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	<title>EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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		<title>L&#8217;eredità degli antenati, duecentotreesima parte – Fabio Calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 05:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archeostoria]]></category>
		<category><![CDATA[archeostoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Calabrese]]></category>
		<category><![CDATA[L'eredità degli antenati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come avevo sperato, agli inizi di settembre, “MANvantara” sta conoscendo un risveglio peraltro timido di attività, forse dipende dal fatto che, nonostante il declinare della stagione, la calura estiva non sembra affatto intenzionata a mollare la presa. Come vedremo, un non tanto piccolo sussulto di attività l&#8217;ha avuto pure il gruppo “gemello” “No OOA”, e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come avevo sperato, agli inizi di settembre, “MANvantara” sta conoscendo un risveglio peraltro timido di attività, forse dipende dal fatto che, nonostante il declinare della stagione, la calura estiva non sembra affatto intenzionata a mollare la presa.</p>
<p style="text-align: justify;">Come vedremo, un non tanto piccolo sussulto di attività l&#8217;ha avuto pure il gruppo “gemello” “No OOA”, e questa è una cosa positiva, perché quest&#8217;ultimo sembrava del tutto morto, o meglio non avere mai preso veramente vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 21 agosto c&#8217;è un post che ho trovato alquanto criptico, Ethnomediterraneo delle Anthpologos Culture.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“</em><em>Il Mediterraneo è una civiltà dalle etnografie complesse che pone al centro modelli di civiltà tra Occidente e Oriente. Una storia che trova nel suo interno una valenza prettamente antropologica tra archeologia, filosofia, letteratura e archetipi”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Molto interessante, ma purtroppo non è per nulla chiaro di che cosa concretamente si tratti, un convegno o che cosa?</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguiamo con un link del 26 agosto – per la verità è un link a un altro link, e questo rende difficile capire dove sia stato postato l&#8217;articolo originale, ma non è un grosso problema, infatti la notizia si ricava anche da altre fonti, è una di quelle che stanno facendo discutere il mondo scientifico, non solo il web.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel canale di Penghu a Taiwan sono state ritrovate ossa umane, precisamente un femore e una tibia risalenti a circa 45.000 anni fa. L&#8217;analisi delle proteine fossili ha permesso di stabilire che appartenevano a un denisoviano. Quello che ha stupito i ricercatori, è il fatto che l&#8217;uomo a cui appartenevano, doveva essere alto circa un metro e ottanta centimetri, un&#8217;altezza paragonabile a quella degli esseri umani moderni di alta statura, e questo contraddice la presunzione che gli uomini primitivi fossero bassi e che l&#8217;altezza sia gradualmente aumentata nel tempo. Personalmente, non me ne stupisco, non avendo mai condiviso tale presunzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dell&#8217;anatomia degli uomini di Denisova, sappiamo ancora poco, tuttavia si può ricordare che il famoso <em>Dragon Man</em>, inizialmente classificato come <em>Homo longi</em> e poi riconosciuto come essere un denisoviano, il cui teschio è stato rinvenuto in Cina, sembra essere stato un uomo particolarmente robusto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il femore e la tibia, che potrebbero aver fatto parte dello scheletro del medesimo individuo, ma anche no, impossibile stabilirlo con certezza, sono stati chiamati Penghu 2 e Penghu 3. Peccato che di Penghu 1 non ci venga detto assolutamente nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuiamo a parlare di Asia orientale. Il 27 un post ci parla degli Ainu, un&#8217;antica popolazione che vive ancora oggi nell&#8217;isola giapponese di Hokkaido e sono caratterizzati da lineamenti europidi e un&#8217;accentuata pelosità. Il post accenna anche ai <em>misteriosi</em> Jomon che avrebbero popolato le Isole Nipponiche prima della loro colonizzazione da parte di genti mongoliche. Personalmente, penso che il mistero non sia tale, e che i due misteri si illuminino a vicenda, che gli Ainu sia quel che rimane oggi degli Jomon, a loro volta residuo di un antico popolamento bianco dell&#8217;Asia precedente all&#8217;espansione delle genti mongoliche, e di cui rimangono tracce anche altrove nel grande continente.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Ainu la cui foto è riportata nel post, è paragonato come aspetto a Rasputin, una somiglianza che io francamente non vedo.</p>
<p style="text-align: justify;">  Sempre il giorno 27, Michele Ruzzai ci informa che è stata pubblicata per Hipérbola Janus l&#8217;edizione spagnola di  <em>Dimenticare Darwin </em>di cui ha scritto l&#8217;introduzione a questa edizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso sull&#8217;evoluzione è complesso, e l&#8217;ho già affrontato in altri articoli. Senza ripetermi troppo, è sempre meglio l&#8217;evoluzionismo che un creazionismo che potrebbe farci ricascare nel biblismo abramitico. A mio parere non si deve dimenticare Darwin, ma analizzarlo criticamente. Più che dimenticare Darwin, sarebbe meglio ignorare la bibbia, o almeno accorgersi del fetore di “eletto” che ne promana.</p>
<p style="text-align: justify;">A parte ciò, però, c&#8217;è da congratularsi con l&#8217;amico Michele che sembra aver raggiunto in Spagna una statura internazionale, grazie soprattutto alle sue collaborazioni con la rivista “Mos Maiorum”.</p>
<p style="text-align: justify;">Guarda caso, lo stesso giorno troviamo un post che ci ricorda quale è il segreto della forza espansiva delle tre religioni abramitiche: l&#8217;intolleranza violenta, e ci ricorda “la prodezza” compiuta dal monaco Winfrid, passato alla storia come San Bonifacio, abbattendo nel villaggio di Geismar in Germania una secolare quercia sacra considerata il simbolo del dio Thor.</p>
<p style="text-align: justify;">Entriamo finalmente nel mese di settembre, e troviamo un link a un articolo di “12.794 anni fa”, che come abbiamo visto in passato, è uno dei gruppi più linkati. Questa volta ci parla delle strutture, una serie regolare di monoliti che sono stati individuati sul fondo del lago Michigan, e chiaramente eretti quando il lago era meno esteso di ora. Su uno di essi si nota il disegno di un mastodonte. Interessante, ma non sbalorditivo. Questi animali si sarebbero estinti circa 11.000 anni fa, mentre anche l&#8217;archeologia ufficiale data la presenza umana sul continente americano ad almeno un millennio prima. I Nativi Americani possono benissimo averli incontrati, e probabilmente contribuito con la caccia alla loro estinzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro articolo del 4 settembre linkato dallo stesso gruppo ci porta in Egitto e ci parla della sfinge di Giza, menzionando una questione molto dibattuta. Secondo alcuni, il livello di corrosione di questa enorme statua non sarebbe compatibile con i 5000 anni che le attribuisce l&#8217;archeologia ufficiale, e propendono per datazioni molto più antiche. Al riguardo non mi pronuncio. A mio parere, dell&#8217;Egitto si chiacchiera troppo, e le radici della civiltà non vanno cercate lì.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo, troviamo un link a un comunicato ANSA, e non vi nascondo di averlo postato io. Come triestino, non potevo non farlo. Sembra che nell&#8217;alto Adriatico gli archeologi dell&#8217;Università di Southampton abbiano individuato un intero paesaggio di villaggi costieri oggi sommersi, di età mesolitica e neolitica, datati tra il 9.000 e il 4.000 avanti Cristo. Staremo a vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo poi due link, rispettivamente dell&#8217;8 e del 9, sempre a “12.794 anni fa”. Il primo ci parla di una leggenda dei Nativi Americani, secondo la quale un tempo gli esseri umani vivevano nel sottosuolo, e dei giganti non umani li avrebbero aiutati a uscire in superficie. Per la verità, si tratta di una leggenda nota da tempo, e che ha aiutato a costruire la teoria della Terra cava.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo ci parla della città sotterranea di Derinkuyu in Anatolia, ma fra le due cose non esiste connessione, infatti quest&#8217;ultima sarebbe stata realizzata attorno all&#8217;800 avanti Cristo, ben addentro all&#8217;età storica.</p>
<p style="text-align: justify;">Come se non bastasse, un altro link del 13 sempre allo stesso gruppo, ci parla di una scoperta della quale vi avevo già accennato in passato. Si parla del sito anatolico di Gobeckli Tepe, al quale è attribuita un&#8217;età di 11.500 anni, cosa che lo retrodaterebbe al paleolitico e costituisce un vero rompicapo per gli archeologi. Ma questo non è tutto, perché è stata ritrovata una statua incastrata in un muro, il che fa supporre che i costruttori del sito abbiano riutilizzato i resti di una costruzione ancora più antica.</p>
<p style="text-align: justify;">A mio parere, si farebbe bene a non linkare troppi articoli da “12.794 anni fa”, un gruppo che mi sembra eccessivamente fantasioso, senza contare che sarebbe ancora meglio se “MANvantara” non apparisse troppo come la fotocopia di qualcos&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso andiamo a esaminare “No OOA, contro la teoria Out of Africa”, il gruppo “gemello” di “MANvantara” che sembra essersi risvegliato dopo un lungo periodo di quiescenza.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo post comparso in questo gruppo risaliva addirittura al dicembre 2025, e a suo tempo ve l&#8217;avevo adeguatamente commentato. Con il nuovo anno sono arrivati mesi di vuoto, fino a giugno, sì da autorizzare le più pessimistiche previsioni sulla sua sorte.</p>
<p style="text-align: justify;">A rompere per primo questo muro di silenzio, è stato, appunto a giugno, un articolo di Rita Remagnino condiviso da “Ereticamente”, <em>L&#8217;amore frainteso. </em>Io in genere non ve ne parlo, come faccio per i miei pezzi già presenti sul nostro sito, quando compaiono qui o su “MANvantara” perché mi sembrerebbe di fare un inutile doppione, ma questo non significa che non apprezzi il lavoro della nostra Rita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1 luglio troviamo il link (unico) a due articoli molto interessanti e collegati. Il primo confuta la tesi del genetista Guido Barbujani secondo cui gli Europei sarebbero stati “neri” fino a tremila anni fa prima di subire un improvviso e misterioso sbiancamento. Si tratta di una scempiaggine, l&#8217;ho messo in evidenza più volte, che contrasta con tutto quanto sappiamo a livello genetico, archeologico, iconografica e che se oggi “la scienza” non fosse intossicata da uno spirito ideologico terzomondista e woke totalmente antiscientifico, non avrebbe mai avuto circolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo ci racconta una faccenda ancor più preoccupante. Le str&#8230;zate, non saprei come altro definirle, di Barbujani, ideologo woke malamente travestito da scienziato, infatti, sono state riprese in un filmato dal noto divulgatore “scientifico e storico” Alessandro Barbero, e sono diventate parte della riscrittura-falsificazione delle nostre origini ormai incorporata nell&#8217;ideologia di sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo che la tematica delle origini e l&#8217;eredità degli antenati sono oggi più che mai un campo di battaglia, che l&#8217;Out of Africa è stata solo l&#8217;inizio di una generale falsificazione nella quale l&#8217;obiettività scientifica è stata mandata a farsi friggere, sostituita da favole grossolane.</p>
<p style="text-align: justify;">Un post del 15 luglio ci parla del libro di Aurelio La Scala Marchesan <em>Wen, Veneti-Vani-Wenets </em>che ricostruisce la storia degli antichi Veneti preromani. Ve ne ho già parlato e non mi ci soffermo troppo, ma forse in precedenza non ho menzionato il fatto che la prefazione del libro è opera di Michele Ruzzai.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 21 luglio troviamo due cartine, una ci mostra il tipo di capelli più diffuso nelle popolazioni umane, liscio in quelle mongoliche, ondulato fra gli europidi, crespo in Africa e in Melanesia, l&#8217;altra, un po&#8217; più sorprendente, visualizza la distribuzione pilifera nei maschi, essa è particolarmente accentuata nella regione mediterranea, in Scandinavia e nell&#8217;isola giapponese di Hokkaido, probabilmente gli Ainu, è tuttavia, come avviene per i gruppi sanguigni, impossibile farla corrispondere a una tipologia razziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 29 luglio troviamo qualche consiglio di lettura, sono gli stessi che abbiamo già trovato su “MANvantara” e non mi ripeto se non molto sommariamente, molto Georges Dumezil e qualche imprescindibile classico come <em>Religiosità indoeuropea</em> di Hanns F. K. Gunther.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 2 settembre troviamo una cartina riprodotta da Wikipedia che riproduce quella che dovrebbe essere la presunta uscita dall&#8217;Africa e l&#8217;espansione umana sul pianeta, accompagnata da un commento che ne mette in evidenza le assurdità e le contraddizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Notiamo per prima cosa che essa, inizialmente fissata a 50-70.000 anni fa, è ora stata fatta arretrare nel tempo a 200.000 anni or sono, man mano che in varie parti del mondo si sono ritrovati fossili umani anteriori a questa data, con una serie di aggiustamenti che ricordano tanto quelli con cui gli astronomi seicenteschi tentarono di salvare il sistema tolemaico.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, le assurdità di dettaglio si sprecano. La parte orientale dell&#8217;America del nord sarebbe stata raggiunta dall&#8217;uomo solo 4.500 anni fa, la Nuova Zelanda solo 700 anni fa, sebbene la vicina Australia sarebbe stata colonizzata ben 50.000 anni fa, il Madagascar solo 1.500 anni fa, sebbene la grande isola sia vicinissima all&#8217;Africa da cui ci raccontano che avremmo origine. Insomma, quello che si può definire un gran pasticcio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 6 settembre abbiamo una segnalazione libraria, <em>Misteri e magia del nord, le rune e i poteri femminili</em> di Freya Aswynn, editrice Venexia, Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro è l&#8217;edizione italiana di <em>Leaves of Yggdrasil</em>, testo che è un bestseller internazionale sull&#8217;argomento della magia nordica, legata soprattutto a dee e figure femminili.</p>
<p style="text-align: justify;">Tirando le somme, io direi che si può notare con soddisfazione la ripresa di attività di “MANvantara”, constatare che il vuoto dei mesi precedenti è stato dovuto soprattutto alla pausa estiva, quest&#8217;anno forse resa più problematica da un&#8217;estate particolarmente torrida. Voi forse però non l&#8217;avrete notato, perché ho provveduto a riempire il vuoto utilizzando la centonovantanovesima e la duecentesima parte per una sorta di riassunto dell&#8217;attività svolta in questi anni, e il raggiungimento del “tondo” numero duecento di questa serie di articoli andava in qualche modo celebrato.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi nascondo, però, di aver nutrito un certo timore, che pare per ora smentito dai fatti, che “MANvantara” avesse esaurito il suo ciclo vitale, mettendo seriamente in forse la prosecuzione di questi articoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora più importante è forse il fatto che anche il gruppo “gemello” “No OOA” sia uscito da un lungo stato di ibernazione, anche perché quest&#8217;ultimo è ancor più specificamente dedicato alla confutazione della favola africano-centrica.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; infatti più che mai il momento, come ci dimostrano i vaneggiamenti di Barbujani e Barbero travestiti da scienza e con l&#8217;avallo del potere e di una “cultura” ufficiali che sappiamo essere da sempre contro di noi, di raccogliere tutte le forze per respingere l&#8217;attacco alla nostra visione del mondo e alla semplice realtà dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">NOTA: Nell&#8217;illustrazione, a sinistra un&#8217;immagine e la planimetria della città anatolica sotterranea di  Derinkuyu, al centro <em>Misteri e magia del nord, le rune e i poteri femminili</em> di Freya Aswynn, a destra  <em>Wen, Veneti-Vani-Wenets </em>di Aurelio La Scala Marchesan.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>La passione immortale per Fiume italiana – Pietro Cappellari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 05:38:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti di Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le città che più hanno condizionato la storia d’Italia certamente un posto di riguardo va a Fiume che, per decenni, ha rappresentato un simbolo di irredentismo e patriottismo unico, per poi eclissarsi dalla stessa memoria collettiva nazionale all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e dell’accettazione di quella sconfitta. Del resto, la Storia non è certo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra le città che più hanno condizionato la storia d’Italia certamente un posto di riguardo va a Fiume che, per decenni, ha rappresentato un simbolo di irredentismo e patriottismo unico, per poi eclissarsi dalla stessa memoria collettiva nazionale all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e dell’accettazione di quella sconfitta. Del resto, la Storia non è certo una di quelle scienze in cui eccellono gli Italiani di oggi, data la manipolazione e la rimozione del nostro passato che è stata fatta in oltre 80 anni da “professoroni” ed istituti marxisti (tutti con cospicui fondi statali). Nonostante ciò, una fiamma di passione è rimasta viva grazie all’opera di indefessa tutela della dignità e dei diritti nazionali condotta eroicamente dal MSI. È proprio in una delle sue Sezione che conobbi la storia di Fiume, qualcosa di meraviglioso. La città è stata il simbolo della rivoluzione politica e generazionale che di lì a poco avrebbe sommerso lo Stato liberale e democratico; fucina delle liturgie patriottiche dannunziane che i Legionari avrebbero immesso nello squadrismo che si faceva Nazione. Liturgie poi istituzionalizzate dal Regime fascista nella religione della Patria che si imponeva come missione degli Italiani tutti. Di questa straordinaria storia ci siamo occupati in due nostri studi, <a href="https://campomarzio.home.blog/2019/02/18/fiume-trincea-ditalia/"><em>Fiume trincea d’Italia</em></a> e <a href="https://campomarzio.home.blog/2021/07/07/dannunzio-finalmente-in-liberta/"><em>D’Annunzio in libertà</em></a>, cui rimandiamo il lettore<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo il tradimento e la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, con l’invasione titina sostenuta dal PCI, le foibe, l’esodo e la sostituzione etnica spensero per sempre quel faro di italianità che proiettava, erede della Serenissima, la luce della Civiltà italiana dall’Adriatico verso l’Europa Orientale. All’ultima fase di Fiume italiana è dedicato uno splendido lavoro di Marino Micich sul quale vale davvero la pena di indugiare<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Trattato di Rapallo del 12 Novembre 1920, stilato dal Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni fissò il confine al Monte Nevoso, facendo ricadere 400.000 Slavi nei nostri confini (prima dell’avvento di Mussolini). Di questi, 40.000/45.000 abbandonarono l’Italia durante i venti anni di Fascismo, anche se è impossibile dire se per motivazioni politiche o più precisamente economiche. Del resto, per molto tempo, le zone interne dell’Istria rimasero zone depresse. L’economia fiumana, ad esempio, cominciò a risollevarsi solo dopo il 1936, quando la disoccupazione si equiparò a quella del resto d’Italia: tra il 3,5% e il 4%<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Non si erra se si afferma che, nel 1945, vivessero nei confini italiani comunità slave per un ammontare complessivo di 360.000 persone<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Ed erano tutte lì, con la loro lingua, i loro costumi, la loro cultura, nonostante i venti anni di politica di “inclusione per nazionalizzazione” portata avanti dal Regime fascista. Politica, oggi, condannata, ma al tempo adottata da tutti gli Stati del mondo, anche a democrazia avanzata, e sempre megliore delle alternative, purtroppo praticate in quegli anni: l’espulsione o il genocidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Trattato di Rapallo del 1920, se riconobbe a livello internazionale il confine italiano al Monte Nevoso, abbandonò a se stessi gli Italiani della Dalmazia, da decenni costretti ad una lenta emigrazione a causa della politica slavizzante degli Asburgo. Tra il 1919 e il 1923, 3.500 Italiani lasciarono la Dalmazia e, negli anni successivi, anche ai rimanenti non restò altra scelta del volontario esodo, date le politiche repressive adottate dalla Iugoslavia dei Karadjordević. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si calcola in 8.000/10.000 il numero degli Italiani di Dalmazia ad aver abbandonato le loro terre in quello che sarà ribattezzato come “primo esodo” (il “secondo” ci sarà all’arrivo dei <em>partizan </em>titini che annichilirono per sempre la Civiltà italiana dalmata)<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa fare di questi 400.000 Slavi entrati a far parte del Regno d’Italia fu una preoccupazione dei Governi liberali, che adottarono la misura più confacente alla nuova situazione creatasi: la “inclusione per nazionalizzazione”. Del resto, altra scelta non v’era in quegli anni, dove le frontiere erano viste solo in funzione di una prossima guerra. In realtà, altre soluzioni, tutte praticate in quegli anni senza grandi traumi di coscienza, v’erano come abbiamo detto: l’espulsione in massa o il genocidio. Opzioni che non vennero mai prese in considerazione, né dai Governi liberali, né da quello fascista che, però, accelerò drasticamente sulla nazionalizzazione dell’elemento slavo, iniziando dalla riforma delle toponomastica e introducendo, il 1° Ottobre 1923, dopo la Riforma Gentile, l’insegnamento obbligatorio della lingua italiana nelle scuole di tutta la Venezia Giulia, confinando quella “materna”, ossia lo sloveno o il croato, negli orari extrascolastici (soluzione che, però, non ebbe concrete applicazioni). Le lingue slave furono poi abolite anche nei Tribunali e negli uffici pubblici (15 Ottobre 1925). Infine, il Regio Decreto n. 17 del 10 Gennaio 1926, esteso alla Venezia Giulia nell’Aprile 1927 con il R.D. n. 494, con il quale si prevedeva di <em>riportare alla forma italiana</em> i cognomi che nel Trentino e nell’Alto Adige erano stati germanizzati nei secoli precedenti, soprattutto ad opera dei Parroci. La stessa cosa era avvenuta in Venezia Giulia. La norma non conteneva un obbligo esplicito, sia chiaro, anche se nel corso degli anni vi fu un’applicazione sempre più generale, arrivando le Regie Prefetture a cambiare d’ufficio moltissimi nomi di origine straniera per accelerare l’assimilazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo colpo alle comunità slave fu la chiusura di tutti i circoli culturali e della stampa slava, lo smantellamento del sistema delle cooperative creditizie molto diffuso nella regione e la stretta sulle Parrocchie, con l’espulsione di “<em>alcuni Parroci e Sacerdoti sloveni e croati privi di cittadinanza italiana, per ragioni di sicurezza e per attività antitaliana</em>”<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Bisogna comunque evidenziare che il Vescovo di Fiume Ugo Camozzo non seguì le imposizioni del Governo fascista, permettendo sempre l’utilizzo delle lingue slave nelle cerimonie e nelle celebrazioni religiose<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante tutta questa legislazione assimilazionista – comune a quella di tanti altri Stati! –, nel 1945, ben 360.000 Slavi vivevano in Venezia Giulia, con la loro lingua e la loro cultura che, evidentemente, il Regime non aveva affatto estirpato.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei primi successi internazionali di Mussolini fu certamente l’annessione della città di Fiume alla Madre Patria (27 Gennaio 1924). Fu così creata la Provincia del Carnaro, con capoluogo Fiume, una provincia particolare, di confine, con una città italiana contornata da contrade a maggioranza croata.</p>
