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	<title>EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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		<title>L&#8217;eredità degli antenati, duecentounesima parte – Fabio Calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 10:10:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archeostoria]]></category>
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		<category><![CDATA[L'eredità degli antenati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sembra incredibile, ma siamo arrivati al giro di boa, un giro di boa doppio. Da un lato L&#8217;eredità degli antenati ha superato la soglia del duecentesimo numero, dall&#8217;altro “MANvantara” il gruppo Facebook che ho deciso di seguire come guida principale per la stesura di questa serie di articoli, ha compiuto dieci anni. Al momento in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/leredita-degli-antenati-duecentounesima-parte-fabio-calabrese/">L&#8217;eredità degli antenati, duecentounesima parte – Fabio Calabrese</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sembra incredibile, ma siamo arrivati al giro di boa, un giro di boa doppio. Da un lato <em>L&#8217;eredità degli antenati </em>ha superato la soglia del duecentesimo numero, dall&#8217;altro “MANvantara” il gruppo Facebook che ho deciso di seguire come guida principale per la stesura di questa serie di articoli, ha compiuto dieci anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Al momento in cui inizio a stendere queste note, siamo alla metà di luglio, e “MANvantara” sembra manifestare un certo risveglio di attività.</p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente il 13 luglio, “MANvantara” festeggia i suoi dieci anni di attività, non è un obiettivo da poco. Proseguiremo, con l&#8217;impegno a fare sempre più luce sulle nostre origini.</p>
<p style="text-align: justify;">Contemporaneamente, Facebook ha omaggiato il gruppo di un disegnino più o meno simpatico, che suppongo sia un omaggio automatico per tutti i gruppi FB che raggiungono il decennio di vita, ma a parte la falsa cordialità affidata a qualche algoritmo, non posso tacere il fatto che tuttora, nel momento in cui scrivo, il mio account è soggetto a un periodo di restrizioni – tre mesi – per una battuta sui Francesi che non sarà stato il colmo della spiritosaggine, ma che è assolutamente ridicolo considerare incitamento all&#8217;odio.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; l&#8217;altra faccia della falsa cordialità di Facebook, lo spirito censorio della democrazia che si nasconde dietro la maschera del buonismo, ma il cui intento è sempre quello, evitare od almeno ostacolare la diffusione di idee controcorrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, per il raggiungimento del duecentesimo numero de <em>L&#8217;eredità degli antenati</em>, a cui vanno aggiunti i cento articoli raccolti sotto il titolo <em>Una Ahnenerbe casalinga</em>, non mi aspetto alcun omaggio automatico. Sarete voi lettori a giudicare se il mio lavoro merita o no riconoscimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre il giorno 13 troviamo un post che segnala la pubblicazione del libro <em>I primordi dell&#8217;umanità </em>di  Rudolf John Gorsleben, da parte dell&#8217;editore Profondo Rosso, edizione italiana curata da Nicola Oliva. Purtroppo, è disponibile solo l&#8217;immagine di copertina, ma il sottotitolo dell&#8217;opera, <em>Lingua delle Origini e Scienza Runica, dalla mitica Iperborea alla Società di Thule</em> ci fa capire che, grazie al Cielo, questo testo è molto lontano dalla consueta fiaba africano-centrica che perlopiù la “scienza” ufficiale e i media ci raccontano.</p>
<p style="text-align: justify;">Troviamo poi una recensione di Michele Ruzzai, particolareggiata e meticolosa come sono di solito tutti gli scritti del nostro amico, al libro di Francesco Villar<em> Gli Indoeuropei e le origini </em>dell&#8217;Europa.(edizioni Il Mulino). Data l&#8217;ampiezza del testo, non mi sento qui di farne un riassunto, ma ve ne consiglio la lettura direttamente su “MANvantara”, c&#8217;è tuttavia un punto che vorrei sottolineare, sulla base del testo di Villar, Ruzzai ci spiega che, come ci dimostra la genetica, la diffusione dell&#8217;agricoltura in Europa non può essere stata di tipo “demico”, cioè legata alla migrazione di popolazioni, ma gli antichi Europei devono averla appresa dai loro vicini anatolici o scoperta autonomamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 18 luglio troviamo il link a un reel su You Tube che ci racconta una storia molto interessante. Chi erano realmente i Longobardi? Noi abbiamo l&#8217;idea di essi come dei guerrieri barbari di origine germanica, selvaggi e violenti, in qualche modo l&#8217;epitome di tutto ciò che è rozzo e incivile, ma la loro vera storia è un pochino più complessa di così. Nel 2022 i ricercatori del Max Planck Institute  hanno riesumato i resti di alcuni cimiteri longobardi in Pannonia (regione dell&#8217;Europa centrale situata nell&#8217;attuale Ungheria) e in Italia, e ne hanno analizzato il DNA. Le ossa hanno raccontato una storia un po&#8217; diversa da quella che troviamo sui libri.</p>
<p style="text-align: justify;">I Longobardi si mossero dalla Scandinavia, probabilmente dalla Svezia meridionale attorno al I secolo dopo Cristo, e giunsero in Italia dopo quattro secoli di migrazione e un lungo periodo di stanziamento nell&#8217;Europa centrale. Qui si trovarono in un vero crocevia etnico, a contatto con Romani, Unni, Gepidi, popolazioni preesistenti con cui si mescolarono. Quelli che passarono le Alpi guidati da Alboino, erano molto diversi dai longobardi originari, una popolazione etnicamente e culturalmente mista, già pronta, potremmo dire, a fondersi coi Latini, come poi avvenne.</p>
<p style="text-align: justify;">Il16 luglio troviamo un post che ci segnala per lunedì 20 la messa in onda sui canali Youtube, Telegraph e Facebook, ad opera di Pagine Filosofali, una conversazione di Luca Valentini con la filologa Diomira Gattafoni, riguardo al suo libro <em>Prometeo, da Esiodo al mito contemporaneo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sempre, il mito ci riporta alle radici più antiche e profonde della nostra civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo accade che questo guizzo di attività sembra essersi spento con la medesima rapidità con la quale è apparso, almeno facendo astrazione dei link ai miei articoli o a quelli di Rita Remagnino già apparsi su “Ereticamente” e che non ha senso riproporvi qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Come credo di avervi detto più volte, quella di limitare la ricerca della nostra eredità ancestrale a quanto fornito da “MANvantara” e siti consimili, non è un obbligo di legge, ma una scelta determinata dalla necessità i contenere la tematica per evitare la situazione di incontrollata “inflazione” che questa serie di articoli ha riscontrato prima dell&#8217;ottobre 2024 e, considerata la situazione attuale, nulla vieta di prendere in esame altre fonti.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente su diversi siti web e anche mediante alcuni filmati su You Tube si è parlato della cosiddetta ipotesi siluriana. Di che si tratta?</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; un&#8217;ipotesi non nuovissima avanzata nel 2018 dai ricercatori Adam Frank e Gavin Schmidt che si sono posti una domanda: se nel remoto passato, milioni di anni fa, fosse esistita una civiltà tecnologica, da che cosa la potremmo riconoscere? Analogamente, quali tracce lascerà la nostra, che potrebbero permettere ad eventuali ricercatori di milioni di anni a venire di riconoscerla come tale?</p>
<p style="text-align: justify;">Badate bene, questa ipotesi non sostiene che una simile civiltà possa essere esistita nel remoto passato, si pone il problema <u>se fosse esistita&#8230;</u></p>
<p style="text-align: justify;">Noi sappiamo che tutto ciò che la nostra civiltà ha costruito e sta costruendo, macchine ed edifici, è destinato a sparire nel giro di qualche migliaio di anni. Tutto ciò che rimarrà, sarà qualche elusiva traccia chimica nella documentazione geologica, un anomalo rapporto tra gli isotopi del carbonio, un&#8217;anomala concentrazione di metalli rari o di elementi radioattivi, e lo stesso si potrebbe dire per un&#8217;ipotetica civiltà industriale esistita nel passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nome non deve trarre in inganno, non ci si riferisce specificamente al siluriano, periodo dell&#8217;età paleozoica tra 443 e 419 milioni di anni fa, ma si riferisce a un episodio della serie <em>Doctor Who </em>in cui compaiono uomini-rettile appartenenti a un&#8217;immaginaria civiltà di milioni di anni fa, e sopravvissuti in stato di ibernazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto sommato, anche se gli scienziati sono liberi come chiunque altro di far correre la fantasia, l&#8217;ipotesi di una civiltà tecnologica esistita all&#8217;epoca dei dinosauri od in ere ancora anteriori, la trovo inverosimile e assurda, tuttavia mi pare che ci sia un modo di ricavare qualcosa  di buono da questa ipotesi, se  ci rivolgiamo alla dimensione non dei milioni, ma delle migliaia di anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Le stime sulla durata nel tempo della nostra specie, e parliamo non di bruti scimmieschi, ma di uomini come noi, variano dai 300 ai 100.000 anni, ma anche attenendoci alla valutazione più bassa, è chiaro che i cinque millenni della storia documentata non ne costituiscono che un piccolo frammento. Il 95 per cento, e forse più, della storia umana ci resta sconosciuto. E&#8217; perfettamente concepibile che in questo enorme arco di tempo interi cicli di civiltà siano sorti per poi scomparire nel nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Indagare con i metodi proposti da Frank e Schmidt e ricercare il tipo di indizi da loro indicati potrebbe essere utile, anche se va detto che, paradossalmente, ciò risulta molto più difficile per epoche più vicine a noi, diecimila anni rappresentano lo spessore di un capello nella documentazione geologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, penso che varrebbe la pena di tentare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritorniamo ora a “MANvantara” dove proprio per la fine di luglio qualcosa sembra essersi mosso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 29 troviamo una proposta molto interessante avanzata da un utente, di quella che potrebbe essere una rubrica che ha chiamato “radici”. Come scrive, “rimettiamo al centro dei social la cultura”,un impegno con il quale io non potrei essere più d&#8217;accordo. Ci avanza di seguito alcune proposte di lettura: <em>Matrimoni indoeuropei, Gli dei dei Germani,L&#8217;ideologia tripartita degli Indoeuropei </em>di Georges Dumezil, <em>Gli Indoeuropei, origini e migrazioni </em>di Adriano Romualdi, <em>Religiosità indoeuropea </em>di Hans F. K. Gunther, <em>Iperborei, il primo mito </em>di Giacomo Maria Prati, <em>Gli Indoeuropei </em>di Jean Haudry, <em>Preistoria e storia delle regioni d&#8217;Italia </em>di Giacomo Buri e Giacomo Devoto, <em>Siculi, popolo ario venuto dal nord </em>di Alessandro Bonfanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Una piccola biblioteca essenziale per cominciare a comprendere le nostre radici e chi veramente siamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Troviamo poi due post che sono due link ad altrettanti articoli di “12.794 anni fa”. Il primo ci parla della misteriosa Stele dell&#8217;Avvoltoio ritrovata a Gobeckli Tepe. Questa stele costituisce un ulteriore mistero in quello che è già un mistero, essa infatti fu trovata incastrata in un muro, come se i costruttori di Gobeckli Tepe avessero riutilizzato i resti di una civiltà più antica, ma lo stesso complesso di Gobeckli Tepe è datato a 12.000 anni fa, a un&#8217;epoca che fino alla sua scoperta si è ritenuta paleolitica, dove strutture come questo complesso templare non sarebbero dovute esistere. Ce n&#8217;è più che abbastanza per ingenerare il sospetto che la storia sia tutta da riscrivere.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altro post si riferisce a una scoperta recentemente avvenuta in Egitto. Studiando il Tempio a Valle di Chefren e il Tempio della Sfinge nella piana di Giza, gli archeologi si sono accorti che in realtà questi cosiddetti templi sono delle strutture portuali. Il Nilo, che oggi scorre a otto chilometri di distanza da Giza, nell&#8217;antichità aveva un corso diverso, scorreva molto più vicino a essa e, se ci pensiamo, è logico che le piramidi siano state costruite in un punto che poteva essere facilmente raggiunto dalle imbarcazioni che trasportavano i materiali necessari alla loro costruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto Felice Vinci che, come sappiamo, con <em>Omero nel Baltico</em>, è stato autore di un&#8217;interpretazione molto originale, ma che gli storici farebbero bene a prendere in seria considerazione, dei poemi omerici, non poteva non dire la sua riguardo all&#8217;<em>Odissea </em>di Christopher Nolan, e lo ha fatto il 28 luglio con un&#8217;intervista su You Tube rilasciata a Paolo Filonzi, e poi, il giorno 30 con un&#8217;altra intervista sulle pagine de “Il Giorno” rilasciata da Antonio Mollo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la verità, io penso che non occorra scervellarsi molto per comprendere che il kolossal hollywoodiano di Nolan ha del tutto travisato il capolavoro omerico. Basti pensare che, come afferma Vinci, Omero è stato il cantore dell&#8217;identità europea, o, se vogliamo, i poemi omerici e imiti narrati in essi, di questa identità europea sono stati un aspetto fondante.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ci si presenta una Elena di Troia (veramente, in quanto moglie del re spartano Menelao sarebbe più giusto dire Elena di Sparta, ma prescindiamo) di colore, non solo si offende il poema omerico, ma si insinua, insieme a tante altre cose subdole che vediamo tutti i giorni, che la civiltà europea sarebbe stata fin dall&#8217;inizio un&#8217;accozzaglia multietnica, stile <em>made in USA</em>, Il che è una smaccata falsità, ma non dimentichiamo che questi messaggi si rivolgono a un pubblico, specie giovanile che, grazie al degrado dell&#8217;istruzione, non sa praticamente nulla di storia, è, riguardo a questa materia, funzionalmente analfabeta.</p>
<p style="text-align: justify;">In un periodo in cui né “MANvantara” né gli altri gruppi che ho preso in considerazione dopo “la riforma” dell&#8217;ottobre 2024, sembrano essere molto attivi, ecco arrivare una sorpresa: sulla home page di Facebook qualcuno ha riparlato di quel famoso articolo di Digilander in cui si riportava, anni fa, una ricerca genetica sugli italiani, e di cui a suo tempo avevo parlato anch&#8217;io su “Ereticamente” in un articolo che provocò da parte di alcuni lettori delle reazioni di dissenso rarissime per quanto riguarda i miei pezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa aveva messo in luce quella ricerca di tanto scottante che alcuni proprio non riuscivano ad accettarlo, fino al punto di prendersela con chi, come il sottoscritto, si limitava a riportare i fatti?</p>
<p style="text-align: justify;">(E non è da escludere che questo mio nuovo commento susciti ulteriori reazioni negative, ma ricordate che la realtà non cambia perché semplicemente non ci piace).</p>
<p style="text-align: justify;">Un concetto relativamente semplice: questa ricerca dimostrava che dal punto di vista genetico l&#8217;Italia costituisce una realtà sostanzialmente compatta, più di quanto non lo siano altre realtà nazionali che nessuno ha difficoltà a riconoscere come tali. Piaccia o no, l&#8217;etnia italiana <u>esiste</u> o almeno è esistita finora, fino agli stravolgimenti a cui l&#8217;immigrazione-invasione di cui siamo oggetto ci sta oggi sottoponendo, come da piano Kalergi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le invasioni e dominazioni straniere che l&#8217;Italia ha subito tra la caduta dell&#8217;impero romano e il risorgimento, hanno lasciato pochissime o nessuna traccia importante dal punto di vista genetico, anzi l&#8217;Italia era definita un&#8217; “isola genetica” a cui le Alpi da un lato, il mare dall&#8217;altro, hanno fatto da efficace barriera allo scambio genetico con altre popolazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Può sembrare strano che questa idea (o questo fatto) abbia suscitato vivaci resistenze anche in ambienti che si definiscono “nazionali”. Strano, ma non inspiegabile, perché ottant&#8217;anni di oppressione democratica ci hanno indotti ad avere vergogna di noi stessi. Si vorrebbe essere padani, bi-siculi (delle Due Sicilie), mitteleuropei, tutto meno che italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, soprattutto considerando la grandezza della nostra storia, ci accorgiamo che, per dirla con il Re Leone, siamo molto di più di quel che siamo diventati, di quello che ci hanno fatto diventare. E&#8217; questa democrazia bugiarda che deve darci la nausea, non è di essere italiani che ci dobbiamo vergognare.</p>
<p style="text-align: justify;">Duecento, duecentouno, ma, se il fato ce lo permetterà, continueremo ad andare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">NOTA: Nell&#8217;illustrazione, a sinistra il disegnino con cui Facebook ha omaggiato “MANvantara” per il suo decimo anniversario, al centro, dal reel su You Tube, immagine di una donna longobarda, a sinistra la Stele dell&#8217;Avvoltoio da Gobeckli Tepe.</p>

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		<title>REMIGRAZIONE. Parte ventiquattresima: siamo ancora in guerra? – Gianluca Padovan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Remigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca padovan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Premessa. In riferimento al conflitto Cristiano-musulmano e più nello specifico a quello Italo-turco, nella Parte ventunesima ho scritto: «Per gli attacchi subiti nel XX e nel XXI secolo basterà che cerchiate informazioni, con cautela e un minimo di discernimento, digitando sul mefistofelico web». In effetti avrei evitato di riaffondare il dito in questa piaga, ma [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/remigrazione-parte-ventiquattresima-siamo-ancora-in-guerra-gianluca-padovan/">REMIGRAZIONE. Parte ventiquattresima: siamo ancora in guerra? – Gianluca Padovan</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Premessa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In riferimento al conflitto Cristiano-musulmano e più nello specifico a quello Italo-turco, nella <em>Parte ventunesima</em> ho scritto: «Per gli attacchi subiti nel XX e nel XXI secolo basterà che cerchiate informazioni, con cautela e un minimo di discernimento, digitando sul mefistofelico <em>web</em>».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In effetti avrei evitato di riaffondare il dito in questa piaga, ma considero che oggi siamo nuovamente in guerra</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto riprendo -seppure succintamente- da quel fatidico 20 ottobre 1827, quando la flotta da guerra turca viene letteralmente azzerata nel corso della Battaglia di Navarino (vedere l’articolo relativo su <strong><em>EreticaMente</em></strong>: <a href="https://www.ereticamente.net/20-ottobre-si-azzera-la-flotta-da-guerra-turca-gianluca-padovan/">https://www.ereticamente.net/20-ottobre-si-azzera-la-flotta-da-guerra-turca-gianluca-padovan/</a>). Soprattutto riprendo e cucio assieme alcuni eventi menzionati anch’essi nelle precedenti parti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il XIX secolo segna la chiara battuta d’arresto dell’impero turco in Europa e la fine dell’oppressione di decine di milioni di cristiani. Fatti, questi, che molti testi storici e talune enciclopedie italiane oggi minimizzano o addirittura ignorano. Le mie parole suonano “strane”? Prendete la popolarissima <em>Enciclopedia</em> pubblicata come «Edizione Speciale per il Corriere della Sera 2003 RCS Quotidiani S.p.A.» e stampata l’anno seguente. Alla voce «<strong>Turchia</strong>, ufficialmente <strong>Repubblica di Turchia</strong>» si parla del suo territorio, si mostra la foto dei “Dervisci rotanti di Konya”, ma non una parola sul millenario e continuo attacco all’Europa, non un accenno ai reiterati massacri delle popolazioni che non si arrendevano immediatamente, non un solo pensiero sulla distruzione sistematica di luoghi di culto e delle biblioteche europee laddove arrivava la mano dell’Islam.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa popolare enciclopedia la «<strong>Storia</strong>» (Corriere della Sera, <em>Enciclopedia</em>, Vol. 21, Milano 2004, p. 762) comincia il 10 agosto 1920, con il trattato di Sèvres che «disgregava l’Impero ottomano» (Ivi). Non si parla del genocidio dei Greci d’Anatolia, non si parla del genocidio degli Armeni.</p>
