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	<title>Rivoluzioni Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>Rivoluzioni Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Uttarakuru: la rivoluzione neurale &#8211; Rita Remagnino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rita Remagnino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Oct 2026 04:08:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Mitologia]]></category>
		<category><![CDATA[Origini della Civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[Preistoria]]></category>
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		<category><![CDATA[rivoluzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la mente umana, nel cuore dell’Asia, prese un’altra strada &#160; Dimenticate tutto ciò che vi hanno raccontato sulla preistoria. Niente &#8220;primitivi&#8221; armati di clave che si spulciavano davanti al fuoco, ma uomini tali e quali a noi &#8211; con le nostre domande, le nostre paure, la nostra medesima inquietudine &#8211; che durante il Dvapara [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><em><strong>Quando la mente umana, nel cuore dell’Asia, prese un’altra strada</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Dimenticate tutto ciò che vi hanno raccontato sulla preistoria. Niente &#8220;primitivi&#8221; armati di clave che si spulciavano davanti al fuoco, ma uomini tali e quali a noi &#8211; con le nostre domande, le nostre paure, la nostra medesima inquietudine &#8211; che durante il Dvapara Yuga, iniziato circa 20.000 anni fa, realizzarono una catena di rivoluzioni non ancora conclusa. Nel progettarla, quegli uomini non si limitarono a rovesciare il primato delle «vie d&#8217;acqua» oceaniche a favore delle «vie di terra» continentali. Nel realizzarla, essi colpirono la stessa struttura della mente umana, plasmando l&#8217;architettura neurale.<br />
Rileggete questa frase e lasciate che si depositi. Poi chiedetevi perché a scuola certe cose non s’insegnano, e a vantaggio di quali interessi l’accademia sostenga l’impalcatura su cui abbiamo costruito la nostra idea di progresso. La verità è che non discendiamo affatto da selvaggi che si sono evoluti lentamente fino a raggiungere la vetta (noi), bensì da qualcuno che vedeva e sapeva, e che la modernità &#8211; temendo il confronto &#8211; ha fatto di tutto per dimenticare.</p>
<p style="text-align: justify">Tempo sprecato, se oggi siamo qui a discutere le forme della «rete cerebrale pre-olocenica»: un circuito potenziato da innumerevoli sinapsi culturali e connessioni interne, che fornì il substrato biologico-cognitivo per lo sviluppo di capacità inedite come il pensiero strategico a lungo termine, l’astrazione simbolica complessa e la navigazione concettuale di spazi mentali e geografici sconfinati, impensabili finché le vaste aree glaciali si erano mantenute compatte.<br />
Sul piano storico-antropologico, la rivoluzione neurale coincide con il cosiddetto «ciclo ariano», iniziato quando il peggioramento delle condizioni climatiche e la morsa del gelo spinsero molti popoli ad abbandonare la comune Urheimat, o patria originaria, dislocata &#8211; già prima dell&#8217;Ultimo Massimo Glaciale &#8211; nel cuore da sempre abitato e interconnesso delle terre dell&#8217;emisfero nord, ovvero nell’Ecumene Settentrionale.</p>
<p style="text-align: justify">Allontanandosi dalle steppe dei mammut alla ricerca di luoghi più adatti alla vita, queste genti dovettero affrontare difficoltà immani, vedendosi costrette a riorganizzare il proprio cervello, a modificare la propria cultura, a disegnare nuove mappe cognitive. Quando, esattamente, tutto questo avvenne è ancora oggetto di discussione. Tuttavia, i primi movimenti sembrano più antichi di quanto ipotizzato da Tilak (<em>The Arctic Home in the Vedas</em>, 1903), il quale sostiene che gli spostamenti degli ariani furono particolarmente intensi tra il 9.500 e l’8.000 a.C., per trovare infine un punto di equilibrio attorno al 4.000-3.500 a.C., dopo l’incontro con la civiltà di Harappa/Mohenjo-daro.<br />
Assai contestata, ma compatibile con i recenti studi basati su indagini paleoclimatiche e genetiche &#8211; che collocano nell’immensa area sub-artica, già 27.000 anni fa, la presenza di gruppi umani appartenuti a un ceppo unitario dedito al culto solare (elemento Fuoco) -, appare invece la teoria dell’etnologo e filologo Herman Wirth, il quale retrodata al 20.000 a.C. la disgregazione dell&#8217;originaria sede polare e la conseguente dispersione dei gruppi ariani. Un’affermazione che implica la presenza di una molteplicità di insediamenti e di un numero equivalente di punti di partenza, come confermano i resti di mura concentriche, templi e palazzi.</p>
<p style="text-align: justify">Si pensi, per esempio, alle interessanti scoperte fatte nella Grande Isola Solovki, o Solovetskij, la maggiore di un arcipelago del Mar Bianco, tra Finlandia e Russia. Inoltre, nel 1998, una spedizione russa ha individuato in prossimità del lago Seydozero, noto anche come «Lago Sacro», due enormi strutture di forma piramidale collegate da un ponte e orientate secondo i punti cardinali. La loro datazione è in fase di studio, ma si propende per l’ultima parte del periodo magdaleniano, attorno ai 10mila anni fa, quando le condizioni climatiche di quelle regioni erano ancora buone.<br />
Proprio in questa costellazione d’insediamenti, nell’intreccio di piste battute dai profughi settentrionali, si colloca la «rivoluzione neurale» che preparò il terreno &#8211; seminando miti e tecnologie &#8211; alla nascita dell’era storica in cui viviamo. Ne consegue che noi non siamo i campioni dell’umanità, ma semmai i resti di un percorso millenario disseminato di rivoluzioni materiali, di rivoluzioni mentali, di rivoluzioni innescate da necessità contingenti e spesso traumatiche. Ma soprattutto di rivoluzioni che oggi non sappiamo più fare, né avremmo la forza di sostenere, e che invece potrebbero riprogrammare la coscienza collettiva, così come accadde durante il cosiddetto «periodo ariano».</p>
<p style="text-align: justify">Un’Era Apollinea, proiettata verso un’armonica e solare pienezza.<br />
Disomogenea e discontinua, ma comunque costruttiva.</p>
<p style="text-align: justify">Narrando le peripezie di quest’epoca decisamente rivoluzionaria, le culture induiste, buddiste e giainiste indicano come centro propulsore la mitica regione di <em>Uttarakuru</em>, o &#8220;Kuru del Nord&#8221; (oltre l&#8217;Himalaya?), che non risulta essere esistita come regno storico ordinario, né geografico, ma piuttosto come ricordo di un paradiso perduto immerso in «lunghe notti» e «lunghi giorni». Aspetti, questi ultimi, coincidenti con fenomeni tangibili come la notte polare e il sole di mezzanotte.<br />
Proprio il calendario, infatti, è uno degli strumenti utilizzati da Tilak per argomentare gli spostamenti nord → sud di quei lontani antenati. Secondo lo studioso e patriota indiano, il fatto che in origine l&#8217;anno degli Arî inizi con l&#8217;equinozio di primavera (marzo) e successivamente slitti al solstizio d&#8217;inverno (intorno al 21-22 dicembre), sarebbe la conferma del trasferimento delle tribù ariane dal “Kuru” nordico alle pianure gangetiche, dove le scadenze rituali potevano trovare una collocazione praticabile solo nell&#8217;autunno-inverno, essendo la primavera-estate flagellata dalle piogge monsoniche.<br />
Ma poiché un tempo non si usava gettare via il bambino con l’acqua sporca, entrambe le computazioni rimasero in vigore &#8211; l’una a scopo sacrificale e l’altra civile -, incastonandosi con uguale dignità nei poemi vedici, eredi di un sapere semi-integro che continuò a conservare il ricordo di un «cielo» (il &#8220;Kuru del Nord&#8221;) in cui viveva una razza di esseri umani di straordinaria bellezza, che, scendendo sulla «terra» (a Sud), mischiò il proprio sangue con quello dei Dravidi originari dell’India, rivoluzionando così il proprio e altrui modo d’interpretare la realtà.</p>
<p style="text-align: justify">In memoria del paradiso perduto, il periodo sacrificale fu chiamato <em>uttarāyaṇa</em>.<br />
Un termine risultante da <em>uttara</em> = “settentrione” e <em>ayana</em> = &#8220;viaggio&#8221; o &#8220;marcia&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Attraverso un unico vocabolo, gli eredi della civilizzazione ariana consegnarono alla posterità il ricordo di due eventi cruciali: la vita felice in un ambiente di abbondanza pleistocenica e le lunghe marce dei compianti maestri-civilizzatori. Va detto, tuttavia, che non tutti gli autoctoni ebbero dei forestieri la stessa impressione. I Tibetani, per esempio, citando la mitica patria nordica di <em>Chandhala</em> in cui “<em>un giorno quello che è invece un anno</em>” (cfr. <em>Vendidat</em> II, 40), specificarono che i suoi abitanti &#8211; persone dalle indiscusse capacità tecniche e di bella presenza &#8211; erano di mentalità «quadrata come il loro viso». Non a caso nell’antica lingua tibetana “<em>uttarakuru</em>” divenne sinonimo di genti «dalla voce sgradevole» (autoritaria?) che si cibavano di cereali.<br />
Ma i montanari, si sa, sono diffidenti per natura. Affezionati a prescindere alla propria solitudine, vivono le interferenze esterne al pari di fastidiosi esami da superare, per questo non riescono a provare entusiasmo per le innovazioni di cui lo straniero è portatore, le quali, anzi, vengono guardate come armi a doppio taglio da annusare, assaggiare, e solo dopo, forse, usare.<br />
Ciò non toglie che il livello dei nuovi arrivati fosse superiore a quello degli autoctoni, come in seguito dimostrarono i fatti. Del resto, la sola forza fisica e l’autoritarismo non sarebbero bastati a rendere solidi e duraturi gli effetti di una rivoluzione mentale e spirituale come quella introdotta dai popoli ariani nell’Āryavarta &#8211; cioè, nell&#8217;Ecumene Indiano.</p>
<p style="text-align: justify">Proprio qui, nel Bharat o India, radicò una complessità culturale talmente profonda da influenzare tutte le civiltà successive, tanto sul piano sapienziale quanto su quello tecnico. Oggi tracce delle nobili vestigia tornano a fare capolino tra le pieghe della Storia, molto timidamente e dopo secoli di assoggettamento forzato al «potere del mare» &#8211; cioè, all&#8217;ordine coloniale che va da Vasco da Gama alla Compagnia britannica delle Indie Orientali. Ma ciò che è andato perduto, difficilmente tornerà indietro: il tempo non è circolare &#8211; è una spirale -, capita raramente che una civiltà rediviva si riconosca in ciò che è stata.<br />
Neppure i popoli <em>ārya</em> di ultima generazione compresero appieno la portata della rivoluzione neurale accesa dai loro Grandi Avi, tanto è vero che ritennero opportuno scatenarne un’altra, nuova di zecca e decisamente diversa dalla precedente. Il maggiore dei suoi effetti fu una configurazione cerebrale reticolare, allargata e organizzata secondo una logica più gerarchica, o, volendo usare un termine a noi famigliare, «continentale».</p>
<p style="text-align: justify">Sul piano pratico, il mutamento si tradusse in un progressivo arretramento delle connessioni locali a vantaggio di assi di transito ad altissima capacità &#8211; sia mentale che fisica &#8211; e di nuovi ponti relazionali, più audaci e intraprendenti, ovvero capaci di incidere in modo significativo sulla società. Sul piano simbolico, la nuova rivoluzione &#8211; convenzionalmente detta «rivoluzione dell’asse» &#8211; trovò una sintesi nella figura di Parashurama (<em>Paraśu</em>, o <em>Parśu</em>, o Perseo), indicato dalla letteratura epico-puranica come il sesto avatāra di Vishnu.<br />
Precursore e padre spirituale dell’eroe universale o classico, l’uomo con l’ascia (<em>parashu</em>) &#8211; ormai ben assestato su latitudini più meridionali &#8211; non riceve da Shiva l’arma per risolvere una banale faccenda privata, mortificando gli arroganti kshatriya, bensì per ripulire il mondo dall’ingiustizia e dalla corruzione.<br />
L’utensile che stringe in pugno, è inoltre un potente strumento geografico. Non è casuale che dal solco simbolico tracciato dall’ascia di questo “brahamana-guerriero” nasca il Malabar, cioè la costa sud-occidentale dell&#8217;India, da Goa fino al Capo Comorin. Un vasto territorio da sempre vivace e prospero, crogiolo di commerci e lingue, culture e religioni, dove anticamente si praticava il culto della divinità solare Ayyanār. I riti in suo onore si svolgevano in templi adorni di statue gigantesche che evocavano l’avanzata della compagnia del dio in groppa a cavalli o elefanti, giusto per non dimenticare la rivoluzione che cambiò i connotati della penisola indiana.</p>
<p style="text-align: justify">Ponte fra due epoche, o <em>yuga</em>, Parashurama rende il mondo più vasto.<br />
La Rivoluzione dell’Asse stessa, allarga i confini della propria epoca.</p>
<p style="text-align: justify">Sul piano storico e antropologico, la trasformazione si traduce nel confronto tra il «popolo delle doppie asce» (il Cacciatore iperboreo con l’ascia litica) e il «popolo dei megaliti» (l’<em>homo europaeus</em>), poi sfociata nella fusione dei due gruppi etnici. Nel complesso si stima che gli Arî &#8211; cioè i «nati due volte», prima nella patria originaria e poi nelle sedi secondarie &#8211; abbiano contribuito alla formazione di almeno sei gruppi etnici, le cui caratteristiche sono visibili ancora oggi in varia misura.<br />
• Gruppi nordici: Scandinavia, Danimarca, Islanda e aree limitrofe.<br />
• Gruppi baltici: Estonia, Lettonia, Lituania.<br />
• Gruppi falici: «della Vestfalia», regione storica della Germania.<br />
• Gruppi dell&#8217;Europa meridionale: Italia settentrionale, Francia meridionale, Penisola Iberica nord-orientale.<br />
• Gruppi alpino-dinari: Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Kosovo, Albania, entroterra della Dalmazia e parte della penisola balcanica.<br />
• Gruppi dell&#8217;Europa orientale: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania.</p>
<p style="text-align: justify">Dal canto suo, la Rivoluzione dell&#8217;Asse innesta &#8211; nella penisola indiana non meno che in quella europea &#8211; una «visione sociale» inedita, tagliando ogni continuità con l&#8217;ordine vigente. Lo stesso impegno civile e religioso di Parashurama, non si spende tanto nella difesa aprioristica del palazzo, quanto nel rovesciamento dell&#8217;asse stesso su cui quell&#8217;ordine si regge.<br />