<p style="text-align: justify;">La Provincia del Carnaro, che raggruppava i Comuni di Abbazia, Castelnuovo, Castel Jabalnizza, Clana, Elsane, Fontana del Conte, Laurana, Matteria, Mattuglie, Moschinea, Primano e Villa del Nevoso, aveva una popolazione di 55.170 individui, di cui “allogeni”, cioè Croati e Sloveni, 44.612 (80,86%). Gli Italiani erano solo 9.698 (17,58%)<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fiume, al 30 Giugno 1940, era abitata da 60.892 persone, di cui 41.314 Italiani (67,85%). Gli “allogeni”, cioè i Croati, gli Sloveni e i Serbi erano 11.199 (18,39%). Vi erano poi anche 6.933 stranieri (11,39%), di cui 5.482 Iugoslavi (9%)<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante i venti anni di Regime, nonostante la pesante “inclusione per nazionalizzazione”, iniziata dai Governi liberali e potenziata dal Fascismo, le comunità slave stanziate nei territori annessi all’Italia si mantennero tranquille e disciplinate, ed anche i fenomeni di terrorismo, di marca, sia detto, nazionalista-iugoslavista, non furono un “prodotto locale”, ma soprattutto movimenti fomentati dalla autoritaria Iugoslavia, che tutto era tranne che una “democrazia liberale” e reprimeva le identità nazionali interne con maggiore rigore – usando anche la violenza – rispetto al Fascismo. Annota Micich: “Intorno al 1937, poi, il gruppo TIGR e le altre organizzazioni irredentiste slave cessarono praticamente di esistere con perdita degli appoggi del Governo di Belgrado dopo la stipula del Patto Ciano-Stojadinović”<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione al confine orientale si complicò in modo generale dopo l’invasione della Iugoslavia (6 Aprile 1941) e della sua implosione. Nel Nord si decise di costituire un Regno di Croazia sotto influenza italiana, e di non procedere alla costituzione di uno Stato sloveno che, in effetti, mai era esistito, dando spazio ad una visione che chiameremo “imperialista asburgica”, secondo la quale tutti i terrori un tempo appartenuti all’Impero d’Austria avrebbero potuto essere inglobati <em>sic et simpliciter </em>nel Reich hitleriano. Una forzatura del genere era avvenuta in Boemia, Moravia e Slovacchia. Tuttavia, per dare soddisfazione all’alleato italiano, nel caso della Slovenia, i Germanici decisero di dividere in due la regione, permettendo all’Italia di annettere – anche in questo caso <em>sic et simpliciter </em>– la parte orientale a ridosso dei propri confini, quella che prese il nome di Provincia di Lubiana. Così facendo il Regno d’Italia, il 3 Maggio 1941-XIX, inglobò un territorio di 4.545 km<sup>2</sup> con una popolazione di 300.000 unità.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene la situazione territoriale, gli equilibri e i nuovi confini si sarebbero stabiliti con certezza solo dopo la fine della guerra, la politica italiana, che univa improvvisazione al peggiore imperialismo, era condizionata dal potente – e prepotente – alleato germanico. Annettere la Slovenia Orientale fu, probabilmente, anche una necessità per controbilanciare il dinamismo germanico in Europa Orientale, ben sapendo che una Slovenia indipendente sarebbe stata attratta e poi fagocita dal potente Reich tedesco senza che l’Italia avrebbe potuto fare alcunché.</p>
<p style="text-align: justify;">I nuovi confini italiani comportarono anche delle modifiche territoriali nella Provincia del Carnaro che si estese verso Est, inglobando quella che fu ribattezzata “Intendenza Civile per i Territori Annessi del Fiumano e della Cupa”: 1.382 km<sup>2</sup> e 90.000 individui, in stragrande maggioranza Croati. L’Intendenza di divise in sei Commissariati civili: Sussak, Buccari, Castua, Concanera (Čabar), Veglia, Arbe.</p>
<p style="text-align: justify;">L’implosione della Iugoslavia permise, il 20 Maggio 1941-XIX, anche la costituzione del Governatorato (italiano) della Dalmazia, indipendente dalla neonata Croazia, suddiviso in tre Provincie: Zara (capoluogo), con le isole di Ugliano, Pasmano, Isola Lunga, Ulbo e i centri di Nona, Sardona e Sebenico; Spalato, con le isole di Solta, Lissa, Curzola, Meleda; e Cattaro, con Antivari e il territorio delle Bocche.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può solo immaginare la freddezza di come tale stato di cose venne accettato dalle comunità slave, anche se non si registrarono atti eclatanti di resistenza o sommosse. Ben poco poté fare il Federale del PNF di Fiume Genunzio Servidori, già Comandante squadrista di Ferrara, così come il suo successore, il 2 Aprile 1943, Gino Gallarini di Milano, coadiuvato dagli Ispettori federali Umberto Panigatti e Nicolò Blasevich. Su tutti “vegliava” il Prefetto Temistocle Testa, che per i territori annessi alla provincia poté contare su Edoardo Susmel, Salvatore Bellasich e Carlo Stupar.</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione creatasi venne accettata dalla “guida suprema” del neonato Stato croato Ante Pavelić, con il Trattato di Roma del 18 Maggio 1941-XIX. Del resto, i rapporti di forza erano quelli e Pavelić dovette far buon viso a cattivo gioco, dovendo essere riconoscente a Mussolini per gli anni di ospitalità dati agli ustascia durante l’esilio e la clandestinità, ottenendo comunque la creazione di una Croazia indipendente, alla quale venivano annesse la Bosnia e l’Erzegovina.</p>
<p style="text-align: justify;">L’implosione della Iugoslavia fece detonare le tensioni tra le varie etnie che da molti anni erano state compresse dallo Stato autoritario dei Karadjordević. Fu un massacro generalizzato: tutti contro tutti in un’orgia di sangue senza precedenti. Se 500.000 è il numero delle vittime attribuito ai <em>partizan </em>comunisti, altrettanto atroce è il numero delle vittime attribuite agli ustascia croati: oltre 327.000 serbi soppressi, senza contare la feroce persecuzione antiebraica che portò alla morte 26.000 persone di quella religione. Il campo di concentramento di Jasenovac è da annoverare tra i campi di sterminio per le violenze perpetrate nei confronti dei prigionieri<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Non fu certamente un caso se, nel Maggio 1941, i pochi Serbi ortodossi presenti nella zona di Krasica-Skrljevo, a Nord-Ovest di Buccari, scrissero al Duce chiedendo di annettere anche quelle terre alla Provincia del Carnaro, confidando nella protezione delle Regie Forze Armate contro le intenzioni epuratrici degli ustascia croati<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo scenario di guerra tribale tra etnie, subentrò anche la Resistenza agli occupanti italo-tedeschi e le conseguenti, tragiche e spesso barbariche, azioni di controguerriglia: 600.000 morti addebitati ai Tedeschi, 10.000 agli Italiani e ancora 10.000 ai Bulgari.</p>
<p style="text-align: justify;">Al Sud le cose non furono certamente migliori, in quanto in Montenegro, nel Luglio 1941, dopo una   maldestra rettifica di confine a favore dell’Albania compiuta dalla miope politica italiana, scoppiò una insurrezione generale contro le Regie Forze Armate. Ci vollero due mesi per “pacificare” la regione e la perdita di 4.000 soldati italiani. In questo contesto, nell’Agosto 1941, dopo la disfatta, i <em>partizan </em>titini ebbero il tempo anche di epurare le loro fila dagli elementi “attendisti”, aggiungendo morti su morti, in quello fu il primo utilizzo delle foibe come fossa comune: “Quel gruppo di dirigenti comunisti [Ivan Milutinović, Filip Bajković, Peko Dapčević, Jovo Kapičić e altri] furono chiamati <em>jamari</em>, cioè ‘gli infoibatori’”<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Ritroveremo Dapčević, tra il Maggio e il Giugno 1945, a capo dell’Amministrazione militare iugoslava in Istria, dunque nel periodo in cui si riprese l’usanza delle foibe come metodo di sterminio (una prima ondata, in Istria, v’era stata anche nel Settembre 1943; foibe utilizzate con questo scopo vi furono anche in Dalmazia, come quella di Kevina nei pressi Traù, senza contare quelle della zona di Spalato).</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione per gli ebrei si fece disperata, braccati dai Germanici e dagli ustascia. Fuggirono quando poterono nelle zone di occupazione italiana, dove trovarono un “<em>riparo provvisorio</em>”<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>, tanto che Leòn Poliakov, storico israelita e fondatore del Centro di Documentazione Ebraica di Parigi, coniò per l’Italia il termine “<em>schermo protettore</em>”<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>:</p>
<p style="text-align: justify;">[…] Nel Governatorato italiano di Dalmazia dal 1941 al 1943 ripararono circa 3.800 ebrei stranieri, i quali furono per la maggior parte internati in varie località italiane e dalmate; solo una parte di loro venne respinta. Mussolini, inoltre, non acconsentì che venissero deportati gli ebrei aventi cittadinanza italiana e così il Generale Mario Roatta poté, non ufficialmente, evitare la consegna degli ebrei ai Tedeschi da parte dell’Esercito italiano<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche più a Nord gli ebrei videro nell’Italia fascista, nonostante l’esistenza di una zelante legislazione antisemita, un “porto sicuro”, tanto è vero che 400 israeliti di Sussak chiesero il trasferimento in Italia e così altri 1.300 che erano fuggiti dallo Stato croato, non ottenendo però i permessi necessari. Si tenga presente che nella Zona di Operazione le Autorità della RSI agivano subordinate ai Comandi germanici, per cui poco o nulla poterono fare davanti alla stretta antiebraica che si registrò nella regione: 708 israeliti deportati da Trieste; 412 da Fiume e Sussak. Il 30 Gennaio 1944, la sinagoga fiumana fu anche data alle fiamme<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo “schermo protettore” incarnato dall’Italia nei confronti degli ebrei ha fatto scrivere a Shelah Menachem un libro preziosissimo, edito non a caso dallo Stato Maggiore dell’Esercito, dall’emblematico titolo: <em>Un debito di gratitudine</em>. Libro che consigliamo vivamente a tutti coloro che speculano sulla politica antiebraica del Regime fascista<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie ad ampie operazioni di controguerriglia, il Regio Esercito riuscì a “tenere terreno” mettendo sulla difensiva i <em>partizan</em>, anche grazie all’aiuto dei cetnici serbi, i partigiani monarchici che avevano apprezzato la politica “protettiva” degli Italiani davanti alle stragi etniche che si compivano nella ex Iugoslavia.</p>
<p style="text-align: justify;">Le rappresaglie di cui furono parte attiva le nostre unità devono essere inquadrate necessariamente nel clima di guerriglia inumana scatenata dai titini, che si esibirono in massacri generalizzati e torture barbare da provocare la terribile reazione dei soldati italiani in un crescendo di violenza inumana. Le azioni che provocarono le rappresaglie sono oggi dimenticate, mentre la reazione italiana amplificata per speculazione politica. Così come si sorvola sulla illegittimità della guerriglia e su tutto ciò che prevedevano le Convenzioni internazionali di guerra a proposito. Comunque sia, tra le rappresaglie italiane più famose, dovute tutte alla legittima reazione contro crimini partigiani, si citano quella di Jelenje del 30 Maggio 1942 (20 fucilati); quella di Primano del 4 Giugno 1942 (24 civili soppressi); quella di Podhum del 12 Luglio 1942 (un centinaio di persone uccise). Tutte da inquadrare nella legittima reazione ai crimini commessi dai <em>partizan </em>di cui abbiamo accennato anche in un nostro studio – <a href="https://campomarzio.home.blog/2020/05/25/crimini-partigiani-in-balcania-uscito-lultimo-lavoro-di-pietro-cappellari/"><em>Crimini partigiani in Balcania</em></a> – al quale rimandiamo il lettore<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>. Comunque sia, la reazione italiana fu ben poca cosa, ci si permetta il termine, rispetto ai massacri e alle barbarie titine, anche se, bisogna evidenziare, come la rappresaglia non si esaurì con la fucilazione in massa degli abitanti: interi villaggi vennero rasi al suolo e bruciati senza discriminazione di sorta e decine e decine di migliaia di persone deportate nei campi di concentramento, in tristissime condizioni di vita. Si calcola in 100.000 gli Slavi deportati in Italia, che ebbero in gran parte sorte migliore di quelli confinati nel campo di Arbe, dove le malattie falciarono tra i 1.200 e i 4.000 civili su 16.000 internati (tra cui 2.700 ebrei “salvati” dalle persecuzioni germaniche e croate). Altre 1.000 persone perirono per malattie e denutrizione nei campi di Visco e Gonars (Udine)<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>. Una tragedia utilizzata oggi però per scopi di propaganda antifascista eludendo il contesto storico.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto cambiò per l’Italia drammaticamente dopo il 25 Luglio 1943 e, ancor più, dopo l’8 Settembre. La caduta di Mussolini e la liquefazione delle Regie Forze Armate permisero alla guerriglia comunista di rifornirsi di armi e materiali e farsi padrona del campo. Una tragedia annunciata, l’inizio della fine, anche per Fiume che, fino a quel momento, aveva vissuto senza scossoni di sorta e senza che nessuna organizzazione antifascista si fosse organizzata<a href="#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a>. Davanti al collasso dell’Italia, Pavelić cercò di rivendicare tutte le terre croate annesse dall’Italia, comprese però anche Zara e Fiume, risultando però meno estremista di Tito, in quanto le sue richieste esclusero l’Istria occidentale in cui riconobbe la preminenza dell’elemento italiano. I comunisti titini, invece, si fecero eredi delle rivendicazioni più estreme del paniugoslavismo, datate 1918, un Grande Stato di tutti gli Slavi del Sud, dall’Isonzo fino a Salonicco, il tutto nel quadro di un costituendo Impero degli Stati comunisti dei Balcani sotto la guida del Maresciallo Tito.</p>
<p style="text-align: justify;">I Germanici, che dovettero d’emergenza inserirsi nelle regioni evacuate dagli Italiani, dovettero fare opera di moderazione, avocando a sé ogni decisione in merito e cristallizzando la situazione con la proclamazione della Zona di Operazioni del Litorale Adriatico, territorio di esclusiva pertinenza militare quindi, sottratto provvisoriamente alla Autorità civile, ossia agli Italiani. I Tedeschi, non fidandosi più degli Italiani, crearono così una “zona cuscinetto” in Italia, separando <em>de facto</em> i confini del Reich con quelli della costituenda RSI. In caso di nuovo cambio di fronte o di collasso della Repubblica Sociale Italiana, i Germanici sarebbero rimasti comunque padroni della situazione, tenendo ben lontani dai propri confini gli eserciti nemici. Sia chiaro, non ci fu nessuna annessione, né questa mai venne paventata ufficialmente, anche se alcuni estremisti nazionalsocialisti “austricanti” non nascosero di ambire a questa soluzione una volta terminato il conflitto. Di là della sconfitta inevitabile, non crediamo assolutamente che Hitler avrebbe assecondato tale manovre.</p>
<p style="text-align: justify;">Liberi di agire, i <em>partizan </em>dell’entroterra passarono all’azione e, in Istria, iniziarono il massacro del “nemico del popolo”, principalmente la classe dirigente italiana. Si calcola in 500/600 il numero delle persone assassinate nel Settembre-Ottobre 1943, tra le quali rimane simbolo di martiro Norma Cossetto, oggi Medaglia d’Oro al Valor Civile della Repubblica Italiana<a href="#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono le truppe tedesche, cui si unirono le Camicie Nere rimaste in armi, a salvare la popolazione italiana dell’Istria<a href="#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a>. L’Operazione “Nubifragio” (25 Settembre – 5 Ottobre 1943), guidata dalla Divisione SS “Prinz Eugen”, sbaragliò le formazioni titine che dovettero subire perdite calcolate nell’ordine di 4.000 unità. Alla fine, 21.000 civili risultarono deportati<a href="#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Zara venne salvata dalle violenze dalla pronta reazione dei militari italiani che, anziché sbandarsi, si costituirono in Compagnia Studenti Universitari “Antonio Vukassina”, fondata da Enzo Drago, e respinsero ogni ingerenza croata, venendo infine riconosciuti dai Germanici che insediarono in città un Prefetto italiano, il coraggioso Vincenzo Serrentino. La cosa, ovviamente, non evitò l’inizio dell’esodo verso la penisola di molti esponenti delle comunità italiane di Ragusa, Spalato, Sebenico, le isole di Lesina, Lissa, Curzola e Brazza, annesse allo Stato croato, e sulle quali incombeva la barbarica ombra della guerriglia comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Così avvenne a Fiume che, nonostante la fuga dei capi militari, vide la ferma decisione del Gen. Gastone Gambara di opporsi ad ogni violenza slava, salvando la città dai <em>partizan</em> e con essa la popolazione tutta, grazie ad uno schieramento di forze invidiabile: il Reggimento “Cavalleggeri di Saluzzo” (l’unica unità della II Armata rimasta in armi e ripiegata al completo dalla Balcania); le Camicie Nere del LXI Battaglione della locale Legione e della Milizia Confinaria; Carabinieri, Finanzieri e Poliziotti.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti al collasso generale italiano a all’arrivo dei Germanici, il 15 Settembre 1943, a Fiume, i fascisti ritornarono subito in piazza, fondando un Comitato cittadino in cui si distinsero Gino Sirola, Bruno Puhar, Arturo De Maineri, Ettore Rippa, Annone Erbisti, Mario Rora, Adelchi Di Pasquale, Gian Proda e Lino Poli.</p>
<p style="text-align: justify;">I Tedeschi, inquadrata la Provincia del Carnaro nella costituenda Zona di Operazione del Litorale Adriatico, esautorarono il Prefetto “badogliano” Pietro Chiarotti, nominando il Senatore Riccardo Gigante Commissario straordinario, la cui libertà d’azione fu drasticamente limitata dalla presenza del Consigliere germanico per la Provincia del Carnaro Karl Pachneck. Infine, nominarono uno Sloveno a capo della Provincia di Lubiana (il Gen. Rupnik) e un Croato per il costituendo Commissariato straordinario di Sussak e Veglia (Frank Spehar). Sull’Isola di Veglia fu nominato un Commissario nella figura del Croato Martin Mrakovčić, rigettando la proposta di designare un Italiano avanzata dal Segretario del locale Fascio Repubblicano Gaetano Maracich. Nel Commissariato di Sussak e Veglia i Germanici reintrodussero la lingua croata nelle scuole e negli uffici amministrativi.</p>
<p style="text-align: justify;">A Pola, il Prefetto italiano Lodovico Artusi fu affiancato dal Viceprefetto croato Bogdan (Deodato) Mohorović.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale modo di procedere, concedendo agli Slavi posti di potere atti a controbilanciare la presenza italiana nella regione di confine, urtò profondamente i fascisti più chiusi in un vetero nazionalismo che non aveva più ragione di esistere. Infatti, i Tedeschi, con questa politica territoriale, evitarono così lo scoppio di tensioni etniche, ma – sia chiaro – non acconsentirono mai alla Croazia di Pavelić di intromettersi negli affari dell’Istria, di Fiume e di Zara, che erano e rimanevano sotto la sovranità della RSI (sebbene sospesa per via della costituzione delle Zone di Operazione).</p>
<p style="text-align: justify;">Se Fiume, grazie all’azione dei fascisti, era rimasta in mano italiane, a Sussak le cose erano andate molto diversamente, in quanto vi erano penetrati i <em>partizan </em>che vi commisero “<em>atrocità di ogni genere</em>”: <em>“[…] Vi erano diversi uomini massacrati: […] avevano il cuore strappato, si disse trattarsi nostri [degli Italiani] informatori. […] Sulle lance che recingevano l’Hotel Continental era infisso, supino, il cadavere nudo di una donna dalla lunga chioma platinata. Seni e lingua erano mozzati. Pare si trattasse della fidanzata di un nostro Tenente di Artiglieria</em>”<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti a quanto era avvenuto e stava avvenendo fu a tutti chiarissimo il fallimento politico italiano dell’occupazione della ex Iugoslavia e dure critiche, anche tra i fascisti, maturarono in proposito, con denunce scritte e circostanziate. Si pensi solo che, dall’Aprile 1941 al Settembre 1943, le Regie Forze Armate avevano pagato un tributo di sangue enorme: oltre 9.000 morti, 15.160 feriti e 6.300 “scomparsi”<a href="#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>. Senza che, effettivamente, le zone di occupazione fossero state pacificate.</p>
<p style="text-align: justify;">I Germanici, come abbiamo visto, cercarono di mantenere un equilibro tra le varie etnie, non assecondando nessuna rivendicazione nazionalista, né italiana, né croata. Intervenendo duramente ovunque si registrasse la minima frizione. Fu così che la RSI fu praticamente tagliata fuori dalla gestione diretta delle sue province Nord-Orientali e la stessa Guardia Nazionale Repubblicana dovette operare nella Venezia Giulia con il nome di Milizia Difesa Territoriale (MDT). Comunque, lo spiegamento delle Forze Armate Repubblicane nella regione fu massiccio, riuscendo a schierare 15.000/16.000 uomini, adempiendo ad uno dei capisaldi della RSI: la difesa dei confini nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">A Fiume, il PFR si organizzò rapidamente, riprendendo le sue attività il 22 Settembre 1943 grazie all’attivismo di Lino Poli (poi sostituito da Arturo De Maineri che sarà anche il primo Podestà di Fiume repubblicana). La Federazione del Carnaro, invece, si strutturò su un Triumvirato: Ramiro Antonini (Federale), Lino Poli e Carminio Rossi; affiancati da un Direttorio: Gino Sirola (sarà anche Podestà dal 9 Febbraio 1944), Mario Rora, Adelchi Di Pasquale, Ettore Rippa, Enzo Chianese e Nicola Benagli.</p>
