’Europa lo attraversò rapidamente, e oltre il guado l’invenzione della stampa a caratteri mobili contribuì a rendere l’uomo un soggetto autonomo «riflettente» in grado di chiamarsi fuori dalla comunità. Il tutto a spese dell&#8217;<em>homo naturaliter</em>, che fino a quel momento aveva basato la propria vita su una visione animistica.<br />
Dalla fusione del mercato locale con il commercio internazionale nasceva intanto il mercato liberale, al quale <strong>Thomas Hobbes (1588-1679)</strong> diede dignità filosofica interpretando la Natura come il «luogo delle relazioni meccaniche tra corpi in moto». Una visione moderna sulla quale la scienza mise immediatamente il cappello, finendo per ridurre il mondo naturale a una dimensione meramente quantitativa leggibile attraverso la matematizzazione.<br />
Si aprivano le porte (infernali) dello sfruttamento illimitato delle risorse di cui il Terzo Millennio sta pagando i salatissimi interessi. L’ambiente divenne il luogo del conflitto perenne, un campo di battaglia dal quale il singolo soldato poteva uscire solo delegando <em>in toto</em> la libertà individuale allo Stato assoluto.<br />
Ma poiché la proposta era tutt’altro che liberale, <strong>John Locke (1632-1704)</strong> precisò che si trattava solo di una «delega parziale» a vantaggio dello Stato. Niente di definitivo, insomma, l’individuo e i suoi diritti non erano in discussione. Tuttavia appariva chiaro che la famiglia sociale cominciava ad essere un po’ troppo numerosa e qualcuno dei suoi membri avrebbe dovuto fare le valige e andarsene, se si voleva permettere agli altri di proseguire sulla strada dello sviluppo.<br />
Come sempre accade in questi casi si decise di sacrificare l’elemento più anziano del gruppo, ovvero il principio di «bene comune» che per millenni aveva retto e fatto prosperare le società eurasiatiche di matrice indoeuropea. La sua dipartita favorì l’ingresso della competizione, così che la vita divenne una gara senza fine. Nulla di cui preoccuparsi, disse <strong>Adam Smith (1723-1790)</strong>, perché il perseguimento dell’interesse privato (che l’etica antica giudicava un vizio) era assimilabile alla produzione del bene comune (la virtù). E anche stavolta le apparenze erano salve.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Le istanze filosofiche di Hobbes, Locke e Smith si coagularono attorno a tre assi portanti: l’affermarsi dell’individualismo, la creazione di danaro attraverso la ricerca tecnico-scientifica, il supporto di uno Stato Nazionale disposto ad impegnarsi nella moltiplicazione del capitale. Partendo da queste premesse la rivoluzione industriale inglese costruì una vera e propria azione politica volta al consolidamento della «ragione strumentale», o liberale, la cui ascesa fu rapida e inarrestabile.<br />
Diligentemente gli Europei si adeguarono alle nuove regole rimuovendo dalla strada tutti gli ostacoli che si frapponevano fra l’essere profondo e l’avanzata trionfale che l’Ego individuale si riprometteva, aiutati nella digestione del rospo dall’<strong>«etica protestante del capitalismo»</strong> che giustificava teologicamente sia la ricchezza sia l’aspirazione ad essa.<br />
Il passo successivo fu l’intronizzazione della <strong>«mano invisibile»</strong> indicata dal padre del liberismo Adam Smith come il regolatore dei mercati. Oggi gli altari di quella religione sorgono a Manhattan e sono alti da far paura, oltre che inaccessibili. Li protegge il sacro dogma dell’Economia, cioè quella cosa mostruosa che ha spinto la somma totale di denaro presente nel mondo fino a 60 trilioni di dollari, sebbene in concreto le monete e le banconote circolanti non arrivino a 6 trilioni di dollari, perché il resto esiste solo sui server dei computer.<br />
Attualmente gran parte delle transazioni commerciali viene eseguita trasferendo dati elettronici da un computer a un altro, senza alcuno scambio di soldi tangibili né merci, e l’introduzione a tappeto della moneta digitale prevista dalla Quarta Rivoluzione Industriale porterà i movimenti virtuali all’esasperazione. Ne consegue che sotto i nostri piedi c’è attualmente un mondo finto che potrebbe sparire da un momento all’altro, e senza preavviso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">L’ingranaggio liberista oggi non potrebbe funzionare senza il fattivo apporto dello scientismo dogmatico, che sforna a pieno ritmo dai laboratori tecnologici e farmaceutici prodotti sempre più promettenti e accattivanti. Mente e corpo possono dormire sonni tranquilli. Altrettanto non si può dire del mondo interiore, che svuotato di ogni senso continua a riempirsi di effimero, ovvero del <em>novum</em> che il mercato incessantemente propone a «ottimi prezzi».<br />
La separante avidità di beni materiali, il mito del successo e la brama di ricchezze hanno messo in ombra gli insegnamenti spirituali delle grandi civiltà europee del passato, sbriciolando un patrimonio culturale dal valore inestimabile. Ciò nonostante al capezzale dello Spirito l’accumulo mondializzato di ricchezza continua imperterrito a portare soldi nelle casse di un gruppuscolo di nababbi in perenne conflitto con il «limite interno». Resta da capire per quanto tempo ancora il capitale potrà moltiplicare se stesso.<br />
Ipotizzando l’approssimarsi del punto di rottura, che prima o poi arriva, <strong>non sarebbe più saggio cominciare a ragionare nella prospettiva di un «dopo»?</strong> L’Europa ce la farà a soppiantare l’ordoliberismo con un nuovo socialismo? Non un marxismo vecchio stampo, che non reggerebbe ai colpi della modernità, ma una visione realmente rivoluzionaria capace di coniugare le necessità contingenti con il <em>pensiero di Tradizione</em> che appartiene all’Europa prima d’ogni altro paese al mondo.<br />
Piedi radicati nella Storia e sguardo puntato sui futuri ricongiungimenti famigliari tra i popoli affini che abitano l’Eurasia. Solo in questa prospettiva si può pensare a un’azione capace di riabilitare il <strong>«lavoro vivo»</strong>, che è l’unica cosa in grado di porre un freno agli eccessi e alla dismisura, quint’essenza della «ragione liberale».<br />
Proprio la dismisura ci ha portato a considerare ogni persona, come ogni cosa, in relazione a un prezzo. Così i farmaci che dipendono da un brevetto non vengono venduti a chi ne ha bisogno ma al miglior offerente, gli spazi urbani sono regolarmente privatizzati, le strade commercializzate, e c’è persino un biglietto da pagare per sdraiarsi su una spiaggia a prendere il sole.<br />
Le valutazioni economiche si estendono ai fiumi contenuti dalle dighe, alle foreste disboscate, ai mari lottizzati, all’acqua imbottigliata e messa sul mercato, ai sistemi di conoscenza tradizionali saccheggiati attraverso norme di proprietà intellettuale, alle scuole trasformate in imprese volte al profitto, ai luoghi di cura divenuti aziende ospedaliere. Il risultato di queste grandi manovre è assai deludente: non siamo più liberi, più ricchi, più felici. Solo più disincantati, e difatti la vita umana procede da decenni verso una generale perdita di senso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">E’ ora di decidere cosa vogliamo fare da grandi. Chiaramente il futuro della debole e impaurita Europa non sarà politico (sullo scacchiere internazionale abbiamo un’influenza prossima allo zero) né industriale (non siamo competitivi su scala mondiale). Altri si occuperanno di questi settori con più possibilità e migliori risultati. In compenso gli Stati dell’Unione sono ricchi di competenze poiché in molte regioni sopravvivono ancora gli artigiani in grado di fare uscire qualcosa di unico dalle proprie mani. Muratori e architetti capaci di «lavorare» sulle dimore dei vivi e dei morti in modo da creare un flusso di armonia, agricoltori e cuochi in grado di estrarre dalla terra e cucinare prelibatezze che altrove si sognano, sarti dallo stile unico, tecnici ingegnosi e propositivi.<br />
Incredibile a dirsi ma la tecnologia non ha annientato queste figure professionali, e saremmo degli stupidi se adesso non ci concentrassimo sulle possibilità inesplorate del «lavoro vivo» derivante dalla Tecnica. Sempre meglio di perdersi in fantasticherie sulle potenzialità (tutte da vedere, e comunque non infinite) della Tecnologia.<br />
Nel vero lavoro c’è la fonte di ogni valore aggiunto, di ogni accrescimento personale come di ogni profitto. Tutto. Non è campata in aria l’idea di edificare il prossimo modello di sostentamento su <strong>quell’Archè che a dispetto delle apparenze è sempre vivo tra noi</strong> e ancora ci parla attraverso simboli e paesaggi, profumi e sapori, afflati e slanci poetici sgorganti dall’autentica natura europea.<br />
Già stanno tornando ad esercitare un certo fascino sull’immaginario collettivo idee sempreverdi quali <strong>«comunità»</strong> e <strong>«bene comune»</strong>. In ogni angolo d’Europa unioni di giovani (pochi ma buoni) si stanno spendendo per costruire orti urbani, laboratori artigianali, banche del tempo, gruppi di acquisto solidale, centri di baratto, cucine popolari, esperienze culturali condivise.<br />
Un domani potrebbero essere queste le «armi europee» per combattere l’assalto finale delle forze infernali dell’ordoliberismo, gettando i semi di una società capace di superare il Mercato e lo Stato. Sarebbe comunque tempo perso pensare di poter contare sull’appoggio degli eurocrati di Bruxelles, che provenendo da un’«educazione americana» neanche capiscono le potenzialità e il valore aggiunto di proposte del genere.<br />
Toccherà ai cittadini europei riuniti in piccole comunità darsi daffare, magari rinunciando a qualcosa. Poco male, non sta scritto da nessuna parte che una vita per dirsi tale debba riempirsi di roba inutile comprata il «venerdì nero» sulla piattaforma di acquisti più famosa del mondo, che naturalmente fattura in un paradiso fiscale, con il beneplacito delle istituzioni.<br />
Come il principe della leggenda persiana l’Europa si svegli e ricordi la sua vera identità. Se non ora, quando? Il processo di desacralizzazione e reificazione del mondo è in flessione e prima o poi cederà, perché tutto finisce. Meglio portarsi avanti cominciando ad ammettere che <strong>il modello culturale denominato «civiltà tecnologico-industriale» ha fallito</strong> nell’impresa di diffondere la pace e il benessere nel mondo.<br />
Il sogno è finito, come hanno già capito alcuni popoli europei che prima di addormentarsi se la passavano piuttosto bene ed ora sono a bordo del Titanic: una nave enorme sta colando a picco ma la paura (della morte) suggerisce di ignorare la gravità della falla nello scafo affinché i passeggeri possano continuare a ballare nel salone delle feste, con i camerieri sorridenti che cercano di rendere l’ultimo viaggio il più confortevole possibile. Può anche darsi che l’Italia non rientri nel novero dei sopravvissuti al disastro, ma non c’è dubbio che i più svegli saliranno sulle scialuppe di salvataggio e toccheranno terra da qualche parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rita Remagnino</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte immagine copertina: web</p>

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		<title>Correvano i dì della memoria &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura & Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Non ho forse ragione di dolermi per ciò che l&#8217;uomo ha fatto dell&#8217;uomo?” (Wordsworth) &#160; Chi si ponesse criticamente di fronte al Giorno della Memoria per denunciarne gli stereotipi retorici, la meccanica iterazione di frasi, i concetti inamidati, l’ostentazione di sentimenti, ne vedrebbe solo la superficie, cioè la sua natura di catechesi storica e politica, e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm;margin-bottom: .0001pt;text-align: right" align="right"><em>“Non ho forse ragione di dolermi per ciò che l&#8217;uomo ha fatto dell&#8217;uomo?” </em></p>
<p style="margin: 0cm;margin-bottom: .0001pt;text-align: right" align="right"><em>(</em>Wordsworth)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Chi si ponesse criticamente di fronte al Giorno della Memoria per denunciarne gli stereotipi retorici, la meccanica iterazione di frasi, i concetti inamidati, l’ostentazione di sentimenti, ne vedrebbe solo la superficie, cioè la sua natura di catechesi storica e politica, e non ne coglierebbe il senso profondo, che è quello di una liturgia, di un sacro Mistero. Noterebbe solo la sequela di panegirici o di condanne sociali e non il rigoroso palinsesto di un ufficio religioso, come una Messa in cui all&#8217;Introito segue l&#8217;atto penitenziale, il Gloria, l&#8217;omelia, l&#8217;offertorio, l&#8217;eucaristia, la benedizione e il liberatorio commiato.</p>
<p style="text-align: justify">Nelle celebrazioni di quest&#8217;anno forse la mascherina si unirà ad altri simboli della sofferenza umana, in un affratellamento ideale in cui baci e abbracci ecumenici saranno purtroppo proibiti. Forse l&#8217;espandersi di un Male psichico e storico verrà assimilato al contagio virale. Ci troveremo a ricapitolare per l&#8217;ennesima volta i numeri delle vittime, i luoghi, le circostanze, i fatti. Antichi e nuovi negazionismi verranno colpiti da un&#8217;analoga scomunica. Dovremo esibire pietà, sdegno, esecrazione e formulare sacri voti di libertà e democrazia: <em>mai più</em> barbarie, prosciugheremo i fiumi di sangue della Storia e faremo scorrere fiumi di latte e miele.</p>
<p style="text-align: justify">Sarà il solito intrecciarsi di agiografie, demonologie e martirologi.  I venerabili sopravvissuti allo sterminio, sempre più incartapecoriti, ci sfileranno davanti come in una devota ostensione di reliquie. Immersi nella sacralità del dolore, che purifica, attingeremo uno stato di innocenza e nobiltà. È un Rito che predispone i cuori alla fede, alla devozione e al pentimento. Dolersi dei suoi formalismi, dei suoi frusti e inderogabili luoghi comuni, sarebbe come lamentarsi per la ieratica fissità del Credo di Nicea. Questa rigidità è tipica di ogni dogma o verità rivelata. Sottoporla a critica razionale  significherebbe profanarne la natura mistica.</p>
<p style="text-align: justify">Si potrebbe obiettare che vi sono molti altri olocausti da ricordare. I massacri perpetrati ai danni di milioni di contadini ucraini o di nativi americani, di armeni, curdi, aborigeni australiani, le vittime dei khmer rossi, i dieci milioni di congolesi uccisi da Leopoldo II, i sei milioni di sudanesi massacrati dagli inglesi, le foibe, i roghi dell’Inquisizione, le stragi in Vandea, le guerre di religione, le campagne napoleoniche e garibaldine, le decine di milioni di cinesi vittime del maoismo, il genocidio del popolo tibetano o dei Tutsi nel Ruanda, le tante vittime degli stessi ebrei ecc.</p>
<p style="text-align: justify">Dunque ogni giorno dovremo dilungarci in commemorazioni sussiegose, far discorsi contriti sulla crudeltà e la follia umana? Recitare interminabili litanie di vittime e carnefici, giurando di astenerci per sempre dal male, ormai redenti e illuminati da un tragico passato? Confuse in una dolorosa moltitudine, tali ricorrenze perderebbero ogni significato e valore. La gente si trascinerebbe con malcelato tedio da una cerimonia all&#8217;altra, seguendo gli stanchi e coatti corifei.</p>
<p style="text-align: justify">Le scolaresche sarebbero precettate a compiere viaggi pedagogici in Cina, Cambogia, Vietnam, Australia, ex Unione sovietica, Africa, America del Nord e del Sud, a visitare ospedali, carceri, antiche camere di tortura ecc. Una liturgia della memoria tanto scrupolosa sarebbe una <em>reductio ad absurdum</em>. Le infamie da ricordare ed esecrare sarebbero così numerose che probabilmente le dimenticheremmo tutte.</p>
<p style="text-align: justify">Occorreva perciò scegliere un caso e renderlo <em>summa</em> dell’ingiustizia universale, vicario d’ogni altro dolore. Riassumere tutto in una Sacra Rappresentazione in cui si compiangesse la sofferenza di un popolo, icona assoluta della vittima, e insieme si aborrisse l’inumana ferocia dei suoi persecutori, sintesi di ogni prevaricazione e violenza. E così si è fatto. Il motivo della scelta è per altro insondabile, imperscrutabile come la ragione per cui un popolo è eletto da Dio.</p>