A partire da questa rivoluzione, la società umana cambia radicalmente. Le novità fanno scuola in tutta l’Eurasia, dove la propensione alle armi si tramuta in una vera e propria vocazione religiosa, in un sacrificio di sé che elegge il campo di battaglia a sproprio altare. Viene da chiedersi cosa resti oggi di quell’eredità, soprattutto in Europa, il continente che pur essendo una realtà geografica «di terra» si atteggia a potenza «di mare», trovando in questa finzione la propria parodia.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure, anche l’Europa è un’emanazione di <em>Uttarakuru</em>.<br />
È uno stato mentale, prima ancora di appartenere a una mappa geo-storica.</p>
<p style="text-align: justify">La consapevolezza di questa realtà basterebbe a riannodare i fili della Storia, a ricucire i brandelli della Geografia, a riconfigurare una coscienza collettiva. Invece no: gli europei rinnegano le proprie origini, rifiutando di vedere che il cerchio della Storia sta per chiudersi proprio là dove ebbe inizio il processo preistorico di ibridazione e assimilazione che ha segnato indelebilmente gli ultimi dodicimila anni di storia umana. Paradossalmente, preferiscono scendere a qualsiasi compromesso anziché ammettere la propria appartenenza al «continente eurasiatico integrato»: una realtà che trascende la geografia fisica per inglobare in un unico spazio cultura, storia e reti infrastrutturali di terra.</p>
<p style="text-align: justify">E mentre l&#8217;Europa «pensa», tormentandosi, i geo-strateghi dell&#8217;Est lavorano alacremente per valorizzare i propri territori. È a buon punto l&#8217;INSTC (<em>International North-South Transport Corridor</em>), cioè il progetto destinato a ridisegnare, nei prossimi anni, il commercio eurasiatico, e quindi mondiale, riducendo la dipendenza del continente-madre dalle rotte marittime che le guerre per le materie prime minacciano senza sosta.<br />
Lungo gli oltre 7.200 chilometri di questa rete multimodale (navale, ferroviaria e stradale), non troppo lontana &#8211; nella funzione &#8211; dalle piste battute dai popoli ariani a cavallo, si dimezzeranno i tempi di percorrenza. Analogamente, i convogli container, i porti digitali, le reti elettriche transfrontaliere e i cavi in fibra ottica proseguono le strategie imperiali di Alessandro Magno e di Gengis Khan. È inevitabile, del resto, che le grandi civiltà sorgano là dove terre e fiumi si incontrano, e più di rado là dove il mare finisce. E oggi la Geografia e la Storia &#8211; quelle vere, fatte di uomini, merci e idee in cammino &#8211; hanno ripreso a marciare lungo le «vie di terra», e da questa matassa promettono di estrarre qualcosa di grande.</p>
<p style="text-align: justify">

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		<title>Dal mare alla terra &#8211; Rita Remagnino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rita Remagnino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 04:56:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[civilta antiche]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Mitologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Rita Remagnino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Rivoluzione dell&#8217;Approdo &#160; La Terra è un pianeta in costante divenire. Tuttavia, tra le trasformazioni che ne hanno segnato la storia ce n&#8217;è una che ci riguarda da vicino: l’avvio dell&#8217;Olocene, l&#8217;epoca geologica in cui viviamo. Fu proprio tra i 19.000 e i 14.000 anni fa, mentre l&#8217;ultimo picco glaciale si affievoliva, che i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>La Rivoluzione dell&#8217;Approdo</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">La Terra è un pianeta in costante divenire. Tuttavia, tra le trasformazioni che ne hanno segnato la storia ce n&#8217;è una che ci riguarda da vicino: l’avvio dell&#8217;Olocene, l&#8217;epoca geologica in cui viviamo. Fu proprio tra i 19.000 e i 14.000 anni fa, mentre l&#8217;ultimo picco glaciale si affievoliva, che i mari cominciarono a salire, inghiottendo le coste che i nostri antenati preistorici abitavano da generazioni. Circa 25 milioni di chilometri quadrati di regioni costiere &#8211; il 15% del totale &#8211; finirono sott&#8217;acqua, e molte popolazioni dovettero abbandonare le rotte marine, fino ad allora prevalenti, per tornare a percorrere le vie di terra.<br />
Inevitabilmente, le trasformazioni geologiche inanellarono una catena di rivoluzioni. Rivoluzioni ambientali, dovute al rialzo delle temperature. Rivoluzioni economiche, con la domesticazione di piante e animali che produssero le prime eccedenze alimentari, testimoniate dai luoghi di stoccaggio. Rivoluzioni sociali, sfociate nell&#8217;emersione di gerarchie e disuguaglianze. Rivoluzioni religiose, con la moltiplicazione dei luoghi di culto e la proliferazione dei riti sacrificali, sia propiziatori che espiatori. Non che prima di allora le rivoluzioni fossero sconosciute, questo è sottinteso, ma quelle oloceniche &#8211; interconnesse, irreversibili, globali &#8211; determinarono la Storia dentro la quale viviamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Con la prima rivoluzione, il mare perse valore.<br />
La terra, di contro, divenne il nuovo «oggetto del desiderio».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta per il possesso dei territori è ben rappresentata nella saga epica che illustra le furibonde contese tra i Bianchi (protoindoeuropei provenienti dall’area siberiana) e i Rossi (scandinavi ormai orfani del loro riferimento groenlandese-nordoccidentale). Il conflitto si concluse con una fusione etnica, come testimonia la genetica attraverso la parentela tra i geni U5b1 e V &#8211; vicini agli Yakuti e ai popoli della Siberia orientale -, quelli dei Sami di Kola, e quelli dei popoli artici russi giunti in Fenno-Scandinavia durante il Mesolitico (circa 11.000-10.000 anni fa).<br />
Tuttora l’eredità dell’antico «effetto collo di bottiglia» è visibile nell’albero genealogico dei Sami, una popolazione sottoposta a secoli di isolamento riproduttivo e a un tasso demografico in costante diminuzione, principalmente dovuto alle condizioni di vita estreme della tundra subartica. Per le stesse ragioni, si riscontrano affinità tra le lingue uraliche parlate dai Sami e le lingue di alcuni popoli della Siberia settentrionale, le quali, pur nella loro specificità, rivelano una comune origine e un medesimo ceppo.<br />
Questi lasciti, oggi, ci consentono di individuare un’area culturale condivisa &#8211; corrispondente alla preistorica &#8220;<em>Mammoth Steppe</em>&#8220;- che si estende dalla Scandinavia alla Siberia settentrionale, spingendosi fino al popolo Ainu e alle culture della taiga, prima di entrare nel continente americano. Sebbene nel corso del tempo ogni popolazione abbia sviluppato aspetti originali, com’è logico che sia, non è difficile ricondurre le differenze a un’unica radice mitica circumpolare fondata sull’osservazione del cielo e della natura. Emblematiche, a tale proposito, appaiono le biografie speculari di due noti «gemelli culturali»: l’ungro-finnico Väinämöinen e il dio Hoori, membro della prima triade giapponese.</p>
<p style="text-align: justify;">o Il terzogenito Väinämöinen viene al mondo dopo il Sole e la Luna.<br />
Tra i fratelli (le fasi solari), Hoori rappresenta il «sole declinante».</p>
<p style="text-align: justify;">o Väinämöinen nasce dopo una gestazione durata settecento anni dalla progenitrice Ilmatar, la quale, prima di «scendere» nell&#8217;oceano, trascorre la propria esistenza «nella grande distesa del cielo» (l’Ecumene Settentrionale?).<br />
Hoori è uno dei nipoti dei progenitori Izanagi e Izanami, scesi «dal cielo» (dal Nord?) sulla Terra per creare i kami, ovvero i primi dèi che istruiscono l’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">o Entrambi i personaggi, hanno un’adolescenza nomade (un’allusione all’esodo delle stirpi polari?).</p>
<p style="text-align: justify;">o Partorito su un’isola (l’Islanda? Le Fær Øer?), Väinämöinen vi rimane solo qualche anno, tormentato dal dubbio se sia meglio vivere in un posto ventoso e arido o emigrare verso terre più generose di prati da seminare e coltivare (si avventura nell’Atlantico?).<br />
Nato come Principe della Montagna ma insoddisfatto della propria condizione, Hoori scambia con il fratello Hoderi il ruolo di Principe del Mare e comincia a navigare (si avventura nel Pacifico?).</p>
<p style="text-align: justify;">o Entrambi i personaggi, possiedono poteri straordinari (sciamanici) e sposano donne «sottomarine».</p>
<p style="text-align: justify;">o Già vecchio Väinämöinen prende in moglie la giovanissima Aino, la quale, fugge tuffandosi nell’oceano, dove sposa Ahto, il re degli abissi.<br />
Dopo un naufragio, Hoori scopre il Regno del Mare e s’innamora della figlia del re, ignaro del fatto che gli abitanti degli abissi, pur presentandosi ai forestieri in sembianze umane, sono in realtà dei dragoni marini.</p>
<p style="text-align: justify;">o La saga finnica termina con l’ammissione di Väinämöinen che il suo tempo è finito. Prima però di ritirarsi dal mondo (promettendo di ritornare), egli lascia in eredità al popolo i suoi canti insieme al <em>kantele</em> e riconosce nel figlio della vergine Marjatta «l’eroe messianico».<br />
La saga nipponica finisce con Hoori che porta la moglie incinta sulla terraferma. Al momento del parto lei lo allontana dalla capanna costruita con penne di cormorano (sciamanica?), raccomandandogli di non guardare. Hoori però sbircia da una fessura, vede venire al mondo un dragone mostruoso e scappa, ma promette di ritornare.</p>
<p style="text-align: justify;">o In entrambe le tradizioni, la vicenda si chiude con un abbandono e una promessa. Väinämöinen capisce che l’antica saggezza non è più ascoltata e si allontana su una barca di rame (si profila all’orizzonte la rivoluzione tecnologica dell&#8217;Età dei Metalli?); Hoori capisce che il tempo degli antichi dèi-civilizzatori è terminato e se ne va, lasciando tuttavia dietro di sé il «figlio della rivoluzione» (il progenitore della stirpe imperiale?).</p>
<p style="text-align: justify;">La superficialità del nostro tempo tende ad interpretare queste storie come favole per popoli incolti, o allegorie morali. Al contrario, nessun mito è mai venuto al mondo come «invenzione», nel senso moderno del termine, ovvero come creazione artistica fine a sé stessa, ma tutti sono stati concepiti come veicoli sacri di trasmissione, o mezzi di «memoria codificata».<br />
In questi contenitori gli antenati preistorici depositarono, con scrupolo ieratico, il ricordo di eventi fondanti quali migrazioni epiche, incontri con popoli sconosciuti, cataclismi naturali di portata straordinaria, scoperte tecnologiche decisive, rivoluzioni epocali che meritavano di attraversare il tempo e lo spazio per dare senso alla comunità.<br />
Ancora i Greci consideravano il mito al pari di una «parola autorevole», di un «enunciato di verità», di una «voce dell&#8217;Origine» (<em>ἀρχή</em>, arché). Sapevano, evidentemente, che in esso c’era il DNA culturale di un popolo. E dunque lo consideravano come una mappa narrativa che custodiva storia, cosmologia, legge e identità in un unico, potente codice simbolico immune alla corrosione del tempo e forte della consapevolezza di essere il depositario di un racconto più grande di qualsiasi pretesa o ambizione umana.<br />
In questo quadro, le biografie gemelle dell&#8217;ungro-finnico Väinämöinen e del nipponico Hoori accrescono il loro valore. Sono un’importante testimonianza delle vicissitudini di un’umanità costretta a «tirare i remi in barca», volente o nolente, per rimettersi in viaggio sulle autostrade preistoriche dell&#8217;Eurasia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Con l&#8217;Olocene, il mare restituì l&#8217;uomo alla terra.<br />
In quella rivoluzione, c’è il fondamento della nostra realtà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">In parte percorribili anche durante il picco dell&#8217;ultima glaciazione &#8211; circa 26.000-20.000 anni fa -, le vie di terra tornarono ad essere attrattive nella fase deglaciale, quando la civiltà riprese slancio nella vasta fascia di tundra-steppa ricca di prede e adatta alle coltivazioni. Fu lungo quell’enorme fascia continentale &#8211; che andava dall&#8217;Iberia atlantica alle porte della Siberia, passando per le vaste pianure poste a nord del Mar Nero (le odierne Ucraina e Russia meridionale) &#8211; che gli antenati dei popoli uralici (da cui discendono i finnici) e di quelli proto-giapponesi (Jōmon) impararono ad amarsi e odiarsi, unirsi e scontrarsi.<br />
Per millenni i loro geni e le loro tradizioni bollirono a fuoco lento nel medesimo crogiolo, dal quale, alla fine, emersero gli archetipi narrativi fondamentali. Tra questi: l&#8217;eroe culturale che torna alla terra dopo avere fatto esperienza del Regno Sottomarino (o marino); la ricerca di un oggetto di potere perduto (nostalgia del passato); il conflitto dei fratelli-coltelli per il possesso di un territorio o di un talismano (l&#8217;arpione/amo di Hoori, il Sampo di Väinämöinen); l’unione interetnica tra i figli del mare e i figli della terra (uomini terrestri e donne sottomarine). Ergo: l’antico sostrato culturale pan-eurasiatico, artefice di tutti i cambiamenti successivi, è il risultato di una serie di “rivoluzioni a lungo termine” o “rivoluzioni a catena” raggruppabili in tre macro-aree.</p>
<p style="text-align: justify;">1. <strong>La rivoluzione dell&#8217;isolamento → costruzione dell’identità.</strong><br />
La scomparsa dei grandi ponti continentali &#8211; come la Beringia o il collegamento tra Australia e Nuova Guinea &#8211; segnò uno spartiacque epocale, isolando definitivamente popolazioni e continenti. Da un lato si persero molti contatti consolidati; dall&#8217;altro il distacco geografico creò nuove identità, generando un fiorire straordinario di culture e lingue del tutto indipendenti. Gli effetti di questa “rivoluzione a strascico” sono tuttora visibili nella biodiversità culturale umana, dove ogni lingua, ogni tradizione, ogni cosmologia è il frutto dell’isolamento preistorico che divise i popoli. Oggi quel distacco potrebbe riproporsi &#8211; per motivi diversi ma altrettanto incisivi come guerre e pandemie -, ridisegnando nuove isole culturali.</p>
<p style="text-align: justify;">2. <strong>La rivoluzione delle coste sommerse → rafforzamento del potere.</strong><br />