<p style="text-align: justify;">Al fianco del Prefetto Riccardo Gigante, che ricordiamo era sposato con una ebrea convertita, vi furono il cieco di guerra Renato Bulian e l’imprenditore Ettore Rippa, noti fiumani rispettati per il loro patriottismo. La sua esperienza, però, durò poco. Dopo le pressioni croate, Gigante fu sostituito nella carica di Prefetto da Alessandro Spalatin, gradito a Pavelić in quanto non aveva mai dato prova di acceso irredentismo e, quindi, considerato meno intransigente.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima attività del Fascio Repubblicano fiumano fu quella dell’assistenza ai profughi che giungevano da Zara e quella della costituzione di gruppi armati. In quest’ultima iniziativa si distinsero le Camicie Nere della 61<sup>a</sup> Legione della Milizia Arnaldo Viola, Renato Bulian, Ramiro Antonini, Bruno Puhar, Pietro Barbali e Giorgio Conighi, che riuscirono ad inquadrare diversi Volontari. Già nel Dicembre 1943 veniva costituita un Legione della GNR (poi 3° Reggimento “Carnaro” MDT), su due Battaglioni, il primo al comando di Carlo Carletti con sede a Fiume; il secondo al comando di Arnaldo Viola di stanza a Mattuglie. Il Reggimento fu posto alle dipendenze del Ten. Col. Giuseppe Porcù che, per contrasti sorti con i Germanici, fu sostituito nel Febbraio 1945 dal Col. Pietro Montesi Righetti. A capo del Servizio investigativo era il Ten. Col. Ernesto Carretto.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene la MDT – che nella Venezia Giulia allestì cinque Reggimenti – fu “separata” dalla GNR dai Germanici che non tollerarono mai l’ingerenza della RSI nelle Zone di Operazione, la sua presenza sul territorio fu fondamentale per proteggere gli abitati e gli Italiani dalle azioni dei <em>partizan</em> che già nel Gennaio 1944 ripresero la guerriglia in grande stile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 25 Marzo 1944 si verificò uno dei più gravi crimini in danno alle Forze Armate Repubblicane: dodici Carabinieri inquadrati nella GNR-MDT, vennero torturati e massacrati in quello che passò alla storia come Eccidio di Malga Bala, vicino Plezzo (Gorizia). Il 27 Marzo 2009, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito loro la Medaglia d’Oro al Merito Civile, in cui veniva riconosciuto a questi combattenti della RSI “<em>preclaro esempio di amor patrio, di senso dell’onore e del dovere, spinto fino all’estremo sacrificio</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa strage, se è la più famosa, non fu certo l’unica e nemmeno la più grave: tra l’11 e il 12 Gennaio precedenti, infatti, ventidue Guardie Repubblicane di Finanza al Comando del Brig. Serafino Ricci Lucchi, di stanza a Matteria, ad una ventina di chilometri ad Est di Trieste, nell’Istria del Nord, furono catturate dai <em>partizan</em> e vennero condotte verso Vatovlje. Di loro non si seppe più nulla. Una delle tante stragi di Finanzieri della RSI di cui fu costellata la storia della Venezia Giulia, che dimostra, ancora una volta, l’enorme sacrificio di sangue dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana in difesa dei confini nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i Germanici dovettero subire durissime perdite: venne calcolato che tra il Gennaio 1944 e il 15 Febbraio seguente, le perdite incassate raggiunsero le 500 unità.</p>
<p style="text-align: justify;">Si stimava in 6.000 i ribelli attivi in tutta la regione, tra cui quasi 2.000 Italiani<a href="#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a>. Per limitare la presenza degli Italiani tra i partigiani, il Segretario del Partito Comunista Sloveno propose di trasferirli presso i Battaglioni lavoratori<a href="#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni attentato, come abbiamo detto, scattava una feroce rappresaglia, con lutti a non finire tra la popolazione civile. A Lipa, ad una decina di chilometri linea d’aria a Sud-Est di Gorizia, il 30 Aprile 1944, i Tedeschi fucilarono ben 269 persone (al rastrellamento parteciparono anche una quindicina di Camicie Nere del Presidio di Giordani, al comando del Cap. Alberto Celligoi di Fiume, detto “Piaz”). Così avvenne nei dintorni di Tominje-Tomigna, a metà strada tra Trieste d Fiume, nell’Istria del Nord, il 18 Maggio 1944, quando vennero impiccati 70 civili<a href="#_ftn29" name="_ftnref29">[29]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla ripresa dell’attività partigiana, nel Gennaio 1944, corrispose anche l’inizio dei bombardamenti angloamericani. Se ne contarono 27 e 150 saranno i morti della guerra ai civili condotta dagli Alleati contro i fiumani<a href="#_ftn30" name="_ftnref30">[30]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ilio Bacich, l’altro importante Senatore fiumano si ritirò a vita privata, mentre il Prof. Giuseppe Gerini, che fino al 25 Luglio 1943 era stato Direttore dell’Istituto di Cultura Fascista e Vicefederale del PNF, nonché Direttore de “La Vedetta d’Italia” durante l’occupazione germanica, presagendo la fine, fin dai primi mesi del Gennaio 1944, decise di entrare in contatto con i <em>partizan </em>titini, fornendo loro informazioni. Fu così risparmiato dalle epurazioni del primo dopoguerra, almeno fino all’Aprile 1946, quando di lui si persero per sempre le tracce. Forse soppresso, forse fuggito in Italia<a href="#_ftn31" name="_ftnref31">[31]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Movimento Popolare di Liberazione iugoslavo operavano diversi comunisti italiani ed anche bande ribelli italiane che, però, dovettero far fronte non solo alla ingerenza dei Comandi slavi, ma anche a periodiche epurazioni interne, come dimostra il caso del Battaglione garibaldino “Fontanot” scompaginato dai compagni sloveni del Battaglione “Odred” di Karlo Maslo:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">In pratica, col pretesto di aver disobbedito agli ordini, due capi del Battaglione [italiano], Darko Pezza e Umberto Dorini, furono fucilati dai partigiani sloveni, mentre l’altro esponente di spicco, Ennio Zezza, a stento riuscì a fuggire per finire poi nelle mani dei Tedeschi. Gli altri uomini del “Fontanot” in parte riuscirono a scappare, mentre alcuni vennero disarmati dagli uomini di Maslo. Successivamente ben diciannove di loro furono uccisi in un’imboscata tesa dai Tedeschi, forse su delazione slovena; solo pochi sopravvissero e riuscirono a raggiungere i compagni italiani nei dintorni di Gorizia.</span></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Quei pochi attivisti [antifascisti italiani] che si opposero più apertamente alla linea annessionista jugoslava sparirono dalla circolazione o vennero isolati. Oltre alla scomparsa di alcuni comunisti rovignesi, emblematico fu il caso di Lelio Zustovich, comunista italiano Segretario della Sezione di Albona, antiannessionita, che fu arrestato e internato nella zona di Gorski Kotar senza più fare ritorno<a href="#_ftn32" name="_ftnref32">[32]</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">La popolazione complessiva di Fiume scese durante la guerra, assestandosi intorno ai 50.000 abitanti nell’Ottobre 1943<a href="#_ftn33" name="_ftnref33">[33]</a>. Grazie alla presenza armata di militari germanici e fascisti la popolazione fu risparmiata dalle violente partigiane anche se, a partire dall’Estate 1944, si verificarono alcuni attentati terroristici: il 2 Agosto 1944, esplose una bomba al Ristorante “Ornitorinco” (quattro civili uccisi e una decina di Tedeschi feriti); il 15 Settembre, un ordigno colpì il Comando germanico (ex Casa del Fascio); il 18 Settembre, una bomba deflagrò presso la caserma dei Vigili del Fuoco di Piazza Parini. Agli attentati seguirono fucilazioni per rappresaglia contro elementi del Movimento Popolare di Liberazione<a href="#_ftn34" name="_ftnref34">[34]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti ad una sconfitta evidente, la popolazione fiumana cominciò a pensare al destino della città che si vedeva minacciata di annessione alla risorta Iugoslavia, per giunta comunista. Presero così a circolare idee autonomiste, nella speranza che, perduta ogni possibilità di vittoria, la città non fosse stuprata da un’annessione antistorica. Furono elaborati anche progetti utopici, come quelle dei zanelliani che riproponevano l’idea di una Città Stato come prevista dal Trattato di Rapallo (che comunque fissava il confine a Monte Nevoso e non all’Isonzo come volevano i titini); ma anche dei cosiddetti liburnici, che credevano possibile la creazione di una Confederazione cantonale in tutta la regione, con Fiume capoluogo, con lingua ufficiale l’italiano ed ampie garanzie alle atre etnie. Progetto quest’ultimo che sembra attirò l’attenzione di alcuni fascisti repubblicani. Ma si trattò solo di effimere proposte dettate dalla disperazione, destinate a crollare davanti al responso delle armi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inarrestabile avanzata dell’Armata Rossa in Europa Orientale e l’iniziativa angloamericana sul fronte italiano che di lì a poco avrebbe travolto la Linea Verde permettendo lo straripamento dei carri armati alleati nella Pianura Padana (e, quindi, anche verso Trieste), convinsero Tito che fosse giunto il momento di sfondare in Istria.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti al drammatico scenario dell’invasione, il Podestà Gino Sirola, l’11 Aprile 1945, pubblicò un proclama ai fiumani, ultimo appello di fierezza italiana:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Il bolscevismo è in marcia su Fiume, il vostro orgoglio di fiumani e di Italiani e l’amore verso la nostra citta natale richiedono ora l’impegno di tutte le nostre forze per la difesa delle nostre patrie istituzioni. Per arrestare l’irruzione dei partigiani devono essere apprestate immediatamente opere di difesa. È questa l’ora in cui ciascuno di noi deve compiere tutto il suo dovere. Per le necessarie opere di difesa si richiede a voi tutti, uomini e donne, una fatica di breve durata. Annunziatevi volontari a questo lavoro, che concorre alla difesa dei vostri cari e delle vostre case. L’ora grave e il pericolo di un’occupazione da parte dei partigiani richiedono l’unanime concorso di tutti voi. Nessuno rimanga indietro. È in gioco la nostra vita e l’avvenire della nostra città. Non è quindi il momento per rimanere inerti e passivi, ma di agire fermamente con animo sicuro e fidente nella nostra vittoria<a href="#_ftn35" name="_ftnref35">[35]</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia per Fiume iniziò il 20 Aprile 1945. Davanti ad 83.500 uomini della IV Armata iugoslava si posero i soldati del 97° Corpo d’Armata germanico (tra cui anche i combattenti della RSI, oltre che aliquote consistenti di ustascia, domobranci, cetnici, tutti destinati allo sterminio), posizionati su quella che prese il nome di Linea Ingrid.</p>
<p style="text-align: justify;">Già il 17 Aprile, dopo duri scontri, era caduta l’Isola di Veglia e, il giorno successivo, anche Buccari era stata conquistata dai titini. Il 20 Aprile, grazie all’aiuto britannico, cadde anche l’Isola di Cherso:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">In quell’occasione combatterono, comandati dal Tenente Stefano Petris, capo della Compagnia autonoma “Tramontana”, circa 90 militi italiani della Guardia Repubblicana assieme ad almeno 200 Tedeschi. La lotta a Cherso fu impari in quanto le forze partigiane jugoslave erano soverchianti.</span></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Il 21 Aprile caddero in mano partigiana nell’isola di Lussino le cittadine di Ossero e Neresine, difese da esigue forze tedesche (una quarantina di uomini) e da un piccolo reparto della X<sup>a</sup> MAS di circa 20 uomini. Dopo lo sbarco a Bersezio […] le deboli difese militari tedesche, affiancate da un Distaccamento della Compagnia “Gabriele d’Annunzio” della X<sup>a</sup> MAS di stanza a Laurana (che contava poco più di 130 uomini), non furono in grado di resistere. Negli intensi scontri armati contro i partigiani jugoslavi, durati fino alla sera del 26 Aprile, almeno 80 Marò restarono uccisi<a href="#_ftn36" name="_ftnref36">[36]</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Per dieci giorni, gli iugoslavi tentarono di sfondare la Linea Ingrid, venendo però respinti: nella zona di Tersatto, Drenova, Monte Lesco e Colle Santa Caterina “<em>combatterono con grande valore gli Alpini della 37<sup>a</sup> Batteria ‘Julia’, inquadrati nella Wehrmacht e Comandati dal Sottotenente Franco Geja</em>”<a href="#_ftn37" name="_ftnref37">[37]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non riuscendo a prendere Fiume frontalmente, i titini iniziarono una manovra a tenaglia, aggirando la città e cercando di attaccare da Ovest. Il 26 Aprile cadde Laurana e due giorni dopo Abbazia. Fiume era circondata e venne dato l’ordine di ripiegamento a tutte le unità:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><span style="font-size: 10pt;">Durante l’arretramento di un gruppo di Marò della X<sup>a</sup> MAS, comandato dal Tenente Francesco Vigjak (un dalmata che si era sempre distinto per il valore e l’abilità di comando si dal suo arrivo in zona), fu costretto ad arrendersi al Battaglione istriano “Pino Budicin” dopo un aspro combattimento nei pressi di Matteria. In quell’occasione sembra che nessuno dei Marò sia stato risparmiato dal Commissario politico del Battaglione istriano<a href="#_ftn38" name="_ftnref38">[38]</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Una colonna del 3° Reggimento “Carnaro” della MDT, con aliquote della X<sup>a</sup> MAS di Laurana in ripiegamento, dopo aver sconfitto i partigiani in uno scontro nei pressi di Castelnuovo, riuscirono ad arrivare alla Caserma “Ettore Muti” di Trieste, contattando il locale CLN per mettersi a disposizione per la prossima difesa della città dall’avanzata titina. La proposta però non venne accettata. I triestini ringrazieranno l’ottusità e la miopia ideologica antifascista di lì a poco…</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1° Maggio 1945 si diffuse la notizia della morte di Hitler e i Comandi germanici, profondamente colpiti, ordinarono il ripiegamento delle unità che difendevano Fiume su Villa del Nevoso. Qui, i Tedeschi resistettero fino all’arrivo della notizia della resa generale del Reich.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 7 Maggio, il Gen. Ludwig Kübler, Comandante del 97° Corpo d’Armata, decise di firmare la resa con i titini, resa che prevedeva il ritiro delle sue unità in Germania. Deposte le armi, gli Iugoslavi stracciarono l’accordo e trasferirono nei campi di concentramento, con le drammatiche “marce della morte”, tutti i militari catturati arresisi. Nel 1947, Kübler, insieme ad altri Ufficiali, venne condannato a morte per “crimini di guerra” ed impiccato, in uno dei tipici processi politici allestiti dai titini per battezzare nel sangue la nascita dello Stato socialista.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era andata meglio, nel più classico destino dei comunisti, a Peter Drapšin, Comandante della IV Armata iugoslava che invase la Venezia Giulia: nel Novembre 1945, era stato trovato morto in carcere, nel quale era stato rinchiuso dai compagni dopo che erano sorti dei contrasti con Tito. La rivoluzione bolscevica, come sempre, divorava i suoi stessi figli, in un’orgia di sangue senza freni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 3 Maggio 1945, in una Fiume grigia e silenziosa, il cui lutto esprimeva il rifiuto della popolazione ad un simile atto di barbarie che stuprava la sua storia, entrò trionfante la XIV Brigata della 13<sup>a</sup> Divisione d’Assalto Dalmata. Gli ultimi focolari di resistenza nei dintorni della città vennero soffocati nel sangue in poche ore. L’ultimo scontro a Castua, dove era presente un’unità mista di Germanici, Militi della MDT (3° Rgt. “Carnaro”) e Marò della Decima MAS (Compagnia “D’Annunzio”), lasciata come retroguardia per coprire la ritirata del grosso delle truppe.</p>
<p style="text-align: justify;">Già il 4 Maggio, in una Fiume deserta, l’OZNA cominciò l’opera di epurazione dei “nemici del popolo”. A pagare per la sua italianità fu dapprima l’ex Prefetto Riccardo Gigante, seguito da una prima “infornata” di 200 persone che avevano aderito alla RSI, in particolare militari, facilmente individuabili. Caddero, però, nella repressione anche gli antifascisti autonomisti zanelliani (i liburnisti erano già stati liquidati in precedenza). Per stemperare l’indignazione generale per questi ultimi delitti di cui nessuno comprendeva il motivo, l’OZNA diffuse la notizia che gli autonomisti erano stati uccisi da banditi durante una rapina e, addirittura, nel più classico esempio di <em>disinformatja</em>, ebbero il coraggio di processare e fucilare sbrigativamente due Slavi, indicandoli alla popolazione come i criminali che avevano compiuto il crimine<a href="#_ftn39" name="_ftnref39">[39]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei giorni e nelle settimane seguenti, il terrore, funzionale alla stabilizzazione del nuovo ordine comunista, si impossessò della città. Nessuno fu più al sicuro. Fascista o antifascista che fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia per Fiume (17 Aprile – 3 Maggio 1945) costò complessivamente 1.600 uomini alle forze dell’Asse (in maggioranza assassinati dopo la resa), mentre 331 furono i partigiani caduti (1.338 feriti e 43 dispersi). Alla fine, si conta che per difendere l’italianità di Fiume, in quei giorni di eroica resistenza, caddero almeno 230 combattenti della Repubblica Sociale Italiana (ai quali bisogna aggiungere coloro che caddero prima “non censiti” e, purtroppo, tutti quelli che vennero sterminati nelle settimane seguenti)<a href="#_ftn40" name="_ftnref40">[40]</a>. Un tributo di sangue dimenticato, ma che vogliamo anche in questa occasione evidenziare. Alla storia, per tutti i Caduti della RSI, è rimasto il sacrificio del Vicebrigadiere della MDT Albino Baratto, sacrificatosi in combattimento contro soverchianti forze titine il 28 Aprile 1945, per difendere quella che è considerata “l’ultima bandiera italiana a sventolare su Fiume”, non a caso quella della Repubblica Sociale Italiana. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. In sua memoria, la Repubblica Italiana ha insignito i discendenti della Medaglia d’Onore (onorificenza concessa ad oltre 300 combattenti della RSI: un sacrificio per la Patria che nemmeno la Repubblica Italiana “nata dalla Resistenza” ha potuto negare).</p>
<p style="text-align: justify;">Caduti gli ultimi difensori, iniziò, come abbiamo detto, l’epurazione antifascista: “<em>La ricerca italo-croata condotta da Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski arrivò a contare per Fiume e dintorni non meno di 580 vittime di nazionalità italiana causate dall’OZNA nel periodo che va dal 3 Maggio 1945 al Dicembre 1946</em>”<a href="#_ftn41" name="_ftnref41">[41]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 16 Ottobre 1945 si registrò un evento che rimane impresso nella storia di Fiume italiana: un diciottenne di origini romane, Giuseppe Librio, intenzionato a rivendicare l’italianità di quelle terre, non si fece scrupolo di ammainare la bandiera della Iugoslavia che sventolava su uno dei pennoni di Piazza Dante, somma offesa per la Civiltà italiana. Venne abbattuto dai titini.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle fine del 1946, 15.000 Italiani di Fiume erano già fuggiti e l’esodo continuò nei mesi seguenti: nel 1948, gli Italiani rimasti nella Città Olocausta erano scesi a 25.319. Mancavano all’appello, quindi, 15.955 Italiani, l’esodo aveva riguardato 38,62% della popolazione italiana. A fronte di ciò, gli Slavi erano diventati 41.782 (37.324 Croati; 3.073 Sloveni; 1.385 Serbi)<a href="#_ftn42" name="_ftnref42">[42]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Giugno 1940, erano solo 11.199 “allogeni” residenti a Fiume (cui si potevano aggiungere i 5.482 stranieri iugoslavi). Questo vuol dire che, nel 1948, gli Slavi avevano aumentato la loro presenza in città del 150%, cambiando radicalmente il volto dell’abitato, occupando abusivamente le case lasciate dagli Italiani ed invertendo la composizione storica etnica dell’italianissima Fiume, divenendo maggioranza (67,27%). Quella che, oggi, si chiamerebbe “sostituzione etnica”.</p>
<p style="text-align: justify;">All’indomani del 10 Febbraio 1947, ossia della firma del Trattato di Pace che umiliava la Repubblica Italiana considerandola Paese nemico sconfitto, mutilandola, tra l’altro, del confine orientale, erano già 50.000-60.ooo coloro che avevano abbandonato la Venezia Giulia sconvolta dalle violenze titine.</p>
<p style="text-align: justify;">La tragedia dell’esodo fu un evento che contraddistinte la nascita della Iugoslavia socialista, colpì anche altre nazionalità che da tempo erano stanziate nei Balcani, come ad esempio, quella germanica che fu, come quella italiana, cancellata: si calcola in 450.000 i Tedeschi che dovettero abbandonare, sia durante la guerra che dopo, la Voivodina, la Slavonia, la Lika, lo Zagoroje e la Slovenia<a href="#_ftn43" name="_ftnref43">[43]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 12 Febbraio 1948 si sancì l’unione di Fiume con Sussak e la nascita della città di Rijeka, ultimo stupro alla Civiltà italiana che veniva così spazzata via, non solo dal Carnaro, ma da tutta l’Istria e la Dalmazia. Resistevano a Fiume – ancora per poco – 25.319 Italiani su una popolazione arrivata, per via dell’invasione degli Slavi, a 68.352 abitanti, pari al 37,04% dei residenti. Il crimine contro la Civiltà e l’umanità era ormai un fatto compiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1952, le misure di jugoslavizzazione di Fiume contro la (ormai) minoranza italiana rimasta in città accelerarono, con il trasferimento d’ufficio di alunni italiani nelle scuole slave e una nuova epurazione di insegnanti italiani. Le scuole italiane vennero progressivamente chiuse, soprattutto ad Albona e Parenzo, e non vennero più riaperte. Scomparvero le insegne bilingue ove presenti, mentre in Dalmazia si procedeva addirittura a scalpellare gli storici leoni di San Marco, simbolo della Civiltà veneziana. Scomparve anche la comunità ebraica, dopo le criminali deportazioni germaniche, ci pensarono i titini a “terminare il lavoro”, creando le premesse dell’esodo volontario dei pochi rimasti.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nel 1952 e alcune decine di Italiani ancora rimanevano a marcire nei campi di concentramento iugoslavi. All’indomani del conflitto, più 50.000 militari italiani erano stati condotti in prigionia dai titini. Nel 1947, il loro numero si era ridotto a 15.987, ma il loro rimpatrio fu lento e difficoltoso, anche perché la loro esperienza poteva essere utilizzata in Italia dalla propaganda anticomunista<a href="#_ftn44" name="_ftnref44">[44]</a>. Lo stesso PCI si mise di traverso. Meglio che morissero in Iugoslavia senza dare tanti problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine gli esuli giuliani e dalmati raggiunsero l’imponente cifra di 260.000-300.000. Credevano di trovare nella penisola la Patria perduta. Non fu così. Il mondo era davvero cambiato. Si aprì per 60.000/70.000 esuli stanziati in Italia un secondo esodo verso l’estero. Un dramma nel dramma<a href="#_ftn45" name="_ftnref45">[45]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1953, a Fiume erano rimasti 7.700 Italiani, di cui altri 4.000 abbandonarono per sempre la città nel quinquennio successivo. Finiva così, nell’indifferenza, nell’omertà fattasi poi complicità, dei Governi democratici, la Civiltà italiana nell’Adriatico Nord-Orientale, sepolta dall’avvento del socialismo reale.</p>