<p style="text-align: justify;">In tempi recenti l’attacco turco principiato il 20 luglio 1974 e denominato “Operazione Attila”, porta all’occupazione militare di parte dell’Isola di Cipro ed è così liquidato dalla menzionata “enciclopedia”: «Menderes operò un avvicinamento con la Grecia e la Jugoslavia (trattati di Ankara, 1953 e di Bled, 1954), e aderì al patto di Bagdad (1955), ma il problema di Cipro turbò a lungo le relazioni con il governo di Atene» (Ibidem, p. 763). Poche parole per liquidare un grave fatto che ancora oggi non si è risolto e sul quale i vari governi (direi “di facciata”) italiani da allora ad oggi hanno magari speso le quattro frasi di circostanza, ma non hanno preso chiara e inderogabile posizione di condanna.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa ancor’oggi e soprattutto oggi è la “non-storia” che in Italia s’insegna. Dal punto di vista sociale e militare l’inconsapevolezza è la prima mossa per agevolare una nuova guerra d’invasione e contro l’Italia, ovviamente. Il Popolo è tenuto nell’ignoranza e quando il bubbone scoppia oramai è troppo tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>XIX secolo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso dell’Ottocento l’impero turco è in difficoltà militare ed economica. Conseguentemente le popolazioni oppresse, in larga maggioranza di confessione cristiana, chiedono un trattamento meno oppressivo da parte del governo musulmano. La risposta è una lunga sequela di stermini e di rivolte perpetrate contro una popolazione male armata, ma indomita e soprattutto stanca dell’oppressivo tallone turco-musulmano.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che oggi -adesso- rimane evidentemente chiaro è che il fenomeno musulmano è avanzato territorialmente solo ed esclusivamente grazie ad attacchi e guerre su larga scala, ininterrotte dal VII secolo. Ovvero quattordici secoli di guerra continua. L’azione di conquista è stata supportata da periodici massacri delle popolazioni civili. Dalla seconda metà del XX secolo la strategia è cambiata e in questo XXI secolo la guerra contro i non musulmani e soprattutto contro l’Europa e l’Italia è già in atto. Il nemico non è “alle porte”, ma già in casa nostra perché una schiera di traditori gliele ha aperte.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1829</strong>: termina la Guerra d’Indipendenza greca. Con i primi anni dell’Ottocento la popolazione greca è esausta della dominazione turca e dà luogo alla ribellione a partire dal 1821: un vero bagno di sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1853-1856</strong>: la volontà d’espansione dell’impero russo nei Balcani (la così detta “polveriera d’Europa”) e la ricerca d’uno sbocco sul Mare Mediterraneo scatenano la Guerra di Crimea. Da una parte abbiamo l’impero ottomano sostenuto da Francia, Inghilterra e Regno di Sardegna, dall’altra vi è l’impero russo, che ne esce sconfitto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1866-1869</strong>: i cittadini di Creta si rivoltano contro l’occupazione ottomana; i turchi, per sedare e sterminare la popolazione, ricevono aiuti militari dall’Egitto. Emblematici gli episodi denominati “Olocausto del Monastero di Arkadi” e “Massacro di Agios Myron” dove donne e bambini greci, nascosti in una grotta, vengono scovati, violentati e massacrati dalle truppe musulmane.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1877-1878</strong>: Guerra Russo-turca. Le rivolte dei Cristiani slavi contro l’impero turco innesca il conflitto e l’impero russo (slavo) si schiera con i Volontari Bulgari, il Montenegro, i Principati di Romania e Serbia. Il risultato è la sconfitta dei musulmani e la costituzione del Principato di Bulgaria e l’indipendenza di Montenegro, Romania e Serbia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1894-1895</strong>: avvengono i così detti “Massacri hamidiani”. Il sultano turco Abdul Hamid II ordina di sterminare gli Armeni e almeno in 300.000 perdono la vita (le varie voci fluttuano tra gli 80.000 -cercando di sottostimare il dramma- e i più di 300.000). Non si contano i feriti, gli stuprati, i seviziati e i profughi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1897</strong>: i Greci dell’Isola di Creta si rivoltano contro l’oppressione del governo musulmano turco.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1898</strong>: massacro dei Greci di Candia (Isola di Creta). Intervengono i governi di Gran Bretagna (Regno Unito), Italia, Francia e Russia per ristabilire l’ordine e preservare la popolazione civile da un ulteriore sterminio. Il comando della Gendarmeria viene affidato al Capitano Federico Craveri dei Carabinieri Reali italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>XX secolo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1911-1912</strong>: Guerra Italo-turca. La Turchia è sconfitta e perde la sovranità su taluni territori: il Trattato di Losanna stabilisce l’annessione all’Italia del Dodecaneso (Grecia) e dell’attuale Libia (Cirenaica e Tripolitania).</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1914-1918</strong>: l’Impero ottomano entra ufficialmente nella Prima Guerra Mondiale al fianco agli Imperi centrali (Austria-Ungheria e Germania).</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1914-1923</strong>: genocidio dei Greci del Ponto o “Catastrofe dell’Asia Minore”. Circa 350.000 Greci di confessione cristiano-ortodossa sono sterminati e più di un milione costretti a fuggire. Essi risiedevano in quella parte d’Anatolia denominata storicamente “Ponto” e lungo le coste adiacenti (a questo proposito andatevi a vedere la mai ratificata Repubblica del Ponto). Il 19 maggio di ogni anno se ne ricorda la memoria; la Turchia ancor’oggi nega tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1915</strong>: il governo musulmano dei così detti “Giovani turchi”, frangia della massoneria creata anche con l’aiuto di massoni italiani, nel mese di aprile dà inizio allo sterminio sistematico del Popolo Armeno mediante attacchi e deportazioni di massa nel deserto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1923</strong>: è creata “a tavolino” la Repubblica di Turchia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1925</strong>: Mustafa Kemal Ataturk, militare e primo presidente della Repubblica di Turchia, promuove la modernizzazione dell’abbigliamento femminile, sconsigliando l’uso del velo in pubblico; per gli uomini il cappello sostituirà il fez negli uffici e nei luoghi pubblici mediante un’apposita legge.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1919-1923</strong>: Guerra Greco-turca, che per la Grecia è il conflitto per l’indipendenza dall’occupazione turca.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1931</strong>: la cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli (Istambul), convertita in moschea dai musulmani nel 1453, cessa di essere un luogo di culto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1935</strong>: la cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli diviene un museo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1939-1945</strong>: Seconda Guerra Mondiale. La Turchia si mantiene neutrale fino al febbraio del 1945, quando si schiera accanto agli U.S.A. Pur chiudendo le relazioni diplomatiche con il Giappone a gennaio del 1945 e dichiarare guerra alla Germania a febbraio dello stesso anno, non invia truppe in alcun fronte, ma si “guadagna” la possibilità di entrare nella NATO. Grazie a manovre politiche, milioni di Turchi, denominati <strong><em>gastarbeiter</em></strong> (lavoratori ospiti), saranno poi introdotti in Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1947</strong>: Trattato di Parigi. Il Dodecaneso passa dall’Italia alla Grecia e dal quel momento la Turchia solleva reiterate questioni di vario genere sul Dodecaneso e altre isole dell’Egeo, ma senza tentare azioni militari dirette. In ogni caso prosegue nella contestazione sui confini di influenza marittima nel Mare Mediterraneo e continua a contestare alla Grecia i diritti di estensione delle acque territoriali.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1961</strong>: i Turchi sono invitati a emigrare in Germania per lavorarvi; seppure le cifre siano flottanti e contraddittorie, fino ad oggi almeno 3 milioni di turchi vi si sono stanziati.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1974</strong>: il 20 luglio la Turchia invade militarmente la Repubblica di Cipro con l’“Operazione Attila”, con il conseguente sfollamento e pulizia etnica della popolazione greca di religione cristiano-ortodossa. In pratica, dopo 1325 anni dalla prima invasione dell’isola e dopo 404 anni dalla seconda, i turchi ci “riprovano” nel fatidico 1974. Questo sta a dimostrare che per loro la guerra è continua, incessante, e l’unico loro obiettivo è d’impossessarsi dell’Europa. Il modus operandi è sempre quello -immutato- da mille e cinquecento anni: attacco militare, violenze e stermini contro i civili inermi, sostituzione di amministrazione, usi e costumi con quelli musulmani, sostituzione progressiva della popolazione locale. Se pensate che le “guerricciole mediterranee” dell’oggi siano episodi sporadici e del tutto casuali vi sbagliate. Un esempio per tutti è dato proprio da Cipro. E vi rinfresco la memoria con le note già presentate nei precedenti capitoli:</p>
<p style="text-align: justify;">-649-653: Cipro, isola dell’arcipelago greco, è attaccata dal governatore musulmano della Siria. Costanzia (<em>Costantia</em>), città costruita sull’antica Salamina, è conquistata, saccheggiata e distrutta; la popolazione superstite si rifugia principalmente nella vicina Famagosta.</p>
<p style="text-align: justify;">-1570: La città fortificata di Nicosia (Cipro) è assediata e conquistata dalle truppe turche; militari e civili sono in gran parte seviziati e trucidati; i pochi che scampano sono resi schiavi.</p>
<p style="text-align: justify;">-1570-1571: Famagosta, città fortificata di Cipro, è difesa da Marcantonio Bragadin, il quale comanda circa 6000 soldati della Serenissima Repubblica di Venezia, contro l’assedio di 70-100.000 turchi guidati da Lala Kara Mustafa Pascià. Dopo quasi un anno di combattimenti e la forza militare ridotta a circa 600 uomini, i Veneziani stipulano l’atto di resa, ma poi i turchi tradiscono l’accordo e trucidano tutti i militari che hanno reso le armi. I civili sono in parte seviziati e massacrati e chi si salva è reso schiavo. Marcantonio Bragadin è fatto scorticare vivo e la sua pelle esposta a Costantinopoli (ma viene recuperata e oggi riposa a Venezia).</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>1980</strong>: colpo di stato in Turchia. Una delle riforme introdotte per la “modernizzazione” del paese è il progressivo divieto per le donne d’indossare il velo nei luoghi pubblici e nelle università. Ma si tratterà, nel corso della storia turca, solo di una breve parentesi e di facciata.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>XXI secolo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>2004</strong>: nell’ambito delle “manovre” per poter entrare in Europa la Turchia abolisce la pena di morte.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>2008</strong>: in Turchia vi è la progressiva rimozione dei divieti d’indossare i copricapi tradizionali e i veli nei luoghi pubblici, negli uffici e nelle università. In pratica, l’aberrante usanza di “nascondere” le donne viene pian piano ripristinata. Ad esempio, in ambito musulmano, lo stato iraniano occulta i dati delle violenze soprattutto contro le donne: le esecuzioni sono fatte passare per suicidi, come le impiccagioni nelle carceri. In ogni caso le organizzazioni umanitarie concordano nell’affermare che il dissenso, soprattutto femminile, è punito corporalmente e sovente con la morte. Non solo nel <em>web</em> appare chiaro che “l’Iran è uno dei maggiori esecutori di donne al mondo” e, aggiungo io, per chiari motivi di ribellione alla religione musulmana e alle variegate interpretazioni del <em>Corano</em>. A questo proposito occorrerebbe indagare minuziosamente sui suicidi, veri o presunti, delle donne nelle carceri turche.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>2020</strong>: il “presidente-pascià” Erdogan fa riconvertire in moschea la cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli (Istambul), divenuta museo nel 1935.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>2026</strong>: a Tirana (Albania) è inaugurata la grande moschea finanziata dalla Turchia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>2026</strong>: l’isola di Cipro, ex Repubblica di Cipro, ha la parte nord ancora militarmente occupata dalle forze turche, proclamatesi “Repubblica di Cipro del Nord”. La storica capitale, un tempo fortificata dai Veneziani con impianto stellare, è divisa a metà. La parte sud è la riconosciuta Repubblica di Cipro. La demarcazione tra i territori della Repubblica di Cipro e quelli invasi dall’islam è ancora costituita dalla così detta <strong><em>Linea Verde</em></strong> controlla dall’ONU.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>2026</strong>: nel mese di agosto viene firmato l’accordo militare denominato “Scudo d’Achille” tra Grecia e Israele, anche in funzione antiturca.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;<strong>2026</strong>: 22 agosto, articolo di Piero Matica su <strong><em>Il Sole 24 Ore</em></strong> <em>web</em>. Il lungo titolo… la “dice lunga”: «Dietro lo scontro Turchia-Israele, la strategia di Erdogan per contare (di più) in Europa. Mandato d’arresto, Gaza e controllo della Siria. La tensione tra i due Paesi aumenta e impone alla Ue scelte di campo tecnologiche. L’impatto principale è sull’industria della Difesa, così come sugli schemi Nato di sicurezza del Mar Nero. Ecco perché Ankara alza il tiro nella regione»</p>
<p style="text-align: justify;">(<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/dietro-scontro-turchia-israele-strategia-erdogan-contare-di-piu-europa-AJ9Dycr">https://www.ilsole24ore.com/art/dietro-scontro-turchia-israele-strategia-erdogan-contare-di-piu-europa-AJ9Dycr</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Un pezzo per tutti: «La contrapposizione tra Turchia e Israele non è più una crisi diplomatica circoscritta a Gaza. Sta diventando una competizione per l’architettura di sicurezza che unisce Siria, Mediterraneo orientale, Mar Nero, Difesa europea, corridoi energetici e controllo delle rotte strategiche. Ankara dispone di leve che nessuna capitale europea può ignorare: peso Nato, Stretti turchi, industria militare, gestione migratoria, infrastrutture energetiche e connessione con Caucaso e Asia centrale» (Ivi).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Potenziali soldati stranieri sul nostro suolo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel territorio italiano abbiamo ad oggi dai 300.000 ai 500.000 irregolari, ovvero stranieri non registrati, sprovvisti di regolare permesso di soggiorno. Talune stime dicono che la cifra di 500mila è stata superata. Passo sinteticamente alle mie osservazioni e valutazioni:</p>
<p style="text-align: justify;">-Una percentuale sicuramente elevata è musulmana.</p>
<p style="text-align: justify;">-Se vi sono delle stime e delle cifre vuol dire che qualcheduno sa e non dice alcunché, ovvero i report su carta stampata con le valutazioni d’obbligo degli analisti anche militari non giungono al Popolo che li paga. E il governo italiano tace e su questo punto invito a rileggere <strong>REMIGRAZIONE. Parte prima: il lavoro</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">-Fossero solo 300mila, vuole comunque significare che potenzialmente abbiamo un esercito d’invasione straniero già sul suolo italiano. Le domande che spontaneamente dovrebbero sorgere sono le seguenti:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-Chi li ha fatti entrare? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>RISPOSTA</strong>: Sono entrati liberamente perché non vi sono frontiere. E non raccontate al Popolo la storiella che i flussi migratori sono controllati. Perché, se effettivamente fossero sotto controllo, allora qualcheduno è stato pagato per guardare dall’altra parte e in Italia esiste una rete che garantisce a centinaia di migliaia di potenziali soldati di vivere, mangiare, dormire, delinquere, lavorare e procreare come meglio a loro pare e piace. Questo sottende le motivazioni di chi si è “girato dall’altra parte”, le quali potrebbero essere plausibilmente le seguenti:</p>
<p style="text-align: justify;">-ha preso i soldi e quindi è stato corrotto;</p>
<p style="text-align: justify;">-o semplicemente gli è stato promesso qualche “benefit” come l’auto nuova, l’avanzamento di carriera, etc.,</p>
<p style="text-align: justify;">-oppure è stato minacciato, ma anche solo ricattato.</p>