L&#8217;innalzamento dei mari che &#8220;bruciò&#8221; gran parte dei collegamenti costieri &#8211; vere e proprie sinapsi periferiche del pianeta &#8211; favorì indirettamente la nascita di nuovi centri di potere lungo gli snodi cruciali delle vie terrestri. Soprattutto nel periodo magdaleniano (18.000-10.000 anni fa), i grandi corridoi fluviali divennero arterie strategiche per la sopravvivenza umana e la gestione del potere. L’importanza di questa rivoluzione &#8211; oggi spiegata dalla «teoria potamica» &#8211; è tornata in auge con il progressivo abbandono, o inagibilità, di rotte marine cruciali e la speculare ripresa di quelle terrestri, che si stanno affermando come le vere linee di forza della geopolitica del XXI secolo: chi le controlla, tiene il mondo in pugno.</p>
<p style="text-align: justify;">3. <strong>La rivoluzione del &#8220;medio oceano&#8221; → riscatto delle aree dimenticate.</strong><br />
Il passaggio dalla centralità del mare alla terra espanse l&#8217;importanza strategica del «medio oceano», a lungo dimenticato e poi rivalutato come spazio di connessione tra mondi differenti. Ne sono esempi le civiltà classiche del Mediterraneo orientale, come i Minoici di Creta, che nel III millennio a.C. fecero dell&#8217;Egeo il loro &#8220;medio oceano&#8221; interno, collegando Anatolia, Egitto e Grecia in una rete di scambi commerciali e iconografici senza precedenti. Ancora più importanti furono il Mar Nero e il Mar Caspio, il cui valore strategico sta crescendo con la ridefinizione dei corridoi energetici e commerciali. Oggi chi controlla gli spazi intermedi &#8211; mari, stretti, rotte &#8211; decide chi prospera e chi soccombe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Da questa sintesi emerge un’altra verità difficilmente contestabile: le «vie di terra» favoriscono l&#8217;unità culturale ed economica di un continente, mentre le «vie di mare» la disperdono. Un esempio da manuale è rappresentato dalla Via della Seta Settentrionale (Steppa Route): non esattamente una “strada”, ma piuttosto una “rete” di contatti che ricalca quasi perfettamente il tracciato della &#8220;<em>Mammoth Steppe</em>&#8220;, prototipo paleolitico di tutti gli itinerari successivi.<br />
Nulla di inatteso. Poiché ogni rivoluzione è anzitutto una restaurazione, non sorprende che l’uomo tecnologico del XXI secolo stia riscoprendo l’unicità del corridoio primordiale che, ieri come oggi, si conferma il più adatto a soddisfare le esigenze primarie. L’impresa, del resto, è alla sua portata, visto che gran parte dei passaggi tra montagne e deserti è rimasta sorprendentemente costante negli ultimi 20.000 anni.<br />
E allora, forse, la domanda vera non è <em>se</em> saremo all&#8217;altezza di sostenere la rivoluzione che produrrà un nuovo passaggio dal mare alla terra, ma <em>come</em> vogliamo affrontarla. Fermo restando che certi cambiamenti sono inevitabili e che l&#8217;uomo non può sottrarvisi, ma solo decidere come attraversarli. Neppure gli antenati dell’Olocene «scelsero», con un atto di volontà collettiva, di abbandonare la caccia per darsi alla coltivazione della terra: furono costretti dalla necessità di sopravvivere, esattamente come noi saremo costretti a ripiegare sulle «vie di terra» dal blocco militare di punti strategici come Hormuz, Bāb al-Mandab, Malacca e Gibilterra.<br />
La riemersione del nomos non sarà un ritorno al passato, ma darà vita a nuove sintesi: il digitale come sistema nervoso della terraferma, la rotaia come sua spina dorsale, l&#8217;energia come suo sangue. La Cina lo ha già capito &#8211; la <em>Belt and Road Initiative</em> non è un semplice progetto infrastrutturale, bensì una vera e propria cosmologia geopolitica. Anche la Russia lo ha capito &#8211; il suo spazio continentale, dalla Siberia all&#8217;Artico, sarà il &#8220;medio oceano&#8221; del XXI secolo. L’Europa, invece, non capisce.<br />
Prevedibilmente, la &#8220;Terza Forza&#8221; descritta da Jünger e Schmitt &#8211; il centro di gravità permanente &#8211; diventerà una penisola dell&#8217;Asia, come già la definì, sprezzante, Halford Mackinder. L’Europa sarà la vittima dello scontro in atto tra il morente mondo marittimo d’Occidente (Inghilterra e America, la <em>techne</em>) e il nascente mondo continentale d’Oriente (Russia e Asia, il <em>nomos</em>).<br />
Ancora una volta deciderà la Geografia, che è un destino. Mentre la Storia &#8211; come ci ha insegnato Fagan &#8211; non è che il modo in cui gli esseri umani negoziano con quel destino. Persino le rivoluzioni sono un destino, ovvero ricalibrazioni di equilibri antichi e sempre nuovi tra l&#8217;uomo e la geografia. È questo, in fondo, il succo dell’intera faccenda: gli uomini non devono inventare nulla, essendo loro richiesta <em>solo</em> la consapevolezza di ciò che sono sempre stati. Esseri marini, terrestri, geografici. Esseri di passaggi e di confini. Esseri rivoluzionari la cui missione consiste nel condurre un mondo al capolinea, parcheggiarlo nel deposito e salire su un’altra carrozza.</p>

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		<title>Rivoluzione e Controrivoluzione: le tesi di Thomas Molnar &#8211;  Giovanni Sessa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 May 2017 15:30:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le forze di opposizione al sistema capital-marxista vissero, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, una stagione di effervescenza culturale che, in Italia, di lì a qualche anno si tradusse in successi elettorali. Tra gli autori che si distinsero nel dibattito intellettuale, va ricordato lo storico delle idee di origine ungherese, Thomas [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le forze di opposizione al sistema capital-marxista vissero, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, una stagione di effervescenza culturale che, in Italia, di lì a qualche anno si tradusse in successi elettorali. Tra gli autori che si distinsero nel dibattito intellettuale, va ricordato lo storico delle idee di origine ungherese, Thomas Molnar, emigrato nel 1950 negli Stati Uniti, dove insegnò in diverse Università. Di profonde convinzioni cattoliche, nel nostro paese colloquiò con Augusto Del Noce ed intrattenne un intenso rapporto critico con Alain de Benoist, come testimonia il libro-intervista, scritto a due mani, “L’Eclisse del sacro”, la cui nuova edizione sta per uscire per i tipi di Pagine. Un altro rilevante volume dello studioso è stato da poco pubblicato dalla casa editrice OAKS. Si tratta di<em> La Controrivoluzione. Critica ragionata alla Rivoluzione francese</em> (per ordini: info@oakseditrice.it; 02/24861657, euro 18,00). Il testo comparve per la prima volta nelle librerie italiane nel 1970 grazie al benemerito editore Volpe, accompagnato da un’illuminante introduzione dello studioso francese Maurice Bardèche dopo essere uscito nel 1969 negli USA. Lo scritto di Bardèche viene riproposto nella nuova edizione, impreziosita dalla prefazione di Giuseppe Del Ninno, nella quale viene rilevata l’attualità delle pagine di Molnar.</p>
<p style="text-align: justify;">     Ricorda il prefatore che, dagli anni Settanta, le cose sono radicalmente cambiate sotto il profilo culturale, esistenziale, geopolitico, sia in Italia che nel mondo. Quanti si oppongono in termini spirituali e non meramente politici, allo stato presente delle cose, sono costretti a porsi l’inevitabile   domanda : “Che fare?”. Il quesito non è di certo nuovo, ma le drammatiche contingenze che stiamo vivendo, rendono davvero urgente una risposta plausibile ad esso. La società liquida è<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/05/S-1-1.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-22478 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/05/S-1-1-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a> un nemico più complesso, più pervasivo, del duopolio, pur potentissimo, USA-URSS: è stata, infatti, realizzata una colonizzazione dell’immaginario individuale e collettivo centrata sulla mercificazione universale, dalle cui maglie non ci si libera facilmente. Viviamo ai confini estremi della “rivoluzione permanente” inaugurata dagli eventi del 1789. Sarà pertanto proficuo per il lettore, riflettere sulle considerazioni di Molnar, relative ai mezzi e al processo storico suscitato dai “philosophes” al fine di conquistare le coscienze dei più alle idee dei Lumi. A dire dello storico, i legittimisti francesi godettero di un privilegio indiscusso rispetto ai rappresentanti delle “destre” delle epoche successive, disponendo della possibilità di riferirsi a realtà istituzionali in linea con i propri valori.</p>
<p style="text-align: justify;">     Successivamente, le tendenze controrivoluzionarie hanno dovuto richiamarsi ad uomini carsismatici, interpreti sagaci dell’imprevisto e dell’irrazionale che, all’improvviso, fa irruzione nella storia mettendo in scacco il progetto scientemente costruito a tavolino, pianificato nel tempo, dai rivoluzionari, dalla <em>ratio</em> calcolante, diffuso attraverso una vasta rete di mezzi di comunicazione. Questi uomini d’<em>eccezione</em>, in talune circostanze, hanno contato in termini politici più dell’apparato al servizio della sovversione. Ma la loro azione, e la storia lo dimostra ampiamente, ha sempre avuto difficoltà a consolidarsi, per cui essi stessi, espressione dell’individualismo moderno, fiutato il corso della storia, hanno cominciato, poco dopo la conquista del potere, a rivolgersi all’opinione pubblica, indotta dall’operato dell’<em>intelligentsia</em>, a guardare a sinistra. Casi esemplari di tale situazione, nella narrazione di Molnar, sono rappresentati, in contesti diversi, dal generale De Gaulle e dal pontefice Paolo VI, personalità in bilico tra “rivoluzione” e “controrivoluzione”. Le “destre” hanno quindi sempre avuto un atteggiamento esclusivamente reattivo nel giudizio del pensatore ungherese. In particolare, esse non avrebbero puntato sulla “generosità” intellettuale e politica, non riuscendo, in conseguenza di ciò, a suscitare nelle masse lo slancio utopico che ha connotato la storia delle “sinistre”.</p>
<p style="text-align: justify;">     La controrivoluzione, come implicito nella definizione stessa, ha rappresentato una risposta contingente alle tesi da lei avversate, quando invece, sarebbe davvero occorso l’approccio metapolitico, l’elaborazione di riferimenti valoriali ed ideali con i quali agire per costruire un progetto politico alternativo a quello moderno. Queste le esplicite considerazioni dell’autore in proposito “<em>Il dovere dei controrivoluzionari si limita alla difesa della società e dei principi che assicurano l’ordine nella città. E’un compito poco spettacolare[…]è una battaglia da combattere giorno per giorno negli spiriti e nelle anime più che nel foro, una fatica senza fine</em>” (p. 28). Eppure, fa notare Bardèche, vi è stato un momento della storia nel quale la battaglia individuale ed interiore si saldò con il tentativo di conquista della Città. Ciò avvenne con l’irruzione sulla scena del Novecento dei fascismi che, proprio in quanto “<em>giovane grano che era germogliato nella vecchia terra europea</em>”, gli avversari vollero distruggere definitivamente dopo il 1945. Il fascismo univa ciò che fino allora era stato diviso, destra-sinistra, lavoro-capitale, proponendosi quale movimento atto a vitalizzare l’antico male “reattivo” della controrivoluzione. Indicò e cercò di realizzare un Nuovo Inizio europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">    Molnar non sembra cogliere tale tratto idealtipico dei fascismi europei, che risulta però implicito   nella sua analisi. La sua esegesi è, comunque, stimolante, pur arenandosi lungo una linea politica difensiva, da cui è difficile pronosticare una nuova, significativa offensiva antimoderna. Dice bene Del Ninno “<em>Il limite di questo saggio consiste proprio nella rigidità dell’impostazione di fondo &#8211; di qua la Rivoluzione, di là la Controrivoluzione &#8211; ma contiene analisi di una rara lungimiranza</em>” (p. 8). Per quanto ci riguarda, troviamo davvero desueta ed erronea la fiducia posta dall’autore, in prospettiva controrivoluzionaria, negli Usa, volano e cervello della sovversione mondialista, e nella Chiesa Cattolica, la quale da tempo ha rinunciato a svolgere qualsiasi funzione tradizionale e/o catecontica.</p>
<p style="text-align: justify;">      Quanto sostiene Bradèche, con riferimento alla situazione degli anni Settanta, vale ancor oggi: viviamo un’epoca di crisi e contraddizioni che soltanto una visione del mondo o, per usare l’espressione di Molnar, un’<em>immagine di marca</em>, centrata sul recupero della Tradizione, può rianimare. Un’immagine “<em>che si possa contrapporre a quella della sovversione: il nostro combattimento è dunque tanto politico, quanto morale e culturale</em>” (p. 31). Per ri-partire è necessaria una rivoluzione culturale, che abiliti alla direzione del corpo sociale un’élite diversa da quella dominante. Insomma, il libro che abbiamo presentato è assai rilevante perché, come coglie Del Ninno, rinvia ad una visione militante “<em>di cui troppi oggi sembrano aver smarrito la capacità</em>”aggregativa (p. 21).</p>
<p>Giovanni Sessa</p>

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		<title>L&#8217;utopia e il destino di un popolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2015 11:11:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1956 ero troppo piccolo. Avevo dodici anni e, credo, facessi la seconda media alla scuola statale Daniele Manin, al di là della piazza dell’Esquilino. Le mie prime trasgressioni erano le sigarette senza filtro e portare la cartella di Lucia – con le trecce bionde il montgomery e i calzini bianchi – fin sotto casa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel 1956 ero troppo piccolo. Avevo dodici anni e, credo, facessi la seconda media alla scuola statale Daniele Manin, al di là della piazza dell’Esquilino. Le mie prime trasgressioni erano le sigarette senza filtro e portare la cartella di Lucia – con le trecce bionde il montgomery e i calzini bianchi – fin sotto casa sua, poco prima di Largo Leopardi. Schiavo fin da subito del fumo (me ne sarei liberato solo a fine agosto 1992) e del profumo di donna (che ancora mi fa dilatare le narici). Niente televisione (tardivo acquisto nel ’69), la radio (musica classica), il quotidiano di cui mi interessavo, forse, dei film in economici pidocchietti parrocchiali. Di quanto accadeva nel mondo solo vaghi ricordi, spezzoni di chiacchiere di mio padre a tavola. Ricordo le mie sorelle più grandi che avevano scioperato al ginnasio-liceo Pilo Albertelli (anch’esso oltre la piazza); gli idranti dal getto d’acqua colorata contro gli studenti sulle scalinate di Santa Maria Maggiore, le camionette, le grida, curioso spettatore dalla finestra della mia abitazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La rivolta d’Ungheria ebbe inizio il giorno 6 ottobre, al cimitero Kerepes, dove trecentomila persone vollero assistere alla tumulazione di Làszlò Rajk, con solenni funerali, riabilitato nel mese di marzo, insieme ai suoi ‘complici’ e fucilato sette anni prima dopo un processo-farsa con l’accusa di complottare con il maresciallo Tito, da poco scomunicato da Stalin, intenzionato di dare il via ad ulteriori purghe in tutta l’Europa centro-orientale. Ora, però, Stalin era morto e il ‘rapporto segreto’, il discorso tenuto dal Segretario del Pcus Nikita Chruscev al XX congresso del partito comunista (dal 14 al 24 febbraio ’56), ne svelava i crimini, il culto della personalità, le deviazioni, lo stesso ammonimento di Lenin sul letto di morte ove invitava il Comitato Centrale a deporlo in quanto, Segretario generale, per carattere e ambizione, poteva solo danneggiare la causa del partito e del socialismo. E, diffuso in forma latomica nei paesi socialisti, era arrivato in Occidente e pubblicato sul New York Times il 4 giugno tramite i comunisti polacchi, intenzionati a far conoscere quel documento già posto all’attenzione di dirigenti e attivisti tra speranze incredulità crisi di sconforto.</p>