<p style="text-align: justify;">A tanti anni di distanza, nemmeno il ricordo – sebbene sollecitato da una legge dello Stato – ha potuto far breccia nelle coscienze della classe dirigente italiana che ignora cosa sia avvenuto al confine orientale della nostra Nazione o lo accetta confinandolo in un lontano passato che non suscita nessun interesse. Non esprimiamo giudizi su quella fetta, non certo marginale, della classe dirigente antifascista che giustifica, se non silenziosamente accetta, quello che avvenne. Eppure, l’Istria, Fiume, la Dalmazia ancora ci parlano di Italia.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<h3>NOTE</h3>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>Fiume trincea d’Italia. Il diciannovismo e la questione adriatica: dalla protesta nazionale all&#8217;insurrezione fascista 1918-1922</em>, Herald Editore, Roma 2014; e P. Cappellari, <em>D’Annunzio in libertà. Il Vate e il fascismo, oltre le manipolazioni del “politicamente corretto”</em>, Passaggio al Bosco, Firenze 2021.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. M. Micich, <em>Fiume, addio! L’epopea fiumana dalla Seconda Guerra Mondiale al grande esodo 1940-1945</em>, Mursia, Milano 2026.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 25.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 22.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 44.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> <em>Ivi</em>, pag. 53.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 86.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 27.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 26.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 42.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 34.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 38.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 35.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> <em>Ivi</em>, pag. 58.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Cfr. L. Poliakov, <em>Il nazismo e lo sterminio degli ebrei</em>, Einaudi, Torino 2003. Cfr. anche F. Giannini, <em>Uno schermo protettore. Mussolini, il fascismo, gli ebrei</em>, Pagine, 2011.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Cfr. M. Micich, <em>Fiume, addio</em>, cit., pag. 59.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 174.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Cfr. S. Menachem, <em>Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito italiano e gli ebrei in Dalmazia</em>, SME, Roma 1991.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>Crimini partigiani in Balcania 1941-1943. Documenti della Mostra della Rivoluzione fascista</em>, Edizioni del Centenario, Roma 2020.</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> Cfr. M. Micich, <em>Fiume, addio!</em>, cit., pag. 78.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 83.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> Cfr. AA.VV., <em>Norma Cossetto. Rosa d’Italia</em>, Eclettica, 2021.</p>
<p><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://www.heraldeditore.it/catalogo/per-non-dimenticare/la-guardia-della-rivoluzione-la-milizia-fascista-nel-1943-crisi-militare-25-luglio-8-settembre-repubblica-sociale/"><em>La Guardia della Rivoluzione. La Milizia fascista nel 1943: crisi militare – 25 Luglio – 8 Settembre – Repubblica Sociale</em></a>, Herald Editore, Roma 2013.</p>
<p><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> Cfr. M. Micich, <em>Fiume, addio!</em>, cit., pag. 97.</p>
<p><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 112.</p>
<p><a href="#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 135.</p>
<p><a href="#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 181.</p>
<p><a href="#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 185.</p>
<p><a href="#_ftnref29" name="_ftn29">[29]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 182-183.</p>
<p><a href="#_ftnref30" name="_ftn30">[30]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 176-177.</p>
<p><a href="#_ftnref31" name="_ftn31">[31]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 167-168.</p>
<p><a href="#_ftnref32" name="_ftn32">[32]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 156 e 163.</p>
<p><a href="#_ftnref33" name="_ftn33">[33]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 146.</p>
<p><a href="#_ftnref34" name="_ftn34">[34]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 184.</p>
<p><a href="#_ftnref35" name="_ftn35">[35]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 198.</p>
<p><a href="#_ftnref36" name="_ftn36">[36]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 203-204.</p>
<p><a href="#_ftnref37" name="_ftn37">[37]</a> <em>Ivi</em>, pag. 202.</p>
<p><a href="#_ftnref38" name="_ftn38">[38]</a> <em>Ivi</em>, pag. 204.</p>
<p><a href="#_ftnref39" name="_ftn39">[39]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 211.</p>
<p><a href="#_ftnref40" name="_ftn40">[40]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 230.</p>
<p><a href="#_ftnref41" name="_ftn41">[41]</a> <em>Ivi</em>, pag. 216.</p>
<p><a href="#_ftnref42" name="_ftn42">[42]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 222-223.</p>
<p><a href="#_ftnref43" name="_ftn43">[43]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 21.</p>
<p><a href="#_ftnref44" name="_ftn44">[44]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 263-264.</p>
<p><a href="#_ftnref45" name="_ftn45">[45]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 265.</p>

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		<title>Disagio giovanile: vince il sistema &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 11:09:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diceva Josè Ortega y Gasset: “essere di sinistra è, come essere di destra, una delle infinite maniere che l&#8217;uomo può scegliere per essere imbecille: ambedue sono forme di emiplegia morale”. E mentale. Emiplegia: paralisi di una parte del corpo. Chi sceglie di schierarsi ciecamente a destra o a sinistra rinuncia a guardare la realtà nella [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Diceva Josè Ortega y Gasset: “essere di sinistra è, come essere di destra, una delle infinite maniere che l&#8217;uomo può scegliere per essere imbecille: ambedue sono forme di emiplegia morale”. E mentale. Emiplegia: paralisi di una parte del corpo. Chi sceglie di schierarsi ciecamente a destra o a sinistra rinuncia a guardare la realtà nella sua interezza, decidendo di restare prigioniero di un pensiero dimezzato. La conseguenza è la perdita di senso critico, la riduzione di tutto a un dualismo superato dai fatti, mantenendo se stessi in una sorta di tifo calcistico da curva ultrà che solleva dallo sforzo di pensare autonomamente, porta alla cecità intellettuale e spesso all’autoinganno.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione dei tumulti giovanili di queste settimane è un esempio lampante. A destra si invoca la mano dura, la repressione. Giusto: se la protesta è violenta non deve essere tollerata. Non si possono minimizzare saccheggi, assalti alla polizia, devastazioni. La sinistra invita a comprendere le ragioni delle proteste e del disagio giovanile. Altrettanto giusto. Entrambe le posizioni, tuttavia, sono parziali e inconcludenti. Reprimere ripristina l’ordine pubblico, restaura un’apparenza di pace sociale, ma il fuoco resta sotto la cenere, pronto per nuove fiammate. Lisciare il pelo ai rivoltosi, connazionali o stranieri, significa lenire temporaneamente alcuni effetti del malessere, giustificare per allontanare responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna delle due posizioni, il Giano bifronte del sistema, è risolutiva, nessuna affronta le cause per trovare soluzioni. Per gli uni, i giovani manifestanti sono un fastidio che turba la tranquillità di un mondo il cui slogan è <em>business as usual</em>, fare affari come sempre. Senza gente in piazza, urla, turbamento del tran tran postborghese. I danni li paghino i genitori dei minorenni o i manifestanti, se di maggiore età. Giusto ancora una volta, ma gran parte dei negozi attaccati, delle vetrine infrante e degli scaffali svuotati appartengono ai giganti del settore, ampiamente assicurati. Saranno comunque rifusi. Molti immobili lordati nel centro delle città sono proprietà di fondi e multinazionali, padroni anche del sistema commerciale. Dall’altro lato, si dimentica che nessuno ha lottato per il pane, per reclamare lavoro o cambiare la società. I saccheggi hanno riguardato marchi, firme, i <em>brand </em>diventati identità surrettizie di generazioni vuote, nutrite di consumo , assordate da musica scadente che sbraita di denaro, successo, violenza, sesso. Se il Sessantotto fu il desiderio di rivoluzione, il tumulto presente è la rivoluzione del desiderio (frustrato).</p>
<p style="text-align: justify;">Destra e sinistra raccolgono i frutti avvelenati di ciò che hanno seminato, il nulla in cui vivono (male) le generazioni. Citiamo ancora Ortega, la sua “circostanza”, le condizioni concrete della vita in cui ognuno si trova ad esistere. Comprende il luogo, il tempo storico, la famiglia, la società, le relazioni, le opportunità, i limiti, i costumi in cui siamo immersi. Nessuno può negare che la circostanza presente sia un pantano in cui sono saltati tutti i riferimenti, dalla famiglia alla religione sino a partiti, sindacati, comunità, scuola e cultura. L’individuo costretto all’isolamento soffre, soffocato da una cappa di disagio economico, esistenziale, valoriale. Se la scuola non insegna né educa non è colpa degli studenti; se gli insegnanti &#8211; o meglio le insegnanti &#8211; sono <em>travet </em>indifferenti di mediocre cultura e scarsa motivazione, raramente punti di riferimento per generazioni dalle famiglie spappolate, non è colpa di chi manifesta. Poiché per fortuna hanno la pancia piena, rubano i simboli del consumismo, unico modello ed obiettivo da raggiungere secondo l’unanime coro del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicono a sinistra, con il consueto piglio virtuoso, che occorre ascoltare i giovani, farsi carico del disagio, affrontarlo. Nulla di più ovvio, se non fosse che per ascoltare occorre che l’interlocutore abbia qualcosa da dire, un programma, un’idea forza. Non è così: slogan vuoti o minimalisti, nessuna vera critica della scuola strumentale che non forma e insegna (malamente) solo ciò che “serve”, non a loro, ma al Dio mercato. Dal lato destro non si propone un modello educativo ed etico forte, né si lavora per rovesciare i disvalori correnti (denaro, consumo, successo, libertà senza direzione, individualismo) in quanto pilastri della visione liberale dominante. Sul versante opposto la risposta è offrire dosi più massicce di ciò che ha condotto alla dissoluzione. Entrambi ignorano che la confusione della protesta, l’incapacità di formulare progetti o vere richieste è il triste segnale di una generazione – un’altra! – alla deriva, che sa confusamente di vivere in un mondo sbagliato ma non ha più strumenti per immaginare alternative.</p>
<p style="text-align: justify;">I più coerenti sono gli assaltatori delle vetrine e i saccheggiatori delle <em>griffes</em>: gli uni rispondono a un nichilismo di cui i capi occulti intendono servirsi per tornaconti politici, gli altri decretano la vittoria schiacciante del modello dominante. Vogliono &#8211; possibilmente gratis &#8211; il loro posto alla tavola del consumo e del successo misurato in denaro, capi di abbigliamento, apparati elettronici, il “sistema degli oggetti” denunciato da Serge Latouche. Le risposte politiche sono disarmanti: legge e ordine, non esistono pasti gratis, tuona la destra sulle orme del liberista Milton Friedman; avrete nuovi diritti, ossia più droghe sociali e materiali, dosi maggiori di <em>panem et</em> <em>circenses, </em>risponde l’altra faccia della moneta contraffatta. Il pensiero debole preferisce la seconda opzione. Nessuno mette in discussione il sistema sociale, valoriale, economico, antropologico dominante, il dirittismo orgiastico mercantile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ intero arco politico e culturale ha fatto dell’avere il metro di giudizio dell’esistenza. I modelli si basano sul lusso, il consumo e un’idea malata di desiderio. L’ istruzione è ridotta a fabbrica inesausta di diplomi, lauree, master; la precarietà esistenziale è elevata a progetto positivo, il cui esito è il nomadismo di vite a nolo. Niente stabilità, famiglia, radici, futuro; avanzano polverizzazione sociale, deserto comunitario, indifferentismo morale, edonismo pratico. Spalle curve sullo smartphone, la comunicazione lasciata alle reti sociali, l’esistenza ridotta a consumo, sequenza ininterrotta di esperienze superficiali. In più, siamo bombardati da paure, vere o costruite: pandemia, guerre, apocalisse climatica, crisi energetica. Non resta che inseguire piaceri effimeri, cogliere l’attimo. Consumare e consumarsi nell’assoluta assenza di prospettive spirituali o morali. Abbiamo svuotato di ideali, di speranza, di futuro le generazioni, ora ci stupisce il risultato.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, perché riflettere sul disagio giovanile in una società sterile? Non vogliamo eredi. I ragazzi sono i nostri posteri, la generazione destinata a sostituisci. Ma per l’<em>homunculus </em>occidentale che sguazza nel presente, vale il sarcasmo dissolvente di Groucho Marx: che cosa hanno fatto per noi i posteri? La domanda retorica denuncia l’esaurimento morale e civile, l’indifferenza per il futuro e l’approccio strumentale. Non ci chiediamo che cosa fare per i nostri figli; tutto è subordiniamo allo scambio, alla fredda reciprocità contrattuale. Generazioni disseccate, senza amore, abbiamo reso vuote, perfino afasiche le masse giovanili, incapaci di dire che cosa vogliono perché non lo sanno.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ proprio la mancanza di un progetto o di obiettivi a rendere più sinistro il messaggio delle piazze. Chi va per le spicce saccheggia non forni o mercati, ma i laccati <em>franchising</em> dei grandi marchi che hanno occupato i centri urbani e i centri commerciali, le chiese senza croce dove si adorano il vitello d’oro del consumo e il dio dell’Avere. I più semplicemente urlano, se la prendono con la polizia, ossia con la persistenza di uno straccio di legge. La rivoluzione vincente è stata l’ uomo-massa anarcoide, senza classe, appartenenza, identità. Un tipo umano che quando esprime dissenso, lo fa con le parole e i valori del potere. Non cambierà nulla se non salterà il canone occidentale fatto di edonismo, individualismo, finti diritti, consumo, libertà priva di direzione. E’ il paradigma avvelenato del sistema materialista, liberista libertario libertino, che unisce destra, centro e sinistra. Non si sconfiggono gli effetti perversi se non si attaccano le cause. Le vetrine infrante e i capi firmati rapinati sono danni collaterali che il potere riparerà in fretta a spese nostre. Ma i giovani in piazza lo ignorano: nessuno li ha formati e informati. I dominanti hanno già vinto se chi manifesta chiede un posto alla loro mensa.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Il mistero dei diari del Duce – Pietro Cappellari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 05:51:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti di Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Appunti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Benito Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[duce]]></category>
		<category><![CDATA[L’Ultima Crociata]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Cappellari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La storia del fascismo non smette di suscitare interesse e, di conseguenza, polemiche da parte di quella intellighenzia bulgara che tiene in ostaggio la cultura della nostra Nazione. Non passa giorno che i “gendarmi della memoria” non scendano in campo per promuovere la loro (falsa) visione ideologica della storia e, finanziati lautamente da Governi di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La storia del fascismo non smette di suscitare interesse e, di conseguenza, polemiche da parte di quella <em>intellighenzia </em>bulgara che tiene in ostaggio la cultura della nostra Nazione. Non passa giorno che i “gendarmi della memoria” non scendano in campo per promuovere la loro (falsa) visione ideologica della storia e, finanziati lautamente da Governi di destra e di sinistra – uniti nell’abbraccio universale ciellenista –, impegnarsi nella distruzione sistematica di tutto ciò che può rimandare al passato fascista. Dall’opera di epurazione talebana della <em>cancel culture </em>a “nuovi” studi che tentano di arginare le novità storiografiche per imporre la visione totalitaria della <em>vulgata </em>antifascista, è tutto un fiorire di risposte e controrisposte, indignazione e supponenza. Tutta la storia d’Italia deve essere tenuta in ostaggio dai “gendarmi della memoria”, non solo quella della guerra civile 1943-1945, non solo quella del Ventennio, ma anche prima, come dimostrano le iniziative volte a depotenziare i crimini del Biennio Rosso 1919-1920 solo per non dare una giustificazione alla reazione squadrista che, invece, ci fu, fu vincente e, soprattutto, ottenne il consenso della maggioranza della popolazione italiana. Eppure, “<em>nun ce vonno sta’</em>” e ci sono interi corsi universitari, progetti di ricerca, che si dedicano a sovvertire la realtà dei fatti: il Biennio Rosso? “Roba da ragazzi”!</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo detto che questo interesse verso il fascismo così diffuso, così centrale nel dibattito culturale e politico, non può che dare irritazione agli orfani del socialismo reale che, ormai allo sbando, si rifugiano sterilmente in un mitico passato che non vi è mai stato. Un mito che devono difendere assolutamente, ultimo appiglio per dimostrare la loro (inesistente) superiorità morale, che parte dal falso assunto che loro erano – e, quindi, rimangono, comunque e dovunque – dalla “parte giusta” della Storia. Che loro ci credano non ci interessa, né può avere nessuna valenza storica, morale o politica. Che tutti ci <em>debbano</em> credere è però un’altra cosa, che maldestramente cela il vizietto totalitario della sinistra, alla quale ci opponiamo in quanto uomini liberi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’interesse verso il fascismo è anche suscitato dai numerosi misteri che ancora avvolgono quel passato, si pensi solo a quello della morte di Mussolini o del famoso carteggio tra il Duce e Churchill. Che fine abbiano fatto i diari che Mussolini elaborò nel corso di un ventennio è uno di quei misteri che alimenta le curiosità degli Italiani. A questo mistero Enrico Mannucci ha dedicato uno studio (<em>Caccia grossa ai diari del Duce</em>, Bompiani, Milano 2010) che, sebbene poco scorrevole, dà un quadro esaustivo della situazione su questa tematica.</p>
<p style="text-align: justify;">Renzo De Felice, a tal proposito, fu chiaro. Assicurando l’esistenza di questi diari, seguì il filone che li vide consegnati all’Ambasciatore giapponese presso la RSI Hidaka nell’Aprile 1945 e da questi trasferiti in Svizzera, prima a Zurigo e poi a Ginevra, dove, ormai collassato il fronte, si provvide alla loro riproduzione fotografica e, stranamente, alla loro distruzione. Delle foto nessuno ha mai saputo nulla, forse utilizzate dall’Ambasciatore nipponico come “salvacondotto” (che, alla fine, ottenne), e, quindi, finite in un archivio segreto delle Potenze vincitrici: USA, Gran Bretagna o URSS?</p>
<p style="text-align: justify;">Che questi diari siano esistiti è provato dallo stesso Mussolini che, nel libro <em>Parlo con Bruno </em>(1941-XIX), affermò di averli scritti fino al 31 Dicembre 1940, citando anche alcuni passi scritti nelle agende nelle annate 1935-1938. Gli stessi famigliari del Duce, come la sorella Edvige che li tenne in custodia fino al 1940, confermano la loro esistenza ed Emil Ludwig, nel 1932, nel suo famoso <em>Colloqui con Mussolini</em>, ne datò l’inizio a prima della Marcia su Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Una serie importante, quindi, di agende che dovrebbero ricoprire gli anni 1921-1940, di cui rimane a testimonianza solo una pagina, quella del 26 Settembre 1927, data della nascita del figlio Romano, che Mussolini strappò dal diario e la moglie Rachele fece incorniciare come un cimelio.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima del 25 Luglio 1943, il Duce consegnò tutta la serie di agende al figlio Vittorio che, a sua volta, le diede in custodia al cognato Renato Tassinari. Per tutta la turbolenta, quanto drammatica, Estate 1943, Tassinari ebbe a disposizione i diari, li lesse anche, e, poi, dopo la costituzione della RSI, nei primi giorni dell’Ottobre di quell’anno, li riconsegnò a Vittorio che li portò al padre, a Villa Feltrinelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava di 18 agende, rilegate in pelle di colore diverso e con al centro un fascio littorio d’oro con fronde di alloro a contorno, contenute in una piccola cassetta militare, ove erano annotati i vari appuntamenti del Duce, “con annotazioni brevissime, secche, precise. Non c’erano mai commenti aspri”. Tassinari ricordò l’elogio alla Regia Marina per l’esibizione compiuta durante la visita di Hitler in Italia e diversi pensieri sui figli, ma nulla di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto, le annotazioni arrivavano fino al 31 Dicembre 1940-XIX e non si sa se vi fossero agende successive. Si parla di un’agenda del 1943 che, al 25 Luglio di quell’anno, era sulla scrivania di Palazzo Venezia e lì venne lasciata. È certo, per i ricordi di Carlo Silvestri, che al 7 Dicembre 1943, Mussolini non teneva più alcun diario, anche se non escludeva una ripresa delle annotazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto, un filone vuole le agende finite in Svizzera tramite l’Ambasciatore Hidaka. Giorgio Pisanò, nel 1952, fu ancor più preciso: tutta la preziosa documentazione – tra cui una rara edizione di <em>Così parlò Zaratustra </em>rilegata in pelle e pietre preziose, dono di Hitler – finì, verso la fine del 1944, in Svizzera, nelle mani di Padre Pancino a Berna. Poi, incredibilmente, nei primi mesi 1945, una persona rimasta sconosciuta, esibendo un falso mandato a firma di Rachele Mussolini, si fece consegnare dal prelato il carteggio che così scomparve per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, i diari del Duce sono esistiti, anche se nessuno sa con precisione dove siano finiti, molto probabilmente in qualche archivio degli Alleati. Anche la comunità scientifica propende per questo “inquadramento”, anche se si spacca sulla loro utilità ai fini storici. Infatti, i diari – essendo stati scritti da Mussolini – non sarebbero certamente utilizzabili per la manipolazione politica della storia che fanno gli antifascisti di professione. Quindi, sarebbero autentici, ma falsi nella sostanza. Ovviamente, si tratta di un giudizio politico. Escludendo Tassinari, nessuno ha letto queste agende, che alcuni – anche liberi da pressioni ideologiche – sospettano di non contenere vere e proprie riflessioni politiche del Duce, ma solo brevi appunti, che non porterebbero nulla alla conoscenza della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque sia, dopo l’inchiesta del 1952 di Pisanò nessuno sentì più parlare dei diari di Mussolini, almeno fino al 7 Agosto 1957 quando improvvisamente, come un fulmine al ciel sereno, il “Corriere della Sera” annunciò il sequestro in Via Foà a Vercelli di alcune agende appartenute al Duce. Secondo quanto ricostruirono i giornalisti, il Ministro degli Interni della RSI Paolo Zerbino, fucilato poi a Dongo, nel Febbraio 1945 aveva affidato i diari di Mussolini al Commissario della Polizia Repubblicana di Vercelli Giulio Panvini col compito di conservarli. Zerbino non era ovviamente più tornato a riprendere le agende e lo stesso Panvini era deceduto nel 1953. I “diari” – una trentina di pezzi in realtà, tra agende, quaderni e documenti autografi che coprivano tutto il periodo che andava dal 1921 al 1943 – erano stati conservati gelosamente dalla moglie Rosetta Prelli e dalla figlia Amalia Panvini Rosati, fino all’intervento della Polizia in quell’afoso Agosto del 1957. Le Autorità di PS non si limitarono a sequestrare il materiale posseduto dalle due signore a Vercelli, ma effettuarono un ulteriore sequestro di documenti a Novara, in casa del Dott. Oscar Ronza, dirigente del locale MSI, che aveva acquistato alcuni pezzi dalle Panvini.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, ben prima dell’intervento della Magistratura, nella Primavera del 1956, v’era chi era a conoscenza di questo segreto: la Mondadori e la Rizzoli, società alle quali l’intero carteggio era stato offerto per la pubblicazione, ovviamente, dietro lauto compenso.</p>