<p style="text-align: justify">Questo culto mnemonico mobilita la commozione popolare e definisce un&#8217;identità collettiva. Come un solerte segretario ci ricorda da che parte stanno il Bene e il Male, salvandoci dallo restar smarriti tra i dubbi e le perplessità della storia. L’ufficialità, l’unanimità delle emozioni, ci illumina e ci guida con la forza di un riflesso condizionato, e ci permette di prender posto tra i Giusti.</p>
<p style="text-align: justify">Il Giorno della Memoria separa le pecore dai capri. Con un giudizio universale e inappellabile divide <em>vittime</em> e <em>colpevoli</em>. Ci si chiede di compatire e condannare, e questo ci fa sentire tutti più virtuosi. Eppure, se cercasse nel fondo dell’anima, ogni uomo troverebbe una complicità col Male che dovrebbe renderlo cauto nel giudicare. Ma un sacro Mistero non può concedersi il dubbio su sé stesso. Perciò, come si brucia la Vecchia per propiziare il ritorno della primavera, si dà alle fiamme qualche emblematico Barbablù della storia per esorcizzare i fantasmi della nostra coscienza.</p>
<p style="text-align: justify">Riconoscendo la malvagità del prossimo, proiettiamo il Male fuori di noi e ce ne sentiamo liberati. Così la nostra società assolve sé stessa mediante la confessione dei peccati altrui. La memoria ufficiale diviene un fonte battesimale dove immergersi e sciacquarsi da una colpa originale. Esclusi dal lavacro collettivo, gli immondi, i mostri del passato<em>, </em>subiranno il rituale anatema, mentre noi, i purificati, formeremo l&#8217;assemblea dei Giudici e dei Santi.</p>
<p style="text-align: justify">Il piano della realtà si inclina e la storia scivola in una dimensione mitologica. L’ebreo, il nazista, il lager, i liberatori, diventano simboli di un dramma cosmico, di un’epopea metafisica; strumenti di un rito apotropaico che vorrebbe fugare gli spettri di guerre, torture e genocidi con parole e formule magiche. Così, risentiremo i triti sermoni, le frasi edificanti dietro cui si nasconde l&#8217;eterno opportunismo della politica, il suo incurabile cinismo. E dietro di loro, l&#8217;inemendabile natura umana.</p>
<p style="text-align: justify">Le forze distruttive che abitano l’uomo non verranno certo imbrigliate coi lacci di prediche ed esortazioni moraleggianti. Il nostro teorico amore per la pace sarà prima o poi contraddetto dalla pratica. La storia è da sempre un ribollire di empietà e violenza. Se l’uomo fosse buono e saggio per natura, la vita su questo pianeta avrebbe avuto un altro corso. Invece l&#8217;uomo è ambiguo, pietoso e crudele, avido e generoso, magma di forze contraddittorie, un mistero a sé stesso. Forse è questo che dovremmo ricordare.</p>
<p style="text-align: justify">Dovremmo dedicare un giorno alla memoria di un uomo che è nemico dell&#8217;uomo, nemico a sé stesso; che usa Dio e il Bene come pretesto per la guerra, il genocidio, la conquista, la distruzione del creato; che sentendosi popolo eletto o razza superiore si ritiene chiamato a dominare il mondo. E insieme dovremmo ricordare che lo stesso uomo era in origine un progetto d&#8217;amore. Quest&#8217;uomo non è né un nazista né un ebreo. Siamo noi. Se ci togliessimo le nostre lenti manichee, vedremmo che vincitori e vinti, vittime e colpevoli, son fatti della stessa stoffa. Ma noi pesiamo il passato con una bilancia contraffatta, accettando negli uni ciò che troviamo imperdonabile negli altri.</p>
<p style="text-align: justify">&#8220;Non dimenticare, per impedire che la storia si ripeta&#8221; è solo un&#8217;utopia puerile e non impedirà che la storia compia i suoi eterni ritorni. Chi può essere tanto ingenuo da credere che il ricordo dei mali passati ci preservi da quelli futuri? Dovremmo supporre che la gente da sempre soffra di gravi amnesie e che, scordando gli orrori del passato, vi ricada per un banale vuoto di memoria. Solo un’ipotesi tanto stupida può giustificare il vano esercizio scolastico che ci viene imposto: scrivere mille volte <em>mai più!</em> sulla lavagna della coscienza comune, come diligenti scolaretti. E illuderci che un tale espediente cambi il destino degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify">In realtà, ci piace evocare il male perché ne siamo attratti. Ci affascina la violenza che conferisce potere sugli altri. Ovviamente, dal suo pulpito, qualche politico dirà che ogni violenza, di qualunque colore, va rigettata. E noi applaudiremo, aderendo <em>toto corde</em> a un così nobile principio. Perciò, quando la violenza ci apparirà necessaria, non la chiameremo col suo nome ma diremo che è dovere, responsabilità morale, obbligo di coscienza. E ne faremo una legge.</p>
<p style="text-align: justify">Con una logora e prevedibile retorica celebreremo ancora una volta l&#8217;apologia di noi stessi e del nostro sistema, che è il migliore dei sistemi possibili nei mondi possibili. Diremo che la pazzia e la cattiveria umana sono aberrazioni di cui soffrono solo tenebrose nature anti-democratiche <em>ergo</em> psicopatiche. L&#8217;autocompiacimento per i nostri sani sentimenti liberali si amplificherà in empatiche risonanze e ci offrirà una consolante catarsi.</p>
<p style="text-align: justify">La Messa è finita, andate in pace e in democrazia. Solo qualche scettico potrà sospettare che in tale tripudio di bontà e ipocrisia il fantasma della violenza passata serva a distrarci da quella presente. O che, ricordando le colpe di un regime da tempo sepolto, si vogliano obliterare i misfatti di un regime vivo e operante, favorendo altre e più opportune smemoratezze.</p>

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		<title>Elogio della medicina &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2020 12:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Premessa Ancora una volta, in questi tempi così difficili, vediamo la medicina ergersi come baluardo invalicabile tra l’umanità e i suoi nemici. Ieri poteva essere un batterio, oggi un virus, domani forse dei funghi impazziti. Saremmo perennemente sconvolti da terribili flagelli se la scienza medica non ci offrisse uno scudo e un riparo sicuro.  Tuttavia, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">Premessa</span></p>
<p style="text-align: justify">Ancora una volta, in questi tempi così difficili, vediamo la medicina ergersi come baluardo invalicabile tra l’umanità e i suoi nemici. Ieri poteva essere un batterio, oggi un virus, domani forse dei funghi impazziti. Saremmo perennemente sconvolti da terribili flagelli se la scienza medica non ci offrisse uno scudo e un riparo sicuro.  Tuttavia, l’uomo ‘medio’ trangugia farmaci come noccioline, senza provare un sentimento di gratitudine, senza sapere quale strenuo lavoro, quanta ricerca, analisi, sperimentazione, si nascondano dietro quella compressa o quella pastiglia. Non pensa al suo debito verso tutti quegli spiriti ingegnosi e tenaci che hanno dedicato se stessi, come missionari, a lenire le sofferenze umane. Se tutti noi oggi viviamo più a lungo, più sani e più felici, lo dobbiamo a loro. A questa continua ricerca in cui si uniscono il genio e la passione di tanti uomini e donne instancabili. La vicenda che intendo ricordare, una delle tante, è in tal senso emblematica e vuol essere un omaggio a tutti coloro che lavorano per il progresso della medicina. <strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">Una strana morte</span></p>
<p style="text-align: justify">Molti anni fa i giornali diedero la notizia che il professor Spallacotta, noto dermatologo romano, era stato trovato riverso sullo zerbino, all’ingresso della sua casa in via Rovelli, in una pozza di sangue. Il medico che ne notificò il decesso ritenne che il drastico abbassamento del livello ematico nel corpo fosse più che sufficiente a spiegare il fatto. Era infatti già noto che la vita dipende dalla presenza di una sufficiente quantità di sangue nell&#8217;organismo. La morte del medico venne quindi archiviata come un fatto naturale, dovuto a un&#8217;improvvisa e abbondante emorragia. Nessuno immaginava certo di trovarsi di fronte a una storica scoperta scientifica.</p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">Interessanti indizi</span></p>
<p style="text-align: justify">Il caso volle che l’autopsia venisse affidata a un giovane medico legale, il dottor Rognoni, il quale compensava la poca esperienza con una mente perspicace. Egli rivolse l’attenzione alla presenza di un foro all’altezza del torace. Quale poteva esserne la causa? Si decise quindi di procedere a ulteriori approfondimenti. Fu così che nel cuore del professore fu trovato un oggetto di piombo, le cui dimensioni corrispondevano stranamente al foro rilevato esternamente. Alcuni ipotizzarono che quel reperto metallico fosse penetrato nel cuore del professore e ne avesse provocato la perdita di sangue che l’aveva ucciso. Ma questo era impensabile e avrebbe richiesto una radicale revisione delle nozioni di fisiologia comunemente accettate. Infatti, non si riteneva che il piombo potesse provocare fenomeni di tal genere. Questa teoria era convalidata da numerosi esperimenti in cui ai topi venivano somministrate piccole sfere di piombo senza ottenere gli effetti sperati. Ma ormai qualcosa si era incrinato nelle certezze del mondo accademico e, sulla spinta di quella ipotesi, le domande si accavallavano.</p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">Nuove teorie</span></p>
<p style="text-align: justify">Bisogna ricordare anche la teoria del Von Tripp, eminente psichiatra svizzero, secondo cui quel grumo di piombo rappresentava una somatizzazione, cioè una sedimentazione di emozioni represse che sarebbero esplose in seguito a un trauma emotivo e alla reiterata condizione di stress. Tuttavia, topi sottoposti a forti stress ripetuti non sembravano sviluppare piombo nel sangue. Il celebre professor Wesson, ricercatore di fama internazionale, condusse invece un lungo studio sulla natura chimico-fisica di quella enigmatica formazione metallica. Questi studi lo portarono a definirne la morfologia come &#8216;pallottoliforme&#8217;. Il Wesson rese note le sue conclusioni in un lavoro fondamentale, “Patogenesi e necrosi dei tessuti colpiti da pallottolite emorragica”, in cui ipotizzava come origine del male un’eccessiva mineralizzazione del sangue. Restava però ancora inspiegato il foro presente nel torace della vittima. Nonostante le lacune teoriche del lavoro di Wesson, il termine da lui coniato &#8211; pallottolite &#8211; divenne rapidamente sinonimo di male misterioso e incurabile.</p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">Effetti sociali</span></p>
<p style="text-align: justify">La sua pericolosità era oggetto di continui dibattiti sui <em>media</em>, creando un diffuso panico nella popolazione. La gente temeva per la propria vita e furono moltissimi quelli sottoposti a test per verificare la presenza di una pallottolite latente o asintomatica. Una grossa industria farmaceutica produsse un vaccino, il Pallovax, ma si scoprì che i topi cui era stato somministrato il farmaco erano morti. Anche i volontari umani non avevano avuto miglior fortuna. Perciò, anche se non fu mai dimostrata una sicura correlazione tra i decessi e il Pallovax, e nonostante lo Stato ne avesse già acquistate 60 milioni di dosi, si preferì in via precauzionale soprassedere e ritirarlo dal mercato. Per altro, come qualcuno acutamente notò, anche se la teoria dello Wesson sembrava eliminare i dubbi sul rapporto tra pallottola e decesso, non aveva chiarito in modo soddisfacente l’origine del fenomeno. Wesson infatti si era limitato a congetture eziologiche piuttosto vaghe, legate al clima, alle onde elettromagnetiche, all’alimentazione.</p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">Svolta fondamentale</span></p>
<p style="text-align: justify">Una svolta fondamentale si verificò quando, nel vicolo di fronte alla casa della vittima, fu trovata una pistola. L’ispettore che aveva seguito il caso del dottor Spallacotta sospettò potesse esserci un nesso tra quell’arma e la morte del medico. Consegnò quindi l’arma agli organi di investigazione scientifica, che la esaminarono a lungo. Si poté così appurare che il proiettile trovato nel petto dello Spallacotta si adattava al diametro della canna. Questo suggerì l’ipotesi che esistesse un rapporto causale tra la pallottolite e l&#8217;uso di armi da fuoco. Successivi esperimenti condotti su animali confermarono questa teoria. I topi ai quali veniva sparato nel cuore morivano infatti di pallottolite emorragica in una percentuale compresa tra il 98% e il 100% dei casi. Era così risolto anche il mistero del foro osservato dal dottor Rognoni nell&#8217;esame autoptico. Tutti i topi infatti presentavano un analogo buco nella zona toracica. Il comitato tecnico scientifico, riunito dal governo per elaborare misure profilattiche contro quella micidiale patologia, non potè che prendere atto del grave pericolo sociale che essa comportava. Si ritenne quindi necessario rendere obbligatorio l’uso di giubbotti anti-proiettile per tutta la popolazione. Vennero previste pene gravissime per chiunque fosse stato trovato sprovvisto di quell’indispensabile dispositivo di protezione.</p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">Ulteriori studi</span></p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, di lì a poco uscì uno studio della Miami University nel quale si palesavano i limiti delle ipotesi fino a quel momento più accreditate. In realtà, nessuno ancora aveva spiegato in maniera convincente quale fosse l&#8217;origine della pistola e cosa ne avesse azionato il meccanismo. Fu un volonteroso ricercatore francese, il professor Morand, che pazientemente raccolse alcuni elementi determinanti in tal senso. Basandosi su testimonianze dirette, stabilì che il giorno in cui lo Spallacotta era morto due vicini avevano visto fermarsi davanti a casa sua, provenendo da una via traversa, un taxi dal quale era uscito un uomo con un impermeabile e un cappello neri. Questo tizio aveva suonato il campanello del professore. Su questo i due testimoni concordavano, dopo di che i loro ricordi si facevano imprecisi. Uno avrebbe sentito un forte colpo, l&#8217;altro non ne era sicuro. Nonostante queste ombre, il caso si presentava ora sotto una luce totalmente diversa, e si apriva a ipotesi rivoluzionarie.</p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">Una ridda di ipotesi e provvedimenti</span></p>