<p style="text-align: justify;">Si apriva allora, timida ed ambigua, l’epoca che ebbe nome di ‘disgelo’ (titolo di un romanzo di Ilja Erenburg edito nel 1954). La liberazione di diverse migliaia di internati nei gulag e la possibilità di raccontare i tanti orrori a cui erano stati sottoposti; una certa libertà di espressione degli intellettuali, coscienza critica del passato, pur nel divieto di coinvolgere il sistema in sé; la dialettica interna al partito dove giovani e capacità si imponevano sovente sulla sclerosi e i vecchi dinosauri dominatori delle strutture burocratiche… Qualcuno si spinse troppo avanti, interpretando l’apertura di Chruscev quale premessa per una sostanziale riforma del sistema sovietico. Fu un errore, pagato a duro prezzo. Più probabilmente egli intendeva limitarsi ad una modesta modifica dall’alto, delle supreme autorità del partito, per garantirsi maggiore capacità di manovra e mettere alle corde eventuali concorrenti. Denunciare i crimini di Stalin voleva dire che ormai le gerarchie di quel passato erano finite e che egli era ‘il nuovo che avanza’ (!) ossia il nuovo potere…</p>
<p style="text-align: justify;">A Budapest furono gli studenti a mettere in moto la rivolta (questi piccoli borghesi che si nutrivano di libri sogni ideali e volevano vederli nascere in un’alba nuova rosso sangue) che seppe trasformarsi di popolo con il supporto degli operai e non soltanto come era nella logica dei sovietici e del partito comunista ungherese un passaggio interno di consegne, una resa dei conti, tra dirigenti caduti in disgrazia (Mathias Ràkosi, truce esecutore degli ordini provenienti da Mosca fu costretto a fare autocritica, evitare l’ira popolare e rifugiarsi in Unione Sovietica). Dopo essersi riuniti in assemblea il giorno 22 ottobre al Politecnico, presenti numerose delegazioni operaie e dai rappresentanti del Circolo Petòfi (l’associazione degli scrittori costituitasi in marzo con l’intento di dare libertà e ruolo alla cultura), approvata una piattaforma in quattordici punti, gli studenti indirono un corteo per il giorno successivo. Fu nella giornata del 23, verso le nove della sera, in via Sandor Bròdy, davanti all’edificio di Radio Budapest che, dai tetti, gli agenti della polizia politica, l’odiatissima AVH, spararono sulla folla. Ogni idea che conta chiede un tributo di sangue…</p>
<p style="text-align: justify;">(‘Ricordo tu avevi un moschetto, su portalo in piazza ti aspetto/ nascosta fra i libri di scuola, anch’io porterò una pistola…’Essere piccoli borghesi non equivale necessariamente avere una coscienza borghese. In caso contrario saremmo figli proni al materialismo storico; a quella idea di coscienza, così sterile e vile e servile subordinata all’appartenenza di classe. Lasciamo a Marx, che non ha mai conosciuto il sudore della fronte e il lavoro manuale -, lasciamo a lui e ai suoi sodali l’idiozia di queste categorie mentali. Noi, nutriti dal mito dell’arditismo del legionario fiumano dallo squadrismo, noi anticonformisti antiborghesi e irriverenti, noi, al contempo, e anarchici e fascisti, folli e disperati, dipendiamo solo dalla mente e dal cuore. E ne abbiamo in avanzo…).</p>
<p style="text-align: justify;">Della rivolta ungherese, mi sembra, ebbi a scriverne qui, su Ereticamente. Come in Strade d’Europa del mio pernottamento nella capitale magiara, estate del ’69, con Riccardo. E, mentre il generale Giap piccolo muso giallo umiliava i palestrati marines nelle risaie vietnamite e lungo il delta del Mekong, il sottoscritto al grido di ‘viva Ho Chi Minh!’ irrompeva nella stanza dell’ostello e veniva accolto fra le braccia e le cosce di una studentessa nordvietnamita, in verità bruttina e buzzicona, in nome della solidarietà anti-imperialista… No, non riproporrò quei giorni di ottobre del ’56 quando il sogno ungherese s’infranse sotto le ruote dei carri armati russi e l’Occidente si preoccupava del proprio benessere messo in discussione con l’intervento degli inglesi e francesi nel canale di Suez, finalmente nazionalizzato e ostruito dalle navi affondate per ordine del colonnello Nasser. Le vie del commercio il petrolio in primo luogo altro che quel piccolo popolo incastrato all’interno del potere sovietico! Sono pagine lontane, pagine vergognose. Chi in fondo ne porta il ricordo? Passeranno anni – la primavera di Praga; il crollo del muro di Berlino – prima che altri scenari si paleseranno come l’Ucraina e Putin e il Medio Oriente terreno di scontro tra Israele Siria terrorismo dell’ISIS e l’onnivoro stupido democratico modello USA… Pagine vergognose allora; pagine vergognose oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi di Suez. Il timore inglese di perdere anche in Medio Oriente un ulteriore brandello dell’impero ormai defunto; la Francia, umiliata nella conca di Dien Bien Phu (13 marzo-7 maggio 1954 l’ultima battaglia in Indocina combattuta dall’esercito francese) , timorosa di un contagio verso l’Algeria; Israele e il suo eterno cannibalismo… E l’Egitto, ‘rialza la testa, fratello, i giorni dell’umiliazione sono passati’, che scopre se stesso, la propria identità (il nazionalismo arabo), come ricorda lo scrittore Sélim Nassib ‘Nasser lasciò parlare la folla e rilanciò. Stava facendo una maratona. Parlò per due ore… in quel momento, davanti a tutti, diede la notizia, incredibile eppure così semplice. La intuii poco prima che pronunciasse le parole sulle quali non si poteva tornare indietro: il canale di Suez era nazionalizzato’. Anni dopo Maurice Bardèche, in Che cos’è il Fascismo, dedica un capitolo al regime instaurato da Nasser per trovarvi tracce del Fascismo ‘immenso e rosso’.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho ricordato il 1956 per la percezione che si ebbe di un anno di rottura e di svolta, che – come sovente accade – porta in sé più di una verità ma anche qualche enfatizzazione e menzogna di troppo. Certamente il ‘rapporto segreto’ sui crimini di Stalin segnò una tappa nel processo, ancora lungo e complesso, di crisi del comunismo, un macchia di come una idea, considerata palingenesi della società, potesse essere deformata e ridotta a cieco terrore (o vi era insito con o senza Stalin?). La rivolta di Budapest confermò come la teoria dei due blocchi, delle sfere d’influenza ancora inalienabili (la logica di Yalta), era in vigore a tutto danno dei popoli (in Italia si sarebbe manifestata anni dopo con il terrorismo). Insomma: guai a chi tocca… E a Suez, se la vittoria delle armi fu degli anglo-francesi, quella politica spettò a Nasser, anche se il nazionalismo arabo subì negli anni a venire crisi profonde e cocenti sconfitte (un caso tutto a sé l’Algeria). Nessuna intenzione di una modesta succinta lezione di storia moderna (ho riconsegnato ormai dal 2009 il registro e tutti gli annessi tanto che mi sono rifiutato di mettere nuovamente piede a scuola). No. Più banalmente perché i due avvenimenti, quell’anno, mi hanno portato alla memoria una riflessione con cui si chiudeva un libro, ormai vecchio di quasi dieci anni, proprio sul 1956: ‘… l’immagine di svolta che quell’anno lasciò dietro di sé fu tuttavia importante: perché rese più consapevoli della complessità e delle interazioni della politica internazionale e perché mostrò come nessun accordo tra i grandi potesse impedire che i popoli cercassero di prendere in mano il proprio destino’.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiusura un po’ retorica e banale, forse. Perché il destino non si lascia, per sua natura, addomesticare. E’, però, nella storia e nella esistenza di ciascuno di noi l’arduo conflitto tra essere dominati e dominare gli eventi le scelte il futuro… E ciò, se vi sono momenti cruciali, vale in ogni luogo e in ogni tempo. Uomini in cammino e uomini acconciati. Gli uni, illusi forse, contro in nome del sogno e degli ideali; gli altri, di certo più numerosi e pigramente realisti, sudditi ignavi.</p>

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		<title>Atmosfere in nero</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/atmosfere-in-nero/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 May 2014 13:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Valle Giulia]]></category>
		<category><![CDATA[Merlino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dedicato a tutti coloro che sognarono d&#8217;essere dei rivoluzionari e trasformarono il loro sogno in incubo&#8230; a tutti coloro che si sono fatti lesti a prendere le distanze e a proteggersi con distinguo e dimenticanze&#8230; a tutti coloro che dicevano essere pronti al momento giusto e il momento giusto era sempre il giorno dopo&#8230; a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: 12.0pt;">Dedicato a tutti coloro che sognarono d&#8217;essere dei rivoluzionari e trasformarono il loro sogno in incubo&#8230; a tutti coloro che si sono fatti lesti a prendere le distanze e a proteggersi con distinguo e dimenticanze&#8230; a tutti coloro che dicevano essere pronti al momento giusto e il momento giusto era sempre il giorno dopo&#8230; a tutti coloro che non si erano neppure accorti che l&#8217;asfalto s&#8217;era bagnato e non di pioggia&#8230;<o:p></o:p></span></em></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/05/Ereticamente_IlSettimoSigillo.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img decoding="async" border="0" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/05/Ereticamente_IlSettimoSigillo.jpg" height="153" width="200" /></a></div>
<div align="right" style="text-align: right;"><b><span style="background: white; color: #222222; font-size: 13.0pt;">Di Mario M. Merlino<o:p></o:p></span></b></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Devo ringraziare Angelo che mi ha invogliato ad andare a teatro. Uno spettacolo realizzato da detenuti della Compagnia Stabile Assai della Casa di Reclusione Rebibbia di Roma (autore Antonio Turco, nell’accento e nella passione per l’attività teatrale come strumento educativo, meridionale verace). Titolo dell’opera La fine all’alba. Cinque rapinatori, di cui uno poi risulterà essere un infiltrato, sono rimasti chiusi in una banca e con loro tre ostaggi. Una rapina andata a male o la ricerca di un palcoscenico, tragico e naturale (quattro di loro sono ‘vecchi arnesi’ del crimine) per una estrema rappresentazione dall’atmosfera crepuscolare? Il tutto, della durata di circa un’ora e mezza, accompagnato da intervalli musicali dal vivo e dalla viva voce di una brava cantante di soul. Cinque rapinatori, arco di quell’essere al di fuori delle istituzioni delle regole di una vita normale e, quando anche viene loro restituita, impossibile. C’è chi faceva parte della banda della Magliana – e attrae e intriga la giovane presa in ostaggio&nbsp;</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-ansi-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">–</span><span style="font-size: 13.0pt;">: c’è l’affiliato alla camorra&nbsp;facile ad accendersi d’ira e nelle minacce verso il direttore di banca; c’è il narcotrafficante di statura internazionale, che il mondo gli ha regalato emozioni esperienze ed intuito; infine un ex terrorista, reintegrato quale professore universitario, che va ‘a cercar la bella morte’.</span></div>