<p style="text-align: justify;">-per “fede politica” è un traditore dello Stato Italiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-Come vivono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>RISPOSTA</strong>. Bella domanda! Presupponendo che debbano vivere come ogni altro essere umano vuol dire che qualcheduno gli affitta l’appartamento, che si procurino i soldi legalmente e/o illegalmente. In ogni caso non sono invisibili e per cucinarsi un piatto di riso o farsi un brodo debbono avere un tetto sulla testa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CONCLUSIONE</strong>: pertanto, andando “al sodo”, in Italia vi è un esercito-ombra di ITALIANI e di ITALIANE che lavorano per coprire questo esercito invasore. Ho detto LAVORANO, perché costoro svolgono -per la maggior parte- di fatto un lavoro che consente loro di eludere, collocare, richiedere sussidi, fino all’ottenimento di un non rimpatrio per chi è saltuariamente “scoperto” senza permesso di soggiorno. Non solo: costoro impediscono alla Giustizia di fare il consueto corso.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>La “pista dei soldi”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I soldi arrivano a questi TRADITORI da noi contribuenti. Ovvero, siamo così idioti da non protestare per il fatto che i soldi che versiamo allo Stato siano impiegati per occultare e coccolare in casa l’esercito d’invasione. Ma i soldi arrivano anche da chi desidera islamizzare l’Italia e l’intera Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Andiamo alle centinaia di migliaia di “nuovi italiani”: non v’è alcun motivo valido per fare diventare italiani a tutti gli effetti degli elementi che potenzialmente potranno essere un altro esercito, ma non solo d’invasione, bensì innanzitutto antitaliano perché già strutturato e -beffa delle beffe- tutelato, che stavolta armiamo e sempre a spere nostre.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Un breve aggiornamento: i bengalesi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fino a ieri il territorio dell’odierno Bangladesh è stato funestato da carestie aggravate dalle speculazioni economiche. Magari il cibo per sfamare tutti esisteva, ma contrabbando e accaparramenti destinavano i meno abbienti alla morte per inedia. A ciò si aggiungono la guerra d’indipendenza dal Pakistan, che ha causato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi e i vari scontri di confine. Aggiungiamoci, visto che “piove sempre sul bagnato” le altrettanto disastrose alluvioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante questo lo stato del Bangladesh ha fornito e fornisce a profusione i soldati per il risibile “mantenimento della pace” in mezzo continente africano e persino nell’ex-Jugoslavia. A parere mio non hanno nulla da insegnare all’Italia, paese che oggi costoro criticano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora consideriamo che su una popolazione di più di 170 milioni, il 90% è musulmano. Adesso almeno 200mila bengalesi, stanziati in Italia, vogliono imporre la loro presenza e la loro religione. Ma stiamo scherzando? Vanno rimandati tutti immediatamente a casa loro. Sono gli Italiani che devono poter lavorare -e con salari congrui- nella loro Italia, non questi STRANIERI.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardiamo la faccenda da un’altra angolazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia è (ma direi “dovrebbe essere”) una Repubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo stato di cose è dato dal fatto che almeno nell’ultimo mezzo secolo i politici italiani hanno letteralmente rubato i soldi al Popolo d’Italia che glieli ha dati e continua a darli, pagando anche pensioni d’oro a chi è già in panciolle.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente, come già detto, comunisti e cattocomunisti hanno fatto in modo che l’invasione avesse luogo. Ma le altre forze politiche non hanno contrastato ciò. Pertanto, ecco chi sono i veri NEMICI DEL POPOLO ITALIANO.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dramma è che continuiamo a pagare e a mantenere lautamente i distruttori della Repubblica Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>FATA – Lorenzo Merlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 04:56:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conoscenza degli uomini e del loro fare secondo una disciplina scientificamente approvata e secondo una scientisticamente radiata. Come la psicologia ha nominato i caratteri delle personalità umane, qualcosa di simile è avvenuto in ambito astrologico. Come tutti gli uomini possono riconoscere la varietà di atteggiamenti nei confronti degli eventi della vita dei loro prossimi – [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/fata/">FATA – Lorenzo Merlo</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Conoscenza degli uomini e del loro fare secondo una disciplina scientificamente approvata e secondo una scientisticamente radiata.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come la psicologia ha nominato i caratteri delle personalità umane, qualcosa di simile è avvenuto in ambito astrologico. Come tutti gli uomini possono riconoscere la varietà di atteggiamenti nei confronti degli eventi della vita dei loro prossimi – nonché quelle degli animali a sangue caldo, in particolare domestici – così si può osservare come i vari tipi di caratteri facciano da sottofondo alle personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">In ambito psicologico si fa spesso riferimento al criterio detto Jung Type Indicator (JTI). La proposta junghiana sintetizza le personalità in quattro metatipi di base e altrettanti relativi al modo di relazionarsi alle vicende dell’esistenza. Dalla coniugazione tra natura di base (estroverso, introverso, giudicante, percettivo) e atteggiamento relazionale (sensazione, intuizione, pensiero, sentimento) emergono 16 metatipi di caratteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Riconoscere nel bailamme del comportamento di una persona il relativo profilo psicologico permette di accedere alle ragioni del suo fare, alle forme del suo mondo, alla visione del suo universo. Ciò implica l’emancipazione dalla prevaricazione del proprio giudizio, ghigliottina della conoscenza relazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">In ambito astrologico si osserva una similitudine con quanto previsto dal JTI.</p>
<p style="text-align: justify;">Fuoco, Acqua, Terra, Aria e sono i riferimenti dei quattro Elementi basilari, dalle quali emergono comportamenti e scelte. In ogni persona è prevalente lo spirito di uno dei quattro elementi. Spirito di facile identificazione, qui ridotto all’essenziale: a Terra corrisponde un genere concreto e pedestre, a Aria uno sognatore e instabile, a Acqua uno esplorativo e inaffidabile, a Fuoco uno determinato e prepotente. La diade degli opposti si orienterà facendo prevalere, occasione per occasione, la virtù o la vergogna in funzione di innumerevoli spinte circostanziali e morali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni psicologo e ogni astrologo tenderà a leggere il comportamento delle persone secondo le caratteristiche delle gerarchie delle relative tassonomie, aggiungendo via via interpretazioni sempre più puntuali. Le circostanze di educazione, aspettative, paura, stress, esaltazione e depressione per la psicologia, sono alcuni dei corpi energetici che affardellano e sospingono i comportamenti in una o altra direzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la tassonomia astrologica, ognuno dei quattro elementi si esprime con tre sottocategorie dette Segni. All’elemento Terra fanno capo il segno del Toro, della Vergine e del Capricorno; all’Aria Gemelli, Bilancia, Acquario; all’Acqua Cancro, Scorpione, Pesci; al Fuoco Ariete, Leone, Sagittario.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ognuno dei quattro elementi esprime tre segni di natura corrispondente, si conta un totale di 12 segni zodiacali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per continuare con la similitudine tra psicologia e astrologia, per quest’ultima, vanno ricordati gli Ascendenti e poi la simbologia dei Pianeti contemplati, la relazione tra questi e molto altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto cogliere la natura psicologica e astrologica di una persona sia di variabile difficoltà in funzione dello stato sentimentale ed emozionale del momento sia della persona che dell’analista e, per quanto sia tendenzialmente richiesta una dote percettivo-intuitiva, cioè di percezione energetica o capacità di ascolto delle frequenze più lunghe spesso nascoste dalla frenesia di miriadi di fibrillazioni, una volta colta la natura-matrice, le ragioni del comportamento delle persone tendono a divenire lapalissiane e prevedibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Se gli psicologi tengono sullo sfondo della pratica terapeutica le categorie JTI e altre di loro preferenza, mentre sono alla ricerca di moventi via via più puntuali e circostanziali che, lo sanno, possono anche contraddire il carattere fondamentale che ordina e filtra la visione del mondo della persona, così fanno gli astrologi di fronte all’interpretazione di un tema natale. E così fa pure ogni componente di una relazione. Lo fa la madre, lo fa il maestro, la fidanzata e l’amico, eccetera. In pratica, genetica psicologica o astrologica che sia e relativa epigenetica emergono dal pare del presente. Non solo, l’interpretatore sa che quelle espressioni non sono unidirezionali. Esse possono rivelare il cuore della persona tanto nella declinazione virtuosa, quanto in quella abietta.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scettici nei confronti della psicologia e/o dell’astrologia hanno tutte le ragioni per esserlo. Entrambe le discipline sono spesso presentate e trattate superficialmente se non con sarcasmo e derisione, ma sono proprio questi che aprirebbero se stessi a concezioni del mondo e del prossimo se solo uscissero dal gruppo e si chiedessero: “Come mai ho dato per verità scontata quanto mi hanno sempre detto sull’astrologia?”</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Ma come, il discorso non valeva anche per la psicologia?</li>
<li>Era uno scherzo. Della psicologia ti hanno sempre parlato bene e male dell’astrologia e ci hai creduto.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Sebbene una non sia più dell’altra, entrambe rivelano in funzione di chi guarda, della capacità di coniugare le tendenze di base, fino a alle declinazioni contestuali e relazionali del presente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FATA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’elemento <strong>F</strong>uoco, passionale, intuitivo, dominio delle situazioni, annientamento e trasformazione dei contesti. Nonché violenza e sopraffazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>A</strong>cqua, sentimentale, emotivo, mutevole, trasformativo, capacità di scoperta, occulta perseveranza. Nonché disponibilità alla millantazione e alla menzogna.</p>
<p style="text-align: justify;">L’elemento <strong>T</strong>erra allude ad un atteggiamento orientato alla stabilità e alla concretezza materiale. Nonché ad ottusa cocciutaggine e pedestre replica del conosciuto, alla rigida strutturazione del reale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>A</strong>ria, mentale, volubilità, cambiamento di vita, inseguimento di sogni, viaggi, comunicazione empatica. Nonché inconcludenza e inaffidabilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di lorenzo merlo ekarrrt – 070926</p>

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		<title>Il giustificazionismo delle foibe e ’l’Essenza dell’Immoralita’ della Resistenza Comunista – Pietro Cappellari</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/il-giustificazionismo-delle-foibe-e-lessenza-dellimmoralita-della-resistenza-comunista-pietro-cappellari/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 04:26:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti di Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Appunti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Foibe]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Cappellari]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ereticamente.net/?p=70684</guid>

					<description><![CDATA[<p>Equiparare le vittime italiane ai criminali slavi: l’ultima frontiera dell’antifascismo ciellenista &#160; Le “foibe” – termine generico con cui si intende il genocidio etnico-politico compiuto in Venezia Giulia e Dalmazia dai partizan titini con la complicità del PCI – sono un coltello piantato nel fianco dell’antifascismo tutto, in particolare quello di sinistra, in quanto dimostrano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/il-giustificazionismo-delle-foibe-e-lessenza-dellimmoralita-della-resistenza-comunista-pietro-cappellari/">Il giustificazionismo delle foibe e ’l’Essenza dell’Immoralita’ della Resistenza Comunista – Pietro Cappellari</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Equiparare le vittime italiane ai criminali </strong></em><em><strong>slavi</strong></em><em><strong>: l’ultima frontiera dell’antifascismo</strong></em><em><strong> ciellenista</strong></em></p>
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<p style="text-align: justify;">Le “foibe” – termine generico con cui si intende il genocidio etnico-politico compiuto in Venezia Giulia e Dalmazia dai <em>partizan </em>titini con la complicità del PCI – sono un coltello piantato nel fianco dell’antifascismo tutto, in particolare quello di sinistra, in quanto dimostrano il vero volto della Resistenza rossa, i suoi progetti, la sua politica, la realtà dei fatti. In poche parole, le foibe rappresentano l’immoralità stessa della Resistenza bolscevica. Qualcosa di dirompente, che fa crollare le narrazioni ideologiche sul Movimento di Liberazione elaborate negli anni ’60 dagli istituti storici marxisti, giunte fino ai nostri giorni grazie all’egemonia che quel mondo ha ancora nella cultura, nella scuola, nelle università, nelle redazioni dei grandi mezzi di informazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo essere stati complici attivi o omertosi delle stragi, gli antifascisti hanno silenziato per 60 anni quello che era avvenuto al confine orientale italiano e – cosa che deve essere sottolineata – solo il MSI, oltre gli esuli direttamente colpiti, ha mantenuto viva quella memoria e le conseguenti rivendicazioni nazionali. Al Movimento Sociale Italiano dobbiamo doverosamente affiancare l’eroica opera della Delegazione di Trieste, Fiume, Istria e Dalmazia dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, con a capo Ida De Vecchi, che, con il suo gruppo di giovani speleologi ed esploratori, intraprese per prima la pericolosa e pionieristica ricerca degli “scomparsi” in Venezia Giulia.</p>
<p style="text-align: justify;">La Legge del 30 Marzo 2004 che <em>obbliga </em>(!!!) al ricordo del dramma delle foibe ha costituito, pur nei limiti di una legge “contentino”, un trauma senza precedenti per gli antifascisti di sinistra che, dopo un periodo di sbandamento generale, sono tornati in cattedra con l’intento di destrutturare e depotenziare la portata storica del genocidio etnico-politico commesso al confine orientale italiano. Se non hanno più potuto negare o nascondere, hanno giocato di anticipo, promuovendo loro una narrazione partigiana – e, quindi, di per sé falsa – delle foibe, sostituendo la realtà storica dei fatti con speculazioni ideologiche che arrivano a giustificare i crimini commessi dai <em>partizan </em>titini contro la Nazione italiana e gli Italiani tutti. Quello che oggi si sostiene è, guarda caso, la stessa narrazione che i dirigenti del Partito Comunista Italiano, nel primissimo dopoguerra, promossero per parare le notizie che giungevano dalle zone occupate dall’Esercito Popolare iugoslavo, portate dalle ondate di profughi che fuggivano dal “paradiso socialista”: «Nella Venezia Giulia non era in corso nessuna persecuzione dell’elemento italiano», sostenevano boriosi, e gli episodi di sangue che taluni “reazionari” narravano altro non erano che comprensibili incidenti, semplici vendette semmai, scaturiti dalle violenze fasciste che per venti anni erano state compiute contro le comunità slave… senza contare i “crimini” che l’Esercito “fascista” – ossia le Regie Forze Armate! – aveva commesso durante l’aggressione alla “libera” Iugoslavia. Chi era stato colpito dalla “giustizia proletaria” altro non era che un fascista, un “criminale”, quindi, ben meritevole di quella fine. È vero, tra gli esuli c’erano migliaia di “poveri cristi” cui nulla era imputabile: erano stati indotti alla fuga dalla propaganda reazionaria, non certo da fatti reali, e se avessero potuto, molti sarebbero ritornati (!!!).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa la menzogna comunista del dopoguerra, questa la menzogna della sinistra oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è questo il luogo per confutare tali tesi giustificazioniste – ci sono decine di studi, come, ad esempio, quelli di Marino Micich, Emanuele Mastrangelo, Pierluigi Romeo di Colloredo o le “note” dell’Unione degli Istriani – che le smontano una per una: dalla snazionalizzazione “violenta” delle comunità slave all’aggressione alla “indifesa” Iugoslavia, dai “crimini” delle Regie Forze Armate alla “giustizia proletaria” dei titini<a href="about:blank#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Anche noi ne abbiamo parlato in diversi studi, ai quali rimandiamo il lettore che voglia approfondimenti<a href="about:blank#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna innanzitutto affermare che tali giustificazioni furono strumento del PCI e non certo frutto della propaganda titina che non si sentì mai in dovere di giustificare di nulla. Le “foibe”, del resto, furono addirittura un aspetto marginale dell’opera di sterminio del nemico politico condotta dai <em>partizan </em>slavo-comunisti durante l’edificazione dello Stato socialista: oltre 500.000 morti nei primi anni che superarono il milione a “trionfo socialista” ottenuto<a href="about:blank#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Che sono 10.000 Italiani “scomparsi” a confronto?</p>
<p style="text-align: justify;">Per Tito, e i comunisti in generale, la politica contro i “nemici del popolo” e per la stalinizzazione dello Stato era una sola: lo sterminio. <em>«[…] Tale apparato traditore non </em><em>doveva continuare ad esistere, doveva essere annientato. Tale apparato venne annientato nel corso della guerra di liberazione da parte delle formazioni partigiane, e distrutto più tardi definitivamente dall’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia</em>», ammise con orgoglio il “liberatore” di Belgrado… e dell’Istria<a href="about:blank#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Senza giustificazioni di sorta. Del resto, era comunemente accettato da tutti i comunisti come lo sterminio del nemico politico, il terrore contro le masse refrattarie al nuovo ordine e la menzogna morale fossero le strade maestre per l’edificazione di ogni Stato socialista. “Pruriti” umanitari, dopo una guerra mondiale con massacri generalizzati senza precedenti, davvero sembravano fuori luogo davanti alla “nobile e gloriosa” meta che ci si prefissava.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in Italia era diverso. Il PCI non si era imposto come partito guida del CLN, la presenza di settori conservatori maggioritari impedivano l’egemonizzazione comunista e la marcia verso la stalinizzazione dell’Italia. Gli ordini di Stalin che liquidavano ogni ipotesi rivoluzionaria e costringevano il Partito Comunista Italiano alla vittoria elettorale, cambiarono prospettiva d’azione e di linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Le notizie che giungevano dalla Venezia Giulia occupata dai titini erano drammatiche, sconvolgenti, compromettevano il PCI dal “volto umano” e “garibaldino” che si tentava di costruire per vincere le elezioni penetrando nei ceti medi. Ecco perché ci fu una mobilitazione contro gli esuli e le loro “menzogne”, trovando giustificazioni immorali per coprire tutto quello che i titini, con la complicità del PCI stesso, avevano fatto… e stavano facendo! Senza dimenticare che le tragiche informative che giungevano dall’Istria non erano certamente frutto della propaganda fascista – i fascisti erano stati già in gran parte sterminati –, ma provenivano dagli antifascisti di sentimenti nazionali e dai (deboli) CLN della regione operanti, nonostante la “liberazione”, ancora in clandestinità. Le loro denunce rimasero lettera morta e ben poco, se non nulla, riuscì a fare Degasperi che pure raccolse tali allucinanti notizie. La Repubblica Italiana era costretta ad essere vile spettatrice in balia degli eventi, come era accaduto quando, alcuni elementi della Regia Marina ipotizzarono uno sbarco per salvare, insieme alle unità della Decima MAS del C.te Borghese, l’italianità della Venezia Giulia. Furono solo illusori progetti rimasti sulla carta, come il cosiddetto Piano “De Courten”, sul quale vale la pena indugiare ricordando la testimonianza del Ministro della Giustizia della Piero Pisenti:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">In varie epoche del 1944 tre missioni vennero svolte da Ufficiali della [Regia Marina] per incarico del Ministero anche allora affidato all’Amm. De Courten. Tutti si presentarono al Comandante Valerio Borghese che volta in volta informò Mussolini e il Maresciallo Graziani. In ordine cronologico la prima missione fu compiuta dal Maggiore M.O. della R.M. Potzolu ed ebbe per oggetto la salvaguardia degli impianti industriali del Nord. Successivamente si presentò a Borghese il Tenente di Vascello Zanardi per raccomandare ansiosamente la salvezza della Venezia Giulia. Su questo vitale argomento, importantissima fu la missione svolta dal Maggiore della R.M. in servizio effettivo Medaglia d’Oro Antonio Marceglia.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Egli dichiarò a Borghese che mentre per la flotta e le colonie le Autorità anglo-americane avevano dato sicuri affidamenti al Governo del Sud, gravissima era la preoccupazione per la sorte della Venezia Giulia, in quanto i rapporti tra la Russia e Tito esulavano dalla influenza anglo-americana. Si sollecitava quindi la RSI a provvedere alla salvaguardia di quelle terre di confine inviandovi congrui contingenti di truppe. Aggiunse il Magg. Marceglia che, al momento cruciale, il Governo regio avrebbe inviato da Ancona una spedizione navale che avrebbe agito a sostegno delle truppe della RSI.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Già a quel tempo e cioè prima di tali raccomandazioni e sollecitazioni, numerose forze militari italiane (forze della RSI) difendevano il nostro sacro confine e prendevano parte ad aspri combattimenti… a Trieste, a Pola, a Laurana, a Fiume e Cherso esistevano già reparti della Decima che avevano avuto ordini di non ritirarsi per tutelare le popolazioni italiane. Nei giorni che seguirono il 25 Aprile, quegli eroici marinai tennero fede alla consegna e si sacrificarono per la Patria. Dei 200 soldati della Decima che presidiavano Fiume soltanto due si salvarono<a href="about:blank#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto fu inutile, poiché la Venezia Giulia fu lasciata dal Governo Bonomi III e dagli Alleati in balia delle orde slavo-comuniste: “<em>Anche perdenti noi tenemmo fede, chi non si vide fu la flotta del Sud!</em>”. Ovviamente, tutto ciò è dimenticato, mentre ci si affanna a creare le vittime della ventennale violenza fascista. Questo vecchio giustificazionismo viene oggi ripresentato dalla sinistra italiana, in particolare nel Giorno del Ricordo, e lo ritroviamo nelle parole degli “jugonegazionisti”, come abbiamo denunciato più volte: costituisce, quindi, quanto di meglio è riuscita a produrre la <em>disinformatja </em>di scuola leninista per presentarci un comunismo dal “volto umano”, espressione della “parte giusta” della Storia<a href="about:blank#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Montagnana – socialista pluripregiudicato di famiglia ebraica, fondatore del PCdI, fuoriuscito, fuggito in Messico dopo la sconfitta nella Guerra Civile Spagnola, Deputato costituente – affrontò diverse volte lo scottante problema dell’esodo degli Italiani dal “paradiso socialista” titino, segno evidente di un malessere e di un imbarazzo persistente. Montagnana ne scrisse, ad esempio, su “Rinascita”, il mensile del PCI diretto da Togliatti, nel Settembre 1947, addirittura di ritorno da un viaggio in Istria e a Fiume, dove era andato per verificare la situazione<a href="about:blank#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.</p>