<p style="text-align: justify">Alcuni sostennero che non era possibile, se non in modo arbitrario, collegare il decesso ai nuovi elementi emersi dalla ricerca del Morand. Altri ipotizzarono invece che la vera causa della pallottolite emorragica fosse aprire la porta quando si sente suonare il campanello. Era una teoria logica e scientificamente inattaccabile, ma alcuni fecero notare che anche bussare alla porta poteva rappresentare un fattore di rischio. Inoltre, sulla base dei dati raccolti, anche aprire una finestra poteva dimostrarsi pericoloso. La commissione governativa, per sicurezza, proibì a chiunque di aprire porte e finestre se non in caso di estrema e comprovata necessità. Tuttavia, alcuni specialisti del settore, riesumando precedenti studi epidemiologici del Columbia Medical Center, notarono una singolare coincidenza tra morti sospette e impermeabili neri. Per un certo periodo fu quindi proibito anche indossare impermeabili neri o comunque scuri. Ma in seguito l’Organizzazione Mondiale della Sanità escluse un rapporto tra la pallottolite e il colore del tessuto. Infatti, nei topi vestiti con impermeabili neri non si riscontrò una mortalità significativamente superiore rispetto a quelli che indossavano impermeabili gialli o rossi o a quelli senza impermeabile. In via prudenziale si mantenne perciò il divieto di indossare impermeabili e cappelli di qualsiasi colore.</p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">La salute prima di tutto<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify">Inoltre, considerato il fatto che il taxi con a bordo il misterioso indiziato era giunto da una via traversa, alcune regioni decretarono che, per maggior prudenza, fossero bloccate tutte le vie traverse, il che provocò non pochi inconvenienti alla viabilità. Altri ricercatori sostenevano che sarebbe stato più prudente eliminare i taxi o le automobili in genere. Queste teorie, si osservò, non tenevano conto di autobus e motociclette come potenziali veicoli del male. L’onorevole Scarponi, allora ministro della sanità, nominò quindi una nuova commissione scientifica <em>ad hoc</em> per studiare lo spinoso problema. Dopo lunghe e complesse valutazioni, venne emanato un decreto che proibiva la vendita dei carburanti, misura che pareva eliminare alla radice quel complesso concorso di cause. Questa speranza venne frustrata però quando nuovi studi dimostrarono che l’agente patogeno poteva essere trasportato da altri vettori, come una bicicletta o un monopattino o anche semplicemente camminando. Dopo l&#8217;analisi di complessi parametri, si decise quindi di impedire ogni forma di mobilità. Ciò causò gravissime conseguenze socio-economiche, ma questo appariva del tutto trascurabile di fronte al dovere di proteggere la vita dei cittadini.</p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">Una svolta sorprendente</span></p>
<p style="text-align: justify">Fortunatamente, sir James Carrington, celebre pallottologo inglese, non si accontentò delle scoperte del Morand e, attraverso lunghe e laboriose indagini, fece fare alla ricerca un passo decisivo. Egli riuscì infatti a identificare il misterioso personaggio sceso dal taxi, e che in realtà già altri ricercatori, inascoltati, avevano indicato come un possibile co-fattore patogeno. Questi, un certo Ribaldi, pregiudicato noto alla polizia, fu rintracciato dal Carrington mentre scontava l’ergastolo per esser stato trovato sprovvisto di giubbotto anti-proiettile. Il Ribaldi confessò di aver sparato al professore, fatto che del resto non aggravava la sua posizione, ma non fornì ulteriori elementi utili alla scienza. A Carrington questo parve comunque sufficiente per scorgere in un&#8217;azione umana la vera causa della pallottolite emorragica. Egli rese nota questa sconcertante conclusione in un saggio divenuto giustamente celebre: “Miti e realtà della pallottolite emorragica”, in cui le teorie scientifiche si intrecciavano con considerazioni etiche e psicologiche. La comunità scientifica rifiutò però quelle conclusioni ritenendole vaghe e infondate. Il Morand le definì ‘sofismi pseudoscientifici’. Lo stesso Wesson attaccò duramente la nuova teoria, accusando il Carrington di basarsi su pregiudizi irrazionali. Il Carrington, amareggiato dalle critiche e professionalmente emarginato, morì mentre ancora lavorava al problema.</p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: 14pt">La verità</span></p>
<p style="text-align: justify">Fu il suo assistente, il dottor Sparrow, a trovare l’ultimo tassello di questo vasto mosaico. Partendo dagli appunti lasciati dal Carrington, scoprì che una certa signora P. si recava periodicamente dal professor Spallacotta, sembra per guarire da un eczema. Sparrow dimostrò con prove irrefutabili che il marito, pensando che quelle visite fossero il pretesto per una tresca amorosa, aveva dato incarico al Ribaldi di uccidere l’illustre luminare. La scoperta aveva implicazioni di fondamentale importanza. Il mondo scientifico ne fu in un primo momento scosso e disorientato. Ma, nonostante la resistenza dei tradizionalisti, ancora legati a vecchi paradigmi, l’emergere di queste nuove evidenze scientifiche rese inevitabile all’interno del mondo accademico un ripensamento radicale. Alla fine, il modello oggi noto come &#8220;morbo di Sparrow&#8221; o &#8220;pallottolite esogena&#8221; fu unanimemente accettato. Si trattava ora di trovare efficaci misure di prevenzione. Tra le varie profilassi proposte, le più scientificamente valide sembravano queste: a) incarcerare preventivamente i mariti gelosi b) incarcerare preventivamente tutti i mariti c) vietare le visite mediche a donne sposate. Dopo una discussione lunga e non priva di contrasti, il Comitato ritenne che la seconda di queste misure fosse la più sicura. Tale opinione venne approvata e ratificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dai vari governi nazionali, ed è oggi universalmente applicata per contrastare la malattia di Sparrow o ‘morte sparata’, come vien detta nel gergo comune. Così, attraverso una lucida metodologia scientifica, la sua tenacia, il suo spirito critico e la sua instancabile volontà di conoscenza, si era arrivati a porre una nuova pietra miliare nella storia della medicina, a un risultato che, come sappiamo, ha poi permesso di salvare tante vite umane.</p>

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		<title>Il cardinale Newman ed il primato della coscienza &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Dec 2018 06:34:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">John H. Newman (1801-1890), intellettuale, scrittore, poeta, filosofo, cardinale cattolico, polemista, fu tra i protagonisti della cultura del XIX secolo. La sua figura è ancora più importante oggi, nel deserto spirituale e civile che egli aveva previsto e a cui aveva opposto un pensiero di grande profondità, i cui pilastri sono la fede religiosa, il primato della coscienza, la ricerca della verità, la fiducia nella ragione umana aperta alla trascendenza. Cresciuto in una famiglia anglicana, figlio di un banchiere, si convertì al cattolicesimo nel 1845, una scelta che destò enorme clamore in tutta la Gran Bretagna. Papa Leone XIII, altro grande della seconda metà dell’Ottocento, lo fece cardinale nel 1879, nonostante la freddezza del clero inglese. Nel secolo XX il pensiero di Newman ha aumentato la sua influen<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/12/P-1-4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignright wp-image-31799 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/12/P-1-4-255x300.jpg" alt="" width="255" height="300" /></a>za, tanto che Paolo VI definì il suo itinerario spirituale ed esistenziale “il più significativo che il pensiero umano abbia condotto nell’età moderna”. Lo schivo oratoriano, devoto di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, venerabile dal 1991, poi beatificato personalmente da Benedetto XVI nel suo viaggio inglese del 2010, sarà canonizzato a breve.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua vasta opera spazia dalla produzione omiletica, con i Sermoni, alla filosofia pura (Grammatica dell’Assenso), all’alta educazione culturale (L’idea di Università), alla politica (Lettera al Duca di Norfolk), alla narrativa, con romanzi assai letti al suo tempo (Loss and gain, Callista) sino a composizioni poetiche. Non si può comprendere il pensiero di Newman senza accennare al cosiddetto movimento di Oxford, o tractariano, attivo in Inghilterra negli anni della sua conversione. I tractariani, chiamati così per l’abitudine di diffondere le loro idee attraverso brevi pamphlet, o trattatelli, intendevano reagire alla crescente secolarizzazione della Chiesa d’Inghilterra e all’influenza del liberalismo razionalista e utilitarista che stava improntando la società inglese. Sulle piste economiche di Smith, Ricardo e Malthus (un pastore anglicano) e sotto l’influenza del materialismo radicale di Jeremy Bentham, la vittoria politica del liberalismo cambiò la società britannica a partire dal Reform Act del 1832. La riflessione di Newman si concentrò sul rapporto tra la sfera del divino e la ragione umana. Nell’epoca dell’ottimismo scientifico, del positivismo filosofico e delle prime grandi applicazioni tecnologiche, nella bufera della rivoluzione industriale e dell’urbanizzazione forzata dell’Inghilterra, Newman si rese conto che il sedicente progresso portava gli uomini a distanziarsi dallo spirito, dalle tradizioni ereditate, tanto più dopo il successo delle idee del francese Comte, di John Stuart Mill e poi di Herbert Spencer. Si stava consumando il divorzio tra fede (spirito) e ragione (materia), cui egli contrappose un vigoroso primato della coscienza come principio base del giudizio e dell’agire umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Particolarmente duro fu l’attacco sferrato da Newman contro il trionfante liberalismo, di cui contestava “il carattere arido e ripugnante”, la cui pericolosità sta “nell’aprire la porta ai mali che non comprende. “Il liberalismo per lui non è altro che uno scetticismo profondo la cui essenza, tanto nella religione quanto nella politica, è il giudizio privato, la riduzione di ogni questione ai dettami “fallibili e impudenti della conoscenza personale e insignificante”. I liberali postulano la supremazia della ragione umana, ovvero il meschino, arrogante criterio utilitarista esemplificato dal sistema di Jeremy Bentham, e disprezzano l’umiltà cristiana. Credono scioccamente nella bontà naturale e nell’infinito miglioramento dell’uomo. Dio stesso diventa insignificante, una sorta di proprietà privata del singolo credente, da nascondere e dimenticare. Dalla centralità della coscienza, nucleo centrale del pensiero di Newman, discendono tutti gli altri argomenti, quasi come un prolungamento, rami di un medesimo albero. Gli fu molto caro il tema dello sviluppo della personalità, la cui costante crescita interiore “resta la sola dimostrazione della vita”. La relazione tra fede e ragione fu oggetto di lunghe meditazioni e di vari scritti, sino alla conclusione filosofica della Grammatica dell’Assenso. Assenso significa per lui accettazione, abbraccio incondizionato della verità. Netta è la polemica con John Locke l’empirista precursore del liberalismo, per il quale l’assenso si fonda sulle premesse, implica dei gradi e può essere più o meno forte secondo gli argomenti su cui si fonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Enorme fu l’influenza di Newman nella cultura, specie attraverso L’idea dell’università, uno dei testi più significativi dell’umanesimo cristiano, in cui delinea il compito delle istituzioni di studio, fornire un sapere unitario insieme con un abito mentale critico e disinteressato. Fu il promotore dell’istituzione di un’università cattolica in Irlanda, un ambiente dove la trasmissione del sapere diventasse una disciplina morale. L’istruzione non può insegnare la virtù, ma la disciplina interiore che accompagna la vera cultura ne è un elemento. Compito della conoscenza umana è il Vero, non il Bene o il Sacro. L’università, istituzione umanistica che sviluppa lo spirito filosofico, ossia l’amore della verità, ha per fine costruire la persona (la paidèia di Platone e Aristotele), rifiuta la strumentalizzazione del sapere all’utilità pratica ma, pur derivando da Dio, mantiene un’autonomia anche rispetto alla salvezza escatologica. L’idea dominante in Inghilterra di modellare l’istruzione su un programma di efficienza utilitaristica lo sconvolgeva, come la pretesa di espellere la teologia poiché “la verità religiosa non è una porzione, ma una condizione di conoscenza generale.”L ‘educazione umanistica, che egli chiama “liberale” in senso non politico, è la disciplina intellettuale, l’allenamento costante mediante cui l’intelletto, anziché essere sacrificato per qualche scopo specifico, lavoro o professione, si apre al pensiero critico, alla coscienza morale, alla “chiara, calma accurata visione e comprensione di tutte le cose, per quanto il pensiero finito possa comprenderle”. Newman non era un politico, ma è facile inserirlo nell’alveo conservatore, attaccato com’era all’autorità ricevuta, alle tradizioni, al sentimento profondamente inglese della lealtà personale. L’uomo, sensibile e raffinato, provava una ripugnanza profonda nei confronti del gelido utilitarismo vincente in un’epoca in cui Cesare cominciava a rivendicare le cose di Dio per occultarle. “Cerco me stesso nel mondo degli uomini e trovo una vista che mi riempie di un’angoscia indicibile.” L’ostilità e il disprezzo ostentati da Bentham e Stuart Millverso la spiritualità e la trascendenza erano il principio di una secolarizzazione che sarebbe culminata nell’umanitarismo posticcio dei presunti filantropi.</p>
<p style="text-align: justify;">John Newman sapeva, come Edmund Burke prima di lui, che una società sopravvive grazie alla fede. Il liberalismo è distruttivo e anticomunitario per la sua pretesa di abolire la verità attraverso la volontà umana, riducendo ogni scelta, compresa la stessa religione a preferenza personale, da ignorare nei rapporti tra le persone. “Finora il potere civile è stato cristiano. Anche in nazioni separate dalla chiesa come la mia, quand’ero giovane, valeva ancora il detto [che] il cristianesimo è la legge del paese”. Quella struttura civile, costruzione sapiente del cristianesimo, è stata abbandonata. Ma senza una religione, “la conoscenza secolare è uno strumento di mancanza di fede. La scienza fisica non può portare certezze poiché le teorie più plausibili non sono altro che probabili supposizioni“. La conoscenza non è il risultato di un’istruzione nella scienza fisica. Come la virtù, essa è il prodotto di un processo sottile che gli uomini apprendono imperfettamente. Questo è ciò che Newman chiamava senso illativo, “il pensiero che controlla il nostro ragionamento, non un apparato tecnico di parole e frasi”. La vera crescita intellettuale sta nel rafforzamento del senso illativo, che potremmo paragonare, in senso ampio, all’appercezione, il termine introdotto da Leibniz per definire l’atto riflessivo attraverso cui l’uomo diviene consapevole delle percezioni, estese da Newman al mondo dei sentimenti e della coscienza. I fatti scientifici, sostiene, non placanola noia dell’uomo moderno, né leniscono il suo tormento di fronte all’ignoto. Se nell’educazione poniamo la natura al posto della grazia, la scienza al posto della coscienza, “faremo come se stessimo indugiando nei desideri e nelle passioni e stessimo prestando un orecchio sordo alla ragione.” I principi non si scoprono sommando i dati secondo il metodo di Bacone (la conoscenza è potere). La vita è azione, se “insistiamo con le prove per ogni cosa non arriveremo mai all’azione. Prima devi supporre, e quella supposizione è la fede. “</p>