<p><a name='more'></a><o:p></o:p></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Già, la morte… E lo spettacolo ha, quale premessa e sua conclusione, il richiamo esplicito ad Il settimo sigillo, il coinvolgente e inquietante film di Ingmar Bergman, là dove la morte è sfidata ad una partita a scacchi da un cavaliere, tornato nelle terre del Nord dopo anni in cui si è battuto contro gli ‘infedeli’, ma perdendo egli stesso la fede dopo i troppi orrori a cui ha partecipato. Premessa e conclusione sull’ineluttabilità della fine nonostante l’uomo si rifiuti di dialogare con essa quasi ad esorcizzarne la presenza. E qui&nbsp; – nello spettacolo – emerge la vena didattica dell’autore, una sorta di io narrante, di voce fuori campo. Tecnicamente necessaria o, in qualche modo, un imporre allo spettatore la risposta e privarlo di farsene da sè un senso? Nella parte del ‘cavaliere’, tutta vestita di bianco a contrapporsi al nero della morte, Patrizia Patrizi, professoressa all’Università di Sassari, che ebbi occasione di conoscere in casa di Angelo insieme ad Antonio Turco.<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Parentesi doppia, ad uso dei lettori che – ne sono certo (!?) – non possono fare a meno delle ‘storie’ del professor Merlino… Anno fatidico <st1:metricconverter product w:st="on">1968, in</st1:metricconverter> televisione hanno trasmesso Il settimo sigillo. Fabrizio de Andrè pubblica l’album Tutti morimmo a stento. Presentazione alla libreria Rinascita, in via delle Botteghe Oscure, proprio sotto il palazzo sede del PCI, acquistato con l’oro di Dongo. Non ricordo come e perché ne ebbi notizia e vi andai. Pubblico ridotto, forse a causa di un difetto di comunicazione. La serata si trasformò in una sorta di conversazione salottiera e proseguita davanti ad una pizza e un bicchiere di vino. Si venne a parlare proprio del film del regista svedese. E Fabrizio ci raccontò della sua paura verso la morte, di quel suo anarchismo inquieto ed esistenziale che, per dirla con Céline, ‘è uno dei tanti falsi simulacri’ con cui l’uomo s’adopera ad evitare appunto di giocare con la morte sapendo bene che sarà lui condannato a subire scacco. Diversi anni dopo, sia a scuola che in altra occasione, realizzai un breve ciclo di proiezioni proprio sul tema: Il settimo sigillo, Fuoco fatuo e Mishima… <o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Patrizia Patrizi non ha conosciuto Marcello Lelli, arrivata ad insegnare in Sardegna, dopo che egli era deceduto in Brasile per un infarto. Però il suo nome, l’insegnamento della sociologia, una certa influenza sono ancora presenti. Egli era malato di cuore già quando frequentammo nella stessa classe la scuola media al Daniele Manin. Poi egli entrò nel PCI, che gli trovò lavoro e formazione politica, fece carriera, divenne segretario della Federazione giovanile (fu destituito quando, alla morte del Che Guevara, la manifestazione davanti all’ambasciata americana degenerò in aspri scontri… Ne ho parlato in E venne Valle Giulia), fu fra i fondatori de Il Manifesto, assistente di Sociologia e poi titolare di cattedra appunto a Sassari. Ci ritrovammo nel clima della contestazione e, nel pomeriggio del 12 dicembre ’69, dovevo recarmi da lui in facoltà per discutere della mia tesi su le componenti anarchiche nel pensiero di Jean Jacques Rousseau. Le cose andarono diversamente e, la sera stessa, mi ritrovai in Questura per finire, pochi giorni dopo, nel carcere di Regina Coeli. Giudici e stampa cercarono di dimostrare che l’appuntamento con Marcello era un tentativo di alibi, di coinvolgere un nome della sinistra nelle mie ‘provocazioni’… &nbsp;Ebbene, pur dovendosi scontrare con tanta parte dei suoi compagni, egli testimoniò sempre il vero su quel mancato incontro. E fu per questo, nel rispetto della diversità nostra e della sua onestà intellettuale, che mi recai al suo funerale, all’aeroporto di Fiumicino, in camicia nera…<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">La fine all’alba… Non sono un esperto di copioni teatrali di qualità della voce di sceneggiatura; le mie esperienze si esauriscono in incontri di parole e musica su Robert Brasillach, sulla XMAS, su Mishima Yukio e su Céline (questi due ultimi autori con spettacolo vero e proprio). Ne vado sì fiero, ma anche consapevole del carattere artigianale ed episodico. Quindi non entro nell’ambito tecnico dello spettacolo. Mi preme rilevare altro; un altro dal carattere di reazione emotiva e di riflessione personale. Ho scritto come, fra i cinque rapinatori, vi sia un ex esponente del terrorismo (di sinistra probabilmente visto il suo reinserimento nell’ambito universitario, ma in fondo ciò non è essenziale. Meglio, lo è, ma in una analisi di come la borghesia con la classe politica usò<br />
 un metro di valutazione consolatorio e giustificante verso quelli che ha sempre considerato i propri figli un po’ scapestrati avventati ed esaltati e ciò a danno di quei giovani nazional-rivoluzionari a cui va, quale titolo di merito, aver pagato un prezzo ben più alto).<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Ecco: pur consapevole del rischio d’essere frainteso, avverto come quella vicenda, che fu parte di una generazione successiva alla mia, mi manca – manca quel di più – rispetto alla piazza ai bastoni alla molotov all’odore aspro dei lacrimogeni al gusto un po’ scanzonato di correre inseguito dai caroselli della celere i manganelli le bandoliere. Troppo poco rispetto agli anni che sarebbero seguiti e di cui, nostro malgrado, fummo determinanti nel loro tragico disperato inutile feroce scatenarsi… Non fu quello quanto avremmo voluto vedere ed essere partecipi e rimango fedele alle ragioni di una lotta gioiosa diretta del cambiamento, una lotta ove le idee si levano dall’urlo e dal calpestio delle forze in campo rispetto al cupo tunnel di una metropolitana ove i binari conducono al nulla, rischiarato dal vivido lampo della P38 e delle bombe… quel nulla che, in ciascuno di noi alberga e che rendo visibile in me senza illusioni o inganni, ma che è privo di bandiere mani levate sogni ad occhi aperti tramonti per consentire a nuove aurore di sorgere (Trotskij diffidò subito del Viaggio al termine della notte perché ben intuì che in Céline mancava ‘la speranza’). Altro, però, è la carne le ossa il sangue, altro rispetto alle parole dette e a quelle scritte… in un alberghetto nei pressi della stazione di Torino (ed anche, qui, non sia, mi auguro, frainteso) ‘Non più parole. Un gesto’, Alain che cerca nel gelido contatto del metallo la risposta ultima ed estrema del senso dell’esistenza. Ecco: La fine all’alba… e, non quando cala la sera ed il sipario…<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">(Esco dal teatro, sta imbrunendo, grigio, cade una pioggia lieve, mi affretto verso la fermata dell’autobus, vivo e, nonostante tutto e comunque, sono io qui e, in piedi fra le rovine di un mondo non mio, mi muovo a passo di danza… come il dio Dioniso.<o:p></o:p></span></div>
<p></p>
<div style="text-align: justify;"></div>

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		<title>Ripartiamo da dove siamo nati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2013 17:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Merlino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Mario M. Merlino C’era, dicono, la ‘prima’ repubblica (e quella romana del 1849? E la RSI? Furono fuochi di paglia, una illusione, un inganno?) e venne travolta dagli scandali, autentico il ladrocinio generalizzato della classe politica, mentre ipocrita e falsa la motivazione moralistica all’ombra delle toghe, che si resero d’allora signore indiscusse d’ogni avvenimento. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div align="right" style="text-align: right;">
<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/12/Ereticamente_Europa.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img decoding="async" border="0" height="225" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/12/Ereticamente_Europa-201x300.jpg" width="160" /></a></div>
<p><b><span style="font-family: &quot;Cambria&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-ascii-theme-font: major-latin; mso-hansi-theme-font: major-latin;">Di Mario M. Merlino<o:p></o:p></span></b></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">C’era, dicono, la ‘prima’ repubblica (e quella romana del 1849? E <st1:personname product w:st="on">la RSI</st1:personname>? Furono fuochi di paglia, una illusione, un inganno?) e venne travolta dagli scandali, autentico il ladrocinio generalizzato della classe politica, mentre ipocrita e falsa la motivazione moralistica all’ombra delle toghe, che si resero d’allora signore indiscusse d’ogni avvenimento. Con il crollo del muro di Berlino e accantonata definitivamente la ‘guerra fredda’ – fu essa presunta (la spartizione di Yalta)? o reale (Gladio bianca e quella rossa)? – si poteva fare a meno della DC e si poteva far pagare a Craxi il conto, con tanto d’interessi, per l’affronto di Sigonella, che gli USA non avevano gradito e non perdonato.</span></div>
<p><a name='more'></a><o:p></o:p></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">E ci si ritrovò con equa distribuzione e a macchia di leopardo i ‘vecchi’ soggetti della politica, riciclatisi, a dettare ancora le regole della spartizione delle tangenti degli inciuci a destra centro e sinistra, mandando avanti un po’ di ‘nuovi’, inesperti incapaci esosi e affamati…<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">E l’Europa – ci dicevano – aveva necessità di costituirsi in unità politica, pur partendo da accordi economici, per fare fronte ai mercati onnivori d’oltre-oceano e d’oriente. Così avvertimmo parole, che ci apparivano modulate sulla storia a noi cara: l’Europa-Nazione, l’Europa delle patrie. Jean Thiriart annunciava che dall’Atlantico agli Urali vi erano trecento milioni di europei e, alla morte di Adriano Romualdi, il padre raccoglieva in volume vari interventi con il titolo <i>Le ultime ore dell’Europa</i>, quale ‘eredità spirituale’, un mito per quella futura fondazione di cui la gioventù disintossicata dall’americanismo e dalle suggestioni marxiste si sarebbe volta inesorabilmente. E I leoni morti di Saint-Paulien divenne una sorta di breviario (lo portai nella tasca quando, nella metà degli anni Sessanta mi avventurai oltre il muro per ritrovare i luoghi della battaglia di Berlino e in essi immergere il bisogno di un’epica di riferimento). &nbsp;&nbsp;<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Ed ora eccoci qui, nell’età dell’usurocrazia (la più evidente chè la guerra del sangue contro l’oro è storia antica ed eterna), in cui ci sentiamo rimescolare le budella e voglia di defecare di tutto e su tutto mentre la mente – l’arroganza l’induce a reputarsi superiore – propone e dispone e discetta e insulta e si fa testimone della sua stessa impotenza (sono le emozioni a precedere attraverso l’azione la dottrina). Così le parole, che dovrebbero essere pietre, mostrano la loro inanità perché non colpiscono alcun obiettivo non atterrano alcun gigante Golia e si fanno dimentiche della spavalderia del giovane balilla…anzi, siccome la mente è simile allo stomaco, che si riempie e non tutto il cibo gli è salutare e necessario,&nbsp; le parole dell’essere contro, quelle che vorrebbero e dovrebbero esprimere una re-azione, finiscono per essere ulteriore strumento di chi, al contrario, tutto intende con-servare (riconsegniamo al poeta il verso ‘<i>uomini siate e non pecore matte</i>’, cioè essere tutti sotto il comune dominio). <o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Confesso: non volevo andare a piazza del Popolo, mercoledì scorso, per non dare la stura a qualcuno di puntare il dito e contar favole come, nella cosiddetta ‘rivolta dei forconi’, ci fossero, all’ombra e poi neppur tanto, i vecchi arnesi d’ogni ‘strategia della tensione’ (come ha articolato, ad esempio, Il Messaggero, mi dicono). L’ombra del dinosauro, insomma… <o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Poi, poi un fremito di giovanilismo – ‘battete in piazza il calpestio delle rivolte’ poetava Vladimir Majakovskij, il futurista russo caro a Marinetti, appassionatosi a Lenin, ai vagoni dipinti con cui trasportare l’Armata rossa in lungo e largo, poi deluso dalla rivoluzione bolscevica, che preferì lo sciatto realismo socialista, e, probabilmente, venne ‘suicidato’ da Stalin. Ed eccomi fuori della metropolitana…<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">(Lunedì mattina dal macellaio, mercato rionale di via Tor de’ Schiavi, la madre di una mia ex alunna – con la netta la sensazione che volesse solo darsi tono e attaccar bottone – mi diceva d’essere ispettrice di polizia e di essere da sempre su posizioni avverse alle mie. E lo credo bene, le ho risposto, lei è dalla parte dei manganelli e del tintinnare delle manette, io da quella dei bastoni e delle barricate… S’è messa a ridere prendendola come battuta da parte di un vecchio professore in pensione e patetico; io, con il sorriso stampato in viso, ero al contrario serissimo!).<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Piazza del Popolo potrebbe essere simile, è appena trascorsa la notte del Solstizio, alla runa del cerchio, ove l’identità di un popolo è l’estensione di quella dell’uomo quale essere compiuto rispetto alla realtà. Nasce, secondo alcuni, a richiamo del recinto per custodire il bestiame dalle tenebre e dal lupo. Luogo protetto, ma pur sempre prigione… Bandiere tricolori, braccia tese magari evitando il batter dei tacchi, comunità organizzate, qualcuna assente per contrasto con altre, più generazioni in ordine sparso, ma noi sempre noi, solo noi o quasi. Una piazza che è il metro di valutazione nella &nbsp;presenza modesta di come, ancora una volta, la ‘destra’ dell’apparire, di ogni forma d’esibizionismo, paga in sè d’essere citata nei giornali e di mostrarsi in televisione, affossa &nbsp;quella dell’essere al servizio e in nome dell’Idea. Pochi hanno letto <i>Che fare di Lenin</i>…<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Parlo con un giornalista de Il Corriere della Sera a cui chiedo di tenermi fuori dal suo articolo proprio perché non voglio che si favoleggi, in modo strumentale, come la protesta sia gestita provocata diretta dalle legioni di nero vestite… Ammette spontaneamente come sono giorni che hanno l’ordine di ‘massacrare’ il movimento e, rifacendosi ad un copione noto, dividerlo, ingabbiarlo, spaventarlo con dosi massicce di fascismo e di antifascismo … Quel fascismo che si risolve in punti esclamativi proclami ordini tassativi e categorici di cui Facebook si fa vetrina come la casa degli specchi al Luna Park.<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<p></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Leggo il lungo intervento di Gabriele Adinolfi, su Ereticamente, dal titolo <i><a href="https://www.ereticamente.net/2013/1
2/sulleuropa-e-le-suggestioni-contro.html">Sull’Europa e suggestioni contro</a></i>. Come sempre dotto documentato senza nulla concedere, forse amaro come amara è ogni medicina, troppo per chi, ignaro di sigle e riferimenti specifici, corre il rischio di perdersi, ma là dove trova appiglio, ben stretto si tiene e si ritrova. Condivisibile… Egli conclude con un invito: ‘<b>cari camerati, ripartiamo dal nord</b> (ha, credo, in mente e nel cuore l’invito estremo di Mussolini al Lirico di Milano) <b>e da dove siamo nati</b>(piazza San Sepolcro): ‘<b>Fascismo, Europa, Rivoluzione!</b>’ (e qui la memoria e il vanto quando, per primi, lo lanciammo a sfida alla Sapienza nel ’68). E un invito può ben essere aggiunto: non lasciamo cadere le parole, queste sì di riflessione e di lotta, anche perché – mi si consenta la citazione da (ex) professore di filosofia – scrive Platone nelle Leggi: ‘<i><u>l’inizio è sempre una divinità e, finchè abita fra gli uomini, salva ogni cosa</u></i>’…<o:p></o:p></span></div>

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		<title>SVELARE LA GUERRA (prima parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2013 16:34:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cavaliere]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giacinto Reale]]></category>