<p>Esordì il “turista comunista”:</p>
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<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Non ho mai creduto, si capisce, a quanto hanno scritto e scrivono i giornali liberali, democristiani e “indipendenti” sulle persecuzioni e sulle umiliazioni di cui sarebbero vittime gli italiani in questi territori. Ma supponevo e temevo tuttavia che una certa antipatia, una certa ostilità esistessero realmente, tra le popolazioni slovene e croate, verso l’Italia e verso gli italiani.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Supponevo e temevo questo, perché conoscevo l’infame politica di oppressione e di “snazionalizzazione” che, per oltre venti anni, il fascismo aveva condotto tra quelle popolazioni. […] Avevano fatto di tutto, insomma, gli sciagurati [fascisti], per far rimpiangere a quelle popolazioni il vecchio regime degli Asburgo, dove le minoranze nazionali erano molto più rispettate. […] Sapevo tutto questo, e non mi sarei perciò né stupito, ripeto, e neppure scandalizzato nel costatare oggi, tra quelle popolazioni, una certa ostilità verso gli italiani e, forse, qualche forma di “ritorsione” per tutte le sofferenze e le umiliazioni subite durante venti anni. Non ho trovato nulla di tutto questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già dalle prime righe compare tutto l’armamentario ipocrita del giustificazionismo di oggi che, in quegli anni, sia chiaro, preludeva al puro negazionismo. L’oppressione delle comunità slave stanziate in Venezia Giulia compiuta dal Regime fascista era il cardine da cui prendeva avvio questa propaganda. Ipocrita, abbiamo detto, perché decontestualizza questa politica dal periodo storico, dove la “inclusione per nazionalizzazione” era una politica accettata da tutti gli Stati e, di certo, ben diversa dalle alternative che pur si potevano adottare: le espulsioni di massa o il genocidio. Ipocrita, ripetiamo, perché che un comunista si facesse alfiere delle identità nazionali è grottesco. Comunque sia, negli anni ’30, gli Sloveni e i Croati stavano molto meglio nell’Italia fascista che nella autoritaria Iugoslavia dei Karadjordević, dove le identità nazionali erano oppresse con maggiore virulenza in nome dello iugoslavismo integrale, tanto è vero che non vi fu nessun esodo di massa dalla “oppressiva” Italia alla Madre Patria degli Slavi del Sud. Come mai? Su 400.000 Slavi compresi nelle nuove frontiere del Regno d’Italia dopo il Trattato di Rapallo sottoscritto con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni – il 12 Novembre 1920, prima dell’avvento del Fascismo! –, in venti anni, solo 40-45.000 lasciarono la regione. Oltretutto, molto difficile sarebbe individuare la reale motivazione di questa migrazione: politica od economica?</p>
<p style="text-align: justify;">Montagnana, coprendosi di ridicolo, sostenne che la “fratellanza italo-slava” che riscontrò nel suo viaggio era dovuta</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">al fatto che migliaia e migliaia di italiani della Venezia Giulia, in gran parte comunisti, hanno per venti anni, fianco a fianco con gli sloveni e i croati, lottato coraggiosamente contro il regime fascista, per la fratellanza dei popoli. Ciò è dovuto al fatto che, durante la guerra di liberazione, altre migliaia di italiani, non solo della Venezia Giulia, ma di tutte le parte d’Italia, hanno combattuto con eroismo, e molti sono caduti, nelle file partigiane e nell’esercito di Tito. E ciò è dovuto, infine, alla azione del governo e alla propaganda della stampa jugoslava, tendenti a separare le responsabilità del fascismo da quelle del popolo italiano ed a creare una atmosfera di pace e di convivenza fraterna tra il popolo italiano e quello jugoslavo.</p>
<p style="text-align: justify;">Che in Venezia Giulia ci sia stato, durante il Regime, un antifascismo di massa rasenta, come abbiamo detto, il ridicolo, smentito dal consenso che il Fascismo ebbe anche tra gli Sloveni e i Croati, come dimostrano gli Slavi che parteciparono non solo allo squadrismo, ma anche alle Guerre di Etiopia e di Spagna, ma soprattutto dal fatto che le organizzazioni terroriste antifasciste operanti nella regione – nazionaliste e iugoslaviste, sia chiaro – furono sempre fomentate da oltre confine e non furono un puro “prodotto locale”<a href="about:blank#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Sorvoliamo sul movimento partigiano – e il tradimento della Patria compiuto dai comunisti italiani che ebbe la sua “epopea” a Porzus –, ma arrivare a sostenere che il Governo iugoslavo avesse promosso la “<em>pace</em>” e la “<em>convivenza fraterna tra il popolo italiano e quello jugoslavo</em>” è un insulto all’intelligenza e alla realtà dei fatti (tipica dei comunisti, di cui si ricordano le menzogne propalate senza vergogna ad ogni ritorno dai viaggi nei Paesi socialisti, URSS <em>in primis</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Andare avanti nello scritto di Montagnana è impietoso per la parzialità di cui si rende protagonista: “<em>Molte volte, inevitabilmente, nei giorni trascorsi in territorio croato e sloveno </em>[cioè nell’Istria!!!]<em> mi tornava alla mente </em><em>l’ig</em><em>nobile propaganda d’odio, a base di calunnie e di ingiurie, condotta dalla quasi totalità della stampa italiana, appoggiata dal governo di De Gasperi, contro la Jugoslavia e i popoli slavi. E, francamente, in quei momenti come italiano, ne sentivo vergogna</em>”. Vergogna? Davvero Montagnana provava il sentimento della vergogna?</p>
<p style="text-align: justify;">Il “turista comunista” riferì che, su 90.000 abitanti di Fiume, solo 30.000 avevano “<em>lasciato la città per non rimanere sotto la Jugoslavia</em>”. Non sappiamo chi gli fornì tali cifre, ma affermare che più del 30% degli abitanti avesse abbandonato la città – cioè tutto quello che si aveva! – in poco più di due anni, non ci sembra un dato da sottovalutare, anzi, si poteva benissimo affermare che era in atto una tragedia senza precedenti. Comunque sia, il dramma era di proporzioni addirittura maggiori, nonostante quello che Montagnana asseriva. Prima di tutto, bisogna dire che Fiume, al 30 Giugno 1940, era abitata da 60.892 persone, di cui 41.314 Italiani (67,85%), popolazione che era scesa durante la guerra, assestandosi intorno ai 50.000 abitanti nell’Ottobre 1943<a href="about:blank#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. Dire che Fiume avesse 90.000 abitanti, quindi, è a dir poco inesatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Data la drammatica situazione venutasi a creare con l’invasione iugoslava e la calata dai monti di migliaia di <em>partizan </em>titini che iniziarono l’epurazione contro i “nemici del popolo”, molti Italiani di Fiume credettero opportuno abbandonare la città – e i loro averi – come stava già accadendo in Istria. All’indomani del 10 Febbraio 1947, ossia della firma del Trattato di Pace che umiliava la Repubblica Italiana considerandola Paese nemico sconfitto, mutilandola, tra l’altro, del confine orientale, erano già 50.000-60.ooo coloro che avevano abbandonato la Venezia Giulia sconvolta dalle violenze titine.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle fine del 1946, 15.000 Italiani di Fiume erano già fuggiti e l’esodo continuò anche nei mesi seguenti: nel 1948, gli Italiani rimasti nella Città Olocausta erano scesi a 25.319. Mancavano all’appello, quindi, 15.955 Italiani, l’esodo aveva riguardato 38,62% della popolazione italiana. A fronte di ciò gli Slavi erano diventati 41.782 (37.324 Croati; 3.073 Sloveni; 1.385 Serbi)<a href="about:blank#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Giugno 1940, erano solo 11.199 “allogeni” (cui si potevano aggiungere i 5.482 stranieri iugoslavi) registrati a Fiume. Questo vuol dire che, nel 1948, gli Slavi avevano aumentato la loro presenza in città del 150%, cambiando radicalmente il volto dell’abitato, occupando abusivamente le case lasciate dagli Italiani ed invertendo la composizione storica etnica dell’italianissima Fiume, divenendo maggioranza (67,27%). Quella che, oggi, si chiamerebbe “sostituzione etnica” e che Montagnana fece finta di non vedere, ignorandola completamente, anzi, magari gioendone internamente pure, nell’ottica della snazionalizzazione proletaria. Come la sinistra di oggi, del resto.</p>
<p>Il “compagno messicano” in gita nell’Istria si esibì anche nella descrizione degli esuli che fuggivano dal “paradiso socialista”, primo cardine della destrutturazione comunista della realtà:</p>
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<p style="padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Sono, in primo luogo, elementi che nel passato erano più o meno compromessi con il fascismo il che mi pare la migliore smentita a coloro che hanno sbraitato su di un supposto terrore che sarebbe esistito nella Zona B e nella Jugoslavia, fin dal giorno dopo la liberazione. Se un tale terrore – o anche molto meno… &#8211; fosse realmente esistito contro i sospetti di simpatia per il fascismo e perfino contro i “filoitaliani”, come si spiegherebbe, infatti, che tanti ex fascisti siano rimasti a Fiume, “alla mercè” delle autorità jugoslave, per ben due anni, e l’abbiamo lasciata solo di recente, dopo la firma del trattato di pace? […] Quest ex fascisti [hanno] preferito ricoverarsi sotto le ali protettrici del governo di De Gasperi […].</p>
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<p>E ancora, con tipico zelo classista:</p>
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<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Sono inoltre partiti da Fiume, nei mesi, scorsi, numerosi commercianti […] ai quali il nuovo regime jugoslavo non permetteva e non avrebbe mai permesso i lauti, scandalosi guadagni che sono invece possibili oggi in Italia. Anche costoro è ben naturale che preferiscano vivere sotto il governo di De Gasperi, comitato d’affare degli speculatori, che sotto il governo di Tito […].</p>
<p style="text-align: justify;">Nemmeno una parola sulle 1.500 sentenze di esproprio (dato fermo al Dicembre 1946) emesse dal Tribunale del Popolo contro i cittadini fiumani “condannati per attività antipopolare”<a href="about:blank#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Poi, il tocco da maestro:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">È infine partita da Fiume anche molta gente onesta, in buona fede, sinceramente patriottica […] ai quali si è riusciti a far credere, innanzi tutto, che questo era il loro dovere di italiani, e in secondo luogo che in Italia li aspettava un bell’alloggio e una ben retribuita occupazione. […] I fascisti e i ricchi si sono quasi tutti aggiustati assai bene, grazie al danaro e alle protezioni. Gli onesti lavoratori, compresi quelli appartenenti al ceto medio, si trovano ancora quasi tutti senza alloggio e senza occupazione. Molti hanno già fatto domanda di ritornare a Fiume [ma] le vecchie abitazioni dei ‘profughi’ sono […] state occupate da altre famiglie, specialmente dalle famiglie di lavoratori italiani recentemente immigrati.</p>
<p style="text-align: justify;">Con queste ultime affermazioni, Montagnana ingannava se stesso o gli Italiani? Nessun accenno a quello che era avvenuto negli ultimi due anni e che tutti sapevano, senza nemmeno aver avuto la necessità di recarsi sui luoghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fiume era stata occupata dall’Esercito Popolare titino, dopo duri scontri con i Germanici e i reparti della RSI, solo il 3 Maggio 1945, addirittura il giorno successivo alla fine della guerra in Italia. Già il 4 Maggio, in una città ostile e silenziosa, iniziarono le deportazioni e le uccisioni da parte dell’OZNA. E non si trattava solo di fascisti o militari della RSI; ma anche di antifascisti non comunisti, come gli autonomisti; di donne “colpevoli” di essere figlie, mogli o scuocere di Ufficiali italiani; di Croati, Sloveni, Serbi che non si sarebbero allineati al nuovo ordine: “<em>Si parla di mucchi di cadaveri che giacciono di qua e di là. Nessuna notizia sembra esagerata. È stata fatta una vera e propria razzia di soldati italiani, Marinai, Carabinieri, Finanzieri, questurini</em>”. “<em>Nessun Italiano era ormai al sicuro dalla brutalità delle liquidazioni jugoslave, che continuavano a guerra finita</em>”<em>. […] Il</em><em> numero delle uccisioni e delle sparizioni crebbe indiscriminatamente di giorno in giorno in tutto il territorio istrio-quarnerino</em>”<a href="about:blank#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo non era mai avvenuto secondo il PCI, oppure era talmente “naturale” che fosse avvenuto che non valeva certamente la pena interessarsene. Del resto, in molte parti d’Italia, i partigiani comunisti avevano fatto altrettanto contro i “nemici del popolo”, costellando l’intera Italia Settentrionale di stragi senza precedenti che, in poche settimane, provocarono oltre 20.000 vittime. I partigiani italiani avevano appreso bene la lezione titina, solo che gli era andata male, essendo stati subito disarmati e annichiliti dal nuovo sistema di potere insediato in Italia dall’occupante angloamericano.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che era avvenuto in Istria, però, era ancora più grave, perché – con la complicità del PCI – lo sterminio politico del “nemico del popolo” aveva assunto la forma di una pulizia etnica contro l’elemento italiano, ben poco accondiscendente verso il comunismo, di cui tutti conoscevano le mai sopite idealità nazionali e fasciste, tutto nel quadro di una annessione della regione alla nuova Iugoslavia di Tito. Sia chiaro non si trattò di vendetta, come si sostiene oggi, per l’opera di “inclusione per nazionalizzazione” delle comunità slave condotta in venti anni dal Regime o per i presunti “crimini” compiuti dalla Regie Forze Armate a centinaia di chilometri durante le legittime operazioni di controguerriglia. Infatti, a Fiume, sebbene vi furono molte delazioni, “<em>da parte della popolazione slava non si verificarono atti di violenza spontanea, individuale o di gruppo</em>” contro gli Italiani residenti. La repressione fu opera condotta centralmente dall’OZNA (dal Marzo 1946: UDBA), secondo ordini ben precisi, seguendo il modello che, fin dalla “liberazione” di Belgrado, i titini avevano adottato per sterminare i “nemici del popolo”, ossia tutti coloro che si sarebbero opposti all’edificazione dello Stato socialista<a href="about:blank#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Crolla così una colonna portante della destrutturazione comunista del dramma delle foibe.</p>
<p style="text-align: justify;">A fine Giugno 1945, nei soli campi di Žurkovo (Costrena), a Sud di Fiume, e di Martinscizza (Isola di Cherso) vi erano ammassati 25.000 prigionieri, nelle consuete drammatiche condizioni tipiche di tutti i campi di concentramento, con tassi di mortalità allucinanti:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">La ricerca italo-croata condotta da Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski arrivò a contare per Fiume e dintorni non meno di 580 vittime di nazionalità italiana causate dall’OZNA nel periodo che va dal 3 Maggio 1945 al Dicembre 1946. In Istria, a Trieste e a Gorizia le vittime italiane uccise nelle foibe e nei campi di concentramento iugoslavi complessivamente vanno, in base alle varie valutazioni espresse dagli storici più accreditati, da un minimo di 4.000/5.000 a circa 10.000<a href="about:blank#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Montagnana tutto questo non era avvenuto oppure era talmente “naturale”, nella mentalità comunista, che fosse avvenuto che non valeva la pena ricordarlo, dandolo per scontato. Eppure, non erano passati che pochi mesi dal processo politico in cui era incappato, tra gli altri, l’antifascista Antonio Luksich Jamini, esponente di punta del (debolissimo) CLN clandestino di Fiume (18 Febbraio 1947)<a href="about:blank#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>. Imbarazzanti saranno poi le accuse sul conto dell’antifascista “storico”: “<em>Come si seppe in seguito, le risorse dovevano servire per aiutare i più bisognosi e favorire l’espatrio dei fiumani </em><em>[fondi che venivano dall’Italia] </em><em>finirono in mano a Luksich Jamini, che le utilizzò per finanziare solo la stampa di alcuni volantini di protesta antijugoslava e altre dubbie operazioni, tra l’acquisto di un immobile</em>”<a href="about:blank#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>. Aggiungere altro, sarebbe impietoso per tutto l’antifascismo, di destra e di sinistra.</p>
<p>A Montagnana non dovette sfuggire la difficile situazione cui era costretto il clero proprio negli stessi giorni del suo viaggio, ma non ne fece parola alcuna:</p>