<p style="text-align: justify;">Famoso e controverso è un brano della Lettera al Duca di Norfolk in cui Newman afferma “se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che non mi sembra proprio la cosa migliore) brinderò, se volete, al papa; tuttavia, prima alla coscienza, poi al papa”. Contrariamente al senso relativista attribuito frettolosamente all’affermazione, resa al culmine della polemica del liberale Gladstone contro il Concilio Vaticano I intenzionato a stabilire il dogma dell’infallibilità pontificia, il primato della coscienza non significa affatto che il soggetto è il criterio decisivo di fronte alle pretese dell’autorità in un mondo in cui la verità è assente. La coscienza è piuttosto la presenza attiva e imperiosa della verità, il luogo dell’assenso alla sua chiamata. Si può affermare che per Newman la coscienza è il superamento della soggettività nell’incontro tra l’interiorità e la verità posta da Dio nel cuore dell’uomo. Si tratta di una modalità distinta per definire con Tommaso, pur da estraneo alla neoscolastica, la verità e la ragione come adaeqiatio rei et intellectus, adeguazione dell’intelletto alla cosa, il dualismo risolto tra realtà e pensiero. In questo senso va inteso anche il dogma conciliare, in cui l’infallibilità petrina riguarda esclusivamente le questioni di fede. “Se il papa o la regina pretendessero obbedienza assoluta, lui o lei trasgredirebbero le leggi della società umana: a nessuno di loro si deve obbedienza assoluta “. Un criterio allora assai sgradito agli ultramontani, i sostenitori dell’infallibilità generale del Pontefice, da rivendicare oggi dinanzi al neo- ultramontanismo di risulta secondo cui questo papa ha sempre ragione, tanto che sarebbe nata una “Chiesa di Francesco”.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/12/P-3-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-31801 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/12/P-3-3-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La riduzione dell’uomo alla sua soggettività non lo rende libero, maschiavo dell’opinione corrente, della pigrizia conformista, della presunzione. Quando gli uomini si appellano alla coscienza, osserva Newman, “intendono il diritto di pensare, parlare, agire secondo il proprio giudizio e umore senza darsi alcun pensiero di Dio, (…) ma oggi il diritto e la libertà della coscienza consistono proprio nello sbarazzarsi della coscienza. Essa è una severa consigliera, ma in questo secolo è stata rimpiazzata da una contraffazione, di cui i secoli passati non avevano mai sentito parlare e dalla quale non si sarebbero lasciati ingannare: il diritto ad agire a piacimento”. L’attualità di queste frasi è sconvolgente, al tempo in cui la coscienza è confusa con l’opinione, il sentimento soggettivo, l’interesse o la comodità. Il santuario della coscienza è stato desacralizzato, con la conseguenza che l’uomo, separato dall’Infinito, si è segregato anche dal prossimo, un’isola in un mare di nebbia. Cruciale è il rapporto di John Newman con i padri della Chiesa. Convinto che la religione possa mutare il suo linguaggio, ma non la dottrina e le verità di fede, la patristica era per lui la fonte metafisica più vicina al tempo di Cristo, alla sua parola concreta. Poiché il cuore dell’uomo è inquieto e non si placa se non nell’abbandono a Dio, Agostino non poteva essere che il santo e il filosofo a lui più affine. Il soggetto, la persona, trovò, sulle tracce dell’autore delle Confessioni, l’attenzione più profonda nella monumentale opera di Newman. Il centro resta sempre la coscienza, mai disgiunta dalla verità. Coscienza personale non è banale autodeterminazione, ma ascolto della presenza imperativa e percepibile della verità in interiore homine.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Fa’ ciò che vuoi sarà tutta la legge&#8221;, era l’equivoca formula dell’oscuro esoterista inglese Aleister Crowley (1875-1947), in cui catturava il senso magico del potere. Il passaggio successivo al relativismo liberale è l’abolizione della coscienza, giacché per fare ciò che ci aggrada non c’è bisogno di legge né di coscienza.E’ illuminante al riguardo il brano seguente, che leggiamo con dolore di orfani: “se il papa parlasse contro la coscienza (…) commetterebbe un suicidio; verrebbe a togliere il terreno sotto i suoi piedi, poiché la sua missione è proclamare la legge morale e proteggere e rinvigorire quella luce che illumina ogni uomo che viene al mondo. E’ nella coscienza e nel suo carattere sacro che si fondano l’autorità e la potenza del Papa. “Molto importante è il rapporto che legò Newman a San Paolo: entrambi convertiti, uomini colti provenienti da ambienti di potere, lottatori indomiti con l’arma della sapienza e della parola. Altrettanto singolare è l’affinità con un grande scrittore italiano, Alessandro Manzoni, un filo che si riscontra soprattutto nell’attenzione alla storia e nella fiducia nella Provvidenza, aspetti fondamentali della loro visione del mondo. La vita di Newman fu essenzialmente la storia di un incontro con il Dio della rivelazione entrato nel tempo. Di conseguenza in ogni tema si rintraccia un elemento storico, tanto più vigoroso nell’epoca dell’irruzione delle ricerche storiche, delle scoperte archeologiche, delle teorie evoluzioniste che spingevano a guardare al passato mentre i successi dell’industria e della scienza sembravano proiettare l’uomo in un futuro di progresso.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Newman era necessario presentare agli uomini del XIX secolo il cristianesimo in chiave storica, un’urgenza ancora più forte per l’esangue atomo solitario del nostro presente, chiuso nell’immanente, schiavo dell’immediato. Se il più grande intervento di Dio è stata l’incarnazione, la Chiesa stessa è storica per essenza. Così inizia Lo sviluppo della dottrina cristiana: “il cristianesimo da troppo tempo esiste sulla terra perché occorra dare una prova che esso è un fatto appartenente alla storia del mondo “. Un fatto, comunque si valuti la figura di Gesù Cristo, che i popoli dell’Europa, primi e privilegiati destinatari del suo messaggio, diventato il cuore della loro civiltà, hanno dimenticato, obliterato, cancellato dall’orizzonte. John Henry Newman parla alla nostra coscienza affinché, insieme con una nuova apertura al trascendente, si rianimi la civiltà che da Cristo ha preso avvio. Contro la decadenza spirituale, storica, civile e morale di quella che fu Cristianità cioè Europa (Novalis), resta insuperato il monito: la crescita è la sola espressione di vita. Contro la rassegnazione di chi ha smesso di battersi, vale un suo motto, la santità piuttosto che la pace.</p>
<p>Roberto PECCHIOLI</p>

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		<title>La metafisica della bellezza: Vittoria Guerrini detta Cristina Campo &#8211; Emanuele Casalena</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2018 07:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Io la chiamerò Vittoria. Modì l’avrebbe eternata in un ritratto, il lungo collo sinuoso, il triangolo smussato del volto perimetro di un incarnato diafano eppure intenso di luce emanata dall’anima, quasi un dono di grazia per di chi ne osservi l’immagine tutt’ora. Esiste una bellezza mondana fatta di curve appetitose, ostentata chirurgia di perfezione animale, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/la-metafisica-della-bellezza-vittoria-guerrini-detta-cristina-campo-emanuele-casalena/">La metafisica della bellezza: Vittoria Guerrini detta Cristina Campo &#8211; Emanuele Casalena</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Io la chiamerò Vittoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Modì l’avrebbe eternata in un ritratto, il lungo collo sinuoso, il triangolo smussato del volto perimetro di un incarnato diafano eppure intenso di luce emanata dall’anima, quasi un dono di grazia per di chi ne osservi l’immagine tutt’ora. Esiste una bellezza mondana fatta di curve appetitose, ostentata chirurgia di perfezione animale, ce n’è un’altra che t’ avvolge col suo intenso chiarore ed esclami stupito come S. Giovanni: Dio è luce. E’ una bellezza rarissima, quanto una perla rosa oltre il distratto vedere dell’homo tech, questo era Cristina Campo. Aveva nello sguardo anche il segno lasciato dal suo cuore malato, nido insicuro racchiuso nel suo seno, non cosa di poco conto per una bimba lasciata fuori dai banchi della scuola, dai giochi, dalle amicizie, perché no dalle birichinate, da tutto quello che noi docenti chiamiamo socializzazione. Era nata il 29 Aprile del 1923 nella Bologna nera del Sindaco neo eletto Umberto Puppini fascista ma anche del neo Cardinale G. B. Nasalli Rocca di Corneliano già arcivescovo della città felsinea. Il Resto del Carlino cambiava proprietario con l’arrivo di Tomaso Monicelli e soprattutto mutava la sua linea editoriale, il Bologna FC, quel che il mondo fa tremar, arrivò terzo nella Prima Divisione della Lega Nord nulla a che fare con Bossi e Maroni, affare assai più serio il pallone. Fu figlia unica Vittoria Guerrini ( in arte Cristina Campo ) dei coniugi Guido Guerrini musicista, figlio di uno scaltro fattore, e di Emilia Putti, una gran bella coppia, salda in amore, cementata da valori forti conditi dalle brume dell’arte. Lei respirò dense arie di antiche fiabe<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/C-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-26713 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/C-3-259x300.jpg" alt="" width="259" height="300" /></a> familiari, musica come colonna sonora delle ore passate nelle stanze, con un papà compositore, racconti di storia patria al desco come alla sera prima di sciogliersi nel sonno. Trasmissione di incantesimi fatati a quella bambolina fragile, sofferente d’una malformazione al cuore, un apartheid forzoso nelle camere fiorentine, poi in quelle romane fino a varcare l’ultima porta a soli 54 anni sul colle scelto da Remo.</p>
<p style="text-align: justify;">Famiglia immaginifica quella materna dei Putti con radici nell’arte, nella medicina come nell’ardimento militare, quasi una saga dei Buddenbrook da narrare a puntate. Due zii materni incisi nella Storia, Emilio e Marcello Putti, bersaglieri, combattono con valore nella battaglia di Mola di Gaeta del 1860, Emilio, divenuto ufficiale, morirà in mare a Massawa, Eritrea, nel 1885, in circostanze mai chiarite. Tullio Putti, partito volontario a soli 14 anni, perde la vita per le conseguenze di una ferita riportata nella battaglia di Mentana del 1867. E poi il nonno Marcello è un luminare della scienza medica primario dell’Ospedale Maggiore di Bologna, Vittorio, fratello di Emilia, dirige l’Istituto ortopedico Rizzoli, la nonna, una Panzacchi, è imparentata coi Respighi, il bisnonno Massimiliano era stato il migliore scultore neoclassico, poi purista, della Certosa di Bologna figlio di Giovanni anch’egli valente scultore. Aneddoti, ricordi vivi o in dissolvenza, erano il pane quotidiano dei racconti che popolavano l’animo e la fantasia di quella bimba costretta ad imparare a leggere e far di conto tra le mura domestiche con “ insegnanti geniali “, un mondo fiabesco narrato nel suo unico racconto autobiografico il Pomo d’oro. A ragione della professione paterna di Maestro al Conservatorio, la sua infanzia è pellegrina, da Bologna dov’è nata, la famiglia si sposterà dapprima a Parma nel ‘25 e poi a Firenze, lei cresce minuta ma ricca di interessi affrontati con energico entusiasmo, non mancano però le fragilità di un’esistenza segnata dalla malattia. La notte non scioglie le stringhe della paura per un’apnea improvvisa, sovente in famiglia si veglia con apprensione al capezzale del suo letto. Vittoria legge tantissimo, divora la grande biblioteca paterna, si costruisce da sé una cultura, per l’età, sterminata, applicandosi nella conoscenza delle lingue originali degli autori. Appena adolescente ha divorato tutto Dante, Omero, Leopardi, Sheakespeare, la Bibbia intera più quei russi che fanno tanto soffrire ma non fanno male. Eppure immersa in questa letteratura “pesante” la sua fantasia si aggrappa alle ali delle fiabe francesi, alle Mille e una notte, i tappeti la conducono in alto, oltre mura e giardini, in un mondo leggero della stessa materia dei sogni eppur ricco di metafore, simboli, insegnamenti morali. Nella città gigliata finalmente stringe amicizia con una quasi coetanea Anna Cavallotti, giovinetta proiettata a dar corpo ai propri desideri tanto in amore come nella futura professione, entrambe fantasticano di diventare affermate scrittrici. Le bombe alleate del ’43 su Firenze colgono Anna e la mamma a Campo di Marte, il rifugio è dentro un portone, esile foglia dietro cui coprirsi, muoiono entrambe, Anna aveva soli diciotto anni. Unica vera amica tanto desiderata ed improvvisamente persa, sarà un vuoto incolmabile.</p>
<p style="text-align: justify;">La vita di Vittoria è la metamorfosi della crisalide che si trasforma in una farfalla, processo di perfezione nei mutamenti fino alla liberazione in volo. Già il suo chiodo fisso è in questa parola in apparenza algida, distante: perfezione. Vittoria credeva nella kosmokalokagathia come legge universale di simbiosi tra bello e bene, idea dei pitagorici ancor prima che di Platone. Il bello è ovunque nel corpo come nella parola, nel pensiero come nell’azione, seguendo l’euritmia armoniosa, regolare del battito del cuore espressione del creato. “ Non è la bellezza ciò da cui si dovrebbe necessariamente partire? E’ un giacinto azzurro che attira col suo profumo Persefone nei… regni della conoscenza e del destino “. E’una porzione scelta di un suo aforisma, spiega che il mistero della bellezza ci spinge nei cunicoli delle miniere alla ricerca della sapienza primigenia sua generatrice, processo ontologico per il quale vale spendersi in vita, altezza aristocratica di contro al grigio modello borghese. Con Vittoria si attuò quella rivoluzione conservatrice, di cui a destra tanto si ciancia, una scelta netta che la pose ai margini delle case editrici, assai attente al vento della letteratura appagante i gusti del dopoguerra, intrisa com’era di contaminazioni servili con la politica gramsciana del pensiero unico. Lei fu reazionaria per le sue tesi, quanto rivoluzionaria nel combattere quel ben remunerato asfittico pensiero. In più, per certi suoi aspetti, fu catalogata fascista figlia di un fascista, papà Guido aveva subito sette mesi di prigionia con gli inglesi per i suoi trascorsi di regime, lei stessa provocatoriamente lodava a gran voce a Mussolini nelle strade della Firenze partigiana. Poi c’era quell’amore con Elémire Zolla che l’aveva coinvolta nel vortice di tematiche “ inattuali “ pregne di ricerca spirituale, conducendola per mano nei meandri degli asceti e delle religioni in un tempo di aperto, voluttuoso quanto agnostico consumismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo lavoro per anni era stato di “ operatrice culturale “ consistente in saggi e traduzioni di autori ignoti o quasi al grande pubblico. Nel ‘44 traduce Una tazza di tè più altri racconti della scrittrice neozelandese Katherine Mansfield, nel dopoguerra le Poesie del tede<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/C-4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-26714 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/C-4-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" /></a>sco Eduard Mörike. Gli anni fiorentini furono ricchi di conoscenze “ ermetiche” col poeta Mario Luzi, Carlo Bo, il grande traduttore Leone Traverso, il caro Bui, al quale si legò con laccio dell’amore. Fu lui a suggerirle la lettura di Hugo von Hoffmansthal assurto a suo maestro di pensiero, fu il viennese a coniare, per primo, il temine Konservative Evolution ( Rivoluzione conservatrice ) nel 1927 durante una conferenza a monaco di Baviera. Vittoria partecipa e promuove un piccolo cenacolo esclusivo di poeti, critici letterari, traduttori, personalità emergenti nel panorama fiorentino cui si aggiungono musicisti conoscenti del padre. Nel 1953 si tuffa, col suo puntiglio, nel progetto di una raccolta poetica tutto al femminile Il libro delle ottanta poetesse per l’editore Casini, ma l’opera verrà cancellata dalla scaletta, ci restano solo alcune schede di preparazione del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1955 è l’anno del suo arrivo a Roma a seguito del trasferimento di papà Guido, nominato Direttore del Conservatorio di S. Cecilia e presidente del Collegio di Musica. Finalmente nel 1956, l’anno della storica nevicata sulla Città Eterna, vede la luce editoriale la sua prima raccolta di liriche Passo d’addio per le edizioni Scheiwiller, solo 11 poesie racchiuse in un libricino, il passo del titolo è quello della danza, la ballerina si accommiata dalla scena, nel caso di Vittoria da un amore impossibile, dicitur per il poeta Mario Luzi, ne riportiamo qui il testo:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Si ripiegano gli abiti estivi</em><br />
<em> Si ripiegano i bianchi abiti estivi</em><br />
<em> e tu discendi sulla meridiana,</em><br />
<em> dolce Ottobre, e sui nidi.</em><br />
<em> Trema l’ultimo canto nelle altane</em><br />
<em> dove sole era l’ombra ed ombra il sole,</em><br />
<em> tra gli affanni sopiti.</em><br />
<em> E mentre indugia tiepida la rosa</em><br />
<em> L’amara bacca già stilla il sapore</em><br />
<em> dei sorridenti addii.</em></p>
<p style="text-align: justify;">In verità la poetessa canta l’ineluttabile dissolversi delle cose che siano gli abiti da riporre negli armadi non diversamente dalla vita stessa, un aprirsi dell’aria al suo passaggio, seguito da un richiudersi, poi è il silenzio, “tutti viviamo di stelle spente”.<br />