		<category><![CDATA[squadrismo]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia del fascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giacinto Reale &#160;&#160; La recente ristampa (in forma modesta, senza l’apparato iconografico che arricchiva l’edizione originale) che il Mulino ha fatto&#160;&#160; del libro di Franco Cardini Quell’antica festa crudele, guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese,&#160; mi ha fatto venir voglia di riprendere in mano la “traccia” di una conferenza di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/11/Ereticamente_svelare.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img loading="lazy" decoding="async" border="0" height="144" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/11/Ereticamente_svelare.jpg" width="200" /></a></div>
<div align="right" style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: right;">
<div align="right" style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt;"><b><i><span style="font-size: 13pt;">di Giacinto Reale</span></i></b><span style="font-size: 13.5pt;"><o:p></o:p></span></div>
<p><u1:p></u1:p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13pt; line-height: 115%;">&nbsp;</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt; line-height: 115%;">&nbsp;</span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">La recente ristampa (in forma modesta, senza l’apparato iconografico che arricchiva l’edizione originale) che <i>il Mulino</i> ha fatto&nbsp;&nbsp; del libro di Franco Cardini <i>Quell’antica festa crudele, guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese</i>,&nbsp; mi ha fatto venir voglia di riprendere in mano la “traccia” di una conferenza di parecchi anni fa. L’ho aggiornata un po’, completata in quelle parti che erano affidate all’esposizione orale, e la pubblico qui, convinto che a qualcuno dei miei venticinque manzoniani lettori possa interessare.</span></div>
<p><a name='more'></a><br /><o:p></o:p></p>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">La cronaca, di questi giorni, del mancato accordo per arrivare ad una &nbsp;regolamentazione della “questione nucleare” iraniana ripropone un dato storico di comune conoscenza e di grande attualità: la grande protagonista degli anni di apertura del secondo millennio, ereditata dalla fine del precedente,&nbsp; fu la paura.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Paura dell’ignoto (fine del mondo in occasione del cambio del millennio) e del noto (strascichi delle incursioni barbariche del IX e X secolo).<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Una singolare coincidenza vuole che questo primo e –appena iniziato</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 17px; line-height: 19px;">–</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">&nbsp;secondo decennio del secondo millennio debba ancora fare i conti con la paura, prolungando nel tempo la previsione di Albert Camus: “<i>Il ventesimo secolo sarà il secolo della paura</i>”.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Superato quasi completamente dalla fiducia nella scienza e nella conoscenza il timore dell’ignoto, relegato all’angolino il catastrofismo di oscuri simboli e predizioni, è rimasta la paura del noto, che nel nostro caso significa guerra, anzi, “guerra atomica”.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Parlare di guerra è sempre un po’ imbarazzante: ci si attende che chi ne parla innanzitutto cominci col dire che la condanna, e poi, prima di affrontare l’argomento prenda, per così dire, le distanze, e tracci intorno ad esso il rituale cerchio magico.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Tanto più oggi che, apparentemente invincibili e senza timori, circondati come siamo da missili a testate singole e plurime, da ordigni più o meno infernali, assomigliamo,. invece, sempre più ai cavalieri teutonici terribili e bellissimi protagonisti dell’Aleksander Nievsky di Eisenstein.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Anch’essi, coperti in ogni parte del corpo dalle loro impenetrabili corazze, lasciavano aperto un piccolo spiraglio per gli occhi, dal quale, però, si &nbsp;intravedeva il vero sentimento che li animava: il timore dell’altro.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">È, anche questo, uno degli elementi di quella “cultura della guerra” che precede nel tempo ed è più connaturata all’animo umano della “cultura della pace”, checché oggi si dica, con reticenze ed ambiguità che sfociano talora nelle falsificazioni vere e proprie entrate a far parte del comune patrimonio di “conoscenze”, con una tale velocità di propagazione da far venire in mente quel proverbio giapponese: “<i>Accade spesso che un cane che abbaia senza motivo venga seguito da mille altri cani che credono di abbaiare con ragione</i>”.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">La prima inesattezza da denunciare, perché veramente propedeutica ad ogni successivo discorso, è che chi propugna tesi egalitarie, democratiche e progressiste sia il portavoce&nbsp; e l’interprete più naturale ed autorizzato dell’aspirazione comune alla pace mentre, viceversa, chi fa proprie tesi anti-egalitarie, aristocratiche e&nbsp; tradizionali sia un pericoloso guerrafondaio, indegno del genere umano.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Niente di più infondato<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Tra il 1000 e il 1700, periodo segnato dall’esistenza di società anti-egalitarie, in Europa, la guerra, con i suoi maggiori o minori contenuti di violenza, fu sempre rigidamente combattuta entro limiti ben individuati nel tempo, nei luoghi e nelle persone, ben lontano dagli eccessi della democratica “guerra totale”, per vari motivi.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Basti pensare che la funzione guerriera era vista come un privilegio e limitata, pertanto, ad una piccola parte della popolazione, e che l’eventualità della guerra stessa era considerata parte del reale e, quindi, relativizzata, proprio perché come la realtà, nella sua mutevolezza, non conosce l’assoluto.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm
; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Tra i combattenti si combatte, cioè, una ‘guerra senza odio’; lottare <i>contro</i> significa lottare <i>con</i>; il combattimento, il “grande gioco” crea un legame forte tra chi vi partecipa; la condotta della guerra assurge ad opera d’arte.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">È con la Rivoluzione francese, da cui deriva tutto il mondo moderno, che la guerra diventa un’impresa cui sono obbligati a partecipare, da una parte e dall’altra, tutti i cittadini in grado di portare le armi; sono i prodromi di quella&nbsp; “guerra totale”, che giustifica,&nbsp;&nbsp; in tempi più recenti, i bombardamenti delle città e della popolazione civile.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Il suo substrato teorico è da ricercarsi nelle teorie anti-organicistiche ed egalitarie, a partire dal Cristianesimo fino ad arrivare al marxismo.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Proprio nel periodo sopraddetto si hanno le prime avvisaglie, con le guerre di religione e le Crociate, quando, per la prima volta, più che al nemico “reale” si guarda al nemico “assoluto”, sulla base della teologia cristiana della guerra, da S. Ambrogio e S. Agostino fino a S. Tommaso.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">In estrema sintesi, il discorso è questo: l’uomo è buono, l’altro uomo è nostro fratello ed eguale a noi, la pace è la normalità tra no… ma, se “sbaglia” (in pratica devia rispetto a noi), il fratello di ieri va fuori dalla comunità umana, diventa “anormale”, la personificazione del male e come tale non merita pietà.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Tutto nasce, come si vede, dall’attribuzione all’uomo di una falsa natura, arbitrariamente definita buona ed&nbsp; eguale, tale da rendere inspiegabile il conflitto, che è colpa sempre di quanti ignorando il loro vero essere sono diventati <i>non-uomini</i>.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Il nemico, allora, non è più un avversario momentaneo con il quale ci si misura, pur continuando a stimarlo ma, al contrario, è il male che va annientato: alle tregue, alle paci “onorate” così frequenti nell’Europa preindustriale, si sostituisce il principio della “resa incondizionata” (<i>inconditional surrender</i> degli Alleati nel secondo conflitto mondiale), che annulla la distinzione tra combattenti e non, trasferisce nel reale il <i>bellum omnium contra omnes</i>.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Sulla stessa linea si muovono le teorie liberali e marxiste.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Per il liberalismo la guerra è antinaturale perché anti-mercantile: in guerra l’<i>optimum</i> economico costituito dall’equilibrio della domanda e dell’offerta è squilibrato dall’esplodere dell’istinto; di conseguenza, i valori guerrieri ed aristocratici di sacrificio e gratuità nell’offerta della propria vita sono incompatibili con il mercantilismo e l’utilitarismo.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Sull’altro fronte, per il marxismo non vi possono essere conflitti nella società senza classi, perché la lotta di classe, fonte di tutti i conflitti, sarà scomparsa; occorre prima, quindi “condurre a fondo l’ultima di tutte le guerre &#8211; quella contro il capitalismo, nemico assoluto” e poi “fare guerra alla guerra”.<o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">(Segue)<o:p></o:p></span></div>

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			</item>
		<item>
		<title>FASCISMO E RIVOLUZIONE  FRANCESE: NAZIONE E POPOLO ALLA SFIDA DELLA STORIA…..la lettura della “Grande Rivoluzione” del 1789 fatta dagli intellettuali fascisti “rivoluzionari” riserva sorprese e sfata convinzioni radicate (parte seconda)</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/fascismo-e-rivoluzione-francese-nazione_28/</link>
					<comments>https://www.ereticamente.net/fascismo-e-rivoluzione-francese-nazione_28/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2013 09:57:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Controstoria]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giacinto Reale]]></category>
		<category><![CDATA[squadrismo]]></category>
		<category><![CDATA[Storia del fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[STORIA DELLO SQUADRISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giacinto Reale&#160; Ecco quindi che prendeva corpo una distinzione basata su una divaricazione: la “borghesia” era da intendersi in senso duale, come categoria economica e morale; Salvatore Gatto, in un “Quaderno della scuola di mistica fascista”, intitolato appunto “Il borghese”, riproponeva, proprio con riferimento alla Rivoluzione Francese, tale distinzione: “Quando si afferma che i [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/fascismo-e-rivoluzione-francese-nazione_28/">FASCISMO E RIVOLUZIONE  FRANCESE: NAZIONE E POPOLO ALLA SFIDA DELLA STORIA…..la lettura della “Grande Rivoluzione” del 1789 fatta dagli intellettuali fascisti “rivoluzionari” riserva sorprese e sfata convinzioni radicate (parte seconda)</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/10/Ereticamente_Rovoluzione-Americana-o-Francese-5B1-5D.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img loading="lazy" decoding="async" border="0" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/10/Ereticamente_Rovoluzione-Americana-o-Francese-5B1-5D.jpg" height="200" width="167" /></a></div>
<div align="right" style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: right;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">di Giacinto Reale&nbsp;</span></i></b><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-bidi-font-family: Arial; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></i></b></div>
<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Ecco quindi che prendeva corpo una distinzione basata su una divaricazione: la “borghesia” era da intendersi in senso duale, come categoria economica e morale; Salvatore Gatto, in un “Quaderno della scuola di mistica fascista”, intitolato appunto “Il borghese”, riproponeva, proprio con riferimento alla Rivoluzione Francese, tale distinzione:</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">“Quando si afferma che i borghesi hanno fatto la Rivoluzione Francese, ed erano a quei tempi dei rivoluzionari, così come quando si fa appello alla partecipazione eroica e rivoluzionaria della borghesia italiana nel Risorgimento nazionale, si vuole approfittare della confusione avanti rilevata” (6)</span></b></div>
<p><a name='more'></a><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span>  </p>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">(segue)</span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">In maniera diversa aveva scritto Marcello Gallian, nel quale l’affetto per la gente minuta faceva di quei “barrocciai, terrazzieri, muratori, garzoni e lattai” che popolavano le sue giornate di periferia romana, gli unici, veri protagonisti della Storia, anche quando deludevano e tradivano se stessi, come era avvenuto appunto proprio nel caso della Rivoluzione Francese: </span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">“Gli è che la folla stessa è composta, alla fine, di tanti luigi e di tante marie antoniette (in minuscolo nel testo, ndr): sono queste verità che molti temono di dire e di scrivere: il popolaccio di Parigi, tanto sanguinoso e terribile, possiede infine desideri molto borghesi, sogna conquiste di facile contentatura. E’ il tempo: ogni bottaio spera di diventare re, ogni lavandaia regina: principesse e duchi non sono che compromessi (7)</span></b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Nella stessa linea, sostanzialmente, si esprimeva Bruno Spampanato, che però, dopo aver riconosciuto il ruolo trainante delle masse nella Rivoluzione, preferiva attribuire l’imbrigliamento delle loro istanze alla “politica”, creatura inventata dalla borghesia a puntello del proprio potere:</span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Le picche agitate in un furore quasi epico sotto la Bastiglia, espressero abbastanza chiaramente il trapasso da un regime all’altro. Ma arrugginirono presto. La volontà armata del popolo, padrone delle piazze e dei destini della giovane repubblica, disarmò nelle assemblee e nei movimenti politici. Fu normalizzata ed imbrigliata. Gli estremisti, come accade spesso nelle rivoluzioni, lasciarono la testa su quelle stesse ghigliottine innalzate dal Terrore per difendere i principi dell’89” (8)</span></b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Naturalmente, in materia non&nbsp; potevano mancare le prese di posizione ufficiali: oltre a quelle mussoliniane (riportate con ampiezza nel volume di cui dicevo all’inizio), talora contraddittorie perché dettate da esigenze contingenti, merita di essere ricordato quello che può considerarsi un contributo decisivo ed importante: la conferenza tenuta da Bottai all’Università di Pisa il 10 novembre 1930</span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Contributo di fondamentale importanza, perché firmato da un personaggio di sicura notorietà, riconosciuto come elemento di punta del fascismo “intelligente”, e con il carisma della ufficialità derivante dall’incarico di Ministro delle Corporazioni</span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &#038;quot