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<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">L’occhio vigile e punitivo dell’[UDBA] non abbassava la guardia su Parrocchie e conventi del territorio fiumano-quarnerino. […] Uscì su “La Voce del Popolo” del 3 Luglio 1947 un altro articolo dal titolo <em>Attività antipopolari di alcuni Sacerdoti a Fiume</em> dai toni accusatori e infamanti […].</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Il Vescovo di Fiume Ugo Camozzo era stato attaccato più volte, sin dai primi mesi dell’instaurazione del potere jugoslavo, per aver denunciato l’abolizione delle feste di precetto (tra cui la festività del Natale e della Pasqua), la limitazione della libertà di espressione e per aver chiesto aiuti alimentari alla Santa Sede tramite un rappresentante diplomatico statunitense.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Alla fine, malgrado la sua volontà di restare in città, il 3 Agosto 1947 Camozzo fu costretto a lasciare Fiume con grande commozione dei suoi fedeli.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">[…] Nel campo dell’istruzione la situazione era ugualmente problematica. Nelle scuole il nuovo regime, nonostante fosse temutissimo, trovava continui ostacoli e critiche. Uno dei motivi di malumore fu l’imposizione dell’insegnamento obbligatorio della lingua croata, così come la prescrizione di programmi di storia e di cultura che non potevano soddisfare gli Italiani rimasti a Fiume. Inoltre, l’obbligo delle lezioni di marxismo e dell’effige di Tito in tutte le aule lasciavano interdetti e disorientati i docenti<a href="about:blank#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">.</p>
<p style="text-align: justify;">Montagnana, osservando dal vivo tutto ciò, non lo considerò degno di nota per il suo articolo sulla situazione in Istria e a Fiume, condividendone evidentemente lo spirito e il movente che non accettavano “nostalgismi”, sentimentalismi di sorta e mezze misure: l’edificazione dello Stato socialista. Ma se così era, perché non dirlo anche tutti gli Italiani che leggevano il suo pezzo? Perché nasconderlo al proletariato italiano in attesa della “liberazione”? Leninismo puro, diremo. <em>Disinformatja</em>, affermiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “turista comunista”, nel suo articolo, si esibiva anche in un elogio dell’economia fiumana, mettendola a confronto con la “<em>semiparalisi</em>” che aveva colpito invece i cantieri di Monfalcone, Trieste e Muggia. La cosa, a suo giudizio, aveva attratto gli operai (comunisti) giuliani il cui unico rimpianto, una volta giunti a Fiume, era quello di non potersi far raggiungere dalla famiglia a causa della carenza degli alloggi (le case degli Italiane erano state abusivamente occupate dalle popolazioni slave dell’entroterra che erano calate nelle città in cerca di bottino). A questa problematica – la carenza degli alloggi intendiamo – il Governo iugoslavo aveva ovviato ospitando i lavoratori italiani in “<em>eleganti alberghi di Abbazia</em>” o “<em>in baraccamenti di legno pulito e decorosi</em>”: “<em>Ma si sa che l’operaio italiano preferisce in generale vivere con la sua famiglia in una soffitta piuttosto che in un ricco albergo lontano dai suoi cari</em>”. Aggiungere altro per commentare tale articolo e queste parole, ci pare difficile, anche bisogna evidenziare come il destino sarà spietato con i “monfalconesi” giunti in Iugoslavia con il sogno del “paradiso dei lavoratori” e di contribuire all’edificazione dello Stato socialista. Passerà solo un anno prima di essere falciati dalla nemesi comunista, nel più classico esempio bolscevico della rivoluzione che divora i suoi stessi figli: il 28 Giugno 1948, Tito veniva condannato da Stalin e gli operai italiani che erano in Iugoslavia, fedeli al PCI, si schierarono con Mosca. I titini, quindi, procedettero alla loro epurazione: “<em>In quell’anno le persone perseguitate a Fiume furono almeno 120</em><em>. Nell’iso</em><em>la di Goli Otok morirono in tutto 150 compagni dell’Istria e di Fiume, insieme ad alcune decine di monfalconesi. Altri comunisti italiani dissidenti presenti a Fiume e in Istria ripararono poi in Cecoslovacchia o in Romania, oppure fecero ritorno in Italia</em>”<a href="about:blank#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. E rientrarono in Italia molti comunisti italiani che pure avevano con entusiasmo affiancato l’opera dei titini nella costruzione dello Stato socialista, intruppandosi nei vai Comitati “popolari” e nella stessa Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF), l’organizzazione “collaborazionista” al servizio degli Iugoslavi. Ripresero la loro militanza comunista col PCI senza nessun pentimento, come se non fosse accaduto nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Non poteva mancare in Montagnana l’elogio della Scuola per apprendisti fiumana, diretta dal “<em>naturalmente ex partigiano</em>” Giorgio Sestan; e dell’Unione Italiana d’Istria e Fiume, Sezione dell’Unione Antifascista Italo-Slovena, guidata dal “<em>naturalmente ex partigiano</em>” Eors Sequi. Così anche il Circolo di Cultura italiano, dove gli artisti “<em>provengono dall’Italia e si trovano a Fiume meglio purtroppo, che in Italia</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si rimane basiti davanti a queste parole e non occorre aggiungere altro se non che Sestan e Sequi erano tra quei dirigenti comunisti italiani che avevano sostenuto l’indissolubile fedeltà a Tito e la subordinazione del PCI al Movimento Popolare di Liberazione (Jugoslavo)<a href="about:blank#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>. Nemmeno una parola su cosa era avvenuto e stava avvenendo nelle scuole:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">I giovani furono invitati a costituire Comitati studenteschi […]. Ma poiché i Comitati costituiti non corrispondevano allo scopo, quello cioè di svolgere attività politica [in favore della edificazione del socialismo], dopo poche settimane di vita furono sciolti e creati d’ufficio nuovi Comitati, alla cui direzione furono preposti giovani accetti all’OZNA, con il compito preciso di svolgere attività di propaganda e riferire sugli elementi che incautamente svelavano i loro sentimenti. Da quel momento regnò nella scuola un vero e proprio TERRORE<a href="about:blank#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo stesso Raoul Pupo ha dovuto evidenziare:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Nell’edificazione del socialismo jugoslavo, almeno apparentemente, c’è posto per tutti. A Fiume esponenti italiani solo largamente rappresentati all’interno dei poteri popolari e partecipano attivamente sia alla ricostruzione materiale della loro città sia al consolidamento del regime comunista […]. Il problema è che gli Italiani non contano nulla. Il potere effettivo riposa sicuro nelle mani dei quadri comunisti croati, i quali certamente dovrebbero applicare la politica della “fratellanza”, ma non ci mettono grande entusiasmo<a href="about:blank#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E continua Marino Micich:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">A Fiume il nuovo potere si consolidava attraverso la repressione di ogni forma di libertà democratica e a suon di proclami inneggianti alla libertà per il popolo. […]</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">Il 31 Ottobre 1945, in un altro comizio pubblico tenuto sempre a Fiume, Bakarić [Vladimir, Presidente del Governo della Croazia], assicurò ancora il rispetto verso le tradizioni autonome fiumane; in realtà proseguirono senza sosta gli arresti sia di autonomisti sia di altri elementi legati al movimento popolare cristiano, scampati all’epurazione violenta dei primi giorni di Maggio. […] Quello di Bakarić e degli altri dirigenti comunisti fu soltanto un esercizio di retorica.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">A Fiume, di fatto, le perquisizioni e le requisizioni a discrezione delle Autorità nelle case degli Italiani si susseguivano giorno dopo giorno, e così il giro di vite andava stringendosi sempre più anche sugli esercizi commerciali e sugli uffici legali, bancari e assicurativi<a href="about:blank#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nemmeno una parola sui 15.987 militari italiani ancora prigionieri degli Iugoslavi lasciati a marcire nei campi di concentramento titini (dati del Febbraio 1947)<a href="about:blank#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a>. Circa 40.000 erano stati già rimpatriati, portando con sé i racconti raccapriccianti della barbarie comunista sulla quale si pose un vergognoso silenzio. Montagnana non ci parla né dei primi, né dei secondi.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti fiumani furono deportati in Slovenia nella zona di Maribor, dove erano situati sotto il controllo dell’Esercito i centri di detenzione di Pbrezje, Studenci e Viltos. Ogni campo poteva accogliere circa 500 prigionieri. A Viltos erano reclusi molti Italiani insieme a parecchi croati anticomunisti, mentre a Teharje c’era un campo dell’OZNA dove si detenevano prigionieri in attesa di processo<a href="about:blank#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Montagnana non se ne accorse? Evidentemente no, come considerò di nessuna importanza il fatto che, proprio in quel 1947, altri 6.000 Italiani avessero deciso di abbandonare la città. Ricorda, invece, Micich: “<em>Non valsero divieti, requisizioni e condanne</em><em>. Non servì a nulla aumentare le tariffe viaggiatori, cui carri bestiame, con</em><em> </em><em>destinazione Trieste […]. Tutto fu inutile. La gente preferiva farsi dissanguare piuttosto che restare</em>”<a href="about:blank#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel “paradiso dei lavoratori” di Tito, secondo Montagnana, gli operai finalmente avevano quelle tutele che in Italia ancora non erano state raggiunte: “<em>La situazione italiana è quella che è, e in questa situazione l’emigrazione di una parte dei nostri lavoratori diventa inevitabile. Verso quali </em><em>paesi è preferibile dirigere tale emigrazione? Date le condizioni che vengono fatte in Jugoslavia ai nostri emigranti, mi pare che a tale domanda sia giusto dare una risposta affermativa</em>”. Ma certo! Perché negare al proletariato italiano costretto a vivere nella “arretrata” Italia quelle conquiste sociali che solo gli Stati socialisti potevano garantire?</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stipendi a Fiume, a detta di Montagnana, erano ottimi se paragonati al costo della vita e alla possibilità di acquistare – con tessera annonaria! – generi alimentari, tra cui spiccava il pane, “<em>grigio, ma ottimo</em>”, a 39,96 Lire al chilo, distribuito giornalmente in una quantità che variava dai 400 gr. ai 750 gr. Che lusso! Sembra di ricordare le parole degli “inviati” del PCI in URSS che, dopo aver constato le miserabili condizioni in cui viveva il popolo russo, tornavano in Patria esaltando il “pane nero” che avevano il pregio di mangiare i compagni sovietici, mentre agli Italiani toccava quello “bianco” così povero di fibre!!! Tutta propaganda guareschiana? Sarà…</p>
<p style="text-align: justify;">Se si aggiungono le rimesse degli operai italiani che lavoravano a Fiume alle famiglie rimaste in Patria, si aveva un quadro chiaro per controbattere le “speculazioni” e la propaganda reazionaria contro la Iugoslavia socialista, secondo Montagnana: “<em>Le condizioni economiche fatte agli emigrati italiani in Jugoslavia sono dunque buone e migliori senza dubbio di quelle di cui essi godono in vari altri paesi</em>”. Un vero e proprio “paradiso”, vero?</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, in tutta la Venezia Giulia occupata dagli Iugoslavi regnava la misera, tanto è vero che se non fosse stato per l’UNRRA, che nel Dicembre 1945 riversò nella regione 4.409 tonnellate di grano e circa 30.000 pacchi viveri, ci si sarebbe letteralmente morti di fame<a href="about:blank#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>. Non sembra proprio che in un anno e mezzo di gestione socialista le cose fossero migliorate, come ricorda il tristissimo episodio – per i comunisti – della “Domenica delle scope” del 13 Agosto 1950, quando Gorizia fu improvvisamente invasa da migliaia di Italiani costretti a vivere al di là dell’artificioso confine che aveva diviso in due la città (vizio dei comunisti), cui fu concesso per un giorno la possibilità di varcare il filo spinato di “protezione antifascista” senza essere abbattuti dalle raffiche della Polizia titina. Invasero Gorizia in cerca delle più elementari cose per la sopravvivenza, prima di rientrare mestamente in Iugoslavia. Un giorno di “libertà” passato alla storia che è l’emblema del fallimento del socialismo reale. Nessuno, in Italia, tra i boriosi dirigenti del PCI, disse nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Montagnana rientrò così più che soddisfatto da Fiume, pronto a sbandierare al proletariato italiano le conquiste socialiste della Iugoslavia. Nemmeno una parola sulle foibe, sulle stragi indiscriminate, sui campi di concentramento e le prigioni, sull’OZNA (ora UDBA), sulle persecuzioni dei non allineati al nuovo ordine, sul fatto che la Slovenia, le lande della Croazia e dell’Istria italiana fossero state trasformate nel più grande cimitero a cielo aperto d’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma vuoi mettere il pane “<em>grigio, ma buono</em>”? Vuoi mettere le “confortevoli baracche” dove erano alloggiati gli operai (comunisti) spediti dal PCI in Iugoslavia con il miraggio del “paradiso dei lavoratori” a portata di mano?</p>
<p>Sarà, ma Marino Micich ha dipinto la situazione economica di Fiume in maniera molto diversa da quanto fece Montagnana:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">La situazione economica in città era sempre molto grave, mancavano generi alimentari di prima necessità, come pasta, patate e fagioli e il pane era appena sufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione. Nemmeno il vestiario e calzature erano facilmente reperibili; la legna e il carbone erano insufficienti, mentre il petrolio per l’illuminazione era disponibile in piccolissime quantità. La burocrazia del sistema comunista, con uomini tecnicamente inesperti, non era così efficiente da potere in pochi anni rimettere su il porto, distrutto dai Tedeschi, e riattivare il sistema delle industrie, fortemente danneggiate dagli eventi bellici<a href="about:blank#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È possibile che Montagnana e Micich ci parlino della stessa città? Chi mente?</p>
<p style="text-align: justify;">Era la classica <em>disinformatja </em>del Partito Comunista Italiano che veniva veicolata ai militanti, con la speranza di penetrare nel ceto medio, il più esposto alla propaganda della “reazione”, quel ceto che era preoccupato dall’avanzata sovversiva in Italia che si doveva, per forza di cose, “agganciare” in vista delle prossime elezioni generali.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Disinfomatja </em>che veniva attuata sistematicamente e spregiudicatamente, con una ipocrisia che rasentava l’immoralità e la criminalità. Si pensi solo a quanto sostenuto da Velio Spano – storico esponente del PCdI, condannato dal TSDS, fuoriuscito, Direttore insieme a Mario Montagnana de “L’Unità” – durante il comizio di Viterbo del 13 Maggio 1945:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;">L’oratore ha trattato il problema dei prigionieri di guerra, esaltando il comunismo che darà libertà e benessere al popolo. Ha trattato il problema religioso, affermando che il comunismo, contrariamente al cattolicesimo, assicura il benessere materiale. Quanto alla questione di Trieste ha asserito che non è affatto vero che in quella città si uccidano degli Italiani, ma esclusivamente dei fascisti e quindi tali uccisioni devono essere ben accolte dal popolo. Comunque è necessario non provocare la Jugoslavia per evitare una nuova guerra. In merito all’epurazione ha affermato che qui è stato fatto con tutti i cavilli possibili, mentre doveva farsi come al Nord, mettendo i fascisti al muro con processi popolari<a href="about:blank#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era al 13 Maggio 1945 e già vi erano schierati tutti gli elementi della <em>disinformatja </em>comunista, dal negazionismo all’“uccidere un fascista non è reato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole della <em>disinformatja </em>negazionista comunista del 1945-1947 – dall’Estate 1948 le cose cambiarono essendo drammaticamente Tito diventato un nemico del socialismo – sono le stesse che, oggi, la sinistra italiana resuscita nel Giorno del Ricordo, per allontanare l’accusa di essere stata dalla “parte sbagliata” della Storia. Ma non ci si è fermati certamente qui. L’immoralità leninista è un’idra a più teste. La nuova frontiera della decostruzione del Giorno del Ricordo è quella di equiparare le vittime italiane – cioè gli innocenti e gli inermi assassinati in massa dai titini – con le figure di militanti politici slavi (illegittimi belligeranti e terroristi), condannati a morte per le loro azioni sanguinose contro gli Italiani o i soldati delle Regie Forze Armate (legittime belligeranti).</p>
<p style="text-align: justify;">Norma Cossetto? Ebbene, non potendo annichilire una Medaglia d’Oro riconosciuta dalla Repubblica Italiana, affianchiamola ad una partigiana combattente slavo-comunista uccisa dai Tedeschi per le sue azioni contro regolari militari!</p>
<p style="text-align: justify;">La foiba di Basovizza? Ebbene, non potendo evitare l’omaggio ad un Monumento Nazionale, si affianchi ad essa il cippo eretto in ricordo dei nazionalisti-iugoslavisti, condannati a morte dal Regno d’Italia, dopo un regolare processo, per le loro azioni di terrorismo contro gli Italiani in tempo di pace! Un monumento – quello ai nazionalisti-iugoslavisti – che, non a caso, la Soprintendenza, nel Gennaio 2022, sotto il Governo Draghi, ha promosso addirittura alla classe di “interesse culturale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un modo di procedere grottesco – sebbene in linea con la moralità ciellenista – che mette sullo stesso piano vittime e criminali. Ma se davvero si vogliono omaggiare dei criminali nel nome della “fratellanza dei popoli europei” sarebbe molto più corretto affiancare ai criminali slavi, magari quelli germanici, qualche Direttore di un campo di concentramento colpevole di sevizie, qualche Comandante di rappresaglie selvagge, o no? Sai che abbracci! Sai che baci sotto le bandiere arcobaleno! Perché andare a “pescare” a Basovizza? Perché insozzare il ricordo di Norma Cossetto? Troppo facile, troppo comodo. Ciellenista, diremo. Leninista, affermiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si affiancano vittime innocenti ai fuorilegge che pagarono con la vita i loro crimini. Ecco la destrutturazione della sinistra del dramma delle foibe, benedetta anche dalla destra al Governo che mai ha avuto il coraggio di opporre alle menzogne della sinistra la realtà storica di fatto, la dignità nazionale e delle vittime italiane della violenza comunista. Una violenza, quella rossa, che non ha ancora memoria storica ed ogni iniziativa per dedicare ad essa un giorno della memoria è affossata dai Governi imbarazzati a confrontarsi con la Storia. È il silenzio che si trasforma in omertà e questa in commossa complicità in nome di una rinata “fratellanza italo-slava”. È la nuova frontiera dell’antifascismo ciellenista che abbraccia tutti e garantisce l’autoconservazione al potere del sistema, in attesa dell’alternanza democratica, sia chiaro. Un po’ a me, un po’ a te. Tutti saldamente ancorati alle poltrone.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Pietro Cappellari</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><strong>NOTE </strong></p>