La storia sentimentale con L. Traverso è in evaporazione, lui vive a Venezia, nell’Urbe incontra un nuovo amore, anche intellettuale, Elémire Zolla, uomo già sposato, un guru nella ricerca sulla Storia delle Religioni, il loro legame, inviso ai genitori, durerà quasi vent’anni. Lui la introduce nel mondo scintillante, felliniano, della dolce vita romana che pullula di personaggi i più disparati. Vittoria che è schiva di carattere, compresa nell’odissea solitaria del suo viaggio ma pur sempre attiva, curiosa, intelligente, conosce Curzio Malaparte, Ignazio Silone, Roberto Blazen, Corrado Alvaro, Guido Ceronetti e molti altri fino al sommo poeta dei Cantos Ezra Pound. Lavora alacremente fino a notte inoltrata come saggista e traduttrice; nel ’58 per l’editore Scheiwiller esce la raccolta poetica Il fiore è il nostro segno del medico poeta statunitense W.C.Williams inventore della metrica variabile a suo dire, assai più adeguata a cogliere, in versi, la vita quotidiana. Dello stesso autore curerà la traduzione anche per la raccolta Poesie nel ’61. Nel ’59 la A. Mondadori aveva pubblicata la sua traduzione del Diario di Virginia Wolff, un’antologia di appunti, saggi, riflessioni della grande scrittrice inglese morta suicida nel ’41 nelle acque del fiume Ouse con le tasche piene di sassi. Fu l’amato coniuge Leonard Wolff, nel ’53 a raccogliere e selezionare gli scritti del diario della consorte per darli poi alle stampe come fosse un testamento letterario.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1962 viene pubblicata la prima raccolta di saggi campiana dal titolo Fiaba e mistero, silloge di scritti sull’universo, da lei adorato, delle fiabe francesi facenti parte di quel gigantesco corpus che sono les Contes des Fées ( i Racconti di Fiabe ) a partire dalla Corte du Roi Soleil. L’anno che segue verga l’introduzione alla novella Storia della città di rame, estrapolata dalle Mille e una notte, famosa antologia di novelle orientali ( divenute nel tempo appunto 1.000 ) che l’aveva affascinata sin da bambina. Traduce poi Venezia salva di Simone Weil, frammenti poetici di amara riflessione su un fatto storico, la congiura spagnola del 1618 per impadronirsi della perla Venezia, metafora della tragedia umana tutte le volte che con la forza e l’inganno si cerca di uccidere la bellezza. Della stessa autrice fornisce la traduzione di due saggi pubblicati con il titolo di La Grecia e le intuizioni precristiane scritti da Simone tra il 1939 ed il 1942 su un tema d’indagine, molto caro a Vittoria, la ricerca delle tracce dell’amore di Dio nella religione come nella filosofia nell’antica Grecia. Nel ’71, a distanza di otto anni, esce una seconda raccolta di saggi Il flauto e il tappeto, riflessioni profonde sui significati nascosti nelle fiabe sia occidentali che orientali. Il mondo fantastico delle novelle può essere accumunato a quello dei miti e delle religioni, le fiabe sono dispensatrici di risposte ai nostri eterni interrogativi esistenziali, dal significato di nascere fino al morire, passando per lavoro, amore, dolore, desiderio innato della felicità. Vittoria scava nei racconti traendone insegnamenti pedagogici di ancestrale sapienza permeata da un profondo significato religioso, in fondo in Toscane le fiabe vengono chiamate novelle stesso significato di Vangelo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo i genitori sono morti in sequenza nell’arco brevissimo di un anno 1964-’65. Il vuoto è enorme, si rinnovano i passi di addio, nel contempo cresce la riflessione sul significato della vita che spinge Vittoria ad una profonda adesione al cristianesimo, in assonanza col percorso ascetico di Simone Weil, stimolata, in questo, anche dalle ricerche del suo amante E. Zolla, sua era stata l’antologia I mistici pubblicata nel 1963. Vittoria nuota calma ma ben diritta verso la sua Itaca, si immerge in testi editi sempre da Rusconi in anni di piombo, scrive l’introduzione a Attesa di Dio dell’amata S. Weil, ai Racconti di un pellegrino russo e Detti e fatti dei Padri del deserto. La bellezza le si svela nel misticismo degli eremiti, nella volontà di togliere, levare, fino ad arrivare all’anima cristallina ripulita d’ ogni scoria. Frequenta l’Abbazia di S. Anselmo sull’Aventino ( piccola nota autobiografica, anch’io la frequentavo ai tempi del mio insegnamento a Testaccio, quando il Superiore era un mio collega tra i banchi ), ama il rintocco della campana che accompagna le sue ore invitandola a guardare verso il cielo. «Il suono delle campane che ordina il giorno, accompagna dolcemente la notte – questa esistenza infine, quasi di oblati in ritiro – è puro olio soave sull’anima e il corpo». Ma il Concilio Vaticano II, già nel ’65, aveva promulgato il Novus Ordo Missae definito da Vittoria “ l’apostasia liturgica del secolo ”. La perfezione millenaria dei riti era distrutta, via il latino come lingua aggregante e universale della chiesa, via la profondità celeste dei canti gregoriani, stravolta la somministrazione sacramentale, saltano sul presbiterio laici supponenti, complessini di schitarranti giovanotti, chiasso e balli, concessione evidente alla liturgia riformata dei protestanti, lei riflette mestamente: «A Sant’Anselmo è giunta la lebbra (microfoni da per tutto, parti della Messa in volgare, discussioni penose là dove era silenzio e sorriso) ed io non vi metto più piede se non per vedere il buon padre, che non può nulla se non soffrire in silenzio. […]. Nel 1969 aveva preso carta e penna per scrivere un testo al veleno contro la riforma liturgica conciliare e, al contempo, si schierò apertamente con le posizioni tradizionaliste di monsignor Lèfebvre che porteranno allo scisma con conseguente scomunica vaticana. Ricorda in proposito Alfredo Cattabiani:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Aveva fondato Una Voce, aveva attaccato il pontefice.</em><br />
<em> Dal punto di vista religioso aveva una sensibilità</em><br />
<em> molto tradizionale. Era un’estremista. È stata lei a</em><br />
<em> curare un libro di Lefevbre […] e a spingerlo a</em><br />
<em> posizioni di rottura. Direi quasi che fu Lefebvre ad</em><br />
<em> essere un discepolo di Cristina.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma la frittata liturgica è fatta ed andrà sempre peggio per chi segue le cose di chiesa, Vittoria scende dall’Aventino fino al Pontificio Collegio Russicum di via Carlo Cattaneo, fondato nel 1929 da Pio XI per la preparazione dei sem<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/C-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-26712 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/C-2-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" /></a>inaristi russi, adesso chiuso dai gesuiti di Bergoglio. Lì si mantiene inalterato il rito bizantino e lei ritrova quella bellezza della perfezione che tanto aveva inseguito nella vita, tutto gliela ricorda, dalla liturgia, ai canti, dai gesti meditati, ai paramenti fino alle sacre icone appena illuminate dal tremulo fiammeggiare delle candele, lì riscopre la metafisica della bellezza. Purtroppo la salute è malferma, Vittoria trascura di curarsi, è sola sulla barca o forse più semplicemente vede la luce del suo porto e freme di arrivare. La mattina del 10 gennaio 1977, per un ennesimo attacco cardiaco, l’artiglio sinistro si ferma, la farfalla lascia la crisalide per il volo, l’aria dietro di lei subito si richiude.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo visto Vittoria non scrisse mai racconti e romanzi, ma saggi, fiabe, traduzioni e poesie trovando nel dopoguerra un ambiente molto ostile perché era di destra, reazionaria per le sue posizioni nette non trattabili, lei tra l’altro profondamente antiborghese contro la diffusa cultura della mediocrità che uccide i cigni. Contribuì a questo isolamento politico anche il suo carattere schivo, umile, si lamentava persino d’aver scritto troppo e la sua dedizione fu agli ultimi, ai diseredati assai più che ai salotti pseudointellettuali. L’ostracismo avrà termine post mortem, negli anni ’80 quando la Adelphi pubblicherà i suoi scritti raccolti ne Gli imperdonabili edito nel 1987 e la raccolta delle sue poesie in la Tigre assenza. Chiudiamo con una sua lirica tratta dalla breve raccolta il Passo degli addii intitolata:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>Moriremo lontani</em><br />
<em> Moriremo lontani. Sarà molto</em><br />
<em> se poserò la guancia nel tuo palmo</em><br />
<em> a Capodanno; se nel mio la traccia</em><br />
<em> contemplerai di un’altra migrazione.</em><br />
<em> Dell’anima ben poco</em><br />
<em> sappiamo. Berrà forse dai bacini</em><br />
<em> delle concave notti senza passi,</em><br />
<em> poserà sotto aeree piantagioni</em><br />
<em> germinate dai sassi…</em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;"><em>O signore e fratello! Ma di noi</em><br />
<em> sopra una sola teca di cristallo</em><br />
<em> popoli studiosi scriveranno</em><br />
<em> forse, tra mille inverni:</em><br />
<em> «nessun vincolo univa questi morti</em><br />
<em> nella necropoli deserta».</em></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">“<em>[…] La meta cammina dunque al fianco del viaggiatore come l’Arcangelo Raffaele, custode di Tobiolo. […] In realtà egli l’ha in sè da sempre e viaggia verso il centro immobile della sua vita: lo speco vicino alla sorgente, la grotta – là dove infanzia e morte, allacciate, si confidano il loro reciproco segreto</em>”.</p>
<p>Bibliografia<br />
&#8211; Cristina De Stefano, Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo, Adelphi, Milano, 2002.<br />
&#8211; Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano, 1987.<br />
&#8211; Cristina Campo, Il flauto e il tappeto, Rusconi, Milano, 1971.<br />
&#8211; Cristina Campo,Il flauto e il tappeto, Rusconi, Milano, 1971<br />
&#8211; Andrea Zanni, La perfezione di Cristina Campo, il Tascabile, Letterature. 2017<br />
&#8211; Marina Zaffagnini, Campo Cristina detto Vittoria Guerrini, Storia e Memoria di Bologna<br />
&#8211; Arturo Donati, sito www.cristinacampo.it</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Emanuele Casalena</p>

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		<title>666: il numero della Vita e Soratè il demone solare &#8211; Il Poliscriba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jan 2018 07:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
		<category><![CDATA[666]]></category>
		<category><![CDATA[della]]></category>
		<category><![CDATA[demone]]></category>
		<category><![CDATA[Lucifero]]></category>
		<category><![CDATA[numero]]></category>
		<category><![CDATA[poliscriba]]></category>
		<category><![CDATA[solare]]></category>
		<category><![CDATA[soratè]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ס ו ר ת Tav resc vav sameh T Ra O S = SORAT Sorat è il demone solare. Secondo la Qabbalah, è l&#8217;espressione in parole del numero 666. Tutta la vicenda della Creazione descritta nei vari miti e riportata dopo millenaria tradizione orale in Scritti Sacri, si può facilmente ricondurre, se non ridurre, alla [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">ס ו ר ת<br />
Tav resc vav sameh<br />
T Ra O S = SORAT</p>
<p style="text-align: justify;">Sorat è il demone solare.<br />
Secondo la Qabbalah, è l&#8217;espressione in parole del numero 666.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tutta la vicenda della Creazione descritta nei vari miti e riportata dopo millenaria tradizione orale in Scritti Sacri, si può facilmente ricondurre, se non ridurre, alla dicotomia luce-tenebre. La successione temporale – ma il discorso del tempo, come sappiamo/intuiamo, non ha riferimento se non spaziale, ovvero la sua dimensione ricade ancora in una misura o percezione di movimento all’interno di uno spazio apparentemente vuoto, tridimensionale ma integralmente costituito da un fluido attivo conosciuto, accettato o rifiutato come Etere – è deducibile dalla trasmutazione materia-luce e luce-materia.</p>
<p style="text-align: justify;">In fisica questa trasmutazione viene per lo più definita, DECADIMENTO. Senza entrare nei dettagli algebrici, è interessante come questo concetto di CADUTA, evidentemente eredità semantica e culturale del mito della lotta tra bene e male, trovi espressione costante nei fondamenti della scienza razionalista, materialista e atea. Quando l’uomo per mezzo della sua ragione ha scoperto l’incredibile energia atomica, ha liberato sicuramente il demone solare, il SORAT di cui parla<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/P-2-4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25744 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/P-2-4-241x300.jpg" alt="" width="241" height="300" /></a> la Qabbalah, il daimon Lucifer intrappolato nella materia oscura. È interessante ricordare che questo concetto di oscurità luminosa, è un ossimoro che trova risvolti nell’indagine astrofisica, in quella branca della cosmologia che studia appunto la COSMOGENESI (anche sul piano semantico restano afflati metafisici dei quali è improntata tutta la scienza). Oggi, per indicare ciò che non si vede nell’universo con gli strumenti conoscitivi a nostra disposizione, cioè quegli apparati tecnici sensibili a tutte le frequenze elettromagnetiche, lo si mette sotto l’ombrello di materia o energia oscura che, fondamentalmente, non assorbe e non emette luce e quindi non è un’osservabile, ma un campo conoscitivo per ora relegato a ipotesi, congetture, intuizioni non corroborate da supporti sperimentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la materia oscura è in primo luogo l’ATOMO. L’impossibilità di immobilizzare un atomo o i suoi costituenti fondamentali per poterli osservare nella loro essenza, fa parte di quelle tenebre conoscitive che siamo obbligati ad esplorare con sonde astratte,i numeri e i simboli matematici, interpretando, indirettamente, i segni grafici che provengono dalle complesse elaborazioni informatiche integrate nei collisori di particelle. Il ritorno all’astrazione pura, quindi alla simbologia che rimanda a ciò che è INVISIBILE, è lo strumento più potente che l’uomo abbia mai partorito dalla sua mente per poter liberare il SORAT.(Atena sorta della testa di Zeus) Ciò che è materia, ha una sua controparte nel complesso di equazioni immateriali (se si prescinde dai supporti sulle quali vengono espresse; computer, carta, media) e queste equazioni non decadono nell’eterna dicotomia materia-luce, si elevano platonicamente e pitagoricamente sull’orizzonte degli eventi umani e sovraumani.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che si giunge a quel numero, 666, di cui tanto si è abusato nella storia esoterica dell’umanità. Le sue interpretazioni hanno sempre evidenziato una relazione autoritaria in senso unidirezionale tra Demiurgo e creatura (Marcione), tra divino e bestiale in attesa di un riscatto superomista (Nietzsche), trasfondendo paure pre-prometeiche, post-adamitiche laddove si doveva ravvisare una liberazione e non una coercizione.(La tentazione di essere Dio; il furto del fuoco agli Dei; il nutrirsi del Pomo d’Oro simbolo del disco solare; la cacciata dall’Eden)</p>