;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Qui il discorso si faceva più generale, passava dai fatti alle idee, evitava ogni contrapposizione tra “fasi” della Rivoluzione, e, soprattutto, esprimeva una piena condivisione delle sue motivazioni di fondo:</span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;“<b>Nel caso della Rivoluzione Francese, quando di essa si colga il vero valore, che non sta negli episodi insurrezionali&nbsp; e nelle stragi, e nemmeno nell’enfasi dei suoi banditori, i principi affermati sono di un così profondo significato e di una così vasta portata da non poter essere diminuiti nella loro universalità per il fatto che essi abbiano accompagnato l’ascensione sociale e politica di una categoria di cittadini….Noi non possiamo fare a meno di riconoscere che la Rivoluzione Francese è veramente uno dei massimi avvenimenti della storia dell’umanità, perchè è il riversarsi nella storia dello spirito moderno che conquista la propria autonomia e l’afferma dinnanzi al mondo….</b></span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Lo Stato corporativo, lo abbiamo dichiarato più volte, è la sola soluzione ai problemi della vita contemporanea, e la forma verso cui anela la sostanza sociale del mondo moderno: esso deve dunque, essere finalmente l’erede e l’assuntore di tutta la storia moderna, che nel suo tono politico e negli ordinamenti giuridici è una conseguenza della Rivoluzione Francese” (9)</span></b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Le parole di Bottai tracciavano un quadro chiaro ed inequivocabile: esse aggiungevano, con il riconoscimento del valore universale dei principi, una nota in più, che completava il giudizio fascista sulla Rivoluzione</span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Fino a quel momento –sia pure con i distinguo cui abbiamo accennato- del grande movimento dell’89 erano stati&nbsp; vantati i valori “nazionali” dell’interventismo popolare e patriottico del 1791 e del 1792, visto come precursore dell’interventismo mussoliniano del ’14, e i valori popolari della mobilitazione di grandi masse che prefigurava la partecipazione di popolo ai movimenti “nuovi” del XX secolo</span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Il Ministro delle Corporazioni faceva un passo avanti, e diceva qualcosa di più: il senso ultimo del discorso era che gli italiani del 1930, tesi a costruire la loro rivoluzione, non potevano non dirsi eredi della “grande Rivoluzione”, della quale, pure evidenziavano limiti e difetti, ma verso la quale, però, non nutrivano alcuna tentazione revisionistica di natura reazionaria o legittimista</span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Con tali considerazioni, il migliore fascismo ambiva inserirsi a pieno titolo nella storia europea, rispetto alla quale rivendicava i suoi caratteri originali e di “superamento”, senza complessi di inferiorità che lo costringessero nell’angolo di un conservatorismo&nbsp; becero e superato <b>(10)</b></span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Bibliografia</span></b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; margin-left: 36.0pt; margin-right: 0cm; margin-top: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">(6)</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 7.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp; </span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Salvatore Gatto, “Il borghese”, quaderno nr 4 della Scuola di Mistica Fascista Sandro Italico Mussolini, Milano sid, pag 15</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></span></span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">(6)</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 7.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Ro
man&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp; </span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Salvatore Gatto, “Il borghese”, quaderno nr 4 della Scuola di Mistica Fascista Sandro Italico Mussolini, Milano sid, pag 15</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></span>(6)</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 7.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp; </span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Salvatore Gatto, “Il borghese”, quaderno nr 4 della Scuola di Mistica Fascista Sandro Italico Mussolini, Milano sid, pag 15<span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;</span></span></span><br /><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">(7)</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 7.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;&nbsp; </span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Marcello Gallian, “Colpo alla borghesia” in Quaderni di segnalazione, anno 1°, nr 1, luglio 1933 (in: Buchignani, “Marcello Gallian….” cit, pag 60</span> </div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">(8)</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 7.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;&nbsp; </span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Bruno Spampanato, “Democrazia fascista”, Napoli 1933, pag 133</span> </div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">(9)</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 7.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;&nbsp; </span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Il testo dela conferenza è in: Renzo De Felice, “Autobiografia del fascismo. Antologia di testi fascisti 1919-45”, Torino 2001, pagg 286 e segg</span> </div>
<p></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">(10)</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 7.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Di qui a qualche anno, all’inizio della guerra civile spagnola, prima che l’intervento sovietico costringesse a scelte obbligate, i giovani intellettuali del regime si schiereranno per la Repubblica, contro &nbsp;&nbsp;“la Vandea di nuovo stampo” conservatrice e reazionaria, contro “la più retriva razza di Generali, latifondisti e sfruttatori che alligna in Europa”,non senza un vero tormento interiore: “è una settimana che non dormo, per l’ansia ceh quei maledetti Generali l’abbiano vinta. Cosa crede di guadagnarci il fascismo dalla vittoria di quelle canaglie aristocratiche ? (Vasco Pratolini, Fidia Gambetti e Elio Vittorini in : Arrigo Petacco, “Viva la muerte. Mito e realtà della guerra civile spagnola 1936-39”, Milano 2006, pagg 72 e segg) </span> </div>
<div></div>
<div></div>
<div><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 16.0pt; line-height: 115%;">LEGGI LA PRIMA PARTE:</span></b></div>
<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; mso-outline-level: 2;"></div>
<div style="line-height: normal; text-align: justify;"><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 18.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"><a href="https://www.ereticamente.net/2013/10/fascismo-e-rivoluzione-francese-nazione.html"><span style="color: blue;">FASCISMO E RIVOLUZIONE FRANCESE: NAZIONE E POPOLO ALLA SFIDA DELLA STORIA&#8230;la lettura della “Grande Rivoluzione” del 1789 fatta dagli intellettuali fascisti “rivoluzionari” riserva sorprese e sfata convinzioni radicate (parte prima)</span></a></span></b></div>
<div></div>

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		<title>FASCISMO E RIVOLUZIONE  FRANCESE: NAZIONE E POPOLO ALLA SFIDA DELLA STORIA&#8230;la lettura della “Grande Rivoluzione” del 1789 fatta dagli intellettuali fascisti “rivoluzionari” riserva sorprese e sfata convinzioni radicate (parte prima)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Oct 2013 13:15:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Giacinto Reale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giacinto Reale Sfoglio &#160;un libro edito qualche tempo fa e dedicato all’analisi dell’approccio che il mondo culturale e politico italiano ebbe, nel 900, con la Rivoluzione francese: un intero capitolo è dedicato ai rapporti tra l’intellettualità (in specie “eretica” e “rivoluzionaria”) fascista e il mito dell’ 89, con una serie di richiami e citazioni, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/fascismo-e-rivoluzione-francese-nazione/">FASCISMO E RIVOLUZIONE  FRANCESE: NAZIONE E POPOLO ALLA SFIDA DELLA STORIA&#8230;la lettura della “Grande Rivoluzione” del 1789 fatta dagli intellettuali fascisti “rivoluzionari” riserva sorprese e sfata convinzioni radicate (parte prima)</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/10/Ereticamente_la-presa-della-bastiglia-rivoluzione-francese-5B1-5D.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img loading="lazy" decoding="async" border="0" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/10/Ereticamente_la-presa-della-bastiglia-rivoluzione-francese-5B1-5D.jpg" height="158" width="200" /></a></div>
<div align="right" style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: right;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">di Giacinto Reale</span></i></b></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Sfoglio &nbsp;un libro edito qualche tempo fa e dedicato all’analisi dell’approccio che il mondo culturale e politico italiano ebbe, nel 900, con la Rivoluzione francese: un intero capitolo è dedicato ai rapporti tra l’intellettualità (in specie “eretica” e “rivoluzionaria”) fascista e il mito dell’ 89, con una serie di richiami e citazioni, corposa e nutrita, anche se riferita a sindacalisti, politici e uomini di cultura di diversa –e talora non eccelsa- autorevolezza <b>(1)</b></span></div>
<p><a name='more'></a>&nbsp; <span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></p>
<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">La tesi di fondo è che il fascismo “intelligente” ebbe univocamente un approccio “critico” alla Grande Rivoluzione, su posizioni, però “di sinistra”,e non “reazionarie” con la denuncia del suo fallimento e del tradimento della borghesia che ne era stata protagonista. Tesi, quindi, che non può non stupire chi, fermandosi alla superficie delle cose, si sia fin qui accontentato della definizione del fascismo come regime reazionario (di massa o oligarchico), alieno da ogni tentazione giacobinista, come starebbe a dimostrare la convivenza con “trono e altare” che, di fatto, caratterizzò la storia italiana tra il 1922 e il 1943</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">In realtà, come ormai emerge chiaramente, sotto il manto “normalizzato” e normalizzatore del regime, si agitarono, per tutto il ventennio, fermenti culturali e politici che, se pur non sempre arrivarono ad avere dignità diffusa e riconosciuta, rappresentarono certamente il miglior prodotto “ideologico” dell’epoca <b>(2)</b></span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Ecco quindi che, come accennato, la critica alla Rivoluzione si venne sviluppando su due piani diversi, anche se spesso convergenti: sotto un profilo più squisitamente storico, gli appartenenti alla corrente corporativistica sottolinearono con chiarezza il fallimento della Rivoluzione per la&nbsp;&nbsp; “incompletezza” dei suoi principi ispiratori, mentre, da un punto di vista più immediatamente politico, la quasi totalità degli intellettuali che si veniva riconoscendo su posizioni più genericamente antiborghesi e rivoluzionarie, individuò nel tradimento della borghesia la causa scatenante di tale fallimento</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Con riferimento ai primi, va innanzitutto rilevato che ogni lettura della Rivoluzione che non fosse di mera critica, ma che –evidenziandone i limiti- ne proponesse piuttosto il “superamento”, doveva fare i conti con i rischi derivanti dalla vicinanza temporale con&nbsp; un’altra grande mobilitazione di masse che pure a quella esplicitamente si richiamava e come tale era vissuta nell’immaginario collettivo dell’epoca: la rivoluzione della Russia sovietica.Qui il giudizio doveva farsi più cauto, come era logico attendersi dagli eredi di&nbsp; un movimento che della demonizzazione della rivoluzione leninista aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia nello scontro per la presa del potere e che continuava a vivere il confronto in termini di sfida <b>(3)</b></span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Non a caso “Roma o Mosca ? Una discussione aperta” si sarebbe intitolata la rubrica nella quale, fra l’ottobre e il dicembre del 1931, sarebbero stati ricompresi, su “Critica fascista” una serie di articoli che sostanzialmente, riconosciuto lo sforzo in atto in Russia per creare un nuovo ordinamento, affermavano, però, la superiorità del sistema fascista, che aveva già trovato soluzione ai molti problemi della vita collettiva nel XX secolo</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Ed anche per questo, chiunque avesse volut<br />