<p><a href="about:blank#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cfr. M. Micich, <em>Togliatti, Tito e la Venezia Giulia. La guerra, le foibe, l’esodo 1943-1954</em>, Mursia, Milano 2025; <em>Dalle foibe all’esodo</em>, Gli Speciali di Storia in Rete, n. 8;<em> </em>P.L. Romeo di Colloredo, <em>Controguerriglia: La 2</em><em>a</em><em> Armata italiana e l’occupazione dei Balcani 1941-1943</em>, Soldiershop, 2020; e P.L. Romeo di Colloredo, <em>Confine orientale. Italiani e Slavi sull’Amarissimo dal Risorgimento all’Esodo</em>, Eclettica Edizioni, Massa 2020.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://campomarzio.home.blog/2020/05/25/crimini-partigiani-in-balcania-uscito-lultimo-lavoro-di-pietro-cappellari/"><u><em>Crimini partigiani in Balcania 1941-1943. Documenti della Mostra della Rivoluzione fascista</em></u></a>, Edizioni del Centenario, Roma 2020; P. Cappellari, <a href="https://campomarzio.home.blog/2025/07/20/le-convenzioni-di-nettuno-un-orgoglio-per-la-citta/"><u><em>Le Convezioni di Nettuno. La memoria negata dell’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia (1925-2025)</em></u></a>, Herald Editore, Roma 2025; e P. Cappellari, <em>Se avessero vinto i partigiani. Perché l’Italia non è diventata una Repubblica Popolare</em>, Passaggio al Bosco, Firenze 2026.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. P. Cappellari, <em>La “liberazione nazionale”: l’esempio iugoslavo</em>, in P. Cappellari, <em>Se avessero vinto i partigiani</em>, cit.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Discorso del Maresciallo Tito al II Congresso del Fronte Iugoslavo di Liberazione del Settembre 1947, cit. in <em>Nuove esperienze e nuove vie del movimento socialista</em>,<em> </em>“Rinascita”, a. IV, n. 9, Settembre 1947.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <em>A proposito della “sedicente repubblica sociale italiana”</em>, “L’Ultima Crociata”, a. VI, n. 14, Febbraio 1955.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. P. Cappellari, <a href="https://www.ereticamente.net/jugonegazionisti-giustificazionisti-ignorazionisti-pietro-cappellari/"><u><em>Jugonegazionisti, giustificazionisti, ignorazionisti. Quando la storia è ostaggio della politica e dell’odio</em></u></a>, “L’Ultima Crociata”, a. LXXI, n. 2, Febbraio 2021.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Cfr. M. Montagnana, <em>Viaggio nell’Istria e a Fiume</em>,<em> </em>“Rinascita”, a. IV, n. 9, Settembre 1947.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> “Intorno al 1937, poi, il gruppo TIGR e le altre organizzazioni irredentiste slave cessarono praticamente di esistere con perdita degli appoggi del Governo di Belgrado dopo la stipula del Patto Ciano-Stojadinović”. M. Micich, <em>Fiume, addio! L’epopea fiumana dalla Seconda Guerra Mondiale al grande esodo 1940-1945</em>, Mursia, Milano 2026, pag. 42.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 26 e 146.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 222-223.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 247.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 207 e 212-213.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 213.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 214 e 216.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 229.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> <em>Ivi</em>, pag. 222.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 233-235.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> <em>Ivi</em>, pag. 245.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pagg. 199, 239 e 243.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> <em>Ivi</em>, pag. 237.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 216.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 216-218.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 263.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> <em>Ivi</em>, pag. 264.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> Cit. in <em>Ivi</em>, pag. 261.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> Cfr. <em>Ivi</em>, pag. 240.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> <em>Ivi</em>, pagg. 268-269.</p>
<p><a href="about:blank#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> Relazione settimanale della Regia Questura di Viterbo, datata 14 Maggio 1945, in ASVT (Archivio Privato Silvano Olmi).</p>

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		<title>Installati, rivendicativi e radicati: tre eserciti in guerra &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 10:28:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I risultati delle recenti tornate elettorali in Germania e Svezia, uniti al successo dell’islamo-socialista Zohran Mamdani a New York e ai sommovimenti nell’opinione pubblica di Gran Bretagna, Francia, Spagna, preparano uno scenario di profonda polarizzazione. L’ asse destra-sinistra cede il passo al riposizionamento della società occidentale in tre parti sempre più lontane e incomunicabili. A [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/installati-rivendicativi-e-radicati-tre-eserciti-in-guerra-roberto-pecchioli/">Installati, rivendicativi e radicati: tre eserciti in guerra &#8211; Roberto Pecchioli</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I risultati delle recenti tornate elettorali in Germania e Svezia, uniti al successo dell’islamo-socialista Zohran Mamdani a New York e ai sommovimenti nell’opinione pubblica di Gran Bretagna, Francia, Spagna, preparano uno scenario di profonda polarizzazione. L’ asse destra-sinistra cede il passo al riposizionamento della società occidentale in tre parti sempre più lontane e incomunicabili. A New York e a Berlino, dove l’elettorato metropolitano, composto da popolazioni di ogni origine, prive di tratti comuni, monadi individualiste sradicate, da tempo ha voltato le spalle alle forze identitarie e ai moderati di ogni tendenza, assistiamo alle prove della pericolosa saldatura tra la sinistra radicale e le masse immigrate. A Berlino come nelle <em>banlieues</em> francesi e negli agglomerati urbani britannici avanza l’alleanza apparentemente più innaturale, quella tra l’islamismo, gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza, e un pezzo di sinistra. Il terreno comune sono le politiche abitative delle immense periferie urbane e la rivendicazione dell’assistenzialismo pubblico. Sulla scia di Mamdani la <em>Linke</em> berlinese guidata da una giovane di ascendenza turca che ha tenuto comizi anche nella lingua delle sue origini, ha vinto le elezioni sul tema della casa, con la promessa di espropri contro le società immobiliari che possiedono ben duecentomila alloggi. Pressoché per intero, le comunità immigrate extraeuropee con cittadinanza tedesca hanno votato <em>Linke</em>. Nelle regioni dell’ex DDR – la Germania ancora tedesca- trionfa <em>Alternative fuer Deutschland</em> (Afd) e crollano le forze di sistema, democristiani, socialdemocratici e liberali, in parte i Verdi. In Svezia l’esito elettorale che ha consegnato la vittoria con scarto minimo al variegato arcipelago delle sinistre (in attesa delle indagini su probabili brogli) è stato determinato dalla mobilitazione massiccia dei “nuovi svedesi”, in maggioranza islamici. Anche qui con l’uso delle lingue di origine, oltreché con la propaganda dei capi religiosi. Facile prevedere lo stesso destino in Francia, dove <em>La France Insoumise</em> è diventata il partito di raccolta delle folte comunità di origine nordafricana. Il <em>Rassemblement National</em> di Marine Le Pen è primo tra gli operai, nelle aree rurali e suburbane e tra la popolazione di stirpe francese. In mezzo, in Francia come in Germania, in Gran Bretagna e negli Usa, è forte ma in declino un ceto centrale benestante. Da noi le avvisaglie della nuova polarizzazione si sono viste nelle elezioni comunali di Venezia con le liste bengalesi e nella saldatura tra sinistra radicale e immigrazione islamica a Bologna in occasione della morte di un marocchino cittadino italiano arrestato dalla polizia. Alla divisione destra-sinistra, oltrepassata dal conflitto tra alto e basso, centro e periferia, nativi e immigrati, élite e popolo, si sovrappone il nuovo fenomeno della spaccatura della società in tre tronconi.</p>
<p style="text-align: justify;">Elezione dopo elezione, in Francia, Germania, Svezia e Regno Unito, le urne disegnano il panorama di un&#8217;Europa la cui popolazione è divisa in tre blocchi sociali contrapposti. Possiamo definire il primo gruppo gli “installati” o sistemati, gli agiati, l’<em>establishment,</em> i dipendenti pubblici, i pensionati benestanti, i professionisti legati al carrozzone pubblico, i ceti garantiti che non devono affrontare la competizione liberista né la pressione diretta degli immigrati. Votano in netta prevalenza per i partiti di sistema, di destra, centro e sinistra, che si tratti di Macron, Merz o qualsiasi altro prodotto del blocco sin qui egemone socialdemocratico-popolare-liberale. Il secondo gruppo è i “rivendicativi”, i cittadini di origine straniera e chi vive del vasto mondo dell’assistenza sociale: la forza trainante della nuova sinistra. La terza categoria è i &#8220;radicati&#8221;, o espropriati: gli autoctoni della classe media e bassa impoverita, il cui voto è orientato in modo schiacciante verso i movimenti sovranisti e patriottici.</p>
<p style="text-align: justify;">I contorni di ciascun gruppo e la loro proporzione variano a seconda del paese, della sua storia e delle specificità socioculturali, ma la frattura sta diventando evidente ovunque. Cresce il numero degli “espropriati”, gli sconfitti della globalizzazione, delle nuove tecnologie, sconcertati dal fulmineo mutamento del panorama umano, culturale e valoriale, privati ​​della loro vecchia nazione, della loro identità e della speranza di miglioramento, che danno ali ai partiti che propugnano il ritorno degli Stati nazionali. I dominanti li chiamano con disprezzo populisti e sempre più spesso estremisti: il monopolio delle parole.</p>
<p style="text-align: justify;">In Francia, Marine Le Pen e affini sfiorano il quaranta per cento delle intenzioni di voto. In Germania, il caso di Afd è emblematico: nonostante i virulenti tentativi di criminalizzazione e non poche limitazioni legali, il partito è il primo del paese. Uguale sorte per il <em>Reform Party</em> di Nigel Farage nel Regno Unito. Intanto si assottiglia il numero degli “installati”, la fascia sociale benestante e garantita che rimpiange i prosperi, tranquilli decenni della seconda metà del XX secolo. Nostalgia senza prospettive nell’epoca del debito pubblico, dell’inflazione che rialza la testa, crisi energetica, rischio di guerra, precariato, crollo della spesa sociale. Le opzioni socialdemocratiche, liberali e democristiane perdono slancio, concentrando i consensi dei ceti di riferimento su politici alla Macron, figure che trasmettono un illusorio senso di sicurezza a chi non chiede altro.</p>
<p style="text-align: justify;">L’onda dei rivendicativi, scontenti e risentiti avanza nell’ islamizzazione di molte città europee, offrendo alla vecchia sinistra l&#8217;opportunità di riconquistare potere. I tre gruppi sono praticamente impermeabili. È improbabile che un appartenente alla categoria degli scontenti rivendicativi sostenga un candidato degli installati, ancora meno uno appoggiato dai radicati, i quali, a loro volta, non possono votare chi considerano a ragione nemico esistenziale. In Germania e Svezia i cittadini di stirpe non autoctona hanno votato solo al 4 per cento per candidati identitari. Con distinte sfumature locali, il fenomeno è destinato a ripetersi.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia e Spagna il peso della sinistra diffusa è massimo tra i pensionati, le burocrazie, gli insegnanti e tra i cittadini “originari” che vivono di sussidi e benefici pubblici. Da noi Forza Italia, il centro residuale e parte del PD coincidono negli interessi degli “installati”. Una società frammentata è, entro certi limiti, un fatto fisiologico. Tuttavia, nelle condizioni presenti, le aspettative profonde di ciascuno dei tre gruppi esigono la disfatta o addirittura la scomparsa degli altri. Gli obiettivi dei &#8220;rivendicativi&#8221; risentiti possono essere imposti solo attraverso la distruzione della vecchia comunità nazionale baluardo dei &#8220;radicati&#8221;, la cui sopravvivenza richiede di neutralizzare il campo opposto. Gli &#8220;installati&#8221; contano ancora molto, ma il loro numero declina e non rappresentano altro che il tentativo di mantenere equilibri di potere e strutture al collasso. Perciò è reale la possibilità che diventi inevitabile qualche forma di guerra civile, o meglio intestina, giacché le fazioni contrapposte non hanno nulla in comune. Difficile il compromesso o la conciliazione tra chi desidera preservare il paese com&#8217;era e chi è determinato a trasformarlo in qualcosa di completamente diverso. La questione migratoria è cruciale. La grande divisione dei prossimi anni potrebbe essere tra immigrazione e remigrazione. Se prevarrà la prima, i &#8220;rivendicativi&#8221; avranno raggiunto il loro scopo e costruiranno un nuovo potere, compresa una propria casta di “installati”. Se prevarrà la remigrazione, si affermeranno i radicati. In entrambi i casi, il processo sarà traumatico.</p>
<p style="text-align: justify;">Simile è la riflessione di chi si cela dietro lo pseudonimo proustiano di Boni Castellane. Gli argomenti economici- pur importanti per costruire consenso- cedono il passo alla struttura immigrazionista, architrave dei “rivendicativi “. La sinistra radicale sembra aver trovato la mappa concettuale perduta dopo la catastrofe del 1989. Oltre a rappresentare le minoranze etniche e sessuali, prova ad allearsi con l’islamismo. Questo, in attesa di fondare partiti religiosi o etno –religiosi, colonizza abilmente movimenti come la <em>France Insoumise</em>, il <em>Labour</em> inglese o lo spagnolo <em>Podemos</em>, fornendo voti e quadri dirigenti. L’alleanza sembra fruttuosa, ma finirà per spaccare la sinistra tradizionale, in cui è molto consistente l’apporto degli Installati per reddito, interessi e moderatismo riformista. Ciò è già evidente nelle dinamiche del partito democratico americano.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altra deflagrazione riguarda la scissione culturale tra metropoli e aree suburbane, periferiche e rurali. Castellane osserva che la metropoli è il “luogo di nascita della postsocietà, intesa come agglomerato di comunità etniche, consumismo come impianto di vita, dinamiche culturali e servizi distinti per ogni nicchia culturale metropolitana. “Tra luoghi diventati spazi disumani senza destino comune, e il resto dei territori il conflitto è inevitabile. Vedremo se la rivoluzione tecnologica e la crescente penalizzazione politica, culturale ed economica delle aree non metropolitane susciterà la reazione dei radicati sottoposti ad attacco e quale sarà la posizione degli “installati”.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>La progressiva desacralizzazione della vita &#8211; Riccardo Sampaolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 10:09:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Partito radicale]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Sampaolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Venerdì 11/09 è morta Emma Bonino, e una morte va sempre ricordata con rispetto, tuttavia il giudizio politico è qualcosa di diverso, e in questo caso è pesantemente negativo; per chiunque abbia nostalgia (e non solo) dell&#8217; Italia comunitaria, cattolica e prepannelliana, le battaglie boniniane degli anni Settanta vanno fondamentalmente viste  come strumenti, volti a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Venerdì 11/09 è morta Emma Bonino, e una morte va sempre ricordata con rispetto, tuttavia il giudizio politico è qualcosa di diverso, e in questo caso è pesantemente negativo; per chiunque abbia nostalgia (e non solo) dell&#8217; Italia comunitaria, cattolica e prepannelliana, le battaglie boniniane degli anni Settanta vanno fondamentalmente viste  come strumenti, volti a disarticolare e dissolvere un tessuto sociale, quale quello italiano, già messo a dura prova dagli effetti deleteri dell&#8217;urbanesimo e della secolarizzazione, facendo abbracciare al popolo italiano la funesta e illusoria traiettoria della progressiva desacralizzazione della vita, attraverso la proposta di legislazioni che vanno dall&#8217; aborto all&#8217;eutanasia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Partito Radicale, che nasce da una scissione a sinistra del Partito Liberale, ha prevalentemente ingaggiato battaglie tese a liberare il singolo dai legami comunitari, ponendolo però “nudo di fronte alla Legge”, e rischiando proprio in questo modo di aumentarne l&#8217;isolamento e in un certo senso aggravandone anche il grado di disperazione. Nel momento in cui l&#8217; aiuto può venire solamente dalla freddezza della Legge e dello Stato il rischio di aprirsi a scenari sempre più normativi e sempre meno umani è più che mai fondato, ed è proprio quello che sta avvenendo. Altro aspetto decisamente preoccupante è che nonostante il Partito Radicale prima e +Europa poi siano sempre state forze dal consenso elettorale modesto, le loro battaglie abbiano quasi sempre ottenuto un grande successo, in quanto frequentemente spalleggiate, sia dai più importanti partiti della sinistra, sia da una destra liberale desiderosa di essere al passo dei tempi; l&#8217; apertura, recentemente operata da alcuni settori non marginali della Lega in Veneto, riguardo alcuni aspetti sul fine vita, la dice lunga sulla pericolosissima capacità penetrativa dei “valori radicalpannelliani” non solo nelle aree politicamente adiacenti, ma anche su quelle meno prossime. In definitiva si può agevolmente sostenere che nell&#8217; Italia contemporanea il radicalpannellismo costituisca il nucleo centrale e solido del pensierounicismo, e questa è tutt’altro che una buona notizia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riccardo Sampaolo</p>

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		<title>Casellario altrui – Lorenzo Merlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 04:57:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Autoreferenzialità della realtà. Come bimbi felici che danno forma al loro castello di sabbia, così noi costruiamo, ugualmente rapiti dalle nostre visioni, la nostra realtà, ugualmente autoreferenziale al gioco sulla battigia. Realtà che ci appare forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta. Una sorta di giubbotto antiproiettile cognitivo che inconsapevolmente indossiamo ogni volta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Autoreferenzialità della realtà.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Come bimbi felici che danno forma al loro castello di sabbia, così noi costruiamo, ugualmente rapiti dalle nostre visioni, la nostra realtà, ugualmente autoreferenziale al gioco sulla battigia.</p>