<p style="text-align: justify;">La Rizzoli, contattata dal Dott. Ronza, poté osservare parte del carteggio che, ad una prima analisi effettuata da Duilio Susmel – considerato uno dei maggiori studiosi di Mussolini – era stato giudicato autentico, salvo un successivo ripensamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la Mondadori, dopo aver sborsato una certa cifra per assicurarsi l’affare, si era tirata indietro, considerando falsi i diari mostrati ai suoi consulenti. Il Dott. Ronza, che si era esposto economicamente con le Signore Panvini, restituì solo parte dei soldi alla Mondadori che, per cauzione, tenne a sua disposizione alcune agende.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella delicata faccenda, come abbiamo visto, si era inserita la Polizia che, considerando il carteggio di interesse nazionale e di proprietà dello Stato, nell’Agosto 1957, aveva effettuato una serie di sequestri a Vercelli e Novara.</p>
<p style="text-align: justify;">Le indagini ebbero una svolta quando il tipografo Gianni Vercellotti denunciò un mancato pagamento delle signore Panvini: avevano commissionato la stampa di alcune agende con particolari annate: 1936, 1937, 1939 e 1940. In più emerse che Giulio Panvini, negli anni precedenti, aveva più volte consultato presso biblioteche ed archivi annate di giornali del Ventennio. Per l’accusa non fu difficile ricostruire il tutto. Partendo dalle perizie negative della Rizzoli e della Mondadori, gli inquirenti accusarono le Panvini di aver fabbricato una serie di falsi, allestendo una vera e propria “centrale” senza precedenti nella storia d’Italia, capace di contraffare, con la calligrafia di Mussolini, migliaia e migliaia di documenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il materiale sequestrato – in quell’esplosivo Agosto 1957 in cui venne addirittura restituita la salma del Duce alla famiglia dopo 11 anni di occultamento di Stato, con estremo risalto giornalistico ed interesse popolare – finì a Roma, presso la Scuola Superiore della Polizia Scientifica, in Via della Mantellate prima e, poi, in un palazzo dell’EUR.</p>
<p style="text-align: justify;">Mussolini, in quel 1957, era tornato su tutti i giornali!</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1° Aprile 1959 Amalia “Mimì” Panvini venne arrestata e, dopo una settimana di detenzione, vuotò il sacco: i diari erano tutta opera sua. Madre e figlia vennero così rinviate a giudizio per falso continuato aggravato in scrittura privata e per truffa continuata aggravata. Il Dott. Ronza si costituì parte civile sentendosi truffato. Entrambe verranno condannate per i reati ascritti loro il 15 Novembre 1960. Fu anche ordinata la distruzione di tutta la documentazione sequestrata, anche se più di qualcuno pensò che tra i falsi ci potessero essere materiali autentici.</p>
<p style="text-align: justify;">Calò così il sipario sulla dibattuta questione che, incredibilmente, tornò alla ribalta delle cronache sette anni dopo, quando, il 28 Ottobre 1967, la Polizia fece una nuova irruzione in Via Foà a Vercelli, residenza delle Panvini, sequestrando nuovi documenti mussoliniani contraffatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Autorità di PS, infatti, si erano insospettite da un inconsueto andirivieni dalla abitazione delle due ormai famose signore ed aveva scoperto che un certo Marcello Marcone, abituale frequentatore della casa, si era più volte recato presso la Biblioteca Civica a consultare i giornali del Ventennio (come, al tempo, aveva fatto Giulio Panvini). Che qualcosa di strano stava accadendo fu evidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Si scoprì che un misterioso personaggio inglese, tale Charles Kean, aveva commissionato alle Panvini, dietro compenso, la elaborazione di nuovi diari di Mussolini, che avrebbe poi rivenduto per suo conto a una casa editrice britannica, il “Sunday Times”. Le due signore non solo accettarono, ma dichiararono che diverso materiale sfuggito ai sequestri del 1957 era a disposizione subito. Kean, tramite l’altro attore dell’intera operazione, Ettore Fumagalli, riuscì addirittura a “comprare” la cessione dei diritti dei diari (falsi), con tanto di autentica, da Vittorio Mussolini. Scottate dalla precedente esperienza, però, le Panvini si erano fatte firmare un documento con il quale si certificava che Kean avrebbe acquistato materiale non autentico, per fini personali.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche questa volta, svelato l’arcano, la faccenda si esaurì e dei diari del Duce nessuno sentì più parlare fino al 1994, quando improvvisamente ricomparvero sul mercato. Questa volta nessuno volle credere ad una loro autenticità, anche se il giornalista britannico Nicholas Farrell e lo storico statunitense Brian R. Sullivan, interessati alla vicenda, dichiararono che la documentazione “ritrovata” erano copie false, ma di autore. Ossia, sostennero che i diari erano opera di Mussolini che, volendo sfruttare per il futuro il loro contenuto, li avrebbe falsificati deliberatamente all’atto della compilazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di questo “ritrovamento”, in realtà, si parlava almeno dal 1983, quando lo storico inglese Denis Mack Smith li aveva potuti vedere e dichiarare falsi. Poi, erano rimasti nel “limbo” fino al 1994, quando Farrell, per conto del “Sunday Telegraph” li aveva riscoperti, considerandoli degni di attenzione e riaprendo la dibattuta questione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra proprio che i diari del 1994, fossero gli stessi del 1967 e, quindi, provenienti dalla “centrale” Panvini che, a tanti anni di distanza, faceva ancora parlare di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Si arrivò così al 2007, quando il Senatore Marcello Dell’Utri, amante e collezionista di libri antichi, annunciò il “ritrovamento” dei diari di Mussolini. Anche di questi documenti si parlava da anni, quando sul finire degli anni ’90 erano stati offerti a diversi compratori, tra cui lo stimato Italo Pilenga di Bergamo, Presidente dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI. Pilenga si incontrò più volte col venditore, che chiedeva per la cessione di cinque diari, la cifra di 40 milioni di Lire. L’affare saltò per l’intervento di Carlo Alberto Biggini, nipote del Ministro della RSI, convinto che i veri diari – legati alla figura del nonno – fossero finiti in Vaticano e non potevano essere sul mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Vaticano o meno, a tutti fu chiaro che i diari “ritrovati” da Dell’Utri altro non erano che quelli falsi delle Panvini mai distrutti, che da decenni apparivano e scomparivano in attesa di un compratore.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cinque agende saranno poi pubblicate dalla Bompiani con il titolo <em>I diari del Duce (veri o presunti)</em> a partire dal 2010, provocando profondo scetticismo. Anche se, bisogna evidenziarlo, lo scetticismo non fu provocato tanto dalla chiara origine panviniana dei documenti, dalle numerose incongruenze storiche che contengono, dagli errori accertati, ma soprattutto perché descrivevano una figura di Mussolini non in linea con quella della <em>vulgata </em>antifascista. I diari “ritrovati” da Dell’Utri erano falsi non perché scritti dalle Panvini, ma perché sovvertivano quanto i “gendarmi della memoria” avevano stabilito sul conto del Duce. Ricordo ancora una trasmissione televisiva dove venne dibattuta la questione della autenticità dei diari di Dell’Utri che, più di entrare nel merito, fu contraddistinta da questa indignazione degli invitati, tutti storici di professione. Ma come era possibile descrivere così benevolmente Mussolini? Era un tiranno! Un sanguinario! Qui, invece, si sovvertiva la storia! Era capace di amore! Di altruismo! Tutto falso, quindi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo anche l’intervento di un’anziana partigiana, chissà a quale titolo invitata vista la sua totale impreparazione, che ricordava la sua sofferenza per non aver partecipato ai campeggi dell’ONB perché suo padre era antifascista… Ecco, davanti a questa sofferenza esistenziale, affermava solennemente che i diari erano falsi come la foto del Duce messa sulla copertina dell’edizione della Bompiani, perché Mussolini era brutto, non era così bello!</p>
<p>Brutto e cattivo, ovviamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p style="text-align: right;">(“L’Ultima Crociata”, a. LXXVI, n. 3, Marzo-Aprile 2026)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>I grandi patrioti di Dalmazia – Maria Cipriano</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 09:23:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti di Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dovrei aggiungere anche le sorelle Giovanna e Maria, quest’ultima andata sposa al fervente patriota veneziano Benvenuti, col quale visse e partecipò direttamente all’insurrezione della città contro gli austriaci nel 1848, fervente patriota pur lei come sovente accadeva nelle famiglie ov’erano spesso i genitori a impartire l’educazione patriottica alla prole, il che accadde per esempio anche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dovrei aggiungere anche le sorelle Giovanna e Maria, quest’ultima andata sposa al fervente patriota veneziano Benvenuti, col quale visse e partecipò direttamente all’insurrezione della città contro gli austriaci nel 1848, fervente patriota pur lei come sovente accadeva nelle famiglie ov’erano spesso i genitori a impartire l’educazione patriottica alla prole, il che accadde per esempio anche nella famiglia Filzi e in moltissime altre. “Mamma Filzi”, il cui nome era Amelia Ivancich, di origine istriana, fu per anni, dopo l’impiccagione del figlio Fabio assurto a simbolo nazionale dell’Irredentismo trentino assieme a Cesare Battisti (furono catturati insieme), un punto di riferimento costante per tutta l’Italia, instancabile propugnatrice dell’amore alla Patria, china sulle innumerevoli lettere che da ogni regione riceveva, e a cui non mancava di rispondere con quella grazia e quell’affetto super partes che, purtroppo, da una certa data in poi, mancò alla vedova di Cesare Battisti, Ernesta Bittanti, arroccatasi, dopo l’impresa di Fiume che pure appoggiò con fervore recandosi colà di persona a incitare i legionari, su posizioni politiche sempre più intransigenti che inevitabilmente si rivelarono divisive e conflittuali in un’Italia diventata dal 1922 in poi quasi tutta fascista. Così, mentre “Mamma Filzi” il 4 novembre 1928 veniva consacrata dall’Associazione Nazionale Volontari di Guerra madre spirituale di tutti i volontari di guerra, presenziando a raduni e celebrazioni, la Bittanti finì per autoisolarsi, il che fatalmente non fu ben visto e ben accetto dagli italiani di allora, stante la levatura sublime del marito, troneggiante ben al di sopra di qualsiasi politica.</p>
<figure id="attachment_70876" aria-describedby="caption-attachment-70876" style="width: 217px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/10/dalmazia.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-70876 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/10/dalmazia-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/10/dalmazia-217x300.jpg 217w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2026/10/dalmazia.jpg 502w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70876" class="wp-caption-text">Federico Seismit Doda e suo fratello Luigi, disertore dell’esercito asburgico.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Accusando il Fascismo di “volersene appropriare”, pur sapendo che tutti i gerarchi, compreso il Duce, erano reduci, spesso pluridecorati, della stessa guerra combattuta dal marito, la Bittanti commise l’errore, maldigerito da tutta la nazione, di non voler presenziare con i figli all’inaugurazione, il 26 maggio 1935, del bellissimo monumento a lui dedicato sul Doss di Trento, se vi avesse presenziato Mussolini, il quale incredibilmente si piegò ad acconsentire unicamente per rispetto all’eroe più amato dagli italiani. Lungi dal sortire un effetto positivo, quest’atteggiamento di chiusura fu interpretato come un atto di superbia e una sgarberia inaudita nei confronti dello stesso eroe che mai l’avrebbe compiuto, finendo per allontanarla da quel popolo che avrebbe dovuto rappresentare in ben altro modo. Di conseguenza ella non potè nemmeno sortire la benefica influenza culturale che le sue idee avanzate avrebbero potuto sortire anche nel contesto fascista ormai istituzionalizzato, dove pur convivevano anime diverse, si pensi al comunista Nicola Bombacci, e dove, fra le innumerevoli riviste circolanti, vi erano tollerate quelle “emancipazioniste”, per esempio quella tenuta dall’avvocatessa di Firenze Olga Monsani, antifascista come la Bittanti e poi passata in clandestinità dopo il 1943.</p>
<p style="text-align: justify;">La vedova dell’eroe scelse invece, ancor prima che Mussolini prendesse il potere, un atteggiamento duro di ripulsa, che peraltro continuò anche dopo, quando s’avvide che la Repubblica antifascista nella quale aveva creduto, aveva deciso in favore dell’autonomia della sua regione, piegandosi addirittura a un’Austria ingiustamente dichiarata vittima del nazismo, tant’è che chiuse malamente la porta in faccia a De Gasperi che si era recato a visitarla con un mazzo di fiori. Ma tutto ciò richiederebbe una trattazione a parte. Una dolorosa trattazione, purtroppo, per quel che riguarda la trasmissione della memoria del grande eroe ai posteri, che chiama in causa anche la figlia di Battisti, Livia. Per sottarlo al Fascismo, infatti, l’eroe di tutti gli italiani finì ideologizzato all’opposto, trasformato in un elemento di divisione, scatenando non a torto proteste e reazioni nella sua stessa regione e fra i reduci delle Patrie battaglie.</p>
<p style="text-align: justify;">E dunque torniamo ai Dalmati. I quattro fratelli Federico, Luigi, Giovanna e Maria Seismit Doda, portatori di uno dei tanti “cognomi strani” così frequenti sul Confine Orientale, legatissimi alla madre Angela Doda di Zara, morta anzitempo, di cui avevano voluto assumere il cognome aggiungendolo a quello paterno, furono un punto di riferimento costante del patriottismo e poi irredentismo dalmata che, benchè non si studi affatto nelle scuole ed anzi se ne ignori perfino l’esistenza, attraversò l’intero Risorgimento dall’inizio alla fine. Diciamo che proprio questo grande patriottismo Dalmata con i suoi nomi spesso strani ed esotici costituisce la riprova migliore di cosa fosse il Risorgimento, quel Risorgimento che s’è cercato di restringere a “pochi partecipanti” che l’avrebbero “preparato a tavolino” soprattutto al “Nord” perché “i meridionali erano assenti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando domandai a un gruppo di bravi studenti delle Scuole Superiori “Cos’è la Dalmazia?”, ne uscì fuori un penoso balbettio. Ed anche sugli eroi più famosi del Trentino il balbettio era poco meno che uguale. Questa è l’Italia di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortuna nostra, i patrioti del Risorgimento a stragrande maggioranza non si arroccarono su posizioni intransigenti e chiusure ideologiche: se l’avessero fatto, il Risorgimento, minacciato com’era da ogni parte, sarebbe fallito, e già nel 1859, con la seconda guerra d’indipendenza cucita dal Cavour, la svolta patrocinata dal grande statista piemontese con la costituzione, due anni prima, della Società Nazionale che univa tutti gli italiani in vista del grande scopo comune, apparve chiara e ineludibile. Dunque: tranne poche eccezioni di repubblicani irriducibili che si emarginarono da sé stessi, la più parte, tra cui Federico e i suoi, si orientò decisamente per il Piemonte, ove peraltro anche Federico si era rifugiato fin dal 1850 assieme a centinaia di corregionali braccati dall’Austria, trovando infine, dopo patimenti e peregrinazioni, e dopo aver usufruito anche lui delle provvidenze elargite dal governo di Torino agli esuli e perseguitati, un lavoro proficuo prima presso un’industria locale e poi nella filiale della RAS (Riunione Adriatica di Sicurtà), famosa compagnia assicurativa di Trieste che a Torino aveva aperto appositamente una filiale in quel periodo, e oggi non esiste più come marchio italiano perché confluita nell’Allianz tedesca, ma allora era un fiore all’occhiello dell’imprenditoria triestina, soprattutto ebraica, che come si sa (o non si sa) era quasi tutta favorevole all’Italia. Qui Federico si appassionò al campo economico-imprenditoriale-finanziario, acquisendo quelle competenze ed esperienze preziose che poi spese a servizio della nazione quando ricoprì i numerosi incarichi di governo in seno al Regno d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Luigi Seismit Doda, fratello maggiore di Federico, intraprese invece la carriera militare nel Regno di Sardegna prendendo parte direttamente alla seconda guerra d’indipendenza, tanto da raggiungere per meriti sul campo il grado di colonnello già nel 1860 e quello di maggiore generale l’anno seguente. Una bella soddisfazione per chi aveva rischiato la vita disertando dall’esercito asburgico nel 1848, come fecero quasi tutti i Dalmati, quelli che riuscirono a fuggire verso Venezia, o a disimpegnarsi dagli austriaci minacciando ammutinamenti, o a imbarcarsi sulle navi piemontesi o napoletane veleggianti al largo delle coste istriane.</p>
<p style="text-align: justify;">La memoria più incisiva di Luigi risale per l’appunto alla difesa di Venezia nel 1848, in particolare alla strenua difesa di Forte Marghera, un caposaldo importantissimo per la resistenza agli austriaci onde impedire il loro ritorno in città. In questa difesa epica, durata 26 giorni, fra il 26 aprile e il 22 maggio 1849, assediati i difensori da ogni parte e pesantemente bombardati giorno e notte, richiesti più volte invano di arrendersi, rifulse il coraggio eroico di Luigi assieme a quello dei combattenti provenienti da tutte le regioni italiane, e soprattutto rifulse, in quel fuoco e il quel sangue, il formidabile duo Luigi Seismit Doda-Girolamo Ulloa Calà, napoletano, tutti e due messi a capo, da Daniele Manin, di quella disperata resistenza di 2500 italiani contro 30000 austriaci. Ci vorrebbe un libro soltanto per descrivere l’abnegazione eroica dei pescatori veneziani che sotto le bombe e in mezzo alle epidemie, rischiando la vita ogni minuto, facevano la spola per traghettare in salvo i feriti, e altresì per lodare il genio militare di Ulloa che riuscì a ritardare la presa del Forte, a tenere la disciplina in una situazione così estrema e infine a evacuare ordinatamente i superstiti, cosicchè al loro arrivo gli austriaci trovarono praticamente il deserto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dalmata e il napoletano costituirono una coppia Omerica che è passata alla Storia, non già quella raffazzonata delle nostre scuole, ma la Storia con la S maiuscola.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per concludere, ciliegia sulla torta, onde meglio rendersi conto quali erano le forze della discordia appostate insidiosamente dietro l’angolo aspettando l’occasione buona per saltare addosso all’Italia, quelle di cui aveva avvertito per tempo Mazzini con visione profetica, accennerò alla vergognosa vicenda del monumento in onore di Federico Seismit Doda, deceduto nel 1893, che ognuno potrà oggi vedere in piazza Cairoli a Roma, ammesso che detto luogo versi in condizioni decenti, sulla qual cosa di questi tempi non scommetterei. Ebbene questo monumento in bronzo che ritrae il nostro in posizione riflessiva di pensatore, era già pronto nel 1906, opera dell’artista pugliese Eugenio Maccagnani, grande cuore di irredentista che lavorò anche al Vittoriano, ma non si potè darvi sistemazione per evitare tensioni con l’Austria essendo in quel periodo l’Italia nella Triplice Alleanza con Vienna e con Berlino. E passi. Si sa infatti che, a ogni più piccolo stormir di fronda, i giornali austriaci e ungheresi si mettevano a strillare peggio delle cornacchie: e il torto di Federico Seismit Doda era stato quello di perorare fino all’ultimo la causa irredentista della sua Dalmazia, brindando infine pubblicamente in un banchetto a Udine alla redenzione del Confine Orientale. Non l’avesse mai fatto! Ne nacque un caso diplomatico, tanto gli austriaci detestavano questo pericoloso patriota dalmata fin dal lontano 1846, quando, in coppia con la famosa attrice mantovana Adelia Arrivabene allora sua fidanzata, presentò per la prima volta a Zara il suo Inno alla Dalmazia che era un Inno all’italianità della Dalmazia: un inno che la Polizia austriaca fu costretta a ingoiare, non potendo arrestare tutti quelli che lo declamavano o lo cantavano, essendosi sparso in tutta la regione.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’occasione, dunque, o meglio il pretesto del brindisi a Udine, il nostro fu costretto a dimettersi. Era il 1890, e Crispi, allora al governo, temeva le ritorsioni di Berlino i cui capitali si stavano rivelando fondamentali per lo sviluppo economico del Regno d’Italia con interventi massicci, flussi di danaro e investimenti importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma veniamo al seguito. Conclusa la Grande Guerra, tolta finalmente di mezzo l’Austria-Ungheria, il monumento del povero Maccagnani indignato era pronto per essere sistemato in piazza Cairoli. Ovvio che doveva esserci una cerimonia ufficiale adeguata con concorso di popolo plaudente, discorsi, una Banda, lo sventolio dei Tricolori, vieppiù avendo l’Italia vinto la guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma no! Alle forze sovversive fagocitate da demagoghi esaltati non piaceva né la Vittoria, né il Confine Orientale, né quello al Brennero, né la Vittoria mutilata che irridevano quale bufala di D’Annunzio, né le allegre Bande patriottiche, nè ancor meno il Tricolore che quando potevano sostituivano con uno straccio rosso, anzi i reduci dovevano stare attenti a girare per strada per non essere aggrediti o uccisi, l’infatuazione irrazionale per la rivoluzione bolscevica avendo invaso stuoli d’illusi di ogni ceto che stoltamente vi soggiacquero.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò il monumento al nostro Federico Seismit Doda che spese la vita intera per l’Italia, fu sistemato vergognosamente in sordina, di notte, in segreto, senz’anima viva attorno, senza nessuno, nel marzo 1919.</p>
<p style="text-align: justify;">E questo è quanto. Chi può capisca.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Maria Cipriano</p>