o dare un giudizio men che negativo sulla Rivoluzione dell’89, doveva preliminarmente tracciarne le differenze proprio rispetto a quella leninista, o, almeno, affermare a gran voce che questa aveva tradito i principi e lo spirito di quella</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">In tale campo, protagonisti erano, come sopra detto, i “corporativisti”, che avevano in Ugo Spirito il loro esponente di maggior rilievo intellettuale</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">In lui, il discorso della superiorità “etica” della Rivoluzione fascista, pure in una linea di continuità ideale con i principi dell’89, veniva provato proprio dalla soluzione data ai due problemi affrontati già a Parigi, ma rimasti sostanzialmente insoluti: la “proprietà” e la “libertà”</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Per quanto riguarda il primo, la soluzione proposta era quella della “Corporazione proprietaria”, avanzata al Convegno di studi sindacali e corporativi di Ferrara nel 1932, che univa capitale e lavoro, fondendo l’azienda con la Corporazione e realizzando il passaggio del capitale dagli azionisti ai lavoratori <b>(4)</b></span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Su questa strada, le tesi di Spirito facevano tesoro dell’esperienza socialista del secolo XIX, utile ed indispensabile anche per affrontare il discorso della “libertà”, solo apparentemente risolto dalla Rivoluzione Francese, che, piuttosto, si era limitata ad ampliarne i confini originariamente a favore di pochi:</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">“E’ questa libertà, in siffatta maniera menomata, la borghesia si è affannata a proclamare superiore retaggio di tutti, a tutti astrattamente riconoscendo il diritto di discutere, riunirsi, stampare, votare e via dicendo, anche se tale diritto può suonare mostruosa ironia a chi è stato tolto il modo di sfamarsi con un tozzo di pane….. Allora, mentre i borghesi versavano le loro lacrime per la fine dei diritti di libertà, il fascismo proclamava esplicitamente il primo di essi, e del diritto al lavoro&nbsp; faceva il fondamento dell’ “ordine nuovo” (5) </span></b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
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<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Un ragionamento di carattere più generale, “metastorico” vorremmo dire, era quello di quanti piuttosto preferivano sottolineare come la rivoluzione non poteva non fallire proprio per l’origine “borghese” dei suoi principali protagonisti: il tradimento delle istanze popolari e rivoluzionarie rientrava, infatti, nella natura “morale” della borghesia, e il discorso si collegava strettamente a quello più generalmente “antiborghese” che tutto il fascismo, anche se con diverse articolazioni, più o meno “spinte”, andava facendo</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">E’ evidente, infatti, che, in un movimento che ambiva unificare l’intera Nazione e orgogliosamente rivendicare come collante di tale unità il superamento delle vecchie distinzioni classiste e la recente storia del paese, non vi poteva essere spazio per considerazioni di tipo puramente economicistico, considerato soprattutto che sia il Risorgimento che il fascismo avevano visto la (piccola) borghesia protagonista in primo piano</span><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">BIBLIOGRAFIA</span></b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span></div>
<div style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm; margin-left: 36.0pt; margin-right: 0cm; margin-top: 0cm; text-align: justify
;"></div>
<p></p>
<ol>
<li><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Antonino De Francesco, “Mito e storiografia della “Grande Rivoluzione”, la Rivoluzione francese nella cultura politica italiana del 900”, Napoli 2006</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;</span></li>
<li><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Si vedano, in particolare gli studi di &nbsp;Paolo Buchignani, “Marcello Gallian, la battaglia antiborghese di un fascista anarchico”, Roma 1984, “Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio”, Bologna 1994, “La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943”, Milano 2006</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;</span></li>
<li><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Oltre era andato Berto Ricci, sul “Selvaggio” del 15 dicembre 1927: “L’antiRoma c’è, ma non è Mosca. Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, città del maiale” (articolo intitolato: “Roba da chiodi”)</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;</span></li>
<li><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">La tesi della “Corporazione proprietaria”, peraltro osteggiata dai sindacalisti “puri”, era malvista anche dalle frange rivoluzionarie più intransigenti, che pensavano piuttosto ad una vera espropriazione del capitale a favore dei produttori (vds Buchignani: “Un fascismo impossibile…”cit, pagg 180 e segg)</span></li>
<li><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 7.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"></span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 12.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Ugo Spirito, “Guerra rivoluzionaria”, Roma 1989, pagg 92 e 96 (riprodotto in De Francesco, cit)</span> </li>
</ol>
<div></div>
<div></div>
<div><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 16.0pt; line-height: 115%;">LEGGI LA SECONDA PARTE:</span></b></div>
<div style="line-height: normal; mso-margin-bottom-alt: auto; mso-margin-top-alt: auto; mso-outline-level: 2;"></div>
<div style="line-height: normal; text-align: justify;"><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 18.0pt; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;"><a href="https://www.ereticamente.net/2013/10/fascismo-e-rivoluzione-francese-nazione_28.html" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: blue;">FASCISMO E RIVOLUZIONE FRANCESE: NAZIONE E POPOLO ALLA SFIDADELLA STORIA&#8230;la lettura della “Grande Rivoluzione” del 1789 fatta dagliintellettuali fascisti “rivoluzionari” riserva sorprese e sfata convinzioniradicate (parte seconda)</span></a></span></b></div>
<div></div>

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		<title>In alto i cuori, i gagliardetti al vento&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Oct 2013 07:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Horst Wessel]]></category>
		<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Merlino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario M. Merlino Già Ernst von Salomon, ne I Proscritti, aveva narrato con pagine di forte impatto descrittivo l’ostilità del proletariato berlinese verso gli uomini dei diversi movimenti nazionali, Corpi Franchi o dei vari tentativi di colpo di stato. Con la Battaglia di Berlino Joseph Goebbels ci fornisce privilegiata testimonianza di quei sette anni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/in-alto-i-cuori-i-gagliardetti-al-vento/">In alto i cuori, i gagliardetti al vento&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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<div align="right" style="text-align: right;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">di Mario M. Merlino</span></i></b></div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Già Ernst von Salomon, ne I Proscritti, aveva narrato con pagine di forte impatto descrittivo l’ostilità del proletariato berlinese verso gli uomini dei diversi movimenti nazionali, Corpi Franchi o dei vari tentativi di colpo di stato. Con la Battaglia di Berlino Joseph Goebbels ci fornisce privilegiata testimonianza di quei sette anni in cui, giorno dopo giorno, si mosse e crebbe e vinse il Partito Nazionalsocialista, conquistando prima la capitale, città refrattaria e cosmopolita, e poi consegnando il potere al Fuehrer. Perché – e lo scrive appunto lo stesso futuro ministro della propaganda – chi fa sua la piazza dominerà il cuore stesso dello stato. E fu impresa epica anche perché, nella metà degli anni ’20, esso era fenomeno tipicamente bavarese. Qui era nato il Partito Operaio Tedesco e qui Hitler aveva tentato, nel novembre del ’23, il putsch di Monaco. E fu proprio Goebbels, superata la diffidenza e i contrasti con Hitler, che si adoperò, tanto simile a un missionario al servizio dell’Idea, a imporre il verbo nazionalsocialista al di fuori del bastione meridionale.</span></div>
<p><a name='more'></a>  </p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Dunque un libro di memorie d’un tempo eroico con il partito ridotto nei ranghi e diviso in interna contesa, sprezzante e ostile a farsi comandare da uno sconosciuto capo la cui origine austriaca e il risiedere a Monaco non giocavano a suo favore. (Tuttora oggi permane un certo disprezzo verso i tedeschi del Sud, i bavaresi, con accenti e ironia che ricordano tanto certe forme legate al costume intorno alla nostra ‘questione meridionale’…). Quell’essere in pochi a volere, comunque e nonostante tutto, andare oltre la miseria del presente perché i grandi sogni si vivono ad occhi aperti (lo ricordava Lawrence d’Arabia) e in strada (lo ricordava Céline), induce il dottor Goebbels a dedicare il libro, questa sorta di diario appassionato ed esaltante, ‘alla vecchia guardia berlinese’. Un doveroso omaggio perché il sangue versato – furono in 170 i caduti della Rivoluzione – l’impegno e il<span style="mso-spacerun: yes;">&nbsp; </span>sacrificio quotidiano divengano lavacro purificatore e scuola di formazione per le future giovani generazioni.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">(Doverosa parentesi, io credo. Le rivoluzioni nazionali del XX secolo non si lasciano ingabbiare nella prigione ideologica dove, come scriveva uno dei tanti intellettuali vittime dell’illusione e inganno comunista, si finisce per identificare una sardina con un possente cavallo da corsa. E sarebbe interessante,<span style="mso-spacerun: yes;">&nbsp; </span>aggiungo io inoltre, quanto proponeva Carlo Marx, ormai in rotta con la sinistra hegeliana, in quell’opera, intitolata proprio l’Ideologia Tedesca, abbandonata dopo il decreto di espulsione nei suoi confronti dal governo francese del Guizot alla vigilia del ’48 e venuta alla luce in un polveroso baule ai primi del ‘900 all’università di Monaco. Qui essa, cioè l’ideologia, viene espressamente definita quale ‘mistificazione della realtà’, ulteriore segno del divario tra il pensiero dell’ebreo di Treviri e dei suoi estimatori. Le rivoluzioni nazionali propongono delle testimonianze, degli esempi, la stele dei ‘camerati’ caduti in combattimento sotto il piombo comunista, come avvertiva Robert Brasillach durante uno dei suoi viaggi in Germania. La dottrina nasce solo attraverso l’azione, ‘in quantità di sacrificio ed amore’ e il Fascismo italiano, tramite lo squadrismo, fu anche in questo principio).</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Vi era un eroe della causa nazionale e di quella socialista: il capitano, già combattente della Grande Guerra e poi dei Corpi Franchi in Alta Slesia, Albert Leo Schlageter catturato e condannato a morte dai soldati francesi al tempo dell’occupazione della Ruhr, il 26 maggio del 1923 nei pressi di Duesseldorf. Egli era stato elevato ad eroe e martire sia dalle formazioni nazionaliste e sia dai comunisti (nella comune visione della difesa del territorio nazionale e della lotta contro le potenze del capitale tese a strozzare la Germania prostrata). </span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Ad esso Goebbels seppe affiancare e farne mito principale della propaganda dei sentimenti della visione eroica della vita ben spesa per l’idea nazionalsocialista un giovane caduto proprio nella lotta per la conquista di Berlino, Horst Wessel, di anni 19, militante delle SA. E il suo nome diede il titolo a quel canto divenuto inno ufficiale dietro lo sventolio delle bandiere il rullo dei tamburi il passo cadenzato di uomini giovani e donne in marcia volti a far proprio il domani…</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span lang="EN-GB" style="font-size: 13.0pt; mso-ansi-language: EN-GB;">‘Die Fahne hoch die Reihen fest geschlossen – SA marschiert mit ruhig festem Schritt – Kam’raden die Rotfront und Reaktion erschossen – marschier’n im Geist in unsern Reihen mit’.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Horst Wessel era nato nel 1907 a Bielefeld, piccola località nel cuore della foresta di Tautoburgo dove si narra che Arminio avesse sterminato tre legioni romane nell’anno 9 d.C., da padre pastore luterano e trasferito a guidare la parrocchia di San Nicola a Berlino. Nel 1926 Horst, dopo regolari studi scolastici, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza Friedrich Wilhelm sul viale più famoso della capitale del Reich, l’Unter den Linden.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Fin da giovanissimo egli aveva aderito a formazioni nazionaliste e con tanto ardore che la madre, timorosa per quel figlio sempre pronto a buttarsi nella mischia, l’aveva inviato a studiare a Vienna. La morte del fratello in un incidente di montagna lo riportò a Berlino e a rinnovare il suo impegno politic<br />
o. L’incontro con Goebbels lo porta a divenire uno dei responsabili più attivi dei vari reparti d’assalto ( Sturmabteilung da cui SA) nella zona della centralissima Alexanderplatz, luogo di vita frenetica ove prostitute e bordelli ne rappresentavano bene il clima (più tardi la sinistra si sforzerà di gettare fango sulla sua figura insinuando come egli fosse un protettore e la sua compagna Erna come una puttana). </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Fu una cellula del Fronte Rosso che decise di punire la sua attività a favore del Nazional-socialismo. La mattina del 14 gennaio 1930 un gruppo di comunisti riuscì a farsi aprire la porta di casa e gli sparò contro senza che egli avesse il tempo di mettersi in piedi e reagire, colpendolo mortalmente alla mandibola. Trasportato in ospedale l’agonia durò fino alle ore 6,30 del mattino del 23 febbraio.</span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-ansi-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">&nbsp;</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; mso-ansi-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: IT;">Il tempo la guerra la sconfitta la demonizzazione… a noi rimangono quei versi, quel ritmo cadenzato e severo (nel pomeriggio di quel 12 dicembre 1969, mentre le bombe scoppiavano a Milano e Roma e si predisponevano intrighi losche strategie infamia di quella stagione, ascoltavo Riccardo suonare proprio la Horst Wessellied in un arrangiamento sincopato al pianoforte…). E ci rimane l’invito a vedere quale nemico di sempre non più tanto il fronte rosso, ormai in declino e ridotto in becero antifascismo, ma quella reazione di cui la globalizzazione il potere monetario e la bandiera a stelle e strisce ne impersonano l’imperio&#8230;</span></div>

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				<span class="post-views-icon dashicons dashicons-chart-bar"></span> <span class="post-views-label">Post Views:</span> <span class="post-views-count">271</span>
			</div><p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/in-alto-i-cuori-i-gagliardetti-al-vento/">In alto i cuori, i gagliardetti al vento&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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