<p style="text-align: justify;">Realtà che ci appare forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta. Una sorta di giubbotto antiproiettile cognitivo che inconsapevolmente indossiamo ogni volta che ci troviamo in stato di veglia. Vale per chi procede spavaldo, ma anche per le psicologie affaticate dalla pena dell’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Se servisse un campione a sostegno dell’idea che “la mappa non è il territorio” (Alfred Korzybski, 1879-1950. Concetto ripreso e reso più noto da Gregory Bateson, 1904-1980), il castello di sabbia svolgerebbe egregiamente la funzione. Concetto sostanzialmente sovrapponibile a quello del mito della caverna di Platone (428/7-348/7 a.c.).</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante l’enorme valore pedagogico contenuto nella formula del pensatore e matematico polacco, niente di questo è presente nella cultura che respiriamo. Tracce e coltivazioni sono limitate entro alcuni settori, tra cui quello terapeutico, psicomotorio, esistenziale evolutivo, psico-neuro-endocrino-immunologico, programmazione neuro-linguistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra l’altro, si tratta di settori che, invece di farsi portabandiera politica di quell’enorme valore formativo e relazionale, se ne stanno nel loro cantuccio come ragni sulla tela in attesa del paziente-preda. Ruolo che le persone non rivestirebbero se cresciute con la consapevolezza che la mappa non è il territorio, ovvero che la loro realtà è arbitraria al pari di quella altrui e che difenderla fino a morire o a dare la morte corrisponde con precisione al carburante necessario a mantenere e mantenersi nella realtà conflittuale, cioè nella dimensione in cui il conflitto di ogni schiatta è legittimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non possiamo consumare l’esistenza senza un’identità forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta e il relativo senso delle cose, possiamo però sfruttare le occasioni disseminate su tutti i sentieri della vita, per passare da uno stato profondo di affermazione di noi stessi, della nostra importanza personale, ad uno di ascolto, in cui tralasciarci, per scoprire l’universo presente dietro le quinte delle mappe altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche questo passaggio è precluso dalla cultura che inneggia alla competitività in cui conta solo emergere. La medesima cultura che agevola l’afflizione nelle vite di chi resta sotto a fare da tappeto a quelli il cui castello di sabbia non è ancora crollato sotto l’onda delle burrasche della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Scambiare la mappa per il territorio corrisponde a muoversi sulla mappa credendo sia il territorio, tanto che la mappa autoreferenziale assume inconsapevolmente in noi lo stato di territorio. Una sorta di rimpiattino dovuto all’inconsapevolezza, dalle latenti sorprese per lo più in forma di scontro frontale, con degenze più o meno lunghe, ammesso d’essere sopravvissuti. Un’inconsapevolezza che, da un lato riguarda le necessità del proprio sostentamento e dall’altro cosa tali necessità comportano a noi e al prossimo se e quando vengono affermate secondo le modalità del maglio sull’acciaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Se, con parole gentili si può dire che <em>fraintendere</em> mappa e territorio significa tenere accesa la miccia di una bomba a orologeria di cui siamo ignari, si può traslare la confusione nella figura del casellario. Un insieme di scomparti creati alla bisogna – senza necessità di razionalizzazione – quali contrafforti per sostenere il nostro fragile castello.</p>
<p style="text-align: justify;">Casella dopo casella componiamo con ordine cartesiano i criteri della vita. Un ordine che, non di rado, visto dal prossimo, ci appare come un rebus troppo difficile per accedere alla conoscenza dell’altro, del suo universo, delle sue coordinate di lunga e breve frequenza. È quest’ultimo un epilogo che non aggiunge né toglie niente a quanto già appena detto, fatto salvo per coloro che, per una volta, invece di utilizzare il proprio casellario di sabbia, vomitatore di giudizi e interpretazioni lontane dal significato originario di queste righe, si fermino un istante e provino a vedere come la propria mappa o interpretazione del mondo non fosse che un fragile castello di sabbia. Che cessino di vedere la verità nel proprio casellario e scoprano in che termini è presente anche in quello altrui. E anche che la realtà, che si impegnavano a descrivere più minuziosamente possibile, di fatto non c’è, almeno finché non ci siamo noi, e il nostro casellario, a descriverla.</p>
<p style="text-align: justify;">“<strong>Non esiste esperienza oggettiva</strong></p>
<p style="text-align: justify;">[&#8230;]</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza del mondo esterno è sempre mediata da specifici organi di senso e da specifici canali neurali. In questa misura, gli oggetti sono mie creazioni e l&#8217;esperienza che ho di essi è soggettiva, non oggettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, non è banale osservare che pochissimi, almeno nella <a href="https://www.riflessioni.it/enciclopedia/cultura-civilta.htm">cultura</a> occidentale, dubitano dell&#8217;oggettività di dati sensoriali come il dolore o delle proprie immagini visive del mondo esterno. La nostra civiltà è profondamente basata su questa illusione”.</p>
<p style="text-align: justify;">di lorenzo merlo ekarrrt – 050926</p>
<p style="text-align: justify;">Gregory Bateson, <em>Mente e natura</em>, 1991, Milano, Adelphi, p. 49.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Che cosa nascondono le invasioni barbariche &#8211; Juan Manuel de Prada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 14:02:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;invasione barbarica di Ceuta ci ha mostrato scene tipiche di guerriglia urbana che fino ad ora avevamo visto solo in occasione di rivolte nelle periferie parigine: auto incendiate, ripetuti attacchi contro soldati e poliziotti, assalti ai mezzi pubblici, abusi sessuali e così via. Non sfugge a nessuno (o solo a coloro che vivono rinchiusi in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;invasione barbarica di Ceuta ci ha mostrato scene tipiche di guerriglia urbana che fino ad ora avevamo visto solo in occasione di rivolte nelle periferie parigine: auto incendiate, ripetuti attacchi contro soldati e poliziotti, assalti ai mezzi pubblici, abusi sessuali e così via. Non sfugge a nessuno (o solo a coloro che vivono rinchiusi in quelle polverose gabbie di pensiero chiamate ideologie), che non si tratta comportamenti propri di persone che vengono a guadagnarsi da vivere in un altro paese, nemmeno nelle situazioni disperate in cui chiunque può commettere un crimine per puro istinto di sopravvivenza, o per proteggere i propri cari, alla maniera di Jean Valjean. Le ondate di delinquenza che si sono diffuse a Ceuta non hanno nulla a che vedere con la disperata criminalità a cui alludiamo; sono azioni programmate secondo una strategia di conquista territoriale e di espulsione delle popolazioni autoctone, una strategia già utilizzata – con ottimi risultati – in diversi paesi europei, soprattutto in Francia.</p>
<p style="text-align: justify;"> Questa strategia si può riassumere molto concisamente: dalla periferia di una città si creano zone senza legge, o, come direbbe Michel Foucault, &#8220;eterotopie&#8221; che operano al di fuori delle norme sociali e diventano inabitabili; poi il territorio si espande gradualmente, come una macchia d’olio. Questo è accaduto ripetutamente in Francia, dove le popolazioni musulmane colonizzano un quartiere e organizzano bande specializzate nella guerriglia urbana, introducendo varie forme di intimidazione civile, più o meno subdole o sfacciate, che i &#8220;<em>petits blancs</em>&#8221; (i bianchi poveri residenti) non osano nemmeno denunciare, per paura di ritorsioni, finendo per emigrare in altri quartieri o città. Lo sfratto degli abitanti è prima o poi seguito dal collasso della polizia, poiché pattugliare queste zone senza legge richiede di assumere rischi aggiuntivi e molto costosi, anche perché le autorità costringono la polizia ad adottare metodi blandi, irenisti, esattamente come accade a Ceuta.</p>
<p style="text-align: justify;"> Non dobbiamo confondere queste &#8220;zone senza legge&#8221; con i ghetti, dove vivono confinate popolazioni che subiscono l’emarginazione. Gli abitanti delle zone senza legge non sono né confinati né emarginati; al contrario, hanno conquistato il territorio che abitano, creando – attraverso la violenza palese o occulta – un proprio spazio autonomo, espellendo coloro che vi risiedevano in precedenza. E, naturalmente, in queste eterotopie senza legge generate da invasioni barbariche, non esiste l&#8217;immaginario meticciato (mescolanza razziale e culturale) che ha ispirato tante narrazioni mitiche del progressismo benpensante. Inizialmente, può esserci una parvenza o una pantomima di meticciato, con la colorata esibizione di tamburi e ciaramelle; ma si tratta di una risorsa cui si ricorre per astuzia, presto sostituita da comportamenti ben più dissuasivi una volta assicurato il dominio. Questa strategia, ricorrente in Francia, è la stessa che si intende attuare a Ceuta, in forma ancora più aspra e brutale. Naturalmente, coloro che a suo tempo la denunciarono in Francia – quasi sempre le classi lavoratrici che ne subirono le conseguenze – furono accusati di esagerazione e sensazionalismo, di alimentare fantasmi e paranoie razziste. Esattamente lo stesso argomento usato da Grande Marlaska, ministro spagnolo degli Interni, quando descrive le lamentele degli abitanti di Ceuta come &#8220;sensazioni &#8221; e &#8220;insicurezze soggettive&#8221;. Le élite intellettuali francesi – che, come quelle spagnole, vivono in quartieri benestanti – hanno abbandonato al loro destino i &#8220;<em>petits blancs</em>&#8221; che subirono le invasioni, predicando le virtù del &#8220;meticciato sociale&#8221; e girando intorno al problema con inutili e retoriche &#8220;politiche di inserimento&#8221;, nella speranza che presto il crescente numero di invasori assicuri il trionfo elettorale del progressismo sotto varie maschere, moderate o radicali a seconda delle circostanze. Questo è accaduto ripetutamente in Francia e in molti altri paesi europei, dove la parte della popolazione che subisce invasioni barbariche non è più in grado di formare maggioranze contro le alleanze che il progressismo moderato e radicale stringe con gli invasori. Queste alleanze, a loro volta, generano la fioritura di partiti che si nutrono di paura e rabbia, tentando grottescamente di contrastare la colonizzazione invasiva con il vuoto di civiltà che ne è stata la causa primaria. Dobbiamo innanzitutto riconoscere, se non vogliamo rinunciare all&#8217;onestà intellettuale, che l&#8217;integrazione di popolazioni appartenenti a civiltà diverse è intrinsecamente impossibile; e dobbiamo anche ricordare che le civiltà le fondano le religioni e scompaiono quando declina religione che le fondò. Non esiste una civiltà laicista, né democratica, né repubblicana, né costituzionalista, né altre sciocchezze simili; dove manca la religione, c&#8217;è solo un vuoto di civiltà, che viene inevitabilmente colmato da un&#8217;altra civiltà, quella degli invasori. Coloro che arrivano a colmare quel vuoto non fanno altro che eseguire un disegno (chiamiamolo così); ben più maligna è la posizione assunta da quelle élite – provenienti ovviamente da classi sociali preservate dal contatto con le invasioni barbariche – che negano la realtà e continuano a tessere le lodi delle ondate migratorie e ad applaudire le regolarizzazioni di massa, lanciando anatemi contro chi denuncia questa nuova forma di suicidio collettivo. Mi sono spesso interrogato sul motivo del loro tradimento e della loro follia. Non mi sfugge che quasi tutti sono generosamente foraggiati da organizzazioni a loro volta finanziate dal globalismo e corrotte dal progressismo egemonico con una moltitudine di prebende e privilegi. Ma la loro abiezione cela un&#8217;altra ragione, più oscura e segreta, che non può essere spiegata come ingenua difesa dei cosiddetti diritti umani, né come sottomissione al politicamente corretto, né come perversione masochistica dei sentimenti, né come filantropia allucinata, né tantomeno come fatalismo di impulsi autodistruttivi. Tutti questi ingredienti – e anche la pura imbecillità – si agitano mescolati nel pentolone dell&#8217;abiezione in cui queste élite bevono; ma c&#8217;è un altro ingrediente che funge da emulsionante per tutti loro. Nel cuore di quell&#8217;abiezione, a spiegarne le viscere più profonde, si cela l&#8217;odio per la religione che ha fondato la nostra civiltà. Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni questione politica si nasconde sempre un problema teologico. ( <em>www.kontrainfo.com</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Maghi sotto copertura – Lorenzo Merlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 04:58:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proprio sotto il naso e non vederlo. Escursione su sentieri poco battuti che portano a riconoscerne il perché.   La visione o la vita Senza una visione da descrivere, la tela resta bianca e anche il foglio. E così il discorso resta muto, la scelta, l’atto, l’azione non avvengono. Al loro posto, l’assenza di iniziativa, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/maghi-sotto-copertura/">Maghi sotto copertura – Lorenzo Merlo</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Proprio sotto il naso e non vederlo. Escursione su sentieri poco battuti che portano a riconoscerne il perché.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La visione o la vita</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Senza una visione da descrivere, la tela resta bianca e anche il foglio. E così il discorso resta muto, la scelta, l’atto, l’azione non avvengono. Al loro posto, l’assenza di iniziativa, l’inconcludenza, la noia, la depressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cosiddetto senso delle cose è il latte materno di un’esistenza percepita come nostra; è l’antidoto all’alienazione. Malfattori o santi non fa differenza, ne cercano la mammella e lo succhiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercare, con avidità occulta, il senso delle cose è il corpo della condizione esistenziale duale e positiva. Una dimensione che ci sospinge, senza incertezza alcuna, verso una descrizione del mondo concepita come oggettiva, coerente con il nostro senso delle cose e quindi accettata, o incoerente, e quindi scartata. Accettazione e rifiuto che corrispondono al nostro insindacabile giudizio, predilezione o condanna; che, rispettosi della morale che ci affardella, corrispondono perciò al bene e al male <em>de noantri</em>, fatto in casa, autoreferenziale fino al midollo anche se mimetizzato nella consuetudine del così fan tutti. Significa che ci si muove nell’esistenza, come se la realtà fosse un museo che stiamo visitando con assoluto diritto di giudizio. carico di diritto di vita e di morte, delle opere esposte. Allontanarsi, emanciparsi dall’idea dell’oggettività, cioè che il mondo è fuori da noi, non riguarda tutti e spaventa molti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il semino</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, senza incertezza alcuna, avanziamo petto in fuori pronunciando affermazioni varie sempre sensate per noi, sempre – “incomprensibilmente”, diciamo a noi stessi – insensate per altri. Una conclusione nota a tutti, alla quale, secondo circostanza, si resta stupiti, allibiti, basiti, adirati, eccetera, quale conseguenza dell’inconsapevolezza del potere magico di cui disponiamo, che conforma a noi la realtà e le sue verità, che impone una descrizione a noi coerente, sempre opposta a quella di altri visitatori del museo, che girovaga tra le sale con la mappa di altra coerenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Come seme pronto a schiudersi in ogni persona, la consapevolezza di tale magia e relativo potere giace sotto strati di morali, di dati, di saperi, di superstizioni scientifiche. Bagaglio appresso che impedisce la conoscenza del sentire, energetica, sottile. Che impedisce la visione energetica delle dinamiche che popolano e animano la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il visitatore del museo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una stratificazione consistente, non demolibile a suon di argomentazioni logico-razionali, nient’altro che inadeguati colpi con un piccone di gomma contro la più resistente delle materie, l’identità risiedente nelle nostre affermazioni. Tuttavia, quando – apparentemente – avviene che dette argomentazioni sbriciolino il plinto sul quale appoggiamo la nostra esistenza, si avvia dipendenza da quale dottrina, ideologia, religione e guru, e non evoluzione e autonomia, scoperta della propria magia e di come impiegarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Concentrati sull’accumulo di dati e sulla celebrazione di competenze tecniche, quest’ultimo aspetto, corrisponde a una ciarlatanata, della quale è opportuno non solo non occuparsi, ma bandirla, censurarla. Così ci dice veementemente il visitatore ordinario del museo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nessuna una per tutti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Più che sfaldabile, il pesante spessore della falsa conoscenza e del falso progresso è saltabile&#8230; a piedi pari, sempre a mezzo di una magia. Falsa conoscenza in quanto soltanto tecnica e soltanto valida entro il campo che l’ha generata, falso progresso in quanto non comporta alcuna consapevolezza della propria magia – o potere creativo o assunzione id responsabilità di tutto – e trattiene nel malessere del proprio giudizio.</p>
<p style="text-align: justify;">La natura pesante e solida della massa opprimente perdura solo e soltanto entro la dimensione oggettiva e materiale della realtà-museo, regno della quantità, del positivo, della misurazione e della pedestre dimostrazione, quest’ultima concepita quale suprema garanzia di verità assoluta. Se la dimostrazione è funzionale in campo chiuso o tecnico, è riduttiva e fuorviante in campo aperto/umanistico.</p>
<p style="text-align: justify;">È a mezzo di consapevolezze varie che riconosciamo nel museo le proiezioni di noi stessi, che prendiamo coscienza della osservato-osservatore. Consapevolezze dall’innesco imprevedibile, serendipidico, per ognuno diverso, non massificabili in una formula né in una dialettica razionale. Non è per questo che possiamo leggere tra le parole del nostro bambino o del nostro amico la storpiatura, a loro coerente, dei fatti presenti nella loro narrazione?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ah ah</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come fare per saltare a piedi pari il cavolo o il macigno culturale sotto il quale siamo nati? La domanda pare legittima e volenterosa, ma non lo è. Il <em>come fare</em> non esiste neppure nel giardino del re delle latenti consapevolezze. Le dinamiche che conducono ad una presa di coscienza non hanno natura meccanica, quindi massiva, addestrativa. Anche se i figli di questa cultura si comportano come se credessero il contrario, le persone non sono uniformi nelle loro reazioni, narrazioni, sentimenti. Ad ognuna serve una precisa emozione che non può essere pianificabile, identificabile, provocabile, confezionabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’emozione, come e più di un fulmine, percorre linee che ridono dell’eloquenza razionale a cavallo della quale avevamo scoccato i nostri migliori e lineari argomenti, convinti che avrebbero cambiato le persone. Anche, soprattutto e nonostante le formule meccanicistiche – <em>devi, bisogna, ti dimostro, è chiaro che&#8230;, eccetera</em> – che di frequente si trovano nei discorsi e nei libri, che vorrebbero spiegarci (ah ah) cosa fare per evolvere verso la saggezza, verso il benessere, verso il sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante lo spadroneggiamento di razionalisti e scientisti, che sanno dire tutto della materia, della materia e della superficie e niente della poesia, il tappeto volante del razionale può trasportare un potere il cui valore è simile a un fiato nella burrasca dell’infinito. Affidarcisi è sfacciataggine babelesca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Foglia nella corrente</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In merito all’emozione o colpo di fulmine, quale brillamento di consapevolezza e levitazione, conseguente alla demolizione del macigno culturale, che pensavamo contenesse tutta la realtà e tutta la verità, va fatto cenno all’accredito, quale condicio sine qua non dell’uscita dal cerchio autarchico nel quale ci eravamo rinchiusi ricchi e vanitosi per i nostri sussidiari di medicina, di filosofia, di economia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando famelici si seguono le dottrine di guru e santoni d’ogni schiatta, la demolizione tarda o non avviene. Ciò, a causa del contesto comando-dipendenza in cui si sviluppa la relazione tenuta unita da un guinzaglio: dove va il padrone, va l’animale. Il primo carattere che ci convince della bontà del nostro fare è l’accredito nei confronti di chi promuove quel fare. Anelare a possedere una borsa di Gucci richiede un inconsapevole accredito del presunto valore di ritorno che investirebbe chi la possiede. Ciò che avviene entro il circolo magico dell’accredito è identico a quello del bimbo che, con “l’ha detto la mia mamma” prende posizione nel momento in cui pronuncia la formula, di fatto, magica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Uscita”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Senza cambiare una virgola, quanto detto finora, è anche ciò che avviene quando ci si libera da una dipendenza, siano le sigarette, sia una relazione penosa, eccetera, financo nei confronti di una malattia. Se questa corrisponde spesso alla somatizzazione fisica e psicologica, cioè generata dall’inconsapevolezza di essere semplici terminali della vita e corpo unico con la natura, appesantita dalla presunzione di credersi individui con diritto di autonomia e verità e arricchita da una immancabile spruzzata di prezzemolo vittimistico, possiamo rompere il cerchio o uscire dal museo entro cui ci eravamo rinchiusi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre il cerchio si assiste alla <em>reificazione</em> della realtà imposta da ogni nostro sguardo, osservazione, emozione. Come se da un iperuranio nel quale tutto è già presente, ognuno cogliesse senza avvedersene quanto serve per, un istante dopo, poterne affermare la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dottorino</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un processo che avviene costantemente e che da un secolo, con l’avvento della fisica quantistica e, in particolare, con la filosofia che ne consegue, ha anche una forma accettabile o accreditabile, da una piccola parte della cultura razionale.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui che il cambio di emozione non è più distinguibile dal salto da un campo quantico ad un altro. Campi o emozioni entro i quali esiste una ed una sola realtà, quella che descriviamo. Ce lo avevano detto Jung, Watzlawick, Wittgenstein, Von Foerster, Von Glasersfeld, Maturana, Varela, Feyeraeand, Bateson, Foucault, Watts e certamente altri, nonché tutte le tradizioni sapienziali della terra, ma non è bastato se non a chi, per qualche motivo, è stato colpito dal fulmine che, invece di annientarlo, gli ha bruciato il recinto dove brucava la solita cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la magia era malamente e inappropriatamente maltrattata dai razionalisti, dai materialisti, dai meccanicisti, dagli scientisti, ora, forse ma forse, emozione permettendo essa da perseguibile superstizione potrebbe passare a consapevolezza e potere in mano a tutti noi, ignari maghi sotto copertura, utile a gestire le relazioni, indispensabile alla guarigione e al benessere, ben più di quanto possa un dottorino da sotto il suo macigno.</p>