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		<title>Chesterton, sesso e proprietà &#8211; Juan Manuel de Prada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 15:01:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni in cui i demagoghi cercano di trasformare il problema dell’abitazione in affitto nella panacea per tutti i mali che affliggono i giovani, mi è tornato in mente un articolo preveggente di Chesterton, intitolato Sesso e proprietà, in cui avvertiva che &#8220;lo spirito stesso del male ha maledetto le due grandi forze che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In questi giorni in cui i demagoghi cercano di trasformare il problema dell’abitazione in affitto nella panacea per tutti i mali che affliggono i giovani, mi è tornato in mente un articolo preveggente di Chesterton, intitolato Sesso e proprietà, in cui avvertiva che &#8220;lo spirito stesso del male ha maledetto le due grandi forze che hanno reso la vita poesia&#8221;. Due forze – sesso e proprietà – che sono i pilastri su cui si fonda una vita dignitosa e che erano intimamente legate &#8220;finché l&#8217;umanità era umana, anche se pagana. Ma il fetore del paganesimo decadente non era così forte come il fetore del cristianesimo decadente&#8221;. Entrambe le forze implicavano effettivamente la partecipazione di ogni persona a un processo creativo che la includeva e insieme la trascendeva. In mezzo al “fetore del cristianesimo decadente&#8221;, entrambe sono state furiosamente adulterate, con il proposito di un&#8217;ingegneria sociale il cui obiettivo finale è ciò che Clive Stapleton Lewis chiamava l&#8217;abolizione dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per citare ancora Chesterton, è stata proclamata una “religione erotica” che esalta la lussuria e al tempo stesso proibisce la fertilità; contemporaneamente, è stato imposto un concetto perverso di proprietà, confuso con “qualcosa che viene immediatamente consumato, goduto e utilizzato, qualcosa che procura un piacere momentaneo e poi scompare”. In questo modo, i due pilastri su cui si fondava una vita dignitosa vengono contemporaneamente distrutti; l&#8217;uomo si trasforma in mero consumatore senza radici, bulimico, alla ricerca di una gratificazione immediata dei suoi appetiti e bisogni, rassegnandosi a un&#8217;esistenza errante, senza una casa propria e senza legami. L&#8217;affitto, che i demagoghi propinano ai giovani come una nuova forma di redenzione, non è altro che l&#8217;esatto equivalente di quel sesso fugace e sterile che è stato elevato a religione erotica del capitalismo. In una società non immersa nel &#8220;fetore del cristianesimo decadente&#8221;, l&#8217;affitto sarebbe una realtà residuale, utilizzata – a parte turisti e stranieri di passaggio – solo da persone il cui lavoro richiede continui spostamenti. Il lavoratore medio, legato a un’attività che lo vincola alla propria terra, non desidera affittare una casa, ma piuttosto godersi la propria abitazione con la famiglia; affittare una casa non è altro che consumarla, partecipare a un piacere privo di prospettive future.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, l&#8217;affitto &#8220;indefinito&#8221; (che è quello che i demagoghi offrono ai giovani che lasciano senza casa) è una caramella doppiamente avvelenata. Perché, se da un lato propone una vita senza radici autentiche, dall&#8217;altro cerca anche di perpetuarla. L&#8217;affitto svuota la proprietà del suo carattere sacro e la degrada a mero bene di consumo fungibile; è l&#8217;habitat naturale richiesto dalla religione erotica intronizzata dal capitalismo. &#8220;Mobilità lavorativa&#8221;, &#8220;flessibilità residenziale&#8221;, &#8220;economia della condivisione&#8221;, insomma, tutti quegli eufemismi aberranti che il capitalismo ha inventato per mascherare la vita sterile e senza radici che offre a una gioventù stordita, alla quale fa credere di trovarsi di fronte al paradiso. In definitiva, sotto la maschera di una presunta emancipazione, l&#8217;affitto cela un disegno di sterilità che impedisce la costruzione di un&#8217;eredità vitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché la proprietà, come sottolinea anche Chesterton, costruisce qualcosa di permanente: chi possiede un campo o un giardino non solo mangia i frutti della sua terra, ma decide anche chi li erediterà. L&#8217;affitto impone un turismo esistenziale elevato a condizione metafisica: l&#8217;individuo attraversa la vita come un ospite perenne di un albergo impersonale. Una vita senza proprietà non potrà mai essere un&#8217;autentica vita di comunità. In realtà, l&#8217;affitto che i demagoghi offrono alla gioventù cretinizzata non è altro che la proposta di sradicamento strutturale indispensabile al funzionamento del mercato globalizzato: un lavoratore senza proprietà è un soggetto sottomesso, infinitamente mobile, disposto a trasferirsi a seconda delle esigenze del mercato del lavoro. Chesterton affermava nel già citato articolo, con lucida franchezza, che &#8220;il sesso diventerà per lo schiavo un mero piacere, affinché non diventi mai potere&#8221;. Lo stesso vale per la casa. Privando i giovani della proprietà immobiliare, li si priva della loro cittadella, del loro piccolo regno di resistenza contro il capitalismo. Alla fine, il giovane, intrappolato tra sesso sterile e affitto perpetuo, crede di essere libero perché cambia spesso partner e codice postale, senza rendersi conto di aver accettato la più docile condizione di servitù: quella di chi non lascia alcuna traccia sulla terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>( fonte www. Noticiasholisticas.com.ar &#8211; trad. Roberto Pecchioli)</em></p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>MIchel Foucault, geniale icona del male &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 05:04:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cento anni fa, nell’ottobre del 1926, nasceva Michel Foucault, il pensatore più influente della seconda metà del secolo XX. La sua famiglia era borghese e rispettabile, radicata a Poitiers, la città francese dove, nell’VIII secolo, Carlo Martello fermò l’avanzata musulmana. Michel si chiamava in origine Paul come il padre, ma l’odio per lui gli fece [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cento anni fa, nell’ottobre del 1926, nasceva Michel Foucault, il pensatore più influente della seconda metà del secolo XX. La sua famiglia era borghese e rispettabile, radicata a Poitiers, la città francese dove, nell’VIII secolo, Carlo Martello fermò l’avanzata musulmana. Michel si chiamava in origine Paul come il padre, ma l’odio per lui gli fece cambiare nome. Quel rifiuto privato spiega molto del Foucault pubblico. Nessuno ha lavorato per la distruzione dei fondamenti della società come lui, nessuno ha scavato più in profondità nei sotterranei della conoscenza: L’archeologia del sapere è il titolo di una sua opera. Nessuno ha colpito i pilastri del nostro mondo quanto il rampollo degenere della Francia profonda. Più dei francofortesi e di Marcuse, più dei filosofi della Teoria Francese – Deleuze, Guattari Barthes – più dell’orribile Sartre e dei decostruttivisti alla Derrida, che pure frequentò e dai quali fu a sua volta influenzato. Non fu marxista o comunista, se non in una breve stagione sotto l’influsso dell’amico Louis Althusser; piuttosto un anarchico con tratti non troppo sorprendenti di liberismo nel finale della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Umanamente fu un mostro sin dalla fisiognomica, ma anche un genio, il che spiega come un distruttore, un lucido devastatore di ogni elemento della nostra cultura e dei fondamenti su cui poggia la convivenza civile, abbia avuto il successo che ebbe e che perdura. Fu il massimo esponente del mondo capovolto in rivolta, un santo alla rovescia. Saint Foucault, verso un’agiografia gay, è un libro del 1995 dell’ americano David M. Halperin. L’opera difende ed esplora la sua vita e le sue idee, definite fari dell’ attivismo gay e della teoria <em>queer</em>. Quello di Foucault è il nome più cercato sul portale filosofico <em>Google Scholar</em>. L’intero sforzo della sua opera – nonché della Teoria francese e dei cosiddetti studi postmoderni – è stato decostruire le identità per sostituirle con surrogati fluttuanti, mutevoli, indeterminati. Foucault è il filosofo dei tempi liquidi, non Zygmunt Bauman, fotografo dell’esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Fornì al neoliberismo la scoperta più preziosa: la sostituzione della lotta di classe con il confronto identitario, ponendo al centro la categoria di vittima. La postmodernità foucaultiana prescrive la dispersione del sociale in una miriade di singolarità, segmenti agonistici rinserrati nelle rispettive micro identità. Inizia con lui l&#8217;era del narcisismo doloroso, dell&#8217;individuo-vittima. La crisi della persona e la morte dell’Uomo diventano oggetti di meditazione filosofica. Dopo mezzo secolo di decostruzione, sembra che solo una cosa sia rimasta intatta: il principio dell&#8217;innocenza della vittima. L’idea di verità è stata polverizzata. Scriveva Foucault. “La verità? Una finzione! L’uomo? Un miraggio! Le norme sociali? Una camicia di forza!”</p>
<p style="text-align: justify;">Le sue argomentazioni e le sue azioni erano spesso ripugnanti, eppure abbordavano orizzonti inesplorati, oscurati dagli scandali e dalle opinioni a lui associate. Nel privato fu un pederasta <em>gay</em> seriale, un uomo miserabile, un abusatore che faceva della tortura sessuale il passatempo prediletto, con forti inclinazioni sadomaso, frequentatore dei bagni omo di San Francisco. Morì di AIDS nel 1984, infettando probabilmente molti. La sessualità fu l’oggetto privilegiato dei suoi studi, insieme con la natura del potere e i metodi di controllo sociale. Scrisse un libro assai citato sulla storia dell’istituzione carceraria, Sorvegliare e punire, in cui riprese il concetto di Panopticon, mutuato dall’ utilitarista inglese del XVIII secolo Jeremy Bentham, il carcere radiocentrico in cui un unico guardiano controlla, non visto, i detenuti, costringendoli alla perdita di privatezza e all’autocensura dei comportamenti. Un suo biografo, James Miller, cita un testo in cui Foucault immagina &#8220;festival del suicidio&#8221; e &#8220;orge suicide&#8221;, nonché una sorta di ritiro speciale dove chi pianificava di togliersi la vita poteva cercare &#8220;partner senza nome per occasioni di morte, liberi da ogni identità&#8221;. Nichilismo puro, da parte di un soggetto di enorme intelligenza con elementi di pazzia, confermati da giovanili ricoveri in psichiatria.</p>
<p style="text-align: justify;">Gran parte del prestigio di Foucault deriva dai suoi contributi alla storia della sessualità. È interessante un’ intuizione: indicò il 1870 come l&#8217;anno in cui fu &#8220;inventata&#8221; l&#8217;omosessualità, in un articolo apparso sulla rivista di un manicomio in cui il neuropsichiatra Carl F. Westphal definiva affezione neuropatica il &#8220;sentimento sessuale contrario&#8221;. La sua tesi è che la categoria di omosessuale – chi devia dalle norme sociali e compie &#8220;atti omosessuali” – fosse in precedenza inesistente. Ciò che Foucault fece fu individuare il momento in cui le persone che oggi chiamiamo gay (felici, perché?) furono inventate come categoria sociale, un gruppo di &#8220;devianti&#8221; che oggi vanta una bandiera, festival, locali notturni, ristoranti, hotel, negozi e persino un luogo di vacanza elettiva, Mykonos. Nulla di tutto ciò esisteva prima che gli psicologi del XIX secolo, tra cui Freud, iniziassero a trattare l&#8217;attrazione omoerotica come disturbo psicologico.</p>
<p style="text-align: justify;">Foucault sviluppò questa teoria, con tante altre, nella sua opera più celebre, Storia della sessualità. Una frase famosa riassume il suo pensiero: &#8220;Il sodomita era colui che commetteva un peccato; l&#8217;omosessuale è ormai una specie&#8221;. Date le sue inclinazioni e il suo interesse per la storia della psichiatria e dell&#8217;internamento coatto, non sorprende che Foucault abbia rivolto la propria attenzione ai manicomi e alla percezione sociale della pazzia, cui dedicò Storia della follia nell’età classica. Mise in luce un cambiamento fondamentale nella concezione del disturbo mentale, avvenuto agli inizi del XVII secolo. Fino al Rinascimento e poi in Cervantes, Shakespeare, Erasmo da Rotterdam, la follia era un fenomeno specifico dello spirito umano, collocato nella stessa categoria di profeti, visionari, posseduti, santi, buffoni, indemoniati. Era un fenomeno dotato di senso e di una verità propria: sebbene i folli fossero disprezzati, venivano guardati con timore reverenziale, come messaggeri di un sacro orrore.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire da Cartesio la pazzia muta natura. Attraverso la lente del razionalismo, viene separata da ogni contatto con altri piani spirituali (considerati mere superstizioni) e finisce per occupare il posto un tempo riservato alla lebbra. Non è più un fenomeno da interpretare alla ricerca di un senso, bensì una malattia da gestire secondo protocolli medici e giuridici, mentre i pazienti vengono isolati per scongiurare il contagio. Don Chisciotte non è più un folle geniale, ma un soggetto psichiatrico da internare. Questo mutamento di paradigma teorico spiega, nella prospettiva di Foucault, perché, a partire dal XVII secolo, i pazzi siano stati istituzionalizzati, confinati in ospedali psichiatrici, studiati e controllati come un fenomeno naturale, per la prima volta nella storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Foucault dedica pagine critiche al brano delle Meditazioni in cui Cartesio teorizza il celebre <em>cogito ergo sum</em> (penso, dunque sono). Un passo ulteriore verso l’irrazionale. Leggerlo permette di comprendere le origini di gran parte delle idee marce della postmodernità, nutrite dai suoi libri. Un suo contributo originale è l’intuizione che ogni attività umana costituisce un esercizio occulto di potere. L&#8217;idea che non esista una verità oggettiva – che si tratti di politica, scienza o morale – è la quintessenza del pensiero di Foucault. Se c’è un cattivo da film che, mentre accarezza un gatto seduto in poltrona, spinge l&#8217;<em>intellighenzia </em>ad abbandonare ogni argomentazione morale, questi è l’autore de L’ordine del discorso, un titolo assai significativo. “Le prigioni non possono essere riformate perché qualsiasi tentativo di ridurre la crudeltà è solo uno stratagemma per perpetuare le strutture di potere esistenti; i mendicanti violenti e schizofrenici non possono essere internati perché l&#8217;unico obiettivo del potere è privarli della libertà“. E’ il volto peggiore di Foucault.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu lui a smantellare l&#8217;ideale egualitario della sinistra sociale e ad aprire la strada al movimento <em>woke</em>, la trasformazione della post sinistra in club per miserabili ed emarginati, devianti e disturbati mentali, fornendo loro alibi morali e motivazioni intellettuali. Mise sul trono la vittima, vera o presunta, e il deviante. Al confronto, le altre colpe di Foucault impallidiscono. Il rifiuto delle convenzioni e delle norme sociali, unito al bisogno di attenzione – il desiderio volterriano di <em>épater la bourgeois</em> ( stupire, scandalizzare il borghese) – spiega molti elementi della sua carriera, a cavallo tra narcisismo e compulsione deviante. Negli anni Settanta aderì a diversi manifesti che propugnavano la legalizzazione della pedofilia. Forse l’ispiratore, Jean Paul Sartre, ed egli stesso, agirono anche per legalizzare le loro peggiori pulsioni. L&#8217;aspetto più bieco di quel movimento, oggi non più <em>borderline</em>, era la proclamazione libertaria secondo cui la sessualità non può essere soggetta a limiti di età e i pedofili hanno pieno diritto di assecondare i propri impulsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Profetica fu la scoperta della natura del potere contemporaneo, diventato apparato di controllo, dispositivo orientato al biopotere e alla biocrazia, il dominio sulla vita concreta. Descrisse modalità di infiltrazione nelle coscienze volte alla riconfigurazione del Sé. Per lui sino agli albori della modernità l’essere umano era canalizzato fisicamente e costituito attraverso una serie di “reclusioni” disciplinari – la scuola, l’ospedale, la fabbrica, il carcere – dove veniva plasmato secondo la norma del potere. Nelle attuali società di sorveglianza, le manipolazioni sono più blande sotto il profilo della costrizione fisica: mode, abbigliamento, partiti politici, droghe, serie televisive, generi musicali, le forme più bizzarre di capriccio e creatività. Tuttavia mantengono con altri mezzi la conformità coattiva alla norma prevalente per mezzo di una modulazione flessibile ed onnipresente. E’ la “microfisica del potere”, un sistema che penetra il soggetto e diventa dispositivo. Si impadronisce dei corpi, si inserisce negli atti e nelle condotte, nei discorsi, nei processi di apprendimento sociale e nelle esistenze quotidiane, diventa un organismo costituito da un numero infinito di connessioni che non agiscono dall’alto, ma dall’interno del corpo sociale. Diagnosi genialmente profetica, ma prognosi e terapia sono folli. Noi, i posteri, siamo le vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">Michel Foucault, sulle tracce di Adorno e Horkheimer (La personalità autoritaria), affermò che l’illuminismo fu il processo che liberò dall’ accettazione di ogni autorità. Per lui la modernità è un atteggiamento più che un periodo storico, caratterizzato dall’attitudine critica, giudicante, infine dissolvente nei confronti della realtà. L’esito che abbiamo dinanzi è drammatico. Foucault riscoprì, da una prospettiva rovesciata, il pensiero di Nietzsche, in particolare il nichilismo e il concetto di “morte di Dio”, estendendolo alla morte dell’uomo. “L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra la data recente (Le parole e le cose). “Per Marcello Veneziani fu un ponte sospeso tra Marx e Nietzsche, “da rivoluzione a trasgressione, da masse a soggetti, da rivendicazioni sociali a desideri individuali sprigionati”. Morte di Apollo, vittoria di Dioniso; le vittime sono la civiltà, le comunità, i singoli uomini. Fu patrono di emarginati e soprattutto degenerati: Nietzsche osservato da un cannocchiale capovolto. Oltre alle carceri, considerava universi concentrazionari ospedali, manicomi, scuole, tribunali, commissariati di polizia, poiché ogni istituzione è il Male. L’obiettivo – conseguito! – era la liberazione e l’intronizzazione dei pazzi, dei delinquenti, dei malati, delle minoranze sessuali e di ogni genere di deviati. Fu incline al suicidio ed abusò per tutta la vita di droghe e alcool. Centro del suo pensiero è la rivolta contro la norma e la normalità. Conta per lui non la classe, la nazione, la società, ma solo il soggetto. Fu il teorico della svolta individualista e nichilista del post Sessantotto , che traslocò dal socialismo rivoluzionario al radicalismo libertario, basato sulla liberazione dei desideri preconizzata da Marcuse e tematizzata da pessimi maestri, Gilles Deleuze e Fèlix Guattari, ne L’Anti Edipo. La “micropolitica del desiderio” cui segue la “liberazione dei flussi libidinali”.</p>
<p style="text-align: justify;">Foucault pensava che chi vuole opporsi a un ordine oppressivo deve fissare l’attenzione su istanze di potere diverse dallo Stato per tessere reti di contropotere Quando parlava di “microfisica del potere” descriveva l’atto con cui il potere penetra dentro gli individui e diventa dispositivo. Se la nemica dei francofortesi fu la personalità autoritaria, fomite del fascismo elevato a categoria eterna del male, Foucault si spinge oltre. Nemico assoluto resta sì il fascismo, ma in quanto, come per Sartre, “è già nello Stato”. Avversario di ogni ordine, per Foucault la libertà coincide con l’alienazione, la fuoriuscita da sé, capovolgendo Marx. Eppure comprese che, chiusi nella soggettività, gli esseri umani diventano più docili e indifesi, addirittura complici del potere, un convincimento ripreso dall’ultimo Agamben. Non riponeva speranza alcuna nell’azione collettiva o in rivoluzioni politiche: per lui la (non) soluzione è l’ombra, lo spazio soggettivo in cui ognuno vive e accetta i propri vizi e finanche le depravazioni in assenza totale di regole o limiti. La conseguenza è il tracollo generale dell’uomo e del mondo. Ha scavato sotto le fondamenta come uno sciame di termiti; impressiona che abbia goduto di tanto credito e di perdurante successo. Del resto, l’Occidente terminale, <em>woke</em>, invertito, debosciato, orgiastico e senz’anima è in larga parte un suo frutto. Se Paul Ricoeur, che definì Marx, Nietzsche e Freud maestri del sospetto, ne avesse conosciuto l’opera, gli avrebbe attribuito la stessa qualifica. Foucault fu nemico delle norme, ma lui stesso venne eretto a norma intellettuale; regna ancora su buona parte della cultura contemporanea. Follia, prigione, sessualità, minoranze, diritti, dominio biocratico: la sinistra postmoderna gli deve molti dei suoi concetti. Dopo la breve stagione strutturalista, teorizzò la “morte dell’uomo”, con grande dispetto di Jean-Paul Sartre, che intuì, nel rifiuto della storia come prassi, la fuoriuscita di Foucault dal marxismo.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sorvegliare e punire (1975) Foucault dà a questo approccio un&#8217;illustrazione esemplare. Contesta l’idea che il potere appartenga allo Stato; al contrario, viene esercitato soprattutto per mezzo della conoscenza, delle norme e delle pratiche quotidiane. Alain de Benoist afferma che il pensiero di Foucault “si riduce a poche semplici idee: rimuoviamo i manicomi e non ci saranno più sciocchi, rimuoviamo i medici e non ci saranno più persone malate, tagliamo le prigioni e non ci saranno più delinquenti&#8221;. Il guaio è che è stato creduto. <em>Nella Storia della sessualità</em> applica lo stesso ragionamento all’ambito sessuale. Parlare esclusivamente di repressione sessuale è un errore: sono piuttosto discorsi medici, educativi e psichiatrici ad avere gradualmente standardizzato e medicalizzato la sfera pulsionale. Per lui la sessualità è un oggetto su cui la società ha imposto agli individui di “confessare” la propria verità soggettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea che lo ossessionò fu il governo (o non governo) di sé. Verso la fine della vita, Michel Foucault abbordò l’ anarcoliberismo. “Nulla di strano o imprevedibile: nemico dello Stato, vide nel neoliberismo un&#8217;alternativa meno normativa e autoritaria rispetto alla sinistra classica, che trovava totalmente obsoleta“. (de Benoist). Ma se il potere è ovunque, in nome di che cosa condannare una delle sue forme? E’ l’obiezione della femminista Nancy Fraser e di Jürgen Habermas, mentre altri hanno criticato l’attacco alla nozione di verità che riduce la conoscenza a pura relazione di potere. Altrettanto devastante fu l’abbandono della critica sociale a favore di un’analisi centrata non sullo sfruttamento dell’uomo, ma sulla repressione contro le minoranze, un’idea che ha disarmato la sinistra di fronte al capitalismo. Una critica serrata a Foucault viene da François Bousquet, esponente della Nuova Destra francese. Il suo <em>pamphlet </em>è sulfureo sin dal titolo: <em>Putain de Saint Foucault, archeologie d’un fetiche</em> (Fottuto San Foucault, archeologia di un feticcio). Fin troppo chiara la prima parte, mentre la seconda rinvia alla categoria di feticcio nel senso originario di falso, fittizio. Bousquet muove dal rifiuto del nome del padre, un parricidio simbolico molto freudiano. Il ruolo paterno fu così descritto dallo psicanalista strutturalista Jacques Lacan: il nome del padre crea la funzione del padre. Nulla di meno foucaultiano, ma la sconfitta del padre è la crisi di una funzione recisa che collegava il simbolico e l’immaginario, per unire più che vincolare, mettere in relazione piuttosto che legare. Foucault predicava il contrario, un divenire mutante, il divenire animale dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ammette sconsolato Bousquet: “raramente un pensatore ha prefigurato così intensamente un momento storico”. Insegnò per anni al mitico Collège de France e le sue lezioni erano autentici eventi. Un piede al Collège, l&#8217;altro all&#8217;inferno, o entrambi, giacché per il marxista Pierre Bourdieu quell’istituzione è un luogo di sacralizzazione degli eretici. Veri o presunti, ma sempre monumenti di se stessi. <em>L’ Archeologie d’un fetiche</em> di Bousquet è un catalogo delle perversioni in cui sfilano tutti i vizi oggi considerati virtù, di cui l’autore di Follia e irrazionalità era un simbolo intoccabile e peccaminoso. Una sintesi del suo tempo, che è il nostro, l’epoca in cui “l’obiettivo principale non è scoprire, ma rifiutare ciò che siamo, dunque l’autonegazione, la morte del soggetto“. Ovvero Mefistofele, lo spirito che sempre nega (Goethe). E che, nel caso di Foucault, cerca per tutta la vita di staccarsi da se stesso, di perdersi, vagare, non per ritrovarsi, ma per cancellare tutto sino all’autodistruzione. Distillato di nichilismo puro, pensiero e biografia diventano epitomi del presente tossico.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla magniloquente proclamazione della morte del soggetto (ossia dell’essere umano!) alla deambulazioni omo e sadomaso americane, passando per il neoliberismo, lo sguardo fisso su prigioni, manicomi, deviazioni, le stanze lussuose del Collège de France sino alla “sessualità senza sesso”, l’opera di Foucault è un contenitore eterogeneo dal fascino simile a quello esercitato da certi criminali. “Negazione, perdita del centro, fuga da se stessi (ma non si può sfuggire!): questi sono i grandi leitmotiv che punteggiano l’opera, il cui punto d’arrivo è la cancellazione e la scomparsa” conclude Bousquet. L’ Ordine del discorso di Foucault fornirà gli elementi linguistici della teoria di genere. Non ne fu certo l&#8217;inventore, ma senza la sua aura intellettuale, il suo lavoro preparatorio, la sua contro-storia della sessualità, l&#8217;intera ideologia di genere avrebbe avuto grandi difficoltà a uscire dal fondamentalismo LGBT.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intera sua opera è una vasta, variegata, incandescente collezione di spunti da cui attingeranno tutte le correnti dell’Occidente postmoderno. “Oggi è la stella indiscussa dei laboratori ideologici, il precursore della teoria di genere, il guru di Judith Butler, del Gay Pride e degli educatori alla rovescia, l&#8217;autore più citato nelle discipline umanistiche, noto quanto i Beatles. “Un santo, un fottuto santo, per usare l&#8217;espressione di David Halperin, venerato su entrambe le sponde dell&#8217;Atlantico, che ha bruciato la candela da entrambi i lati con la stravaganza di un vecchio saggio costretto a leggere Sade e a prendere l&#8217;LSD. Premoderno e postmoderno, con un piede al Collège de France, l&#8217;altro all&#8217;inferno” ( F. Bousquet).</p>