<p style="text-align: justify;">In questa impasse ci soccorre nuovamente la materia bruta, il suo essere livida e inaccessibile, animale, plasmabile come creta, ma piena di stelle come il monolito immaginato da Arthur C.Clarke. E dall’incandescenza sideralenasce la storia della Tavola Periodica degli Elementi oggetto di indagine affascinante che fu alchemica e poi chimica, tanto da spingere Primo Levi a farne una fiaba, un’espressione poetica di profonde conoscenze, espediente da sempre usato per celare ciò che dovrebbeessere custodito soltanto da coloro che aspirano alla sapienza, all’amore e alla protezione della vita. Modo letterario che Giuseppe Sermonti, il genetista antievoluzionista,ha rivisitato attraverso la fiaba, riconoscendone uno status di maturità linguistica e simbolica –e non certo infantile come vogliono farci credere gli antropologi – una semiotica più positiva del positivismo, nel manifestare ciò che si nasconde agli occhi ciechi di chi fa della scienza un mero esercizio politicizzato di demitizzazione della storia dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi si assiste ad una democratizzazione sempre più vasta del sapere, ad una sua reiterata esposizione che ne ha tolto ogni residuo metafisico, filosofico e in futuro anche ontologico ed epistemologico, rendendolo fruibile, accessibile, ma non venerabile. La desacralizzazione della sapienza ci impedisce di provare un vero stupore, ci rende turisti da CERN e non ci invoglia a sentire la conoscenza come parte integrante del sé che si apre all’Essere Cosmico, ormai percepito come un nulla potenza di tutto, al quale il tutto invariabilmente ritornerà. Eppure, in quella Tavola Periodica degli Elementi, la Bestia, l’Adamo è ben evidente e il suo marchio sulla fronte è lì ad attestarne la veracità mitologica, l’apocalisse intesa come RIVELAZIONE. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/P-3-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-25745 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/P-3-3-267x300.jpg" alt="" width="267" height="300" /></a>E in quei numeri freddi, precisamente calcolati, esiste il demone solare, il Dioniso bruciato dalla sua stessa bramosia di ebbrezza; si palesa la caduta nel cuore della vita dell’Angelo della Luce, una vita che si manifesta perché il numero non poteva essere che una monade ripetitiva di legami potenzialmente infiniti, una reiterazione ossessiva del proprio essere, un rispecchiarsi narcisistico in catene variabili e innumerevoli, come potenzialmente infinite potrebbero essere le forme di vita nell’universo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un numero che dalle stelle più brillanti e massive è precipitato negli inferi del cuore dei pianeti e delle loro lune, nella polvere intergalattica, nel centro delle comete ghiacciate, ovunque i nostri spettrografi indaghino nel profondo del corpo universale. Un caso numerico che ispirò Fred Hoyle, lo scopritore di quello Stato di Hoyle che impone una riflessione, non solo scientifica, su come il carbonio venga prodotto nella nucleosintesi stellare e che, secondo lo scienziato, doveva essere interpretato alla luce di un Principio Antropico che si può riassumere così: se la vita è giunta ad osservare il cosmo e trarne conclusioni sulla sua stessa esistenza, significa che l’universo è calibrato in maniera tale che la vita si manifesti inevitabilmente in una forma organica complessa basata sul carbonio. Infatti, per l’emergere della vita occorrono proprio:6 protoni, 6 neutroni, 6 elettroni.</p>
<p style="text-align: justify;">“Così è la vita”, benché raramente essa venga così descritta: un inserirsi, un derivare a suo vantaggio, un parassitare il cammino in giù dell’energia dalla sua nobile forma solare a quella degradata di calore a bassa temperatura. Su questo cammino all’ingiù, che conduce all’equilibrio e cioè alla morte, la vita disegna un’ansa e ci si annida (Carbonio, dal Sistema Periodico di Primo Levi).</p>
<p>Il Poliscriba</p>

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		<title>Epicuro, Coppola e la religione della vita – Silvia Valerio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Jul 2016 06:25:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La giornata si è aperta bionda e dorata; il sole rimbalza sui cruscotti delle auto, le mille finestre degli uffici, i tettucci di lamiera delle industrie. Bionda e dorata e violenta, con il caldo che ti prende già alla gola e ti mette al muro, gli insetti che scopri fermi, enormi, nelle loro uniformi da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La giornata si è aperta bionda e dorata; il sole rimbalza sui cruscotti delle auto, le mille finestre degli uffici, i tettucci di lamiera delle industrie. Bionda e dorata e violenta, con il caldo che ti prende già alla gola e ti mette al muro, gli insetti che scopri fermi, enormi, nelle loro uniformi da dinosauri. Eppure io sono felice, molto felice, perché ho appena finito di leggere un libro bellissimo, e mentre lo leggevo mi capitava di bagnarmi le caviglie nel Mediterraneo e di sorseggiare vino greco, guidata da un signore dalle labbra carnose e dagli occhi penetranti.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/07/13413710_10153766013252428_3673092560244435250_n.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-18120 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/07/13413710_10153766013252428_3673092560244435250_n-202x300.jpg" alt="Vita di Epicuro" width="202" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">‘Vita di Epicuro’ è il libro che tutti quelli che hanno fatto studi classici avrebbero voluto leggere da ragazzini. E Goffredo Coppola è il professore che tutti avremmo voluto avere da ragazzini. Non solo per le labbra carnose e gli occhi penetranti, naturalmente. Lo avrei voluto perché nella sua scrittura intuisco molta vita, una vita fatta di severità, politica, lotta, guerra, morte e dolcezza, e tuttavia questa vita passa nella scrittura senza scoppi, urla e drammi, rimane in filigrana, come quella piccola ruga che gli increspa la guancia nelle fotografie, lasciando solo la dolcezza, e così dà un libro davvero “semplice e cordiale”, come lo definisce lui stesso, nella sua ‘Lettera ad un amico’ introduttiva. Quella di Coppola è una scrittura fatta di grazia ed equilibrio, di tante, tantissime immagini che ti portano a correre sotto i dodici ulivi sacri dell’Accademia, con il profumo di smilace addosso; a sederti davanti a Socrate, in carcere, mentre si gratta la gamba finalmente libera dalla catena, e su quella gamba organizza il suo ultimo pensiero; a provare sui polpastrelli la carne dei marmi di Atene, ad aprire un sileno nella bottega di uno statuario. È il tempo della filosofia, della retorica e delle guerre tra filosofi; del Democrito che insegnava a non desiderare, perché “se non desideri molto, le poche cose che hai ti sembreranno molte”, di Socrate, Platone, Aristotele, delle agorà e dei simposi. Epicuro non è di estrazione nobile. Figlio di un maestro, passa i primi anni educato nella sua scuola, e tanti nemici nel corso della sua vita si appelleranno spesso a questo particolare per screditarlo. Poi fa parte della scuola di Teo, dove Nausìfane legge Democrito. Si trasferisce ad Atene, insieme a Menandro, futura stella della commedia, per il servizio nell’efebia attica. Viaggia e studia. A pochi anni dopo risale il periodo della sua malattia: persi tre giovani fratelli, viene colpito da fortissimi dolori agli arti inferiori, non sopporta la luce del sole, è così magro che soffre il contatto con le vesti. Costretto all’immobilità e al buio, pensa. Alla vita, alla morte, alla natura, alla sofferenza. Al rapporto del dolore con l’uomo. Alla serenità luminosa che viene solo dalla conoscenza e da sola può dar senso a tutta una vita. Dal buio del male risorge finalmente sano, con un pensiero lucido e saldo come uno scudo da battaglia. Comincia così l’avventura sua e della sua scuola, attraverso polemiche e addirittura una fuga, simile a quella che era toccata ad Aristotele. Perché quella di Epicuro è una scuola davvero singolare, a suo modo rivoluzionaria: non elitaria, è aperta anche ai poveri e frequentata da donne, e si colloca agli antipodi rispetto a quei cattedratici che insegnavano ai giovani come capovolgere la realtà a loro piacere. Epicuro cerca l’essenziale; lo ha trovato in quella conoscenza disciplinata, sincera, pura, che porta alla serenità di chi non si aspetta nulla di più di ciò che non possa dare la vita stessa. Togliere all’uomo la possibilità di qualunque maschera e qualunque speranza: questo cerca.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sarà la saggezza il primo sostegno della felicità. Questa virtù pratica che è preferibile alla stessa filosofia è madre di tutte le altre virtù, le quali, del resto, ci insegnano che non si può essere felici se non si è saggi, se non si è onesti, se non si è giusti, e che giusti, onesti, saggi non si è senza essere anche felici. […] Ecco quello che voi mediterete notte e dì, da soli e con l’amico che più vi assomigli. Queste poche idee fondamentali stabiliranno la pace nella vostra anima, e nessun turbamento vi procureranno i sogni della notte o i pensieri del giorno, ma vivrete come un dio fra gli uomini, se è vero che non si somigli agli uomini, ma agli dèi, quando ci riesca di godere in continua beatitudine il riposo degli dèi&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">Epicuro, quest’uomo dallo sguardo sereno e ironico, pieno di benevolenza, che ha trascorso la vita insieme agli amici e discepoli, senza rincorrere glorie e denaro, senza odiare i nemici, quest’uomo tanto calunniato che perfino noi uomini e donne di millenni dopo ancora lo immaginiamo come un viveur senza dio, intento ai piaceri e alle bellezze del suo giardino, è stato un uomo che ha vissuto davvero, ma perché non si è mai aspettato qualcosa in più rispetto alla vita. L’ha amata con grazia, con religione, con santità, con pienezza, fino alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può essere d’accordo o meno, con Epicuro. Si può non avere il dono di quella sua quiete tanto sicura. Si può essere dei dannati passionali che amano farsi trafiggere dalle cose, più simili a Teofrasto, forse, che, in fin di vita, aveva da lasciare ai suoi discepoli solo un “dolore profondo e bello”, tanto aveva guardato dentro il cuore degli uomini. “E non ti accorgi, Epicuro” gli diceva, “che gli uomini ti malediranno appunto perché non hai capito che il denaro vale per gli uomini assai più della bontà, assai più dell’onestà, assai più della bellezza, assai più dell’ingegno?”</p>
<p style="text-align: justify;">Epicuro invece morì sereno, così come era sereno l’“amico che più gli assomigli”, Goffredo Coppola, il pomeriggio di quel giorno di aprile che fu fucilato sul lungolago di Dongo. “Il saggio non compone poesie ma vive la poesia”, scrisse Epicuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ormai, quanti libri di oggi sono senza vita? Quanti giorni, quante notti, quante persone sono senza vita? In questa esile biografia ce n’è molta, di vissuta e di sottratta.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora smettiamo di fidarci di tutti i retori che ingombrano le nostre agorà, i nostri giornali, le nostre televisioni, dei nostri Gorgia da social network. Dei sofisti che nei licei e nelle università ci insegnano l’arte divertente del perdere qualsiasi certezza, dell’essere qualunque cosa e il suo contrario, di passare senza troppi pensieri da maschio a femmina e da femmina a maschio, di “questi predicatori che incedono in vestimenti ricchi e con la cattedratica pigrizia degli accademici”. Fidiamoci invece di chi senta che “l’educazione dei giovani è un rito religioso e che anche la scienza è religione”. Di chi scrisse questo libro tra una marcia e un colpo di cannone. Di chi non adoperi illusioni. Facciamoci insegnare da questi vecchi professori la religione della vita; impariamo a dire davvero il nostro grande sì a tutte le cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Silvia Valerio</p>
<p style="text-align: justify;">silvia_valerio@libero.it</p>
<p style="text-align: justify;"><u>Estratti dal testo:</u></p>
<p style="text-align: justify;">E come un uomo di questo mondo, come un piccolo uomo, Epicuro si mise in viaggio: il viaggio è lungo, e il mare così bello e sicuro di isola in isola, da Samo a Icaria, da Icaria a Mìcono e Delo, su per la piccola Siro e la minuscola Gìaro fino a Ceo, fino ad Atene. Allora il mondo era circoscritto al Mediterraneo, a questo mare violento e calmo, umano e sacro, dolce e amaro, che affidava l’uomo alle sue acque azzurre e cupe, alla tramontana torba, alle fresche ma non umide etèsie della notte e all’esecrabile chiaro scirocco. I Greci lo chiamavano il mare di casa, poiché c’erano nati su quelle rive; bambini avevano giocato con le alghe e la sabbia, e l’ammiravano sempre illuminato dal sole, accarezzato dalla chiarità lunare, sconvolto dal tridente del terribile dio, solcato dalle vele lente e veloci. L’immaginavano come un immenso prato tutto luce e colori, il prato di Posidone; credevano che la sua superficie non avesse limiti, e tuttavia sentivano che esso era chiuso nel suo abisso di cobalto e fra le coste, come un’isola d’acqua circondata dalla terra, come un lago, come uno stagno.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli diventano fastidiosi non più i panni che indossa e le coperte del lettuccio, ma le robe e i vestimenti di quei filosofi che gli tornano chiari e distinti dinanzi agli occhi della memoria: non lo tormentano nelle veglie insonni e nei soavi assopimenti i rumori e le voci estranee, ma il gocciolio di quelle parole che ascoltò a scuola e che ora lo esasperano con gli arzigogoli e le antitesi e i capricciosi ghiribizzi della cosiddetta dialettica.</p>
<p style="text-align: justify;">Sommerso in sé medesimo, il solo Epicuro, che sembra inerme di fronte alla realtà, ha una fede. Egli che sarà bestemmiato e vilipeso e maledetto e offeso e calunniato nei secoli, egli solo vive nel pensiero, e intuisce e sente per primo i problemi della sua generazione, e cerca di rischiarare la via con la sua fede universale di uomo condannato a morire, ma pur gioioso di vivere e nient’affatto timoroso della morte. Epicuro ha preso posizione nella tempesta che sconvolge il Mediterraneo, e che fa crollare a uno a uno tutti gli ideali del vecchio mondo democratico. […] Un giorno egli scriverà che ‘il saggio non compone poesie ma vive la poesia’: ma fino da ora egli vive la poesia di creare un mondo ribelle alle comuni leggi della società contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli non poteva servirsi di un gergo che sentiva superato e che gli appariva già nudo di corpo e di anima e incapace di dare vita alle sue idee e di trasformarle non in oggetti, ma in forze creatrici di una fede. Ma egli ha già uno stile che corrisponde esattamente al suo pensiero, scheletrico, istintivo, magro, ossuto. Dice le cose virilmente, senza ottimismo e senza pessimismo, quali esse sono. Non cerca di abbellirle con immagini, e in nessun caso cerca di nasconderne la terribilità quand’esse siano terribili.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo mondo agitato, Epicuro è solo: ed è tuttavia con tutti quelli che operano non per la vanità di sentirsi inchinati e riveriti, ma per obbedire alla coscienza del proprio essere. Egli è, nella solitudine, un ribelle, forse un rivoluzionario: è soprattutto un uomo di questo mondo, che vede le cose di questo mondo con gli occhi suoi di mortale. ‘Non dimenticare, uomo, che tu sei mortale. Solo impiegando giudiziosamente il poco tempo che ti è largito, tu penetrerai, per merito di una sana e diritta conoscenza della natura delle cose, nell’infinito e nell’eternità…’.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò lo malediranno e lo calunnieranno, perché egli ha detto la verità parlando da mortale a mortali. Sì, gli uomini non amano Iddio, ma gli uomini fanno di Iddio una loro creatura, una creatura che li perdoni sempre e che li faccia sicuri di quel suo generoso perdono affinché essi possano peccare di nuovo. Gli uomini hanno bisogno di mentire, di fingere, di mostrarsi umili, di apparire prepotenti, ma soprattutto hanno bisogno che si creda a quel che essi fanno, anche quando essi stessi non credono a se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Goffredo Coppola</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.edizionidiar.it/coppola-goffredo/vita-di-epicuro.html">Vita di Epicuro</a></p>
<p style="text-align: justify;">Edizioni di Ar 2016</p>
<p style="text-align: justify;">Collana Paganitas</p>
<p style="text-align: justify;">pp 126</p>