<p>di lorenzo merlo ekarrrt – 270826</p>

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		<title>Tastare il polso, quinta parte – Fabio Calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 04:49:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Calabrese]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In tutta sincerità, non era mia intenzione dare a questi articoli la forma di una serie, e devo dire la verità, i più recenti avvenimenti politici mi procurano più fastidio che altro, rispetto ai quali, occuparmi delle tematiche storiche e archeologiche che occupano la maggior parte del mio spazio settimanale su queste pagine, è una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In tutta sincerità, non era mia intenzione dare a questi articoli la forma di una serie, e devo dire la verità, i più recenti avvenimenti politici mi procurano più fastidio che altro, rispetto ai quali, occuparmi delle tematiche storiche e archeologiche che occupano la maggior parte del mio spazio settimanale su queste pagine, è una sorta di sollievo, e soprattutto non pensavo di tornare a occuparmene relativamente presto, dopo la quarta parte pubblicata su “Ereticamente” il 17 agosto, ma bisognerà pur tornare a tastare il polso di questo mondo malato, di questa Europa malata, di questa Italia malata in cui la febbre sembra essere risalita repentinamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Come vi ho fatto notare la volta scorsa, la situazione internazionale sembra essere in un certo senso tornata a quella precedente gli anni &#8217;90 dello scorso secolo, con un&#8217;atmosfera di confronto globale tra due blocchi di potenze che non può scoppiare per le ovvie conseguenze di una guerra nucleare, punteggiata da aree di conflitto localizzate che sembrano protrarsi indefinitamente. Queste ultime continuano a essere, naturalmente, l&#8217;Ucraina e il Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la cosa più notevole da registrare a questo riguardo sono le recenti sparate di Donald Trump circa il fatto che sia la Russia sia l&#8217;Iran sarebbero stati sostanzialmente sconfitti, anche se è dubbio che esse rappresentino effettivamente il suo pensiero o non piuttosto l&#8217;esigenza di riguadagnare la popolarità vistosamente in calo presso l&#8217;elettorato americano nella prospettiva delle elezioni di medio termine che si avvicinano.</p>
<p style="text-align: justify;">Sostenere ciò significa aver dimenticato o ignorare di proposito le lezioni impartite dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra del Vietnam. I bombardamenti con missili e droni possono produrre danni considerevoli, ma non possono essere risolutivi. Per sconfiggere un avversario determinato, bisogna invaderne il territorio. Questo comporterebbe un prezzo che nel caso dell&#8217;Iran, e meno che meno in quello della Russia, nessuno in America, né nel resto del mondo occidentale è disposto a pagare, e rimane dunque una situazione di sanguinoso stallo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Donald Trump fu rieletto alla presidenza degli Stati Uniti, e non vorrei sbagliarmi ma credo che abbia stabilito una specie di record, come primo presidente a ottenere un secondo mandato non consecutivo, misi su Facebook un post nel quale invitavo a smorzare gli entusiasmi. Poteva farci piacere, dicevo, l&#8217;ondata di rabbia che ciò aveva provocato nei sinistri nostrani, soprattutto perché, in barba ai sondaggi, aveva battuto di brutto Kamala Harris, candidata “colorata” e perciò stesso diventata di colpo beniamina del sinistrume nostrano, ma non dovevamo dimenticare che quell&#8217;uomo è pur sempre un presidente USA e soprattutto uno yankee con tutti i limiti di rigidità della mentalità yankee, soprattutto la convinzione di poter risolvere qualsiasi problema usando “un grosso bastone”, come diceva Theodore Roosvelt.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può non cogliere con una certa ironia il fatto che proprio poco tempo fa è ricorso il venticinquennale dell&#8217;attentato della <em>Twin Towers</em>, scandito da commemorazioni negli USA e da un piagnisteo servile e prezzolato sui nostri media, e al riguardo non posso che dirvi che a mio parere questo evento è stato ben lungi dall&#8217;essere drammaticamente epocale. Semplicemente, agli USA è toccato assaggiare un po&#8217; della medicina che da ottant&#8217;anni, dalla seconda guerra mondiale in poi, somministrano al mondo intero, bombardando qua e là con supremo disprezzo della sovranità e delle vite altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello europeo ha destato scalpore e (finta) preoccupazione l&#8217;affermazione, peraltro non eclatante, in Germania, alle elezioni regionali del Land di Sassonia-Anhalt, per di più di dimensioni modeste e poco popoloso, del partito “di estrema destra” AfD.</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà dei fatti non è difficile da intuire. La sinistra non solo italiana, ma europea, dopo il crollo dell&#8217;Unione Sovietica si è ridisegnata a imitazione dei Dem americani, ha abbandonato a sé stesse le classi lavoratrici per abbracciare quelle di gay e migranti. Il lavoratore che perde il lavoro, o sa che il suo salario rimarrà basso ai limiti della sopravvivenza perché gli immigrati costituiscono una riserva di braccia a basso costo, che avrà sempre più difficoltà a trovare casa o l&#8217;asilo per i figli piccoli, che è costretto a vivere in condizioni di sempre maggiore insicurezza in quartieri degradati, sa o se ne renderà sempre meglio conto, che “a sinistra” non troverà nessuna comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il crescente “spostamento a destra” di fasce sempre più consistenti dell&#8217;elettorato, non è che l&#8217;ovvia e naturale conseguenza di ciò.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco allora la sinistra confondere deliberatamente quello che potrebbe essere un abbozzo di soluzione con il problema, gridare “al lupo” per un risultato elettorale come quello della Sassonia-Anhalt, evocare lo spettro di un fascismo morto da ottant&#8217;anni. Verosimilmente, la sinistra di tutta Europa non aspettava altro che un esito come questo per ingannare una volta di più il popolino bue.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai vaneggiamenti della sinistra, alla caccia di fantasmi immaginari, si uniscono le Chiese cristiane la cui azione politica è ormai del tutto indistinguibile da quella della sinistra stessa. Prontamente, i vescovi hanno dichiarato che “l&#8217;AfD è incompatibile con i principi cristiani”. Al che si potrebbe tranquillamente rispondere che se questa religione  che da due secoli, per fortuna, non ha fatto altro che perdere terreno, è incompatibile con la sopravvivenza dei popoli europei dal marasma multietnico, è ora di rispedirla con pacco celere nel Medio Oriente da cui è originaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, a un esame più attento, si vede che molte cose non tornano. Prima di tutto, il programma di AfD non si potrebbe certo definire “di estrema destra” e tanto meno “fascista”, è in sostanza un liberismo puro che vorrebbe ridurre al minimo i poteri dello stato. E non parliamo della politica estera marcatamente filo-sionista.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa leader della AfD è un personaggio assai poco credibile, una lesbica “sposata” con una extracomunitaria, che vive in Svizzera e lì paga le tasse, non allo stato tedesco. Viene il sospetto che qualcuno l&#8217;abbia arruolata per organizzare un partito “di estrema destra” prima che lo facesse qualcun altro maggiormente credibile in quel ruolo e quindi capace di attirare maggiori consensi.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo ora, finalmente, alle vicende italiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Di Battista, noto esponente del Movimento Cinque Stelle è stato colto da un malore mentre si trovava in vacanza a Cuba.</p>
<p style="text-align: justify;">Più che questo fatto in sé, è interessante vedere il commento apparso sui social di un leone (di Giuda) da tastiera che gli ha augurato “Crepa, nazistello!”</p>
<p style="text-align: justify;">A parte il fatto che augurare la morte a qualcuno, sia pure un avversario politico, è sempre un gesto volgare che squalifica chi lo compie, noi vediamo all&#8217;opera lo stesso meccanismo di menzogna e disinformazione che ormai hanno fatto pecorescamente proprio sia parte della sinistra che della destra. Ti indigni per le atrocità commesse dagli Israeliani a Gaza e per il trattamento infame riservato al popolo palestinese, cosa del tutto naturale se possiedi un poco di umanità, allora sei un nazista.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro fatto di cronaca ha recentemente sconvolto l&#8217;opinione pubblica italiana: un extracomunitario reo di aver molestato una donna e una bambina di tredici anni, arrestato dalle forze dell&#8217;ordine, ha trovato la consueta toga rossa che l&#8217;ha subito rimesso in libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi capiamo bene il danno che fanno questi magistrati di sinistra, vanificando quotidianamente il lavoro di prevenzione dei crimini delle forze dell&#8217;ordine e instillando negli immigrati la non infondata convinzione che l&#8217;Italia è un Paese dove possono fare quello che vogliono, che le leggi, se ci sono riguardano solo gli Italiani nativi, che sarà chi si difende, o il poliziotto che cerca di fare il proprio dovere, a essere severamente punito.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, dobbiamo fare lo sforzo di capire che la radice del problema è più a monte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella maggior parte delle costituzioni degli stati moderni vige il principio del bilanciamento dei poteri, <em>The Balancement of Powers </em>enunciato dal filosofo John Locke già nel XVIII secolo. I poteri dello stato, legislativo, esecutivo e giudiziario devono limitarsi e controllarsi a vicenda in modo da impedire che uno di essi possa diventare tirannico.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo principio basilare è <u>violato</u> dalla “nostra” costituzione che assegna al potere giudiziario, cioè alla magistratura un potere illimitato e privo di ogni forma di controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">In poche parole, le toghe rosse possono fare quello che vogliono fregandosene degli altri poteri dello stato e anche dell&#8217;opinione pubblica perché LA COSTITUZIONE glielo concede.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il discorso e il problema non finiscono qui. Vi invito tutti quanti a riflettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Siete soddisfatti del fatto che i nostri politici ci abbiano infilati nella UE e nell&#8217;eurozona senza consultarci e quasi senza dircelo? La rinuncia alla moneta nazionale ha dimezzato di colpo il nostro potere di acquisto e favorito la svendita all&#8217;estero delle storiche aziende nazionali, dalla Richard Ginori alla FIAT.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiate che ciò è stato possibile perché LA COSTITUZIONE ci vieta il referendum sui trattati internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Siete soddisfatti di avere a capo dello stato un presidente non eletto dal popolo, dotato di ampi poteri, il cui mandato ha la durata di un settennio rinnovabile, praticamente a vita? È quanto prevede LA COSTITUZIONE.</p>
<p style="text-align: justify;">Siete soddisfatti del fatto che spesso, dopo le elezioni, gli onorevoli possano cambiare schieramento determinando maggioranze diverse da quella uscita dalle urne, praticamente <u>beffando</u> la volontà espressa dal corpo elettorale? Sappiate che ciò è possibile perché LA COSTITUZIONE prevede che essi siano eletti <u>senza vincolo di mandato</u>, cioè, una volta eletti, possono fare quello che vogliono.</p>
<p style="text-align: justify;">Siete soddisfatti del fatto che le minoranze etniche, francesi in Valle d&#8217;Aosta, tedeschi in Alto Adige, sloveni in Friuli Venezia Giulia, godano di assurdi privilegi, precedenza nell&#8217;assegnazione dei posti di lavoro, degli asili, delle case popolari rispetto agli italiani, finanziamenti pubblici a pioggia? Questo è quanto previsto dai rispettivi statuti regionali delle regioni ad autonomia speciale – che in pratica significa ad autonomia <u>ridotta</u> – che non possono essere modificati perché leggi costituzionali, di fatto allegati ALLA COSTITUZIONE.</p>
<p style="text-align: justify;">Avete capito cos&#8217;è questa costituzione che è stata imposta agli Italiani nel 1948? Un guinzaglio che ci è stato messo al collo per controllarci e impedirci di avere voce in capitolo sul nostro destino. Sarebbe ora di sbarazzarcene, o almeno di riformarla radicalmente, ma sappiamo già che la sinistra, che vuole il popolino bue e turlupinato, si opporrebbe con tutte le sue forze a un tentativo in tal senso, per essa è “la più bella del mondo”, come l&#8217;ha definita <u>l&#8217;illustre giurista</u> Roberto Benigni.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei azzardarmi a inserire una nota positiva. Spesso troviamo fastidiosa la pressione mediatica su certi fatti di cronaca, ma bisogna ammettere che questa pressione mediatica svolge anche un ruolo positivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo ad esempio il caso della famiglia di Palmoli. Senza un costante interesse mediatico attorno a questa vicenda, i bambini sarebbero stati dati in adozione diventando di fatto irrintracciabili, anche se ancora oggi la lobby mafiosa servizi sociali-magistratura stenta a mollare la presa, ritardando il più possibile il ricongiungimento della famiglia. Se vi ricordate di Bibbiano, capite tutto. Quella è gente che ha un odio istintivo per la famiglia naturale, e cerca, quando è possibile, di disgregarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro caso, il delitto di Garlasco. Senza il coraggio e la determinazione dell&#8217;avvocato De Rensis che ha riaperto il caso dopo diciotto anni dall&#8217;assassinio di Chiara Poggi, ma anche senza un costante interesse mediatico per la vicenda, Alberto Stasi continuerebbe a languire in carcere da innocente, a causa delle complicità che hanno depistato le indagini dal vero assassino.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, ristabilire la verità su questo caso, può essere un mero fatto di cronaca, ma la rete di complicità e corruzione in cui sono implicati agenti e magistrati, che s&#8217;intravede in controluce, è un fatto di cui la politica <u>dovrebbe</u> occuparsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una notizia molto recente è stata la scomparsa di Emma Bonino.</p>
<p style="text-align: justify;">Io, quando l&#8217;ho saputa, ho postato su Facebook un commento che vi riporto tale e quale:</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>De mortuis nihil nisi bonum”, dicevano i latini, dei morti non si dice nulla se non bene, quindi di Emma Bonino non dirò nulla</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ho visto e continuo a vedere commenti, presumibilmente della nostra area, molto meno signorili del mio, e adesso sarà il caso di dire qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">A prescindere dalla persona in sé, a cui la concessione da parte del governo di centrodestra dei funerali di stato dà l&#8217;impressione di un ingiustificato atto di servilismo verso il potere profondo, il <em>Deep State </em>e la UE, ciò di cui questa donna faceva parte ed è stata esponente di spicco, e si è concretizzato prima nel Partito Radicale, poi in +Europa non può essere commentato se non in termini estremamente biasimevoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardiamo le “battaglie per i diritti” in cui costoro, con la Bonino in prima fila, si sono cimentati. Per il divorzio, ma non solo per il divorzio, per un femminismo estremista teso a rendere più conflittuali i rapporti fra uomo e donna, e più precarie le unioni familiari, per l&#8217;aborto, per l&#8217;eutanasia, per un&#8217;ideologia gender di cui l&#8217;Italia con la sua fecondità drammaticamente in calo, non ha certo bisogno, per la liberalizzazione delle droghe, come se non conoscessimo gli effetti devastanti di quelle sostanze, soprattutto per i più giovani. Sono sempre <u>diritti di morte</u>, mai diritti di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa più grottesca è stata vedere i radicali, come il non certo compianto Marco Pannella atteggiarsi a non violenti stile Gandhi, e poi, appena Israele compiva una nuova aggressione contro i Palestinesi o qualche altro popolo del Medio Oriente, gettare la maschera e, per giustificarlo, sfoggiare il più tronfio militarismo, e svelare così chi è il loro vero referente.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l&#8217;ultima metamorfosi in +Europa non deve ingannare, “L&#8217;Europa” a cui fanno riferimento, infatti, non è quella costituita dai popoli europei, ma la UE, uno strumento concepito dal potere mondialista per tenerli sotto controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso che il mondo, l&#8217;Europa, l&#8217;Italia riusciranno a fare a meno di Emma Bonino.</p>

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<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/tastare-il-polso-quinta-parte-fabio-calabrese/">Tastare il polso, quinta parte – Fabio Calabrese</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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