<p style="text-align: justify;">E se Foucault avesse ingannato tutti? E’ giunto il momento di strappare le innumerevoli maschere che gli hanno garantito una lunga immagine pubblica. Di lui, in negativo, vale il giudizio che Alessandro Manzoni dette del cardinale Borromeo: la sua vita fu il paragone delle parole. Anarchico, di sinistra, marxista, esuberante o riservato, nichilista, antimarxista esplicito o velato, intellettuale di servizio del neoliberismo, pazzo o pervertito, sotto quale identità San Foucault, il “fottuto San Foucault”, percorre il suo cammino a cento anni dalla nascita?</p>

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		<title>La rivolta di maranza, topi e gretini &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 13:59:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I tumulti giovanili di questi giorni non hanno parole d’ordine, non prevedono sbocchi né hanno un programma oltre l’elenco di generiche, benché fondate, doglianze. Limitiamoci all’Italia, giacché il caso francese in fase acuta è assai diverso, per la saldatura tra forze politiche organizzate, La France Insoumise e l’ultrasinistra di Olivier Besancenot, e  settori islamisti di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I tumulti giovanili di questi giorni non hanno parole d’ordine, non prevedono sbocchi né hanno un programma oltre l’elenco di generiche, benché fondate, doglianze. Limitiamoci all’Italia, giacché il caso francese in fase acuta è assai diverso, per la saldatura tra forze politiche organizzate, <em>La France Insoumise</em> e l’ultrasinistra di Olivier Besancenot, e  settori islamisti di una generazione per lo più figlia dell’immigrazione selvaggia, insensata, sostitutiva, folle, avviata da Mitterrand negli anni Ottanta. La vena insurrezionale è alimentata dall’odio furioso dei manifestanti verso la <em>République</em> e dall’incapacità (o assenza di volontà?) delle istituzioni di sedare la rivolta, probabilmente per colpire preventivamente Marine Le Pen nell’imminenza delle elezioni presidenziali, e tentare un ennesimo rattoppo di sistema. Due secoli di democrazia si pagano (Charles Maurras).</p>
<p style="text-align: justify;">Concentriamoci sugli imitatori di casa nostra, fomentati dai centri sociali, i mazzieri non troppo occulti della sinistra politica, dal nuovo antagonismo della Cgil – sin qui silente o complice dello strame dei diritti sociali dei lavoratori di oggi e di domani – nonché dal grottesco compiacimento di rivoluzionari da salotto e dall’inazione di borghesi radicali come il sindaco milanese Sala. Assistiamo alla verifica delle potenzialità di una sommossa di maranza, topi e gretini, uno sciame umano unito dall’ignoranza, dal nichilismo e dalla soggezione al consumismo più rivoltante. Altro sono gli ispiratori e i dirigenti, giacché le manifestazioni non nascono dal basso, né da bisogni profondi. E’ una mini rivoluzione di generazioni sazie e, si ripete, annoiate. Una noia esistenziale figlia del vuoto interiore, morale, spirituale i cui colpevoli non sono i giovani, ma le generazioni che dirigono la società. Pensiamo ai ragazzotti borghesi romani che scacciavano la noia investendo malcapitati con la minicar. Presi, si dichiarano dispiaciuti, poveri cari. Sono liberi e non pagheranno il conto, se non con ridicoli servizi sociali e “spiegoni” di moralismo istituzionale, quelli sì noiosissimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre per noia, migliaia di minorenni d’ambo i sessi, convocati al fischio dei <em>social media, </em>si vestono come soldatini ( l’ uniforme è la felpa nera con cappuccio) e scendono in piazza urlando slogan appresi al momento ai quali sono sovranamente indifferenti. Forse i meno peggio sono i “maranza” di origine immigrata, che una cosa la sanno: odiano la società in cui sono stati catapultati. Gli altri sono topolini riuniti da pifferai organizzati, vecchi arnesi dei centri sociali, allevati, coccolati, pagati, dalle cosiddette istituzioni . Specie di sinistra, ma a destra non battono un colpo. Niente sgomberi, bollette a carico dei contribuenti, nessun controllo, tolleranza di mille illegalità. E’ tutto gratis, ma non esistono pasti gratuiti. Il conto sono città a soqquadro, saccheggi non per bisogno ma per rubare capi di abbigliamento, accessori e ogni altro prodotto della società dei consumi, quartieri sottratti alla pur blanda legge dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicono che occorre ascoltare, che il disagio – reale – non va criminalizzato. Vero, ma per trattare serve uno straccio di proposta, un progetto, un’alternativa da confrontare. Non è così e non può esserlo casinisti e facinorosi sono i figli legittimi dei padri che hanno sfigurato la realtà per adeguarla al Dio Mercato, alla mitologia dei diritti – quasi tutti all’altezza del basso ventre – all’adorazione del consumo e dei desideri. Coltivano l’ ignoranza soddisfatta chini sullo <em>smartphone</em>, plasmati dalle mode, dal conformismo, dall’indifferenza. A Torino è stata assaltata la libreria Feltrinelli. Non per procurarsi gratis tomi ponderosi o classici della letteratura, ma per distruggere, gettare a terra ciò che era ordinato negli scaffali. Legge del contrappasso: proprio quello che sognava, prima di morire mentre collocava un ordigno, il capostipite della dinastia , Giangiacomo Feltrinelli, ricco, annoiato e rivoluzionario, di cui i teppistelli nulla sanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure ripetono che bisogna comprendere, carezzare questa generazione, nostra o immigrata. Hanno ragione. Sono i nostri figli e nipoti, sono come noi li abbiamo (dis)fatti. E’ come auscultare, psicanalizzare noi stessi, stesi sul lettino dello psicoterapeuta che osserva l’ orologio per dirci il fatidico “ il nostro tempo è finito”, incassare la parcella e prescrivere farmaci placebo. Oltre mezzo secolo di pessimi maestri, di capovolgimento di ogni valore e principio portano a spaccare vetrine per il gusto di farlo e per noia, investire passanti con la minicar o strafarsi nei <em>rave party</em> , simbolo postumo del Sessantotto che ignorano: le tre rivoluzioni, chimica, musicale e sessuale. Oppure, come è accaduto a un quindicenne, morire sotto un trattore in un gioco da mostrare <em>online, </em>variante contemporanea di “correre a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire. Tu chiamale, se vuoi, emozioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">La differenza è che le generazioni odierne sono già morte dentro. Colpevoli ? Solo di plumbeo conformismo. Il resto, la riduzione a topi in gabbia che azionano la leva delle emozioni, del consumo, della dissipazione di sé, è colpa nostra. Ecco perché non sappiamo compiere il primo gesto di salvazione, reprimere il male ( che abbiamo rinunciato a definire tale ) per poi curarlo. Dinanzi a un’emorragia, non si pensa a discutere, si cerca di fermare il sangue. Dopo verranno diagnosi, prognosi, terapia. Il problema è che l’emorragia – l’assenza di principi, valori, identità, giudizi su bene e male, – è innanzitutto nostra. Perciò non la riconosciamo. Ogni rivolta conosce saccheggio e distruzione. Anormale è rubare abiti non per coprirsi, ma capi firmati da sfoggiare, colonizzati dal sistema di consumo ! Né è normale ignorare di essere in uniforme: un anti esercito in felpa nera. Ignari sanculotti postmoderni che urlano a squarciagola “tutti odiano la polizia”, come se nell’arcadia ideale che immaginano nei rari momenti di lucidità si possa fare a meno di un ordine . I signorini annoiati non attaccano i veri santuari del potere: non lo vogliono i mandanti – di cui la stragrande maggioranza non sospetta l’esistenza- il cui scopo è diventare gestori dell’ esistente, non modificarlo, tanto meno abbatterlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni usano slogan mutuati dalla stagione di Greta Thunberg, ricomparsa per tacciare di fascismo il governo italiano. Non serve risposta: non sanno, non capiscono, maranza, topi e gretini. Con la G e con la C, una generazione devastata da chi è al potere, resa incapace di comprendere che la sua mobilitazione è lo strumento di giochi sporchi: inconsapevoli, sciamannati fantaccini incappucciati. Il rischio è doppio. Da un lato rafforzare chi invoca solo repressione e getta allo sbaraglio altri giovani, quelli in uniforme ufficiale, per conseguire tornaconti politici presso l’ opinione pubblica disorientata in una società decomposta, ingiusta, i cui scoppi d’ ira sono febbri naturali. Dall’altro i burattinai di maranza, topolini e gretini potrebbero vincere la loro partita, consistente, di fatto, nell’aggravare il malessere: più immigrati, più disordine, più precarietà esistenziale e sociale, più falsi “diritti”, senza toccare minimamente l’oligarchia al comando, finanza, tecnologia, fondi, multinazionali, più ceti di servizio nella politica, nelle organizzazioni transnazionali, nella sedicente cultura, nell’intrattenimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Panem</em> <em>et circenses, </em>la formula romana per controllare le generazioni è sempre valida, rafforzata dal <em>soft power</em> – il potere fintamente dolce che ci fa fare ciò che vuole – e dai <em>nudges, </em>le spintarelle “gentili” dal medesimo scopo. Tutto teorizzato e poi realizzato. Maranza, topi, gretini (e non solo) ci cascano sempre. Altri chiedono legge e ordine affinché tutto continui come prima. Triste baccanale degli “ultimi uomini”: “di tanto in tanto un po&#8217; di veleno: ciò procura sogni piacevoli. E molto veleno alla fine, per morire piacevolmente. Si lavora ancora, perché il lavoro è un intrattenimento. Ma si guarda bene che l&#8217;intrattenimento non sia faticoso. Un&#8217;ideuzza per il giorno e un&#8217;ideuzza per la notte. Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini e ammiccano“. Figuranti di una rappresentazione, personaggi che non sanno di avere un autore. Passerà la piena, sino alla prossima tempesta. Nessuno costruirà la diga.</p>

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		<title>La rivoluzione dell’arco riteso &#8211; Rita Remagnino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rita Remagnino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 06:34:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[civilta antiche]]></category>
		<category><![CDATA[Mitologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Tradizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sulla disumanità della perfezione &#160; Nella storia profonda dell&#8217;uomo, c&#8217;è un momento in cui il mito cessa di essere semplice racconto per rivelarsi come la più antica e tenace delle memorie collettive. Lungi dal costituire un residuo fantastico destinato a dissolversi con l&#8217;avvento della documentazione scritta, esso opera come una memoria comune che registra, attraverso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><em><strong>Sulla disumanità della perfezione </strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Nella storia profonda dell&#8217;uomo, c&#8217;è un momento in cui il mito cessa di essere semplice racconto per rivelarsi come la più antica e tenace delle memorie collettive. Lungi dal costituire un residuo fantastico destinato a dissolversi con l&#8217;avvento della documentazione scritta, esso opera come una memoria comune che registra, attraverso il linguaggio simbolico, i processi e le trasformazioni che hanno plasmato la coscienza delle civiltà.<br />
Per esempio, il passaggio epocale dal lungo sonno glaciale al risveglio della storia &#8211; ovvero, la rivoluzione che favorì il lento ritorno alla luce del sole dopo il buio pleistocenico &#8211; trova nella mitologia indiana una delle sue codificazioni più dense. Dunque le figure di Parashurama e di Rāma, rispettivamente il sesto e il settimo avatāra di Vishnu, vanno lette come stadi differenti ma complementari del divenire umano: due armi, due ordini, due fasi di una profonda rivoluzione della coscienza i cui effetti risuonano ancora nel nostro quotidiano.<br />
Per prima appare l&#8217;ascia del guerriero-brahmino Parashurama, forgiata in un metallo celeste e calata sulla terra come una mannaia di giustizia; segue l&#8217;arco di Rāma, le cui frecce mistiche, dorate e lucenti come il sole, fondano un regno ideale all’interno di un nuovo ordine mondiale. Sul piano dell&#8217;analisi storico-antropologica, la sequenza presenta un senso compiuto facilmente intuibile: l&#8217;ascia precede l’arco perché la fondazione di un ordine più giusto è possibile previa distruzione della corruzione esistente.<br />
Il funzionamento di tale meccanismo è stato evidenziato da Georges Dumézil &#8211; che deve molto al lavoro dello svedese Stig Wikander &#8211; attraverso centinaia di corrispondenze tra le escatologie indiana, iranica e scandinava, da intendersi come tracce di un&#8217;epica preistorica comune dispersa dalle migrazioni, ed infine confluita in alcuni rami indoeuropei.<br />
Al di là delle specificità delle figure personalizzate da ogni tradizione culturale, l&#8217;importanza di queste narrazioni risiede nelle rivoluzioni da esse rappresentate &#8211; da intendersi come cronistorie immaginifiche di altrettanti livelli evolutivi della coscienza collettiva &#8211; le quali, purtroppo, sono il prologo dell’Età della Guerra. Non che prima di allora l’essere umano fosse un pacifista, perché probabilmente non lo è mai stato; tuttavia, sono riconducibili a questo periodo i conflitti organizzati e strutturati che, in un crescendo di devastazioni, hanno trasformato la storia dell&#8217;umanità in un perpetuo campo di battaglia.</p>
<p style="text-align: justify">Sul piano metodologico, va da sé che l&#8217;esistenza storica di Parashurama e di Rāma non è supportata da alcuna prova documentale. Sebbene alcune narrazioni orali &#8211; in seguito sfociate nel poema epico <em>Rāmāyaṇa</em> &#8211; accostino la venuta di Rāma all&#8217;arrivo in India di tribù ariane guidate dal principe Ram: il prototipo del guerriero forte e pio, dell&#8217;eroe che diventa re, finendo per essere assorbito dallo stesso sistema societario da lui creato.<br />
A prescindere da queste informazioni, comunque, ciò che qui interessa non è tanto stabilire l&#8217;autenticità della prova, quanto piuttosto capire perché una civiltà evoluta come quella indo-ariana abbia affidato alla guerra &#8211; intesa come violenza necessaria &#8211; due snodi cruciali della propria storia: la codificazione della giustizia e l’imposizione dell’ordine. Già allora, si sapeva che le guerre “servono” a resettare i sistemi fatiscenti?<br />
Se poi si assume la prospettiva delle &#8220;grandi rivoluzioni&#8221; come momenti in cui un intero assetto viene rovesciato e rifondato, si nota un terzo principio cardine: l’embrione del pensiero politico formato dalla convergenza della rivoluzione neurale prodotta dall&#8217;uomo con l&#8217;ascia (che rimodella le capacità cognitive e operative legate alla trasformazione del mondo materiale) e della rivoluzione paradigmatica innescata dal guerriero armato di arco e frecce (che introduce un nuovo modello di potere, distanza e controllo).<br />
Ne consegue che il pensiero politico in quanto tale discende virtualmente delle azioni di Parashurama e Rāma &#8211; una antropologica e tecnica, l&#8217;altra strategica e simbolica. La conferma è contenuta nel settimo libro del <em>Rāmāyaṇa</em> &#8211; letteralmente &#8220;il cammino (<em>ayana</em>) di Rāma&#8221;, concordemente ritenuto spurio e tardo -, dove compaiono le fondamenta dell’azione ordinatrice che, in tempi preistorici, creò i presupposti di ciò che oggi chiamiamo «politicamente corretto».<br />
Si pensi alla vicenda di Sītā dopo il ritorno ad Ayodhyā: il re sceglie di sacrificare la propria felicità coniugale in nome del popolo e ripudia la moglie, pur non ritenendola colpevole di tradimento, perché un sovrano non può apparire in contraddizione con la legge morale che egli stesso rappresenta. Già qui, in questo snodo della Storia, la futura politica comincia a generare tensioni irrisolvibili, in quanto:<br />
• la giustizia pubblica prevale sulla giustizia privata;<br />
• la legge prevale sull&#8217;amore;<br />
• l’immagine simbolica prevale sulla persona.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Ed eccoci alle prese con il problema dei problemi: la politica è indispensabile? Complica, o porta soluzioni alla vita dell’uomo? Ultimamente ce lo domandiamo sempre più spesso, non riuscendo a conciliare la crescita esponenziale del disordine al poderoso costrutto di norme e regolamenti che, invece, dovrebbe gestire l’ordine. Forse, allora, l&#8217;essere umano non è in grado di raggiungere la perfetta osservanza della legge morale. Oppure non vuole farlo, temendo che un regno interamente fondato sul dharma &#8211; sempre che sia realizzabile &#8211; possa diventare disumano proprio a causa della sua perfezione.<br />
Rāma, il re perfetto, è il simbolo di questo travaglio. Quanto al tempo e al luogo in cui nacque, è lecito ritenere che i popoli di origine ariana abbiano sentito il bisogno di darsi una «dottrina dell&#8217;unità» basata sulle regole dopo il loro assestamento nelle fertili pianure gangetiche. Portano in questa direzione vari indizi, tra i quali l&#8217;assassinio del pio sacerdote Vr̥tra &#8211; il Serpente Antico, personificazione vedica della «siccità» &#8211; nel racconto fatto da Rāma al fratello minore Lakṣmaṇa.<br />
L’intera narrazione appare lacerata da una ferita inguaribile: la nostalgia del paradiso perduto, ovvero il ricordo dell’abbandono forzato del &#8220;Kuru del Nord&#8221; (iniziato nel Tardiglaciale, 15.000 -10.00 anni fa) da parte delle popolazioni ariane, colpite da una lunga fase di iper-aridità dei propri territori, le quali dovettero fondare un ordine politico per legittimare la nuova struttura del potere.<br />
Lo stesso rimpianto serpeggia nei Veda (dal sanscrito veda-, &#8220;sapere, conoscenza&#8221;, riconducibile alla radice indoeuropea *<em>weid-</em> &#8220;vedere, sapere&#8221;, la stessa del latino <em>vidēre</em> e dell&#8217;avestico <em>vaēdha-</em>), i quali dedicano non uno ma ben trecento inni a Ushas, la danzante dea dell’alba, le cui evoluzioni rotanti evidenziano con inequivocabile chiarezza una durata dell’aurora molto più lunga e fatta di bagliori crescenti simili a fantasmi di luce che danzano in silenzio tra drappi di verde e fiamme di viola.<br />
In India, però, il giorno e la notte si alternano regolarmente nel corso dell’anno; i rishi, dunque, parlano per sentito dire del fenomeno dell’aurora boreale, notoriamente visibile dalla Groenlandia, dall’Islanda, dalla Norvegia, dalla Svezia, dalla Finlandia, dalla Russia, dall’Alaska e dal Canada settentrionale. Così facendo, rendono omaggio alla memoria degli antenati, come hanno sottolineato molti studiosi di simbolismo tradizionale e di mitologia comparata &#8211; tra i quali Tilak e Levalois -, i quali, appunto, riconducono alle regioni polari e sub-polari «il lento moto rotatorio» delle albe vediche.<br />
Gli stessi avatāra, del resto, sono capitoli di un libro di storia in cui Parashurama e Rāma figurano come rappresentanti ufficiali di epoche passate: dapprima gli Arî si imposero sugli autoctoni con la forza (l&#8217;ascia), per comprendere in seguito che l’avanzata del progresso esigeva regole ferree e buon governo (arco e frecce). Non ultima, una solida cultura; infatti il settimo avatāra di Vishnu è armato di frecce, strumenti che riecheggiano le bacchette cosmologiche capaci di accendere il fuoco dello spirito, o di risuonare come archetti.</p>
<p style="text-align: justify">Un esercito di arcieri, non esegue forse una danza guerresca?<br />
L&#8217;arte del corpo in azione, non è forse un&#8217;esaltazione dello spirito?</p>
<p style="text-align: justify">Spesso, nell&#8217;iconografia tradizionale, l&#8217;arco &#8211; che riceve e trattiene &#8211; è un simbolo ricettivo associato al principio femminile (Prakṛti, Shakti), mentre la freccia &#8211; che penetra e scaglia &#8211; è un simbolo attivo associato al principio maschile (Puruṣa, Shiva). La loro unione non è una semplice somma, ma genera qualcosa di nuovo. È un radicale cambio di paradigma che introduce l&#8217;azione consapevole, equilibrata e rigorosa in cui la forza non è più cieca, né volontà indiscriminata.<br />