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		<title>L’oro della banca d’Italia. Il furto del millennio, probabilmente – Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jul 2016 08:15:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tema delle sovranità è la questione centrale dell’epoca in cui viviamo, anche se la percezione che ne hanno i nostri connazionali è confusa e alterata dalle menzogne del sistema politico, economico e mediatico. Il fondatore della scienza politica moderna, Niccolò Machiavelli, aveva chiaro che senza il controllo dell’apparato militare e della circolazione monetaria non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il tema delle sovranità è la questione centrale dell’epoca in cui viviamo, anche se la percezione che ne hanno i nostri connazionali è confusa e alterata dalle menzogne del sistema politico, economico e mediatico. Il fondatore della scienza politica moderna, Niccolò Machiavelli, aveva chiaro che senza il controllo dell’apparato militare e della circolazione monetaria non ci fosse potere.  Una questione da troppi ignorata, ma dalle dimensioni immense, è quella delle riserve d’oro italiane, che ammontano a 2.452 tonnellate e sono al terzo posto nel mondo. Alle quotazioni correnti del metallo giallo, il controvalore in euro è di almeno 75/80 miliardi. Le domande fondamentali sono almeno tre: dove sia custodito l’oro, chi ne abbia la proprietà, a che cosa può servire.</p>
<p style="text-align: justify;">Le risposte sono drammaticamente negative per il nostro popolo. Negli ultimi mesi, alcuni deputati  sono riusciti a visitare i santuari-caveaux della Banca d’Italia. I fatti sono i seguenti: solo circa 1.200 tonnellate si trovano a Palazzo Koch, storica sede di Bankitalia, meno della metà. La proprietà, giuridicamente, è in capo alla stessa Banca, che, <em>repetita iuvant</em>, è un organismo privato, sia pure investito di funzioni pubbliche, partecipante della Banca Centrale Europea, ed i suoi azionisti sono le maggiori banche “italiane”, tranne uno striminzito 5 per cento in mano all’INPS. Le virgolette poste sull’aggettivo italiane riguarda il fatto che tutte, diciamo tutte, le banche interessate  hanno importanti azionisti esteri, in alcuni casi sono controllate da istituti stranieri, a partire dai due giganti Unicredit e Intesa San Paolo.  Anche la Banca detta d’Italia, che alcuni ancora chiamano banca “nazionale” è quindi eterodiretta, ed i suoi <em>domines </em>sono il gotha della finanza mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all’uso o alla funzione della riserva aurea, le cosiddette autorità finanziarie  affermano che  essa “costituisce un presidio fondamentale di garanzia per la fiducia nel sistema Paese”. Due osservazioni: poiché Bankitalia fa parte dell’Eurosistema, la garanzia si estende agli altri Stati che fanno parte dell’Eurozona, il che pare quanto meno improprio; se poi occorre garantire attraverso l’oro il “sistema Paese”, orribile espressione sinonimo di Italia, chi, se non lo Stato, deve detenerla ed eventualmente deciderne un utilizzo, attraverso governo e parlamento? Eh no, poiché , dicono lorbanchieri, la riserva è nostra, è della sacra istituzione di cui è governatore Ignazio Visco.  Ebbene, questo è il punto: le riserve auree sono indiscutibilmente proprietà del popolo italiano nella sua continuità storica, di cui la banca di emissione (ormai ex, il potere è di BCE) è solo uno strumento tecnico.</p>
<p style="text-align: justify;">Due righe di storia: la Banca d’Italia nacque nel 1893, per volontà governativa a seguito dello scandalo della Banca Romana. Le furono conferite, insieme con i poteri di emissione, circa 150 tonnellate d’oro, provenienti per la metà dalle casseforti delle banche regnicole dei deposti Borbone. Non dimentichiamo che la quantità di moneta emessa, oggetto principale dello scandalo del 1893, era legata al possesso di riserve in metallo prezioso. Dopo la seconda guerra mondiale, e varie vicissitudini e trasferimenti che determinarono la perdita di 25 tonnellate, la riserva aumentò sino all’attuale consistenza, nell’ambito della proprietà pubblica dell’istituto di Via Nazionale, attraverso le banche di interesse nazionale di cui alle leggi bancarie del fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua privatizzazione fu conseguenza degli scellerati, criminali accordi del panfilo Britannia, presenti Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi ed il giovane allora dirigente di Goldman &amp; Sachs  Mario Draghi, ma le banche azioniste, comprate per poco più di un tozzo di pane, non hanno mai acquisito ufficialmente la proprietà dell’oro. Fortunatamente, per statuto, non possono disporne, come del resto neppure i sedicenti proprietari, ovvero l’istituto privato di diritto pubblico (un ircocervo!) Banca d’Italia. Non vi è dubbio che l’oro è stato acquisito con il sacrificio di molte generazioni di italiani, e che dunque la proprietà deve essere restituita al nostro popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Giulio Tremonti riuscì a far approvare una legge, la 262 del 2005, che stabilisce la proprietà pubblica di Bankitalia. Legge inapplicata, come tante altre del nostro incredibile Stato, ed il perché è piuttosto evidente, e si può riassumere nell’avviso scritto sui tram di una volta: non disturbare il manovratore.</p>
<p style="text-align: justify;">Disturbiamolo, invece, lanciando una campagna civile morale e patriottica prima che politica perché sia restituito al legittimo proprietario, noi, l’oro che è simbolo del sudore di milioni di italiani. Prima ancora, occorre sapere ufficialmente dove si trovi e perché sia lì la metà abbondante del tesoro, che, ricordiamolo, nelle nostre mani potrebbe cambiare il corso della storia economica nazionale, e forse anche ristabilire la sovranità economica della Patria. Probabilmente, la maggior parte è in America, presso la Federal Reserve, altri lingotti dormono nei forzieri della banca centrale svizzera e della Bank of England. Le spiegazioni ufficiali fanno sorridere,  verrebbero forse credute nelle prime classi elementari: si afferma che la custodia in varie casseforti avrebbe ragioni di sicurezza e di cautela rispetto ad instabilità politiche ed economiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà è ben più grave: innanzitutto, esiste ancora quell’oro? Quali furono, e sono, i motivi della sua esportazione? C’entrano forse clausole indicibili del trattato di pace con le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale? Chi, ed a quali condizioni ha titolo per chiederne, o pretenderne il rimpatrio? Esiste un recente caso, in cui la Germania (leggasi Bundesbank) ha chiesto ed ottenuto dagli Usa la restituzione di  parte della sue riserve. Analoghe richieste di restituzione provengono, per la Francia, da parte di Marine Le Pen. Troppi segreti si celano attorno all’oro, anzi all’ &#8220;oro fisico”, come lo chiamano nel mondo di carta della finanza speculativa. La Cina sta rapidamente aumentando le sue disponibilità, ed ha inaugurato quest’anno un mercato di metalli preziosi denominato in yuan a Pechino, la stessa Russia sta cautamente procedendo ad acquisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualunque motivazione abbia portato il nostro oro lontano dall’Italia, forse venduto, forse dato in pegno, è comunque da considerare criminale ed i responsabili, in  tempi seri, sarebbero chiamati a rispondere di alto tradimento.  C’è anche chi sospetta che l’oro sia stato prestato più volte, generando illegalmente un interesse che, su somme così ingenti, sarebbe comunque una cifra assai importante, oppure che sia stato oggetto di spericolate manovre per manipolare il prezzo del metallo sul mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, un altro furto, quello del millennio, a danno di tutti noi. Quel che colpisce profondamente è il disinteresse della classe politica, ma la spiegazione non è tanto difficile: chi tocca i fili muore. Ne sa qualcosa il governo italiano di centro-destra, pessimo ma legittimo, oggetto di un colpo di Stato per motivi finanziari del 2011. Tremonti chiedeva gli Eurobond, sgraditi a Francoforte, Berlusconi ipotizzava forse di uscire dall’euro, si accordava con Putin, il novello Gengis Khan e con Gheddafi, prima statista rispettato, poi nemico pubblico franco- britannico. Agli italiani, però, potrebbe interessare conoscere la storia di 80 miliardi di euro (ma la somma è destinata a salire) spariti dalle loro mani.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, però, l’oro continua ad essere tanto importante per gli uomini e gli Stati, anche adesso che non esiste più la riserva obbligatoria, abolita da Nixon il 15 agosto 1971, e che gli usi industriali dell’oro non giustificano la corsa al metallo color del sole?  Da un punto di vista metastorico, ne dette una spiegazione molto suggestiva Mircea Eliade, il grande studioso rumeno delle tradizioni e delle civiltà tradizionali, nel seguente passo: “L&#8217;oro non appartiene alla mitologia dell&#8217;<em>homo faber</em> ma è una creazione dell&#8217;<em>homo religiosus</em>; questo metallo cominciò infatti ad assumere valore per motivi di natura essenzialmente simbolica e religiosa. L&#8217;oro è stato il primo metallo utilizzato dall&#8217;uomo, pur non potendo essere adoperato né come utensile né come arma. Nella storia delle rivoluzioni tecnologiche – cioè nel passaggio dalla tecnologia litica alla produzione del bronzo, poi all&#8217;industria del ferro ed infine a quella dell&#8217;acciaio – l&#8217;oro non ha svolto alcun ruolo [&#8230;] E tuttavia, dai tempi preistorici fino alla nostra epoca, gli uomini hanno faticosamente perseguito la ricerca disperata dell&#8217;oro. Il valore simbolico primordiale di questo metallo non ha potuto essere abolito malgrado la desacralizzazione progressiva della Natura e dell&#8217;esistenza umana&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Più prosaicamente, il mercato dell’oro resta elemento centrale del mondo economico, ed è dominato, manco a dirlo, dalla finanza, in particolare da quella legata alla galassia Rothschild.  L’oro è il bene rifugio per eccellenza, ed i nostri anni tempestosi di conflitti e uragani economici lo rendono ancora più appetito. Dal punto di vista mineralogico, nell’ultimo quarto di secolo le quantità estratte sono state ampiamente superiori ai nuovi filoni scoperti: anche l’oro, dunque, viene sfruttato in misura maggiore di quanto ne rimanga disponibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero choc, però, è quello relativo al suo mercato. Centro del business è Londra, ed il suo London Bullion Market, di cui sono soci Barclay, Deutsche Bank, Société Generale, HSBC e Scotia Mocatta, fondato da un Rothschild nel 1919. Cinque persone, rappresentanti delle entità citate, ne fissano due volte al giorno il prezzo in dollari ad oncia troy (31,1035 grammi).  La gran parte delle transazioni avviene  <em>over the counter</em>, cioè fuori dai canali ufficiali e in qualche misura controllabili, per cui la manipolazione dei prezzi e l’illegalità è sospetto costante. Ogni cinque giorni  la finanza muove sulla piazza londinese certificati legati all’oro,  <em>futures</em>, derivati e tutte le altre pirotecniche invenzioni dei signori del denaro, per oltre 15 milioni di once, che è la produzione annua di quell’entità esoterica che è l’&#8221;oro fisico”. Circolano per il vasto mondo, dunque, pezzi di carta legati all’oro in quantità infinitamente superiore al fino realmente esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui, scommesse sul nulla gestite da biscazzieri in grisaglia, aggiotaggio, <em>insider trading</em> e tutto il resto. I croupier fanno girare la pallina a Londra due volte al giorno per conto dei soliti noti, ma il tavolo verde non c’è ed i giocatori da spennare sono al buio. Inevitabilmente, in condizioni di instabilità politica, crisi economica e deflazione monetaria,  il prezzo dell’oro aumenta. Come negli altri settori, si scambiano promesse, previsioni, possibilità. Di oro vero, fisico, poco o nulla. Poi qualcuno scuote la tovaglia e il banco, più ancora che al casinò, vince sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente, sino al punto di rapinare senza un fruscio l’oro dei popoli depositato nelle banche che un tempo si chiamavano centrali e nazionali, compresa quella che ha il nome dell’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo ribellarci, ed almeno sapere e capire, oppure la schiavitù è il nostro normale destino, di cui siamo artefici e colpevoli, come si dicono Bruto e Cassio nel Giulio Cesare di Shakespeare, o come già intuiva la pratica saggezza romana <em>populus vult decipi</em>, il popolo vuol essere ingannato, per cui, proseguono i nostri progenitori, lo si inganna.  I Rothschild conoscono bene la lezione, i loro colleghi altrettanto.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi paghiamo il conto.</p>

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		<title>Discorso del Presidente Federale Joachim Gauck all’evento commemorativo del 70° anniversario della distruzione di Dresda</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2016 05:00:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un testo rivelatore: Gauck ne emerge come il Gran Sacerdote della nuova religione tedesca, la cui pietra angolare è rappresentata dal senso di colpa. Quella officiata a Dresda nel settantesimo anniversario della distruzione della città è stata, anzitutto, una cerimonia penitenziale. L&#8217;enfasi posta dal celebrante sul concetto di riconciliazione non deve far perdere di vista [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/discorso-del-presidente-federale-joachim-gauck-allevento-commemorativo-del-70-anniversario-della-distruzione-di-dresda/">Discorso del Presidente Federale Joachim Gauck all’evento commemorativo del 70° anniversario della distruzione di Dresda</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt;">Un testo rivelatore: Gauck ne emerge come il Gran Sacerdote della nuova religione tedesca, la cui pietra angolare è rappresentata dal senso di colpa. Quella officiata a Dresda nel settantesimo anniversario della distruzione della città è stata, anzitutto, una cerimonia penitenziale. L&#8217;enfasi posta dal celebrante sul concetto di riconciliazione non deve far perdere di vista la premessa e il fondamento del rito, ovvero il mea culpa recitato in nome e per conto della maggioranza dei tedeschi, di cui Gauck si erge ad interprete.(La Redazione)</span></p>