In questo quadro, la rivoluzione di paradigma simbolicamente rappresentata dall&#8217;arco di Rāma, di Shiva, di Apollo, di Ulisse e del bodhisattva rappresenta la transizione dal <em>Puranic</em> (Era Mitologica) al <em>Dvapara Yuga</em> (Era Epica), ovvero la rivoluzione restauratrice che pose fine alla fase caotica e indisciplinata, introducendo nella società un pensiero inedito capace di osservare, valutare, trattenere e scagliare al momento giusto secondo una nuova intenzione. Il gradimento suscitato all’epoca da questa dimensione mentale fu talmente elevato, da indurre la società umana ad adagiarsi nel limbo governato da giustizia, regole di convivenza, ordini e contrordini, leggi e politica.<br />
Nel corso del tempo l&#8217;arco è stato teso e riteso innumerevoli volte, così che qualche dettaglio ha cambiato aspetto, ma sempre smentendo &#8211; nell’ostinata coazione a ripetere &#8211; l&#8217;idea di un&#8217;evoluzione lineare e cumulativa di matrice darwiniana. Ne è prova il fatto che ancora oggi, nonostante la caduta di tutti i vecchi valori e la morte degli dèi, la permanenza del principio ordinatorio continui ad essere garantita dalla fede nell&#8217;infallibilità dei numeri e dei dati. Il che mantiene in vita, per via negativa, l&#8217;ordine di natura socio-religiosa &#8211; altamente strutturato, gerarchizzato e ordinato &#8211; che i popoli indoeuropei ereditarono dagli <em>ariyà</em> e diffusero in gran parte dell&#8217;Eurasia, ruotando attorno al numero dodici.</p>
<p style="text-align: justify">Del resto, ogni rivoluzione non era forse una restaurazione?<br />
E non erano forse dodici i frutti dell’Albero della Vita edenico?</p>
<p style="text-align: justify">In tutta evidenza, il dodici non era un numero come gli altri. Il suo fascino non risiedeva in una presunta &#8220;perfezione&#8221; matematica &#8211; sul piano aritmetico, anzi, esso era un numero &#8220;abbondante&#8221;, superato dalla somma dei suoi divisori propri &#8211; bensì nella sua straordinaria divisibilità: si lasciava scomporre per due, tre, quattro e sei, cioè in metà, terzi e quarti. Proprio questa plasticità pratica lo rese uno strumento ideale di organizzazione del reale, e, per estensione, il simbolo della completezza e della buona armonia.<br />
Il dodici, «numero sublime» della cultura indo-ariana, fu essenzialmente un codice strutturale: un principio di partizione che rendeva il mondo governabile, gerarchizzabile, trasmissibile. Le sue proprietà furono acquisite da mezzo mondo, dall’India alla Cina, fino all’Egitto predinastico, dove, appunto, erano dodici i «vasi» venosi e arteriosi &#8211; detti <em>Mo</em> &#8211; che a partire dal cuore descrivevano il percorso energetico all’interno del corpo umano.<br />
L’eco di queste conoscenze trovò una cassa di risonanza in Platone &#8211; erede dei Pitagorici (&#8220;<em>Tutto è numero</em>&#8220;) -, al quale venne naturale individuare nel dodecaedro la figura che il demiurgo, all’inizio dei tempi, aveva impiegato «per decorare l&#8217;universo». Poi toccò alle religioni monoteiste, impegnate a reinterpretare in chiave trascendente e storica il simbolismo solare (luce, orientamento, cicli).<br />
Infatti: sono dodici gli Apostoli di Cristo, dodici i capi delle tribù d’Israele, dodici le sorgenti sgorgate dalla roccia al colpo del bastone di Mosé, dodici gli Imam che nello sciismo duodecimano furono incaricati di custodire il senso esoterico della Rivelazione dopo l’avvento del Profeta, dodici gli spigoli del cubo della Ka’ba, la pietra nera della Mecca. E via dicendo.<br />
Si scorge una filiazione, o sopravvivenza nascosta, anche nel filone esoterico-perennialista. In termini alchemici, per esempio, sono dodici le fasi della Grande Opera, dalla nigredo alla rubedo. Nella simbologia massonica, invece, il Tempio è un microcosmo dell&#8217;universo ordinato e dodici sono le colonne che lo sorreggono, rappresentando la completezza, l&#8217;armonia, la totalità. Queste dodici colonne rappresentano un «ciclo completo», ovvero un percorso giunto alla fine che attende di rigenerarsi. Alcune interpretazioni associano le dodici colonne ai dodici gradi del Rito Scozzese Antico e Accettato (dall&#8217;Apprendista al 12° Grado, Gran Maestro Architetto); altre, invece, le collegano ai dodici Fratelli che idealmente compongono una Loggia perfetta, riflettendo l&#8217;armonia tra gli elementi. Ma qui il discorso si allarga a dismisura, rischiando di portarci fuori strada.<br />
Chiudiamo pertanto il cerchio con un breve cenno al numero centoquarantaquattro, che in qualità di quadrato perfetto del dodici è divenuto anch’esso un «simbolo mistico». La <em>Bibbia</em> cita due volte i 144mila salvati negli ultimi giorni infestati dall’Anticristo: nel primo caso dio ordina agli angeli di «sigillare» questi suoi figli, cioè di metterli al sicuro (Apocalisse, 7:3-8); nel secondo Giovanni vede Gesù (l&#8217;agnello) sul monte Sion insieme ai 144mila che portano impresso sulla fronte il nome di Gesù e del Padre (Apocalisse, 14:1-5), e dai quali ricomincerà il nuovo mondo.<br />
Detto ciò, torniamo alla parentela tra il numero e l&#8217;arco, che a differenza di un’arma qualsiasi richiede precisone non solo nella mira, ma anche nel calcolo della giusta distanza. Anche per questo, esso veicola simboli potentissimi:<br />
• la corda tesa = la tensione cosmica tra l’Uno e il molteplice;<br />
• la freccia = il desiderio, l&#8217;intenzione, il destino che parte e non torna;<br />
• l&#8217;arco stesso = la legge (<em>dharma</em>) che separa, oggettiva, colpisce;<br />
• il gesto di tendere = l&#8217;atto rituale/politico che unisce chi agisce e ciò che è agito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">L’arco è il simbolo del <em>dharma</em> stesso, della legge cosmica che deve essere applicata con inflessibilità e rigore, senza emozioni incontrollate o tentennamenti, colpendo solo il bersaglio. L’arciere combatte mantenendosi fuori dalla mischia, ergendosi sopra la massa come un&#8217;autorità regale capace di agire con distacco e obiettività, dopo avere vagliato i fatti. La sua, è una «guerra impersonale», o asettica.<br />
Metaforicamente, chi tende l&#8217;arco non agisce contro il nemico, ma secondo una legge che lo trascende, cioè nel rispetto di una «giustizia superiore». Lo stesso «dislocamento della responsabilità», oggi, emerge dal funzionamento dei droni &#8211; da intendersi come sistemi di precisione computazionale incarnata -, i quali non colpiscono un volto, ma eseguono un calcolo.<br />
In entrambi i casi il bersaglio è un dato, non un nemico. L’atto violento è l’esecuzione impersonale di una norma, non la scelta di un individuo contro un altro. Nell’azione non c’è colpa, ma neppure innocenza. E difatti, a forza di non avere alcun volto nemico da riconoscere, il soldato che calcola e manovra le traiettorie del mezzo finisce per non riconoscere nemmeno il proprio, diventando un numero tra miliardi di altri numeri.<br />
Domandiamoci, allora, se il desiderio di perfezione numerica &#8211; anticamente espresso da Rāma e oggi dal dataismo &#8211; non abbia alla fine consegnato l&#8217;umano all&#8217;inumano. La questione non è se i numeri siano esatti, ma fino a che punto possano essere «giusti», dal momento che la perfezione del calcolo misura solo ciò che è quantificabile, tralasciando ciò che nell&#8217;umano non può essere trasformato in dato.<br />
Probabilmente, negli ultimi secoli abbiamo esagerato. Perdendo di vista la luna (il senso, il volto, la giustizia che non si riduce a esattezza), abbiamo fissato l&#8217;attenzione sul dito (il numero, la misura, il calcolo) e scambiato l&#8217;indice per il cielo, la norma per il fine, la precisione per la verità, l’apprezzamento della tecnica per la venerazione dell’“esperto” di turno.<br />
Tanti eccessi reclamano oggi una trasformazione antropologica, ossia una nuova rivoluzione che non si limiti a buttare tutto all’aria solo per dare un nome diverso al vecchiume. Stavolta bisognerà mettersi in gioco in prima persona, ovvero reimparare ad ascoltare, a respirare, ad agire con mano ferma e cuore calmo sul bersaglio. Ogni mossa dovrà essere un rito, ogni scoperta una preghiera: non perché la nuova azione voglia sottrarsi al mondo, ma perché avrà raggiunto la consapevolezza che solo nella scelta misurata l&#8217;uomo ritrova sé stesso.</p>

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		<title>Silvano Lorenzoni, recensioni 2026 – Fabio Calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 05:38:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Calabrese]]></category>
		<category><![CDATA[recensione libraria]]></category>
		<category><![CDATA[silvano lorenzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è certo la prima volta che mi dedico a recensire gli scritti di Silvano Lorenzoni, che a mio parere è uno dei più interessanti e originali pensatori “nostri” (mi sembra che la definizione di “intellettuale” gli vada un po&#8217; troppo stretta). Negli ultimi anni la sua produzione si è prevalentemente incentrata su una serie [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non è certo la prima volta che mi dedico a recensire gli scritti di Silvano Lorenzoni, che a mio parere è uno dei più interessanti e originali pensatori “nostri” (mi sembra che la definizione di “intellettuale” gli vada un po&#8217; troppo stretta).</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni la sua produzione si è prevalentemente incentrata su una serie di agli libretti perlopiù stampati in proprio. A me personalmente, questo dà l&#8217;impressione che il nostro autore, che sente l&#8217;incalzare dell&#8217;età, avverta il bisogno di diffondere il più possibile e lasciare non solo a noi, ma a chi verrà dopo, il suo messaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Se le cose stanno in questi termini, possiamo dire che i due testi pubblicati – almeno finora – quest&#8217;anno, sono davvero esemplari, in quanto  riassumono i fondamenti della sua visione del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Di questi due testi, <em>Antropogenesi e sciamanesimo </em>è certamente il più “filosofico” (trattandosi di un autore controcorrente e fuori dagli schemi come Lorenzoni, le virgolette sono d&#8217;obbligo), infatti in esso riprende e sviluppa la sua fondamentale concezione dell&#8217;involuzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia, secondo il nostro autore, è ciclica, e fra un ciclo e l&#8217;altro si frappongono fratture esistenziali che ogni volta fanno tabula rasa della storia precedente, o ne lasciano pochissime tracce, che impongono una ripartenza da zero, e che egli chiama <u>cesure epocali</u>.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;interno di ogni ciclo vi sarebbe un doppio percorso, lungo la dimensione temporale e quella spaziale. All&#8217;involuzione-decadenza che caratterizza la dimensione temporale, corrisponderebbe sul piano spaziale, una migrazione nord-sud, partendo da quel polo boreale che, ogni volta, rappresenterebbe il punto d&#8217;origine – metafisico, verrebbe da dire – di una rinnovata umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che non occorra sottolineare il fatto che questa visione sia in totale contrasto con tutti gli assiomi e i paradigmi di ciò che possiamo chiamare la concezione moderna del mondo, da quello generalissimo dell&#8217;evoluzione, alla concezione storica del progresso, fino a temi specifici come l&#8217;Out of Africa, ossia l&#8217;idea, oggi divenuta una sorta di dogma, che la nostra specie avrebbe avuto nel continente nero il suo punto di origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Viceversa, questa visione si accosta e rielabora in modo originale quel complesso di idee oggi ritenute da molti desuete che possiamo chiamare la concezione tradizionale dell&#8217;umanità e della sua storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Le implicazioni di ciò sono notevoli, ad esempio le popolazioni non europee, non toccate dalla nostra civiltà, i selvaggi che noi chiamiamo primitivi non sarebbero affatto tali, se con questo termine si intende il rispecchiamento o la continuazione di una condizione primordiale, bensì popolazioni che hanno raggiunto il punto estremo della decadenza, residui di cicli precedenti il nostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui Lorenzoni riprende un concetto che ha già sviluppato in uno dei suoi libri più noti, <em>Involuzione. Il selvaggio come decaduto</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo complesso di idee è talmente in contrasto con tutto ciò che insegna la cultura moderna, che qualcuno avrà la tentazione di respingerle a priori, ma allora sarà bene ricordare che il nostro autore non se le è formate sulla base di una cultura libresca, ma attraverso il contatto vivo con le popolazioni di varie parti del mondo, sono per così dire il succo di una vita di viaggi e contatti con varie culture, per motivi legati alla sua storia familiare, e poi professionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Impostato il quadro d&#8217;insieme, svariate questioni rimangono sul tavolo, a cominciare da quella dei selvaggi, i cosiddetti primitivi, che Lorenzoni definisce <u>umanità crepuscolari</u>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come esito del movimento da nord a sud del mondo che accompagna la decadenza nella dimensione cronologica, li troviamo dislocati principalmente nella fasce più meridionali dei continenti, fuegini nelle Americhe, pigmei e khoisanidi (boscimani e ottentotti) in Africa, tasmaniani e gli estinti Moriori (coloro che davano la caccia al moa) della Nuova Zelanda  in Oceania.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel loro insieme, queste popolazioni che costituiscono la fascia abitata più meridionale dell&#8217;umanità, sono definite dal nostro autore la Peri-Antartide.</p>
<p style="text-align: justify;">Si possono inoltre evidenziare alcune osservazioni dell&#8217;autore  che avvalorano il concetto che questa umanità “peri-antartica” rappresenti piuttosto il residuo di cicli storici trascorsi, che non dei “primitivi” nel senso in cui comunemente li si intende, ad esempio ci informa che i Boscimani dell&#8217;Africa meridionale, prima dell&#8217;arrivo dei missionari bianchi, possedevano “una ricca mitologia astrale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ambito di questa concezione fortemente anti-progressista dell&#8217;umanità e del suo divenire, si pone la questione dello sciamanesimo, che non è una religione nel senso in cui noi oggi siamo abituati a concepirla, quanto piuttosto un modo di percepire il mondo. Esiste il mondo fisico materiale ed esiste il mondo astrale spirituale. Lo sciamano è colui che, per predisposizione naturale o mediante tecniche particolari riesce ad attingere a questa realtà che ordinariamente sfugge all&#8217;uomo comune.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo a ciò, mi permetto di aggiungere un&#8217;osservazione personale: lo sciamanesimo è, se vogliamo considerarlo tale, senza dubbio la religione più antica dell&#8217;umanità. Il famoso idolo di Shigir ritrovato in Siberia e risalente ad almeno 10.000 anni fa, non è che la parte superiore di un palo sciamanico. Nello sciamanesimo rientrano le tecniche dell&#8217;estasi documentate da ricercatori del calibro di Mircea Eliade, e un&#8217;importante componente sciamanica si ritrova nella religione classica, basta pensare all&#8217;oracolo di Delfi o alle Sibille del mondo romano.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto Lorenzoni inserisce un&#8217;osservazione che forse sconcerterà molti: i neri sono l&#8217;unico gruppo umano che, anche risalendo per quanto possibile alla più remota preistoria, non ha mai mostrato alcuna traccia di sciamanesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">(Salvo, aggiungerei io, la tendenza a farsi possedere da entità infere, come avviene ad esempio nel vudu o in altri culti di origine africana).</p>
<p style="text-align: justify;">Qui arriviamo a un punto di estrema importanza, infatti se, come ipotizza l&#8217;autore, le popolazioni semitiche derivano da un antico meticciato con l&#8217;elemento nero, ciò non può non essere messo in relazione con il fatto che le tre religioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo, islam (“le tre grandi” religioni secondo molti, e a pensarci viene quasi da ridere), cioè le religioni abramitiche, ossia discendenti da Abramo, e quindi essenzialmente semitiche, lungi dal rappresentare un progresso dello spirito, siano in realtà una chiusura verso la dimensione “sciamanica”, ovvero, sostituire la percezione del sacro con una fede, è come sostituire un arto vivo con una protesi.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto devo inserire un&#8217;altra considerazione personale, della quale, sia chiaro, mi assumo tutta la responsabilità. Noi possiamo chiederci quale sia l&#8217;attendibilità storica di Abramo o di qualsiasi altro personaggio menzionato nella bibbia. Per comprenderlo sarà utile fare il paragone con un&#8217;altra famosa narrazione biblica, quella del diluvio universale e dell&#8217;arca di Noè. Poiché la bibbia riporta le dimensioni dell&#8217;arca dove Noè avrebbe salvato una coppia di animali per ogni specie (cosa del tutto insufficiente a garantirne la continuità), considerando il numero di specie animali note, si è potuto calcolare che ogni esemplare avrebbe avuto a disposizione uno spazio di 6,5 millimetri quadrati.</p>
<p style="text-align: justify;">La bibbia è una raccolta di favole la cui attendibilità storica e scientifica è all&#8217;incirca pari alla storia di Pinocchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, sapendo che non c&#8217;è alcuna certezza storica circa il fatto se sia esistito o meno un uomo di nome Abramo, possiamo tuttavia mantenere questa figura come simbolo dell&#8217;origine comune e dell&#8217;affinità fra le tre religioni monoteiste.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò ci porta direttamente ad <em>Abramo ed Eva</em>, il secondo testo di Lorenzoni. Il titolo di quest&#8217;ultimo è ovviamente un ironico ricalco di Adamo ed Eva, che sostituisce al presunto capostipite dell&#8217;umanità il presunto fondatore del monoteismo (entrambi presunti e leggendari come lo sono TUTTI i personaggi biblici), ma teniamo in considerazione anche il sottotitolo <em>La maledizione contro la natura e il tramonto dell&#8217;Occidente</em>. Che evidenzia aspetti importanti di questo scritto dal contenuto sintetico, ma davvero molto denso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto importante, secondo Lorenzoni che si rifà agli studi di Mircea Eliade e di Louis Rougier, è che il monoteismo abramitico non si limita a sostituire il culto di diverse divinità con la fede in unico Dio, ma comporta una totale ristrutturazione delle visione che l&#8217;uomo ha di sé stesso, del suo posto nel mondo, del suo rapporto col sacro, del mondo e della natura stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Viviamo in tempi post-abramitici, cioè in tempi non normali.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima rilevante trasformazione che il monoteismo abramitico comporta nella visione del mondo, riguarda la concezione del tempo. Esso non è più, come nelle culture tradizionali, percepito come ciclico, ma diventa lineare, va dalla sua creazione a opera di Dio al momento di una ipotetica rivelazione – mosaica, cristiana o islamica &#8211; seguita, non si sa perché, da una “coda” nella quale viviamo, fino alla distruzione finale, sempre a opera di Dio, spesso percepita come imminente, il tutto punteggiato da una serie di disgrazie e catastrofi attraverso le quali Dio ha modo di mostrarci la sua saggezza e bontà, che ci sono inflitte per punirci dei nostri peccati, o che rispondono a un concetto di bontà superiore per noi incomprensibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Più grottesche ancora delle teologie sono le teodicee, ossia quei contorcimenti mentali con cui si cerca di conciliare l&#8217;idea di un Dio onnipotente e universalmente buono con la presenza innegabile del male nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altra rilevante conseguenza è che la natura viene concepita come <u>oggetto</u>, esterno a noi, e a noi estraneo, essa non viene soltanto de-sacralizzata, ma letteralmente concepita come qualcosa di morto che si presta a essere  analizzato e sezionato.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa come la scienza moderna, ci dice l&#8217;autore, non poteva nascere che in un contesto impregnato di monoteismo abramitico. Egli la definisce <u>necropsia</u>, cioè il suo atteggiamento verso il mondo naturale è all&#8217;incirca quello di chi si appresta a compiere un&#8217;autopsia cadaverica.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, non si può non notare che, non a caso, tutte e tre le religioni abramitiche sono nate in Medio Oriente, cioè in un ambiente in cui il mondo naturale si presenta come desertico, vuoto e ostile.</p>
<p style="text-align: justify;">Come lascia intuire lo stesso sottotitolo del testo, in tal modo prende forma una vera e propria maledizione contro la natura. La mentalità abramitica è secondo l&#8217;autore un vero e proprio problema psichiatrico. E&#8217; da notare che gli effetti a lungo termine dell&#8217;abramismo hanno subito un&#8217;accelerazione esponenziale a partire dal XVI secolo con la riforma protestante che ha prodotto il fatto che i protestanti, in particolare i  calvinisti sono impregnati di mentalità abramitica più profondamente di altri cristiani come cattolici od ortodossi, ed un&#8217;ulteriore brusca accelerazione è stata imposta nel XX secolo dalle due guerre mondiali che hanno portato una potenza sostanzialmente calvinista, gli USA a emergere come superpotenza planetaria.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo tema si connette, ovviamente, quello del tramonto dell&#8217;Occidente, analizzato sulla scorta di pensatori come Giuseppe Sermonti, Friedrich Nietzsche, Oswald Spengler. Quest&#8217;ultimo è diventato il mondo della quantità, del denaro e dell&#8217;usura.</p>
<p style="text-align: justify;">Le conseguenze a lungo termine si lasciano intuire: ci avviamo verso un mondo disumanizzato fatto di macchine, intelligenza artificiale, algoritmi, dove l&#8217;uomo è diventato superfluo.</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono ancora, per la verità, alcune aree del mondo e alcune popolazioni non toccate o poco toccate dall&#8217;abramismo nella forma cristiana o in quella islamica. Lorenzoni guarda con interesse particolare a tale proposito all&#8217;estremo oriente, ma che da lì possa partire una rivincita è tutto sommato improbabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Una disamina, dunque, che non ci lascia molte speranze, ma è sempre meglio essere consapevoli di ciò a cui si va incontro, piuttosto che cullarsi nelle illusioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Antropogenesi e sciamanesimo</em></p>
<p style="text-align: justify;">Stampato in proprio, 2026</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>Abramo ed Eva</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La maledizione contro la natura e il tramonto dell&#8217;Occidente</em></p>
<p style="text-align: justify;">Stampato in proprio, 2026</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">NOTA: Nell&#8217;illustrazione, al centro Silvano Lorenzoni, a destra e a sinistra i suoi due testi del 2026, a sinistra <em>Antropogenesi e sciamanesimo</em>, a destra <em>Abramo ed Eva, la maledizione contro la natura e il tramonto dell&#8217;Occidente.</em></p>
<p style="text-align: justify;">

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