<p><strong>Dresda, 13 febbraio 2015</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Martedì 13 febbraio 1945: questa data è impressa nella memoria di ogni cittadino di Dresda sopravvissuto a quella notte. Fece buio presto in quel fosco giorno d’inverno, martedì di Carnevale. I bambini indossavano cappelli dai colori sgargianti e nasi rossi da clown. Molti abitanti di Dresda cercavano tornare alla normalità, di evadere dal grigiore di quella guerra senza fine, di dimenticare il dolore degli sfollati presenti in città e dei resoconti circa l’avvicinarsi della linea del fronte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per cinque anni i bombardieri Alleati avevano per lo più ignorato la città. Ma quella sera, come scrisse il <em>professore di lingue romanze Victor Klemperer “</em><em>la catastrofe  colpì Dresda: le bombe caddero, le abitazioni si sgretolarono […] le travi in preda alle fiamme caddero sulle teste degli ariani e dei non ariani, e la medesima tempesta di fuoco condusse alla morte ebrei e cristiani; per alcuni dei circa settanta che portavano la stella gialla scampati a quella notte, tuttavia, essa significò la salvezza, poiché riuscirono ad evadere dalle celle della Gestapo approfittando del caos generale</em><em>” – proprio come l’autore che, essendo il marito di una cosiddetta ariana, non era ancora stato deportato. Klemperer sopravvisse ai raid aerei riportando lievi ferite e si sottrasse all’arresto fuggendo dalla città.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma le bellezze barocche della “Firenze sull’Elba” giacquero in macerie e migliaia di vite andarono perdute. La bombe e gli incendi le reclamarono indiscriminatamente: colpevoli e innocenti, membri del partito e bambini, criminali di guerra e suore, guardie dei campi di concentramento e lavoratori forzati, soldati in servizio attivo e sfollati che, per mettersi in salvo, avevano abbandonato i propri luoghi d&#8217;origine pensando di trovare in città un rifugio sicuro.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Erich Kästner</em><a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a><em>, un figlio illustre di questa città, si ritrovò due anni più tardi a camminare fra i mucchi di rovine: “</em><em>Quella che sapevamo essere Dresda non esisteva più. Si camminava fra le macerie come se si stesse camminando in sogno a Sodoma e Gomorra. […] Quindici chilometri quadrati di città rasi al suolo e spazzati via.</em><em>”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Persino oggi, settant’anni dopo, possiamo ancora avvertire gli effetti di quell’incubo. Testimoni oculari che vissero l’inferno portano con sé i ricordi di luoghi e persone che non rividero mai più. In molti di loro la distruzione provocò duratura sofferenza psicologica. In alcuni casi, essa passò ai loro figli e nipoti. Per la città, la notte del bombardamento divenne un momento decisivo, il punto di riferimento nella lotta per l’identità e la percezione di sé stessa.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ecco il motivo per cui siamo radunati qui oggi, in questo anniversario. Ci dogliamo per tutti coloro che soffrono da allora. E ricordiamo tutti quelli che persero la vita in quell’epoca, non solo a Dresda ma in qualunque altro luogo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Molte città furono bersaglio di terribili bombardamenti aerei durante la guerra. Città attaccate dai tedeschi: Wieluń in Polonia, Rotterdam, Belgrado, Londra, Leningrado o Coventry. E città sulle quali i piloti Alleati sganciarono le proprie bombe: Kassel, Darmstadt, Essen, Lubecca, Berlino, Würzburg, Swinemünde o Pforzheim. Ma, a causa del numero di vittime e dell’orribile incendio, sono Amburgo e in special modo Dresda  ad esser divenuti simbolo delle sofferenze della popolazione civile tedesca a causa dei bombardamenti aerei.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gli ordigni incendiari piovuti appresso alle bombe ad alto esplosivo innescarono tempeste di fuoco che trasformarono centri cittadini e cantine in trappole mortali. Il bombardamento di aree puramente residenziali su tale scala e con una simile forza distruttiva non aveva precedenti. La questione se questa forma di guerra fosse militarmente utile, permessa dalle leggi internazionali e moralmente accettabile fu oggetto di accese controversie anche mentre la guerra infuriava – persino in Inghilterra e fra gli Alleati. E’ a tutt’oggi in corso un dibattito di natura legale e morale per stabilire se mezzi illegittimi possano essere utilizzati per eliminare ingiustizie.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un’altra cosa che rende speciale Dresda è la seguente: in nessun altro luogo il dolore è stato così grandemente strumentalizzato a scopi politici come qui. La falsificazione della storia cominciò addirittura prima della fine della tirannia nazionalsocialista, proseguì sotto la DDR ed è proseguita sino ad ora da parte di alcuni individui incorreggibili.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pochi anni or sono, una commissione indipendente di storici, dopo aver effettuato minuziose ricerche, fissò il numero delle persone uccise nella notte fra il 13 e il 14 febbraio 1945 a venticinquemila. Ciò nonostante, taluni seguitano ad asserire che la cifra effettiva fosse più alta, allo scopo di mettere sullo stesso piano  gli attacchi Alleati e i crimini nazionalsocialisti contro l’umanità – in altre parole, per relativizzare la colpa tedesca. E sul fronte opposto vi sono coloro che, nonostante le indicibili sofferenze umane, giustificano il bombardamento a tappeto come una punizione adeguata, affermano il principio della colpa collettiva e ignorano pertanto completamente la sofferenza tedesca. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>So assai bene che da quando in Germania abbiamo preso piena coscienza – grazie a chi si prodigò a tal fine negli scorsi decenni – dell’ampiezza della colpa tedesca, tanta gente ha trovato difficile ammettere che anche le vittime tedesche ebbero a soffrire. Tuttavia, so anche che una nazione che consente un’atrocità come un genocidio non può aspettarsi di uscire impunita e indenne da una guerra che essa stessa ha scatenato.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi desidero ricordare con gratitudine il successo degli abitanti di Dresda nel resistere ad almeno due tentativi di strumentalizzazione della memoria. Negli anni Ottanta, piccoli gruppi di persone coraggiose che reggevano candele in mano, resistettero ai tentativi dello Stato di trasformare le commemorazioni in manifestazioni anti-occidentali. E oggi, decine di migliaia di persone a Dresda, scegliendo come simbolo la rosa bianca, si stanno opponendo a un genere di rimembranza di cui l’estrema destra in particolare ma a volte anche l’estrema sinistra cercano di abusare nel solco di un nazionalismo esacerbato o, al contrario, negativo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La rosa bianca non si ricollega solo al gruppo di resistenza antinazista di Monaco di Baviera; rose bianche era dipinte anche su due piatti di porcellana usciti intatti dal bombardamento del 13 febbraio. La donna di Dresda che ritrovò i piatti dopo l’incendio regalò uno di essi ai sopravvissuti di Guernica.  E la sua richiesta di perdono, la sua espressione di solidarietà nel dolore, il suo desiderio di riconciliazione, furono compresi e accettati.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vogliamo sancirlo ancora una volta: sappiamo chi cominciò quella guerra omicida. Lo sappiamo. E questo è il motivo per cui non dimenticheremo mai le vittime della guerra tedesca. Non dimenticheremo mai, anche se oggi ricordiamo le vittime tedesche.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il ricordo non ci mette in connessione solo con i defunti, ma crea una connessione fra coloro che ricordano. Dopotutto, noi intendiamo guardare al passato per trovare risposte alle questioni del presente e del futuro. Ciò che è accaduto non deve rimanere senza conseguenze. E così noi osserviamo il passato per trarre orientamenti, lezioni, esempi, forse anche alla ricerca di metodi che ci rendano capaci di far progredire ciò che è bene e di prevenire ciò che è male. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pertanto decidiamo a quali eventi del passato rivolgeremo speciale attenzione e a quali aspetti dedicheremo il nostro interesse.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Così facendo, ci rendiamo conto di quanto le persone differiscano nel modo di ricordare, e di come il ricordo non conduca affatto automaticamente a comportamenti buoni e giusti. Il ricordo può essere una forza proficua per una società. Ma in molte parti del mondo ancor oggi vediamo come una memoria selettiva e  per così dire truccata serva a promuovere scopi distruttivi, revanscisti o nazionalisti. Anche qui nel nostro paese, siamo tenuti continuamente a discutere, talvolta animatamente, a proposito di ciò che vogliamo ricordare, e come.</em></p>
<figure id="attachment_13809" aria-describedby="caption-attachment-13809" style="width: 201px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/04/La-croce-di-Alan-Smith-foto-di-Susan-Judd.jpg" target="_blank" rel="attachment wp-att-13809 noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-13809 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/04/La-croce-di-Alan-Smith-foto-di-Susan-Judd-201x300.jpg" alt="foto di Susan Judd" width="201" height="300" /></a><figcaption id="caption-attachment-13809" class="wp-caption-text">foto di Susan Judd</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><em>Perciò il fatto che siamo radunati qui oggi nella Chiesa di Nostra Signora insieme con rappresentanti dei nostri nemici d’allora non va affatto dato per scontato.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dalla Storia impariamo che vi possono essere risposte molto diverse alla distruzione, alle perdite territoriali, alla disfatta.  Ricordiamo come i tedeschi uscirono dalla Prima guerra mondiale. Essi, o quantomeno una gran parte di essi, si sentirono umiliati dal Trattato di Versailles. E andarono in cerca di vendetta – che è anch’essa una forma di ricordo. Svariati Stati hanno reagito in modo simile, da allora, come abbiamo visto recentemente nei Balcani, per esempio. Ci rendiamo di questo, e dovrebbe esserci di monito. Le inimicizie non possono guarire se le ferite sono mantenute aperte. Coltivare il risentimento accresce il desiderio di vendetta e di rivalsa. Una memoria che si concentri esclusivamente sulle colpe altrui pone le nazioni le une contro le altre anziché avvicinarle in un dialogo pacifico. Di recente siamo stati testimoni di preoccupanti alla manipolazione e alla strumentalizzazione del ricordo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non è trascorso molto tempo da quando politici ed esperti militari in Germania professavano questo credo: &#8220;</em><em>Giusto o sbagliato, il mio paese!</em><em>&#8220;. La lealtà incondizionata nei confronti della madrepatria era considerata più importante del fatto che la condotta della madrepatria fosse irreprensibile o meno. Gli insorti del 20 luglio dovettero apprendere una dura lezione: il tirannicidio da essi pianificato fu considerato dai più come tradimento ai danni della patria. Io, tuttavia, concordo con Carl Schurz, il figlio di un insegnante della città renana di Liblar, un uomo del secolo XIX, un combattente per la libertà che guadagnò profondo rispetto &#8211; non in Germania, però, ma come politico indipendente in America.  Schurz dichiarò: &#8220;</em><em>Il mio paese, giusto o sbagliato; se giusto, per esser mantenuto tale; e se sbagliato, per esser rettificato</em><em>&#8220;. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Da molti anni a questa parte, il nostro ricordo non è più stato ispirato al criterio secondo cui la priorità è la difesa dell&#8217;onore nazionale. Non siamo più disposti a negare o a difendere violazioni e crimini commessi nel nome del nostro paese. La maggior parte di noi ha rigettato un&#8217;immagine di noi stessi quali vittime, immagine cara ai molti che negli anni del dopoguerra si cullavano nell&#8217;autocommiserazione e rifiutavano di riconoscere le sofferenze delle vittime della Germania.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Poiché oggi noi sappiamo questo: coloro che sono disposti a smettere di rimuginare sul proprio destino, renderanno sé stessi liberi. Impareranno ad osservare sé stessi sotto una luce nuova, secondo una prospettiva storica più ampia, e diverranno più sensibili alla sorte altrui.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E&#8217; pur vero che talvolta siamo spettatori di quella potrebbe esser definita come una competizione fra diversi gruppi di vittime. Ma sempre più sta diventando possibile focalizzare il nostro ricordo verso ciò che è umano, verso la preservazione e la difesa di tutto ciò che rende umane le persone; la loro dignità e la loro capacità di provare empatia.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un frutto di questo modo di ragionare è una comprensione che trascende le frontiere fra le nazioni. Pertanto noi oggi siamo lieti di accogliere qui, nella Chiesa di Nostra Signora, ospiti dal Regno Unito, dalla Polonia, dalla Russia e da tanti altri paesi del mondo. Siamo profondamente grati e felici che voi siate qui. Grazie a tutti voi per essere venuti. Sappiate che non è vi è alcuna traccia di rancore nei nostri cuori, come non vi è nei vostri. Ci sentiamo uniti nel ricordo, ricordo che si rivolge alle vittime e al riconoscimento delle loro sofferenze. Ricordo che esprime altresì una profonda empatia, grazie alla quale possiamo avvertire ciò che accadde alle persone a causa della guerra &#8211; fossero a Londra, Varsavia, Leningrado, Dresda o Breslavia. Noi non dimentichiamo. E ci uniamo nel rivolgere i nostri pensieri e sentimenti al destino di tutte le vittime.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un tempo le rovine della Chiesa di Nostra Signora servivano a ricordarci gli orrori della guerra. Rammento bene l&#8217;arrivo da Rostock, la visione di quel cumulo di pietre nero-grigiastre. Oggi la chiesa ricostruita è un simbolo di pace e riconciliazione.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/04/Croce-di-chiodi-Coventry.jpg" target="_blank" rel="attachment wp-att-13810 noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-13810" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/04/Croce-di-chiodi-Coventry-300x225.jpg" alt="Croce di chiodi Coventry" width="275" height="206" /></a></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Venticinque anni fa, Dresda chiese sostegno per la ricostruzione della Chiesa di Nostra Signora e, ammirevolmente, i nemici del tempo di guerra furono tra coloro che risposero. Venticinque anni fa il Duca di Kent, in rappresentanza della corona britannica, promise una nuova croce per la cupola della torre campanaria</em><a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a><em>. Dieci anni fa, una delegazione da Coventry fece dono alla comunità della Chiesa di Nostra Signora di una croce di chiodi, costituita da tre grossi chiodi da carpentiere ritrovati nelle travi della cattedrale di Coventry dopo la sua distruzione da parte delle bombe tedesche</em><a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a><em>. La croce così divenne davvero un simbolo di riconciliazione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi la Chiesa di Nostra Signora è un luogo in cui apprendere insegnamenti sulla pace. Il denaro necessario per la sua ricostruzione fu raccolto un po&#8217; ovunque: due terzi della somma giunsero da donatori privati da ogni parte del mondo, ma in special modo dal Regno Unito e dagli Stati Uniti d&#8217;America. Che magnifico segno di solidarietà fra le nazioni! Quale buon esito per le parole della Bibbia ripetute nella litania di riconciliazione a Coventry: &#8220;</em><em>Siate gentili gli uni verso gli altri</em>, <em>pieni di tenerezza</em>, <em>pronti a</em> <em>perdonarvi a vicenda, come Dio in Cristo ha perdonato voi</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ancora, una lezione che abbiamo appreso e sperimentato: malgrado i molteplici fallimenti, malgrado il potenziale per azioni distruttive, gli esseri umani sono creature che possono sollevarsi, dal ricordo sincero e rispettoso, verso grandi cose &#8211; umanità, comprensione e pace.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>NOTE</em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Scrittore, nato a Dresda nel 1899 e deceduto a Monaco di Baviera nel 1974. Numerosi suoi romanzi apparvero anche in Italia sin dagli anni Trenta. Ricordo, fra essi, <em>Till Eulenspiegel, </em>ndT.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> La croce fu poi realizzata dall&#8217;artigiano-scultore Alan Smith, figlio di un pilota della Royal Air Force che prese parte alla distruzione della città, il quale ebbe a dichiarare: &#8220;<em>Mio padre mi raccontava degli orrori e delle sofferenze di Dresda.  Non voleva che fossero dimenticate. Lavorando alla croce, mi sono avvicinato di più a mio padre: un modo per dirgli addio e adempiere i suoi desideri</em>&#8221; (The Telegraph, 22 giugno 2004).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> In realtà la croce di chiodi originale è custodita nella cattedrale di Coventry. Quella donata a Dresda è una semplice copia. Copie della croce di chiodi di Coventry sono presenti in circa 160 comunità in giro per il mondo, ndT.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>Traduzione e note di Pietro Ferrari</strong></span></p>

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